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Mickey 17 – Il mosaico dello sfruttamento

Mickey 17 (2025) di Bong Joon-ho è una commedia nera fantascientifica.

A fronte di un budget abbastanza importante – 118 milioni di dollari – si prospetta un disastro commerciale, con un weekend di apertura davvero deludente.

Di cosa parla Mickey 17?

Terra, futuro imprecisato. Mickey e il suo socio, Timo, sono nei guai per un accordo andato male con uno strozzino. E allora la soluzione è andare il più lontano possibile…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Mickey 17?

Robert Pattinson in una scena di Mickey 17 (2025) di Bong Joon-ho

In generale, sì.

Non riesco a sbilanciarmi l’apprezzamento di questa pellicola perché, nonostante con una seconda visione abbia rivisto la mia posizione decisamente in positivo, Mickey 17 non mi ha lasciato un ottimo sapore in bocca: sarà per le alte aspettative dopo Parasite (2019)…

…sarà perché, arrivati alla fine del secondo atto, non riuscivo a comprendere quale fosse il punto della pellicola – e la storia della stessa mi sembrava molto fine a sé stessa – ma l’ultima opera di Bong Joon-ho non mi ha lasciato entusiasmato come avrei sperato.

Però, dategli una possibilità.

Condizione

Robert Pattinson in una scena di Mickey 17 (2025) di Bong Joon-ho

Mickey ha accettato la sua condizione.

Il percorso del protagonista sembra ormai tracciato, costretto ad essere succube del potente di turno che lucra sulla sua pelle – letteralmente – e che, per sua ingenuità e scarsa scolarizzazione, si riduce ad essere l’ultimo gradino della scala alimentare: un sacrificabile.

In questo modo la sua esistenza diventa assolutamente insignificante, come dimostrano le numerose scene in cui Mickey sembra scomparire dalla scena, scalzato da un tappeto, da un lanciafiamme e persino da un enorme masso che lo supera di diverse spanne per importanza.

Robert Pattinson in una scena di Mickey 17 (2025) di Bong Joon-ho

Con queste dinamiche Bong Joon-ho riprende – seppur in maniera decisamente più comica – uno dei temi cardine della sua produzione: l’assoluta insignificanza degli ultimi, degli emarginati, che tutti possono sfruttare, di cui tutti si possono nutrire – e sono totalmente giustificati nel farlo.

Infatti i personaggi intorno a Mickey ci tengono più volte a ribadire come il protagonista abbia scelto la sua condizione attuale, ignorando del tutto una serie di fattori determinati – scarsa alfabetizzazione, estrazione umilissima – da cui è davvero difficile smarcarsi.

E, allora, Mickey non è altro che un corpo.

Corpo

Il corpo è il vero protagonista di Mickey 17.

Tutto parte, come detto, dal corpo del protagonista, che diventa lo strumento chiave per la riuscita dell’intera missione, tanto che può essere continuamente riprodotto e utilizzato per i più diversi fini, financo distrutto nella sua essenza – e senza possibilità di replica.

Una dinamica di sfruttamento che si esprime anche nei contesti più impensabili: la stessa gara per appropriarsi del suo corpo da parte delle due figure femminili, Nash e Kai, ribadisce ulteriormente come si tratti di un oggetto che può essere sfruttato, barattato e financo negoziato a proprio piacimento.

Robert Pattinson in una scena di Mickey 17 (2025) di Bong Joon-ho

Ma il momento di passaggio fondamentale è proprio la vicenda dello strozzino.

Una trama apparentemente secondaria, apparentemente solo un MacGuffin per dare avvio alla storia, che si rivela invece uno spaccato crudelissimo della posizione dei potenti nella società attuale: quando i soldi non sono più così importanti, il potere e il controllo sono il nuovo desiderio insaziabile.

Infatti il suo personaggio gode fisicamente nell’osservare come può fare sostanzialmente quello che vuole su dei corpi che ha in qualche modo comprato, anzi incastrato all’interno di un sistema ben congegnato che può risolversi solo con la loro morte.

Ma non è l’unico corpo sfruttato.

Colonialismo

Mark Ruffalo in una scena di Mickey 17 (2025) di Bong Joon-ho

Lo sfruttamento ha diverse forme.

Infatti la missione di Marshall era finalizzata ad una presa di possesso senza possibilità di scampo del nuovo pianeta, raccontata quasi come un atto sessuale – spargere il seme – financo come un atto parassitarioinfestare il nuovo ambiente.

Ed effettivamente il comportamento dei protagonisti è quello proprio del colonizzatore di turno, che distrugge qualunque ostacolo si ponga sul suo cammino, e che anzi identifica qualunque essere non uguale a lui come un nemico da distruggere ad ogni costo.

E invece risulta col tempo chiaro che il comportamento dei cosiddetti striscianti – in originale creepers – era di naturale curiosità verso i nuovi arrivati, tanto da volerli toccare, assaggiare in maniera del tutto pacifica, senza desiderare di fargli guerra o di annientarli come gli invasori quali sono.

Eppure, lo sfruttamento deve andare fino in fondo.

Sfruttamento

Mark Ruffalo e Toni Collette in una scena di Mickey 17 (2025) di Bong Joon-ho

Il terzo atto mette, anche se potrebbe non sembrare, un punto alla riflessione.

Se fino a questo momento avevamo assistito allo sfruttamento del corpo di Mickey, l’abuso infine si espande oltre i confini della nave, andando a coinvolgere gli innocui striscianti – che diventano bersaglio dell’interesse morboso di Qwen, la cui salsa è sostanzialmente il loro sangue…

…sia, più in generale, il pianeta intero.

In questo modo Mickey 17 definisce la portata del suo racconto: una narrazione graffiante quanto parossistica di quanto la mano dei potenti si espanda ben oltre il semplice arricchimento, andando a coinvolgere uno sfruttamento del corpo – umano o animale – e dell’ambiente – svuotandolo delle sue risorse e, inevitabilmente, danneggiandolo.

Ma rimane un ultimo punto da chiarire.

Mickey 17 sogno e finale significato

All’interno di una condanna piuttosto definitiva alla classe dirigente, Bong Joon-ho sceglie di includere anche una sorta di presa di consapevolezza degli oppressi, ricordando loro come possono essere la causa dello sfruttamento quanto il motore del cambiamento.

Infatti nel sogno Mickey osserva Qwen mentre stampa nuovamente Marshall, incoraggiandolo a nutrirsi della sua nuova salsa – il sangue, forse quello dello stesso marito? – e che gli ricorda che questo è quello che vuole veramente.

Ne consegue così un’enigmatica invettiva verso la parte bassa della società che finisce per sostenere personaggi davvero inaccettabili – i cui esempi contemporanei si sprecano – che non hanno mai desiderato la loro salvezza – da cui la profonda disparità di trattamento – ma che li hanno sempre e solamente sfruttati per i loro fini.

Per questo, quando Qwen cerca nuovamente di ingannare Mickey, cercando di convincerlo della sua esistenza – ed importanza – il protagonista ha un risveglio di consapevolezza riflettendo su come il suo alter ego – Mickey 18 – avrebbe reagito…

…ovvero, togliendo definitivamente importanza allo sfruttatore.

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Bong Joon-ho Commedia Commedia nera Drammatico Film Grottesco

Parasite – Ritornare sottoterra

Parasite (2019) è considerato ad oggi il capolavoro della filmografia di Bong Joon-ho, che contribuì alla riscoperta del cinema coreano in Occidente.

A fronte di un budget piccolino – 11.4 milioni di dollari – è stato un ottimo successo commerciale: 262 milioni di dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla Parasite?

La famiglia Kim vive ai margini della società in una condizione di povertà devastante, districandosi nei problemi della vita fra furbizie e lavori occasionali. Ma forse la possibilità di riscatto è dietro l’angolo…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Parasite?

Choi Woo-shik e Park So-dam in una scena di Parasite (2019) di ‎Bong Joon-ho

Assolutamente sì.

Parasite è uno spaccato dolorosissimo della società sudcoreana, già tratteggiato nei precedenti film della produzione di Bong Joon-ho, ma qui raccontato in maniera ancora più tagliente e devastante, creando un sottofondo comico sublime quanto ingannevole…

…che infine esplode in un thriller totalmente inaspettato, ma che svela la realtà di una dinamica apparentemente comica e irriverente, ma che risulta infine fin troppo reale e drammatica – e senza possibilità di scampo.

Insetto

La famiglia Kim in una scena di Parasite (2019) di ‎Bong Joon-ho

La famiglia Kim è un insetto.

Il paragone cardine della pellicola viene inaugurato immediatamente, e continuamente insistito perché rimanga nella mente dello spettatore per tutto il primo comicissimo atto: i protagonisti sono parassiti persino della connessione WiFi dei loro vicini…

…cannibalizzando tutto quello che possono, persino mettendo a rischio la loro stessa vita, pronti anche a farsi intossicare col veleno per le blatte pur di ottenere qualcosa gratuitamente.

Choi Woo-shik e Park So-dam in una scena di Parasite (2019) di ‎Bong Joon-ho

Una dinamica che diventa ancora più drammatica quando scopriamo progressivamente quanto la famiglia non manchi di inventiva e di conoscenze che però non ha la possibilità di mettere in pratica, frenata dalla propria condizione limitante, e capace di esprimerla esclusivamente per fini non esattamente onesti.

Eppure forse l’occasione di riscatto è a portata di mano…

Ingenuità

Choi Woo-shik e Park So-dam in una scena di Parasite (2019) di ‎Bong Joon-ho

Il primo atto è fin troppo celere.

Ancora una volta Bong Joon-ho ci incastra in una trama comica che è solamente uno specchietto per le allodole, da cui uno svolgimento piuttosto rapido e fin troppo semplice della dinamica della famiglia Kim che si intrufola nella magione dei Park.

E infatti tutta la situazione è irresistibilmente comica, e ci fa involontariamente parteggiare per la famiglia protagonista, che finalmente ottiene il suo riscatto nel fare la pelle a quella classe sociale che l’ha sempre messi ai margini, spinta sottoterra, lontano dalla loro vista.

Choi Woo-shik in una scena di Parasite (2019) di ‎Bong Joon-ho

Eppure, è tutto un grande miraggio.

La dinamica del primo atto racconta chiaramente l’illusione di una classe sociale irreversibilmente impoverita, ma che sogna di potersi smarcare anche piuttosto facilmente dalla propria situazione, riuscendo ad ingannare un sistema che invece la tiene bloccata nella propria, tragica posizione.

Una consapevolezza che è propria solamente del patriarca, Ki-taek, che prima incoraggia il figlio ad avere un piano di vita che lui invece rigetta, proprio per consapevole di come diversamente le situazioni infauste si abbattano sulla sua famiglia rispetto ai Park.

E infatti la pioggia è estremamente rivelatoria.

Posizione

La pioggia di Parasite è il momento della rivelazione.

La gita fuori porta della famiglia Park sembra l’apice del riscatto della famiglia Kim, che finalmente può godersi liberamente la casa tutta per sé, la magione che ha così furbescamente sottratto ai suoi proprietari, già sognando di potersene definitivamente impossessare.

E invece la verità viene a bussare alla porta.

Il ritorno dell’ex-governante, Moon-gwang, porta i protagonisti a ridiscendere nella realtà della loro condizione parassitaria, di una classe sociale devastata dal debito e dalla povertà che può solo raccogliere le briciole di chi sta sopra.

E, al di là della grottesca guerra fra poveri che si instaura nell’atto centrale, il momento più significativo è la rivendicazione di Geun-sae, il cui discorso è totalmente funzionale a creare un collegamento strettissimo fra la sua condizione inumana e quella della famiglia Park…

… ulteriormente ribadita dal ritorno dei veri proprietari.

La sequenza notturna della casa è il momento di sottile quanto devastante presa di consapevolezza da parte di Ki-taek: i protagonisti perdono la propria umanità, sgusciando negli anfratti della casa come insetti, nascondendosi sotto ai letti, sotto ai tavoli…

E, in questa nuova posizione, il patriarca della famiglia Kim origlia i veri sentimenti della classe che l’ha oppresso per tutta la vita, in un climax di umiliazione sempre più angosciante, passando dall’aperto disgusto – il loro odore – alla esplicita feticizzazione – le mutande di Ki-jung.

E non è finita qui.

Limite

La scena della casa allagata di Parasite (2019) di ‎Bong Joon-ho

La sequenza del ritorno a casa è estremamente rivelatoria.

La famiglia Park si ritrova a nuotare nei propri escrementi, ma, mentre la figlia si arrampica sul gabinetto per evadere – come per tutto il resto della pellicola – dal disgusto della sua condizione, al contrario Ki-taek rimane immerso nella sua posizione, non volendola più negare.

Song Kang-ho in una scena di Parasite (2019) di ‎Bong Joon-ho

E così, conseguentemente, se tutti i componenti della famiglia accettano più o meno di buon grado la proposta della famiglia Park di farsi comprare, il patriarca cova evidentemente un senso di angoscia e insofferenza, che già si intravede nella preparazione dello spettacolo, quando il Signor Park ribadisce:

Ti stiamo pagando un extra.

Ma la miccia che scatena la rivolta è quanto piu significativa: non l’aggressione dell’ormai fuori controllo Geun-sae, ma piuttosto la reazione del miliardario, totalmente disinteressato alla sorte dell’assassino, anzi apertamente disgustato per il fetore che rappresenta quella gente.

E allora tocca a Ki-taek spezzare definitivamente le apparenze e accoltellare il suo padrone, in una scintilla improvvisa di consapevolezza, di cui si pente immediatamente, ritorno ancora una volta al suo posto sotto la famiglia Park e continuando a vivere il sogno evidentemente irrealizzabile di riscatto sociale…

…adorando la figura del defunto Signor Park come salvatore e martire.

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Bong Joon-ho Drammatico Fantascienza Film Racconto di formazione

Okja – La cattiva favola

Okja (2017) di Bong Joon-ho è un dramma fantascientifico e il suo secondo film in lingua inglese.

È stato distribuito direttamente su Netflix.

Di cosa parla Okja?

USA, 2007. Lucy Mirando è la nuova CEO della problematica azienda di famiglia, e cerca di rilanciarsi con un progetto curioso quanto intraprendente: allevare una nuova specie di super maiali.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Okja?

Ahn Seo-hyun (Mija) in una scena di Okja (2017) di Bong Jo-Hoon

In generale, sì.

Per quanto Okja non possa essere certamente considerato uno dei film più brillanti della filmografia di Bong Joon-ho, risulta al contempo una buona favola ambientalista con poche sbavature, e che mi ha lasciato complessivamente un buon sapore in bocca.

Infatti, per quanto il taglio non sia certamente graffiante come in altre pellicole del regista sudcoreano, al contempo riesce ad essere una pellicola con i piedi per terra, che non vuole accontentare lo spettatore, ma bensì educarlo.

Insomma, dategli una possibilità.

Introduzione

Ahn Seo-hyun (Mija) in una scena di Okja (2017) di Bong Jo-Hoon

La qualità della scrittura di Okja si nota fin dall’introduzione dei protagonisti.

Dopo un rapido prologo dedicato al progetto Mirando, il film ci catapulta nel presente per farci conoscere da vicino i protagonisti della storia, definendone i caratteri con pochi tratti essenziali e con una assoluta naturalezza di scrittura – in altre parole, senza scadere nel facile didascalismo.

Infatti, anche se i protagonisti non si scambiano che poche parole, comprendiamo immediatamente il loro stretto rapporto, definito dal crescere insieme e dal supportarsi l’un l’altra, in particolare sottolineando come Okja non sia una bestia da soma, ma anzi un animale piuttosto ingegnoso.

Ahn Seo-hyun (Mija) in una scena di Okja (2017) di Bong Jo-Hoon

Il quadro si conclude col breve dialogo con il nonno di Mija, che racconta la fin troppo ingenua illusione della protagonista di poter continuare a vivere con Okja sulle montagne senza le interferenze di Mirando – scenario che noi spettatori intendiamo fin da subito come impossibile.

E, infatti, la multinazionale sta già bussando alla porta.

Apparenze

Tilda Swinton (Lucy Mirando) in una scena di Okja (2017) di Bong Jo-Hoon

La strategia di Mirando è tutta apparenza.

Lo dimostra anzitutto l’arrivo del Dr. Wilcox, la cui insofferenza per dei luoghi effettivamente naturali e selvaggi racconta come non sia nient’altro che un becero prodotto televisivo – con, fra l’altro, un Jake Gyllenhaal in uno dei ruoli probabilmente più divertenti della sua carriera.

Altrettanto di facciata è tutta l’operazione dei supermaiali, solo apparentemente una nuova razza scoperta e allevata in maniera certosina per premiare il più meritevole, in realtà semplicemente un’ambiziosa strategia di marketing per vendere un prodotto OGM.

Tilda Swinton (Lucy Mirando) in una scena di Okja (2017) di Bong Jo-Hoon

In generale, Okja riesce a raccontare anche in maniera piuttosto vincente i metodi estremamente ingannevoli con cui da anni le multinazionali cercando di ripulirsi l’immagine per rendersi più vendibili ad un pubblico almeno sulla carta più consapevole riguardo alle questioni ambientali…

…ma con una costruzione talmente artefatta che basta veramente poco perché – come si vede appunto nel film – la stessa crolli su se stessa, vivendo di una costante strumentalizzazione di simboli e personaggi che vengono sistematicamente svuotati del loro significato originario.

Ma l’altra parte è davvero migliore?

Costo

Paul Dano in una scena di Okja (2017) di Bong Jo-Hoon

Un grande merito di Okja è il non dare una divisione netta delle due parti.

Se infatti Lucy Mirando non è una spietata calcolatrice, ma una figlia sana del capitalismo, al contempo le figure del gruppo FLA non appaiono come dei salvatori senza macchia, ma anzi vengono ritratti nella loro più interessante scala di grigi.

Ahn Seo-hyun (Mija) in una scena di Okja (2017) di Bong Jo-Hoon

Infatti, per quanto si propongano come gli eroi della storia, in realtà finiscono anche loro per strumentalizzare Okja per dimostrare la loro tesi – come si rendono ben conto davanti alla visione raccapricciante della fecondazione forzata che il super maiale deve subire anche per colpa loro.

E, soprattutto nella conclusione della pellicola, diventa tanto più fondamentale definire i limiti di entrambe le parti in gioco, proprio a rappresentare una situazione spinosa e dalla non facile soluzione, per un film che non vuole illudere lo spettatore, ma dargli anzi uno spaccato realistico del suo presente.

Infatti, l’unica che vince è proprio Mija.

Consapevolezza

La maturazione di Mija è forse il lato più amaro della pellicola.

La protagonista viene infatti catapultata all’interno di uno scenario che non contempla una parte assolutamente positiva che si contrappone ad uno schieramento assolutamente negativo, ma bensì un sistema profondamente corrotto e la cui salvezza è ancora lontana.

Una situazione tanto più angosciante all’arrivo al mattatoio, sequenza che cerca il più possibile di rimanere coi piedi per terra per un racconto che poteva essere facilmente dato in pasto al pubblico, ma che invece nel suo realismo è già abbastanza impattante.

Ahn Seo-hyun (Mija) in una scena di Okja (2017) di Bong Jo-Hoon

Ed è tanto più interessante che la pellicola, diversamente da altri prodotti analoghi, non si concluda positivamente, ma anzi diventi sempre più amara nel rappresentare come, nonostante la situazione inumana degli allevamenti sia sotto agli occhi di tutti, un prodotto conveniente riuscirà sempre a vincere sul mercato.

Per questo la grande consapevolezza di Mija nel finale è che, almeno per ora, non può battere il sistema, e se vuole ottenere quello che vuole – la salvezza di Okja – può solo ragionarci con le sue stesse armi: diventare la prima acquirente del tanto desiderabile super maiale.

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Snowpiercer – Lo scontro di tendenze

Snowpiercer (2013) è il primo film in lingua inglese di Bong Joon-ho.

A fronte di un budget abbastanza importante – 40 milioni di dollari – non è stato purtroppo un gran successo commerciale, riuscendo appena a doppiare i suoi costi di produzione.

Di cosa parla Snowpiercer?

2031. In un mondo in cui l’umanità è stato sterminata da una nuova Era Glaciale, gli ultimi sopravvissuti vivono stipati in un treno che viaggia ininterrottamente intorno alla Terra. Eppure i problemi sono gli stessi di sempre…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Snowpiercer?

Chris Evans e Song Kang-ho in una scena di Parasite (2013) di Bong Joon-ho

In generale, sì.

Grazie a questa seconda visione ho complessivamente rivalutato Snowpiercer, in quanto, con una consapevolezza maggiore dell’opera del maestro coreano, è riuscito più facile cogliere il racconto tematico che viene imbastito in maniera anche piuttosto vincente…

…ma che, a mio parere, rimane comunque sporcato da una tendenza al sensazionalismo spicciolo, che finisce spesso per appiattire un riflessione ben più profonda, rendendo in molti punti la narrazione claudicante e poco pensata.

Però, dategli comunque un’occasione.

Coda

Chris Evans in una scena di Parasite (2013) di Bong Joon-ho

Il primo atto del film è un’ottima introduzione da tutti i punti di vista.

La narrazione riesce infatti ad abbracciare solidamente i personaggi e la loro condizione iniziale, mostrandoli, grazie anche ad una fotografia piuttosto desaturata e ricca di chiaroscuri, costretti in una bolgia senza scampo, ammassati uno sopra l’altro.

Ed altrettanto ben definito è il trattamento opprimente da parte del resto del treno, che vede la Coda come un peso insopportabile, un invasore che può godere solamente del minimo indispensabile, e che deve anzi sopportare ogni tipo di sopruso.

Chris Evans in una scena di Parasite (2013) di Bong Joon-ho

In questo frangente è anche ben definito l’elemento più strettamente intrattenitivo: la costruzione di un climax crescente di tensione verso il misterioso piano di Curtis, che sembra quasi dialogare con il pubblico stesso, intimandolo di aspettare il momento giusto.

E, con l’arrivo della malefica Mason, il quadro tematico è completo.

Piede

Tilda Swinton in una scena di Parasite (2013) di Bong Joon-ho

Il discorso del personaggio di Tilda Swinton non è altro che l’esplicazione di un concetto già definito.

Memore della famosa parabola di Agrippa, Mason accompagna la dolorosa punizione del ribelle con un sermone educativo, che ribadisce l’importanza dei ruoli all’interno del corpo e quindi del treno, in cui ognuno ha il proprio posto definito all’interno di un grande schema che altrimenti crollerebbe su se stesso.

Un discorso che si collega perfettamente alla contemporaneità – con discorsi e immagini poi riprese anche in Parasite (2019) – di una società – nello specifico quella sudcoreana – in cui l’ascensore sociale è fermo e il classismo è il grande protagonista di un sistema che rivendica il suo ordine naturale.

Tilda Swinton in una scena di Parasite (2013) di Bong Joon-ho

Ma il discorso si aggrava, diventando, anche più attuale, se si pensa che gli abitanti della Coda si trovano in una condizione di assoluta miseria proprio per l’azione stessa della Testa del treno, che ha distrutto l’ambiente e ha poi concesso solamente ai suoi simili di salvarsi.

Per questo il tunnel di Curtis è tanto più significativo, perché rompe – letteralmente e metaforicamente – le barriere impenetrabili che dividono le classi sociali, forzando un sistema che risponde colpo su colpo ad ogni tentativo di ribellione. 

E da questo elemento si sviluppa l’ottimo concetto finale. 

Contenere

L’ultima classe è sacrificabile in più sensi.

La filosofia di un sistema perfetto da mantenere integro, anche eliminando le sue parti più deboli, racconta come ogni tentativo di ribellione sia in realtà orchestrato in funzione della sopravvivenza della Testa, all’interno di una filosofia apparentemente razionale, in realtà totalmente discriminatoria.

Un utilizzo delle leve di pancia della massa che ricordano più da vicino tendenze politiche emerse quasi un decennio più tardi dall’uscita del film, in cui improbabili – ma molto furbi – capipolo irrobustiscono la loro posizione di potere lucrando sulle paure del popolo in maniera sempre più viscerale.

Chris Evans in una scena di Parasite (2013) di Bong Joon-ho

E la debolezza del sistema è tanto più significativa con lo svelamento di un motore a pezzi, che può essere salvato solamente costringendo le nuove generazioni della Coda a compiere attività meccaniche e alienanti – esattamente come la classe operaia un tempo, e la realtà proletaria ed immigrata oggi.

Eppure, questo discorso è costantemente indebolito.

Sensazionalismo

Chris Evans in una scena di Parasite (2013) di Bong Joon-ho

È evidente che Snowpiercer non sia del tutto una creatura di Bong Joon-ho.

Infatti, per quanto tutti i discorsi di cui sopra siano validissimi e il regista coreano abbia fatto veramente del suo meglio per farli emergere, si è altrettanto pesantemente dovuto scontrare con una produzione che ha cercato il più possibile di rendere il prodotto vendibile – per cui i noti scontri con Weinstein sono solo la punta dell’iceberg.

Questo si traduce con due tendenze che ho davvero poco apprezzato.

Da una parte, un devastante sensazionalismo, visivo e di scrittura, che rende molte scene fin troppo eccessive e caricate nei toni, quasi ad esasperare un taglio grottesco da sempre proprio del regista coreano – in cui spicca la famosa scena della scoperta di cosa contengono le barrette proteiche.

Dall’altra, scene di azione spesso piuttosto affrettate e fin troppo confusionarie, con personaggi che entrano ed escono di scena senza che gli sia concesso il dovuto spazio, andando soprattutto a colpire l’atto finale, che risulta molto meno vincente proprio per una poca chiarezza della messinscena.

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The Host – La responsabilità mostruosa

The Host (2006) di Bong Joon-ho è un film di fantascienza che anticipò molti temi importanti della nostra contemporaneità.

A fronte di un budget molto piccolo – circa 11 milioni di dollari – è stato un ottimo successo commerciale, con quasi 90 milioni di incasso.

Di cosa parla The Host?

In un laboratorio di Seul, una coppia di scienziati sceglie di versare nel fiume una sostanza tossica, perché tanto che vuoi che succeda…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere The Host?

Assolutamente sì.

Come altri titoli della filmografia di Bong Joon-ho, The Host vuole raccontare molto più di quello che sembra: pur seguendo – e, spesso, smentendo – i canoni classici del genere, il cineasta coreano amplia la narrazione in più direzioni, a suo modo anche molto avanguardistiche.

Infatti, davanti ad una trama tutto sommato molto lineare, si sviluppa una narrazione sotterranea che in realtà, se si coglie la giusta linea interpretativa, è altrettanto intuitiva, e che riflette lucidamente su un tema fondamentale del nostro secolo.

Insomma, non ve lo potete perdere.

Colpa

La colpa è nostra.

L’antefatto della vicenda sembra la classica introduzione di un monster movie in cui un gruppo di personaggi diventa inconsapevolmente la causa della creazione della minaccia protagonista, in questo caso versando liquidi tossici nel fiume senza la minima consapevolezza delle conseguenze.

Song Kang-ho in una scena di The Host (2006) di Bong Joon-ho

Ma c’è molto di più.

Abbracciando la lettura per cui The Host è in realtà uno spaccato dell’inconsapevolezza umana davanti al disastro ambientale a cui sta sottoponendo il proprio pianeta, l’incipit della vicenda racconta come l’umanità inquini il suo habitat nella plateale illusione di non doverne mai subire le conseguenze.

Ma, appunto, è solo l’inizio.

Dormiente

Song Kang-ho in una scena di The Host (2006) di Bong Joon-ho

L’introduzione di Park Gang-du ha due funzioni.

Dal punto di vista puramente narrativo, la stessa è l’esempio principe di come tratteggiare un personaggio utilizzando unicamente il linguaggio visivo: il protagonista è inerte, un danno e un peso per la sua famiglia – dai cui la testa pesante che deve essere sollevata per prelevare il denaro per gestire il negozio…

…insomma, non è l’eroe di cui avremmo bisogno.

Ma c’è di più.

Song Kang-ho in una scena di The Host (2006) di Bong Joon-ho

Park Gang-du prosegue puntualmente il racconto dell’inconsapevolezza umana, ora unendosi alla tragica quanto emblematica folla che alimenta stupidamente il mostro appena questo si palesa dall’acqua, inquinando deliberatamente un habitat già pesantemente aggredito dalla sua presenza…

…ora quando non riesce a salvare la figlia, e, per esteso, quando non riesce a preservare, a condurre la sua stessa specie verso il futuro, diventando costantemente vittima della sua incapacità di gestire la situazione, conducendo in salvo la persona sbagliata.

Eppure, non è solo.

Mostrare

La più grande sfida al genere di The Host è la gestione del mostro.

Tipicamente lo stesso viene progressivamente rivelato lungo la pellicola, proprio per alimentare la curiosità dello spettatore che lo scopre pezzo per pezzo, dettaglio per dettaglio – come film fondativi del genere, fra cui The Thing (1982), insegnano.

Al contrario, Bong Joon-ho sceglie di mostrare la creatura fin da subito, proprio a raccontare come si tratti di un problema estremamente evidente davanti agli occhi di un’umanità inconsapevole che cerca di contrastarla disordinatamente e in maniera sempre più inefficace.

Ma la nostra attenzione è altrove.

Song Kang-ho in una scena di The Host (2006) di Bong Joon-ho

Il litigio della famiglia riunita davanti alla morte della piccola Hyun-seo racconta, da una parte, come egoisticamente ci azzuffiamo fra di noi per pure egoismo e ripicca, senza riuscire ad avere uno sguardo d’insieme che ci permetta di affrontare la minaccia.

Dall’altra, la reazione sciacallica dei giornalisti racconta come la collettività dia importanza all’aspetto più sbagliato, più frivolo della vicenda, o, meglio, alle sue lacrimose conseguenze, incapace però di riflettere sulla radice del problema.

Ma, di fatto, qual è il problema?

Problema

La via per la risoluzione è totalmente ingannevole.

La scelta infatti di ridurre la minaccia ad un unico elemento – il virus – racconta proprio come l’umanità cerchi di concentrare la sua attenzione su un unico problema che, una volta eliminato, risolverebbe la totalità della situazione con il minimo sforzo. 

E invece, la consapevolezza che questo virus non esiste è significativa per raccontare come si tratti di un problema fantasma, uno specchietto per le allodole che banalizza terribilmente la complessità della crisi climatica e ambientale che stiamo vivendo.

Per questo l’unico modo per affrontarlo è facendo fronte comune.

Scelta

La famiglia Park è distrutta internamente.

Il nucleo familiare è raccontato fin da subito come fragilmente tenuto insieme dalla figura del patriarca, rappresentativo della vecchia generazione che racconta la consapevolezza delle sue colpe nei confronti dei figli – aver fatto crescere debolmente Gang-du…

…e, al contempo, del rispetto delle autorità che costantemente le si mettono contro.

E infatti la sua morte è causa della definitiva dispersione dei personaggi, i cui sforzi singoli e maldestri raccontano un’umanità che agisce individualmente con timidi e poco pensati passi nella giusta direzione, che diventano effettivamente risolutivi quando si uniscono le forze.

Ma la conclusione non è del tutto felice.

Song Kang-ho in una scena di The Host (2006) di Bong Joon-ho

Nonostante gli ampi sforzi di tutti i personaggi, gli stessi non riescono a salvare la nuova generazione – Hyun-seo – ma un altro, apparentemente secondario personaggio, risultato di un’eredità mutilata: il giovanissimo amico della figlia defunta.

Infatti la chiusura della pellicola è rappresentativa della via felice della collettività, che smette di concentrarsi sulle conseguenze delle sue colpe – il chiassoso notiziario – ma di coltivare invece una generazione orfana e profondamente scossa internamente…

…ma che, tutto sommato, può essere ancora salvata.

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Bong Joon-ho Comico Drammatico Film Giallo Grottesco Mistero

Memorie di un assassino – Le parallele intersecate

Memorie di un assassino (2003) è il secondo film della ricca filmografia di Bong Joon-ho.

A fronte di un budget piccolissimo – appena 2,8 milioni di dollari – anche grazie alla distribuzione in Occidente a quasi vent’anni dall’uscita, è stato un ottimo successo commerciale: 12 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla Memorie di un assassino?

Corea del Sud, 1986. In una piccola cittadina di campagna si susseguono una serie di omicidi piuttosto efferati nei confronti di giovani donne. E i metodi di indagine della polizia sono quantomeno dubbi…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Memorie di un assassino?

Song Kang-ho e Kim Sang-kyung in una scena di Memorie di un assassino (2003) di Bong Joon-ho

Assolutamente sì.

Memorie di un assassino rappresenta un punto di partenza fondamentale per ricoprire la filmografia di Bong Joon-ho, che già qui presenza la sua cifra distintiva fra comico, grottesco e drammatico, in un incontro piuttosto peculiare, ma estremamente efficace.

Di fatto il film inganna lo spettatore facendogli credere che la via verso il finale è già segnata e che lo sviluppo della storia sarà piuttosto lineare, riuscendo invece a sorprenderlo in un’evoluzione dei personaggi veramente sottile e perfettamente calibrata.

Insomma, da riscoprire.

Metodi

Song Kang-ho in una scena di Memorie di un assassino (2003) di Bong Joon-ho

I metodi della polizia sono quantomeno discutibili.

Park Du-man si fa largo all’interno di un caso spinosissimo a colpi di intuizioni senza alcuna base logica e con un atteggiamento fin subito aggressivo e perentorio, volto a individuare immediatamente il colpevole perfetto per chiudere il caso nel minor tempo possibile.

E, in maniera davvero sorprendente, la regia rende questo aspetto della vicenda apertamente grottesco, ma senza banalizzare la questione, anzi usandola come strumento per definire caratterialmente le due figure dei detective protagonisti e del panorama in cui si muovono.

Song Kang-ho in una scena di Memorie di un assassino (2003) di Bong Joon-ho

I due poliziotti infatti sono incastrati in un contesto sociale particolarmente gretto, in cui le investigazioni vengono condotte, nella quasi totale mancanza di mezzi, quasi totalmente alla cieca, per i sentito dire, per i pettegolezzi che si rincorrono e chiusi grazie al tribunale popolare che sembra avere sempre la meglio.

E in questo senso l’arrivo del nuovo detective è emblematico.

Parallela

Song Kang-ho e Kim Sang-kyung in una scena di Memorie di un assassino (2003) di Bong Joon-ho

Seo Tae-yun subisce immediatamente la giustizia sommaria.

In un contesto in cui il minimo indizio può portare alla condanna, il semplice chiedere indicazioni diventa stalking e la situazione precipita anche simbolicamente in un fosso, e ogni tentativo di recuperare la situazione – aiutare la donna a risalire – diventa invece la prova definitiva che lo porta ad essere ammanettato alla macchina.

E questo breve ma significativo incontro già basta per intraprendere un’indagine parallela, del tutto estranea ai disordinati tentativi di creare un caso sul primo malcapitato che si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato, seguendo invece la pista seminata dalla ben più attenta Kwon Kwi-ok, l’unica che trova una prova concreta.

Così finalmente il detective riesce a costruire una rete di indizi effettivamente significativa, basata su effettivi indizi, testimoni e collegamenti un minimo credibili fra i vari elementi in gioco, che lo portano in direzione di una figura apparentemente insospettabile.

Ed è a questo punto che Memorie di un assassino mi ha sorpreso.

Costretto

Kim Sang-kyung in una scena di Memorie di un assassino (2003) di Bong Joon-ho

La direzione del film appare chiara, quasi scontata.

Lo spettatore e lo stesso detective si aspettano di riuscire a seguire una linea chiara che li porterà ad inchiodare il vero colpevole, soprattutto grazie alle insperate tracce di sperma, che potrebbero essere la prova schiacciante per condannare quello che ormai sembrava il killer designato.

Questa ritrovata sicurezza conduce gradualmente Seo Tae-yoon ad avere una visione sempre meno oggettiva del caso e un’ossessione crescente verso il colpevole, che sembra scivolargli dalle mani ad ogni nuovo assassinio che non è riuscito a sventare.

Per questo l’arrivo dei test del DNA, l’unica via che ormai gli sembrava percorribile per arrestarlo, nella sua totale inutilità definisce l’ultimo atto del suo fallimento, che lo porta, di fatto, ad essere tutto quello che odiava:

esecutore di una giustizia sommaria.

Memories of a Murder finale

Il finale di Memories of a Murder è il suo punto più alto.

Nonostante Park Du-man sembra essersi lasciato il caso alle spalle, il destino lo riporta inevitabilmente nel primo luogo del delitto, dove ammette che effettivamente non c’è più niente da vedere, nonostante la regia indugi su un eloquente primo piano stretto che racconta l’aspettativa del personaggio di trovare qualcosa.

Song Kang-ho in una scena di Memorie di un assassino (2003) di Bong Joon-ho

E infine quel solitario scalo fognario diventa il punto di incontro mai prima riuscito fra il killer misterioso e il detective, che pende dalle labbra dell’unica, nuova testimone, ancora una volta incapace di dargli la prova schiacciante per chiudere il caso.

E ora?

Ci chiede Park Doo-man guardandoci direttamente negli occhi.

Sipario.