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The Master – Una prigione per un’altra

The Master (2012) è forse uno dei film più intrinsecamente complessi di Paul Thomas Anderson, e il primo con protagonista Joaquin Phoenix – che tornerà a collaborare con il cineasta per il successivo Vizio di forma (2014).

A fronte di un budget abbastanza impegnativo – 35 milioni di dollari – non è riuscito neanche a coprire i costi produttivi.

Di cosa parla The Master?

Freddie è un veterano di guerra che non riesce a riconnettersi al mondo materiale e reale per una serie di psicosi di difficile risoluzione. Ma forse quello che gli serve veramente è una nuova famiglia…?

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere The Master?

Assolutamente sì.

Nonostante, come detto, The Master sia probabilmente uno dei film più complessi della filmografia di Paul Thomas Anderson, anche per questo vale una o, meglio, più visioni per comprenderne la complessa simbologia e struttura.

Se, infatti, a primo impatto la pellicola apparirà sostanzialmente incomprensibile, ad una successiva visione, appena se ne sarà interiorizzata la complessità, comincerà a svelarsi davanti ai nostri occhi nella sua spettacolare meraviglia.

Simbolo

Freddie vive in una prigione di simboli vuoti.

Lo stress postraumatico non è il ricordo della trincea, ma bensì l’essere costretto ad abbandonare una realtà accogliente, costruita sui simboli più immediati e selvaggi del machismo, della sfacciata oggettificazione del femminile, e della conseguente convinzione di poterlo possedere a proprio piacimento.

Ne è chiara immagine la sequenza sulla spiaggia – che, non a caso, chiuderà anche la pellicola – in cui il protagonista mima l’atto sessuale su una sagoma di donna ricreata proprio per questo fine, tanto da apparire quasi come una bambola gonfiabile posticcia.

Eppure, l’atto sessuale, come si vede subito dopo, è solitario e ambiguo: Freddie non possiede effettivamente una donna e il suo è semplicemente un modo per dare sfoggio di un’identità da uomo dominante e sicuro di sé nel manipolare un femminile che in realtà non possiede.

Chiude il cerchio la sequenza dell’annuncio radiofonico della fine della guerra, in cui assistiamo ad un Freddie intrappolato in un sottomarino che continua a lavorare per trovare conforto – l’acqua – in una realtà – la guerra – che l’ha intrappolato, ma che al contempo gli ha permesso di esprimersi nella sua forma più semplice ed istintuale.

E la costrizione è continua.

Costrizione

Freddie è costretto ad essere l’uomo che non vuole essere…

…e che non riesce ad essere.

Il passaggio dal mondo militare al mondo reale è definito da due sedute psicologiche, in cui la società cerca di inquadrarlo e quindi di spezzare la facciata machista, fallendo al primo tentativo – le macchie di Rorschach sono solo un’ulteriore occasione di ostentazione – ma riuscendo, con la seconda, a penetrare la radice del problema.

L’identità di Freddie è così fragile proprio perché cerca un rifugio immediato dopo la perdita del punto di riferimento fondamentale: la famiglia, che sogna riunita intorno ad un tavolo a celebrare un momento quotidiano che gli sarà per sempre precluso, portandolo ad un’opprimente solitudine che è incapace di contrastare.

E la via d’uscita è rappresentata da Doris, giovane donna che prenderà una forma fisica solamente nel secondo atto, ma che in questo primo frangente è un convitato di pietra nel racconto, anzi nella giustificazione del pianto improvviso per la lettera da lei ricevuta, a cui Freddie non ha mai avuto il coraggio di rispondere.

E allora non resta che scappare, in eterno.

Ruolo

Freddie cerca costantemente di piegare il mondo alle sue necessità, ma fallisce continuamente.

Dalla fine del primo atto di The Master assistiamo ad un intersecarsi più intelligibile fra realtà e sogno, a cominciare dalla presunta relazione con la donna intravista al centro commerciale, che si intrufola nell’immaginario di Freddie come un fantasma per vivere una storia d’amore clandestina…

…che però si scontra con una realtà ben più insoddisfacente, come racconta la scena di chiusura al ristorante.

A quel punto, vivendo il suo insuccesso come colpa del ruolo che Freddie non può assumere – compagno e marito – cerca fisicamente di distruggere il presunto consorte della donna, scoppiando in una rissa da cui si immagina di uscire vincitore, portandosi dietro la donna fantasma che, almeno nel sogno, ha ormai conquistato.

E la distruzione del maschile nemico ha il suo apice nell’ultima scena del primo atto, quando Freddie viene accusato di aver avvelenato quell’uomo che aveva proprio le sembianze del padre, che Freddie sente come di aver la colpa e il rimorso di aver distrutto, scatenando così anche la distruzione del nucleo familiare e la sua conseguente solitudine.

Per questo, in un certo senso, Freddie ha bisogno di un nuovo padre.

Famiglia

Per Freddie è incredibilmente facile farsi assorbire da Don.

Il capo del culto tuttavia non lo internalizza immediatamente, ma piuttosto lo rende silenziosamente parte di una scena che Freddie può solo ammirare come spettatore, ovvero la composizione di un ulteriore nucleo familiare sotto alla propria guida…

…proprio come il sogno di Freddie stesso.

E così il protagonista osserva anche le sedute oniriche senza riuscire veramente a comprenderle, anzi cercando di comunicare con gli unici mezzi che possiede – le richieste di sesso – venendo tormentato dalla nuova moglie del figlio di Don, che ha le medesime sembianze ora di Doris, ora della sua proiezione – la donna del primo atto.

La manipolazione di Don è quindi più sottile e controllata, e attira il protagonista nella sua trappola facendogli credere di essere stato lui stesso a volerla, e costringendolo in una serie di regole apparentemente insensate, in realtà utili per costringerlo sotto al suo magistrale controllo, come a volerlo domare.

La prima seduta diventa così strumento per Don per comprendere fino in fondo la profondità del trauma di Freddie, che sembrava aver concretamente la possibilità di intraprendere un percorso relazionale, anzi insistendo a questo fine, per poi vederselo strappare da una realtà – quella militare – in cui si era felicemente rinchiuso.

E la chiusura di quella scena, con un brindisi del distillato di Freddie, suggella il loro rapporto all’interno della concretizzazione del sogno iniziale del protagonista – la famiglia che beve intorno ad un tavolo – che definisce la totale dipendenza di Freddie da Don e dal suo sogno.

Ed è un sogno veramente allettante…

Identità

Don e Freddie sono codipendenti.

Anche se inizialmente potrebbe sembrare che Don sia un guru da manuale, in realtà, più la storia prosegue, più appare evidente la sua estrema convinzione verso la Causa, verso questa idea di liberazione dal presente e dal corpo materiale, abbracciando le infinite possibilità del corpo immateriale e atemporale.

Infatti, accettare il presente come realtà solo temporanea, permette di aprirsi alle infiniti scenari passati e futuri, così da non essere schiavi di un tempo che sembra che ci definisce in maniera stringente, aprendoci invece a nuovi panorami, più fluidi e dalle infinite potenzialità.

Per questo Freddie è la preda perfetta.

Il protagonista è infatti estremamente definito dal suo presente e della sue scelte passate, bloccato in un sistema di simboli netti e senza via di fuga, che lo rendono solo e caotico nel suo agire, eternamente spinto verso la ricostruzione di un nucleo familiare con la donna amata – Doris – che gli è precluso per le sue stesse scelte.

Non a caso Don è l’unico che realmente crede nella possibilità di salvezza di Freddie, nonostante le proteste di tutti gli altri personaggi – specificatamente di Peggy – ed è l’unico che lo insegue anche nella sua continua fuga da una gabbia che crede solo di poter evadere, e in cui ritorna ciclicamente.

Questo concetto è ben raccontato dalla lunga sessione finale, soprattutto quando Freddie vaga da una parete all’altra, come a riconoscere la prigione in cui è intrappolato, ma sostenendo di poterne uscire quando vuole, cercando anche di sforzarsi oltre l’immediato – come nel cambio di colore degli occhi di Peggy.

E, quando infine Don crede di averlo domato, Freddie sfugge totalmente al suo controllo.

Tornare

La conclusione di The Master è una non-conclusione.

Freddie scappa dalla Causa e cerca di tornare alla realizzazione di quel sogno che si era negato – Doris – per vederlo sfumare davanti ai suoi occhi, davanti ad un ulteriore uomo che ha preso il posto che il protagonista ha sempre ricercato, ma mai raggiunto, in un’opprimente circolarità che lo porta inevitabilmente ad essere di nuovo solo.

Come un oracolo, Don cerca nuovamente di penetrare nella sua vita, cerca di ingannarlo raccontagli una vita passata in cui erano compagni di guerra, mettendolo quindi sul suo stesso piano e illudendolo – e forse illudendo anche se stesso – di una relazione non di master e pupil, ma bensì di comune impegno per la causa comune…

…sempre illudendolo di una possibile scelta.

Ma, a sorpresa, Freddie sceglie di irridere Don e la sua causa, fingendo ulteriori possibilità in una vita futura, dove invece Don dichiara che saranno nemici eterni, concludendo il loro incontro con una crudele canzone che racconta il sogno d’amore che Freddie non ha mai potuto realizzare.

E così infine si ritorna agli stessi simboli, alle stesse donne facilmente e sessualmente conquistate – che siano reali o meno, a questo punto, ha poca importanza – con cui Freddie cerca di mimare la sessione di Don, volendo dimostrare a sé stesso di averla ormai assorbita, di saperla facilmente replicare…

…finendo, infine, costretto di nuovo alla situazione iniziale, accanto ad un simbolo scarnificato.

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The Life of Chuck – L’attesa

The Life of Chuck (2025) è un film drammatico diretto da Mike Flanagan con protagonista Tom Hiddleston.

A fronte di un budget sconosciuto, per ora ha avuto un incasso piuttosto misero.

Di cosa parla The Life of Chuck?

La Terra per come la conosciamo rischia di cadere a pezzi, simbolo per simbolo…ma se fosse qualcosa di più personale?

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere The Life of Chuck?

Assolutamente sì.

Con The Life of Chuck, dopo una lunga parentesi orrorifica, Flanagan intraprende un racconto drammatico e riflessivo veramente inaspettato, andando a ricalcare una filosofia non estranea alla sua filmografia, ma arricchita da un taglio più speranzoso che mancava nelle sue recenti più recenti produzioni.

Non manca uno spaesamento iniziale verso una storia che sembra raccontare tutt’altro, ma che merita di essere scoperta  atto dopo atto, diventando limpida solamente nelle sue ultime, fondamentali, battute che riescono perfettamente a chiudere il cerchio.

Didascalia

Tutta la prima parte della pellicola è una incomprensibile didascalia…

…finché non diventa comprensibile.

Flanagan sulle prime sembra portare in scena un film sci-fi dal sapore post-apocalittico, costellato da scomparse improvvise e dal graduale decadimento delle connessioni interne e delle certezze che componevano l’universo umano, con un gruppo di personaggi che sembra vivere solo per raccontarsi.

Eppure, arrivati al finale, il primo atto acquista un significato del tutto diverso.

L’universo rappresentato in realtà non è altro che l’immensità contenuta internamente da Chuck, che progressivamente si sgretola insieme al suo corpo e alla sua memoria – come testimoniano i personaggi che progressivamente scompaiono di scena.

Gli stessi comunque emergono come ricordi flebili nel tempo, massime che hanno definito la vita del protagonista e modellato la sua esistenza in qualcosa di straordinario, che merita di essere celebrato, pur consapevole della fine imminente e del suo essere un personaggio sostanzialmente anonimo.

O, meglio, un personaggio bloccato nell’attesa.

Attesa

Chuck non può controllare la propria esistenza.

La sua pallida vita adulta è stata matematicamente ordinata in un lavoro che il protagonista ha sempre rigettato in favore di una vita dedita ad un movimento più spontaneo e incontrollato – la danza – ma in cui infine si è trovato intrappolato, seguendo le medesime impronte del nonno.

La tragica visione della sua morte imprime evidentemente in Chuck un senso di impotenza, che rende imperativo riprendere il controllo sulla propria esistenza tramite i numeri, lasciandosi alle spalle il sogno danzante e chiudendosi in un controllato grigiore…

…ma non senza una via d’uscita.

La straziante attesa della fine viene spezzata da uno – ma forse non l’unico – momento in cui Chuck ha abbracciato una felice imprevedibilità, in cui si è ricordato degli insegnamenti della nonna, di quel momento in cui l’ha vista rinascere nonostante anche lei, inconsapevolmente, fosse in attesa della propria morte.

In questo modo il protagonista fa suo l’insegnamento di entrambe le figure genitoriali: da un lato si adegua all’idea di attesa e di controllo della stessa, al guardare oltre ai meri numeri per vedere l’immensità che gli stessi nascondono, dall’altra ad abbracciare una vita, nel suo piccolo, semplicemente meravigliosa.

E qui, alla fine, sta tutto il punto della pellicola.

Anonimo

Chi è Chuck?

È una domanda che si rincorre per le bocche dei protagonisti per tutto il primo atto, specchio proprio di un senso di mediocrità che il protagonista sente di soffrire, ma splendidamente incorniciata da una consapevolezza di grandiosità che esiste solo se Chuck stesso accetta che esista.

Nella lezione della sua maestra infatti il protagonista scopre come nel suo essere non contiene solo carne, ossa e un cervello pensante, ma un’immensità di persone, ricordi, oggetti, situazioni che formano un prezioso universo interiore, dotato di una propria vita ed importanza.

Così, in questa piccola ma significativa riflessione a sorpresa dopo produzione più recente segnata dall’orrore e dal rimorso, Flanagan ci racconta come fare propria la meraviglia del piccolo, del quotidiano, come siamo noi stessi padroni di una vita meravigliosa e che vale assolutamente la pena di essere vissuta…

…e non come un’attesa dolorosa della dipartita che arriva inevitabilmente per tutti, ma come una grande, meravigliosa occasione.

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Senior Year – Cosa abbiamo imparato?

Senior Year (2022) di Alex Hardcastle è il suo esordio alla regia ed è un teen movie che ripercorre diversi stereotipi del genere di inizio del Millennio.

Il film è stato distribuito direttamente su Netflix.

Di cosa parla Senior Year?

Steph è all’ultimo anno del liceo e sembra pronta a fare il botto…finché qualcuno non lo fa per lei.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Senior Year?

In generale, sì.

Senior Year forse non si può annoverare fra i prodotti più brillanti del genere teen movie post-Anni Duemila, ma offre comunque degli spunti interessanti per raccontare come i prodotti dell’inizio del Millennio abbiano influito sull’immaginario generazionale.

E così, anche nel suo impianto narrativo semplicistico e la sua morale fin troppo buonista, riesce a dare un insegnamento non banale, ma che, paradossalmente, è più pensato per gli adulti attuali che le nuove generazioni.

Schema

Il racconto del passato di Senior Year è uno specchio perfetto del genere all’inizio del millennio.

Le sciocche manie di protagonismo e la continua competizione fra Stephanie e Tiffany potrebbero essere proprie di un qualunque teen movie del periodo, e sono racconto di un sistema distorto finalizzato unicamente all’apparenza e al divorarsi a vicenda…

…basando la propria esistenza su dei miopi sogni di un futuro perfetto come naturale eco del successo presente, basando la propria felicità sulle esigenze più immediate di approvazione, appartenenza e popolarità – pena rimanere infelicemente ai margini.

Ma è un sogno fragile, derivato da un’esigenza immediata.

Stephanie ricerca nella popolarità una via di fuga da una vita di cui ha già subito abbastanza per la sua giovane età – dal cambio forzato di panorama sociale alla morte prematura della madre – andando a ricercare così una vita apparentemente perfetta che possa cancellare tutti i suoi problemi.

Ma il presente è davvero migliore?

Ideale

Il racconto del presente di Senior Year sembra non giungere davvero al punto.

Da una parte rappresenta il racconto di una società i cui problemi del passato sembrano essersi trasmessi al presente solamente dietro una facciata diversa, senza cancellare le inquietudini che gli adulti ora al comando soffrono ancora.

Per questo la gestione della popolarità di Bri sembra da un lato derivata effettivamente dalle sue azioni lodevoli, dall’altra del tutto montata da sua madre, l’ormai adulta Tiffany, che non ha mai veramente abbandonato le vesti da reginetta del ballo, portando così a delle rappresentazioni incerte sul piano narrativo.

In alcuni frangenti la figlia sembra agire di propria sponte e con gli stessi atteggiamenti della madre – dal non voler seguire Stephanie su Instagram al fare delle feste per VIP a cui né Janet né Jaz sono invitati – altre volte sembra ribellarsi a lei e al suo inseguimento di un sogno che non le appartiene.

Allo stesso modo, la cancellazione di ogni possibilità della discriminazione che Martha ha dovuto subire da adolescente è un evidente nonché maldestro tentativo di aggirare un problema, quando in realtà lo stesso – in maniera ben poco credibile – non sembra proprio esistere, in quanto tutti gli studenti sembrano incredibilmente positivi nel loro agire.

Forse perché la lezione non è per chi vive l’adolescenza oggi, ma per adulti che l’hanno dovuta subire ieri?

Focus

Nella sua semplicità, la morale di Senior Year è un insegnamento intergenerazionale.

La pellicola ci racconta oggi come ieri che l’inseguimento di questo fantomatico successo – ancora più amplificato dall’esposizione sui social media – non sia la reale chiave per la felicità come spesso si pensa, ma anzi che questa folle corsa ad essere i protagonisti della scena può essere più stancante che premiante.

Infatti emerge chiaramente nel corso della pellicola come Stephanie si sia esaurita all’interno di un’effettiva ossessione che l’ha portata a dare più importanza a qualcosa di insignificante e passeggero piuttosto che all’affetto delle persone effettivamente importanti per la sua vita.

Un’ossessione che, fra l’altro, l’ha portata a non rendersi conto della pluralità delle esperienze dei suoi amici, che hanno vissuto in tutt’altra direzione la sua felicità perfetta, e che ne pagano le conseguenze nella vita adulta, nella loro insoddisfazione e inquietudine – mai realmente risolta neanche nel finale.

Ma, paradossalmente, il personaggio più importante è quello di Deanna Russo, che racconta come le possibilità di una giovane donna possano andare molto più in là di una semplice gara di popolarità – la stessa che Tiffany sta vivendo nel presente…

…proprio per bocca di un’attrice come Alicia Silverstone, diva degli Anni Novanta per Clueless (1995), mai riuscita ad affermarsi realmente altrove.

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Bottoms – Tutto cambia, nulla cambia

Bottoms (2023) è il secondo film di Emma Seligman, dopo lo splendido esordio di Shiva Baby, nonché la sua seconda collaborazione con Rachel Sennott.

A fronte di un budget piccolino – 11 milioni di dollari – con la sua limitata distribuzione cinematografica è riuscito appena a coprire i costi di produzione.

Di cosa parla Bottoms?

PJ e Josie sono due ragazze gay, brutte e senza talento – ma sono discriminate solamente per quest’ultime due caratteristiche. Eppure, dal bottom al top la strada – forse – non è così impervia.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Bottoms?

Assolutamente sì.

In un panorama di genere dove sembrava non ci potesse essere un altro Not Another Teen Movie (2001), Emma Seligman arriva con la sua seconda opera con uno spoof movie assolutamente inaspettato e incredibile sottile nei temi.

Infatti, dietro alla facciata irresistibilmente e surrealmente comica, Bottoms racconta un panorama sociale drammatico e straziante, lo deride e lo ritrae amaramente con un lieto fine che non è veramente lieto…

Rivelazione

Bottoms non rivela subito le sue carte.

Anche se il sottofondo comico è evidente, l’incipit della pellicola sembra la classica apertura che racconta il tentativo di rivalsa di due sfigate nel nuovo anno scolastico, e così i ridicoli accenni al presunto passato burrascoso delle due – il riformatorio e gli omicidi – sembrano un contorno comico e nulla di più.

Ma il fallimento della loro rivalsa è proprio il punto di partenza dell’assurdità comica che pervade la pellicola, e che si rivela soprattutto nel lunghissimo monologo di Josie riguardo alle sue prospettive future – su cui si fa fin troppo coinvolgere emotivamente.

Eppure proprio in questo frangente, più nascosto, troviamo il primo seme dell’importante riflessione della pellicola.

La ridicola dinamica di Jeff che viene aggredito esplode nella tragica sequenza dei suoi compagni che vengono in suo aiuto, e ha il suo eco anche nella scena successiva del ritorno a scuola, quanto il quarterback paventa delle indispensabili stampelle e, di seguito, quando le protagoniste vengono chiamate dal preside per lo stesso motivo.

E così l’importanza della terribile aggressione oscura l’effettivo problema che viene annunciato, e poi dimenticato nella sua drammaticità: la ragazza effettivamente aggredita da un ignoto componente della squadra di football, la cui centralità nel discorso è appunto tale da soffocare tutto il resto.

In questo senso, l’irresistibile battuta di Tim ci racconta già tutta la situazione:

More violence. Just what this school needs.

Altra violenza. Proprio quella di cui questa scuola aveva bisogno…

Combattere

Il Fight Club nasce per tutti i motivi sbagliati.

Bottoms – come in un certo senso era già stato in Booksmart (2019) – gioca molto sul ribaltamento di un topos piuttosto classico del genere – da She’s all that (1999) in poi – in cui il personaggio maschile intraprende una relazione con la protagonista per finalità ben poco lodevoli.

Per questo PJ trascina Josie in questa suo folle progetto, con finalità ben più materiali rispetto a quelle paventate: riuscire ad avvicinarsi alla sua ragazza dei sogni con l’inganno, facendosi forza di una rete di bugie che, per stessa ammissione della protagonista, è veramente sorprendente per quanto sia intricata.

Tuttavia, l’esito del progetto è ben più importante rispetto al conquistare Isabel.

Come viene più volte ribadito, anche indirettamente, tutte le ragazze prendono parte al club per motivi diversi, ma accomunati, al netto dell’ironia, da una condivisa necessità di trovare un luogo sicuro in cui poter raccontare i loro disagi e le loro preoccupazioni.

Per questo, anche se disordinatamente, le ragazze imparano a mettersi in delle situazioni che altrimenti non si sarebbero mai azzardate ad affrontare, riuscendo a ritrovare quella solidarietà femminile che effettivamente mancava nel contesto sociale della scuola.

E in questo senso Jeff è una storia a sé.

Prodotto

Jeff è il prodotto di un sistema.

Per quanto il quaterbeck sia il frontman della scuola e del sistema che la governa, in realtà è solo la facciata di una realtà ben più profonda e radicata, tanto da apparire veramente come una marionetta senza forza di volontà e incapace di reagire alle situazioni, ma perfetto da usare come fantoccio.

Non a caso, nella sua ingenuità, Jeff agisce seguendo un set di regole preimpostate che neanche comprende – come si vede molto bene nella scena in cui cerca di giustificarsi con Isabel per il tradimento – e la sua forza sta proprio nell’essere spalleggiato da personaggi come Tim.

Il secondo al comando è di fatto la vera mente e braccio dell’operazione, che ragiona sulla base di un concetto ancora estremamente contemporaneo – e già ampiamente affrontato in Mean Girls (2004) e il suo erede spirituale Do Revenge (2022): divide et impera.

Così Tim attacca l’anello debole della catena, Hazel, la prima sostenitrice del progetto nonché fautrice delle improbabili voci di corridoio sulle protagoniste, quando si sente tradita dal gruppo in cui si era ritrovata e così usata come cavia per raccontare il fallimento del progetto del Fight Club.

Ma è a questo punto che Bottoms diventa veramente sottile.

Cambiamento

Nel finale di Bottoms cambia qualcosa?

L’atto finale della pellicola è una gustosissima parodia prima del momento di passaggio legato ai contrasti interni fra i protagonisti – che ha il suo apice nel momento in cui, senza alcun motivo, PJ mangia dei disgustosi ravioli in scatola – e poi della ricerca dell’aiuto nella figura adulta.

Ma lo stesso non è altro che un pretesto per dare modo al finale di esistere, costruendo una sorta di trama thriller che viene sistematicamente smentita dai fatti – nessun atto sacrificale, solo un becero boicottaggio della squadra avversaria – che permette però al gruppo protagonista di ritrovarsi in scena e dare prova del proprio cambiamento…

…se si può effettivamente definire tale.

Le ragazze finiscono per combattere un problema di facciata, che non esiste realmente se non nelle improbabili teorie di Rhodes, e a salvaguardare l’incolumità di Jeff, unico punto di interesse dell’intera comunità scolastica, e per questo vengono acclamate come se avessero tutti giocato verso il medesimo obbiettivo.

Ma tutto il resto non viene effettivamente risolto.

Non sappiamo nulla sull’aggressione della sera della festa, le ragazze vengono riconosciute solo per i servizi resi alla scuola e non per aver dimostrato di sapersi difendere, e, soprattutto, la sottotrama dello school shooting viene proprio esclusa dalla scena.

Per questo, infine, Bottoms sceglie di evadere il classico epilogo risolutore solitamente utilizzato per raccontare il rinnovato panorama sociale: nulla è veramente mutato, ma si è continuato a tenere gli occhi puntati sul problema minore – la sicurezza di un personaggio già ampiamente privilegiato in questo senso…

…ignorando, di fatto, tutto il resto.

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2022 Comico Dramma romantico Drammatico Film Le Novelle Teen Teen Movie Thriller

Do Revenge – Il vero nemico

Do Revenge (2022) di Jennifer Kaytin Robinson è un teen movie liberamente tratto dal film L’altro uomo (1951) di Alfred Hitchcock ed è considerabile l’erede spirituale di Mean Girls (2004).

È stato distribuito direttamente su Netflix.

Di cosa parla Do Revenge?

Nora e Drea sono due lupi solitari con un obbiettivo comune: vendicarsi di chi ha tagliato loro la strada.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Do Revenge?

Assolutamente sì.

Do Revenge è considerabile come l’erede spirituale della satira sociale di Tina Fey proprio per il suo riprendere sostanzialmente la stessa trama, ma arricchendola di un taglio molto più cupo e drammatico…

…proprio per andare a raccontare problematiche sociali incredibilmente attuali e ancora più strazianti, soprattutto se si pensa che le figure al centro della storia sono di fatto dei giovanissimi protagonisti pronti a divorare e a farsi divorare.

Classe

Do Revenge è tutto in tutto e per tutto un discorso di classe sociale.

Immersa in una festa che neanche nelle migliori trasposizioni de Il grande Gatsby, Drea si racconta la suo apice, quando è ormai perfettamente riuscita a raggiungere le vette del suo circolo sociale e a controllare ogni elemento al suo interno con particolare arguzia.

Purtroppo, già da questo frangente è evidente come le lotte intestine siano unicamente fra ragazze e unicamente volte a glorificare il proprio apparire – o a screditare quello di un’altra, proprio come Mean Girls ci raccontava in tempi non sospetti.

E già da giovanissime queste ragazze imparano quanto i loro corpi saranno sempre al centro della scena, oscurando ogni altro tipo di colpa, anche la peggiore: così Drea viene screditata e punita per aver aggredito Max, ma nessuno interviene per salvarla dal revenge porn che sta subendo.

E lo scontro continua sempre, incessantemente nella medesima direzione.

Vendetta

La vendetta ti uccide e ti forma.

Scomparsa dietro al suo corpo indebitamente sessualizzato, Drea si consuma nel masticare odio e vendetta, ma solo verso chi si può rivalere, ovvero altre ragazze facenti parte del medesimo circolo vizioso di distruzione reciproca, rispondendo alla loro – anche solo presunta – malignità con una cattiveria ancora più esacerbante. 

Ma sono rivalse vuote, portate avanti con la stessa semplicità con cui Drea stessa è stata smembrata, così semplici ma anche così totalizzanti da annullare effettivamente l’identità di una persona a fronte di un unico elemento: Erica sarà sempre e solo una cocainomane, Carissa è solo una disgustosa lesbica che coltiva droga.

Ed è in questo senso interessante come l’unico personaggio che Drea cerchi di portare nella sua stessa trappola sia proprio Max, provando di imbastire uno slut shaming gratuito che viene risolto con una facilità disarmante, proprio perché il personaggio maschile non parte già con dei pesi da dover smaltire.

Ma, soprattutto, è una rivalsa che gli rimbalza contro proprio perché è ulteriore conferma che il suo ex fidanzato non l’avesse mai considerata come una persona, ma bensì una delle tante ragazze con cui arricchire il proprio harem – e per il solo racconto della sua immagine pubblica di persona assolutamente desiderabile.

Ma se la caduta di Drea è rovinosa, l’annullamento di Nora è devastante.

Annullamento

Il dolore di Nora è totalizzante.

Anche se non viene detto esplicitamente, è chiaro che la protagonista sia stata per molto tempo intrappolata in una spirale depressiva, proprio a causa dello sciocco pettegolezzo diffuso da Drea, che ne ha riscritto, ancora una volta, la personalità, legandola all’esasperazione di un unico aspetto della stessa.

E il paradosso sta proprio nell’assumere esattamente l’identità che le è stata incollata addosso, quella della predatrice, ma nascondendosi prima dietro al racconto di vittima degli eventi, e poi di una ragazza misteriosamente interessante e tutta da scoprire.

Ma la sua condizione è più sfumata.

Do Revenge sceglie consapevolmente di evadere quella fastidiosa tendenza narrativa della commedia femminile dell’inizio del Millennio, in cui la protagonista si lascia ridefinire dal mondo che dovrebbe combattere – come Mean Girls quanto Il diavolo veste prada (2006) raccontano.

Effettivamente Nora viene assorbita all’interno del gruppo che dovrebbe distruggere e cade inevitabilmente nella rete di Max, ma per tutti i motivi giusti: ad eccezione di quest’ultimo, questi ricchi e annoiati ragazzini possono essere effettivamente il gruppo di amici di cui la protagonista ha effettivamente bisogno.

Per questo l’atto finale è ancora più sorprendente.

Nemico

L’ultimo atto di Do Revenge funziona a tratti.

La pellicola vorrebbe imbastire un colpo di scena che racconti l’esasperazione di questa inutile lotta intestina fra ragazze, con delle brevi scene thriller di grande effetto, che si esauriscono nella sequenza della festa in cui Drea diventa nuovamente una bulla fautrice di quei destabilizzanti pettegolezzi che avevano distrutto Nora.

In questo frangente dovrebbe avvenire lo scioglimento della loro contesa, che però forse manca del respiro necessario per essere efficace nell’affrontare un tema così importante, anche se scenicamente è chiaro che entrambe devono spostare l’attenzione verso il loro vero nemico.

E rendere Max il villain effettivo, concentrando su di lui tutti i problemi della mascolinità repressiva e controllante, è una scelta piuttosto vincente per chiudere il discorso…ma poteva essere anche più incisiva se si fosse puntato di più sul racconto di come lui stesso sia il prodotto di un sistema.

Così il nemico è sconfitto da un ripensamento dello stesso gruppo che pensava di controllare e con le sue stesse armi, e le protagoniste non arrivano a riacquistare quanto hanno perso prima, ma piuttosto a ritrovarsi libere di riscoprirsi e di conoscersi…

…anche rinunciando a quella via che sembrava già tracciata.

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2025 Avventura Drammatico Film Film di guerra

Warfare – La guerra mediocre

Warfare (2025) è un film di guerra diretto e scritto a quattro mani da Ray Mendoza e Alex Garland, racconto di un reale evento avvenuto durante la guerra in Iraq.

A fronte di un budget abbastanza sostanzioso – 20 milioni di dollari – si sta rivelando un discreto flop al botteghino, riuscendo a malapena a coprire i costi di produzione in patria.

Di cosa parla Warfare?

La storia parla della reale tragedia avvenuta ad uno dei due registi, parte del reparto di Navy SEAL statunitense durante la Guerra in Iran il 19 novembre 2006.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Warfare?

In generale, sì.

Se si considera Warfare un film di Garland, probabilmente verrà ricordato fra i minori della sua produzione: interessante nella messinscena, nell’equilibrio dei toni e nel racconto delle emozioni strazianti…

…ma, forse, davanti alle potenzialità che aveva al suo interno, guardando anche alle altre narrazioni proprie del genere, per certi versi sembra un’occasione sprecata per raccontare qualcosa di veramente significativo.

Quotidianità

Proprio nel voler raccontare una storia di ricordi, la quotidianità comica domina il primo atto della pellicola.

L’apertura è fondamentale in questi senso per mostrarci come i soldati protagonisti non siano altro che un gruppo di scapigliati ragazzini addestrati a fare la guerra, che annullano ogni tipo di gerarchia per riunirsi in un rituale quasi edonistico.

E l’eco dell’incipit pervade anche le scene successive, che dovrebbero sulla carta essere più serie e riflessive, e invece il pesante silenzio che domina la sequenza è spezzato dai personaggi che ancora si divertono pensando a quel momento condiviso.

Una quotidianità che stona con l’invasione domestica di un’innocente famiglia locale, la cui casa casa diventa la nuova base per le operazioni militari dell’invasore, del tutto indifferente rispetto al disagio creato dalla sua ingombrante presenza.

Eppure, la stessa continua anche nei piccoli momenti di sciocco divertimento e degli scherzi fra i protagonisti, che si alterna alle operazioni di guerra volte a costruire una sorta di tensione sotterranea per l’esplosione della crudeltà visiva dell’atto centrale.

Ma anche quest’ultimo è del tutto coerente con quanto visto in precedenza.

Emozione

C’è poco di eroico nelle azioni dei personaggi.

Dopo la violenta esplosione, i tentativi di tenere insieme la squadra sono dilaniati dai continui e angoscianti particolari delle sofferenze delle vittime, per cui Garland non eccede in nessuna direzione, ma anzi equilibra i toni nel mostrare semplicemente quanto necessario, e nulla di più.

Ma bastano da soli gli angoscianti scambi fra vittime e soccorritori, in cui i del tutto comprensibili bisogni immediati dei feriti si scontrano con il più freddo – o tentato tale – intervento di chi cerca di tenerli in vita, riuscendo a trasmettere il dolore fisico straziante quanto penetrante provato in questi brevi momenti.

Eppure, forse, manca qualcosa.

Oltre

Non si può fare ad un film una colpa di non aver soddisfatto le aspettative dello spettatore.

Ma il confronto con altre opere di intenti simili è inevitabile.

È evidente che Garland avesse tutta l’intenzione di immergersi in un esperimento visivo che annullasse qualsiasi slancio tematico – di glorificazione o di condanna – per raccontare la mera quotidianità che spesso non è mostrata, per i più diversi motivi, all’interno delle narrazioni belliche.

Spunti di riflessione non sono per questo del tutto assenti – dall’accennato machismo della squadra di soccorso alla totale impotenza della famiglia davanti all’invasione nemica – ma diventano di fatto secondarie all’interno di un discorso con intenti diversi.

Eppure, davanti ad un regista di un’opera come Civil War (2024) e a prodotti che sono stati capaci di rappresentare il racconto del lato umano dell’eroe americano – da Niente di nuovo sul fronte occidentale (1930) fino alle sperimentazioni del nuovo millennio di 1917 (2019)…

…sorge in chi scrive una genuina perplessità davanti ad un’opera complessivamente piuttosto lodevole – ma, visti i nomi coinvolti, non ci si poteva aspettare niente di meno – ma che racchiude al suo interno un potenziale che, visto il pregresso del genere, risulta quasi sprecato nel panorama contemporaneo.

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Dramma familiare Dramma romantico Drammatico Film Il peso della solitudine Paul Thomas Anderson Surreale

Punch-Drunk Love – Una prigione incomprensibile

Punch-Drunk Love (2002), noto in Italia come Ubriaco d’Amore, è uno dei film più sconosciuti della filmografia di Paul Thomas Anderson.

A fronte di un budget abbastanza importante per il tipo di film – 25 milioni di dollari – non è riuscito neanche a coprire i costi di produzione.

Di cosa parla Punch-Drunk Love?

Barry è un piccolo imprenditore intrappolato in una vita senza significato dove tutti sembrano decidere per lui. Ma sarà l’amore (?) a fargli cambiare idea…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Punch-Drunk Love?

Assolutamente sì.

Punch-Drunk Love è una piccola perla dimenticata, probabilmente per la sua complessità di lettura, che lo rende al pari di sfide di lynchiana memoria – particolarmente, Velluto blu (1986) e Mulholland Drive (2001) – lasciando ad una prima visione con più domande che risposte.

Tuttavia, revisione dopo revisione la pellicola si apre davanti agli occhi nel suo plateale enigma, definendosi nei suoi dettagli, indizi e sguardi sparsi per un racconto pronto a farsi leggere e scoprire.

Insomma, dategli una possibilità.

Scatole

Barry è come costretto in una prigione incomprensibile.

Non a caso nell’apertura della scena lo vediamo isolato all’interno di una stanza vuota, avidamente intento a cercare conferma di aver trovato il filo giusto da tirare per svelare la trama sotterranea, la trappola di cui tutti gli altri sembrano ignari.

Ma il paradosso del pudding sta proprio nell’essere una soluzione inutile.

La stessa è presto svelata da uno dei primi dialoghi con Lena, in cui il protagonista ammette di non aver mai viaggiato – anzi, come si scoprirà nel terzo atto, non ha mai preso neanche un aereo – quindi il suo acume nello svelare l’assurdità del sistema di premi è di fatto una vittoria fine a sé stessa.

Un paradosso che però racconta perfettamente questa tendenza a cercare un dettaglio risolutivo che sembra sempre come ad essere ad un passo dall’essere svelato, come nascosto dietro un velo, comprensibile a tutti tranne che al protagonista stesso.

Infatti tutti sembrano padroni un preciso ordine, tranne lui.

Ordine

Barry cerca di seguire un ordine, anche solo presunto.

La sua confusione, i suoi continui dubbi rispetto a scelte che sembrano del tutto casuali – come quella di indossare un completo – raccontano una totale mancanza di controllo, e, al contempo, una continua ricerca dello stesso, a fronte del costante subire il soffocante controllo esterno.

Il party stesso è il racconto del controllo esterno che Barry deve sopportare, proprio a partire dall’appuntamento al buio che una delle sorelle cerca di organizzare per lui, da cui il protagonista fugge con scuse blande e quasi infantili, ritrovandosi comunque intrappolato dalla sua numerosa famiglia.

Una situazione talmente insidiosa che neanche il suo tentativo di chiedere debolmente aiuto ha effetto, ma bensì lo bolla ancora di più come uno spostato, come le sue sorelle ci tengono più volte a ribadire – persino davanti a Lena.

E, allora, come si può scappare?

Subire

Barry è pronto ad accettare qualunque aiuto…

…persino quello di una hot line.

La scena dell’introduzione al servizio è talmente paradossale da risultare quasi grottesca: Barry è così disperato e distaccato dalla realtà che accetta di svendere i suoi dati sensibili solo per la promessa di una riservatezza che non potrebbe mai essere credibile.

Ancora più bizzarro è il dialogo con la centralinista, che cerca di portarlo verso il vero obbiettivo di quella chiamata, ma che Barry rifugge, ma senza sapere effettivamente in che direzione stia andando: pronto a sfruttare effettivamente quella situazione a suo vantaggio, ma senza mai esserne davvero capace.

Eppure, qual è l’alternativa?

Sfondare

Non riuscendo a trovare un ordine nella realtà, Barry cerca di distruggerla

Non sono infatti pochi i momenti in cui il protagonista esplode in una rabbia incontrollata, distruggendo l’ambiente che lo circonda, particolarmente i confini, come a voler creare una breccia per potersi finalmente liberare.

Un tentativo di sfondare una sorta di immaginaria prigione di vetro con un moto distruttivo che, in maniera piuttosto peculiare, si manifesta persino nel dialogo del terzo atto con Lena, in cui i due è come se volessero aprirsi a vicenda:

I’m looking at your face and I just want to smash it / I want to chew up your face and I want to scoop out your eyes

Guardo il tuo viso e vorrei solo sfondarlo / Vorrei spremerti il viso [tra le mani] e cavarti gli occhi

Ma la fuga è soprattutto dalla sua inerzia.

Dirigere

La vera vittoria di Barry è riuscire a ritrovare il controllo.

In altre parole, saper reagire prima alle costanti pressioni delle sorelle per avere controllo sulla sua esistenza, scegliendo invece di autodeterminarsi in quella che, sulla carta, è un’ulteriore macchinazione nei suoi confronti: fino al terzo atto, è esclusivamente Lena a tirare le fila del loro rapporto, anche con piccolo sotterfugi

E infatti Barry quando urla prima contro sua sorella, poi contro Dean Trumbell, sta in realtà gridando contro se stesso, spronandosi ad essere finalmente capace di spostare i pezzi sulla scacchiera a suo vantaggio, come racconta perfettamente l’ultima scena.

Infatti il misterioso piano, elemento intruso ed esterno, su cui Barry per tutto il film non era stato capace di suonare più di qualche nota, diventa invece strumento con cui dimostra di sapere procedere secondo una via precisa ed ordinata, su cui ha totalmente e finalmente il controllo.

E, finalmente, non da solo.

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Dramma familiare Dramma romantico Drammatico Film

Marriage Story – La spaccatura

Marriage Story (2019) di Noah Baumbach, in Italia noto col titolo Storia di un matrimonio, è un dramma familiare con protagonisti Scarlett Johansson e Adam Driver.

Il film è stato distribuito direttamente su Netflix nella maggior parte dei paesi.

Di cosa parla Marriage Story?

Anche se sulla carta Nicole e Charlie sembrano una coppia imperfetta ma felice, delle crepe molto più profonde minano la solidità del loro rapporto, fino a esplodere in qualcosa di inaspettato…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Marriage Story?

Scarlett Johansson in una scena di Marriage Story di Noah Baumbach

Assolutamente sì.

Marriage Story è uno dei racconti romantici e drammatici più interessanti del decennio, forte di una coppia di attori protagonisti di stirpe e di una scrittura sottilmente straziante, che riesce a raccontarti il dramma interno della coppia con fin troppo realismo…

…mostrandone l’inevitabile e graduale involuzione con pochi tocchi di colore particolarmente indovinati, che esplodono in una delle scene di litigio più iconiche nella storia del cinema del nuovo millennio.

Cerchio

Scarlett Johansson e Adam Driver in una scena di Marriage Story di Noah Baumbach

Marriage Story è devastante fin dal suo incipit.

La pellicola si apre con un racconto piuttosto sentito sulla famiglia protagonista, una collezione di piccoli momenti di quotidianità, volti a mostrarci il profondo amore che lega i due personaggi, che apprezzano i pregi e i difetti dell’altro…

…oppure no?

Scarlett Johansson e Adam Driver in una scena di Marriage Story di Noah Baumbach

La scoperta che l’apertura sia in realtà una disamina in sede di terapia da un lato rende credibile a livello narrativo un racconto così esplicito, d’altro pone un termine di paragone comune fra lo spettatore ed i personaggi, che devono ripensare al loro rapporto ora che si è spezzato.

Tuttavia, fin da questo primo incontro vi è un contrasto che i protagonisti sembrano incapaci di affrontare, proprio a voler tratteggiare un rapporto anche troppo realistico, in cui l’odio non è definitivo e totalizzante, ma bensì solo una parte di una relazione ben più stratificata e complessa.

Infatti la vera distruzione è la dissezione che ne viene fatta.

Risoluzione

Scarlett Johansson in una scena di Marriage Story di Noah Baumbach

Proprio per la natura della loro relazione, che si racconta fin da subito fra risentimenti ed affetti non ancora esauriti, Charlie e Nicole non vogliono mettersi nelle mani di altri.

La scelta infatti di affidarsi a terze parti per risolvere il loro litigio non è immediata né volontaria, ma bensì graduale e quasi obbligata: i protagonisti non scelgono di loro sponte, ma vengono spinti dalle paure e dalle azioni dell’altro, in un climax sempre più straziante e disperato.

E così le tendenze di entrambi vengono esasperate.

Scarlett Johansson e Adam Driver in una scena di Marriage Story di Noah Baumbach

Nicole, frustrata anche dall’aiuto di Nora, sceglie di riscriversi come attrice di successo, che riprende in mano la sua vita dove l’aveva interrotta per l’ex-marito – ad Hollywood – e come madre modello che sente di dover essere, ingozzando Henry di continue attenzioni e di premi immediati, così da poterne conquistare le esclusive simpatie.

Charlie, al contrario, deve rimettersi in discussione totalmente e, così, inevitabilmente, snaturarsi profondamente, passando dall’essere un padre attento quanto imperfetto, ad una figura imbalsamata ed innaturale, che farebbe di tutto per ottenere le attenzioni derubate del figlio, ma riuscendo solo ad allontanarlo da sé.

E proprio Henry è il centro della vicenda.

Innocenza

Henry non sa di essere l’oggetto del contendere.

Proprio per non turbare la sua innocenza, il bambino viene tenuto sostanzialmente all’oscuro della contesa in atto, e così trascinato all’interno di un mutamento costante, in cui risulta come l’unica voce sincera e che ha veramente un peso nel crollo emotivo di Charlie, i cui errori vengono continuamente sottolineati dal figlio.

Particolarmente straziante in questo senso è il grottesco teatrino che il padre assembla per l’arrivo dell’ispettrice, personaggio freddo ed asettico che dovrebbe valutare la felicità di Henry solamente osservando una normale serata in famiglia…che diventa in realtà occasione per tutt’altro.

In questo frangente il dramma di Charlie, riscritto come padre egoista e assente, si consuma in tutta la sua tragicità, con il protagonista che cerca di muovere le fila di una situazione su cui non ha mai avuto il controllo, con un susseguirsi di continui inciampi che esplodono in un’inevitabile e rovinosa autodistruzione.

Ma, infine, chi ha vinto davvero?

Parte

Quello di Charlie e Nicole è un pericoloso gioco delle parti.

E non ne sono neanche i veri protagonisti.

I registi della scena che culmina con lo scontro in tribunale sono Nora e poi l’inaspettato avvocato avvoltoio, che manipolano a tal punto le personalità e le intenzioni dei protagonisti da renderli irriconoscibili persino a loro stessi, tanto da scegliere di confrontarsi direttamente…

…ma con esiti ancora più infelici.

Come i personaggi raccontati dagli avvocati sembravano vivere solamente nell’aula del tribunale, in realtà gli stessi prendono vita nell’angosciante confronto fra i due nell’asettico appartamento di Charlie, spezzato in due realtà opposte e inconciliabili, che riescono solo a scontrarsi e a mai ad unirsi.

Un ambiente che ben racconta l’irrisolvibilità della situazione, e che diventa lo sfondo di un crescendo omicida che porta i due a sputarsi molto più schiettamente – e senza intermediari – in faccia la loro rabbia e frustrazione, di cui i loro problemi effettivi ne sono stati solo la miccia.

Per questo quando infine gli avvocati sono usciti di scena, restano solo due amanti separati, ma si ritrovano in quelle goffe ma sentite parole mai dette che aprivano la pellicola, proprio per la loro incapacità in quel momento di accettare la complessità di una situazione in cui volevano che fossero solo gli odi repressi a trionfare e ad avere voce.

E ora non resta solo che un’amara, ma ben più pacifica, fiducia ritrovata.

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Commedia Dramma familiare Dramma romantico Dramma storico Drammatico Film Film Primavera 2022

Emma. – Un quadro affollato

Emma. (2020) di Autumn de Wilde è la più recente trasposizione dell’omonimo romanzo di Jane Austen.

A fronte di un budget piuttosto contenuto – 10 milioni di dollari – nonostante il periodo di uscita piuttosto sfortunato, è riuscito quantomeno a pareggiare i costi di produzione.

Di cosa parla Emma.?

Emma è giovane e ricca, e senza un pensiero al mondo…se non organizzare i matrimoni degli altri.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Emma.?

Assolutamente sì.

Emma. riesce, in un periodo storico dominato dal dramma storico trash dato in pasto al pubblico, a portare in scena un’ottima trasposizione del romanzo di Jane Austen, risultando vincente sopratutto nell’affrontare il suo ostacolo più importante: tratteggiare un contesto storico-sociale credibile.

Infatti la pellicola si prende poche libertà rispetto al romanzo, e le stesse sono comunque del tutto giustificate per necessità di economia narrativa – che fatica in qualche tratto a rendere la tridimensionalità dell’ampio ventaglio di personaggi.

Insomma, da riscoprire.

Nella seguente recensione quando si parlerà del romanzo di Jane Austen, lo stesso sarà chiamato “Emma”, mentre per il film si farà riferimento al titolo completo, “Emma.”

Profilo

La sfida più ardua per una transizione di Emma di Jane Austen è il racconto della protagonista.

All’interno di un romanzo piuttosto denso di eventi e di dialoghi, Emma ne emerge come una figura femminile estremamente tridimensionale quanto atipica nel suo rifiutare l’amore e il matrimonio grazie alla sua posizione sociale, ma anche capace di evolvere grazie ai diversi errori ed inciampi durante il percorso.

Ma, per caratterizzarla, ad Emma. bastano poche inquadrature.

Emma viene presentata mentre si fa raccogliere dei fiori, quasi capricciosa nel suo desiderio che venga raccolto esattamente il bocciolo di suo gradimento, ma viene riscritta un momento dopo, quando si scopre che i fiori non erano per lei ma bensì per Miss Taylor, la sua ex governante ormai prossima al matrimonio.

Da qui si snoda una trama piuttosto complessa in cui Emma viene raccontata, pur con le sue stranezze e capricci, come una benefattrice a tempo perso, che tira le fila delle diverse parti in gioco in un panorama di cui lei è la totale matrona.

Emerge in questo senso con particolare importanza la differenza sociale fra Emma e la maggior parte degli altri personaggi, in un connubio di estetica – anche solo per il continuo cambio d’abito – e di scrittura – che riprende pedissequamente lo stile peculiare del romanzo. 

Ma, proprio a partire da questo elemento, il film si prende delle comprensibili libertà.

Differenza

Il racconto del classismo interno ad Emma è alienante quanto necessario.

Infatti, togliendo importanza all’imponente e punitivo sistema sociale della Regency inglese, risulterebbe del tutto incomprensibile la difficoltà di Harriet di trovare marito all’interno di una sfera sociale così fuori dalla sua portata, proprio ammaliata dalle promesse di Emma.

E, proprio su questa linea, risulta significativo tanto lo screzio di Emma con la petulante Miss Bates, quanto il matrimonio con Mr. Martin, che avviene sotto il segno dell’amore quanto soprattutto della consapevolezza finale di Harriet davanti alla scoperta delle sue reali origini…non nobiliari.

Ma, per parlare della giovane protetta della protagonista, Emma. sceglie una strada meno alienante.

Sarebbe stato  fin troppo disturbante assistere al medesimo trattamento della protagonista di Austen nei confronti di Miss Smith, i cui rapporti si dissipano con la stessa velocità con cui si erano creati, a fronte della rottura più difficilmente riassorbita della seconda delusione d’amore di Harriet.

Al contrario, la pellicola rende il loro rapporto ben più affettuoso e appassionato, a partire dal cambio estetico progressivo di Harriet – che passa da essere una umile signorina nessuno a una piacevole dama – fino alla proattiva presa di posizione di Emma sul finale, che utilizza la sua posizione per ricomporre quel matrimonio che aveva contribuito a vanificare.

E, proprio sul versante matrimoniale, Emma. riesce a colmare una mancanza, per così dire, del romanzo.

Sottintesi

Emma è un romanzo ricco di sottintesi e di orizzonti narrativi ristretti al punto di vista della sua protagonista.

Per questo, in mancanza di un ricco volume di più di quattrocento pagine, sarebbe risultato alquanto straniante sia la rivelazione della relazione di Jane Fairfax con Frank Churchill – per cui il libro dissemina pochissimi indizi – sia il matrimonio fra Emma e Mr Knightley – frutto di una intensa rete di dialoghi che si susseguono all’interno del romanzo.

Ma per questo fine Emma. trova delle soluzioni narrative e visive molto intelligenti.

Da una parte, lascia abilmente sotto l’occhio dello spettatore il gioco di sguardi fra Frank e Jane, in dei campi e controcampi spezzati in cui la reazione di uno o dell’altro non è mai chiaramente mostrata, ma al più suggerita e subito strozzata dall’intervento di altri personaggi all’interno della scena.

Dall’altra, anticipa l’attrazione fra Emma e Mr Knightley di diversi momenti, mettendola a sfondo della comune maturazione di entrambi i personaggi, in cui si mostrano concretamente interessanti a fare del bene alla loro comunità data la loro posizione sociale, per poi ritrovarsi inevitabilmente innamorati l’uno dell’altro.

E per il resto?

Contorno

Emma gode – e soffre – di un’ampia rete di personaggi comprimari.

Nella consapevolezza di non poter rubare minutaggio prezioso alla protagonista, la pellicola sceglie di calcare la mano sulla bizzarria delle figure secondarie, con dei casting particolarmente indovinati e una conduzione scenica che riesce perfettamente a definire ora l’ingenua invadenza di Miss Bates – particolarmente nell’inseguimento ad Emma nel negozio…

…ora la insostenibile riservatezza di Jane Fairfax, fino ad arrivare ai pochi ma precisi tocchi di colore che caratterizzano perfettamente le comiche paranoie di Mr. Woodhouse, quanto le tensioni interne alla famiglia della sorella di Emma, Isabella, e del marito John, particolarmente suscettibile ad ogni tipo di cambiamento.

Forse, in questo contesto, i più sacrificati sono gli Elton, gli effettivi villain della pellicola, che riescono particolarmente a brillare nelle interpretazioni perfettamente in parte di Josh O’Connor e di Tanya Reynolds, una perfettamente insopportabile Augusta Elton, sia per l’estetica che per il comportamento…

…ma che avrebbero avuto bisogno di maggiore respiro per esprimersi, soprattutto mancando la tappa fondamentale della insistente protezione di Mrs Elton su Jane Fairfax – che avrebbe giovato anche alla caratterizzazione di quest’ultima – e che avrebbe completato l’insostenibile carattere invadente e altezzoso di entrambi.

Ma, con poco più di due ore a disposizione, non c’era spazio per tutti

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90s classics Avventura Azione Commedia Drammatico Fantascienza Film Frammenti di sci-fi

Men in Black – Socchiudere le porte

Men in Black (1997) di Barry Sonnenfeld è il capostipite di una delle più importanti saghe sci-fi a cavallo fra i due millenni.

Infatti, a fronte di un budget abbastanza importante – 90 milioni di dollari – è stato un enorme successo commerciale: quasi 600 milioni di dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla Men in Black?

Vi siete mai chiesti chi nasconde le invasioni aliene sulla Terra? Con questo film lo scoprirete – e in una veste che potreste non aspettarvi.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Men in Black?

In generale, sì.

Men in Black si posizionò in maniera piuttosto interessante in un panorama sci-fi in continua evoluzione, confezionando una commedia fantascientifica che, pur nella sua semplicità, riuscì ad essere vincente ed a conquistare diverse generazioni di spettatori.

E riuscì in questo intento soprattutto grazie all’equilibrio dei toni interni alla pellicola, che spaziano dalla comicità più pura – e, spesso, anche piuttosto nera – fino ai toni più profondamente drammatici, riuscendo ancora oggi a risultare un prodotto di intrattenimento di grande piacevolezza.

Contesto

Men in Black agisce come la più classica origin story

…ma con una contestualizzazione piuttosto puntuale.

Le primissime scene funzionano ottimamente sia per definire il contesto del film, sia il tono dello stesso: una semplice tratta di esseri umani si rivela in realtà l’occasione per smascherare il primo colpevole della presenza aliena.

E la totale serenità con cui l’Agente K gestisce la situazione racconta proprio la quasi quotidianità della vicenda, compresa la parte in cui congeda il collega, l’Agente D, tramite l’iconico neutralizzatore, proprio per aprire la strada alla sua nuova spalla.

In questo senso Men in Black procede in due direzioni, riuscendo perfettamente ad intrecciare i primi passi dell’Agente J con la minaccia effettivamente in atto, che comincia a svelarsi prima tramite il suicidio di uno degli adepti della misteriosa società extraterrestre…

…e poi tramite il caotico procedere dell’alieno che prende le sembianze del defunto Edgar, con un incedere che prosegue sullo sfondo, alla ricerca di un non meglio specificato oggetto che cambierà le sorti del pianeta stesso, con un’ironia quasi grottesca, quasi inaspettata.

E, in questo senso si trova un altro elemento di forza della pellicola.

Equilibrio

In una produzione come quella di Men in Black era molto facile cadere in una comicità eccessiva.

Ma, sarà perché non siamo ancora nella follia comica del decennio successivo, sarà perché per fortuna non stiamo guardando Il quinto elemento (1996), la comicità è ben equilibrata in tutte le sue parti, riuscendo a convincere con un atto centrale che ci accompagna alla effettiva scoperta del mondo raccontato.

La stessa in particolare funziona particolarmente bene all’interno del viaggio di James, coinvolto casualmente nelle indagini del suo futuro collega, permettendo allo spettatore prima di scoprire l’altro lato della presenza aliena sulla terra – quello più pacifico, di persone integrate nella società…

…e poi l’effettiva base degli MIB, ombre che si muovono nel dietro le quinte per gestire la massiccia presenza aliena sulla terra, costretti però anche a rinunciare alla propria vita ed identità, come ben mostrato nell’integrazione di James all’interno della squadra.

E il percorso di coppia è indubbiamente il più interessante.

Arrivo

La maturazione di J è funzionale al ritiro del suo collega.

Infatti il giovane agente viene scelto come nuova leva proprio per la sua capacità di pensare fuori dagli schemi, come ben dimostra il test del reclutamento, in cui fa le scarpe a tutte le altre reclute senza macchia, ma capaci solamente di vedere la minaccia immediata e non i sottotesti in scena.

Non a caso, la stessa intelligenza risulta fondamentale all’Agente J anche per sconfiggere l’alieno insettoide, provocandolo nello schiacciare uno dei suoi simili, così da liberare il suo collega e, di conseguenza, dimostrare come la sua turbolenta intraprendenza può essere l’arma vincente del futuro degli MIB…

…che purtroppo non riguarda l’Agente K.

Anche se il discorso rimane più sullo sfondo – anche smorzato spesso dalle gag di J, in particolare nella scena della cancellazione della memoria della moglie di Edgar – vi è un velo di drammaticità nell’importante scelta di vita degli MIB ed il loro abbandono di tutto quello che era venuto prima.

Per questo il punto di arrivo ideale per l’Agente K, ora che la minaccia è stata risolta, è l’essere a sua volta congedato dall’incarico, così da chiudere il cerchio della storia del film, ma lasciando comunque la porta socchiusa per un possibile sequel con la nuova coppia di agenti in azione.