The Master (2012) è forse uno dei film più intrinsecamente complessi di Paul Thomas Anderson, e il primo con protagonista Joaquin Phoenix – che tornerà a collaborare con il cineasta per il successivo Vizio di forma (2014).
A fronte di un budget abbastanza impegnativo – 35 milioni di dollari – non è riuscito neanche a coprire i costi produttivi.
Di cosa parla The Master?
Freddie è un veterano di guerra che non riesce a riconnettersi al mondo materiale e reale per una serie di psicosi di difficile risoluzione. Ma forse quello che gli serve veramente è una nuova famiglia…?
Vi lascio il trailer per farvi un’idea:
Vale la pena di vedere The Master?

Assolutamente sì.
Nonostante, come detto, The Master sia probabilmente uno dei film più complessi della filmografia di Paul Thomas Anderson, anche per questo vale una o, meglio, più visioni per comprenderne la complessa simbologia e struttura.
Se, infatti, a primo impatto la pellicola apparirà sostanzialmente incomprensibile, ad una successiva visione, appena se ne sarà interiorizzata la complessità, comincerà a svelarsi davanti ai nostri occhi nella sua spettacolare meraviglia.

Simbolo

Freddie vive in una prigione di simboli vuoti.
Lo stress postraumatico non è il ricordo della trincea, ma bensì l’essere costretto ad abbandonare una realtà accogliente, costruita sui simboli più immediati e selvaggi del machismo, della sfacciata oggettificazione del femminile, e della conseguente convinzione di poterlo possedere a proprio piacimento.
Ne è chiara immagine la sequenza sulla spiaggia – che, non a caso, chiuderà anche la pellicola – in cui il protagonista mima l’atto sessuale su una sagoma di donna ricreata proprio per questo fine, tanto da apparire quasi come una bambola gonfiabile posticcia.

Eppure, l’atto sessuale, come si vede subito dopo, è solitario e ambiguo: Freddie non possiede effettivamente una donna e il suo è semplicemente un modo per dare sfoggio di un’identità da uomo dominante e sicuro di sé nel manipolare un femminile che in realtà non possiede.
Chiude il cerchio la sequenza dell’annuncio radiofonico della fine della guerra, in cui assistiamo ad un Freddie intrappolato in un sottomarino che continua a lavorare per trovare conforto – l’acqua – in una realtà – la guerra – che l’ha intrappolato, ma che al contempo gli ha permesso di esprimersi nella sua forma più semplice ed istintuale.
E la costrizione è continua.
Costrizione

Freddie è costretto ad essere l’uomo che non vuole essere…
…e che non riesce ad essere.
Il passaggio dal mondo militare al mondo reale è definito da due sedute psicologiche, in cui la società cerca di inquadrarlo e quindi di spezzare la facciata machista, fallendo al primo tentativo – le macchie di Rorschach sono solo un’ulteriore occasione di ostentazione – ma riuscendo, con la seconda, a penetrare la radice del problema.
L’identità di Freddie è così fragile proprio perché cerca un rifugio immediato dopo la perdita del punto di riferimento fondamentale: la famiglia, che sogna riunita intorno ad un tavolo a celebrare un momento quotidiano che gli sarà per sempre precluso, portandolo ad un’opprimente solitudine che è incapace di contrastare.

E la via d’uscita è rappresentata da Doris, giovane donna che prenderà una forma fisica solamente nel secondo atto, ma che in questo primo frangente è un convitato di pietra nel racconto, anzi nella giustificazione del pianto improvviso per la lettera da lei ricevuta, a cui Freddie non ha mai avuto il coraggio di rispondere.
E allora non resta che scappare, in eterno.
Ruolo

Freddie cerca costantemente di piegare il mondo alle sue necessità, ma fallisce continuamente.
Dalla fine del primo atto di The Master assistiamo ad un intersecarsi più intelligibile fra realtà e sogno, a cominciare dalla presunta relazione con la donna intravista al centro commerciale, che si intrufola nell’immaginario di Freddie come un fantasma per vivere una storia d’amore clandestina…
…che però si scontra con una realtà ben più insoddisfacente, come racconta la scena di chiusura al ristorante.

A quel punto, vivendo il suo insuccesso come colpa del ruolo che Freddie non può assumere – compagno e marito – cerca fisicamente di distruggere il presunto consorte della donna, scoppiando in una rissa da cui si immagina di uscire vincitore, portandosi dietro la donna fantasma che, almeno nel sogno, ha ormai conquistato.
E la distruzione del maschile nemico ha il suo apice nell’ultima scena del primo atto, quando Freddie viene accusato di aver avvelenato quell’uomo che aveva proprio le sembianze del padre, che Freddie sente come di aver la colpa e il rimorso di aver distrutto, scatenando così anche la distruzione del nucleo familiare e la sua conseguente solitudine.
Per questo, in un certo senso, Freddie ha bisogno di un nuovo padre.
Famiglia

Per Freddie è incredibilmente facile farsi assorbire da Don.
Il capo del culto tuttavia non lo internalizza immediatamente, ma piuttosto lo rende silenziosamente parte di una scena che Freddie può solo ammirare come spettatore, ovvero la composizione di un ulteriore nucleo familiare sotto alla propria guida…
…proprio come il sogno di Freddie stesso.

E così il protagonista osserva anche le sedute oniriche senza riuscire veramente a comprenderle, anzi cercando di comunicare con gli unici mezzi che possiede – le richieste di sesso – venendo tormentato dalla nuova moglie del figlio di Don, che ha le medesime sembianze ora di Doris, ora della sua proiezione – la donna del primo atto.
La manipolazione di Don è quindi più sottile e controllata, e attira il protagonista nella sua trappola facendogli credere di essere stato lui stesso a volerla, e costringendolo in una serie di regole apparentemente insensate, in realtà utili per costringerlo sotto al suo magistrale controllo, come a volerlo domare.

La prima seduta diventa così strumento per Don per comprendere fino in fondo la profondità del trauma di Freddie, che sembrava aver concretamente la possibilità di intraprendere un percorso relazionale, anzi insistendo a questo fine, per poi vederselo strappare da una realtà – quella militare – in cui si era felicemente rinchiuso.
E la chiusura di quella scena, con un brindisi del distillato di Freddie, suggella il loro rapporto all’interno della concretizzazione del sogno iniziale del protagonista – la famiglia che beve intorno ad un tavolo – che definisce la totale dipendenza di Freddie da Don e dal suo sogno.
Ed è un sogno veramente allettante…
Identità

Don e Freddie sono codipendenti.
Anche se inizialmente potrebbe sembrare che Don sia un guru da manuale, in realtà, più la storia prosegue, più appare evidente la sua estrema convinzione verso la Causa, verso questa idea di liberazione dal presente e dal corpo materiale, abbracciando le infinite possibilità del corpo immateriale e atemporale.
Infatti, accettare il presente come realtà solo temporanea, permette di aprirsi alle infiniti scenari passati e futuri, così da non essere schiavi di un tempo che sembra che ci definisce in maniera stringente, aprendoci invece a nuovi panorami, più fluidi e dalle infinite potenzialità.

Per questo Freddie è la preda perfetta.
Il protagonista è infatti estremamente definito dal suo presente e della sue scelte passate, bloccato in un sistema di simboli netti e senza via di fuga, che lo rendono solo e caotico nel suo agire, eternamente spinto verso la ricostruzione di un nucleo familiare con la donna amata – Doris – che gli è precluso per le sue stesse scelte.
Non a caso Don è l’unico che realmente crede nella possibilità di salvezza di Freddie, nonostante le proteste di tutti gli altri personaggi – specificatamente di Peggy – ed è l’unico che lo insegue anche nella sua continua fuga da una gabbia che crede solo di poter evadere, e in cui ritorna ciclicamente.

Questo concetto è ben raccontato dalla lunga sessione finale, soprattutto quando Freddie vaga da una parete all’altra, come a riconoscere la prigione in cui è intrappolato, ma sostenendo di poterne uscire quando vuole, cercando anche di sforzarsi oltre l’immediato – come nel cambio di colore degli occhi di Peggy.
E, quando infine Don crede di averlo domato, Freddie sfugge totalmente al suo controllo.
Tornare

La conclusione di The Master è una non-conclusione.
Freddie scappa dalla Causa e cerca di tornare alla realizzazione di quel sogno che si era negato – Doris – per vederlo sfumare davanti ai suoi occhi, davanti ad un ulteriore uomo che ha preso il posto che il protagonista ha sempre ricercato, ma mai raggiunto, in un’opprimente circolarità che lo porta inevitabilmente ad essere di nuovo solo.
Come un oracolo, Don cerca nuovamente di penetrare nella sua vita, cerca di ingannarlo raccontagli una vita passata in cui erano compagni di guerra, mettendolo quindi sul suo stesso piano e illudendolo – e forse illudendo anche se stesso – di una relazione non di master e pupil, ma bensì di comune impegno per la causa comune…
…sempre illudendolo di una possibile scelta.

Ma, a sorpresa, Freddie sceglie di irridere Don e la sua causa, fingendo ulteriori possibilità in una vita futura, dove invece Don dichiara che saranno nemici eterni, concludendo il loro incontro con una crudele canzone che racconta il sogno d’amore che Freddie non ha mai potuto realizzare.
E così infine si ritorna agli stessi simboli, alle stesse donne facilmente e sessualmente conquistate – che siano reali o meno, a questo punto, ha poca importanza – con cui Freddie cerca di mimare la sessione di Don, volendo dimostrare a sé stesso di averla ormai assorbita, di saperla facilmente replicare…
…finendo, infine, costretto di nuovo alla situazione iniziale, accanto ad un simbolo scarnificato.






































































































