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I Fantastici Quattro – Manca qualcosa?

I Fantastici Quattro – Gli inizi (2025) di Matt Shakman è il terzo tentativo di rilancio del quartetto supereroistico – e il primo tentativo dell’MCU.

Di cosa parla I Fantastici Quattro?

I Fantastici Quattro sono da ben quattro anni i paladini della loro città – e del mondo – pronti a salvare la Terra da ogni minaccia…oppure no?

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere I Fantastici Quattro?

In generale, sì.

Non mi sento di sbilanciarmi nel consigliarvi questo film semplicemente perchè è solo un piccolo, quasi minuscolo passo nella giusta direzione per l’MCU, che riesce, dopo diversi prodotti anche molto discutibili, a portare in scena un film complessivamente buono…

…ma ricco anche di diverse debolezze, che vi colpiranno più o meno a seconda di quanto riusciate ad appassionarvi all’estetica e al taglio del film, che ricerca fortemente l’elemento giocoso e fumettoso, pur non mancando di momenti profondamente drammatici.

Pubblico

In I Fantastici Quattro il pubblico siamo noi.

Proprio come per il contemporaneo Superman (2025), anche questa pellicola non affronta direttamente la origin story dei protagonisti, ma sceglie di far vivere allo spettatore l’emozione di aprire un fumetto senza saperne nulla di loro, introducendoli tramite un breve riassunto contenuto nella cornice dello spettacolo televisivo.

Una scelta molto intelligente e che si riassume nella battuta del presentatore, che si rivolge al pubblico diegetico ed extradiegetico per dire che sì, la storia la conosciamo già, ma è giusto raccontarla di nuovo con questi nuovi volti, partendo dalle origini e arrivando fino alle minacce più recenti – e prontamente debellate.

Ma la scelta di renderli personaggi pubblici è un’arma a doppio taglio.

Da un lato, permette alla pellicola di avere un taglio tutto sommato inedito, smarcandosi dalla classica origin story dell’eroe solitario, anzi, dando una valenza politica ai protagonisti che permette loro di essere nel complesso credibili nella gestione di un intero pianeta davanti ad una minaccia globale.

Dall’altra, lascia il dubbio che questa scelta sia dovuta anche al poco interesse generale dei personaggi dal punto di vista supereroistico e, per certi versi, anche umano: i Fantastici 4 sono umani e fallibili, ma al contempo godono di pochissime aree grigie effettivamente esplorabili.

E proprio qui si trova la maggiore debolezza della pellicola.

Conflitto

La definizione di un personaggio è soprattutto tramite il conflitto.

La sua maturazione, specificatamente all’interno di una origin story, è definita proprio dai conflitti interni – con familiari, amici e altri personaggi di importanza emotiva – ed esterno – con il pubblico, il villain di turno, o entrambi.

E questo è un elemento drammaticamente carente in I Fantastici 4.

Nonostante ci fossero grandi possibilità di sfruttare drammaticamente sia Pedro Pascal che Vanessa Kirby – che comunque, quando possono, brillano in questo senso – gli stessi sono intrappolati all’interno degli stretti confini dei loro personaggi, avendo poco spazio per raccontarsi in maniera significativa.

Infatti il fulcro emotivo della pellicola – il neonato Franklin – e il suo utilizzo creano indubbiamente dei conflitti interni ed esterni: Sue e Reed si interrogano ripetutamente sia sulla vera natura del figlio, sia su quanto siano disposti a sacrificarlo o anche solo metterlo in pericolo per la salvezza del mondo. 

Eppure, manca qualcosa. 

La risoluzione delle fratture interne, nonostante la pellicola cerchi in più momenti di sottolinearne l’importanza, è fin troppo immediata e semplicistica: sembra come se ai personaggi basti scambiarsi poche parole nella scena successiva per ricomporre immediatamente l’unione interna del gruppo.

Invece, quanto avrebbe giovato in questa dinamica rendere significativo e continuo il conflitto del quartetto, soprattutto fra Sue e Reed, banalmente chiudendo delle scene con pensati silenzi o anche solo mancate risoluzioni, per poi cercare le stesse attraverso lo scontro con Galactus e i suoi pesanti dilemmi morali.

Invece, è come se rimanesse tutto in superficie.

Ma ci sono alcuni personaggi che questa mancanza la soffrono più di altri…

A parte

In I Fantastici Quattro è come se alcuni personaggi vivessero una storia a parte.

Lato eroi, il più sacrificato drammaticamente è Johnny Storm: come la linea comica funziona perfettamente nei tempi e nei modi, il lato più drammatico della sua indagine parallela è spalmato disordinatamente nella pellicola, emergendo in alcuni punti ma senza che lo stesso abbia un valore così significativo.

In particolare, risulta mal costruito l’arrivo al potenziale sacrificio nel finale, per cui non bastano pochi momenti in cui Johnny cerca di intervenire per giustificare l’importanza emotiva di quella scelta – che, in fin dei conti, è tutta sulle spalle di Sue, forse unico personaggio che davvero può godere di un dramma importante all’interno della pellicola.

Un problema analogo si ritrova anche nella gestione di Shalla-Bal, personaggio che speravo riuscisse a distaccarsi in maniera netta dalla gestione superficiale della sua controparte del film del 2007, per cui erano bastate poche parole di Sue Storm per farlo rinsavire.

Invece, nonostante la gestione sia complessivamente migliore, la costruzione del suo ripensamento è molto più discontinua e, anche se le parole di Johnny sono ben più incisive, le stesse non bastano a reggere sulle spalle un cambio di passo così importante, con un ripensamento che avviene quasi del tutto fuori scena.

Ma, lato villain, l’apparenza sembra vincere sulla sostanza.

Eccesso

I Fantastici 4 funziona nei suoi toni fumettosi…

…finché risulta credibile.

Purtroppo il taglio giocoso presentato fin dall’inizio non basta a giustificare la gestione di Galactus, personaggio che, per il lato estetico, è assolutamente impeccabile, portando sullo schermo uno degli antagonisti più iconici della Marvel con uno dei character design più azzeccati degli ultimi anni…

…ma che, invece, lato profondità narrativa, finisce vittima della classica trappola tipica di molti altri prodotti MCU: avere un’importanza ridotta per evitare di oscurare gli eroi protagonisti, finendo per essere veramente poco incisivo e fin troppo banale per un cinecomic uscito nel 2025.

Soprattutto, considerando come il quartetto sceglie di sconfiggerlo.

Se idealmente funzionava molto bene l’idea della consapevolezza dei quattro di non poterlo sconfiggere fisicamente, per quanto potesse essere anche accettabile il piano di spostamento dell’intera Terra sotto al suo naso – nonostante, più credibilmente, venga poi vanificato in un battito di ciglia…

…il piano di Reed risulta poco credibile persino in questo contesto.

La scelta di creare un piano così blando, una trappola così evidente senza neanche provare a nasconderla, va a sminuire da un lato la credibilità di Reed come uomo più intelligente del mondo, dall’altra l’importanza di Galactus, potenza millenaria che, evidentemente, non può farsi sconfiggere da un trucco così palese.

E se, per ovvi motivi, si fa il confronto con Superman proprio su questi ultimi punti, il risultato è abbastanza desolante – soprattutto se vogliamo considerare I Fantastici Quattro un punto di ripartenza per l’MCU.

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Fantastic 4 – Non chiederti perché succede

Fantastic 4 (2015) di Josh Trank rappresenta uno dei i peggiori flop del genere, anche per via di una ben nota gestione disastrosa della produzione.

Infatti, a fronte di un budget neanche troppo esigente – 120 milioni di dollari – è riuscito a malapena a coprire i costi di produzione.

Di cosa palra Fantastic 4?

La pellicola ripercorre la storia dei Fantastici Quattro partendo dall’inizio, dall’infanzia di Reed Richards e la sua amicizia con Ben Grimm, fino ai disastrosi effetti nel presente…

Vale la pena di vedere Fantastic 4?

Direi proprio di no…

…a meno che non vogliate assistere ad un esempio fin troppo da manuale su come non si scrive un film e di come, per il funzionamento della trama, si necessario non saltare a piè pari passaggi fondamentali per la scorrevolezza della stessa.

La visione, fra l’altro, si amplia anche dal punto di vista metanarrativo, in quanto leggere gli inspiegabili disastri produttivi della stessa getta una luce diversa su uno spaccato di Hollywood che al tempo non eravamo ancora pronti a scoprire.

Eredità

È difficile scegliere da dove partire per giudicare Fantastic 4.

Però, si può partire dall’inizio.

La pellicola è vittima prima di tutto della insulsa – e, per fortuna, molto breve – rincorsa al teen drama sci-fi dai toni dark di quel periodo, filone che aveva come protagonisti dei giovanissimi eroi più o meno geniali, che riuscivano a scalzare il ben più abile villain di turno.

In questo caso, il giovane Reed appare come una Mary Sue che, già in tenerissima età, è capace di creare mirabolanti invenzioni, spalleggiato da quello che sembra essere il suo unico amico – Ben – per la costruzione del macchinario che rappresenterà la sua stessa rovina.

E, da qui, comincia la corsa.

Non puoi sbattere gli occhi un momento che subito sono passati almeno dieci anni e Reed è alla fiera scientifica del liceo pronto a farsi coinvolgere dalla corporazione di turno che ne vuole sfruttare le capacità, così da annullare definitivamente ogni tipo di percorso o difficoltà che avrebbe rischiato di caratterizzarlo.

Altrettanto sconclusionato è l’arrivo all’effettivo incidente, in cui vengono coinvolti personaggi che di fatto si conoscono appena, fra cui spicca l’incomprensibile partecipazione di Ben, evidentemente portato in scena perché necessario ai fini della trama, ma le cui motivazioni del coinvolgimento sono fragilissime.

Eppure in questo frangente qualcosa…si salva?

Influenza

Fantastic 4 uscì in un periodo non proprio felice per il cinema commerciale.

Al tempo le major bramavano per avere la loro fetta di torta per il genere teen drama post apocalittico, di cui Hunger Games (2012) fu il capostipite, ma senza mai essere raggiunto per popolarità e incassi da prodotti similari – neanche quelli che inseguivano più da lontano la stessa tendenza.

E questo è appunto il caso del film di Josh Trank.

Nonostante non avrei avuto alcun tipo di interesse nel veder portare in scena una versione teen-dark dei Fantastici 4, nondimeno qualche brandello di originalità si può riscontrare nella drammaticità della scoperta dei poteri, molto meno digeribile dei film precedenti.

Eppure, ancora una volta, il tutto si perde all’interno di un campo minato di buchi di trama insormontabili, con una storia spaccata in un mosaico che sembra impossibile da ricomporre, proprio per la mancanza delle connessioni logiche – ed emotive – minime per poter funzionare.

Una mancanza che si vede per un personaggio in particolare.

Sparire

Dottor Destino non esiste.

All’interno di un film che, almeno sulla carta, vorrebbe raccontare il conflitto fra l’incontenibile – e deleterio – entusiasmo del quartetto e di un’azienda che vuole metterlo ai margini, anche con qualche breve – e mai effettivamente esplorato – accenno ad un dramma interno al gruppo che si risolve in uno schiocco di dita.

E quindi, Von Doom cosa c’entra?

Josh Trank sembra completamente dimenticarsi del personaggio per la maggior parte della pellicola, per poi farlo saltare fuori nelle ultimissime battute con un dramma e un piano già formato, senza concedergli neanche la minima possibilità di raccontarsi effettivamente al pubblico, se non tramite un debole monologo.

Ma, d’altronde, chi può dire di avere un tale privilegio in questa sfortunatissima produzione?

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I Fantastici 4 – Respira, inspira

I Fantastici 4 (2005) di Tim Story è il più noto prodotto dedicato al quartetto supereroistico del nuovo millennio. 

A fronte di un budget medio per un cinecomic di quel periodo – 100 milioni di dollari – è stato un ottimo successo commerciale: 333 milioni di dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla Fantastici 4?

Quattro amici dai caratteri molto diversi partono all’avventura nello spazio. Ma forse le conseguenze non saranno delle più felici…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere I Fantastici 4?

In generale, sì.

Negli anni ho sentito pareri anche estremamente negativi riguardo a questa pellicola – e al suo sequel – forse anche perché, al confronto con altri prodotti superoistici più o meno contemporanei – come Spider Man (2002) e Batman Begins (2005) – effettivamente tendeva a sfigurare.

Eppure, a diversi anni di distanza, ho trovato la versione del quartetto di Tim Story una visione complessivamente piacevole, assolutamente da inquadrare nel periodo d’uscita, ma anche vincente nella costruzione dei personaggi in scena.

Insomma, dategli un’occasione.

Fondamenta

Un grande valore de I Fantastici 4 è il respiro che lascia ai suoi personaggi.

Il primo atto della pellicola è tutto dedicato alla presentazione dei protagonisti e delle loro tensioni, particolarmente quelle del terzetto Richards – Storm – Von Doom, di cui l’infelice passato dei primi due si riflette nell’invidia presente di Victor.

A lati emergono non meno importanti le figure di Grimm e Johnny Storm, totalmente opposti nei loro caratteri – e infatti principali protagonisti degli scontri interni alla pellicola – perfettamente inquadrati proprio quando la missione che gli cambierà la vita è ormai alle porte.

E proprio qui si pone uno snodo fondamentale.

Taglio

Con uno sguardo più contemporaneo – come ben racconterà il successivo Fantastic 4 (2015) – non era semplice rendere in maniera digeribile l’acquisizione dei poteri dei protagonisti.

La stessa avviene all’interno di un contesto prettamente umoristico, in cui le scoperte più felici di Sue e Reed – chiudendo un occhio davanti alla inutile sessualizzazione di Jessica Alba – che hanno il loro apice comico intorno alla figura di Johnny Storm e la sua divertita scoperta dei poteri.

Ben più drammatica è invece la realizzazione della Cosa, anticipata dallo scherzo di Johnny ai danni di Ben nel letto di ospedale, ma caricata di una quasi inaspettata drammaticità nel goffo e disperato tentativo del personaggio di ricongiungersi con la moglie, ultimo atto dell’effettiva rivelazione del gruppo.

E l’atto centrale ha toni alterni.

Evoluzione

La fase di transazione del film parla di evoluzione…

…ma anche di involuzione.

Ed entrambe si incontrano nei differenti percorsi dei personaggi.

Da una parte troviamo la neonata squadra costretta in un solo luogo, vivendo con la promessa di potersi liberare da una nuova condizione, con spinte interne molto diverse: dal profondo desiderio di liberazione – La Cosa – alla volontà di abbracciare questa nuova, ideale identità – La Torcia.

In questo frangente particolarmente significativa è l’evoluzione del rapporto fra Sue e Reed, che riescono finalmente a rincontrarsi in un frangente in cui il secondo riesce infine a metterla al primo posto nella propria vita, prendendosi un momento per reincontrarsi e riscoprirsi.

Ma questo stesso percorso è la causa dell’involuzione per Victor.

Dopo l’incidente, Von Doom crolla in un vortice distruttivo in cui vede l’oggetto del desiderio – Sue – scivolargli dalle dita, esplodendo di rabbia e di invidia verso una situazione verso cui non ha più il controllo, e da cui rimane inevitabilmente escluso.

Da questo punto di vista, il racconto della follia di Victor è ben rappresentato dal percorso di perdita della propria identità, nel suo continuo confrontarsi con il suo riflesso – forte anche dell’ottimo phisique du role di Julian McMahon – fino a  rinchiudersi totalmente nella nuova identità di Doctor Doom.

Per questo, il finale è così significativo.

Arrivo

Un grande problema dei film supereroistici è il ruolo del villain.

Spesso lo stesso non è che una prova finale del protagonista, financo semplicemente una chiusura di pellicola per garantire al prodotto l’elemento spettacolare e drammatico – ne è un fulgido esempio Thor: Ragnarok (2016), dove Clea rimane totalmente distaccata dal protagonista per buona parte del film.

Ed è una scelta piuttosto pigra – e piuttosto tipica di molti film MCU successivi – per non togliere importanza al protagonista, ma finendo così per privare del giusto peso il villain in questione, che diventa quasi un banale ostacolo nel percorso dell’eroe – e nulla di più.

Al contrario, il Von Doom di questa pellicola vive in funzione dei protagonisti e la sua involuzione, come detto, è strettamente correlata all’evoluzione degli stessi, tanto che il suo piano parte proprio dalla volontà di distruggere internamente un gruppo già di per sé molto fragile.

Per questo, nonostante lo scontro finale non sia particolarmente originale e degno di nota, rimane fondamentale per raccontare il punto di arrivo di un gruppo di personaggi che, a differenza di Doom, non cadono vittima del proprio egoismo e delle proprie invidie interne.

I Fantastici 4 e Silver Surfer

Il sequel, purtroppo, perde gran parte del mordente del primo.

Anzi, è forse ancora più grave perché fallisce dove il primo era risultato particolarmente vincente.

Infatti la pellicola si apre con un contrasto interno semplice ma complessivamente efficace, in cui Sue si trova ancora una volta in contrasto con Reed per la sua ossessione per il lavoro e per il voler salvare il mondo, finendo più volte per rimandare il loro matrimonio, non sembrando così veramente intenzionato ad una vita insieme.

Lo stesso, soprattutto nella decisione egoistica di Reed di rinunciare al suo ruolo di eroe, potevano intrecciarsi perfettamente al dramma di Silver Surfer, che rimane un’incomprensibile minaccia in agguato abbastanza a lungo per creare tensione, ma venendo gestito fin troppo sbrigativamente per risultare infine interessante.

Infatti sembra che bastino solo le parole di Sue per poter convincere il personaggio a ritornare sui suoi passi, con la medesima velocità con cui Reed fa un passo indietro rispetto alla sua decisione di cambiare vita – dramma che sembrava essersi sostanzialmente dimenticato da un certo punto della pellicola in poi.

Una passo falso che purtroppo ha tagliato le gambe ad una narrazione che nel suo piccolo poteva dare molto, ma che infine, insieme ad altre scelte infelici – come il fumoso character design di un personaggio così iconico come Galactus – è risultata ben poco soddisfacente anche negli stessi incassi.

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Superman – Ancora più in alto

Superman (2025) di James Gunn è una delle più grandi scommesse cinematografiche e produttive degli ultimi anni: sfidare un colosso come la Marvel al suo stesso gioco.

A fronte di un budget piuttosto impegnativo – 225 milioni di dollari – ha aperto molto bene nella prima settimana, riuscendo già quasi a pareggiare i costi produttivi.

Di cosa parla Superman?

Come può un superumano che vuole solo il bene e la giustizia scontrarsi con una società interessata solo al profitto e all’immagine pubblica? Con qualche difficoltà…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Superman?

David Corenswet (Superman) e Krypto in una scena di Superman (2025) di James Gunn

Assolutamente sì.

Gunn si è posto una sfida via via sempre più difficile, riuscendola a superare brillantemente in ogni sua parte, forte di una profonda consapevolezza del mercato attuale e dell’evoluzione del genere negli ultimi decenni, vincendo, in in certo senso, dove The Boys ha più volte fallito.

E così, come il suo Superman prende le mosse da nientedimeno che il classico del ’78, ereditandone la capacità di equilibrare i toni più fumettosi – e, per certi versi, ormai tipici di Gunn – riesce a rendersi attuale in un contesto geopolitico anche fin troppo reale, che quasi spaventa nella sua puntualità e potenza.

Insomma, non ve lo potete perdere.

Medias res

David Corenswet (Superman) in una scena di Superman (2025) di James Gunn

Se Gunn non aveva già una sfida abbastanza ardua nel riportare l’Azzurrone al cinema dopo gli scempi di snyderiana memoria...

…se n’è posto uno ancora più importante: non voler raccontare un’origin story.

Infatti, al pari al grande colpo di genio di Spiderman: Homecoming (2016), il Kal-El di Gunn arriva in scena come eroe già formato, anzi che fa fatica ad inserirsi all’interno di un panorama di metaumani già piuttosto affollato, e si trova già nel mirino del signore della guerra di turno: Luthor.

Eppure, non gli manca niente.

David Corenswet (Superman) in una scena di Superman (2025) di James Gunn

L’eroe kryptoniano è raccontato fin da subito nei suoi tratti essenziali – la bontà innata, il senso di giustizia – sempre con uno sguardo al suo passato, alle sagge figure dei genitori che accompagnano il suo viaggio sulla Terra e che lo portano a battersi per la stessa…

…anche contro il proprio stesso governo, non avendo conoscenza, anzi proprio dimostrandosi molto ingenuo davanti ad un mondo scandito dagli interessi del potente di turno, in un delicato equilibrio politico che porta inevitabilmente alla distruzione del paese con meno armi da imbracciare.

E, proprio nella sua imperfezione, Superman vince.

Umano

David Corenswet (Superman) in una scena di Superman (2025) di James Gunn

Il Superman di Corenswet è più Klark che Kal-El.

Ed è una scelta fondamentale.

Potenzialmente un motivo di scarsa attrattiva del pubblico per il personaggio era – al pari del noto disastro mediatico di Captain Marvel – il suo essere fondamentale invincibile e fin troppo buono per riuscire a conquistare le simpatie di un pubblico che avrebbe visto un eroe fin troppo lontano dal suo quotidiano.

David Corenswet (Superman) in una scena di Superman (2025) di James Gunn

E, proprio per questo, Gunn opera in due direzioni fondamentali.

Da una parte, rende Superman un personaggio facilmente fallibile: il protagonista crolla, si spezza, viene costantemente insidiato da piani omicidi devastanti e, non poche volte, Kryptonite o non Kryptonite, ha bisogno di riposo e di rigenerarsi per scendere nuovamente in campo.

In questo modo la sua vittoria non è affatto scontata, anzi viene continuamente messa in discussione, rendendo per questo fondamentale l’aiuto di altri personaggi che, anche se meno forti di lui, si rivelano fondamentali, portandolo al vittorioso scontro finale contro i super soldati di Luthor.

Dall’altra, Gunn vuole parlare soprattutto di Clark, non di Kal-El.

Infatti, nella visione di Gunn la maschera umana del Superman di Reeves diventa l’effettiva personalità di Corenswet, che, poteri permettendo, è una persona molto comune e profondamente buona, che agisce secondo la propria morale, senza lasciarsi scalfire da interessi altri.

Non a caso, Superman vuole salvare tutti, e viene anzi rimproverato da Mr. Terrific per il suo perdere tempo a salvare singoli civili e non avere l’occhio puntato sull’insieme della minaccia complessiva, diventando, a suo modo, l’emblema dell’eroe della porta accanto.

Per questo, il contrasto con Luthor è così fondamentale.

Strati

Nicolas Hoult (Luthor) in una scena di Superman (2025) di James Gunn

Quando pensi di aver capito il Luthor di Nicholas Hoult…

…Gunn ha appena cominciato a sorprenderti.

Il villain appare fin da subito nella sua profonda – e, apparentemente, ingiustificata – avversione nei confronti del protagonista, che inizialmente pare scaturita unicamente dal fatto che l’Azzurrone gli ha messo i bastoni fra le ruote nelle sue spietate – e, purtroppo, molto attuali – mire politiche ed economiche.

Questo aspetto viene anzi esasperato sia nel racconto della prigione personale nel Mondo Tasca, sia, soprattutto, nel progressivo svelarsi del suo piano, che sembra fare il verso a Luthor del ’78 – con anche una nota particolarmente fumettosa nell’idea che voglia diventare il re di un’utopia di sua stessa creazione.

E, invece, Luthor è molto più di questo.

Nicolas Hoult (Luthor) e David Corenswet (Superman) in una scena di Superman (2025) di James Gunn

Il magnate racconta un’invidia profondamente umana, di non potersi confrontare ad armi pari con una potenza sconosciuta ed apparentemente invincibile, che lo rende così impotente e incattivito dal voler creare dei metaumani in provetta fatti apposta per poterlo fronteggiare e, possibilmente, sconfiggere definitivamente…

…al punto da rendersi protagonista di un angosciante conflitto geopolitico, giusto per darsi un motivo più terreno e comprensibile per potersi illudere di avere ancora il pieno controllo su un mondo popolato da mutanti che superano di diverse lunghezze ogni possibile invenzione umana.

Superman 2025 Luthor

Nicolas Hoult (Luthor)) in una scena di Superman (2025) di James Gunn

Per questo, la sua sconfitta è morale, non fisica.

Luthor si impunta fino all’ultimo per battere moralmente e mentalmente Superman, tanto che, anche quando è ormai sconfitto, si imbarca in un sentitissimo monologo in cui cerca di ribadire la sua posizione politica superiore rispetto al metaumano, la sua possibilità ancora di poterlo schiacciare…

…per essere invece interrotto dall’aggressione di Krypto, apparentemente solo una gag, in realtà il primo atto della completa umiliazione di Luthor, che appare infine scornato sia fisicamente sia, soprattutto, moralmente, sconfitto dalle sue stesse armi mediatiche che gli si rivoltano contro.

Ma, tutto il resto?

Affollamento

Una delle più grande critiche alla pellicola è il sovraffollamento della scena…

…che invece, metanarrativamente, io ho trovato perfetto.

Superman infatti non è solamente un film sul primo supereroe, ma bensì il primo film di un universo in divenire, per cui Gunn sparge abbondantemente i primi semi, raccontandoci un mondo già formato che si dischiude davanti ai nostri occhi, ricchissimo di personaggi da scoprire e riscoprire.

Nathan Fillion (Guy Gardner) e David Corenswet (Superman) in una scena di Superman (2025) di James Gunn

Fra le note di merito indubbiamente la Justice Gang, versione ancora in nuce della futura Justice League – punto di arrivo fondamentale per un reboot DC – in cui spicca il mio personaggio preferito probabilmente del film: Guy Gardner, la prima Lanterna Verde, che comincia a mettere le basi per un personaggio cinematograficamente in passato fin troppo bistrattato.

Oltre a questo, l’affollamento della scena è fondamentale per definire Superman stesso.

Proprio nel suo poter essere sconfitto e messo alla prova, Superman ha bisogno del costante aiuto degli altri personaggi, che non sono semplici figurine sullo sfondo, ma fondamentali tasselli del quadro più grande della scena, ognuno con la propria – anche piccola – funzione che porta al definitivo trionfo del protagonista.

E, arrivati a questo punto, per un nuovo Superman non ci si poteva sperare in nulla di più grandioso.

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Superman – Lo slancio iniziale

Superman (1978) di Richard Donner con protagonista Christopher Reeve non è solo un film supereroistico, ma un punto di svolta per il genere tutto.

Non a caso, a fronte di un budget importante per l’epoca – 55 milioni di dollari – fu un enorme successo commerciale: 134 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla Superman?

Nel lontano pianeta di Krypton, il visionario scienziato Jor-El vede l’ormai prossima distruzione del suo mondo, e decide di mandare il suo unico figlio su un pianeta sconosciuto: la Terra.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Superman?

Superman e Lois in una scena di Superman (1978) di Richard Donner con protagonista Christopher Reeve

Assolutamente sì.

Pur nella sua semplicità ed ingenuità in alcuni punti, il Superman di Richard Donner rappresentò un ottimo esempio di sintesi fra uno stile prettamente fumettistico ed una certa epicità e drammaticità con cui il genere nel tempo cominciò a farsi prendere sul serio.

Ne risulta un esperimento particolarmente riuscito che, ancora a diversi decenni di distanza, riesce a colpire col suo piacevole umorismo e il suo toccante dramma familiare ed esistenziale, facendo fra l’altro sfoggio di un reparto tecnico di prim’ordine ed una regia con non pochi guizzi.

Insomma, da riscoprire. 

Protagonista

Per certi versi, Jor-El è il vero protagonista del primo atto.

Superman dedica infatti ampio spazio al racconto della figura del padre dell’eroe – per certi versi, più del figlio stesso – andando a definirlo nel suo ambiguo rapporto con il Consiglio, dal quale viene immediatamente messo alla prova per la condanna dei tre ribelli.

Ma proprio la punizione degli stessi e la subito successiva opposizione ad un governo miope davanti ai pericoli imminenti per Kripton, racconta un eroe silenzioso e lungimirante, che riesce a trovare nella salvezza dell’erede una possibilità per conservare intatte le conoscenze del suo mondo.

Ne consegue un lunghissimo antefatto che ha il suo apice, per certi versi, con l’arrivo di Kal-El sulla Terra, subito accolto fra le braccia dei suoi amorevoli genitori terrestri, la cui tragica sorte definisce il protagonista in questa fase chiave della sua formazione.

Ovvero, essere un eroe in potenza.

Bozzolo

Superman da adolescente in una scena di Superman (1978) di Richard Donner con protagonista Christopher Reeve

Se si vuole fare una critica al film, si può dire che l’atto centrale è fin troppo sbrigativo – quantomeno, nella versione cinematografica.

Superman in effetti lascia poco spazio al suo protagonista per definirsi nel suo contrasto con il mondo terrestre, raccontandolo come un ingenuo ragazzino che vorrebbe dare il meglio di sé, ma che è stato – giustamente – educato a non dare troppo sfoggio dei suoi poteri.

Questa impotenza raggiunge il suo apice con la morte improvvisa del padre adottivo, che fa comprendere a Kal-El i limiti del suo campo di azione, apparentemente illimitato, in realtà drammaticamente limitato da situazioni in cui non ha nessuna possibilità di vincere.

Superman nella fortezza della solitudine in Superman (1978) di Richard Donner con protagonista Christopher Reeve

Ed il rapido ed inevitabile sopraggiungere del funerale spinge infine il protagonista a cercare un nuovo punto di partenza per definirsi come eroe, grazie alle cure tardive – ma essenziali – del padre perduto – uno dei momenti, fra l’altro, che ho trovato personalmente più toccanti e coinvolgenti dell’intera pellicola.

Quindi se, ancora, si vuole rimproverare il poco respiro che ha Clark in questo snodo narrativo fondamentale, è altresì vero che lo stesso è un trampolino per abbracciare la seconda parte della pellicola, in cui il film dà davvero il suo meglio e in cui Christopher Reeve può finalmente brillare.

E, proprio qui, si trova un interessante equilibrio di toni.

Superfice

Superman in una scena di Superman (1978) di Richard Donner con protagonista Christopher Reeve

Ad uno sguardo più superficiale, il Superman di Reeve potrebbe essere un tedioso esempio dell’eroe senza macchia – ma con mantello.

In realtà, la sua costruzione non è così scontata.

Entrando infine in scena come eroe formato, Kal-El ci spiazza nella sua forma umana, un’abile maschera dietro cui si nasconde: Klark Kent è infatti un giovane impacciato e alle prime armi, che l’ormai navigata Lois Lane sembra subito inquadrare – e, per certi versi, disprezzare – nella sua inadeguatezza.

Superman e Lois in una scena di Superman (1978) di Richard Donner con protagonista Christopher Reeve

Ma la sottile ironia della pellicola si scopre immediatamente nella scena della rapina, in cui Kal-El fa di tutto – almeno a parole – per evitare lo scontro fisico, lasciando spazio a Lois per raccontarsi come personaggio attivo e fondamentale, ma che segretamente ha in mano tutta la situazione…

…ammiccando al pubblico con il proiettile fatale stretto fra le dita.

Superman, invece, è un’altra storia.

Superman e Lois volano insieme in una scena di Superman (1978) di Richard Donner con protagonista Christopher Reeve

Quando infine il protagonista indossa le vesti eroiche, non rappresenta l’opposto della sua versione umana, ma bensì una sua naturale evoluzione: un eroe che non vuole mettere in mostra le sue spropositate capacità sovrannaturali, ma bensì limitarsi a fare il suo dovere.

Infatti, soprattutto all’occhio dello spettatore contemporaneo, potrebbe risultare quasi fuori luogo che l’arma più tagliente di Superman sia la sua ironia: raramente arriva allo scontro fisico e, il più delle volte, si limita ad acchiappare i furfanti e a consegnarli illesi alla giustizia.

E con Lex Luthor non è da meno.

Ombra

Lex Luthor è un irresistibile paradosso.

Tutto nel suo personaggio racconta un contrasto interno: si dichiara una sublime mente criminale, ma è ridotto ad un covo nelle fogne di Metropolis, si racconta crudele e spietato contro i suoi nemici, ma il suo sidekick lo inquadra perfettamente come villain da operetta…

…eppure, il contrasto con Superman ha un lato nondimeno inquietante.

Superman e Lex Luthor in una scena di Superman (1978) di Richard Donner con protagonista Christopher Reeve

Riuscendo a trasmettere un messaggio che solo il protagonista può sentire, Luthor riesce a stanare Kal-El, intrappolandolo nella sua abile rete di esche che, una dopo l’altra, illudono il protagonista di poterlo facilmente sconfiggere, per poi trovarsi lui stesso vinto dal suo unico punto debole: la Kryptonite.

Fra l’altro, il piano di Luthor viaggia in un equilibrio piuttosto interessante fra la più classica macchinazione da villain fumettistico e un taglio realistico abbastanza inaspettato – visti i toni della pellicola – la spietata speculazione edilizia.

In realtà Luthor è solo una miccia che scatena dei profondi complessi morali del protagonista, ancora una volta impotente davanti alla morte di una persona amata, in una sequenza anche piuttosto angosciante in cui Lois Lane, di fatto, viene sepolta viva.

Una sofferenza troppo grande per essere sopportata due volte, e che getta le basi per un’evoluzione ulteriore del personaggio che, insieme al secondo villain più volte – Zod – aprì le porte ad un altro, scintillante successo: Superman II (1980).

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Avventura Azione Cinecomic Drammatico Film MCU

Thunderbolts* – Il vero nemico

Thunderbolts* (2025) di Jake Schreier è un cinecomic Marvel facente parte della Fase 5 della timeline MCU.

A fronte di un budget medio per un cinecomic – 180 milioni di dollari – ha aperto piuttosto bene al box office, auspicando un buon successo commerciale.

Di cosa parla Thunderbolts*?

Yelena Belova, Ghost, John Walker e un misterioso quarto personaggio si trovano coinvolti in una missione suicida. Ma l’obbiettivo non è quello che pensavano…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Thunderbolts*?

Il gruppo dei Thunderbolts* (2025) di Jake Schreier

Assolutamente sì.

Dopo non pochi inciampi, la Marvel riesce a portare finalmente e nuovamente in scena un film solido, che, pur con qualche mancanza anche significativa lato scrittura, riesce complessivamente a funzionare molto bene e a gestire la dinamica di gruppo in maniera con grande lucidità e abilità.

Nondimeno, la pellicola contiene al suo interno uno dei migliori villain visti in tempi recenti in casa MCU, che non è – come spesso capita – un figura anonima e funzionale unicamente al mettere alla prova l’eroe, ma una minaccia profonda e significativa per l’evoluzione del gruppo.

Insomma, dategli un’occasione.

Scrupolo

Yelena Belova (Florence Pugh) in una scena di Thunderbolts* (2025) di Jake Schreier

Nonostante Thunderbolts* sia un film corale, Yelena è il fulcro della trama.

E per questo la sua introduzione è estremamente funzionale.

Il suo personaggio vorrebbe raccontarsi come un mercenario senza scrupoli e senza legami, che agisce meccanicamente per concludere la missione senza particolari remore, anzi apparendo – o volendo apparire, appunto – come quasi annoiata e disinteressata alla sua vita.

Nella realtà, un elemento della primissima missione è un indizio visivo cardine per la comprensione dei personaggi.

Yelena Belova (Florence Pugh) in una scena di Thunderbolts* (2025) di Jake Schreier

Consapevole di dover fare esplodere l’intero edificio, Yelena addocchia un porcellino d’india, probabilmente cavia per il laboratorio che sta distruggendo, e lo porta con sé salvandolo da morte certa per sua stessa mano, quasi una sorta di feticcio per rimarcare un salvataggio che non è riuscita a compiere in passato…

…ma soprattutto un elemento apparentemente fine a sé stesso ma che invece racconta perfettamente i personaggi in scena, che vogliono fare credere di essere del tutto privi di emozioni e di rimorsi, ma che in verità sono schiacciati dagli stessi, mantenendo e nascondendo quel briciolo di umanità che li ha sconfitti in primo luogo.

Ed è proprio questo che infine li unisce.

Introduzione

Il gruppo dei Thunderbolts* (2025) di Jake Schreier

L’introduzione credibile di un gruppo di eroi è un’impresa estremamente complessa…

…e di antieroi ancora di più.

Di fatto la Marvel con questo film si trovava sul precipizio di un inciampo per nulla desiderabile: portare in scena un gruppo di cattivi rinsaviti incredibilmente piatti e fini a sé stessi, incapaci di creare un legame – emotivo e non – credibile e che ci facesse concretamente tifare per loro, senza dover arrivare ad uno status finale di gruppo senza che ci fosse stata nessuna effettiva costruzione.

Yelena Belova (Florence Pugh) e Centry (Lewis Pullman) in una scena di Thunderbolts* (2025) di Jake Schreier

In altre parole, Suicide Squad (2016).

Al contrario, i protagonisti di Thunderbolts* sono fin da subito raccontati come accomunati da un dramma comune: aver, per motivi diversi, vissuto esperienze traumatiche e tanto devastanti da renderli delle vittime inermi della crudeltà di Valentina della Fountain, di cui diventano personaggi assolutamente sacrificabili proprio per il loro essere irrimediabilmente soli.

E proprio qui troviamo un altro ostacolo significativo.

Thunderbolts villain

Con la gestione perigliosa degli ultimi anni, l’MCU si è trovato fra le mani un nutrito gruppo di personaggi dalle provenienze più disparate: film molto lontani nel tempo, alcuni veri e propri flop – e quindi poco conosciuti – o film molto meno memorabili – o, peggio di tutto, serie TV che si pretende che il pubblico conosca a menadito.

Invece, forse memori di quel pasticciaccio di The Marvels (2023), in cui i personaggi mancavano totalmente di un’introduzione estremamente necessaria, in Thunderbolts* riusciamo a conoscere nuovamente i protagonisti tramite poche ma significative battute che rimarcano alcuni eventi salienti delle loro esistenze.

E le stesse si inseriscono all’interno di un comicità piuttosto aspra, che però permette ai personaggi di raccontarsi fra loro cose che già sanno, ma di rendere delle battute pungenti che sono anche la matrice che li porta progressivamente ad unirsi in un gruppo, prima per la reciproca sopravvivenza, poi per salvare una vittima come loro.

Per questo Centry merita un discorso a parte.

Costruito

Bene o male la maggior parte dei film Marvel si basano su un racconto del supereroe piuttosto classico.

Il protagonista infatti solitamente scopre i suoi poteri e viene messo alla prova in un contesto del tutto positivo, in cui deve trovare il suo spazio all’interno di un contesto per molti versi ostile – e, proprio tramite il suo percorso di affermazione come eroe, diventa significativo per il pubblico e per la storia.

Ma The Boys, nel bene e nel male, ha cambiato tutto.

Se infatti ai tempi di Civil War (2016) poteva apparire quantomeno bizzarro vedere una sorta di burocratizzazione del supereroe con i Trattati di Sokovia, ormai la trama dell’eroe creato a tavolino è quasi scontata per i nuovi prodotti del genere, ma nondimeno risulta efficace anche nel contesto di Thunderbolts*.

Anzi, forse la parte introduttiva di Centry è la più indovinata.

Bob appare come un personaggio totalmente fuori posto, una figura che si è trovata sulle strade dei protagonisti per puro caso, senza mostrare la minima capacità speciale, anzi risultando quasi un peso all’interno di un gruppo che cerca in qualche modo di salvarsi, nonostante vengano comunque seminate le prime avvisaglie che ci sia qualcosa di più.

Da questo punto di vista la parte più debole è quella successiva, in cui Centry viene prima rivelato per la sua cera natura, poi preso al lazo dalla Contessa Serbelloni, che funge da villain politico della pellicola, e si lascia in poco tempo piegare alle nuove richieste con una velocità quasi allarmante.

Ma, nondimeno, l’ultimo atto è il poi significativo.

Depressione

Anche se non viene detto esplicitamente, il vero villain di Thunderbolts* è la depressione.

Anche se ci arrivano per vie diverse, a loro modo tutti i protagonisti vivono su un precipizio, ad un passo dall’essere risucchiati da un vuoto profondo e incolmabile, dove Centry li spinge ancora di più, facendomi rivivere le cause della loro condizione con realismo davvero angosciante.

Per questo è tanto più interessante la rappresentazione della depressione stessa, un’ombra che ci consuma e che ci definisce, portandoci totalmente ad annullarci e a diventare il fulcro di un vortice di distruzione e autodistruzione in cui coinvolgiamo anche tutto quello che ci circonda, in parabola inaspettata quanto genuinamente straziante.

Eppure, dentro di noi niente è cambiato.

Per questo Yelena sceglie consapevolmente di immergersi in questa tenebra, e li ritrova la vera natura di Bob, un giovane solo ed indifeso, che avrebbe solo voluto essere importante, utile per qualcuno, senza invece farsi soffocare da quel senso di impotenza e di inutilità che porta la sua depressione a definire tutta la sua personalità.

Un personaggio che avrebbe ancora molto da dire, ma chissà se gliene daranno lo spazio…

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2024 Avventura Cinecomic Dramma romantico Drammatico Film Joker Legal drama Nuove Uscite Film

Joker: Folie à Deux – Ricomincio da Quinn 

Joker: Folie à Deux (2024) di Todd Phillips è il sequel dell’acclamato Joker (2019), con protagonisti Joaquin Phoenix e Lady Gaga.

A fronte di un budget decisamente più importante rispetto al precedente – 200 milioni di dollari – ha aperto con un primo weekend ben poco promettente: 144 milioni in tutto io mondo.

Di cosa parla Joker: Folie à Deux?

Dopo i suoi multipli omicidi, Arthur è segregato nel carcere di massima sicurezza di Arkham. Ma un incontro inaspettato gli cambierà la vita…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Joker: Folie à Deux?

Joaquin Phoenix in una scena nella prigione di Arkham in Joker: Folie à Deux (2024) di Todd Phillips

Magari no.

Che piaccia o meno, è purtroppo assolutamente evidente che Joker: Folie à Deux non fosse né previsto né voluto in prima battuta: lo dimostra anche solamente il fatto che l’incipit vanifichi completamente il finale della prima pellicola.

Quindi non stupisce di trovarsi davanti ad un film con qualche buona idea alla base, ma gestita in maniera del tutto insufficiente, con una povertà di scrittura allarmante e l’inserimento dell’elemento musical che sembra nient’altro che una passerella per Lady Gaga.

Però, sentitevi liberi di farvi la vostra idea.

Ma io non sarò complice della vostra visione. 

Annullamento

Joaquin Phoenix in una scena nella prigione di Arkham in Joker: Folie à Deux (2024) di Todd Phillips

Joker: Folie à Deux riesce ad essere incoerente fin dalla sua prima scena.

Dopo un corto animato che dovrebbe anticipare il tema della pellicola – ma che ci riesce molto limitatamente – ci immergiamo immediatamente nelle lugubri atmosfere di Arkham, con una costruzione scenica che vuole farci desiderare vedere l’apparizione di Arthur Fleck, in un’ottima occasione per distinguerlo dallo squallore degli altri detenuti…

…e invece, risultando in un momento finalizzato a caricare il più possibile la scena di un pietismo che personalmente ho trovato davvero insopportabile – già presente comunque nella prima pellicola, ma in quel caso in maniera ben più contestualizzata e interessante.

Joaquin Phoenix piange sotto la pioggia in Joker: Folie à Deux (2024) di Todd Phillips

Invece in questo primo frangente Arthur non sembra altro che un cane bastonato – non a caso, molti sono i riferimenti alla figura canina – dalle barzellette alla scena in cui viene legato ad un palo – andando così ad annullare l’importante punto di arrivo del precedente film.

Una scelta che, per quanto non mi convinca in principio, poteva essere salvata da un’adeguata contestualizzazione, che risulta invece del tutto mancante: sappiamo solo che Arthur si è spento e ha ripudiato il personaggio di Joker – e le gioie che gli aveva regalato.

Ma ci sono figure anche più fumose…

Identità

Lady Gaga si punta una pistola alla testa in Joker: Folie à Deux (2024) di Todd Phillips

Chi è Harley Quinn?

È veramente spiacevole notare come, scena dopo scena, il personaggio di Lady Gaga riveli sempre di più la sua inconsistenza, finendo per essere nient’altro che un intermezzo musicale del tutto scommesso, un motore della trama totalmente pretestuoso e forzato. 

Infatti, nonostante il film cerchi di giustificare il suo personaggio e le sue intenzioni, nulla è realmente spiegato: dovremmo credere che Lee si sia fatta internare apposta per conoscere Joker, così ossessionata dalla sua figura e dalla sua storia da volerne prendere parte…

Lady Gaga esce dal tribunale in Joker: Folie à Deux (2024) di Todd Phillips

…ma tutto ciò è raccontato solamente a parole, senza che le azioni in scena abbiano un minimo di credibilità che possa giustificare come il suo personaggio entri ed esca da Arkham a suo piacimento – stesso luogo, ricordiamolo, in cui vige il pugno di ferro.

In generale, Lee dovrebbe rappresentare la voce di quella folla che, alla fine di Joker, vedevamo acclamare il personaggio nel suo momento di massima follia – la stessa che, per il resto, è sostanzialmente assente dalla scena – ma senza inserire neanche un significativo disegno politico che la renda di qualche interesse.

Ma la sua inconsistenza ha radici ben più profonde…

Negazione

Joaquin Phoenix nell'auto della polizia in Joker: Folie à Deux (2024) di Todd Phillips

Joker: Folie à Deux è l’apoteosi della negazione del personaggio.

Volendo maliziosamente leggere fra le righe, il percorso del protagonista può essere letto come un racconto del malcelato sentimento del regista: dopo l’inaspettato successo della prima pellicola, Phillips è tornato alla regia evidentemente controvoglia e privo di idee.

Joaquin Phoenix vestito di bianco in una scena di Arkham in Joker: Folie à Deux (2024) di Todd Phillips

Così, come Joker è costantemente trascinato nel ruolo, come nei suoi sogni musicali appare nelle sue fattezze più classiche – e, per quanto mi riguarda, desiderabili – del personaggio fumettistico, infine entra in scena come un villain da operetta, rappresentando la massima esasperazione del personaggio.

Ovvero, un mero pagliaccio.

Joaquin Phoenix e Lady Gaga in tribunale in una scena di Joker: Folie à Deux (2024) di Todd Phillips

E in questo contesto è anche più doloroso vedere un personaggio del genere prendere parte a momenti musicali così mal integrati nella storia da sembrare degli inserimenti fatti solamente perché andavano fatti, mancanti di qualunque riflessione in merito.

Infatti sarebbe veramente bastato pochissimo, sarebbe bastato mostrare la dicotomia fra il sogno musicale e la realtà, sarebbe bastato mostrare la totale dissociazione mentale di Arthur – come, d’altronde, era stato fatto nel primo film – financo la ridicolaggine delle sue azioni.

Invece, tranne la breve ma quantomeno funzionante scena della fuga, il tutto si perde in una pochezza devastante…

Fuga

Joaquin Phoenix di Joker: Folie à Deux (2024) di Todd Phillips

Il Joker di Todd Phillips non ha un futuro.

E non vuole averlo.

Nel finale della pellicola Arthur è bruscamente riportato a quella realtà che l’aveva in prima battuta spento, subendo indicibili violenze da parte delle guardie che vogliono nuovamente rimetterlo al suo posto, preparandosi così per il patibolo.

Così il momento della difesa si trasforma il momento della confessione, della negazione del Joker – riuscendo in ultimo ad evitare l’angosciante opzione della personalità multipla – ancora più sottolineata dalla sua fuga da uno dei suoi tanti ammiratori che lo vogliono costringere ad un ruolo da cui vuole solo fuggire.

Joaquin Phoenix e Lady Gaga in Joker: Folie à Deux (2024) di Todd Phillips

E invece, negando ulteriormente lo splendido finale del primo film in cui Joker abbracciava questa malata connessione fra follia e amore, vedendo infrangere i sogni insieme alla sua (immaginaria?) Harley Quinn, Arthur torna nuovamente a spegnersi.

E allora forse la morte in scena è la morte che il Joker di Philips infligge a se stesso per mano di un altro – vero? – pagliaccio sadico, risultando incapace di soddisfare chiunque…

…prima di tutto sé stesso.

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Avventura Cinecomic Dramma familiare Drammatico Film Joker

Joker – Un sogno tutto mio

Joker (2019) di Todd Phillips è stato fra i più grandi fenomeni cinematografici del decennio, che al tempo diede nuovo lustro al genere cinecomic.

A fronte di un budget piuttosto ridotto per un film del genere – circa 60 milioni di dollari – è stato un incredibile successo commerciale: oltre un miliardo di dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla Joker?

Arthur Fleck è un emarginato sociale che vive in una città devastata dal crimine e dalla povertà. Eppure forse potrà diventare inaspettatamente un paladino degli ultimi…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Joker?

Joaquin Phoneix in una scena di Joker (2019) di Todd Phillips

In generale, sì.

Per quanto apprezzi anche molto questa pellicola, ci tengo ad andarci un po’ più con i piedi di piombo nel consigliarvela: preso a sé, è un ottimo film drammatico, pur forse non così profondo come vorrebbe essere, e a tratti fin troppo patetico nella narrazione…

…ma, se si fa il confronto con la figura del Joker fumettistico e cinematografico, Joker potrebbe apparire per certi versi pretestuoso, financo fastidioso, soprattutto se siete particolarmente appassionati dell’universo DC.

Ma vi consiglio comunque di dargli una possibilità.

Realtà

Joaquin Phoneix in una scena di Joker (2019) di Todd Phillips

Arthur vive fra sogno e realtà.

La sintesi della sua condizione è fin da subito esplicitata: forzando un enorme sorriso sul suo volto, il protagonista lo stressa al punto da spremere una singola lacrima che deturpa il suo volto da pagliaccio, e così svela la tragicità del suo personaggio.

Infatti se nella scena successiva, pur con un travestimento posticcio e quasi ridicolo, Arthur salta e balla in mezzo alla strada per attirare nuovi clienti, diventa immediatamente vittima dei crudeli dispetti di un gruppo di ragazzi che gli rubano il cartello e lo assaliscono in un vicolo.

Questo contrasto prosegue anche nel racconto del disturbo del protagonista, che in più momenti non può fare a meno di scoppiare in una risata isterica e incontrollabile, nonostante la stessa per nulla rappresenti il suo struggimento interiore.

Insomma, Arthur è costretto ad una realtà ostile e distruttiva, ad una guerra fra poveri senza fine istigata da una classe sociale di ricchi che non fanno altro che guardare dall’alto al basso questo gruppo di vergognosi pezzenti.

E infatti l’amore è possibile solo nel sogno…

Sogno

Joaquin Phoneix in una scena di Joker (2019) di Todd Phillips

Il sogno è il rifugio di Arthur.

La prima felice allucinazione ha come protagonista Murray Franklin, figura scintillante che emerge da quella scatola magica, veicolo di una realtà lontana e felice, in cui effettivamente il protagonista potrebbe trovare la figura paterna tanto ricercata.

E la televisione è anche motivo di illusione per la madre, che sogna l’aiuto di Thomas Wayne, filantropo e figura politica di primo piano, che sarà capace di risolvere tutti loro problemi e salvarli dalla loro condizione di assoluta miseria.

Joaquin Phoneix in una scena di Joker (2019) di Todd Phillips

E, più si prosegue, più i sogni diventano vividi.

Dopo mesi di preparazione e di una precisissima annotazione dei punti forti degli altri stand up comedian, Arthur è pronto finalmente a salire sul palco e farsi amare da quella pubblico che sembra effettivamente entusiasta della sua performance…

…all’interno del quale trova anche la dolce Sophie, vicina di casa con cui Arthur sembra subito avere un’intesa, e che lo supporta affettuosamente sia per il suo spettacolo, sia nell’affrontare la malattia della madre.

Ma il risveglio è vicino…

Bilico

Joaquin Phoneix in una scena di Joker (2019) di Todd Phillips

Nel secondo atto, Arthur si trova in bilico.

Da una parte vive immerso in un sogno meraviglioso, dove tutto sembra andare splendidamente bene, dall’altra è costantemente tormentato da un elemento di disturbo, che sguscia fuori quando meno se lo aspetta:

la pistola.

Joaquin Phoneix in una scena di Joker (2019) di Todd Phillips

La pistola è un simbolo con un significato molto potente: rappresenta sostanzialmente lo strumento con cui Arthur può liberarsi dal suo asfissiante presente, con cui può reagire ai colpi che la vita gli continua ad infliggere, diventando finalmente un personaggio attivo.

Non a caso, il suo primo omicidio inizialmente non racchiude alcun ulteriore significato, se non un tentativo di difendersi dall’ennesima aggressione, ma poi si trasforma gradualmente in una sorta di rivalsa che Arthur non può fare a meno di prendersi.

E, infine, è tutto quello che gli rimane.

Risveglio

La via verso il terzo atto è definita dal risveglio.

La vita sembra sfuggire dal controllo di Arthur: il lavoro viene ancora una volta ingiustamente perso, la presunta compagna si rivela invece solamente una proiezione della sua immaginazione, e il protagonista si scopre infine nuovamente e inevitabilmente solo.

Ma lo smacco più importante, lo schiaffo più potente è l’apparizione nel programma del suo beniamino, che però non va come si aspettava: Murray lo umilia in diretta TV, dimostrandosi nient’altro che l’ennesimo personaggio potente che si sente superiore ad uno stramboide come lui

Ma la delusione che definisce il tracollo del personaggio è proprio il confronto con Thomas Wayne, che fin da subito lo tratta come uno spostato, la solita sanguisuga che non vuole fare altro che approfittarsi della sua ricchezza…

…rivelandogli, fra l’altro, la più devastante verità sul suo passato: non solo Arthur non è suo figlio, ma non è neanche figlio di quella che pensava fosse sua madre, nient’altro che un’altra spostata preda di una delirante illusione.

A questo punto, due strade sono possibili.

Miccia

Joaquin Phoneix in una scena di Joker (2019) di Todd Phillips

Arthur è una potenziale miccia.

Il protagonista sembra ormai aver intrapreso la strada della distruzione, tranciando l’ultimo cordone ombelicale che lo legava alla sua vecchia vita – la madre – e riscrivendo la sua figura, accettandone finalmente la dicotomia fra tragedia e commedia.

Così l’ultimo atto della sua vita sembra inevitabile: uscire di scena col botto, con una battuta che strapperà l’applauso di un pubblico che, infine, acclamerà la sua spettacolare morte in diretta TV.

Joaquin Phoneix in una scena di Joker (2019) di Todd Phillips

Invece, Arthur sceglie infine la reazione.

Sedendosi accanto a Murray, il protagonista capisce che, scegliendo di togliersi la vita, accetterebbe quello che gli altri hanno scelto lui, arrendendosi definitivamente alle ingiustizie di figure come Murray e Wayne – e tutto quello che rappresentano.

Così infine Joker sceglie di distruggere quel simbolo odioso, e diventa la coronazione di una rivoluzione che era già cominciata per lui – ma senza di lui – ricevendo finalmente l’acclamazione del pubblico…

…mentre si disegna sul volto un emblematico sorriso di sangue.

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Deadpool & Wolverine – La parata dei dimenticati

Deadpool & Wolverine (2024) di Shawn Levy è il terzo capitolo della (finora) trilogia dedicata al personaggio di Wade Wilson.

A fronte di un budget piuttosto importante – 200 milioni di dollari – ha aperto splendidamente al primo weekend: 438 milioni di dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla Deadpool & Wolverine?

Wade ormai è un Deadpool in pensione che ha appeso il costume al chiodo. Ma forse un’occasione per contare è ancora possibile…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Deadpool & Wolverine?

Dipende.

Deadpool & Wolverine mi è sembrato come una grossa sbronza: sul momento appare tutto divertente e senza freni, un sogno lucido da cui non vorresti mai uscire, con un protagonista che torna più fedele a sé stesso che mai…

…ma, una volta uscita dalla sala, riflettendo sull’inconsistente passerella di personaggi, sulla trama fumosa e approssimata, e sulla costruzione non propriamente indovinata del rapporto fra il duo protagonisti, tutto è crollato come un castello di carte.

Però, se riuscite a tenere il cervello spentissimo, vi divertirete un mondo.

Dissacrare

Deadpool & Wolverine si apre con una dissacrazione.

La pellicola prende per i capelli il problema fondamentale su cui i fan si interrogavano da mesi – il Wolverine di questa pellicola è una variante? – e rende esplicitamente impossibile riportare sulla scena quel Logan la cui dipartita è entrata negli annali del genere.

Tuttavia, questa scelta nasconde un significato ulteriore.

Nonostante infatti si tratti di un film MCU, il grande protagonista della pellicola è l’ormai defunto Universo Fox, quasi come se Deadpool volesse riportare in vita una realtà ormai morta da tempo per concedergli l’ultima avventura

…con risultati discutibili.

Ma andiamo con ordine.

Crisi

Tornando all’apice della storia, Deadpool è in piena crisi di mezza età.

Dopo aver ormai abbandonato le vesti da eroe, Wade cerca di portare avanti una vita più tranquilla come venditore di auto: ma il parrucchino serve a poco nel nascondere le cicatrici – fisiche e emotive – che hanno segnato per sempre la sua vita, portandolo ad un doloroso capolinea.

Infatti dopo essere stato rifiutato negli Avengers, Wade si è ritrovato incapace di trovare il suo posto nel mondo, intrappolato in limbo in cui non può né smettere davvero di essere il mercenario chiacchierone né ritornare in quelle vesti per mancanza di un effettivo riconoscimento.

In generale, il discorso di Happy su come diventare un Avengers sembra il qualche modo un more of the same del monologo di Colosso in Deadpool 2 (2018), con la differenza che in questo caso è forse più centrato e più adatto alla figura di Deadpool.

E qui cominciano i primi problemi.

Paradox

Paradox poteva essere l’unico villain.

Molto chiara anche in questo frangente l’intenzione di voler raccontare la TVA come la Marvel stessa, che vuole distruggere immediatamente l’ex Universo Fox, e portare un Deadpool nuovo di zecca dentro al suo universo, dimenticandosi di tutto il resto.

Tuttavia, anche qui troviamo una spiegazione non esattamente limpida del piano dell’antagonista – o presunto tale – che sembra quasi più un pretesto per cominciare l’avventura di Deadpool alla ricerca di un nuovo Wolverine per salvare il suo universo.

Per il resto, il viaggio nel multiverso alla scoperta delle varianti dell’artigliato è nel complesso piuttosto piacevole, anche se molto meno memorabile di quanto potenzialmente sarebbe potuto essere, proprio una serie di inside joke che potrebbero apparire piuttosto oscuri ai non appassionati.

Ma è solo l’inizio.

Vuoto

La vera partita si gioca nel Vuoto.

Comincia fin da subito a definirsi il rapporto di forte antagonismo fra i due protagonisti, con uno dei tanti scontri piuttosto sanguinosi – per certi versi il punto forte della pellicola – con coreografie particolarmente creative e che non si risparmiano sul lato splatter.

E nel Vuoto si trova l’ultimo dei camei che ho veramente apprezzato.

Riportare in scena Chris Evans dopo Endgame (2019) era un grande azzardo, soprattutto in vista di Captain America: Brave New World (2025): si rischiava di distogliere l’attenzione da quello che dovrebbe essere il nuovo Capitano.

Quindi sulle prime ero un po’ contraddetta da questa scelta…

…e invece infine ho amato tutta la costruzione del climax tramite le parole dello stesso Deadpool, che fomenta il pubblico nell’idea di star finalmente rivedendo uno dei personaggi più iconici dell’MCU…

…che invece si rivela uno dei personaggi forse più noti dell’Universo Fox, benché parte di film da sempre molto bistrattati.

Da qui in poi, il delirio.

Sovrappopolazione

In Deadpool & Wolverine c’è spazio per tutti…

…oppure no?

Dall’arrivo alla base di Cassandra Nova comincia una parata di personaggi – di cui io a malapena so il nome, figurarsi il pubblico più inesperto – che sono solo apparentemente figure sullo sfondo, in realtà si rivelano spesso protagonisti di diverse inquadrature ammiccanti.

La stessa Cassandra è un villain fin troppo improvvisato, con un minutaggio striminzito ed una costruzione drammatica piuttosto carente, soprattutto vista la portata dei suoi poteri – motivo per cui, nello snodo narrativo fondamentale fra secondo e terzo atto, deve essere piegata a necessità di trama.

Ma il peggio arriva dopo.

Lasciando da parte Nicepool – forse una provocazione brontolona di Ryan Reynolds verso la Gen Z? – mi ha lasciato piuttosto perplessa la gestione dei quattro camei di punta del film: se è anche comprensibile l’inserimento di X-23, visto l’insistenza con cui parla di Logan (2017) …

…meno convincente l’importanza data a Elettra e Blade – protagonisti di film che sono al più mormorati dagli appassionati del genere – fino al dimenticatissimo Gambit, niente più che una spalla all’interno di X-Men le origini – Wolverine (2009), che invece diventa personaggio di punta in questo sgangherato team d’assalto.

E così il sovraffollamento è inevitabile.

Spazio

In Deadpool & Wolverine i personaggi devono contendersi la scena.

Una dinamica che è sicuramente l’esito dei diversi rimaneggiamenti della sceneggiatura – che ha visto non meno di cinque mani al lavoro – portando così questo gruppo di personaggi ad essere importante in un primo momento, e ad esistere solo fuori scena un attimo dopo – senza che la loro missione sia neanche così chiara…

Allo stesso modo, Deadpool deve farsi mettere fuori gioco nel confronto fra Cassandra e Wolverine proprio per dare spazio a Logan di raccontare la sua storia e di creare un rapporto col la villain – che, purtroppo, ho trovato ancora una volta molto fumoso e poco convincente.

E, da questo punto in poi, il film comincia a contraddirsi.

Che l’anello di Doctor Strange fosse un mezzo della trama per risolvere fin troppe situazioni era purtroppo chiaro fin da No Way Home (2021), ma in questo caso risulta ancora più incomprensibile visto che Cassandra parla di come abbia annientato l’ex Stregone Supremo con fin troppa leggerezza…

…e unicamente per dare un modo a Deadpool & Wolverine di chiudere il secondo atto.

Intralcio

Per non concludere il terzo atto troppo velocemente, i due protagonisti hanno bisogno di un intralcio.

E lo stesso è il punto più basso del film.

Il susseguirsi improbabile di migliaia di Deadpool sullo schermo mi ha ricordato una delle mie storie fumettistiche preferite di Enrico Faccini, La Banda Bassotti e l’incredibile Multiplicator (2013), in cui un duplicatore creava copie infinite di Paperoga nei modi in modi strambi e grotteschi.

Ma, se in quel caso era una storia ben controllata, qui il film si perde in un intermezzo veramente insensato e fuori controllo, utile solo per portare in scena l’ennesima battaglia epica, talmente fine a se stessa da essere conclusa con una scusa veramente blanda – ma del tutto funzionale al proseguimento della trama.

Infatti, in questo modo i protagonisti hanno lasciato fin troppo spazio di manovra a Cassandra, che ha cominciato a fare il bello e il cattivo tempo all’interno della TVA, portando avanti un piano, ancora una volta, molto improvvisato e non particolarmente convincente nelle sue motivazioni.

E qui nascono i miei maggiori dubbi.

Rapporto

Deadpool & Wolverine doveva essere il coronamento della storica amicizia fra Reynolds e Jackman.

Per questo ho trovato piuttosto intelligente fare cominciare i due personaggi in un aspro antagonismo, proprio per dar loro occasione di maturare e di portare nella finzione cinematografica il rapporto che li lega al di fuori dallo schermo…

…peccato che manchi qualcosa.

Tutta la costruzione emotiva del finale l’ho trovata fin troppo brusca, mancante di un solido retroterra di evoluzione del rapporto fra i due protagonisti, che porta ad un momento epico che per questo risulta insapore – e risolto con una battuta altrettanto poco convincente.

Così, se in chiusura della pellicola il quadretto familiare si è felicemente ricomposto, rimane insistentemente presente un senso di mancanza, un senso di insoddisfazione, non solo per la costruzione mancata del loro rapporto, ma proprio per un film che ti ammalia con un umorismo anche molto coinvolgente…

…ma che, per il resto, risulta infine incredibilmente dimenticabile.

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Deadpool 2 – Un film per famiglie

Deadpool 2 (2018) di David Leitch è il secondo capitolo della trilogia (?) dedicato al personaggio omonimo.

A fronte di un budget quasi raddoppiato rispetto al precedente – 110 milioni di dollari – ebbe un successo economico lievemente minore: appena 734 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla Deadpool 2?

Diventato un killer internazionale, Wade Wilson cerca ancora di vivere felicemente la sua relazione con Vanessa. Ma i veri villain sono in agguato…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Deadpool 2?

Sì, soprattutto se vi è piaciuto il primo.

In questo secondo capitolo Reynolds cominciò il fortunato sodalizio artistico con David Leitch, con cui collaborerà anche per Free Guy (2021) e per un piccolo cameo in Bullet Train (2022), concedendogli qui ancora più spazio di manovra.

Questa maggiore libertà artistica si andò però a scontare con un’idea di fondo che sembra in qualche modo cercare di imbrigliare il personaggio in una trama che gli sta stretta, forse con l’idea di inserirlo all’interno di futuri film degli X-Men targati Fox…

…che, di fatto, non vedremo mai.

Continuità

Deadpool sui barili di petrolio in una scena di Deadpool 2 (2018) di David Leitch

Deadpool 2 si pone in diretta continuità con il precedente.

Si comincia sempre dalla fine, da un Deadpool pronto a farsi saltare in aria in un appartamento devastato e su una pila di barili di benzina, ponendosi di nuovo al centro della scena con una linea comica nerissima che esaspera il concetto di supereroe inscalfibile.

Deadpool in una scena di Deadpool 2 (2018) di David Leitch

Poi, come nel primo capitolo, si torna indietro, ad un’apparente situazione idilliaca, in cui il protagonista ha espanso la sua attività criminale al di fuori dei confini statunitensi, come in realtà tipico di ogni film action che si rispetti – e la saga di John Wick insegna.

Tuttavia, ancora una volta il sogno d’amore con Vanessa viene vanificato da un incidente casuale quanto inevitabile.

Eppure, ora non c’è un nemico da vendicare.

Solo un corpo da distruggere.

A pezzi

Deadpool X-Man in prova in una scena di Deadpool 2 (2018) di David Leitch

Deadpool deve essere rimesso insieme.

Ancora una volta vengono portati in scena quegli X-Men di riserva, ancora una volta gli stessi cercano – quasi metanarrativamente – di portare il protagonista dentro al loro universo, con un Wade diventa un eroe in prova con tanto di maglietta identificativa.

Ma la sua prima sfida rivela l’impossibilità del personaggio di far parte di questo universo narrativo rispettandone le regole: per quanto voglia davvero riuscire a salvare la vera vittima della situazione, Deadpool mostra chiaramente di non saperlo fare come un eroe.

Russell in prigione in una scena di Deadpool 2 (2018) di David Leitch

In un altro senso, la stessa dinamica si ripete anche in prigione.

Mentre Russell cerca di diventare il protagonista attivo di un improbabile prison drama, dimenticandosi del tutto di essere un bambino senza poteri facilmente scalzabile da uno dei tanti energumeni che popolano la Prigione di Ghiaccio

…Deadpool è fin da subito contrario all’idea di farsi coinvolgere, scegliendo invece di essere del tutto passivo al suo triste destino: lasciare che il cancro lo divori, ora che persino l’ultima flebile speranza di vita dopo la morte di Vanessa gli è scoppiata in faccia a tempo zero.

Squadra

La parte centrale percorre strade piuttosto classiche…

…pur andandole a vanificare un momento dopo.

La rinascita di Wade dovrebbe passare per la costruzione di un team alternativo, con un simpaticissimo siparietto dedicato agli iconici colloqui di ammissione, fra cui spicca l’incomprensibile coinvolgimento di Peter e la gag del ritardatario Svanitore.

Deadpool in una scena di Deadpool 2 (2018) di David Leitch

Così l’inizio di una sessione di allenamento piuttosto classica, che dovrebbe portare il team a trovare la propria coesione interna, si conclude in un bagno di sangue sempre più improbabile, in cui quasi tutti i membri della X-Force vengono uccisi uno dopo l’altro.

Questa parte centrale si chiude con un combattimento non particolarmente memorabile, ma che riesce ben a raccontare il personaggio di Domino, che diventa così una figura piuttosto determinante nella trama, mettendo alla prova le sue effettive capacità fortunate.

Ma il team si deve ricomporre altrove.

Comporre

Deadpool in una scena del trailer di Deadpool 2 (2018) di David Leitch

L’ultimo atto è un grande azzardo.

Già prima di Endgame (2019), Deadpool 2 sperimentava con uno degli elementi più difficili da trattare all’interno di una narrazione di qualsiasi tipo: i viaggi nel tempo e il giocare con il tessuto spazio-temporale, citando, fra l’altro, Terminator (1984) e tutte le dinamiche derivate.

Così Cable diventa un improbabile alleato della squadra di Deadpool per un obbiettivo comune: riuscire ad impedire il destino oscuro e omicida di Russell, con, ancora una volta, un combattimento non particolarmente indimenticabile, ma che si salva nelle sue battute finali.

Deadpool X-Man  in una scena di Deadpool 2 (2018) di David Leitch

Poi tutto viene riscritto.

Di fatto il sacrificio di Deadpool scatena una serie di eventi e decisioni che riescono a risolvere la situazione nel modo migliore possibile: come Cable si rende conto che un futuro felice è possibile anche senza uccidere Russell, salva Deadpool che a sua volta può risolvere gli errori passati.

Una scelta che ho trovato tuttavia fin troppo azzardata, che sicuramente rincuora dopo un finale che si prospettava fin troppo tragico, ma che potenzialmente rischia di vanificare tutta la maturazione emotiva di Deadpool fino a quel momento…

…forse ancora di più in vista di Deadpool e Wolverine (2024).