Marty Supreme (2025) di Josh Safdie è un biopic sportivo con protagonista Timothée Chalamet, basato sulla vera storia del tennistavolista Marty Reisman.
A fronte di un budget medio – circa 70 milioni di dollari – è stato nel complesso un buon successo commerciale: quasi 150 milioni in tutto il mondo.
Di cosa parla Marty Supreme?
Marty non ha un sogno, ma un obiettivo: essere un vincitore. Ma le possibilità di vittoria sono meno concrete di quanto possa pensare…
Vi lascio il trailer per farvi un’idea:
Vale la pena vedere Marty Supreme?

Assolutamente sì.
Marty Supreme riesce a raccontare una storia tipica e atipica insieme: se sulle prime coinvolge lo spettatore nella più classica ascesa di un futuro campione, già nel secondo atto si frammenta in un racconto ben più profondo e sentito sull’illusione del sogno americano.
Ne consegue un’opera di grande spessore narrativo e artistico, che travolge con i suoi ritmi frenetici, il suo montaggio sfrenato e i continui primissimi piani che ci immergono nell’emotività e nella follia impetuosa dei suoi personaggi.

Normale

Marty non vuole essere normale.
La prima apparizione del protagonista è anche un sunto della sua persona: ottimamente inserito all’interno di un panorama sociale – il negozio di scarpe – da cui non si sente rappresentato, e in cerca di una doverosa via di fuga, sempre nelle retrovie, sempre con inganni improvvisati – e facilmente fallimentari.
Non a caso, il suo personaggio ruota intorno ad una fuga costante, all’essere braccato da personaggi che tendenzialmente vogliono punirlo per il suo bene, per rimetterlo in riga e fargli dimenticare il suo scapestrato sogno di successo.
Per questo, il ping-pong non è altro che un pretesto.

Un aspetto particolarmente evidente all’interno di un racconto che comincia già con un punto di arrivo – la potenziale vittoria ai British Open – e che quindi evade fin da subito il racconto classico del genere – solitamente composto da uno spericolato climax ascendente, seguito da una battuta di arresto e una conclusione tipicamente risolutiva.
In questo senso Marty Supreme assomiglia di più ad un ribelle Tonya (2022), ma è ancora più sfacciato nel farci dimenticare facilmente e rapidamente del ping-pong.
Il vero tema, in altri termini, è l’illusione di un successo dovuto.
Successo

Marty deve avere successo.
Il protagonista è come se avesse già scritto la sua storia a discapito di tutto il resto
…e di tutti gli altri.
Non manca mai un momento in cui Marty promette un successo che è quasi dovuto, figlio di un’euforia crescente negli Stati Uniti del Secondo Dopoguerra, in cui tutte le porte sono aperte, il cui l’affermazione del sé deve essere conquistata, a prescindere dai danni di percorso – assolutamente secondari rispetto al successo dirompente a cui porteranno.

In quest’ottica il protagonista si lascia alle spalle una scia di disastri – il pranzo non pagato all’hotel, il cuore spezzato di Rachel, il furto al negozio – che progressivamente vengono a chiedergli il conto in maniera sempre più insistente, nonostante all’inizio sembri che Marty ne sia uscito effettivamente vincente.
Ma ogni vittoria ha il suo contraltare.

Così, se l’insistenza e la performance sfacciata gli fanno ottenere una notte con Kay, un accordo con Rockwell e un mucchio di soldi con la truffa alla sala da bowling, gli portano anche un’amante delusa e che si dimentica facilmente di lui, un’umiliazione pubblica e un cane perso…
…e una generale sequela di insuccessi.
Ma non tutti gli insuccessi sono di egual portata.
Svantaggio

Consapevolmente o meno, Marty parte da una posizione di svantaggio.
I due personaggi con cui si deve scontrare più chiaramente sono Kay e Dion che, per la loro condizione di partenza, possono permettersi di sbagliare.
Se infatti Dion è un giovane artista disoccupato che può permettersi di creare – e distruggere – le folli ambizioni di Marty, potendo contare sulla protezione del padre – che comunque lo considera un mediocre – l’infelicità di Kay viene ripagata da uno spettacolo costruito – e pagato – sulla sua persona da un marito assente e disinteressato…
…potendo permettersi di fallire e di contare comunque sul sostegno di tutti.

Marty, invece, può solo vincere.
Particolarmente significativa in questo senso è la fine del secondo atto, quando il protagonista è ormai pronto per realizzare il suo sogno in Giappone, e racconta il suo successo ai suoi amici della bisca, che si congratulano con lui, del tutto ignari del doloroso prezzo che ha dovuto pagare.
Non a caso, uno dei tanti conti da saldare arriva proprio in quel momento: Mishkin, il motore che ha permesso la trama truffaldina protagonista – con tutte le sue ripercussioni – del secondo atto, e che porta Marty, in un modo o nell’altro, a raggiungere…il suo obbiettivo?
Briciole

Marty ha vinto?
Il terzo atto ci lascia col fiato sospeso fino all’ultimo, mostrandoci un Marty tenuto al guinzaglio da un Rockwell – e da un sistema – che vuole emarginarlo, confinarlo nell’angolo dei buffoni, di chi non ce l’ha veramente fatta, di chi può solo vivere all’ombra dei personaggi realmente meritevoli di attenzione.
Non a caso, in questo contesto Endo è il protagonista che ci aspetteremmo – e che Giappone e Stati Uniti in egual modo vorrebbero in campo: un assiduo lavoratore che ha scoperto quasi per caso la sua bravura, che ha portato lustro al suo paese con una vittoria senza alcun tipo di scorrettezza o secondo fine.

E sembra solo naturale che Marty venga ulteriormente battuto, e conseguentemente umiliato, dal campione in carica…
…e invece non ci sta.
La successiva partita è davvero quella decisiva…ma non rappresenta una vera vittoria: Marty, nel concreto, ottiene solo una piccola, insignificante rivincita personale, dimostra a sé stesso che può farcela, ma rimane al contempo scornato, abbandonato e costretto a tornare in patria con mezzi di fortuna.

Ne consegue un finale ambiguo, in cui Marty sembra effettivamente tornare sui suoi passi, emozionarsi genuinamente – forse anche di più della sua vittoria sportiva – per il figlio appena nato, dopo aver passato tutta la pellicola a mettere ogni cosa – e, soprattutto, persona – in secondo piano rispetto al suo ego.
In altri termini, l’emozione di Marty davanti al figlio appena nato potrebbe non essere una semplice e commovente immagine di un giovane padre, ma piuttosto la visione di un futuro possibile, ancora da scrivere, che sembrava fino a quel momento precluso e continuamente negato.
