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The Terminal – Un semplice buonismo

The Terminal (2004) di Steven Spielberg rappresenta uno dei titoli più noti della prolifica carriera di Tom Hanks, che aveva già lavorato con il regista statunitense pochi anni prima con Salvate il soldato Ryan (1998).

A fronte di un budget abbastanza importante per il tipo di film – 60 milioni di dollari – fu un ottimo successo commerciale, con quasi 220 milioni di incasso.

Di cosa parla The Terminal?

Viktor Navorski è appena arrivato a New York senza saper parlare quasi una parola di inglese. Le cose si complicheranno quando la sua patria cesserà di “esistere”…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere The Terminal?

Tom Hanks in una scena di The Terminal (2004) di Steven Spielberg

In generale, sì.

Nel complesso The Terminal è un film molto piacevole ed intrattenente, che anzi per certi versi affronta temi non semplici da trattare – immigrazione, persecuzione politica, barriere linguistiche – pur qualche semplificazione e ingenuità.

Tuttavia, a mio parere la pellicola si perde leggermente nella sua seconda parte, quando tende a scadere in un buonismo in realtà piuttosto tipico della filmografia di Spielberg di questo periodo, rendendo nel complesso la storia fin troppo semplice e sentimentale nelle sue risoluzioni.

Realizzazione

Tom Hanks in una scena di The Terminal (2004) di Steven Spielberg

Prima di farci immergere nella trama, The Terminal dedica qualche minuto iniziale per raccontare la realtà in cui la stessa si muove.

Non un semplice aeroporto, ma una delle più importanti porte d’accesso agli Stati Uniti all’indomani dell’11 settembre, evento che ha cambiato per sempre la burocrazia e i controlli di sicurezza – come raccontato anche nel precedente Minority Report (2002).

Curiosamente all’inizio la pellicola privilegia un taglio comico, giocando sulle difficoltà della barriera linguistica del protagonista, che sembra totalmente inconsapevole di quello che gli sta succedendo intorno.

Tom Hanks in una scena di The Terminal (2004) di Steven Spielberg

Per questo la realizzazione è ancora più sofferta.

Quasi per caso, Viktor si trova davanti agli occhi la scoperta della distruzione della sua patria, e comincia così un tragico inseguimento di quelle immagini così poco chiare, eppure così rivelatorie riguardo la sua nuova condizione.

E così anche il suo tentativo di sfuggire da quella gabbia burocratica è del tutto inutile per un uomo senza patria, un individuo solo nel mezzo di una folla, intrappolato in un incomprensibile cul-de-sac.

Inventiva

Tom Hanks in una scena di The Terminal (2004) di Steven Spielberg

La bellezza del personaggio di Viktor è la sua inventiva.

Sulle prime il protagonista infatti se la cava praticamente senza alcun aiuto esterno, prima imparando a masticare l’inglese grazie all’ingegnoso utilizzo di due versioni diverse dello stesso libro, poi con il trucco dei carrelli.

E, nonostante i diversi ostacoli lungo la strada, diventa un personaggio chiave per la vita di molti personaggi, riuscendo sia a farsi benvolere dalla classe lavoratrice, sia a sopravvivere all’ambiente ostile dell’aeroporto.

Tom Hanks in una scena di The Terminal (2004) di Steven Spielberg

Questo aspetto diventa forse leggermente eccessivo nella seconda parte, quando il protagonista si improvvisa muratore, nonostante a mio parere la sequenza si salvi per la piacevole comicità che la pervade.

Secondo lo stesso ragionamento, mi ha convinto a tratti il rapporto con gli altri personaggi dell’aeroporto: se sulle prime, ad esempio, il favore di Viktor nei confronti di Enrique è una situazione piacevole e divertente, diventa francamente melenso quando, dopo solo pochi mesi, il personaggio si sposa con Dolores.

Diverso il discorso per il rapporto con Frank Dixon.

Nemico

Il personaggio di Stanley Tucci mi intriga e mi confonde allo stesso tempo.

Se infatti Frank Dixon è indubbiamente un personaggio negativo, superficiale e tirannico, che cerca in ogni modo di rimuovere una figura così intrusiva e ingestibile come Viktor dal suo prezioso aeroporto, anche con trucchi veramente meschini…

…allo stesso modo non mi è chiaro cosa Spielberg volesse raccontare, in quanto sarebbe forse troppo idealistico pensare che questo personaggio sia una rappresentazione piuttosto negativa dell’atteggiamento tutto statunitense nei confronti delle minoranze, specificatamente degli immigrati…

Tom Hanks in una scena di The Terminal (2004) di Steven Spielberg

Tuttavia, il suo contrasto con il protagonista è l’elemento più funzionante della pellicola.

Nonostante infatti Frank cerchi costantemente di domarlo, Viktor rimane fino all’ultimo un personaggio per lui di fatto incomprensibile, nonostante sia guidato da sentimenti umanitari e patriottici molto semplici ed immediati.

Mi ha particolarmente colpito la scena in cui il capo della sicurezza cerca di convincere il protagonista di non voler ritornare in patria, proprio per le condizioni terribili in cui questa versa, rimanendo sbigottito davanti all’istintiva fedeltà che Viktor dimostra verso il suo paese:

Is home. I am not afraid from my home.

È casa mia, non ho paura.
Tom Hanks in una scena di The Terminal (2004) di Steven Spielberg

Ma il momento più emozionante è indubbiamente quando il protagonista diventa definitivamente paladino degli ultimi, nella scena in cui riesce a sfruttare la barriera linguistica per salvare un uomo che sta solo cercando di portare le medicine al padre malato.

La situazione si aggrava quando infine Viktor può tornare a casa, ma sceglie di non farlo per portare a termine la missione lasciatagli dal padre, quando finalmente le sue benevole azioni passate gli vengono in aiuto nella forma del supporto collettivo degli altri personaggi.

E proprio qui sta il punto.

Buonismo

Tom Hanks in una scena di The Terminal (2004) di Steven Spielberg

L’unico elemento che veramente non mi ha convinto della pellicola è il suo buonismo, nello specifico nella seconda parte.

Era evidentemente necessario offrire allo spettatore un collegamento emotivo semplice ed immediato con il protagonista, così da portare ad un finale emozionante e coinvolgente, in cui Viktor riesce finalmente a dare valore all’eredità del padre.

Tom Hanks in una scena di The Terminal (2004) di Steven Spielberg

E se su questo elemento nel complesso posso dirmi soddisfatta, meno mi ha convinto la relazione con Amelia, sulle prime veramente piacevole, alla lunga invece eccessivamente smaccata, con anche una conclusione troncata un po’ anti-climatica.

Per certi versi lo stesso discorso si può applicare alla vicenda di Gupta Rajan, che sceglie infine di sacrificare la propria libertà personale per permettere al protagonista di realizzare il suo sogno, che però è obiettivamente meno importante…

Un semplicismo, insomma, che infine non mi ha lasciato un buon sapore in bocca…