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Licorice Pizza – I miei uomini terribili

Licorice Pizza (2022) è il terzo film storico di Paul Thomas Anderson – quasi, per certi versi, un sequel spirituale di Vizio di forma (2014) – nonché l’esordio attoriale di Alana Haim.

A fronte di un budget medio per il regista – 40 milioni di dollari – è stato un pesante flop commerciale, non riuscendo a raggiungere neanche i costi di produzione.

Di cosa parla Licorice Pizza?

California, 1973. Gary e Alama sono due sognatori…nell’epoca sbagliata in cui sognare.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea.

Vale la pena di vedere Licorice Pizza?

Assolutamente sì.

Anche se probabilmente non rientra tra le pellicole più significative della carriera di Anderson, Licorice Pizza è, ancora una volta, il racconto di un’epoca di sogni perduti, di speranze spezzate e di un cambiamento che nessuno si aspettava – nè desiderava.

E, se in Vizio di forma ci trovavamo alle porte dei più cinici Anni Settanta, qui i due giovani protagonisti si immergono totalmente in quest’epoca angosciante e piena di inquietudini, ma ancora carichi delle promesse dei decenni del dopoguerra.

Ambizioso

Gary è spregiudicatamente ambizioso.

Appena vede una donna di suo interesse – Alana – decide immediatamente che dovrà essere sua, e la corteggia sfacciatamente e senza preoccuparsi né dell’importante differenza di età, né delle sue legittime proteste, arrivando fino a dichiarare poco dopo che è la donna che sposerà.

Una situazione che potrebbe sembrare un classico comportamento di un adolescente che vuole fare la voce grossa, trattando sostanzialmente Alma come un trofeo per raccontare il suo status, ma in realtà la donna è solo l’ultimo capitolo di un racconto di ambizione sfacciato quanto ingenuo.

In altre parole, Gary è cresciuto in seno al sogno americano per cui tutto è possibile, per cui la carriera da giovane attore è solo un punto di partenza per avviare il suo brillante percorso da imprenditore, rincorrendo le mode del momento per realizzare affari immediatamente vincenti…

…ma anche sicuramente fallimentari.

Ma tutto è possibile quando ti puoi permettere di fallire grazie ad una famiglia che ti copre continuamente le spalle – dettaglio che molto spesso si dimentica nelle narrazioni dei grandi imprenditori americani – e che per questo ti permette di passare senza problemi da un fallimento ad un altro.

E così ogni oggetto può essere il prossimo grande trionfo – che siano i materassi ad acqua o il pinball – e così vale tutto – persino fare inside trading – l’importante è avere il successo, i soldi, lo status…e soprattutto una bella donna da mostrare al proprio fianco.

Ma Alana non è una donna qualsiasi.

Limbo

Alana è bloccata in un limbo.

Anche se inizialmente dà l’impressione di essere una giovane donna con i piedi per terra che si può permettere di guardare dall’alto al basso un ragazzino così sfrontato, in realtà, più la protagonista prosegue la pellicola, più si rivela per la sua incertezza e insicurezza, soprattutto mettendosi in confronto con Gary.

Infatti, a differenza di quello sbarbato quindicenne, Alana non ha una famiglia facoltosa alle spalle, anzi deve vivere nella continua competizione con le sorelle, continuamente osteggiata dal padre e faticando a smarcarsi da un’esistenza con orizzonti ben più limitati…

…e con uno slancio del tutto fallimentare.

A suo modo, anche Alama è una sognatrice, e, per quanto possa criticare Gary per i suoi metodi ed i suoi obbiettivi, rimane fortemente legata al un sogno di cambio di status, il cui primo passo imprescindibile è trovarsi un compagno, rincorrendo ambizioni romantiche sempre più impossibili, nonostante i buoni intenti.

E fallisce continuamente, e viene continuamente svalutata.

Ambizioni

Qual è l’ambizione di Alama?

Per quanto screditi il capriccioso percorso di Gary, la protagonista è altrettanto caotica nel suo agire, nonostante – soprattutto nel finale, quando partecipa alla campagna elettorale di Joel – si faccia forte di una morale che invece il ragazzino ignora totalmente, mostrandosi interessato unicamente al successo e al guadagno.

E altrettanto capricciosa è nel cercare di riappropriarsi di un corpo che non è mai veramente suo, ma di tutti gli uomini – prima di tutto Gary – che se ne vogliono impossessare per motivi anche non sessuali – come sempre Joel, usandola come copertura per la sua relazione clandestina ed inconfessabile…

…ma, soprattutto, come trofeo da esibire e di cui disfarsi a piacimento – come nel caso di Jack Holden – arrivando fino esasperare la situazione per puro gusto della vendetta – o forse per volontà di riappropriazione – quando improvvisa una seduzione telefonica per vendere un materasso, al solo fine di indispettire Gary.

Ma Gary è davvero migliore?

Lo scioglimento della vicenda sembra quello tipico della rom-com – fra gli altri, Harry ti presento Sally (1989) – ma, in realtà, osservando momenti che rischiano di sfuggire ad uno sguardo più superficiale, ci si rende conto che lo stesso è tutt’altro che felice: fino all’ultimo Alama è un trofeo da esibire nella sala giochi…

…e Gary è, infine, l’ennesimo uomo che tradirà la sua fiducia, tanto che, immersa nel suo sogno romantico, nel finale la protagonista è l’unica che dichiara sentimenti che probabilmente il suo nuovo compagno non ha mai provato realmente nei suoi confronti.

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Vizio di forma – Un sogno a perdere

Vizio di forma (2014) è la seconda collaborazione di Paul Thomas Anderson con Joaquin Phoenix dopo The Master (2012).

A fronte di un budget ridotto rispetto ad altre produzioni del medesimo autore – 21 milioni di dollari – è stato un discreto disastro commerciale, non riuscendo neanche a coprire i costi di produzione.

Di cosa parla Vizio di forma?

Doc, un investigatore privato hippie, viene coinvolto nel misterioso rapimento del magnate Mickey Wolfmann…o almeno così sembra.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Vizio di forma?

In generale, sì.

Mi risulta onestamente difficile scegliere se consigliare o sconsigliare questa pellicola, in quanto si tratta, senza ombra di dubbio, dell’opera più complessa di Paul Thomas Anderson, proprio perché vuole essere complessa.

Infatti il senso della pellicola si comprende solo ad un livello metanarrativo, andando ad indagare le scelte espositive del regista, che costruisce una sorta di pastiche noir per raccontare un periodo di transizione piuttosto travagliato per gli Stati Uniti.

Sogno

Shasta è un sogno da riconquistare.

Proprio come la voce narrante ci spiega, la donna riappare nella vita del protagonista all’improvviso, inaspettata ma ancora seducente, e introduce Doc in un caso che si rivela poco a poco come un labirinto, il cui esito è incerto e volutamente insoddisfacente.

Doc è infatti rappresentazione della morente culturale hippie e di un’epoca piena di promesse e di illusioni che si scontrarono con la straziante era della Guerra in Vietnam, della speculazione edilizia e, più in generale, di un capitalismo rampante in un mondo sempre più disilluso.

Eppure, proprio all’alba di questo angosciante panorama, il protagonista crede ancora di poter riconquistare quel sogno non ancora perduto, ma che gli scompare più volte fra le mani, mentre cerca di trovare il filo giusto da tirare per risolvere il mistero e, così, riconquistare Shasta.

Ma Shasta non è più sua da molto tempo…

Potere

Wolfman è a sua volta vittima.

L’internamento del magnate è la perfetta rappresentazione del cambio del sogno e, anzi, dell’adattamento dello stesso ad un nuovo panorama: la cultura hippie non è più una realtà alternativa e libera da ogni controllo, ma bensì una forma di business raccontata attraverso la clinica Chryskylodon, apparentemente luogo spirituale new age…

…in realtà spazio di controllo e di rieducazione.

Così, paradossalmente, Shasta stava cercando di salvare la cultura hippie da lei incarnata in una nuova forma, seppur paradossale, di un capitalista che va contro se stesso, che voleva dare via tutto il suo denaro e tenere intatte le comunità senza lanciarsi una speculazione selvaggia.

Ma la realtà è quella del Channel View Estate, una futura mostruosità edilizia che appare come una città fantasma – perfetta rappresentazione della successiva cultura del non-luogo – e le cui dinamiche sono volutamente sibilline, costruite per nascondere qualcos’altro.

E la sensazione di non detto è dominante nella pellicola.

Paranoia

La trama di Vizio di forma è talmente labirintica da risultare quasi paranoica.

Doc raccoglie – ma non riesce a spiegare – una serie di indizi che sembrano puntare da una parte in un’unica direzione – l’onnipresente Gold Fang – e, al contempo, in direzioni del tutto diverse, raccontando un panorama confuso, in continua trasformazione e di difficile comprensione.

Proprio per questo spesso le indagini di Doc vengono derubricate a pura paranoia hippie proprio da quella che dovrebbe essere la massima espressione dell’ordine – Bigfoot – ma che invece rema continuamente contro al protagonista e alla sua ricerca della verità.

In altri termini, Doc è continuamente incastrato in una situazione che non comprende o che vuole renderlo colpevole, e i vari rappresentanti della presunta giustizia – la polizia quanto l’FBI – gli sono spesso ostili e dichiarano apertamente i loro metodi poco ortodossi.

E, infine, nulla viene veramente risolto, ma invece quel problema, quel vizio di forma, intrinseco nel cambiamento del nuovo decennio continua ad essere in agguato, vanificando la reale riconnessone fra Doc e Shasta…

…e mostrandoli dirigersi verso un orizzonte indefinito, ricco di inquietudini appena emerse.

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Il filo nascosto – Il cerchio impossibile

Il filo nascosto (2017) è la seconda collaborazione di Paul Thomas Anderson con Daniel Day-Lewis dopo Il petroliere (2007).

A fronte di un budget tipico per questo autore – 35 milioni di dollari – è stato un discreto disastro commerciale, riuscendo di poco a superare il budget di partenza.

Di cosa parla Il filo nascosto?

Reynolds Woodcock è uno stilista affermato che sembra interessato solamente ai suoi modelli e al trovare la sua prossima musa. Ma forse la sua prossima vittima non sarà così…sottomessa.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Il filo nascosto?

Assolutamente sì.

Per quanto non sia personalmente fra i miei preferiti della sua produzione, con Il filo nascosto Paul Thomas Anderson continua il racconto di codipendenza distruttiva iniziato con The Master (2012) e poi continuato con Licorice Pizza (2022).

Ne risulta una pellicola di assoluta raffinatezza, che rende il racconto solo apparentemente prevedibile fin dalla prima inquadratura, e invece sorprendendoci nell’intreccio di un rapporto velenoso e senza via d’uscita.

Capriccio

Reynolds è un uomo capriccioso e insofferente.

La scena di apertura, in cui quella che scopriremo essere la sua ennesima conquista lamenta la mancanza di attenzioni nei suoi confronti, perseguiterà la nostra percezione per la maggior parte del film, facendoci credere che quello sarà indubbiamente anche il destino di Alma.

In effetti, il ciclo sembra piuttosto ripetitivo: Reynolds si impossessa di donne perfette da manipolare per renderle le sue prossime modelle per abiti da sogno, coprendole di attenzioni anche ossessive, per poi svuotarle di importanza, rendendole dei meri manichini sullo sfondo. 

E proprio Alma, la giovane e ingenua cameriera, viene facilmente rapita dall’interesse di Reynolds, vantando di poter essere lei – e solamente lei – la modella perfetta ed insostituibile, capace di sottostare alle sue manie e alle sue esigenze, raccontandolo anche con una punta di arroganza e, persino, di vanità.

Eppure è proprio lei la prima a scomparire nello sfondo, passando progressivamente dall’essere la musa, la modella di primo piano, ad una grigia osservatrice della scena, che cerca di ribellarsi con dei vaghi capricci e di riconquistare le attenzioni di Reynolds con tentativi a vuoto…

…oppure no?

Controllo

L’unico modo per avere le attenzioni di Reynolds è annientandolo.

Comprendendo che le sue attenzioni come musa ispiratrice si sono ormai esaurite, Alma sceglie invece di amplificare quei brevi momenti di vulnerabilità del compagno avvelenandolo e costringendolo a letto, prendendo quasi il ruolo della madre che Reynolds continua a sognare.

Ed effettivamente la malattia ha il suo eco anche successivamente, facendo mettere all’uomo tutto in prospettiva e accettando Alma nella sua vita non più come interesse passeggero, ma come compagna con cui vuole condividere la sua vita, sottoponendosi a quel matrimonio che aveva sempre rifuggito.

Ma basta poco perché il marito si rinchiuda nuovamente in sé stesso, sottraendosi alle sue richieste di turbare la routine costruita e persino andando a recuperare dal suo insensato capriccio della testa del Dr. Hardy, fino a sentirla come un peso insopportabile, financo la causa del suo fallimento.

E se il finale poteva essere prevedibile…

Gioco

Reynolds è consapevole del gioco di Alma?

La risposta sembrerebbe emergere dal loro scontro durante la festa di Natale, in cui Alma si lamenta della loro partita e Reynolds la rimbecca dicendole che, se stesse vincendo, non si lamenterebbe tanto, invitando a lasciare il posto ad una nuova giocatrice.

Ed è proprio poche scene dopo che, sotto gli occhi attenti dell’uomo, Alma gli serve il pasto avvelenato, che Reynolds accetta in maniera giocosa e provocatoria di inghiottire, lasciando che la donna gli riveli il piano che probabilmente aveva già intuito, ma di cui è solo che felice di far parte.

E così i due si ritrovano intrappolati in un gioco perverso di avvelenamento e di inganni svelati, in cui l’uno si bea degli stimoli continui, per quanto mortiferi, della donna nel presente, mentre Alma sogna un futuro impossibile in cui Reynolds sarà totalmente assoggettato ai suoi desideri.

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The Master – Una prigione per un’altra

The Master (2012) è forse uno dei film più intrinsecamente complessi di Paul Thomas Anderson, e il primo con protagonista Joaquin Phoenix – che tornerà a collaborare con il cineasta per il successivo Vizio di forma (2014).

A fronte di un budget abbastanza impegnativo – 35 milioni di dollari – non è riuscito neanche a coprire i costi produttivi.

Di cosa parla The Master?

Freddie è un veterano di guerra che non riesce a riconnettersi al mondo materiale e reale per una serie di psicosi di difficile risoluzione. Ma forse quello che gli serve veramente è una nuova famiglia…?

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere The Master?

Assolutamente sì.

Nonostante, come detto, The Master sia probabilmente uno dei film più complessi della filmografia di Paul Thomas Anderson, anche per questo vale una o, meglio, più visioni per comprenderne la complessa simbologia e struttura.

Se, infatti, a primo impatto la pellicola apparirà sostanzialmente incomprensibile, ad una successiva visione, appena se ne sarà interiorizzata la complessità, comincerà a svelarsi davanti ai nostri occhi nella sua spettacolare meraviglia.

Simbolo

Freddie vive in una prigione di simboli vuoti.

Lo stress postraumatico non è il ricordo della trincea, ma bensì l’essere costretto ad abbandonare una realtà accogliente, costruita sui simboli più immediati e selvaggi del machismo, della sfacciata oggettificazione del femminile, e della conseguente convinzione di poterlo possedere a proprio piacimento.

Ne è chiara immagine la sequenza sulla spiaggia – che, non a caso, chiuderà anche la pellicola – in cui il protagonista mima l’atto sessuale su una sagoma di donna ricreata proprio per questo fine, tanto da apparire quasi come una bambola gonfiabile posticcia.

Eppure, l’atto sessuale, come si vede subito dopo, è solitario e ambiguo: Freddie non possiede effettivamente una donna e il suo è semplicemente un modo per dare sfoggio di un’identità da uomo dominante e sicuro di sé nel manipolare un femminile che in realtà non possiede.

Chiude il cerchio la sequenza dell’annuncio radiofonico della fine della guerra, in cui assistiamo ad un Freddie intrappolato in un sottomarino che continua a lavorare per trovare conforto – l’acqua – in una realtà – la guerra – che l’ha intrappolato, ma che al contempo gli ha permesso di esprimersi nella sua forma più semplice ed istintuale.

E la costrizione è continua.

Costrizione

Freddie è costretto ad essere l’uomo che non vuole essere…

…e che non riesce ad essere.

Il passaggio dal mondo militare al mondo reale è definito da due sedute psicologiche, in cui la società cerca di inquadrarlo e quindi di spezzare la facciata machista, fallendo al primo tentativo – le macchie di Rorschach sono solo un’ulteriore occasione di ostentazione – ma riuscendo, con la seconda, a penetrare la radice del problema.

L’identità di Freddie è così fragile proprio perché cerca un rifugio immediato dopo la perdita del punto di riferimento fondamentale: la famiglia, che sogna riunita intorno ad un tavolo a celebrare un momento quotidiano che gli sarà per sempre precluso, portandolo ad un’opprimente solitudine che è incapace di contrastare.

E la via d’uscita è rappresentata da Doris, giovane donna che prenderà una forma fisica solamente nel secondo atto, ma che in questo primo frangente è un convitato di pietra nel racconto, anzi nella giustificazione del pianto improvviso per la lettera da lei ricevuta, a cui Freddie non ha mai avuto il coraggio di rispondere.

E allora non resta che scappare, in eterno.

Ruolo

Freddie cerca costantemente di piegare il mondo alle sue necessità, ma fallisce continuamente.

Dalla fine del primo atto di The Master assistiamo ad un intersecarsi più intelligibile fra realtà e sogno, a cominciare dalla presunta relazione con la donna intravista al centro commerciale, che si intrufola nell’immaginario di Freddie come un fantasma per vivere una storia d’amore clandestina…

…che però si scontra con una realtà ben più insoddisfacente, come racconta la scena di chiusura al ristorante.

A quel punto, vivendo il suo insuccesso come colpa del ruolo che Freddie non può assumere – compagno e marito – cerca fisicamente di distruggere il presunto consorte della donna, scoppiando in una rissa da cui si immagina di uscire vincitore, portandosi dietro la donna fantasma che, almeno nel sogno, ha ormai conquistato.

E la distruzione del maschile nemico ha il suo apice nell’ultima scena del primo atto, quando Freddie viene accusato di aver avvelenato quell’uomo che aveva proprio le sembianze del padre, che Freddie sente come di aver la colpa e il rimorso di aver distrutto, scatenando così anche la distruzione del nucleo familiare e la sua conseguente solitudine.

Per questo, in un certo senso, Freddie ha bisogno di un nuovo padre.

Famiglia

Per Freddie è incredibilmente facile farsi assorbire da Don.

Il capo del culto tuttavia non lo internalizza immediatamente, ma piuttosto lo rende silenziosamente parte di una scena che Freddie può solo ammirare come spettatore, ovvero la composizione di un ulteriore nucleo familiare sotto alla propria guida…

…proprio come il sogno di Freddie stesso.

E così il protagonista osserva anche le sedute oniriche senza riuscire veramente a comprenderle, anzi cercando di comunicare con gli unici mezzi che possiede – le richieste di sesso – venendo tormentato dalla nuova moglie del figlio di Don, che ha le medesime sembianze ora di Doris, ora della sua proiezione – la donna del primo atto.

La manipolazione di Don è quindi più sottile e controllata, e attira il protagonista nella sua trappola facendogli credere di essere stato lui stesso a volerla, e costringendolo in una serie di regole apparentemente insensate, in realtà utili per costringerlo sotto al suo magistrale controllo, come a volerlo domare.

La prima seduta diventa così strumento per Don per comprendere fino in fondo la profondità del trauma di Freddie, che sembrava aver concretamente la possibilità di intraprendere un percorso relazionale, anzi insistendo a questo fine, per poi vederselo strappare da una realtà – quella militare – in cui si era felicemente rinchiuso.

E la chiusura di quella scena, con un brindisi del distillato di Freddie, suggella il loro rapporto all’interno della concretizzazione del sogno iniziale del protagonista – la famiglia che beve intorno ad un tavolo – che definisce la totale dipendenza di Freddie da Don e dal suo sogno.

Ed è un sogno veramente allettante…

Identità

Don e Freddie sono codipendenti.

Anche se inizialmente potrebbe sembrare che Don sia un guru da manuale, in realtà, più la storia prosegue, più appare evidente la sua estrema convinzione verso la Causa, verso questa idea di liberazione dal presente e dal corpo materiale, abbracciando le infinite possibilità del corpo immateriale e atemporale.

Infatti, accettare il presente come realtà solo temporanea, permette di aprirsi alle infiniti scenari passati e futuri, così da non essere schiavi di un tempo che sembra che ci definisce in maniera stringente, aprendoci invece a nuovi panorami, più fluidi e dalle infinite potenzialità.

Per questo Freddie è la preda perfetta.

Il protagonista è infatti estremamente definito dal suo presente e della sue scelte passate, bloccato in un sistema di simboli netti e senza via di fuga, che lo rendono solo e caotico nel suo agire, eternamente spinto verso la ricostruzione di un nucleo familiare con la donna amata – Doris – che gli è precluso per le sue stesse scelte.

Non a caso Don è l’unico che realmente crede nella possibilità di salvezza di Freddie, nonostante le proteste di tutti gli altri personaggi – specificatamente di Peggy – ed è l’unico che lo insegue anche nella sua continua fuga da una gabbia che crede solo di poter evadere, e in cui ritorna ciclicamente.

Questo concetto è ben raccontato dalla lunga sessione finale, soprattutto quando Freddie vaga da una parete all’altra, come a riconoscere la prigione in cui è intrappolato, ma sostenendo di poterne uscire quando vuole, cercando anche di sforzarsi oltre l’immediato – come nel cambio di colore degli occhi di Peggy.

E, quando infine Don crede di averlo domato, Freddie sfugge totalmente al suo controllo.

Tornare

La conclusione di The Master è una non-conclusione.

Freddie scappa dalla Causa e cerca di tornare alla realizzazione di quel sogno che si era negato – Doris – per vederlo sfumare davanti ai suoi occhi, davanti ad un ulteriore uomo che ha preso il posto che il protagonista ha sempre ricercato, ma mai raggiunto, in un’opprimente circolarità che lo porta inevitabilmente ad essere di nuovo solo.

Come un oracolo, Don cerca nuovamente di penetrare nella sua vita, cerca di ingannarlo raccontagli una vita passata in cui erano compagni di guerra, mettendolo quindi sul suo stesso piano e illudendolo – e forse illudendo anche se stesso – di una relazione non di master e pupil, ma bensì di comune impegno per la causa comune…

…sempre illudendolo di una possibile scelta.

Ma, a sorpresa, Freddie sceglie di irridere Don e la sua causa, fingendo ulteriori possibilità in una vita futura, dove invece Don dichiara che saranno nemici eterni, concludendo il loro incontro con una crudele canzone che racconta il sogno d’amore che Freddie non ha mai potuto realizzare.

E così infine si ritorna agli stessi simboli, alle stesse donne facilmente e sessualmente conquistate – che siano reali o meno, a questo punto, ha poca importanza – con cui Freddie cerca di mimare la sessione di Don, volendo dimostrare a sé stesso di averla ormai assorbita, di saperla facilmente replicare…

…finendo, infine, costretto di nuovo alla situazione iniziale, accanto ad un simbolo scarnificato.

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Punch-Drunk Love – Una prigione incomprensibile

Punch-Drunk Love (2002), noto in Italia come Ubriaco d’Amore, è uno dei film più sconosciuti della filmografia di Paul Thomas Anderson.

A fronte di un budget abbastanza importante per il tipo di film – 25 milioni di dollari – non è riuscito neanche a coprire i costi di produzione.

Di cosa parla Punch-Drunk Love?

Barry è un piccolo imprenditore intrappolato in una vita senza significato dove tutti sembrano decidere per lui. Ma sarà l’amore (?) a fargli cambiare idea…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Punch-Drunk Love?

Assolutamente sì.

Punch-Drunk Love è una piccola perla dimenticata, probabilmente per la sua complessità di lettura, che lo rende al pari di sfide di lynchiana memoria – particolarmente, Velluto blu (1986) e Mulholland Drive (2001) – lasciando ad una prima visione con più domande che risposte.

Tuttavia, revisione dopo revisione la pellicola si apre davanti agli occhi nel suo plateale enigma, definendosi nei suoi dettagli, indizi e sguardi sparsi per un racconto pronto a farsi leggere e scoprire.

Insomma, dategli una possibilità.

Scatole

Barry è come costretto in una prigione incomprensibile.

Non a caso nell’apertura della scena lo vediamo isolato all’interno di una stanza vuota, avidamente intento a cercare conferma di aver trovato il filo giusto da tirare per svelare la trama sotterranea, la trappola di cui tutti gli altri sembrano ignari.

Ma il paradosso del pudding sta proprio nell’essere una soluzione inutile.

La stessa è presto svelata da uno dei primi dialoghi con Lena, in cui il protagonista ammette di non aver mai viaggiato – anzi, come si scoprirà nel terzo atto, non ha mai preso neanche un aereo – quindi il suo acume nello svelare l’assurdità del sistema di premi è di fatto una vittoria fine a sé stessa.

Un paradosso che però racconta perfettamente questa tendenza a cercare un dettaglio risolutivo che sembra sempre come ad essere ad un passo dall’essere svelato, come nascosto dietro un velo, comprensibile a tutti tranne che al protagonista stesso.

Infatti tutti sembrano padroni un preciso ordine, tranne lui.

Ordine

Barry cerca di seguire un ordine, anche solo presunto.

La sua confusione, i suoi continui dubbi rispetto a scelte che sembrano del tutto casuali – come quella di indossare un completo – raccontano una totale mancanza di controllo, e, al contempo, una continua ricerca dello stesso, a fronte del costante subire il soffocante controllo esterno.

Il party stesso è il racconto del controllo esterno che Barry deve sopportare, proprio a partire dall’appuntamento al buio che una delle sorelle cerca di organizzare per lui, da cui il protagonista fugge con scuse blande e quasi infantili, ritrovandosi comunque intrappolato dalla sua numerosa famiglia.

Una situazione talmente insidiosa che neanche il suo tentativo di chiedere debolmente aiuto ha effetto, ma bensì lo bolla ancora di più come uno spostato, come le sue sorelle ci tengono più volte a ribadire – persino davanti a Lena.

E, allora, come si può scappare?

Subire

Barry è pronto ad accettare qualunque aiuto…

…persino quello di una hot line.

La scena dell’introduzione al servizio è talmente paradossale da risultare quasi grottesca: Barry è così disperato e distaccato dalla realtà che accetta di svendere i suoi dati sensibili solo per la promessa di una riservatezza che non potrebbe mai essere credibile.

Ancora più bizzarro è il dialogo con la centralinista, che cerca di portarlo verso il vero obbiettivo di quella chiamata, ma che Barry rifugge, ma senza sapere effettivamente in che direzione stia andando: pronto a sfruttare effettivamente quella situazione a suo vantaggio, ma senza mai esserne davvero capace.

Eppure, qual è l’alternativa?

Sfondare

Non riuscendo a trovare un ordine nella realtà, Barry cerca di distruggerla

Non sono infatti pochi i momenti in cui il protagonista esplode in una rabbia incontrollata, distruggendo l’ambiente che lo circonda, particolarmente i confini, come a voler creare una breccia per potersi finalmente liberare.

Un tentativo di sfondare una sorta di immaginaria prigione di vetro con un moto distruttivo che, in maniera piuttosto peculiare, si manifesta persino nel dialogo del terzo atto con Lena, in cui i due è come se volessero aprirsi a vicenda:

I’m looking at your face and I just want to smash it / I want to chew up your face and I want to scoop out your eyes

Guardo il tuo viso e vorrei solo sfondarlo / Vorrei spremerti il viso [tra le mani] e cavarti gli occhi

Ma la fuga è soprattutto dalla sua inerzia.

Dirigere

La vera vittoria di Barry è riuscire a ritrovare il controllo.

In altre parole, saper reagire prima alle costanti pressioni delle sorelle per avere controllo sulla sua esistenza, scegliendo invece di autodeterminarsi in quella che, sulla carta, è un’ulteriore macchinazione nei suoi confronti: fino al terzo atto, è esclusivamente Lena a tirare le fila del loro rapporto, anche con piccolo sotterfugi

E infatti Barry quando urla prima contro sua sorella, poi contro Dean Trumbell, sta in realtà gridando contro se stesso, spronandosi ad essere finalmente capace di spostare i pezzi sulla scacchiera a suo vantaggio, come racconta perfettamente l’ultima scena.

Infatti il misterioso piano, elemento intruso ed esterno, su cui Barry per tutto il film non era stato capace di suonare più di qualche nota, diventa invece strumento con cui dimostra di sapere procedere secondo una via precisa ed ordinata, su cui ha totalmente e finalmente il controllo.

E, finalmente, non da solo.

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Magnolia – Uniti nella distruzione

Magnolia (1999) è (per ora) l’ultima opera prettamente corale della produzione di Paul Thomas Anderson, che prenderà una direzione differente a partire dal film successivo.

A fronte di un budget abbastanza importante – 37 milioni di dollari – è riuscito a superare di poco i costi di produzione.

Di cosa parla Magnolia?

La storia gira intorno ad un nutrito gruppo di personaggi accomunati da un elemento comune: un destino potenzialmente piuttosto…bizzarro.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Magnolia?

Assolutamente sì.

Considerandolo l’ultimo film effettivamente corale della produzione di Anderson, ne è anche la massima espressione, distribuendo il concetto cardine su personaggi con situazioni e destini differenti, eppure profondamente legati a livello concettuale.

Ancora una volta Anderson gioca con le aspettative dello spettatore, quasi le deride apertamente, partendo da un presupposto quasi folkloristico per intraprendere una narrazione stratificata e profondamente riflessiva.

Aspettative

L’apertura di Magnolia è costruita ad arte per creare precise aspettative nello spettatore.

Come neanche il peggior programma di real tv saprebbe fare, Anderson intavola un discorso legato alle improbabili coincidenze di una serie di episodi della storia umana, insistendo particolarmente sull’incredibile sequela di avvenimenti, con tanto di schemi visivi…

…andando a suggerire che gli stessi non siano mere coincidenze, ma precisi disegni di un destino ineluttabile, che, secondo la stessa logica, dovrebbe colpire anche i suoi protagonisti, coinvolti fin dall’inizio in situazioni piuttosto peculiari e ricche di possibili esiti drammatici quanto bizzarri.

In realtà, il discorso è ben più complesso.

Maschere

I personaggi di Magnolia si possono volgarmente suddividere in tre macro categorie.

I personaggi più appariscenti – e, di conseguenza, anche più fragili – sono Frank e Jimmy Gator, accomunati da un’immagine pubblica piuttosto ingombrante quanto decisiva nella loro persona, delle pesanti maschere dietro le quali si nascondono, messe in difficoltà da un comune elemento.

La morte.

Il paradosso di Jimmy Gator risiede proprio nell’apparente immutabilità della sua posizione, che lo identifica come un’ottima persona, molto umana e accogliente, soprattutto nel gestire i suoi giovanissimi concorrenti, ma che viene perseguitato da una colpa segreta quanto indelebile nella sua memoria.

Se infatti sulle prime appare incomprensibile il rigetto della figlia nei suoi confronti, la stessa assume dei contorni sempre più strazianti davanti all’impossibilità di una redenzione tanto ricercata e tanto più urgente, vista la dipartita imminente, che lo rende sempre più lontano dal suo ambiente naturale e sempre più bloccato in una colpa da cui non può redimersi.

Invertendo i fattori, una situazione analoga è quella di Frank, apparentemente uno spietato guru, che insegna ai suoi discepoli come diventare i predatori del sesso debole, tanto da temere per l’incolumità dell’intervistatrice che si mischia al pubblico in sala…

…ma a cui bastano poche battute per far crollare il castello di vetro dentro il quale Frank si è rinchiuso, facendo emergere la difficoltosa relazione con la figura paterna, che l’ha portato ad essere così profondamente cinico e spietato, così desideroso di istruire altri sull’unica via che ritiene possibile per la propria sopravvivenza.

In altre parole, sono entrambi sull’orlo del collasso.

Vittime

Se, pur nella loro fragilità, Frank e Jimmy sono i predatori della storia, Linda, Jim e, soprattutto, Donnie sono le vittime.

Questo terzetto di personaggi è accomunato da una totale insoddisfazione verso il presente, un tentativo di riaffermazione confusa e caotica di identità ricercate e poi abbandonate, ritrovandosi costantemente frustrati e falliti nei loro intenti.

Nel caso di Jim il suo tentativo di essere un poliziotto rigoroso e puntuale si scontra continuamente contro una realtà imprevedibile e caotica, in cui prima viene aggredito verbalmente – e fisicamente – dalla custode del corpo del reato che risulta incapace di risolvere…

…fallimento ribadito dalla perdita della pistola, simbolo fondamentale della sua identità da poliziotto.

Altrettanto smarrita è Linda, che sulla carta dovrebbe essere l’arrampicatrice sociale e la Lucrezia Borgia della situazione, nel concreto si ritrova a pregare l’avvocato del marito morente di escluderla dal testamento di un uomo che sente di non meritare…

…tanto da arrivare a diventare lei stessa vittima del cocktail fatale che avrebbe dovuto somministrare a Earl.

Ma la storia forse più straziante è quella di Donnie, che guarda da lontano il se stesso del passato, quando era la star del momento nel programma What Do Kids Know?, ma che si ritrova nel presente ad essere un adulto insoddisfatto e alla ricerca di un modo per riscattarsi…

…che sia con un apparecchio ai denti o con il furto per vendetta.

Ma una speranza esiste.

Riscatto

Come il giovane Stanley potrebbe percorrere le orme ora di Donnie, ora di Jimmy, sceglie invece di salvarsi.

Il bambino è infatti fin da subito intrappolato in un ruolo che, come per altri personaggi, gli è stato imposto: il giovane prodigio capace persino di decantare a memoria un pezzo operistico, si lascia frenare dagli stessi adulti nel non poter vivere la naturalezza della sua infanzia.

In quel momento, pregno dell’umiliazione di essersela fatta addosso, Stanley si blocca proprio come Jimmy, e così viene meno al suo ruolo, non riducendo a risultare vittorioso come tutti si aspettavano, ma così capendo l’avidità e la malignità che guida gli adulti che lo circondano…

…proprio a partire dal padre.

L’ossessione della figura paterna nei confronti della vittoria del figlio – una sorta di riscatto indiretto della miseria della sua condizione – è visibile fin dalla sua prima apparizione, e assume contorni sempre più grotteschi davanti alla totale indifferenza per le evidenti difficoltà del figlio.

Per questo, anche se infine il padre continua ad ignorare Stanley, lo stesso, nel richiedere una maggiore gentilezza nei suoi confronti, prende consapevolezza della sua importanza come persona e non come strumento per il riscatto altrui, liberandosi da un destino insoddisfacente come quello di Donnie.

Ma tutti possono avere la loro salvezza in Magnolia.

Pioggia

La Pioggia può avere diversi significati.

Ad un livello più immediato, potrebbe sembrare una pioggia punitiva, dal sapore quasi biblico, per cui i personaggi vengono sostanzialmente castigati per le loro diverse colpe con una cascata violenta di rane, che non possono né fermare, né prevedere, dovendola subire incessantemente.

Ad un livello invece più profondo, la Pioggia è un’epifania: nella sua natura innegabile e distruttiva, questo acquazzone ricorda a diversi personaggi – specificatamente Frank e Claudia – come la distruzione possa essere imminente e inaspettata, e come il cambio di passo sia tanto più urgente.

In altri termini, la Pioggia è anche l’occasione di un ripensamento, di rimettere tutto in discussione, di accogliere l’amore materno di protezione, di perdonare gli errori del passato sul letto di morte, di diventare quei custodi dell’ordine che non si è mai stati e, infine, di rendersi conto della pochezza dei propri tentativi di riscatto.

Così, Anderson sceglie di chiudere la pellicola con questo abile gioco narrativo che non vanifica completamente le aspettative dello spettatore per una coincidenza straordinaria di personaggi sottilmente legati fra loro, ma bensì li riunisce sotto un evento miracoloso ed epifanico insieme.

Ovvero, qualcosa di ancora più sorprendente.

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Boogie Nights – Intrappolati nello sguardo

Boogie Nights (1997) è il secondo film della cinematografia di Paul Thomas Anderson.

A fronte abbastanza piccolo – 15 milioni di dollari – fu nel complesso un buon successo commerciale: 47 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla Boogie Nights?

Nel film si intrecciano le diverse e angoscianti vicende di un gruppo di attori del cinema per adulti, fra promesse mancate e sogni distrutti.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Boogie Nights?

Assolutamente sì.

Già con Boogie Nights Paul Thomas Anderson fece già un significativo passo avanti, ampliando il discorso già affrontato in Hard Eight (1996), allungando lo sguardo e puntandolo, pur indirettamente, in un panorama in cui aveva appena messo piede.

Infatti, nonostante si parli specificatamente del cinema per adulti, lo stesso discorso può essere traslato in una critica feroce alla crudeltà delle fortune alterne di Hollywood, in un racconto che, ancora una volta, potrebbe risultare incredibilmente banale…

…e invece sorprende nella sua agghiacciante profondità.

Promessa

La pornografia è una promessa…

… allettante?

Le prime battute di Boogie Nights si impostano sul racconto intrigante, quasi godurioso delle possibilità del cinema per adulti, concentrando tutta l’attenzione su quello che sembra l’elemento fondamentale del discorso: il sesso.

Un sesso semplice, facile da ottenere, una via di fuga da un’esistenza altrimenti insoddisfacente e degradante – come ben racconta l’acceso litigio fra Dirk e la madre quanto il licenziamento di Buck – per ritrovarne i simboli e le certezze altrove.

Se infatti sia Rollergirl che Dirk falliscono nei ruoli sociali in cui provano ad affermarsi e ricostruiscono l’ambiente familiare all’interno del rapporto con Jack – un surrogato della figura paterna e protettiva, che li lancia verso il successo – e poi con Amber – che ritrova il figlio perduto proprio nelle loro due figure.

Ma se il discorso fosse concluso qui, non ci sarebbe altro da aggiungere.

E, invece, l’occhio registico racconta molto di più.

Trappola

La pornografia è una trappola.

E se fosse una trappola semplice, immediata e prevedibile come apripista ad una vita più caotica e libertina, fra droghe, relazioni instabili e sfruttamento, i personaggi avrebbero la possibilità di riscattarsi nel finale della pellicola.

E, invece, la vera trappola è l’occhio.

Nella maggior parte delle scene il sesso o è filtrato dalla macchina da presa o direttamente specchiato nel controcampo della spettatore, e, spesso, lo stesso non ha parte attiva nella scena, ma, proprio penetrandola con lo sguardo, infine la possiede.

E così il sesso diventa una merce che chiunque può consumare a suo piacimento, come ben racconta il continuo esibizionismo della moglie di Bill, che arriva persino a inscenare un rapporto carnale per strada, con una folla di spettatori che la circonda e che così si appropria della sua immagine…

…e che, anzi, proprio come lo sfortunato ragazzo coinvolto nel filmino di Rollergirl e Jack, pretende di avere controllo sul corpo.

Ed è una trappola ineludibile.

Cerchio

I protagonisti di Boogie Nights sono dei divi fragili.

Dati facilmente in pasto al pubblico, pensano di potersi rilanciare all’interno delle più diverse attività, provando una serie di sbocchi per cui si rivelano o del tutto incapaci – come Dirk e Reed con la musica e il cinema commerciale…

…oppure proprio impossibilitati a percorrerle per il tipo di vita che hanno scelto, che ne ha definito tutta la personalità: così se Amber non potrà mai più rivedere il figlio, Buck ottiene la sua rivalsa solamente grazie ad un sanguinoso colpo di fortuna.

In questo senso la chiusura più significativa è quella di Dirk.

Ritornato fra le braccia accoglienti di Jack per riabbracciare quella che sembra l’unica carriera percorribile, il protagonista chiude la pellicola con un aggressivo monologo verso se stesso, con cui si sprona a diventare il protagonista di una scena che è già stata rubata da qualcun’altro

Ovvero, il suo enorme ed ingombrante fallo, che entra nella scena e domina lo sguardo della macchina da presa, tagliando il volto di Dirk, di fatto, riducendone drasticamente l’importanza, dovuta esclusivamente all’enorme membro…

…che si rivela, infine, l’unica vera star.

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Hard Eight – Il tiro sfortunato

Hard Eight (1996) è il primo lungometraggio diretto da Paul Thomas Anderson.

A fronte di un budget piccolino – 3 milioni di dollari – ha avuto un riscontro molto basso – anche per la scarsa distribuzione.

Di cosa parla Hard Eight?

Può un vecchio giocatore d’azzardo prendere sotto la sua ala un uomo squattrinato senza ulteriori fini? Forse…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Hard Eight?

Assolutamente sì.

Hard Eight è dove tutto è cominciato, un film che ti intrappola in una storia di cui pensi di sapere già lo scioglimento, e che invece ti sorprende proprio nel suo ultimo atto, riscrivendosi completamente – e distruggendoti internamente.

Insomma, già qui Anderson porta in scena un’opera dove i personaggi e i loro caratteri sono i veri protagonisti della storia, che nel complesso è tanto lineare ed immediata quanto significativa e potente nei suoi significati.

Direzione

L’introduzione di Hard Eight sembra andare in una direzione ben precisa.

Portando sotto la sua protezione un uomo evidentemente al limite della disperazione, Sidney sembra voler sfruttare la sua disperazione per renderlo suo debitore, facendo riferimento ad un non meglio definito favore da ricambiare in futuro.

Altrettanto classica è la sequenza dedicata ai trucchi del casinò, per cui l’anziano mentore insegna una tattica sottile quanto estremamente efficace per riuscire a guadagnare qualcosa – seppure non tutto il necessario – con un taglio sottilmente ironico che sembra preannunciare la catastrofe.

E la tattica pare avere il suo ultimo atto qualche anno dopo, quando Sidney tiene John totalmente sotto il proprio controllo, e cerca di attirare nella sua rete anche la giovane Clementine, donna altrettanto disperata, già intrappolata in un giro di prostituzione più o meno esplicito.

E, invece, nel secondo atto tutto cambia.

Controllo

Hard Eight parla di controllo.

Il controllo che Sidney sembra avere su tutti i personaggi in gioco, riducendo a reinstradare due disperati lontani da cattive scelte di vita e, proprio come una giocata al tavolo di craps, puntare su un risultato difficilissimo da ottenere – e senza mai mostrare veramente le proprie carte.

Eppure, è una scommessa tanto più imprevedibile.

L’improvvisa irruzione in scena dell’avventatezza della giovane coppia li incastra in una trama criminale che sono evidentemente incapaci di gestire, fra un John testardamente convinto di poter rigirare la vicenda a suo favore, improvvisandosi in una posizione di controllo che non possiede…

…e una Clementine che si rinchiude ancora di più nella sua pochezza, rimanendo inerme in un angolo ad implorare l’unica cosa che le interessa nella sua scarsissima lungimiranza: i pochi spiccioli che le impediscono di finire definitivamente in mezzo alla strada.

E, allora, è il momento di una nuova giocata.

Lontano

Sidney ha lanciato i suoi dadi troppo lontano.

Due dadi solitari, erranti e incontrollabili come Clementine e John, che deve spingere via dalla scena, lontano dal suo controllo e dalla sua protezione, per tornare padrone della scena all’interno della torbida dinamica del ricatto di Jimmy, la wild card che non è mai riuscito ad addomesticare.

E la rivelazione delle vere motivazioni del protagonista riscrivono sostanzialmente la pellicola, raccontando il disperato tentativo di sanare una situazione che sembrava così semplice da risolvere – prendere il posto di quella figura paterna di cui aveva privato John…

…ma da cui l’uomo ha ereditato tutti gli insanabili vizi di improvvisazione e di avventatezza.

E allora a Sidney non rimane che riprendere il controllo sull’unico elemento su cui sembra avere ancora presa: introdursi nella vita di Jimmy e vendicarsi brutalmente di avergli sottratto l’ultimo barlume di speranza di una giocata sfortunata di cui si pentirà per il resto della sua esistenza.