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Licorice Pizza – I miei uomini terribili

Licorice Pizza (2022) è il terzo film storico di Paul Thomas Anderson – quasi, per certi versi, un sequel spirituale di Vizio di forma (2014) – nonché l’esordio attoriale di Alana Haim.

A fronte di un budget medio per il regista – 40 milioni di dollari – è stato un pesante flop commerciale, non riuscendo a raggiungere neanche i costi di produzione.

Di cosa parla Licorice Pizza?

California, 1973. Gary e Alama sono due sognatori…nell’epoca sbagliata in cui sognare.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea.

Vale la pena di vedere Licorice Pizza?

Assolutamente sì.

Anche se probabilmente non rientra tra le pellicole più significative della carriera di Anderson, Licorice Pizza è, ancora una volta, il racconto di un’epoca di sogni perduti, di speranze spezzate e di un cambiamento che nessuno si aspettava – nè desiderava.

E, se in Vizio di forma ci trovavamo alle porte dei più cinici Anni Settanta, qui i due giovani protagonisti si immergono totalmente in quest’epoca angosciante e piena di inquietudini, ma ancora carichi delle promesse dei decenni del dopoguerra.

Ambizioso

Gary è spregiudicatamente ambizioso.

Appena vede una donna di suo interesse – Alana – decide immediatamente che dovrà essere sua, e la corteggia sfacciatamente e senza preoccuparsi né dell’importante differenza di età, né delle sue legittime proteste, arrivando fino a dichiarare poco dopo che è la donna che sposerà.

Una situazione che potrebbe sembrare un classico comportamento di un adolescente che vuole fare la voce grossa, trattando sostanzialmente Alma come un trofeo per raccontare il suo status, ma in realtà la donna è solo l’ultimo capitolo di un racconto di ambizione sfacciato quanto ingenuo.

In altre parole, Gary è cresciuto in seno al sogno americano per cui tutto è possibile, per cui la carriera da giovane attore è solo un punto di partenza per avviare il suo brillante percorso da imprenditore, rincorrendo le mode del momento per realizzare affari immediatamente vincenti…

…ma anche sicuramente fallimentari.

Ma tutto è possibile quando ti puoi permettere di fallire grazie ad una famiglia che ti copre continuamente le spalle – dettaglio che molto spesso si dimentica nelle narrazioni dei grandi imprenditori americani – e che per questo ti permette di passare senza problemi da un fallimento ad un altro.

E così ogni oggetto può essere il prossimo grande trionfo – che siano i materassi ad acqua o il pinball – e così vale tutto – persino fare inside trading – l’importante è avere il successo, i soldi, lo status…e soprattutto una bella donna da mostrare al proprio fianco.

Ma Alana non è una donna qualsiasi.

Limbo

Alana è bloccata in un limbo.

Anche se inizialmente dà l’impressione di essere una giovane donna con i piedi per terra che si può permettere di guardare dall’alto al basso un ragazzino così sfrontato, in realtà, più la protagonista prosegue la pellicola, più si rivela per la sua incertezza e insicurezza, soprattutto mettendosi in confronto con Gary.

Infatti, a differenza di quello sbarbato quindicenne, Alana non ha una famiglia facoltosa alle spalle, anzi deve vivere nella continua competizione con le sorelle, continuamente osteggiata dal padre e faticando a smarcarsi da un’esistenza con orizzonti ben più limitati…

…e con uno slancio del tutto fallimentare.

A suo modo, anche Alama è una sognatrice, e, per quanto possa criticare Gary per i suoi metodi ed i suoi obbiettivi, rimane fortemente legata al un sogno di cambio di status, il cui primo passo imprescindibile è trovarsi un compagno, rincorrendo ambizioni romantiche sempre più impossibili, nonostante i buoni intenti.

E fallisce continuamente, e viene continuamente svalutata.

Ambizioni

Qual è l’ambizione di Alama?

Per quanto screditi il capriccioso percorso di Gary, la protagonista è altrettanto caotica nel suo agire, nonostante – soprattutto nel finale, quando partecipa alla campagna elettorale di Joel – si faccia forte di una morale che invece il ragazzino ignora totalmente, mostrandosi interessato unicamente al successo e al guadagno.

E altrettanto capricciosa è nel cercare di riappropriarsi di un corpo che non è mai veramente suo, ma di tutti gli uomini – prima di tutto Gary – che se ne vogliono impossessare per motivi anche non sessuali – come sempre Joel, usandola come copertura per la sua relazione clandestina ed inconfessabile…

…ma, soprattutto, come trofeo da esibire e di cui disfarsi a piacimento – come nel caso di Jack Holden – arrivando fino esasperare la situazione per puro gusto della vendetta – o forse per volontà di riappropriazione – quando improvvisa una seduzione telefonica per vendere un materasso, al solo fine di indispettire Gary.

Ma Gary è davvero migliore?

Lo scioglimento della vicenda sembra quello tipico della rom-com – fra gli altri, Harry ti presento Sally (1989) – ma, in realtà, osservando momenti che rischiano di sfuggire ad uno sguardo più superficiale, ci si rende conto che lo stesso è tutt’altro che felice: fino all’ultimo Alama è un trofeo da esibire nella sala giochi…

…e Gary è, infine, l’ennesimo uomo che tradirà la sua fiducia, tanto che, immersa nel suo sogno romantico, nel finale la protagonista è l’unica che dichiara sentimenti che probabilmente il suo nuovo compagno non ha mai provato realmente nei suoi confronti.

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Vizio di forma – Un sogno a perdere

Vizio di forma (2014) è la seconda collaborazione di Paul Thomas Anderson con Joaquin Phoenix dopo The Master (2012).

A fronte di un budget ridotto rispetto ad altre produzioni del medesimo autore – 21 milioni di dollari – è stato un discreto disastro commerciale, non riuscendo neanche a coprire i costi di produzione.

Di cosa parla Vizio di forma?

Doc, un investigatore privato hippie, viene coinvolto nel misterioso rapimento del magnate Mickey Wolfmann…o almeno così sembra.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Vizio di forma?

In generale, sì.

Mi risulta onestamente difficile scegliere se consigliare o sconsigliare questa pellicola, in quanto si tratta, senza ombra di dubbio, dell’opera più complessa di Paul Thomas Anderson, proprio perché vuole essere complessa.

Infatti il senso della pellicola si comprende solo ad un livello metanarrativo, andando ad indagare le scelte espositive del regista, che costruisce una sorta di pastiche noir per raccontare un periodo di transizione piuttosto travagliato per gli Stati Uniti.

Sogno

Shasta è un sogno da riconquistare.

Proprio come la voce narrante ci spiega, la donna riappare nella vita del protagonista all’improvviso, inaspettata ma ancora seducente, e introduce Doc in un caso che si rivela poco a poco come un labirinto, il cui esito è incerto e volutamente insoddisfacente.

Doc è infatti rappresentazione della morente culturale hippie e di un’epoca piena di promesse e di illusioni che si scontrarono con la straziante era della Guerra in Vietnam, della speculazione edilizia e, più in generale, di un capitalismo rampante in un mondo sempre più disilluso.

Eppure, proprio all’alba di questo angosciante panorama, il protagonista crede ancora di poter riconquistare quel sogno non ancora perduto, ma che gli scompare più volte fra le mani, mentre cerca di trovare il filo giusto da tirare per risolvere il mistero e, così, riconquistare Shasta.

Ma Shasta non è più sua da molto tempo…

Potere

Wolfman è a sua volta vittima.

L’internamento del magnate è la perfetta rappresentazione del cambio del sogno e, anzi, dell’adattamento dello stesso ad un nuovo panorama: la cultura hippie non è più una realtà alternativa e libera da ogni controllo, ma bensì una forma di business raccontata attraverso la clinica Chryskylodon, apparentemente luogo spirituale new age…

…in realtà spazio di controllo e di rieducazione.

Così, paradossalmente, Shasta stava cercando di salvare la cultura hippie da lei incarnata in una nuova forma, seppur paradossale, di un capitalista che va contro se stesso, che voleva dare via tutto il suo denaro e tenere intatte le comunità senza lanciarsi una speculazione selvaggia.

Ma la realtà è quella del Channel View Estate, una futura mostruosità edilizia che appare come una città fantasma – perfetta rappresentazione della successiva cultura del non-luogo – e le cui dinamiche sono volutamente sibilline, costruite per nascondere qualcos’altro.

E la sensazione di non detto è dominante nella pellicola.

Paranoia

La trama di Vizio di forma è talmente labirintica da risultare quasi paranoica.

Doc raccoglie – ma non riesce a spiegare – una serie di indizi che sembrano puntare da una parte in un’unica direzione – l’onnipresente Gold Fang – e, al contempo, in direzioni del tutto diverse, raccontando un panorama confuso, in continua trasformazione e di difficile comprensione.

Proprio per questo spesso le indagini di Doc vengono derubricate a pura paranoia hippie proprio da quella che dovrebbe essere la massima espressione dell’ordine – Bigfoot – ma che invece rema continuamente contro al protagonista e alla sua ricerca della verità.

In altri termini, Doc è continuamente incastrato in una situazione che non comprende o che vuole renderlo colpevole, e i vari rappresentanti della presunta giustizia – la polizia quanto l’FBI – gli sono spesso ostili e dichiarano apertamente i loro metodi poco ortodossi.

E, infine, nulla viene veramente risolto, ma invece quel problema, quel vizio di forma, intrinseco nel cambiamento del nuovo decennio continua ad essere in agguato, vanificando la reale riconnessone fra Doc e Shasta…

…e mostrandoli dirigersi verso un orizzonte indefinito, ricco di inquietudini appena emerse.