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Punch-Drunk Love – Una prigione incomprensibile

Punch-Drunk Love (2002), noto in Italia come Ubriaco d’Amore, è uno dei film più sconosciuti della filmografia di Paul Thomas Anderson.

A fronte di un budget abbastanza importante per il tipo di film – 25 milioni di dollari – non è riuscito neanche a coprire i costi di produzione.

Di cosa parla Punch-Drunk Love?

Barry è un piccolo imprenditore intrappolato in una vita senza significato dove tutti sembrano decidere per lui. Ma sarà l’amore (?) a fargli cambiare idea…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Punch-Drunk Love?

Assolutamente sì.

Punch-Drunk Love è una piccola perla dimenticata, probabilmente per la sua complessità di lettura, che lo rende al pari di sfide di lynchiana memoria – particolarmente, Velluto blu (1986) e Mulholland Drive (2001) – lasciando ad una prima visione con più domande che risposte.

Tuttavia, revisione dopo revisione la pellicola si apre davanti agli occhi nel suo plateale enigma, definendosi nei suoi dettagli, indizi e sguardi sparsi per un racconto pronto a farsi leggere e scoprire.

Insomma, dategli una possibilità.

Scatole

Barry è come costretto in una prigione incomprensibile.

Non a caso nell’apertura della scena lo vediamo isolato all’interno di una stanza vuota, avidamente intento a cercare conferma di aver trovato il filo giusto da tirare per svelare la trama sotterranea, la trappola di cui tutti gli altri sembrano ignari.

Ma il paradosso del pudding sta proprio nell’essere una soluzione inutile.

La stessa è presto svelata da uno dei primi dialoghi con Lena, in cui il protagonista ammette di non aver mai viaggiato – anzi, come si scoprirà nel terzo atto, non ha mai preso neanche un aereo – quindi il suo acume nello svelare l’assurdità del sistema di premi è di fatto una vittoria fine a sé stessa.

Un paradosso che però racconta perfettamente questa tendenza a cercare un dettaglio risolutivo che sembra sempre come ad essere ad un passo dall’essere svelato, come nascosto dietro un velo, comprensibile a tutti tranne che al protagonista stesso.

Infatti tutti sembrano padroni un preciso ordine, tranne lui.

Ordine

Barry cerca di seguire un ordine, anche solo presunto.

La sua confusione, i suoi continui dubbi rispetto a scelte che sembrano del tutto casuali – come quella di indossare un completo – raccontano una totale mancanza di controllo, e, al contempo, una continua ricerca dello stesso, a fronte del costante subire il soffocante controllo esterno.

Il party stesso è il racconto del controllo esterno che Barry deve sopportare, proprio a partire dall’appuntamento al buio che una delle sorelle cerca di organizzare per lui, da cui il protagonista fugge con scuse blande e quasi infantili, ritrovandosi comunque intrappolato dalla sua numerosa famiglia.

Una situazione talmente insidiosa che neanche il suo tentativo di chiedere debolmente aiuto ha effetto, ma bensì lo bolla ancora di più come uno spostato, come le sue sorelle ci tengono più volte a ribadire – persino davanti a Lena.

E, allora, come si può scappare?

Subire

Barry è pronto ad accettare qualunque aiuto…

…persino quello di una hot line.

La scena dell’introduzione al servizio è talmente paradossale da risultare quasi grottesca: Barry è così disperato e distaccato dalla realtà che accetta di svendere i suoi dati sensibili solo per la promessa di una riservatezza che non potrebbe mai essere credibile.

Ancora più bizzarro è il dialogo con la centralinista, che cerca di portarlo verso il vero obbiettivo di quella chiamata, ma che Barry rifugge, ma senza sapere effettivamente in che direzione stia andando: pronto a sfruttare effettivamente quella situazione a suo vantaggio, ma senza mai esserne davvero capace.

Eppure, qual è l’alternativa?

Sfondare

Non riuscendo a trovare un ordine nella realtà, Barry cerca di distruggerla

Non sono infatti pochi i momenti in cui il protagonista esplode in una rabbia incontrollata, distruggendo l’ambiente che lo circonda, particolarmente i confini, come a voler creare una breccia per potersi finalmente liberare.

Un tentativo di sfondare una sorta di immaginaria prigione di vetro con un moto distruttivo che, in maniera piuttosto peculiare, si manifesta persino nel dialogo del terzo atto con Lena, in cui i due è come se volessero aprirsi a vicenda:

I’m looking at your face and I just want to smash it / I want to chew up your face and I want to scoop out your eyes

Guardo il tuo viso e vorrei solo sfondarlo / Vorrei spremerti il viso [tra le mani] e cavarti gli occhi

Ma la fuga è soprattutto dalla sua inerzia.

Dirigere

La vera vittoria di Barry è riuscire a ritrovare il controllo.

In altre parole, saper reagire prima alle costanti pressioni delle sorelle per avere controllo sulla sua esistenza, scegliendo invece di autodeterminarsi in quella che, sulla carta, è un’ulteriore macchinazione nei suoi confronti: fino al terzo atto, è esclusivamente Lena a tirare le fila del loro rapporto, anche con piccolo sotterfugi

E infatti Barry quando urla prima contro sua sorella, poi contro Dean Trumbell, sta in realtà gridando contro se stesso, spronandosi ad essere finalmente capace di spostare i pezzi sulla scacchiera a suo vantaggio, come racconta perfettamente l’ultima scena.

Infatti il misterioso piano, elemento intruso ed esterno, su cui Barry per tutto il film non era stato capace di suonare più di qualche nota, diventa invece strumento con cui dimostra di sapere procedere secondo una via precisa ed ordinata, su cui ha totalmente e finalmente il controllo.

E, finalmente, non da solo.