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Sinners – Un brandello di orribile libertà

Sinners (2025) di Ryan Coogler, in Italia noto anche come I peccatori, è un western horror con protagonista Michael Jordan.

A fronte di un budget piuttosto importante, è stata una delle rivelazioni del box office di quest’anno, riuscendo quasi a quadruplicare il suo budget.

Di cosa parla Sinners?

Mississippi, 1932. I gemelli Smokestack tornano dopo sette anni nel loro paese natale, sicuri di poter diventare padroni della vita notturna locale. Ma il loro più grande ostacolo è ancora tutto da scoprire…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Sinners?

Assolutamente sì.

Sinners è uno di quei film che riesce a sorprenderti in un panorama cinematografico che sembra ormai saturo del tema, ma che invece lo reinterpreta in una chiave piuttosto brillante, che prende l’eredità dal nuovo horror sociale di Jordan Peele e lo rimescola con altri generi del tutto inaspettati.

A questo si aggiunge una scrittura piuttosto sottile ma ben strutturata, che fa sue le dinamiche del più classico whodunit, ma le esprime con grande abilità in un ultimo atto definito dalla ricerca del colpevole, che sfocia in una riflessione dolorosa e inaspettata nelle sue ultime battute.

Antefatto

Per Sinners l’antefatto è di assoluta importanza.

E non solo perché per questo tipo di pellicole è fondamentale creare una tensione iniziale per mostrare un intrigante punto di arrivo, ma anche perché definisce già il peculiare incontro fra generi molto diversi: un dramma in costume ma con dei tratti western, a cui si aggiunge un enigmatico taglio orrorifico…

…e, a giudicare dall’emblematica inquadratura sul volto di Sammie, anche non poco violento.

A questo punto la pellicola ci trasporta bruscamente un giorno indietro, facendo entrare in scena i veri protagonisti della storia, i gemelli Smokestack, che si distinguono immediatamente dal resto dei personaggi afroamericani per il loro vestirsi da bianchi.

E già solamente questo elemento definisce l’importanza sociale del loro ritorno: dopo essersi messi al servizio dei padroni in mete apparentemente più accoglienti, sono tornati sui loro passi per crearsi un angolo di effettiva libertà in un panorama in cui, anche se la schiavitù è stata abolita, la guerra razziale non ha mai veramente avuto fine.

Per questo è tanto più significativo notare come il racconto sia già perfettamente definito nei suoi contorni: i gemelli si fanno strada nel mondo oppressivo dei bianchi a colpi di pistola e mazzette, ma questo non impedisce loro di essere costantemente insidiati da minacce più o meno evidenti…

… per cui l’uccisione del serpente è solo una cieca illusione di poterla avere vinta facilmente.

Ordine

Nel suo atto centrale, Sinners diventa ancora qualcosa di diverso.

La dinamica sembra quella propria di un heist movie, in cui i gemelli formano una banda per il loro progetto, andando così a definirsi nelle loro diverse sfaccettature, anche in qualche modo contrastanti fra loro, ma ben salde nel raccontarne la tridimensionalità.

Così all’apparenza i protagonisti si pongono come i padroni della scena, pronti a far valere la loro autorità all’interno di un panorama sociale a pezzi, con una classe di immigrati ed emarginati ai limiti della povertà assoluta, da cui pretendono servizi e rispetto, agendo anche violentemente quando questo non avviene…

…ma, al contempo, il loro reale obbiettivo è offrire a questi personaggi un riscatto, uno spazio felice e sicuro lontano dalle angherie dei padroni bianchi, che li opprimono sia direttamente – schiavismo mascherato, aperto razzismo e segregazione – sia indirettamente – con blande accettazioni della loro presenza se non troppo neri.

Così il passato si va progressivamente a comporre pezzo per pezzo dalla bocca dei diversi personaggi, raccontando una realtà sfumata e ambigua di abbandono della loro classe sociale per rivalersi altrove, lasciandosi tutto alle spalle per diversi anni, per poi dover tornare con la coda fra le gambe e pretese di ripristinare tutto com’era all’inizio.

Ma non è questo il vero ostacolo.

Orrore

L’elemento orrorifico era potenzialmente il più rischioso della pellicola.

A livello proprio generale, non è semplice imbastire un horror credibile e che non ricada in cliché ridondanti all’interno di un panorama cinematografico estremamente saturo, in cui, fra l’altro, il ritorno al cinema dei mostri classici sta avvenendo con risultati altalenanti.

Ma ancora più arduo è indubbiamente comporre un racconto orrorifico all’interno di un dramma in costume – o western, o entrambi – senza scadere nel ridicolo.

Eppure, Sinners riesce anche e soprattutto in questo.

Non a caso, la scheggia impazzita viene introdotta in scena quando la stessa sembra essersi ricomposta in un quadro di generale serenità, dove i drammi sembrano essere risolti o in procinto di sciogliersi, incastrandosi abilmente in una dinamica di pregiudizio razziale che porta la coppia bianca ad accettare uno sconosciuto in casa fidandosi solo delle sue parole.

E proprio in questo frangente la scrittura della pellicola è particolarmente brillante, in quanto riesce a rendere straniante il comportamento dei vampiri senza che sia effettivamente così plateale la differenza, ma anzi sfruttando questa ambiguità nell’atto finale, in cui diventa sempre più difficile capire la vera identità dei personaggi.

Eppure, c’è qualcosa di più.

Libertà

La trama orrorifica poteva essere secondaria, quasi accessoria.

E, invece, è fondamentale per il senso generale della pellicola.

Più si ingrossano le fila dei vampiri, più appare evidente che il loro desiderio non sia quello semplicemente di dare sfogo ai loro istinti omicidi, ma bensì di riunire gli oppressi – e, paradossalmente, anche gli oppressori – all’interno di una comunità effettivamente accogliente e capace di contrastare il potere dominante ad armi pari…

...o anche superiori.

Per questo il significato effettivo della pellicola si comprende effettivamente solo nella scena post credit, quando la riformata coppia di Stack e Mary incontra Sammie, rivivendo uno dei momenti più significativi della loro esistenza.

Infatti la musica di Sammie aveva il potere di unire una comunità anche in generazioni e tempi diversi e, ancora decenni dopo, di ricordare un momento in cui i protagonisti non si sono creduti semplicemente liberi, ma lo sono stati effettivamente.