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Hamnet – Un labirinto vuoto

Hamnet (2026) di Chloé Zhao è un dramma familiare tratto dall’omonimo romanzo di Maggie O’Farrell, qui nel ruolo di co-sceneggiatrice.

A fronte di un budget medio – 35 milioni di dollari – si è rivelato nel complesso un buon successo commerciale.

Di cosa parla Hamnet?

Will e Agnes sembrano avere il destino segnato dal loro essere reietti…ma potendolo invece essere insieme.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Hamnet?

Assolutamente sì.

Dopo la dolcissima delicatezza di Nomadland (2020), Chloé Zhao torna alla regia con una pellicola capace di portare in scena una piccola storia familiare che si intreccia in maniera brillante con l’elemento magico e onirico che pervade la storia.

Un racconto fatto di presagi, segni e predizioni, che si insinuano negli sguardi, nei pensieri e nelle parole dei personaggi in maniera estremamente sottile e capace di essere compresa nella sua interezza solo visione dopo visione.

Fuori

Il percorso di Will è inevitabilmente rivolto verso l’esterno.

La pellicola si apre con la visione di Agnes avvolta nel contesto naturale – selvaggio e, per questo, temuto – in cui Will si specchia nella scena successiva, con il paesaggio che si riflette nella sua gabbia – le finestre della casa in cui è costretto.

Si crea quindi subito questa dicotomia fra lo spazio chiuso e opprimente – definito da colori freddi, desaturati, financo binari nella casa di Will – in cui è tutto o bianco, o nero – e invece lo spazio aperto, di colori pieni e brillanti, che Agnes porta con sé anche quando rientra nel grigiore domestico.

Si crea quindi questo movimento in cui i due si ritrovano in una sorta di terra di confine, in cui Agnes benedice Will promettendogli un futuro ben al di là dei ristretti orizzonti a cui è stato costretto, per poi rientrare entrambi nel contesto familiare opprimente, all’interno di una forte simmetria in cui entrambi raccontano il loro ruolo di emarginati.

Il loro secondo approccio è in questo senso fondamentale, in quanto Will sceglie consapevolmente di penetrare quella natura disarmonica, rifugio e condanna di Agnes, e riesce così a conquistarla, dimostrandosi estraneo alle grettezze sociali a cui è costretto…

…raccontandogli una novella fuori dagli schemi del mero matrimonio borghese.

Ed è a quel punto che comincia la loro storia.

Destino

Agnes è consapevole del proprio destino e di quello di Will.

Per questo si fa costantemente vettore dello stesso, prima accettando il ruolo di genitrice ma non – come pensa la famiglia di Will – per incastrarlo all’interno del matrimonio, ma per porre il primo tassello della sua storia: Will riesce ad evadere le opprimenti mura domestiche proprio perché Agnes lo spinge in quella direzione…

…consapevole, anche avendolo visto con i propri occhi, di come invece perderebbe il marito se lo continuasse ad ingabbiare.

Ed è in questo momento che la protagonista assiste alla prima tappa di un destino dai contorni più sfumati, inafferrabili, che ha il suo apice nel parto gemellare, in cui il marito non è presente, ma comunque la sua presenza è evocata dallo straripare del fiume che invade la casa, come un richiamo di un mondo esterno da cui Agnese è esclusa…

…e in cui il marito potrebbe essere vivo come perso.

Un’apparente calma è riconquistata con la rinascita della figlia, per cui è come se la madre dimostrasse i suoi poteri generativi anche al di fuori del suo ambiente naturale, che ci accompagna verso un presente pervaso da una serenità totale e appagante, in cui ognuno sembra aver assunto la propria parte in scena.

Infatti in questo contesto familiare così piacevolmente intrecciato con l’arte lontana del padre – di cui comunque i figli si nutrono profondamente, sognando un giorno anche loro di cavalcare le scene – la divisione così netta fra i due ambienti – urbano e naturale – non è distruttiva, ma armonica.

Agnes e Will vivono di un’armonia silente, smettendo serenamente di mentirsi sulle possibilità di avvicinare i due mondi, la cui lontananza è in realtà sentita solamente dai figli, che soffrono l’assenza di un padre che amano ed ammirano profondamente – tutti elementi che ritorneranno in qualche modo rovesciati nella seconda parte.

Infatti la colpa di Will è ancora tutta da scrivere.

Omen

L’inizio dell’atto centrale è scandito da due omen estremamente significativi.

L’inizio del presagio della morte che sopraggiungerà di lì a breve avviene nel funerale del falco di Agnes, agli occhi di tutti i presenti un’occasione per riconnettersi con il ciclo eterno della natura…tranne per Hamnet, che non si perde nel rassicurante sogno del falco che solca i cieli in eterno, ma in una visione altra.

La stessa non è esplicata fino all’effettiva morte del personaggio, ma è ricalcata nella sua enigmaticità dalle visioni parallele di Agnes e Will: entrambi avvertono un sentore disturbante – il padre nel lugubre spettacolo delle ombre, la madre nell’agitazione delle api – ed entrambi, in inquadrature quasi simmetriche, si fermano ad osservare l’orizzonte incerto.

Così la peste – ormai parte della quotidianità urbana di Will – serpeggia fino alla sua famiglia, in cui Agnes si prende il peso di essere l’unica veramente capace di risolvere la malattia con il suo ingegno quasi stregonesco, del tutto ignara dei veri protagonisti della scena, totalmente fuori dal suo controllo: Hamnet e la morte.

Così la morte del figlio si intreccia perfettamente sul piano realistico – Hamnet si lascia infettare dalla sorella, come se ne assorbisse la malattia – e quello strettamente simbolico – si scambia con la stessa come su un palcoscenico, e così riesce ad ingannare la morte, che rapisce lui invece che Judith.

Ed è ancora più straziante la sua dipartita non tanto per la morte in sé stessa, ma per come Hamnet viene rappresentato in questa sorta di limbo – che poi scoprirà essere lo stesso palco dell’atto finale – separato dalla realtà dei vivi da un velo oscuro, alla disperata ricerca di un elemento familiare – e di fuga.

Ma non è la morte il problema.

Spettatore

Will non può essere solo spettatore.

Negli anni evidentemente Agnes aveva tollerato, anzi forse proprio accettato, la presenza scostante del marito, proprio perché la stessa garantiva un affetto sincero e significativo nei confronti dei figli, che colmava in qualche modo quel vuoto lasciato durante l’assenza.

Ma l’assenza non è più giustificabile quando Agnes si trova completamente sola a dover affrontare le morti prima di Judith, poi di Hamnet – anche se la prima è scampata – portando ad un’implosione del nucleo familiare, per cui i tentativi di risoluzione di Will risultano non solo fallimentari, ma concretamente deleteri.

E infatti Agnes, scena dopo scena, è sempre più infelice, scostante…e visibilmente invecchiata, come non lo era mai stata nei precedenti anni in cui il suo nucleo emotivo era vivo e pulsante, rinfacciando al marito i suoi tentativi di pacificazione che sembrano solo una conferma di un ascolto e di una presenza che non c’è mai stata.

E la tragedia di Hamlet potrebbe essere davvero l’insulto finale.

La protagonista si trova costretta davanti ad un personaggio che ricalca l’aspetto e la storia del figlio defunto, e ritrova contegno solamente quando vede finalmente il padre prendere posto in scena, ritirandosi però presto dalla stessa nel ruolo, ancora una volta, di spettatore.

In altre parole, Will affronta la tragedia della morte del figlio nell’unico modo in cui è capace di farlo: riraccontandola, riportandola in scena e dando quasi l’occasione al defunto di vivere una vita, un’avventura che da vivo ha solo sognato, concretizzazione di quelle fantasie che la madre ha solo potuto ascoltare.

E, nello sguardo silente del marito, nella vita fittizia di Hamnet, finalmente Agnes trova riscatto per il suo dolore, non più sola, ma circondata da un pubblico che la vive insieme a lei, potendo toccare per l’ultima volta la mano del figlio, e salutandolo mentre abbandona la vita…

…passando dalla stessa strada per cui aveva trovato la vita.