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Obsession – Il vero mostro

Obsession (2025) di Curry Barker è la prima uscita cinematografica del regista, già noto negli ambienti indie per il suo stile sconvolgente e terrorizzante.

A fronte di un budget minimo – meno di 1 milione di dollari – si sta rivelando probabilmente il più grande successo economico – e di pubblico – dell’anno.

Di cosa parla Obsession?

Bear è un ragazzo molto timido con un unico desiderio: conquistare la ragazza dei suoi sogni. Ma se non si sta attenti a cosa si desidera…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Obsession?

Assolutamente sì.

Obsession è la dimostrazione che il genere horror – soprattutto quello indipendente – ha ancora moltissimo da raccontare: un incontro inaspettato quanto vincente fra diversi generi, capace di creare una paura che non ha bisogno di trucchi scenici o jumpscare per spaventare, ma che è talmente pervasiva da rendere lo spettatore parte della scena.

Ne consegue una storia che comincia come una romcom piuttosto classica, ma che si avventura nel più profondo thriller e horror psicologico, facendosi forte della spettacolare espressività dell’attrice protagonista, che da sola riesce a rendere la pellicola probabilmente l’esperienza cinematografica più terrorizzante dell’anno.

Genere

Uno dei motivi per cui Obsession funziona così bene sul lato della paura è l’incontro fra i diversi generi.

A differenza di altri prodotti analoghi, che vogliono farti immediatamente immergere in un contesto orrorifico e fantastico, al contrario, la pellicola parte quasi come una romcom, con il protagonista che deve riuscire a dichiararsi alla ragazza dei suoi sogni, partendo quindi da un contesto verosimile…

…il cui sconvolgimento è tanto più drammatico.

Una scelta tanto più importante in quanto ci permette di metterci effettivamente nei panni del protagonista, per capirne la psicologia, affezionarci persino al suo piccolo dramma, così da riuscire ad assumerne costantemente il punto di vista, come se diventassimo noi stessi vittime della sua storia.

Così Bear, estremamente frustrato dalla sua incapacità di conquistare le simpatie di Nikki, si affida all’ultima arma a sua disposizione: un bastoncino magico su cui riversa il suo esacerbato desiderio di amore, cadendo inevitabilmente in una trappola di sua stessa fattura.

Ed è qui che Nikki comincia davvero a fare paura.

Paura

Riuscire a spaventare davvero lo spettatore, a portare in scena una paura pervasiva che ti entra sottopelle non è cosa da tutti.

Nel contesto di Obsession, la chiave sta proprio nella bravura dell’attrice nel cambiare improvvisamente espressione, nell’assumere quelle pose grottesche – per cui lo spettatore non sa se ridere o spaventarsi – ma anche nella capacità della regia nel rendere spesso la ragazza nient’altro che un’ombra…

…da cui emerge il biancore degli occhi vitrei e il suo enigmatico sorriso.

Ma, paradossalmente, finché Bear ama davvero Nikki ogni suo strambo comportamento va quasi in secondo piano: le prime fasi della loro relazione si consumano nella più totale tranquillità, in un montaggio che davvero potrebbe essere proprio dell’atto centrale di una commedia romantica.

E, forse, è proprio qui il punto del discorso.

Reale

Il comportamento di Nikki è davvero così irreale?

Al netto ovviamente degli eccessi orrorifici – soprattutto dell’ultimo atto, per cui bisogna fare un discorso a parte – la ragazza per certi versi assume comportamenti purtroppo tipici di una relazione di codipendenza, in cui il partner di turno si ossessiona così tanto per il suo compagno da annullarsi totalmente.

Ed è proprio nel momento in cui Bear smette effettivamente di amare Nikki allo stesso modo, la ragazza comincia a perdere il controllo, sia su se stessa che sul partner, dovendo sfogare in altro modo questo irrefrenabile bisogno non solo di amare, ma di avere la certezza di poter essere altrettanto amata.

E per raccontarci il suo orrore, Obsession non ha bisogno di particolari jumpscare o di altri trucchi scenici, forte di un’angoscia che ha ormai pervaso talmente tanto la mente del protagonista – e, conseguentemente, dello spettatore – da rendere anche solo la prospettiva di doversi interfacciare con Nikki un momento di puro terrore.

Ed è tanto più interessante che la pellicola lasci anche spazio al suo lato più drammatico, in cui il vero mostro è Bear stesso, che, per il suo egoismo e la sua scarsa attenzione, ha portato Nikki a perdere se stessa e a farla diventare ossessionata e violenta… ma mai verso Bear.

Una scelta determinante, arrivati al terzo atto.

Sporcare

Obsession gioca consapevolmente col genere, soprattutto nei suoi prodotti più commerciali…

…non riuscendo però ad evaderlo fino in fondo.

Come infatti la pellicola mantiene l’orrore tipico dei film delle possessioni sotto controllo, contestualizzato all’interno della suddetta componente realistica di cui sopra, che riesce a rendere la storia ben più credibile e vicina allo spettatore, nell’ultimo atto si avventura nel campo del body horror…

…rischiando di fare un passo falso.

Se, infatti, da un lato è scenicamente molto immediato assistere agli effetti della scelta di Bear che degenerano all’interno di un vortice di violenza senza freni, dando quindi anche un peso maggiore alla sua scelta di prendersene in toto la responsabilità…

…d’altro, questo gore così improvviso e  non retto da un retroterra narrativo e visivo abbastanza robusto rischia di sporcare inutilmente una pellicola che invece era compatta proprio all’interno della sua verosimiglianza, rischiando infine di rientrare nelle classiche dinamiche da sanguinoso terzo atto di molti prodotti analoghi.

Nondimeno, risulta coraggiosa la scelta di chiudere il film con un finale così drammatico, lasciandoci solo immaginare gli effetti a lungo termine della storia raccontata.

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“Cime Tempestose” – Sottrarre

“Cime Tempestose” (2026) è una libera trasposizione dell’opera omonima di Emily Brontë per la regia di Emerald Fennell.

A fronte di un budget medio – 89 milioni di dollari – ha già quasi coperto le spese di produzione nel suo primo weekend.

Di cosa parla “Cime Tempestose”?

Catherine e Heathcliff sono cresciuti insieme…ma potranno vivere solo divisi.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere “Cime Tempestose”?

Dipende.

“Cime Tempestose” mira ad essere un prodotto estremamente trasversale, quasi popolare, andando a riscrivere un classico della letteratura inglese, una storia sostanzialmente di una vendetta violentissima e intergenerazionale, in un dramma romantico particolarmente tragico e anche sessualmente spinto.

Una scelta che, di per sé, non è illegittima, fintanto che si accetta il tipo di operazione a cui si sta andando incontro, scegliendo o meno di affrontare questa visione, evitando di avvelenarsi davanti ad un’opera che, purtroppo, non ha mai voluto essere nient’altro che quello che è.

Lettura

Per quanto il confronto con l’opera di partenza non debba essere per forza uno strumento critico, in questo caso lo stesso è utile per comprendere le intenzioni della regista.

La storia turbolenta fra Heathcliff e Catherine era nel romanzo estremamente stratificata, proprio nell’ottica di essere frutto di un ambiente sociale disfunzionale e classista.

Infatti i due protagonisti non potevano vivere serenamente il loro amore perché loro stessi erano succubi di un’emotività turbata e distruttiva, derivata prima da un contesto familiare violento e tossico, racchiuso specificatamente nella figura di Hanley, il fratello di Cathy, a tratti persino più malvagio dello stesso Heathcliff…

…e poi dallirrisolvibile posizione sociale di Heathcliff.

Infatti Heathcliff è costantemente punito per il suo essere uno zingaro – con una serie di epiteti e paragoni piuttosto coloriti – destando prima l’invidia del fratellastro – che lo considera indegno delle attenzioni del padre proprio per la sua condizione – e poi diventando lui stesso invidioso della condizione sociale privilegiata di Edgar, che ne rappresenta il perfetto contraltare.

In questo contesto, inevitabilmente – e nonostante il timido intervento di Nelly – il protagonista si incattivisce profondamente, presentando fin da subito comportamenti macchinatori e violenti, e coltiva un amore morboso nei confronti di Catherine, da lei ricambiato, proprio avallando dei suoi comportamenti, e peggiorando drasticamente le sue già chiare tendenze all’isteria e all’egomania.

Per questo eliminare – ed eliminare davvero del tutto – sia l’elemento razziale, sia quello più strettamente sociale è una scelta importante…

…che lascia un vuoto.

Vuoto

Nel caso di “Cime tempestose”, il marketing è molto più rivelatorio di quanto si potrebbe pensare.

Un film confezionato su misura per uno specifico target – adolescenti e preadolescenti – ma che, a differenza di altri prodotti analoghi, ha trovato terreno fertile nella specifica lettura della regista stessa, che si può ben riassumere all’interno della frase utilizzata durante la campagna promozionale:

Basato sulla più grande storia d’amore di tutti i tempi.

Una lettura sicuramente legittima, che sulla carta vorrebbe dare maggior risalto alla componente romantica e sentimentale presente nel romanzo originale, andando quindi a smorzare – o, in questo caso, ad eliminare completamente – la componente politica e il conseguente elemento violento che produceva – di fatto, vero protagonista della storia.

La scelta più importante è sicuramente il riscrivere uno dei personaggi più controversi della storia della letteratura in una luce sfacciatamente positiva, raccontando Heathcliff come un buon selvaggio, un emarginato sociale che compie qualche azione malvagia, ma rimandano di fatto una vittima di buon cuore.

Nello specifico, questa tendenza appare particolarmente lampante nell’esclusione di Hanley, personaggio che funzionava anche come rappresentazione plastica degli effetti della sottile cattiveria macchinatrice del protagonista maschile, e degli esiti delle sue terribili vendette.

Ne consegue che il rapporto con Cathy, ragazzina capricciosa e profondamente egoista – che riesce complessivamente ben a ricalcare, pur in chiave minore, la sua controparte cartacea – sia di protezione dal padre violento – personaggio che assorbe dentro di sé la figura del più violento fratello letterario.

D’altra parte non si può rimanere indifferenti all’idea che una riscrittura, soprattutto di un’opera così importante, può agire sicuramente per sottrazione ma, per essere di qualche interesse, dovrebbe anche essere capace di aggiungere, in un certo senso, colmare quel vuoto che eliminare elementi narrativi così fondamentali potrebbe portare.

Ma è l’intento che manca.

Struttura

Cosa aggiunge “Cime Tempestose” alla sua controparte letteraria?

In realtà, nella sua riscrittura, la regista sembra in un certo senso vivere di echi di qualcosa che ha voluto sopprimere.

Il rincontro con Heathcliff nell’atto centrale contiene al suo interno due elementi che sembrano fuori posto: la minacciata vendetta contro la donna amata e le illazioni nei suoi confronti da parte di Catherine verso Isabella, che la ammonisce dicendole come il suo amante la schiaccerebbe come un uovo di rondine.

Elementi che mal si inseriscono all’interno del racconto del protagonista maschile nel primo atto come sostanzialmente salvatore di Catherine, suo amante tradito – ma mai in un contesto veramente vendicativo – e che viene totalmente smorzato dall’interno del successivo montaggio dei protagonisti che vivono intensamente le loro passioni proibite.

Allo stesso modo, quella che dovrebbe essere l’effettiva vendetta di Heathcliff – il matrimonio di Isabella – in realtà lo rende quasi immediatamente vittima della sua nuova moglie, che lo umilia per il suo analfabetismo e che infine lo asseconda nella sua faida, soddisfando i suoi più repressi desideri sessuali.

Tuttavia è una vendetta molto blanda, che facilmente si incasella invece nella narrazione ricercata dell’amore tormentato, ridotta ad una serie di lettere provocatorie che Catherine non leggerà mai, ma che vanno nuovamente a confermare il racconto dell’amore tragico e impossibile.

Per questo  “Cime Tempestose” risulta, in ultima analisi, non una riscrittura, ma una banalizzazione: toglie ai personaggi – da ricordare anche l’evanescenza di Edgar, nel libro contraltare significativo di Heathcliff, nel film figurina sullo sfondo – e non aggiunge di fatto niente agli stessi…

…facendoli vivere di evocazioni, suggestioni, privandoli di un retroterra narrativo significativo, di una struttura caratterizzante, e rinchiudendoli nel guscio vuoto e puramente estetico, con molte idee sulla carta – come la peculiare scelta dei costumi – ma, concretamente, una resa piuttosto fragile priva di significato.

In altre parole, una storia d’amore già vista fin troppe volte.

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Dramma familiare Dramma romantico Drammatico Fantastico Film

Hamnet – Un labirinto vuoto

Hamnet (2026) di Chloé Zhao è un dramma familiare tratto dall’omonimo romanzo di Maggie O’Farrell, qui nel ruolo di co-sceneggiatrice.

A fronte di un budget medio – 35 milioni di dollari – si è rivelato nel complesso un buon successo commerciale.

Di cosa parla Hamnet?

Will e Agnes sembrano avere il destino segnato dal loro essere reietti…ma potendolo invece essere insieme.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Hamnet?

Assolutamente sì.

Dopo la dolcissima delicatezza di Nomadland (2020), Chloé Zhao torna alla regia con una pellicola capace di portare in scena una piccola storia familiare che si intreccia in maniera brillante con l’elemento magico e onirico che pervade la storia.

Un racconto fatto di presagi, segni e predizioni, che si insinuano negli sguardi, nei pensieri e nelle parole dei personaggi in maniera estremamente sottile e capace di essere compresa nella sua interezza solo visione dopo visione.

Fuori

Il percorso di Will è inevitabilmente rivolto verso l’esterno.

La pellicola si apre con la visione di Agnes avvolta nel contesto naturale – selvaggio e, per questo, temuto – in cui Will si specchia nella scena successiva, con il paesaggio che si riflette nella sua gabbia – le finestre della casa in cui è costretto.

Si crea quindi subito questa dicotomia fra lo spazio chiuso e opprimente – definito da colori freddi, desaturati, financo binari nella casa di Will – in cui è tutto o bianco, o nero – e invece lo spazio aperto, di colori pieni e brillanti, che Agnes porta con sé anche quando rientra nel grigiore domestico.

Si crea quindi questo movimento in cui i due si ritrovano in una sorta di terra di confine, in cui Agnes benedice Will promettendogli un futuro ben al di là dei ristretti orizzonti a cui è stato costretto, per poi rientrare entrambi nel contesto familiare opprimente, all’interno di una forte simmetria in cui entrambi raccontano il loro ruolo di emarginati.

Il loro secondo approccio è in questo senso fondamentale, in quanto Will sceglie consapevolmente di penetrare quella natura disarmonica, rifugio e condanna di Agnes, e riesce così a conquistarla, dimostrandosi estraneo alle grettezze sociali a cui è costretto…

…raccontandogli una novella fuori dagli schemi del mero matrimonio borghese.

Ed è a quel punto che comincia la loro storia.

Destino

Agnes è consapevole del proprio destino e di quello di Will.

Per questo si fa costantemente vettore dello stesso, prima accettando il ruolo di genitrice ma non – come pensa la famiglia di Will – per incastrarlo all’interno del matrimonio, ma per porre il primo tassello della sua storia: Will riesce ad evadere le opprimenti mura domestiche proprio perché Agnes lo spinge in quella direzione…

…consapevole, anche avendolo visto con i propri occhi, di come invece perderebbe il marito se lo continuasse ad ingabbiare.

Ed è in questo momento che la protagonista assiste alla prima tappa di un destino dai contorni più sfumati, inafferrabili, che ha il suo apice nel parto gemellare, in cui il marito non è presente, ma comunque la sua presenza è evocata dallo straripare del fiume che invade la casa, come un richiamo di un mondo esterno da cui Agnese è esclusa…

…e in cui il marito potrebbe essere vivo come perso.

Un’apparente calma è riconquistata con la rinascita della figlia, per cui è come se la madre dimostrasse i suoi poteri generativi anche al di fuori del suo ambiente naturale, che ci accompagna verso un presente pervaso da una serenità totale e appagante, in cui ognuno sembra aver assunto la propria parte in scena.

Infatti in questo contesto familiare così piacevolmente intrecciato con l’arte lontana del padre – di cui comunque i figli si nutrono profondamente, sognando un giorno anche loro di cavalcare le scene – la divisione così netta fra i due ambienti – urbano e naturale – non è distruttiva, ma armonica.

Agnes e Will vivono di un’armonia silente, smettendo serenamente di mentirsi sulle possibilità di avvicinare i due mondi, la cui lontananza è in realtà sentita solamente dai figli, che soffrono l’assenza di un padre che amano ed ammirano profondamente – tutti elementi che ritorneranno in qualche modo rovesciati nella seconda parte.

Infatti la colpa di Will è ancora tutta da scrivere.

Omen

L’inizio dell’atto centrale è scandito da due omen estremamente significativi.

L’inizio del presagio della morte che sopraggiungerà di lì a breve avviene nel funerale del falco di Agnes, agli occhi di tutti i presenti un’occasione per riconnettersi con il ciclo eterno della natura…tranne per Hamnet, che non si perde nel rassicurante sogno del falco che solca i cieli in eterno, ma in una visione altra.

La stessa non è esplicata fino all’effettiva morte del personaggio, ma è ricalcata nella sua enigmaticità dalle visioni parallele di Agnes e Will: entrambi avvertono un sentore disturbante – il padre nel lugubre spettacolo delle ombre, la madre nell’agitazione delle api – ed entrambi, in inquadrature quasi simmetriche, si fermano ad osservare l’orizzonte incerto.

Così la peste – ormai parte della quotidianità urbana di Will – serpeggia fino alla sua famiglia, in cui Agnes si prende il peso di essere l’unica veramente capace di risolvere la malattia con il suo ingegno quasi stregonesco, del tutto ignara dei veri protagonisti della scena, totalmente fuori dal suo controllo: Hamnet e la morte.

Così la morte del figlio si intreccia perfettamente sul piano realistico – Hamnet si lascia infettare dalla sorella, come se ne assorbisse la malattia – e quello strettamente simbolico – si scambia con la stessa come su un palcoscenico, e così riesce ad ingannare la morte, che rapisce lui invece che Judith.

Ed è ancora più straziante la sua dipartita non tanto per la morte in sé stessa, ma per come Hamnet viene rappresentato in questa sorta di limbo – che poi scoprirà essere lo stesso palco dell’atto finale – separato dalla realtà dei vivi da un velo oscuro, alla disperata ricerca di un elemento familiare – e di fuga.

Ma non è la morte il problema.

Spettatore

Will non può essere solo spettatore.

Negli anni evidentemente Agnes aveva tollerato, anzi forse proprio accettato, la presenza scostante del marito, proprio perché la stessa garantiva un affetto sincero e significativo nei confronti dei figli, che colmava in qualche modo quel vuoto lasciato durante l’assenza.

Ma l’assenza non è più giustificabile quando Agnes si trova completamente sola a dover affrontare le morti prima di Judith, poi di Hamnet – anche se la prima è scampata – portando ad un’implosione del nucleo familiare, per cui i tentativi di risoluzione di Will risultano non solo fallimentari, ma concretamente deleteri.

E infatti Agnes, scena dopo scena, è sempre più infelice, scostante…e visibilmente invecchiata, come non lo era mai stata nei precedenti anni in cui il suo nucleo emotivo era vivo e pulsante, rinfacciando al marito i suoi tentativi di pacificazione che sembrano solo una conferma di un ascolto e di una presenza che non c’è mai stata.

E la tragedia di Hamlet potrebbe essere davvero l’insulto finale.

La protagonista si trova costretta davanti ad un personaggio che ricalca l’aspetto e la storia del figlio defunto, e ritrova contegno solamente quando vede finalmente il padre prendere posto in scena, ritirandosi però presto dalla stessa nel ruolo, ancora una volta, di spettatore.

In altre parole, Will affronta la tragedia della morte del figlio nell’unico modo in cui è capace di farlo: riraccontandola, riportandola in scena e dando quasi l’occasione al defunto di vivere una vita, un’avventura che da vivo ha solo sognato, concretizzazione di quelle fantasie che la madre ha solo potuto ascoltare.

E, nello sguardo silente del marito, nella vita fittizia di Hamnet, finalmente Agnes trova riscatto per il suo dolore, non più sola, ma circondata da un pubblico che la vive insieme a lei, potendo toccare per l’ultima volta la mano del figlio, e salutandolo mentre abbandona la vita…

…passando dalla stessa strada per cui aveva trovato la vita.

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2026 Dramma familiare Dramma romantico Dramma storico Drammatico Film Film sportivo

Marty Supreme – Una storia di sconfitta

Marty Supreme (2025) di Josh Safdie è un biopic sportivo con protagonista Timothée Chalamet, basato sulla vera storia del tennistavolista Marty Reisman.

A fronte di un budget medio – circa 70 milioni di dollari – è stato nel complesso un buon successo commerciale: quasi 150 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla Marty Supreme?

Marty non ha un sogno, ma un obiettivo: essere un vincitore. Ma le possibilità di vittoria sono meno concrete di quanto possa pensare…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Marty Supreme?

Assolutamente sì.

Marty Supreme riesce a raccontare una storia tipica e atipica insieme: se sulle prime coinvolge lo spettatore nella più classica ascesa di un futuro campione, già nel secondo atto si frammenta in un racconto ben più profondo e sentito sull’illusione del sogno americano.

Ne consegue un’opera di grande spessore narrativo e artistico, che travolge con i suoi ritmi frenetici, il suo montaggio sfrenato e i continui primissimi piani che ci immergono nell’emotività e nella follia impetuosa dei suoi personaggi.

Normale

Marty non vuole essere normale.

La prima apparizione del protagonista è anche un sunto della sua persona: ottimamente inserito all’interno di un panorama sociale – il negozio di scarpe – da cui non si sente rappresentato, e in cerca di una doverosa via di fuga, sempre nelle retrovie, sempre con inganni improvvisati – e facilmente fallimentari.

Non a caso, il suo personaggio ruota intorno ad una fuga costante, all’essere  braccato da personaggi che tendenzialmente vogliono punirlo per il suo bene, per rimetterlo in riga e fargli dimenticare il suo scapestrato sogno di successo.

Per questo, il ping-pong non è altro che un pretesto.

Un aspetto particolarmente evidente all’interno di un racconto che comincia già con un punto di arrivo – la potenziale vittoria ai British Open – e che quindi evade fin da subito il racconto classico del genere – solitamente composto da uno spericolato climax ascendente, seguito da una battuta di arresto e una conclusione tipicamente risolutiva.

In questo senso Marty Supreme assomiglia di più ad un ribelle Tonya (2022), ma è ancora più sfacciato nel farci dimenticare facilmente e rapidamente del ping-pong.

Il vero tema, in altri termini, è l’illusione di un successo dovuto.

Successo

Marty deve avere successo.

Il protagonista è come se avesse già scritto la sua storia a discapito di tutto il resto

…e di tutti gli altri.

Non manca mai un momento in cui Marty promette un successo che è quasi dovuto, figlio di un’euforia crescente negli Stati Uniti del Secondo Dopoguerra, in cui tutte le porte sono aperte, il cui l’affermazione del sé deve essere conquistata, a prescindere dai danni di percorso – assolutamente secondari rispetto al successo dirompente a cui porteranno.

In quest’ottica il protagonista si lascia alle spalle una scia di disastri – il pranzo non pagato all’hotel, il cuore spezzato di Rachel, il furto al negozio – che progressivamente vengono a chiedergli il conto in maniera sempre più insistente, nonostante all’inizio sembri che Marty ne sia uscito effettivamente vincente.

Ma ogni vittoria ha il suo contraltare.

Così, se l’insistenza e la performance sfacciata gli fanno ottenere una notte con Kay, un accordo con Rockwell e un mucchio di soldi con la truffa alla sala da bowling, gli portano anche un’amante delusa e che si dimentica facilmente di lui, un’umiliazione pubblica e un cane perso…

…e una generale sequela di insuccessi.

Ma non tutti gli insuccessi sono di egual portata.

Svantaggio

Consapevolmente o meno, Marty parte da una posizione di svantaggio.

I due personaggi con cui si deve scontrare più chiaramente sono Kay e Dion che, per la loro condizione di partenza, possono permettersi di sbagliare.

Se infatti Dion è un giovane artista disoccupato che può permettersi di creare – e distruggere – le folli ambizioni di Marty, potendo contare sulla protezione del padre – che comunque lo considera un mediocre – l’infelicità di Kay viene ripagata da uno spettacolo costruito – e pagato – sulla sua persona da un marito assente e disinteressato…

…potendo permettersi di fallire e di contare comunque sul sostegno di tutti.

Marty, invece, può solo vincere.

Particolarmente significativa in questo senso è la fine del secondo atto, quando il protagonista è ormai pronto per realizzare il suo sogno in Giappone, e racconta il suo successo ai suoi amici della bisca, che si congratulano con lui, del tutto ignari del doloroso prezzo che ha dovuto pagare.

Non a caso, uno dei tanti conti da saldare arriva proprio in quel momento: Mishkin, il motore che ha permesso la trama truffaldina protagonista – con tutte le sue ripercussioni – del secondo atto, e che porta Marty, in un modo o nell’altro, a raggiungere…il suo obbiettivo?

Briciole

Marty ha vinto?

Il terzo atto ci lascia col fiato sospeso fino all’ultimo, mostrandoci un Marty tenuto al guinzaglio da un Rockwell – e da un sistema – che vuole emarginarlo, confinarlo nell’angolo dei buffoni, di chi non ce l’ha veramente fatta, di chi può solo vivere all’ombra dei personaggi realmente meritevoli di attenzione.

Non a caso, in questo contesto Endo è il protagonista che ci aspetteremmo – e che Giappone e Stati Uniti in egual modo vorrebbero in campo: un assiduo lavoratore che ha scoperto quasi per caso la sua bravura, che ha portato lustro al suo paese con una vittoria senza alcun tipo di scorrettezza o secondo fine.

E sembra solo naturale che Marty venga ulteriormente battuto, e conseguentemente umiliato, dal campione in carica…

…e invece non ci sta.

La successiva partita è davvero quella decisiva…ma non rappresenta una vera vittoria: Marty, nel concreto, ottiene solo una piccola, insignificante rivincita personale, dimostra a sé stesso che può farcela, ma rimane al contempo scornato, abbandonato e costretto a tornare in patria con mezzi di fortuna.

Ne consegue un finale ambiguo, in cui Marty sembra effettivamente tornare sui suoi passi, emozionarsi genuinamente – forse anche di più della sua vittoria sportiva – per il figlio appena nato, dopo aver passato tutta la pellicola a mettere ogni cosa – e, soprattutto, persona – in secondo piano rispetto al suo ego.

In altri termini, l’emozione di Marty davanti al figlio appena nato potrebbe non essere una semplice e commovente immagine di un giovane padre, ma piuttosto la visione di un futuro possibile, ancora da scrivere, che sembrava fino a quel momento precluso e continuamente negato.

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28 giorni dopo – La scelta è nostra

28 giorni dopo (2002) è il primo capitolo della fortunata saga horror creata da Danny Boyle – alla direzione di questo e di successivi capitoli.

A fronte di un budget molto piccolo – 8 milioni di dollari – è stato un ottimo successo commerciale: 72 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla 28 giorni dopo?

Jim, un corriere irlandese, si risveglia dal coma e scopre…che in meno di un mese il suo mondo è decisamente cambiato.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere 28 giorni dopo?

Assolutamente sì.

Già all’inizio del millennio Danny Boyle riscriveva a suo modo il genere zombie movie raccontando non una semplice storia di sopravvivenza, ma portando in scena una riflessione non scontata sull’umano e sulle sue capacità di adattarsi al cambiamento.

Infatti i momenti strazianti non sono tanto le tragedie che vediamo in scena, ma i significati che le stesse si portano dietro, le agghiaccianti realizzazioni del poco che basta per far regredire l’uomo ad uno stato primordiale, selvaggio…anche senza bisogno di un virus.

Risveglio

28 giorni dopo può essere diviso in tre sezioni tematiche, corrispondenti ai tre atti canonici.

A fronte di un prologo classico quanto incisivo, lo spettatore piomba nel mondo raccontato insieme al protagonista, che si muove nelle rovine dell’umano, a cui sono bastati meno di trenta giorni per perdere ogni briciolo di civiltà e per piombare in un incubo silenzioso.

In questo senso è estremamente significativo che Jim cerchi conforto all’interno di un luogo che dovrebbe, per sua natura, concedergli asilo: una chiesa, spazio spettrale ed inquieto fin dalla prima inquadratura, i cui confini vengono progressivamente definiti con un allargamento dello sguardo scenico, fino ad arrivare alla scritta piuttosto esplicativa sul muro:

The end is fucking nigh

Penetrando questo spazio sacro, Jim prima si trova davanti ad un’umanità sconfitta, mostrata in una massa indistinta di individui morti in sofferenza…ma in realtà pronti a rinascere in un’ultima forma mostruosa, che definisce perfettamente il senso di pericolo sempre in agguato che pervaderà tutta la pellicola.

Ma l’orrore è ben più ampio.

Mentre cerca di sfuggire agli zombie, Jim viene per la prima volta salvato da una coppia di sopravvissuti, che hanno il ruolo di raccontare brevemente quanto sia avvenuto finora fuori scena, e mostrare come ogni speranza di rinascita si sia progressivamente ammutolita, e che non resti loro che un angosciante tentativo di sopravvivenza.

28 giorni dopo inizio

Ma per convincersi fino all’ultimo della realtà della sua nuova condizione, Jim deve guardare negli occhi la morte dell’ultima speranza, di chi ha sperato che il sollievo del sonno eterno davanti ad una realtà totalmente inconcepibile: i suoi genitori, che il protagonista ritrova abbracciati nel letto di morte.

Ed è proprio in questo frangente che Jim è costretto ad assistere a quanto possa essere micidiale questa nuova esistenza: non basta che Mark lo salvi da sbranamento certo perché Selena gli conceda ancora di vivere nella sua inevitabile trasformazione mostruosa…

…ribadendo un cinismo che sarà fondamentale nella parte centrale.

Speranza

Esiste ancora una possibilità di salvezza?

In una scena volutamente e piacevolmente simbolica, Jim e Selena seguono una flebile luce di speranza che ancora splende nelle tenebre di un mondo insopportabilmente cinico: un minuscolo nucleo familiare che, nonostante tutto, è riuscito a sopravvivere, offrendogli una seconda occasione.

Un incontro che, per quanto basato su una reciproca diffidenza – intelligentemente mostrata nella scena del falò, in cui sembra che Frank voglia derubare Jim e scappare – si traduce invece in una sorprendente collaborazione ed unione, che porta persino la più cinica Selena ad ammettere di riuscire a vedere quella flebile speranza.

Ed è una consapevolezza fondamentale, perché riscrive tutti i rapporti in scena al di là di quella freddezza e del puro spirito di sopravvivenza che sembrava guidarli fino a quel momento – e, per questo, a spingerli verso la rinnovata speranza di costruire qualcosa di nuovo e di positivo in un mondo che sembra non esserne più in grado.

Ma il destino ha piani diversi per loro.

Progetto

La morte di Frank è dolorosa quanto significativa.

La sua dipartita avviene, non a caso, non per mano dei protagonisti, ma di quelli che diventano gli antagonisti dell’ultimo atto, in particolare – anche se indirettamente – per mano di Henry, nuova figura di patriarca che vuole riscrivere il mondo con un piano ben preciso, ma ben più cinico di quello del defunto padre.

Le sue intenzioni vengono prima raccontate a parole, tramite una visione piuttosto disincantata dell’umanità e del suo ciclo indissolubile di violenza, che non ha fatto altro che ripetersi, pur in condizioni diverse, anche nel presente della pandemia…

…in cui però una direzione ragionata sembra possibile.

La stessa è ben raccontata da Mailer, che Henry tiene prigioniero della sua eterna sofferenza proprio per trarne il maggior vantaggio possibile, per trasformare una tragedia in una nuova possibilità di un microcosmo sociale in cui lui è il solo despota illuminato…

…l’unico che pensa davvero al futuro della sua gente.

È interessante in questo senso come Henry riscriva la storia di quello che a tutti gli effetti sarebbe uno stupro di gruppo, da una parte in una necessità per dare modo all’umano di proseguire la sua esistenza, dall’altra un momento quasi galante, romantico – pur ancora forzato, con un’ulteriore violenza sui corpi delle due donne.

28 giorni dopo finale

Per questo il finale di 28 giorni dopo ci vuole lasciare con un’ambiguità agrodolce.

Lo scioglimento narrativo è un’esplosione di violenza isterica, incontrollabile, che Jim scatena sul mondo ingiusto di Henry, facendogli pagare sulla sua pelle le ingiustizie che voleva imporre sugli altri, ma diventandone anche protagonista in uno slancio di brutalità mai eroico, mai veramente giustificato…

…anzi facilmente fraintendibile in questo nuovo mondo selvaggio, dove persino un gesto d’amore può sembrare in realtà un atto violento.

E così l’epilogo racconta un futuro positivo (?) in cui i protagonisti non devono più scappare – come sembrerebbe  nella loro corsa scatenata – ma vogliono anzi farsi trovare, temporaneamente protetti nella loro piccola quanto fragile realtà.

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K-Pop Demon Hunters – Diverse, demoniache, unite

K-Pop Demon Hunters (2025) di Maggie Kang e Chris Appelhans è un lungometraggio animato con tecnica mista.

Distribuito da Netflix direttamente in piattaforma, si è rivelato uno dei fenomeni animati più significativi della stagione.

Di cosa parla K-pop Demon Hunters?

Rumi, Mira e Zoey sono tre icone del K-pop la cui voce…serve ad un intento ben più nobile.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere K-pop Demon Hunters?

Assolutamente sì.

Col suo racconto semplice e puntuale K-pop Demon Hunters si propone programmaticamente per essere un prodotto estremamente trasversale per più generazioni e tipi di spettatori, contenendo al suo interno tematiche universali quanto fondamentali.

Ne consegue un racconto piacevolissimo e che riesce ad evadere i più classici pattern narrativi riservati alle protagoniste femminili, portando in scena una femminilità nuova, che si libera di diversi stigmi che la affliggono da fin troppo tempo, diventando un punto di riferimento soprattutto per il pubblico più giovane.

Diverse

Fin dalla loro prima apparizione, è lampante che le Huntrix non siano le solite protagoniste.

Potrebbe sembrare una piccolezza, ma mostrare un terzetto di ragazze canonicamente belle e di successo con un tale amore ed interesse per il cibo – soprattutto all’interno di un panorama già di per sé problematico come quello del K-pop – non è una scelta da poco.

E il desiderio di avere quei tanto agognati ramen percorre tutta la prima parte di How it’s done, e ci racconta come le protagoniste possano essere così attive e pimpanti proprio grazie a quella stessa pietanza – e non solo.

Tutta la prima sezione della canzone vive quindi di questo contrasto fra la loro apparenza di eroine senza macchia, eredi di una tradizione centenaria, e il loro essere delle normalissime ragazze che, dopo una stagione piuttosto impegnativa, non vedono l’ora di godersi il dolce fare niente, fra junk food e video nonsense.

Ma Rumi è ancora diversa.

Sola

Rumi è così sola e isolata nella sua vergogna…

…tanto da non rendersi conto di non essere davvero sola.

L’intera Golden racconta, seppur volutamente in maniera scherzosa e semplicistica, i drammi che affliggono anche le altre due Huntrix: se Zoey era divisa fra due identità geografiche – gli Stati Uniti e la Corea – senza riuscire a trovare il suo posto nel mondo

I lived two lives, tried to play both sides

Vivevo due vite separate, cercando di essere presente in entrambe

Mira proviene da una famiglia in cui si sentiva fuori posto per essere troppo ribelle

Called a problem child ‘cause I got too wild

Dicevano che ero una bambina problematica, perchè ero troppo ribelle

E anche se, appunto, tutta la problematica di fondo viene raccontata in maniera quasi sfrontata

But now that’s how I’m getting paid

Ma questo è quello che oggi mi rende famosa

In realtà è significativa per mostrare come, nelle Huntrix, tutte e tre le protagoniste abbiano trovato un luogo dove sentirsi finalmente accolte per quello che sono.

Ed è un concetto espresso non solo a parole: ad ogni occasione Mira e Zoey mettono Rumi e la sua salute al primo posto, proponendole persino di evitare la fatica degli Idol Awards – il momento più importante sia come Hunters che come gruppo musicale – pur di tenerla al sicuro.

Ma la vergogna di Rumi è ben più profonda.

Eredità

Rumi si porta sulle spalle un’eredità pesantissima.

Il cappello introduttivo della pellicola non è utile solo a raccontare il contesto in cui la storia si muove, ma, soprattutto, a definirne il binarismo concettuale: da una parte i fan, il popolo da proteggere, e le Huntrix, e dall’altra il nemico, Gwi-Ma, e i demoni di cui si serve per nutrirsi – rappresentato infatti come una bocca pronta a divorare ogni cosa.

E non c’è altra possibilità.

Ed è compito – e colpa – di Celine, nella sua ingenuità, trasmettere questi concetti a Rumi, e farla vergognare così profondamente della sua condizione, da costringerla ad inseguire un ideale in sente di doversi rispecchiare

Put these patterns all in the past now / And finally live like the girl they all see

Lascerò queste cicatrici nel passato / e finalmente vivrò come la ragazza che tutti vedono sul palco

In altre parole, contestualizzandolo nella narrazione mitologico-fantastica della pellicola, K-Pop Demon Hunters racconta il peso della vergogna centenaria che pesa sulle spalle di diverse generazioni di donne, da sempre obbligate a sottostare a standard di perfezione spesso opprimenti e senza via di scampo.

Concetto drammaticamente confermato sempre all’interno di Golden, il cui ritornello racconta proprio la necessità di liberarsi di tutto quello che non si confà ad uno specifico ideale, per poter finalmente brillare:

I’m done hidin’, now I’m shinin’ like I’m born to be

Basta nascondersi, ora brillerò / questo è il mio destino

E per Jinu il discorso è simile ma differente.

Passato

Fra Jinu e Rumi sussiste un parallelismo molto forte.

Tralasciando le ovvie considerazioni sul fatto che la loro relazione è tanto più interessante perché non vincolata all’elemento romantico, il rapporto fra Jinu e Gwi-Ma è simmetrico a quello fra Rumi e Celine, seppur in termini differenti.

Entrambe le figure di riferimento sono infatti promotrici della vergogna dei protagonisti.

Se Rumi è ingabbiata in un ruolo in cui non si riconosce, Jinu è messo in trappola nella convinzione di non essere abbastanza – come musicista e come padre di famiglia – prendendo una decisione dolorosissima, che lo segnerà per sempre. 

In altri termini, come per Rumi e Celine, la dinamica fra Jinu e Gwi-Ma può essere traslata in un contesto più contemporaneo alle continue aspettative che vengono messe a capo del maschile le quali, quando non sono soddisfatte, diventano una colpa che ne definisce l’intero essere, costruendo un racconto a due estremamente tridimensionale.

E l’elemento forse più drammatico del personaggio di Jinu è racchiuso in una singola battuta di Gwi-Ma:

I’ve taught you well, Jinu.

Ti ho istruito bene, Jinu

Divorare

Jinu è così meritevole agli occhi del suo padrone perché ne replica gli schemi.

Il protagonista, infatti, si circonda di un quartetto di demoni senza identità – non a caso i nomi ne raccontano le poche e superficiali qualità – e totalmente sottomessi al suo controllo – tanto che li sentiamo parlare pochissime volte – finendo per essere esclusivamente vettori del suo piano.

E infatti Soda pop, dietro al sottile discorso erotico utile a far innamorare il pubblico, racconta invece le vere intenzioni dei Saja Boys, di come abbiano bisogno dei fan per potersi nutrire

Don’t want you, need you, yeah, I need you to fill me up

Io non ti desidero, io ho bisogno di te / sì, ho bisogno che mi soddisfi

in quanto, grazie proprio ai loro fan, i demoni possono soddisfare la fame smisurata del loro padrone.

Ma è anche più interessante come Jinu mimi lo schema di Gwi-Ma nel voler usare Rumi: da scaltro osservatore, si rende conto sia di come le Huntrix stiano cercando di insidiarli – notandole in agguato sul set televisivo – sia di come non solo Rumi porti i suoi stessi segni, ma abbia il terrore di mostrarli alle altre Huntrix.

E, in un gesto che non dovrebbe addirsi né ad un personaggio che ha abbandonato la sua famiglia, né tantomeno ad un demone, Jinu protegge Rumi con un breve abbraccio che la nasconde temporaneamente alle sue amiche e che gli permette di bendarle il braccio rivelatore, segnando una prima apertura nei suoi confronti, che Rumi, purtroppo, non può ignorare.

Per questo la parte centrale della pellicola è definita dal loro incontro-scontro.

Take down

Le Huntrix prendono solo il peggio dai Saja Boys.

La canzone Take Down è estremamente stratificata: ad un livello più superficiale, il terzetto canta la propria frustrazione davanti alla bellezza solo apparente della boy band – da cui l’iconica scena dei popcorn, una delle rare volte in cui si concede ai personaggi femminili di mostrare un desiderio erotico così esplicito.

So sweet, so easy on the eyes,
but hideous on the inside

In apparenza così adorabile, così dolce /
in realtà insidioso

ma, ad un livello più profondo, è il modo in cui Rumi cerca di convincere se stessa che l’unico piano possibile sia la totale disfatta di Jinu:

I finally opened my eyes / It’s time to kick you straight back into the night

FInalmente ho aperto gli occhi
/ ed è arrivato il momento
/ di rispedirti da dove sei venuto

Ma lei stessa è tormentata dai dubbi, trovandosi davanti ad una figura così ambigua: un demone, un macchinatore, ma anche l’unica persona in grado – per quanto lo voglia negare – di capirla profondamente, tanto che, più si prosegue, più Rumi sente come la canzone parli di sé stessa…

….tanto da cambiarne le parole: non più

When your patterns start to show / It makes the hatred wanna
grow out of my veins

Quando mostri la tua vera natura
/ mi fai ribollire il sangue d’odio

ma bensì

When your patterns start to show
I see the pain that lies below

Quando mostri la tua vera natura
/ Vedo il tuo vero dolore

Takedown kpopdemon hunters

Per questo, in altri termini, Rumi ricambia l’aiuto di Jinu accompagnandolo in un percorso di accettazione di un concetto fondamentale anche per se stessa: la natura demoniaca quanto gli errori del passato non definiscono in toto il nostro io, ma possono invece convivere con i lati più luminosi.

Per questo è tanto più significativa Free, la canzone che suggella il loro rapporto, in cui entrambi ammettono di avere trovato nel nemico la soluzione al proprio dramma

You say you’re no good, but you’re good for me

Dici che non sei la persona giusta
/ ma sei la persona giusta per me

e, al contempo, si rendono conto che tramite la collaborazione – e non lo scontro – possono salvarsi a vicenda

I’ve been hoping to change, now I know we can change / But I won’t if you’re not by my side

Speravo di cambiare / Ora so che posso farlo
/ ma solo con te al mio fianco

Eppure, il non aver capito fino in fondo questo concetto è proprio la loro rovina.

Divisi

La paura di Rumi non è mai stata reale.

Come la protagonista riesce a convincere le Huntrix che il pezzo che può realmente farle vincere sia Golden – quindi una canzone di unione, e non di divisione come Take Down – Rumi è al contempo sorda ai vari input delle sue amiche, che pongono costantemente l’accento sull’importanza della loro coesione.

Una coesione che può essere possibile solo se il terzetto è vicendevolmente sincero, mettendosi a nudo anche nelle proprie debolezze inconfessabili – come fanno appunto sia Zoey che Mira prima del concerto – in modo in cui Rumi non è invece capace di fare.

Questo concetto diventa ancora più chiaro nel momento in cui Rumi viene insidiata agli Idol Awards, quando Jinu mette in scena le paure proprie della protagonista – essere una vergogna, un errore – rivoltandole la canzone contro… ma, al contempo, raccontando le sue stesse insicurezze, alimentate dalla voce incessante di Gwi-Ma.

Eppure, quando le Huntrix vedono il suo vero volto, non sono spiazzate tanto dalla sua natura demoniaca, ma dal fatto che Rumi abbia mentito loro tutto questo tempo – puntarle la spada contro per tenerla lontana è solo l’ultimo atto di Mira e l’unico che fa riferimento specifico alla sua condizione come pericolosa.

E questa divisione è esattamente l’obbiettivo di Gwi-Ma: rendere ogni individuo – demone e non – isolato e succube delle proprie paure per potersene servire a proprio vantaggio, riuscendo ad irretire persino Zoey e Mira, private di quel punto di riferimento fondamentale delle Huntrix.

Così l’ultimo atto di consapevolezza di Rumi è confrontarsi direttamente con Celine e rinfacciarle il suo averla resa schiava del suo dolore, costringendola a nascondersi e non amandola veramente nella sua interezza – proiezione della paura che aveva nei confronti delle altre Huntrix, fra l’altro.

Ma è proprio da qui che Rumi deve ripartire.

Idolo

Your Idol è il perfetto contraltare e il punto di partenza necessario per How it sounds like.

La canzone racconta la naturale conseguenza di Soda Pop, quando ormai i Saja Boys non hanno più bisogno di nascondere la loro natura demoniaca, pur riadattandola alla loro facciata da icone pop.

Se infatti la prima canzone del gruppo era una sorta di esca per poter attrarre i nuovi fan e potersene nutrire

Got a feelin’ that, oh-yeah (yeah), you could be everything that
That I need (need), taste so sweet (sweet), every sip makes me want more, yeah

Ho una sensazione, sento che potresti essere / tutto quello che di cui ho bisogno /
hai un sapore così dolce, ho sempre più bisogno di te

in Your Idol ormai la maledizione è avvenuta, e il pubblico è totalmente sotto al giogo dei Saja Boys:

Yeah, I’m all you need, I’ma be your idol / living in your mind now / Too late ‘cause you’re mine now

Sì, sono tutto quello di cui hai bisogno /
sono il tuo unico pensiero /
e ormai non puoi più sfuggirmi

Ma, in realtà il vero idolo è Gwi-Ma e la vera vittima è proprio Jinu, in trappola nella gabbia che il demone ha creato su misura per lui – e da cui non può sfuggire

Keeping you in check (uh), keeping you obsessed (uh) Play me on repeat, 끝없이 in your head

Ti tengo sotto controllo, ti tengo in trappola /
Sono nella tua testa, in continuazione

In altre parole, con Your Idol Jinu racconta come non riesca, nonostante i tentativi di Rumi, a sfuggire alla sua maledizione, considerandola anzi l’unico destino possibile per i suoi peccati:

I’m the only one who’ll love your sins / Feel the way my voice gets underneath your skin

Sono l’unico che ama i tuoi peccati /
senti come la mia voce ti entra sottopelle

Ma un’alternativa è possibile…

…anche se lo scioglimento della vicenda è tanto più sorprendente.

Uniti

La grande forza di Rumi – e del film in generale – è di non rinnegare la propria natura, ma farsi forza della stessa.

Spesso nelle narrazioni con protagoniste femminili – soprattutto in ambito adolescenziale – il percorso seguito dall’eroina prevede lo sconvolgimento dello status quo iniziale tramite una ribellione, che viene infine punita per farla ritornare sui propri passi, benché formata da questa esperienza – Easy A (2010) e Il diavolo veste Prada (2006) sono dei fulgidi esempi in questo senso.

Al contrario, qui la protagonista si fa forza del suo passato, delle sue debolezze, e le abbraccia come parte della tridimensionalità della sua persona, consapevole di non poter tornare indietro

I broke into a million pieces, and I can’t go back

Sono andata in mille pezzi, e non posso tornare indietro

ma anche che il vero problema non era la sua natura demoniaca, ma bensì il non essersi fidata delle Huntrix

I don’t know why I didn’t trust you to be on my side

Non so perché non mi sono fidata di voi

How it sounds like

e di come possa trovare la sua armonia fra il suo lato più oscuro e quello più luminoso

The scars are part of me, darkness and harmony / My voice without the lies, this is what it sounds like

Queste cicatrici sono parte di me, oscurità e armonia / ecco come sono davvero, senza bugie

Ed è tanto più significativo che Rumi venga raggiunta dalle altre Huntrix, che si rendono similmente conto di essere diventate schiave delle proprie paure

Why did I cover up the colors stuck inside my head? / I should’ve let the jagged edges meet the light instead

Perché non mi sono mostrata per come sono? / Avrei dovuto invece mostrarmi anche per le mie debolezze

ritrovandosi, infine, in un’armonia basata propria sulla loro unione, sul sapersi far forza l’un l’altra

The song we couldn’t write, this is what it sounds like

Quella canzone che non riuscivamo a scrivere, ecco come suona

e, ancora più importante, evadono la narrazione di eroine senza macchia e senza paura, definendosi come personaggi maturi e consapevoli

So we’re not heroes, we’re still survivors

Non siamo eroine, ma sopravvissute

Ma questa scena non sarebbe completa se non fosse anche lo stesso Jinu ad unirsi, ispirato dalla ribellione di Rumi e riconoscente nei suoi confronti per avergli fatto ritrovare quell’anima che pensava di aver perduto, in un sacrificio finale che è l’ultimo atto di forza necessario, insieme al supporto del pubblico, per sconfiggere il nemico comune.

Ed è tanto più importante che la chiusura di K-pop Demon Hunters sia focalizzata ancora di più sul valorizzare questa unione umana sia nel micro – le Huntrix – sia nel macro – i loro fan – per cui il gruppo può diventare un’ispirazione.

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The Ugly Stepsister – Perché non sono bella?

The Ugly Stepsister (2025) di Emilie Blichfeldt è una riscrittura horror di Cenerentola.

A fronte di un budget piccolissimo – circa 5 milioni di dollari – ha pareggiato i costi di produzione.

Di cosa parla The Ugly Stepsister?

E se la storia di Cenerentola fosse raccontata dal punto di vista della sorellastra brutta e…cattiva?

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere The Ugly Stepsister?

In generale, sì.

The Ugly Stepsiter è una buonissima opera prima che, al netto di qualche ingenuità del tutto perdonabile, riesce a portare in scena un retelling horror della classica fiaba di Cenerentola, senza perdersi in quegli abissi di gore e trash che questo tipo di operazioni spesso ricercano.

Al contempo, pur nella sua semplicità, l’esordio registico della regista norvegese riesce anche ad essere piuttosto efficace in un racconto femminista sulla centralità tossica e opprimente del corpo femminile – e in tutte le sue declinazioni.

Differenze

La messinscena dell’incipit di The Ugly Stepsister è già di per sé estremamente rivelatoria.

Elvira si racconta tramite il suo sogno d’amore impossibile con il principe, in cui appare per quello che vorrebbe diventare: una dama con un aspetto ricco, curato ed estremamente appariscente…per poi piombare nella mediocrità del presente, della sua famiglia zotici arrampicatori sociali. 

In questo senso è significativo il paragone visivo fra Elvira, con il suo agghindarsi posticcio e wannabe, e la sorella minore Alma, con il suo aspetto volutamente modesto e rappresentativo della sua classe sociale, e soprattutto Agnes, rappresentazione di una ricchezza modesta, che non ha bisogno di essere ostentata.

Per questo la protagonista affonda avidamente gli occhi nelle ricchezze di Agnes e cerca subito di impossessarsene, quando il corpo del suo patrigno è ancora caldo e la sofferenza della sorellastra ancora pungente, con una ricerca che diventa sempre più pressante a fronte della povertà schiacciante che sembra infestare la sua nuova famiglia.

E cosa non farebbe Elvira per un po’ di bellezza…

Interno

Elvira può pure essere una ragazza piacevole e ricca di talento…

…ma non può non essere bella.

La ripida ascesa verso uno status impossibile comincia dall’iconico nasale, la rottura di quella gobba vergognosa in uno dei tanti ma significativi momenti di body horror del film, che riesce a gestire sapientemente l’elemento orrorifico, intatto nella sua brutalità e rozzezza…

…ma anche perfettamente sotto controllo, grazie a dei tagli di montaggio puntuali, che non mostrano mai più del necessario.

E, proprio per la sua bruttezza, Elvira, nonostante si sforzi in tutti i modi, è costantemente scalzata, messa in ombra dal bellezza disimpegnata di Agnes, soffrendo terribilmente nel vivere ai margini e accettando qualsiasi compromesso pur di essere effettivamente bella

The Ugly Stepsister, in altri termini, racconta la disforia quanto l’inseguimento di un modello di bellezza femminile impossibile, una saturazione del sé nella maniera più brutale, che porta, in questo contesto, Elvira ad essere forse più in linea con quanto la società si aspetta da lei…

…ma, al contempo, intrappolata in una spirale distruttiva assolutamente necessaria per battere Agnes.

E su Agnes c’è da fare un discorso a parte.

Noto

Una delle poche debolezze effettive della pellicola è la gestione della storia originale di Cenerentola.

Così come per la storia della sorellastra si utilizzano solo pochi spunti dalla favola, per la storia di Cenerentola cambia solo il motivo – o, meglio, uno dei motivi – per cui la giovane assume le sembianze del personaggio da cui la sua storia prende il nome – evadendo in maniera funzionale invece la più ovvia e stereotipica purezza e verginità.

Per il resto, la pellicola lascia quasi tutto alle conoscenze pregresse dello spettatore, aggiungendo solamente qualche tocco di originalità – come i bachi da seta che ricuciono il vestito – ma mantenendosi per il resto sostanzialmente aderente alla storia originale, spesso dandola quasi per scontata.

Ne conseguono momenti non del tutto chiari riguardo alla natura dell’elemento magico, totalmente circoscritto al fantasma della madre e alla carrozza che si trasforma in zucca, che quasi stride all’interno di un panorama, al contrario, estremamente e volutamente realistico e brutale.

Similmente, l’innamoramento del principe nei confronti di Cenerentola appare come un momento voluto dal destino, che riprende la questione della scarpetta quasi come un pretesto per costruire l’amaro finale, apparendo quindi quasi pretestuoso, soprattutto nel contesto in cui la storia si muove.

E, al riguardo, è necessario un discorso a parte.

Svendere

Le donne di The Ugly Stepsister sono degli oggetti in vendita.

Tutta la cornice romantica di questa sorta di ballo delle debuttanti è una pura facciata per nascondere la sua vera natura di mercato della carne, in cui le giovani sono presentate come animali al guinzaglio, che i pretendenti osservano come volendosele divorare – e non solamente con lo sguardo.

Capovolgendo le parti, anche il Principe stesso è un mezzo per la protagonista per ottenere la conferma del suo nuovo status, nonostante gli basti uno sguardo su una ragazza più piacente come Cenerentola per cambiare subito compagna di ballo, tanto da farla sprofondare nella disperazione più nera.

…fino ad arrivare alla follia di togliersi persino la capacità di camminare pur di essere accettata dal principe.

Ed è solo l’ultimo atto di una caduta rovinosa – fisica e morale – ma anche catartica: l’altra sorellastra, personaggio di contorno e quasi gender neutral, diventa infine la salvatrice che permette alla sorella di liberarsi di tutto quello che aveva ingoiato per mesi, nell’unica scena di body horror effettivamente esplicito, ma totalmente funzionale alla scena.

Indovinata, infine, la scelta di non fare soffrire ad Elvira un finale punitivo, ma lasciando invece una speranza aperta per un futuro diverso per l’ormai devastata protagonista, chiudendo la pellicola con l’ultima ed eloquente inquadratura dei corvi – che nella favola avevano il ruolo di accecare le sorellastre – che pasteggiano sulla tedia.

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The To Do List – Riscoprirsi

The To Do List (2013) è un teen movie con protagonista Audrey Plaza e diretto da Maggie Carey.

A fronte di un budget piccolissimo – 1.5 milioni di dollari – anche per la distribuzione molto limitata, ha avuto un riscontro veramente minimo.

Di cosa parla The To Do List?

Nell’estate prima dell’inizio del collage, Aubrey scopre qualcosa che non si sarebbe mai aspettata: la sua sessualità.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere The To Do List?

Assolutamente sì.

The To Do List è stata una grande sorpresa all’interno di un genere che era rimasto per molti versi stagnante dopo le sfavillanti proposte da Mean Girls (2004) a She’s the man (2006), fino a picchi di orrore di Easy A (2010).

E proprio con quest’ultimo, in un certo senso, la pellicola apre un dialogo per scardinare molta della narrazione demonizzante della sessualità femminile e, più in generale, del voler prendere una strada diversa da quella già tracciata.

Insomma, una piccola perla, ancora troppo sconosciuta.

Presupposti

I presupposti per scrivere un secondo Easy A a pochi anni di distanza c’erano tutti.

La protagonista nerd e maniaca del controllo apparentemente allergica al sesso, la sorella che invece ne ha fatto una malattia, e l’amico sfigato di turno che stravede per lei – quasi un Pretty in Pink (1986) a trent’anni di distanza.

Allo stesso modo, sembra quasi scontato l’interesse amoroso di turno, il bello e impossibile, con cui Brandy ha un breve intercorso sessuale, stroncato sul nascere da una battuta di troppo, che è anche il momento epifanico in cui la protagonista si rende conto di essere finalmente pronta alla pubertà.

Ma si cominciano a vedere i primi segnali della particolarità della pellicola proprio quando la protagonista muove i primi passi verso la scoperta sessuale, andando a stilare una lista per nulla scontata, che le permette di esplorare in tutte le direzioni, sia per dare che per ricevere.

Ma un altro elemento è assolutamente significativo per mettere un punto al senso della pellicola.

Stigma

Un elemento molto tipico della narrazione femminile, soprattutto nei primi anni del Nuovo Millennio, è lo stigma per il cambiamento.

Che sia per motivi sessuali – come nel già citato Easy A – che per scelte di altro tipo – come il più classico Il diavolo veste Prada (2006) – non è raro che la protagonista esca dal seminato e venga per questo punita dalla comunità, entrando in una spirale involutiva che la porta infine a tornare sui suoi passi.

Non è il caso di The To Do List – e per fortuna.

Per quanto ci sia sicuramente una certa curiosità e qualche sopracciglio alzato nei confronti del suo progetto, la protagonista è per la maggior parte incoraggiata nello stesso, particolarmente dalle sue amiche – che la vedono finalmente sbocciare – e, a sorpresa, anche dalla madre e dalla sorella.

Ma per lo stesso è necessario un discorso a parte.

Eredità

Il dialogo fra genitore e figlio in ambito sessuale è sempre stato estremamente complesso.

E una dinamica che tipicamente viene messa in scena da questo tipo di prodotti è lo sguardo apprensivo del regista quanto del genitore nel valutare la disordinata vita sessuale dei protagonisti, che solitamente corrisponde anche alla morale del film stesso.

Ma, ancora una volta, non è il caso di The To Do List.

La madre è per tutta la durata della pellicola il personaggio di supporto che rappresenta quello che il genitore dovrebbe essere: una guida senza imbarazzo in tutti gli aspetti della scoperta sessuale, cercando anche di rendere la stessa il più sicura e piacevole possibile.

E, anche se sembra una spinta contraria, il padre racconta – o, meglio, esaspera in maniera programmatica – un’altra faccia della genitorialità: quella genuinamente preoccupata per la salvezza della prole, tanto da diventare paranoico e sperare di utilizzare il divieto come arma.

Ma Brandy – per fortuna – è una forza inarrestabile.

Scoperta

L’esplorazione della sfera erotica è una maturazione molto più profonda di quanto potrebbe sembrare.

Forse anche per il suo essere stata estranea all’argomento per così tanto tempo, Brandy affronta il tema senza lasciarsi frenare da quelli che sono i tipici pregiudizi sulla sessualità femminile – che è meglio che sia modesta e passiva, se non totalmente assente.

E, in particolare, la ricerca di Brandy mette al centro la scoperta di un elemento spesso lasciato ai margini: il piacere femminile, non subordinato a quello maschile, e, per questo, quasi spaventoso agli occhi di molti personaggi…

…e che parte proprio da un argomento incredibilmente tabù: la masturbazione.

Ma sono tutti mattoncini che compongono una crescita personale della protagonista assolutamente inaspettata, che la porta al momento del confronto con Rusty in un modo che neanche il ragazzo si aspettava: Brandy sceglie di avere una posizione dominante perché vuole avere il controllo della sua sessualità.

Ed è tanto più interessante che la conclusione del rapporto sia positiva solo per Rusty, che racconta da solo tutta la mediocrità maschile nel vedere il sesso anche e soprattutto come un’affermazione sociale, del tutto annullata dalla presa di posizione di Brandy, che invece rivendica con forza il suo diritto ad essere soddisfatta.

Ma il vero finale è un altro.

Soddisfazione

Cameron è, possibilmente, ancora più mediocre.

Nelle narrazioni più classiche sarebbe il punto di arrivo del percorso della protagonista per la consapevolezza dell’importanza dei sentimenti rispetto al puro piacere carnale, che invece qui si risolve con un rimettere tutto in prospettiva.

Infatti il problema non è aver scoperto la sessualità e non aver dato a Cameron quello che voleva, ma bensì aver sottovalutato l’importanza dei suoi sentimenti e aver agito in maniera molto sistematica ed egoista: errori lungo il percorso, che verranno riassorbiti nel puntualissimo finale.

È importante sottolineare come per Brandy la storia raccontata nel film sia una parentesi della propria vita, come ben racconta il rincontro con un Cameron molto più consapevole sessualmente e pronto a continuare la scoperta sessuale ad armi pari.

Ed infatti entrambi si dimostrano ben più consapevoli in quello che è finalmente un intercorso che soddisfa entrambi, e che si conclude con un atto in cui solitamente il piacere femminile è precluso: la tanto temuta back door che non si poteva aprire…

…e che invece, sfacciatamente, è il punto di arrivo di una protagonista finalmente soddisfatta.

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Ari Aster Dramma familiare Dramma romantico Drammatico Film Horror

Midsommar – Riscrivere il trauma

Midsommar (2019) è la seconda opera di Ari Aster con protagonista Florence Pugh.

A fronte di un budget piccolino – appena 9 milioni di dollari – è stato nel complesso un ottimo successo commerciale: 47 milioni di dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla Midsommar?

Dani ha appena subito un profondo lutto, ma la risoluzione…non è quella che si aspetta.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Midsommar?

Assolutamente sì.

Con Midsommar Ari Aster gioca ancora una volta con i topos di genere, riuscendo a portare in scena un horror veramente peculiare, girato quasi totalmente alla luce del sole, in cui l’orrore è quanto più visibile e scioccante.

Ma il vero terrore è più profondo, legato all’evoluzione – o involuzione? – della protagonista, che rivive per certi versi il suo trauma, ma legato ad una risoluzione del tutto diversa, e più…confortante?

Aggrapparsi

Dani ha solo bisogno di un sostegno, di qualcosa a cui aggrapparsi.

E quel qualcosa – purtroppo – è Christian.

Il ragazzo appare fin da subito circondato da persone che gli consigliano spassionatamente di lasciarsi alle spalle la sua attuale fidanzata, rea di essere sempre alla ricerca di attenzioni per la sua tumultuosa situazione familiare, legata in particolare all’ambigua figura della sorella.

E ancora di più Christian appare inadatto nel gestire la situazione, soprattutto quando la stessa esplode nello straziante omicidio-suicidio di Terri, per cui Dani si perde in una comprensibile spirale depressiva per la perdita, quanto, soprattutto, per la sua impotenza.

In altre parole, Dani sentiva di poter agire, ma di non aver agito.

E la sua inerzia è il motore che porta avanti una relazione tenuta insieme solamente dal senso di colpa del fidanzato, che però, in maniera più o meno consapevole, continua a condurre la sua vita oltre a Dani, specificatamente nell’organizzazione del viaggio in Svezia…

…in cui coinvolge la ragazza solamente nella convinzione che non verrà.

Ma c’è in agguato un elemento che il ragazzo non aveva previsto.

Trappola

Dani finisce…in trappola?

Anche se ad una prima visione Pelle sembra un personaggio innocuo, che vuole semplicemente fare le sue condoglianze alla protagonista, si rivela infine un adescatore, che ha scelto consapevolmente di mettere un dito nella piaga quando la ferita del lutto era ancora aperta…

…convincendo così Dani, sull’onda dell’emotività, a seguire effettivamente il gruppo in Svezia.

La stessa dinamica, in altri termini, è anche propria della sezione introduttiva alla comunità, in cui la droga assunta dal gruppo getta Dani in un totale delirio che esaspera i suoi sotterranei timori: la sensazione di isolamento, di esclusione e di sostanziale perdita del sé.

Ed è fondamentale per il contrasto invece con la pace delle scene successive.

Ruolo

Ogni personaggio, a suo modo, acquisisce un ruolo all’interno della nuova comunità.

E servono sia eroi che antagonisti.

Infatti, anche se il gruppo cerca di mantenersi ai margini della scena e di trattare la situazione come se fosse quasi un’attrazione turistica, inevitabilmente ne risulta attratto, ma nella maniera più sbagliata: Mark desacralizza l’albero degli antenati, Josh cerca di rubare i segreti della comunità e Simon, semplicemente, cerca di andarsene prima del tempo.

Christian invece ha un doppio ruolo.

La funzione del ragazzo è puramente strumentale, sia per l’evoluzione di Dani – che merita un discorso a parte – sia per la comunità stessa, che usa – letteralmente – il suo corpo per compiere il rito di accoppiamento e garantire la proliferazione della comunità stessa.

Ma, proprio essendo solo un corpo, il suo valore è limitato.

Proprio come doveva essere quello di Dani.

Mimo

Con la nuova comunità, Dani rivive il suo lutto…

…ma riscrivendolo in positivo.

La radice del problema è quantomai evidentemente il suo attaccamento a Christian, unico appoggio, pur passivo, che le è rimasto in una vita definita esclusivamente dal lutto e dal rimorso, a cui è capace di perdonare tutto, persino l’essere così negligente da dimenticarsi il suo compleanno, da dimenticarsi sostanzialmente di lei.

Eppure Dani continua a giustificarlo, continua a cercarlo, continua a sentirsi sola e dispersa persino nei momenti in cui è più accolta, persino quando la comunità cerca di alienarla con la droga per includerla all’interno del gruppo, e anzi farla risaltare rispetto allo stesso come nuova Regina di Maggio.

E allora, deve rivivere il trauma.

Midsommar finale

Anche se realisticamente la colpa non è di Christian, totalmente e ingenuamente sottomesso alla volontà di altri, il suo diventare strumento sessuale è espressione della sua continua negligenza e disattenzione, del suo essere totalmente passivo alle situazioni.

E così Dani deve rivivere ancora una volta una situazione di turbamento che in qualche modo sospettava, ma che non era pronta ad affrontare…

…con la differenza che ora non è più ridotta alle attenzioni disattente di un fidanzato assente, ma è avvolta dalle cure di un intero gruppo di donne pronte a soffrire insieme a lei, a davvero farla sentire compresa e accolta, permettendole così finalmente di rendersi conto della situazione che stava testardamente subendo.

Ed è proprio in questa dinamica che si sviluppa il lato forse più grottescamente sorprendente della pellicola: come Dani sembra sempre più abbracciata e immersa nel suo nuovo ruolo, più sembra anche divorata da una rabbia cieca che la porta infine a condannare a morte il suo ormai ex fidanzato.

Eppure, davanti a quella chiusura così tragica di tutti i personaggi divorati dalle fiamme e ridonati alla terra contro la loro volontà, di un Christian ormai totalmente inerme e rinchiuso nella rappresentazione del suo ruolo meschino e divoratore – l’orso – infine Dani sorride…

…felice di aver finalmente e realmente risolto il suo trauma.

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2025 Dramma romantico Drammatico Film Horror

Together – Essere diversi, essere caotici

Together (2025) è un body horror nonché l’esordio alla regia di Michael Shanks.

A fronte di un budget anche abbastanza consistente per un’opera prima – 17 milioni di dollari – anche se non è ancora stato distribuito in tutti i mercati, ha già doppiato i costi di produzione.

Di cosa parla Together?

Tim e Millie sono una coppia che sembra essere pronta a separarsi da un giorno all’altro…fino a trovarsi più vicini del previsto.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Together?

In generale, sì.

Non mi sento di sbilanciarmi né in positivo né in negativo sulla suddetta pellicola in quanto contiene al suo interno elementi di indubbio fascino – il soggetto quanto alcuni momenti di regia – ma, al contempo, si incarta in una struttura narrativa poco centrata.

Infatti, come è tipico di molte pellicole del cosiddetto elevated horror, l’opera prima di Shanks vive del suo potenziale e del suo soggetto, ma, soprattutto in questa rincorsa al voler essere diverso a tutti i costi, e si perde in un racconto mediocremente strutturato nei toni quanto nei passaggi logici.

Insomma, non tutti da buttare, ma ci si aspettava ben di più.

Paradosso

Il paradosso di Togheter è chiarissimo…

…almeno sulla carta.

L’incipit gira intorno alla relazione ormai da tempo in crisi di Tim e Millie, forzatamente portata avanti per volontà principalmente di quest’ultima, soprattutto visto il moto di ribellione del protagonista maschile, più volto ad una autodeterminazione mancata che alla (ri)costruzione del loro rapporto.

Tuttavia, questo racconto manca fin dall’inizio di adeguato respiro per poter funzionare, rimanendo una narrazione in ultima analisi abbastanza superficiale e affidata principalmente agli espliciti scambi fra i protagonisti, più che ad una messa in scena che dialoghi col pubblico.

Un elemento che diventa problematico soprattutto nelle ultime battute, nei momenti decisivi in cui la coppia dovrebbe prendere le decisioni più importanti, che invece sono affidate più a necessità di trama che all’effettiva costruzione del racconto.

Ma non è neanche la questione più problematica.

Paura

Un moto di ribellione pervade l’horror che non vuole essere commerciale.

Una problematica piuttosto ricorrente in questo tipo di narrazione è l’essere costruita intorno a dei continui jumpscare piuttosto banali e ridondanti, tendenza che appunto il cosiddetto elevated horror vuole evadere in favore di uno schema della paura ben più interessante ed efficace.

Purtroppo, al riguardo, Together fallisce due volte.

Da un lato, anche se prova a costruire la suspense con delle immagini più ricercate, finisce inevitabilmente per proporre lo stesso schema incredibilmente ripetitivo delle brutte sorprese in camera da letto costruite sempre nel medesimo modo, e che, soprattutto, mancano di un abbastanza essenziale crescendo.

Infatti, per motivi ignoti, Together sceglie di costruire la parte centrale legata alla scoperta della minaccia in maniera piuttosto dispersiva, quando sarebbe bastato un semplicissimo climax – iniziato, ma mai sviluppato – per mostrare la progressione della maledizione.

E, proprio nel momento drammatico fondamentale, la pellicola mi lascia più dubbi.

Scelte

Together sembra mancare di una direzione.

È come se internamente alla pellicola ci fosse la volontà di voler evadere il classico schema, ma finendo solo per confermarlo, anzi per perdersi proprio in questo tentativo, a cominciare dall’andamento scostante del tono, che si evince soprattutto a partire dalla scena della motosega.

Dopo la sequenza, anche piuttosto interessante, in cui i due si intrecciano nel corridoio, si arriva all’esplosione della drammaticità e della violenza, Shanks sceglie di spezzarla con un momento comico improvviso e fuori contesto, che viene subito soffocato dalla ripresa del crescendo drammatico nell’atto finale.

Una conclusione, fra l’altro, che è forse la parte più problematica.

La parte dedicata allo scioglimento della vicenda soffre infatti del suddetto tentativo di evadere lo schema classico, finendo per non riuscire a definire in maniera soddisfacente l’origine della minaccia – non a caso, Jamie rimane in scena il tempo necessario per raccontarla…

…e, al contempo, si perde nel labirinto contraddittorio di cambi di passo dei protagonisti, che non ha purtroppo basi abbastanza solide da essere giustificato e che altresì vive di collegamenti logici fin troppo deboli, tanto che la scelta finale dei protagonisti risulta incomprensibile ai fini narrativi…

…ma del tutto giustificabile all’interno della volontà del regista di chiudere la pellicola con un grottesco colpo di scena.