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Il diavolo veste Prada 2 – Ricominciamo da ora

Il diavolo veste Prada 2 (2026) è il sequel dell’omonimo cult degli Anni Duemila.

Di cosa parla Il diavolo veste Prada 2?

Per una serie di coincidenze inaspettate, Miranda, Andy e Emily si ritrovano a lavorare insieme…per un obbiettivo ben differente.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Il diavolo veste Prada 2?

In generale, sì.

Per un prodotto che poteva essere una pallida ombra di un culto generazionale, Il diavolo veste Prada 2 si rivela un sequel coraggioso e per certi versi davvero sorprendente nel suo sguardo contemporaneo – sul mondo della moda e non solo…

…e al contempo fin troppo intraprendente nel voler mettere fin troppi argomenti e personaggi in scena, andando per certi versi a ripetere – e innovare – diverse dinamiche già presenti nel primo, ma in maniera fin troppo avventata.

Nel complesso, da vedere.

Pretesto

Uno dei miei maggiori timori relativi al sequel de Il diavolo veste Prada era l’incipit.

Temevo – anche in considerazione del tipo di contesto cinematografico da cui il primo capitolo proveniva – che si sarebbe optato per un pretesto narrativo del tutto pretestuoso, per l’appunto, al limite del grottesco, per cui Andy sarebbe tornata ad essere l’assistente di Miranda, per un classico sequel fotocopia.

E, invece, fin dalle sue prime battute, la pellicola è riuscita a sorprendermi.

L’attacco riprende per certi versi l’iconica apertura del primo film, ma riesce fin da subito a tenere sotto controllo il fan service aggiungendo degli easter egg sullo sfondo che ammiccano al fan più accanito, ma che non rubano spazio vitale alla scena, che invece ha un obiettivo ben più importante: introdurci la nuova Andy.

L’importante lasso di tempo che divide il primo capitolo dal suo sequel è costantemente riportato in scena, in questo caso rendendo del tutto credibile raccontare la sfolgorante carriera della protagonista, del tutto coerente con quanto visto precedentemente: un giornalismo d’inchiesta impegnato e, per questo, premiato.

Tuttavia, la tragedia contemporanea è dietro l’angolo…

…e in maniera meno scontata di quanto ci si potrebbe aspettare.

Contemporaneo

È davvero sorprendente quanto Il diavolo veste Prada 2 riesca ad avere uno sguardo così contemporaneo.

È indubbio che il mondo è andato prepotentemente avanti da quel piccolo cult ribelle che, con le sue luci e le sue ombre, raccontava un mondo del lavoro crudele e spietato, ma che comunque metteva al centro l’umano, scandito in un sistema in cui non era sufficiente essere meritevoli, ma era invece fondamentale essere riconoscibili e riconosciuti.

Un principio che si scontra invece con una contemporaneità in cui l’umano è sempre più ridotto all’osso, ad un numero da spuntare da una lista, come il paradosso della scena della premiazione che si scontra con il licenziamento di massa racconta perfettamente, secondo una lezione che, a suo modo, la stessa Miranda ci aveva lasciato a conclusione del primo capitolo.

Parallelamente, lo stesso mondo della moda è colpito da una piaga diventata sempre più pressante: il fast fashion e lo sfruttamento umano sempre più incalzante e pervasivo, che finisce per colpire persino la sacralità di un tempio del lusso come Runaway, incastrando Miranda al centro di uno scandalo senza precedenti.

E così, anche se nel complesso l’attacco ha un ritmo fin troppo accelerato, al limite del credibile – al netto della rivelazione finale che lo ridimensiona, almeno in parte, in positivo – la ricomposizione del quartetto protagonista risulta nel complesso robusta, e immediatamente definita dai suoi conflitti.

E proprio all’interno degli stessi si sviluppano i maggiori punti di forza e di debolezza della pellicola.

Identità

La pellicola si portava un peso sulle spalle non indifferente: la caratterizzazione quasi macchiettistica di alcuni dei suoi personaggi.

Miranda, quanto, soprattutto, Emily vivevano una breve parabola di essere definite da pochi tratti caratteriali che esplodevano in una scena carica di pathos che ne rivelava gli ambigui sentimenti, ma rimanendo per il resto sostanzialmente uguali a se stesse per tutta la durata della pellicola, quasi dei capisaldi della stessa.

Nel contesto del sequel, è evidente che la pellicola abbia voluto cercare di dar loro maggior spessore…

…ma con risultati non del tutto convincenti.

Specificatamente, non è chiaro il trattamento di Miranda, che appare sulle prime sostanzialmente immutata, anzi si inserisce all’interno di un mondo molto meno tollerante verso la sua prepotenza, e, al contempo, in alcuni momenti rivelano altri aspetti del suo carattere che cercano di ridimensionarla positivamente, ma che stridono nel complesso della narrazione.

Particolarmente la Miranda calcolatrice e fredda che appare per la maggior parte della pellicola mal si sposa con la sua versione più umana e vulnerabile della cena agli Hemptons e nel finale della pellicola, momenti in cui invece le avrebbe giocato a essere più fedele a se stessa, nella sua gelida apparenza.

Ma la vera nota dolente è la gestione di Emily.

Il film mantiene volutamente un alone di mistero circa la sua nuova posizione, e la fa esplodere in una vendetta personale nei confronti di Miranda che sulla carta è nondimeno interessante, ma che al contempo non si inserisce in maniera organica all’interno dell’economia narrativa, facendone emergere inevitabilmente i punti deboli.

Ma vi è una sostanziale debolezza di fondo in questo senso.

Organicità 

Il diavolo veste Prada, pur con le problematicità, aveva una struttura narrativa complessivamente coerente con l’evoluzione della protagonista. 

Ma proprio perché il focus era unicamente su di lei.

Nel contesto del sequel, invece, la volontà di allargare così tanto lo sguardo finisce per rendere la storia più dispersiva, soprattutto facendo arrivare il punto di rottura fondamentale – la morte di Irv – troppo tardi nella narrazione, inserendo fin troppi elementi aggiuntivi rispetto al più semplice e gestibile conflitto fra Miranda e Andy.

Sembra questo infatti il vero focus del film, che forse sarebbe dovuto essere inserito proprio come causa scatenante della storia, tanto più che il film sceglie di caricare di una tensione spropositata l’ultima parte della pellicola con le varie macchinazioni nell’ombra, tanto più per dei personaggi che, in ultima analisi, non hanno davvero lo spazio adeguato per respirare in scena.

E questo è il secondo problema principale della pellicola.

Il diavolo veste prada 2 Andy fidanzato

La scena de Il diavolo veste Prada 2, già particolarmente affollata, diventa esacerbata dall’inserimento di diversi personaggi che, con ogni evidenza, sono solo vettori della storia e vivono unicamente della loro funzione narrativa in maniera quasi meccanica, senza essere quasi per nulla approfonditi.

I casi più eclatanti sono sicuramente Peter, il nuovo fidanzato di Andy – la cui presenza all’interno della scena è totalmente gratuita, è principalmente finalizzata a dare modo alla protagonista di esprimere i suoi sentimenti, al pari di Stuart, il marito di Miranda – e Sasha Barnes, che ha quasi unicamente il ruolo di Deus ex machina all’interno della narrazione.

Una debolezza che emerge in maniera più evidente se si confrontano con le controparti del primo film: Peter è sostanzialmente Nate, che però nel primo film era una presenza più pesante e determinante per definire il cambiamento della protagonista, mentre Sasha Barnes è James Holt – nel primo capitolo molto meglio inserito organicamente nella pellicola.

Ma forse il problema principale è quello che dovrebbe essere l’antagonista – o uno dei tali – della pellicola: Jay, il figlio di Irv, totalmente disinteressato al benessere di Runway e inserito all’interno di dinamiche di disumanizzazione già note, che riesce per breve tempo a emergere in scena in maniera quasi comica nei siparietti con Miranda…

…ma finendo infine per rimanere una figura quasi accessoria in scena, fino a scomparire direttamente dalla stessa quando non è più utile, senza che le sue motivazioni siano state effettivamente esplorate.

Ne risulta, in ultima analisi, un sequel per certi versi coraggioso, per certi versi troppo interpretante – e, conseguentemente, fallace…

…che mantiene una sua identità a fronte invece di casi analoghi ben più incolori.