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Super Mario Galaxy – Una bellissima vetrina

Super Mario Galaxy – Il film (2026) di Aaron Horvath e Michael Jelenic è il secondo capitolo della neonata saga cinematografica dedicata all’omonimo personaggio.

A fronte di un budget medio per un prodotto di animazione – 110 milioni di dollari – ha aperto ottimamente al primo weekend, prospettandosi uno dei titoli più vincenti della stagione.

Di cosa parla Super Mario Galaxy?

Dopo il primo capitolo, ormai Mario e Luigi vivono stabilmente nel regno dei funghi continuando ad essere degli…idraulici molto richiesti. Ma Bowser non è l’unica minaccia dell’universo…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Super Mario Galaxy?

Dipende.

Il problema di Super Mario Galaxy – Il film è il suo essere, paradossalmente, non un film: la pellicola è quanto più palesemente una vetrina per il brand, composta da diversi segmenti quasi autoconclusivi per ingoiare il pubblico più inesperto ed emozionare i fan più accaniti, soffrendo per questo di una debolezza narrativa piuttosto impattante.

Una debolezza che viene però compensata da una particolare attenzione nel rendere in maniera più interessante e diversificata l’esperienza di gioco sullo schermo, con diverse soluzioni visive estremamente creative e che possono concretamente essere una gioia per gli occhi per gli appassionati…

…a discapito di tutto il resto.

Pretesto

La trama di Super Mario Galaxy è intrinsecamente pretestuosa.

La pellicola si va ad incastrare in una delle più classiche trappole dei road movie: non rendere credibili i motivi per cui i personaggi si dividono o restano bloccati in determinate tappe del loro viaggio, rivelando una costante debolezza di fondo in questo senso.

Una fragilità che si nota soprattutto nella partenza della Principessa Peach, che non ha, di fatto, nessun motivo per volersi separare dai Super Mario Bros., ma ne ha invece moltissimi, a livello extra-narrativo, per scegliere di sdoppiare la narrazione su due linee differenti.

E il montaggio non aiuta…

Solitamente, quando si vogliono raccontare due o più storie insieme, la scelta di come incastrare le varie vicende è vitale per dare un buon ritmo alla narrazione, e creare l’illusione scenica che le due storie siano in realtà intersecate e contemporanee, finché non si uniscono effettivamente.

Al contrario, in Super Mario Galaxy le storie di Peach e dei due fratelli vivono separatamente come in scompartimenti stagni, che solo fortuitamente si incontrano infine in scena, come se non avessero entrambe abbastanza spazio per convivere, quasi forzate all’interno di un’alternanza piuttosto macchinosa…

…ma assolutamente funzionale al vero obbiettivo del film.

Vetrina

Come anticipato, Super Mario Galaxy non è un film.

È una vetrina.

La divisione così netta fra le diverse parti della storia e dei personaggi è dovuta ad una precisa scelta di concedere abbastanza spazio ai singoli segmenti di combattimento…che non sono altro che una trasposizione cinematografica di momenti del gioco, che lo spettatore può rivivere sul grande schermo.

E, forse paradossalmente, il film non è mai banale in questi momenti, anzi risulta particolarmente ispirato, trovando le più diverse soluzioni per portare in scena un platform che, per sua natura, nasce in un contesto bidimensionale – e che infatti è richiamato nella scena di “creazione” del percorso da parte di Bowser Junior.

E, ancora di più, queste scene raccontano un aspetto del gameplay che i giocatori conoscono molto bene: i punti più difficili del percorso che possono essere superati solamente con la giusta dose di astuzia e di tempismo – ben rappresentato dalla strategia di Mario per superare il muro di Thwomp.

Eppure, proprio per questa grande concentrazione sull’aspetto visivo, si perde tutto il resto.

Aleatorio

La maggior parte dei personaggi soffre una presenza piuttosto aleatoria e per nulla approfondita.

Questo aspetto va soprattutto a pesare sui personaggi nuovi, che non possono godere neanche di quel minimo di approfondimento concesso nella prima pellicola, in cui l’esempio più eclatante è sicuramente Joshi, simpatica aggiunta al team, ma che viene immediatamente assorbita dal gruppo, con appena un accenno di conflitto con Toad mai veramente esplorato.

Ma chi ne soffre di più è soprattutto Bowser.

Come il film inizialmente sembrava voler fare percorrere all’antagonista principale di Super Mario una parabola di redenzione – pur puntellata da accenni di malvagità ancora non del tutto sopita – la stessa vive unicamente in funzione della prosecuzione della trama per fare dividere Bowser dai due protagonisti…

…senza neanche permettergli quel minimo accenno di rimorso per cui bastavano davvero due righe di sceneggiatura, ma che si perdono invece in un riavvicinamento con il figlio e in una sconfitta che per la maggior parte avviene fuori scena – tanto da essere esplicitata solamente nella scena midcredit.

In maniera analoga, per quanto i dubbi della Principessa Peach fossero derivati dal precedente film, presentano un’evoluzione complessivamente piuttosto debole nei confronti di Rosalinda – dovuta in parte anche al pochissimo approfondimento concesso a quest’ultima…

…per una pellicola che, paradossalmente, avrebbe funzionato molto meglio come antologia di episodi autoconclusivi.

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K-Pop Demon Hunters – Diverse, demoniache, unite

K-Pop Demon Hunters (2025) di Maggie Kang e Chris Appelhans è un lungometraggio animato con tecnica mista.

Distribuito da Netflix direttamente in piattaforma, si è rivelato uno dei fenomeni animati più significativi della stagione.

Di cosa parla K-pop Demon Hunters?

Rumi, Mira e Zoey sono tre icone del K-pop la cui voce…serve ad un intento ben più nobile.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere K-pop Demon Hunters?

Assolutamente sì.

Col suo racconto semplice e puntuale K-pop Demon Hunters si propone programmaticamente per essere un prodotto estremamente trasversale per più generazioni e tipi di spettatori, contenendo al suo interno tematiche universali quanto fondamentali.

Ne consegue un racconto piacevolissimo e che riesce ad evadere i più classici pattern narrativi riservati alle protagoniste femminili, portando in scena una femminilità nuova, che si libera di diversi stigmi che la affliggono da fin troppo tempo, diventando un punto di riferimento soprattutto per il pubblico più giovane.

Diverse

Fin dalla loro prima apparizione, è lampante che le Huntrix non siano le solite protagoniste.

Potrebbe sembrare una piccolezza, ma mostrare un terzetto di ragazze canonicamente belle e di successo con un tale amore ed interesse per il cibo – soprattutto all’interno di un panorama già di per sé problematico come quello del K-pop – non è una scelta da poco.

E il desiderio di avere quei tanto agognati ramen percorre tutta la prima parte di How it’s done, e ci racconta come le protagoniste possano essere così attive e pimpanti proprio grazie a quella stessa pietanza – e non solo.

Tutta la prima sezione della canzone vive quindi di questo contrasto fra la loro apparenza di eroine senza macchia, eredi di una tradizione centenaria, e il loro essere delle normalissime ragazze che, dopo una stagione piuttosto impegnativa, non vedono l’ora di godersi il dolce fare niente, fra junk food e video nonsense.

Ma Rumi è ancora diversa.

Sola

Rumi è così sola e isolata nella sua vergogna…

…tanto da non rendersi conto di non essere davvero sola.

L’intera Golden racconta, seppur volutamente in maniera scherzosa e semplicistica, i drammi che affliggono anche le altre due Huntrix: se Zoey era divisa fra due identità geografiche – gli Stati Uniti e la Corea – senza riuscire a trovare il suo posto nel mondo

I lived two lives, tried to play both sides

Vivevo due vite separate, cercando di essere presente in entrambe

Mira proviene da una famiglia in cui si sentiva fuori posto per essere troppo ribelle

Called a problem child ‘cause I got too wild

Dicevano che ero una bambina problematica, perchè ero troppo ribelle

E anche se, appunto, tutta la problematica di fondo viene raccontata in maniera quasi sfrontata

But now that’s how I’m getting paid

Ma questo è quello che oggi mi rende famosa

In realtà è significativa per mostrare come, nelle Huntrix, tutte e tre le protagoniste abbiano trovato un luogo dove sentirsi finalmente accolte per quello che sono.

Ed è un concetto espresso non solo a parole: ad ogni occasione Mira e Zoey mettono Rumi e la sua salute al primo posto, proponendole persino di evitare la fatica degli Idol Awards – il momento più importante sia come Hunters che come gruppo musicale – pur di tenerla al sicuro.

Ma la vergogna di Rumi è ben più profonda.

Eredità

Rumi si porta sulle spalle un’eredità pesantissima.

Il cappello introduttivo della pellicola non è utile solo a raccontare il contesto in cui la storia si muove, ma, soprattutto, a definirne il binarismo concettuale: da una parte i fan, il popolo da proteggere, e le Huntrix, e dall’altra il nemico, Gwi-Ma, e i demoni di cui si serve per nutrirsi – rappresentato infatti come una bocca pronta a divorare ogni cosa.

E non c’è altra possibilità.

Ed è compito – e colpa – di Celine, nella sua ingenuità, trasmettere questi concetti a Rumi, e farla vergognare così profondamente della sua condizione, da costringerla ad inseguire un ideale in sente di doversi rispecchiare

Put these patterns all in the past now / And finally live like the girl they all see

Lascerò queste cicatrici nel passato / e finalmente vivrò come la ragazza che tutti vedono sul palco

In altre parole, contestualizzandolo nella narrazione mitologico-fantastica della pellicola, K-Pop Demon Hunters racconta il peso della vergogna centenaria che pesa sulle spalle di diverse generazioni di donne, da sempre obbligate a sottostare a standard di perfezione spesso opprimenti e senza via di scampo.

Concetto drammaticamente confermato sempre all’interno di Golden, il cui ritornello racconta proprio la necessità di liberarsi di tutto quello che non si confà ad uno specifico ideale, per poter finalmente brillare:

I’m done hidin’, now I’m shinin’ like I’m born to be

Basta nascondersi, ora brillerò / questo è il mio destino

E per Jinu il discorso è simile ma differente.

Passato

Fra Jinu e Rumi sussiste un parallelismo molto forte.

Tralasciando le ovvie considerazioni sul fatto che la loro relazione è tanto più interessante perché non vincolata all’elemento romantico, il rapporto fra Jinu e Gwi-Ma è simmetrico a quello fra Rumi e Celine, seppur in termini differenti.

Entrambe le figure di riferimento sono infatti promotrici della vergogna dei protagonisti.

Se Rumi è ingabbiata in un ruolo in cui non si riconosce, Jinu è messo in trappola nella convinzione di non essere abbastanza – come musicista e come padre di famiglia – prendendo una decisione dolorosissima, che lo segnerà per sempre. 

In altri termini, come per Rumi e Celine, la dinamica fra Jinu e Gwi-Ma può essere traslata in un contesto più contemporaneo alle continue aspettative che vengono messe a capo del maschile le quali, quando non sono soddisfatte, diventano una colpa che ne definisce l’intero essere, costruendo un racconto a due estremamente tridimensionale.

E l’elemento forse più drammatico del personaggio di Jinu è racchiuso in una singola battuta di Gwi-Ma:

I’ve taught you well, Jinu.

Ti ho istruito bene, Jinu

Divorare

Jinu è così meritevole agli occhi del suo padrone perché ne replica gli schemi.

Il protagonista, infatti, si circonda di un quartetto di demoni senza identità – non a caso i nomi ne raccontano le poche e superficiali qualità – e totalmente sottomessi al suo controllo – tanto che li sentiamo parlare pochissime volte – finendo per essere esclusivamente vettori del suo piano.

E infatti Soda pop, dietro al sottile discorso erotico utile a far innamorare il pubblico, racconta invece le vere intenzioni dei Saja Boys, di come abbiano bisogno dei fan per potersi nutrire

Don’t want you, need you, yeah, I need you to fill me up

Io non ti desidero, io ho bisogno di te / sì, ho bisogno che mi soddisfi

in quanto, grazie proprio ai loro fan, i demoni possono soddisfare la fame smisurata del loro padrone.

Ma è anche più interessante come Jinu mimi lo schema di Gwi-Ma nel voler usare Rumi: da scaltro osservatore, si rende conto sia di come le Huntrix stiano cercando di insidiarli – notandole in agguato sul set televisivo – sia di come non solo Rumi porti i suoi stessi segni, ma abbia il terrore di mostrarli alle altre Huntrix.

E, in un gesto che non dovrebbe addirsi né ad un personaggio che ha abbandonato la sua famiglia, né tantomeno ad un demone, Jinu protegge Rumi con un breve abbraccio che la nasconde temporaneamente alle sue amiche e che gli permette di bendarle il braccio rivelatore, segnando una prima apertura nei suoi confronti, che Rumi, purtroppo, non può ignorare.

Per questo la parte centrale della pellicola è definita dal loro incontro-scontro.

Take down

Le Huntrix prendono solo il peggio dai Saja Boys.

La canzone Take Down è estremamente stratificata: ad un livello più superficiale, il terzetto canta la propria frustrazione davanti alla bellezza solo apparente della boy band – da cui l’iconica scena dei popcorn, una delle rare volte in cui si concede ai personaggi femminili di mostrare un desiderio erotico così esplicito.

So sweet, so easy on the eyes,
but hideous on the inside

In apparenza così adorabile, così dolce /
in realtà insidioso

ma, ad un livello più profondo, è il modo in cui Rumi cerca di convincere se stessa che l’unico piano possibile sia la totale disfatta di Jinu:

I finally opened my eyes / It’s time to kick you straight back into the night

FInalmente ho aperto gli occhi
/ ed è arrivato il momento
/ di rispedirti da dove sei venuto

Ma lei stessa è tormentata dai dubbi, trovandosi davanti ad una figura così ambigua: un demone, un macchinatore, ma anche l’unica persona in grado – per quanto lo voglia negare – di capirla profondamente, tanto che, più si prosegue, più Rumi sente come la canzone parli di sé stessa…

….tanto da cambiarne le parole: non più

When your patterns start to show / It makes the hatred wanna
grow out of my veins

Quando mostri la tua vera natura
/ mi fai ribollire il sangue d’odio

ma bensì

When your patterns start to show
I see the pain that lies below

Quando mostri la tua vera natura
/ Vedo il tuo vero dolore

Takedown kpopdemon hunters

Per questo, in altri termini, Rumi ricambia l’aiuto di Jinu accompagnandolo in un percorso di accettazione di un concetto fondamentale anche per se stessa: la natura demoniaca quanto gli errori del passato non definiscono in toto il nostro io, ma possono invece convivere con i lati più luminosi.

Per questo è tanto più significativa Free, la canzone che suggella il loro rapporto, in cui entrambi ammettono di avere trovato nel nemico la soluzione al proprio dramma

You say you’re no good, but you’re good for me

Dici che non sei la persona giusta
/ ma sei la persona giusta per me

e, al contempo, si rendono conto che tramite la collaborazione – e non lo scontro – possono salvarsi a vicenda

I’ve been hoping to change, now I know we can change / But I won’t if you’re not by my side

Speravo di cambiare / Ora so che posso farlo
/ ma solo con te al mio fianco

Eppure, il non aver capito fino in fondo questo concetto è proprio la loro rovina.

Divisi

La paura di Rumi non è mai stata reale.

Come la protagonista riesce a convincere le Huntrix che il pezzo che può realmente farle vincere sia Golden – quindi una canzone di unione, e non di divisione come Take Down – Rumi è al contempo sorda ai vari input delle sue amiche, che pongono costantemente l’accento sull’importanza della loro coesione.

Una coesione che può essere possibile solo se il terzetto è vicendevolmente sincero, mettendosi a nudo anche nelle proprie debolezze inconfessabili – come fanno appunto sia Zoey che Mira prima del concerto – in modo in cui Rumi non è invece capace di fare.

Questo concetto diventa ancora più chiaro nel momento in cui Rumi viene insidiata agli Idol Awards, quando Jinu mette in scena le paure proprie della protagonista – essere una vergogna, un errore – rivoltandole la canzone contro… ma, al contempo, raccontando le sue stesse insicurezze, alimentate dalla voce incessante di Gwi-Ma.

Eppure, quando le Huntrix vedono il suo vero volto, non sono spiazzate tanto dalla sua natura demoniaca, ma dal fatto che Rumi abbia mentito loro tutto questo tempo – puntarle la spada contro per tenerla lontana è solo l’ultimo atto di Mira e l’unico che fa riferimento specifico alla sua condizione come pericolosa.

E questa divisione è esattamente l’obbiettivo di Gwi-Ma: rendere ogni individuo – demone e non – isolato e succube delle proprie paure per potersene servire a proprio vantaggio, riuscendo ad irretire persino Zoey e Mira, private di quel punto di riferimento fondamentale delle Huntrix.

Così l’ultimo atto di consapevolezza di Rumi è confrontarsi direttamente con Celine e rinfacciarle il suo averla resa schiava del suo dolore, costringendola a nascondersi e non amandola veramente nella sua interezza – proiezione della paura che aveva nei confronti delle altre Huntrix, fra l’altro.

Ma è proprio da qui che Rumi deve ripartire.

Idolo

Your Idol è il perfetto contraltare e il punto di partenza necessario per How it sounds like.

La canzone racconta la naturale conseguenza di Soda Pop, quando ormai i Saja Boys non hanno più bisogno di nascondere la loro natura demoniaca, pur riadattandola alla loro facciata da icone pop.

Se infatti la prima canzone del gruppo era una sorta di esca per poter attrarre i nuovi fan e potersene nutrire

Got a feelin’ that, oh-yeah (yeah), you could be everything that
That I need (need), taste so sweet (sweet), every sip makes me want more, yeah

Ho una sensazione, sento che potresti essere / tutto quello che di cui ho bisogno /
hai un sapore così dolce, ho sempre più bisogno di te

in Your Idol ormai la maledizione è avvenuta, e il pubblico è totalmente sotto al giogo dei Saja Boys:

Yeah, I’m all you need, I’ma be your idol / living in your mind now / Too late ‘cause you’re mine now

Sì, sono tutto quello di cui hai bisogno /
sono il tuo unico pensiero /
e ormai non puoi più sfuggirmi

Ma, in realtà il vero idolo è Gwi-Ma e la vera vittima è proprio Jinu, in trappola nella gabbia che il demone ha creato su misura per lui – e da cui non può sfuggire

Keeping you in check (uh), keeping you obsessed (uh) Play me on repeat, 끝없이 in your head

Ti tengo sotto controllo, ti tengo in trappola /
Sono nella tua testa, in continuazione

In altre parole, con Your Idol Jinu racconta come non riesca, nonostante i tentativi di Rumi, a sfuggire alla sua maledizione, considerandola anzi l’unico destino possibile per i suoi peccati:

I’m the only one who’ll love your sins / Feel the way my voice gets underneath your skin

Sono l’unico che ama i tuoi peccati /
senti come la mia voce ti entra sottopelle

Ma un’alternativa è possibile…

…anche se lo scioglimento della vicenda è tanto più sorprendente.

Uniti

La grande forza di Rumi – e del film in generale – è di non rinnegare la propria natura, ma farsi forza della stessa.

Spesso nelle narrazioni con protagoniste femminili – soprattutto in ambito adolescenziale – il percorso seguito dall’eroina prevede lo sconvolgimento dello status quo iniziale tramite una ribellione, che viene infine punita per farla ritornare sui propri passi, benché formata da questa esperienza – Easy A (2010) e Il diavolo veste Prada (2006) sono dei fulgidi esempi in questo senso.

Al contrario, qui la protagonista si fa forza del suo passato, delle sue debolezze, e le abbraccia come parte della tridimensionalità della sua persona, consapevole di non poter tornare indietro

I broke into a million pieces, and I can’t go back

Sono andata in mille pezzi, e non posso tornare indietro

ma anche che il vero problema non era la sua natura demoniaca, ma bensì il non essersi fidata delle Huntrix

I don’t know why I didn’t trust you to be on my side

Non so perché non mi sono fidata di voi

How it sounds like

e di come possa trovare la sua armonia fra il suo lato più oscuro e quello più luminoso

The scars are part of me, darkness and harmony / My voice without the lies, this is what it sounds like

Queste cicatrici sono parte di me, oscurità e armonia / ecco come sono davvero, senza bugie

Ed è tanto più significativo che Rumi venga raggiunta dalle altre Huntrix, che si rendono similmente conto di essere diventate schiave delle proprie paure

Why did I cover up the colors stuck inside my head? / I should’ve let the jagged edges meet the light instead

Perché non mi sono mostrata per come sono? / Avrei dovuto invece mostrarmi anche per le mie debolezze

ritrovandosi, infine, in un’armonia basata propria sulla loro unione, sul sapersi far forza l’un l’altra

The song we couldn’t write, this is what it sounds like

Quella canzone che non riuscivamo a scrivere, ecco come suona

e, ancora più importante, evadono la narrazione di eroine senza macchia e senza paura, definendosi come personaggi maturi e consapevoli

So we’re not heroes, we’re still survivors

Non siamo eroine, ma sopravvissute

Ma questa scena non sarebbe completa se non fosse anche lo stesso Jinu ad unirsi, ispirato dalla ribellione di Rumi e riconoscente nei suoi confronti per avergli fatto ritrovare quell’anima che pensava di aver perduto, in un sacrificio finale che è l’ultimo atto di forza necessario, insieme al supporto del pubblico, per sconfiggere il nemico comune.

Ed è tanto più importante che la chiusura di K-pop Demon Hunters sia focalizzata ancora di più sul valorizzare questa unione umana sia nel micro – le Huntrix – sia nel macro – i loro fan – per cui il gruppo può diventare un’ispirazione.

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Dragon Trainer – Il linguaggio della consapevolezza

Dragon Trainer (2025) di Dean DeBlois è il remake dell’omonimo classico della Dreamworks del 2008.

Di cosa parla Dragon Trainer?

In un mondo immaginario dove i vichinghi combattono per la loro sopravvivenza con i draghi, Hiccup è un ragazzo così fuori posto…da cambiare il suo stesso ambiente sociale.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Dragon Trainer?

Assolutamente sì.

Nell’attuale panorama disastroso dei live action, Dragon Trainer, nel suo piccolo, fa scuola con un prodotto che non è, per una volta, né un bait per creare discussione online, né un becero tentativo di riposizionarsi politicamente…

…ma semplicemente un’opera che vuole riportare in scena un prodotto che ormai è un classico, per ovvie finalità economiche, ma mostrando una particolare attenzione nel passaggio fra due linguaggi differenti, con una consapevolezza, purtroppo, attualmente molto rara da trovare in produzioni analoghe.

Consapevolezza

Cosa distingue il live action di Dragon Trainer dalle analoghe produzioni Disney?

In una parola, la consapevolezza.

Infatti, i remake degli ultimi anni hanno due ordini di problemi: da una parte, la mancanza di consapevolezza della storia e dei significati, anche piuttosto immediati, che racchiude al suo interno, peccando di pigrizia e superficialità nel riportarli in scena.

Hiccup e Sdentato in una scena del live action di Dragon Trainer (2025) di Dean DeBlois

L’esempio più recente è Lilo & Stitch (2025), che riesce a sbagliare anche le cose più semplici proprio per la suddetta mancanza di consapevolezza: fra gli altri, escludere l’importante simbologia dell’introduzione di Lilo che trova – e non trova – il suo posto fra le ballerine – e, per estensione, nel mondo.

Al contrario, Dragon Trainer, forte anche di avere alla guida il creatore dell’opera originaria, dimostra di aver compreso i punti fondamentali della storia e di riuscire così a riportarli – e in parte anche a rinnovarli – in scena, senza mancare nessun passaggio fondamentale, soprattutto di fronte ad una necessità non trascurabile.

Ovvero, adattare la storia alla rinnovata agenda politica della major.

Su questo punto è sufficiente aprire una breve parentesi, in quanto la Dreamworks è semplicemente riuscita a scampare tutti i passi falsi della Disney, riuscendo a contestualizzare e, di conseguenza, a valorizzare la multiculturalità del nuovo cast con poche e semplici battute.

Per questo non mi ha per nulla disturbato l’eliminazione della dinamica comica iniziale in cui nessuno dei vichinghi voleva seguire Stoick nella sua missione suicida, ma anzi ho apprezzato che la scena sia diventata un momento di valorizzazione dell’unione fra diversi popoli di diverse provenienze per un nemico ed un obbiettivo comune.

Fra l’altro, un tema drammaticamente contemporaneo.

Ma non è l’unico pregio in termini di consapevolezza.

Mezzo

Hiccup e Sdentato in una scena del live action di Dragon Trainer (2025) di Dean DeBlois

Una grave, anzi gravissima colpa dei live action Disney è spesso l’inconsapevolezza del mezzo.

Non di rado infatti questo tipo di produzioni nell’adattamento fra animazione e live action non riescono a maneggiare adeguatamente quest’ultimo, finendo o per portare in scena situazioni perfettamente funzionanti in 2D ma molto meno nelle riprese con attori reali – in questo senso gli esempi del live action del Re Leone (2019) si sprecano…

…oppure, semplicemente, scardinano l’impianto spesso favolistico dell’originale, per portare invece in scena un realismo fin troppo crudo e fuori luogo, che finisce per togliere significato all’opera tutta – in questo senso, Peter Pan & Wendy (2023) pullula di situazioni questo tipo, riuscendo persino a non comprendere i punti fondamentali dell’opera letteraria.

Hiccup e Gambedipesce in una scena del live action di Dragon Trainer (2025) di Dean DeBlois

Invece, Dragon Trainer raccoglie queste inconsapevolezze e le fa sue in senso positivo – e in due direzioni.

La prima, è un buon equilibrio fra il reale e l’animato: le atmosfere mantengono i toni più idealizzati e semplicistici dell’originale, ma al contempo si arricchiscono di fondamentali tocchi di reale, senza mai sbilanciarsi né da una parte né dall’altra.

La seconda, riuscire ad adattare la scena ai nuovi termini del prodotto, anche facendo sagge scelte di omissione.

Dragon Trainer Live action

Hiccup e Sdentato in una scena del live action di Dragon Trainer (2025) di Dean DeBlois

L’esempio più virtuoso in questo senso è la scena del pesce: tutta la dinamica del primo segno di pace fra Hiccup e Sdentato nell’originale aveva dei toni estremamente umoristici e propri del linguaggio animato, così che la scena venisse giustamente caricata di toni che altresì in live action sarebbero risultati estremamente posticci.

Per questo il film sceglie consapevolmente di eliminare il cambio di umore di Sdentato – con la posa tipica di un cane e le pupille si ingrandiscono per renderlo più amichevole e coccoloso – e carica invece di un realistico disgusto il cibarsi del protagonista del pesce rigurgitato del drago, con l’interessante particolare dei resti del cibo che rimangono sulla bocca di Hiccup.

Pochi tocchi di colore, ma che dimostrano quanto è stata salda la mano di Dean DeBlois nel gestire la sua storia anche nella nuova versione.

Eppure, Dragon Trainer si porta dietro un peso non indifferente.

Cambiamento

Astrid in una scena del live action di Dragon Trainer (2025) di Dean DeBlois

Uno dei pochissimi punti deboli dell’originale animato era il personaggio di Astrid.

La sua evoluzione è problematica per più motivi: parte come una sorta di villain secondario, definita costantemente come velenosa e aggressiva, caricandola anche di un bagaglio espressivo piuttosto impegnativo, per poi renderla, nel terzo atto, una pixie girl da manuale.

Infatti è abbastanza straniante il suo comportamento nei momenti finali della pellicola, in cui il problema non è tanto il cambio abbastanza repentino di umore nei confronti di Hiccup, ma quanto è evidente che il suo personaggio viva in funzione dello stesso, come ben racconta lo scambio che apre l’atto terzo:

– What are you going to do about it?
– Probably something stupid.
– Good, but you already done that.
– Probably something crazy.

– Cosa pensi di fare
– Probabilmente qualcosa di stupido.
– L’hai già fatto.
– Allora una pazzia.
Hiccup e Astrid in una scena del live action di Dragon Trainer (2025) di Dean DeBlois

E nel live action?

Evidentemente consapevole di queste debolezze, il regista ha in parte riscritto la figura di Astrid ammorbidendone i toni, sia per toglierle quella carica espressiva che sarebbe risultata quasi caricaturale all’interno di un live action, sia rendendo più credibile il cambiamento di atteggiamento nel corso dell’opera.

Il problema è che in questo modo Astrid risulta molto meno incisiva, nonostante i timidi tentativi di darle un background politico più consistente – la figlia di nessuno – limitato ad una scena e mai più ripreso, portandola ad essere particolarmente compiaciuta – con, forse, un velato sottofondo erotico? – nei confronti di Hiccup.

Hiccup e Astrid in una scena del live action di Dragon Trainer (2025) di Dean DeBlois

Troviamo così un personaggio poco definito, che vive nell’ombra della sua controparte animata, soprattutto nei momenti in cui dovrebbe ricalcarla pedissequamente – uno nello specifico: alla fine della prova a due, nell’originale Astrid esplodeva di rabbia per aver perso, e sputava praticamente in faccia a Hiccup la sua furia:

Late for what, exactly?

In ritardo per cosa, esattamente?

Dragon Trainer live action

Un frangente adatto solamente ad un personaggio che ha goduto fino a quel momento di un climax esplosivo, che la portava a rivolgersi al protagonista con il volto paonazzo e gli occhi iniettati di veleno, elemento inaccettabile per la versione live action, che, infatti, si limita a riportare la suddetta battuta con poca convinzione.

Hiccup e Astrid in una scena del live action di Dragon Trainer (2025) di Dean DeBlois

La medesima debole incisività si riscontra anche, in parte, in altri due personaggi che non hanno vissuto adeguatamente il passaggio: Gambedipesce e Testabruta.

Nello specifico il primo non riesce efficacemente a riportare la grande eccitazione intellettuale del personaggio – forse non aiutato da una regia particolarmente incisiva – mentre la seconda è, per ignoti motivi, non la gemella di Testaditufo, e risulta anche per questo molto più sbiadita nel confrontarsi con la massiccia presenza del fratello.

Ma si tratta di poche mosche bianche all’interno di un panorama di attori estremamente vincenti, in cui sicuramente esaltano Gerard Butler e Nick Frost, entrambi perfettamente in parte, oltre ad un ottimo Hiccup, che è la ripresa precisa della sua controparte…

…e, soprattutto, a sorpresa, Moccicoso, che, per quanto forse non abbia il physique du role, ha abbracciato perfettamente il suo personaggio, caricandolo anche di un suo arco evolutivo che fa da eco a quello del protagonista.

Insomma, qualche passo falso del tutto perdonabile all’interno di un prodotto che dovrebbe diventare il punto di riferimento per i live action di oggi.

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Taron e la pentola magica – Diventare una sottomarca

Taron e la pentola magica (1985) traduzione abbastanza impropria di The Black Cauldron, è il venticinquesimo Classico Disney, nonché il primo realizzato con l’utilizzo della CGI.

A fronte di un budget gigantesco per il periodo – 44 milioni di dollari – è stato un disastro commerciale, senza riuscire a coprire neanche la metà dei costi di produzione.

Di cosa parla Taron e la pentola magica?

Taron è un guardiano di porci che sogna di diventare un eroe. E forse lo stesso porcello che accudisce potrebbe essere la chiave per il riscatto…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Taron e la pentola magica?

Direi di no.

E per due motivi.

Da una parte, fatta eccezione delle ottime animazioni dei non morti e di qualche sperimentazione in CGI, Taron e la pentola magica non sembra un Classico Disney, ma piuttosto un prodotto sottomarca che cerca di copiare la Casa del Topo, soprattutto per i character design piuttosto blandi e poco convincenti.

Allo stesso modo, la scrittura della pellicola è davvero carente: sembra prendere lo scheletro narrativo del viaggio dell’eroe e non svilupparla in alcun modo, introducendo i personaggi nei loro ruoli – spesso direttamente detti a parole – e poi abbandonandoli totalmente a loro stessi.

Insomma, per quanto non sia confermato, la pellicola è di un blando tentativo di fare Il Signore degli Anelli targato Disney.

Contrasto

Taron e la pentola magica è sostanzialmente incapace di creare il contrasto fondamentale di inizio pellicola.

Esattamente come nella trasposizione di Jackson, il film si apre con un prologo piuttosto eloquente, dove viene definita la minaccia in atto – Re Cornelius – e l’oggetto del desiderio – il calderone – raccontando le conseguenze che causerebbe il ritrovamento del diabolico artefatto perduto.

E questo sarebbe il momento cruciale per introdurre Taron…

…e invece la pellicola ne è assolutamente incapace: la narrazione dell’eroe per caso, il contrasto fra un potere incontenibile e un protagonista che sembra incapace di prevenirlo – e per questo è così vicino allo spettatore – viene totalmente spezzata da dall’introduzione di un protagonista che che è già al suo punto di arrivo.

In questo frangente probabilmente si è voluto ricalcare la classica dinamica della canzone del sogno, in cui Taron definisce quando la storia potrà dirsi conclusa, ma risultando in una presentazione del protagonista artificiosa e poco credibile, che lo rende estremamente bidimensionale.

Oltretutto, il suo sogno dovrebbe poi essere sostituito da un nuovo obbiettivo molto più importante – in una dinamica simile a quella di Rapunzel (2010), fra gli altri – ovvero crearsi delle relazioni significative e maturare attraverso le stesse lungo il viaggio…

…peccato che è proprio la dinamica su cui il film fallisce di più.

Costruzione

La costruzione credibile di un gruppo protagonista è l’ostacolo principe all’interno di questo tipo di narrazioni…

…e Taron e la pentola magica ricade nel più classico capitombolo.

Come ci si può facilmente rendere conto confrontando il mediocre Suicide Squad (2016) e l’ottimo The Suicide Squad (2021), per costruire un solido gruppo di protagonisti è fondamentale tratteggiare in maniera significativa i loro caratteri e le loro differenze, così da raccontare il loro rapporto tramite l’incastro delle stesse.

E invece il Classico Disney non solo manca in primo luogo delle caratterizzazioni dei suoi personaggi, ma sembra come costretto a spuntare una lista di figure da mettere in scena solo per dare un contorno al protagonista: l’aiutante bislacco e pasticcione, l’interesse romantico, e una sorta di consigliere che funge anche da spalla comica.

Ed è una dinamica tanto più grave quanto il pathos del finale si basa sulla costruzione del rapporto fra i personaggi, per cui Taron infine sceglie di non voler indietro la spada che lo renderebbe l’eroe che ha sempre sognato di essere, e invece riesce a far rivivere Gurghi, personaggio per cui dovrebbe nutrire un profondo affetto…

…che però è definito solamente a parole.

Ma questa superficialità è un tratto distintivo della pellicola.

Tappe

La narrazione per tappe è una delle più difficili da realizzare.

Come l’autore ha ben in mente il percorso che vuole far percorrere ai personaggi, per creare un racconto genuino ed avvincente non deve mostrare allo spettatore il suo modus operandi, ma deve invece collegare in maniera credibile e coinvolgente i vari passi del protagonista verso il suo obbiettivo.

In questo senso soprattutto Le due torri (2003) – da cui appunto il film pesca a piene mani – è un ottimo esempio di gestione di questo tipo di narrazione, riuscendo anzi a rendere credibili i vari momenti di stallo e di difficoltà dei protagonisti, così che la vicenda non si risolva immediatamente.

Al contrario, in Taron e la pentola magica il protagonista ha tutte le soluzioni sempre a portata di mano e senza il minimo sforzo, anzi persino quelli che sembrano sulle prime degli incidenti – come essere risucchiati in un vortice d’acqua – risultano infine la chiave per la risoluzione del problema.

E, come se tutto questo non bastasse, la maialina Ewy è un becero McGuffin.

Così, se Hitchcock ha fatto scuola in Psycho (1960) nel fingere che un mero vettore della trama fosse fondamentale per la storia, Taron e la pentola magica utilizza la piccola scrofa il tempo necessario per fare proseguire la narrazione, per facilmente scalzarla con altri personaggi nel medesimo stesso ruolo.

E non è neanche la parte peggiore…

Spreco

Re Cornelius potrebbe entrare nel novero dei villain più sprecati della storia della Disney.

Per quanto il suo character design non sia niente di così speciale od originale, la sua presenza scenica è particolarmente terrorizzante e poteva, al pari di Sauron, essere esplorata in molte direzioni, riuscendo invece a brillare solo in pochi momenti di astuzia – come quando lascia Taron libero di condurlo al calderone – ma che nel complesso aggiungono poco al suo personaggio.

Così risulta un villain con un minutaggio minuscolo, quasi insignificante nell’economia narrativa, tramutandosi quasi in uno strumento della trama per la maturazione – almeno sulla carta – del protagonista, da cui fra l’altro neanche viene sconfitto, diventando anzi vittima del suo stesso desiderio di potere.

E, per quanto quest’ultima dinamica poteva risultare non poco interessante, al contempo va ancora di più a calcare la mancanza di connessione fra l’eroe e l’antagonista: come Cornelius è uno dei tanti ostacoli nella maturazione del protagonista, Taron è una delle tante strade percorribili per la vittoria della villain…

…che diventa quasi il primo e generico boss di un videogioco con cui il protagonista deve mettersi alla prova.

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Avventura Cinema per ragazzi Fantastico Fantasy Film I classici di Robin Williams

Jumanji – Le insidie della crescita

Jumanji (1995) di Joe Johnston è uno dei titoli più iconici della filmografia di Robin Williams e, più in generale, del cinema per ragazzi Anni Novanta.

A fronte di un budget abbastanza sostanzioso – 65 milioni di dollari – è stato un incredibile successo commerciale: più di 250 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla Jumanji?

Alan Parrish è un ragazzino costantemente bullizzato che vorrebbe fuggire dalla propria vita. Ma quella che sembra una strada possibile forse è anche la meno desiderabile…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Jumanji?

In generale, sì.

Non mi voglio sbilanciare nel consigliarvi questa visione perché la piacevolezza della visione può dipendere molto da che tipo di rapporto avete con questo film: Jumanji è in tutto e per tutto un classico del cinema per ragazzi, e, come tale, da adulti potrebbe risultare meno coinvolgente.

Nondimeno, è possibile leggere nella storia un sottotesto non banale riguardo alla paura di diventare adulti, in cui i personaggi più cresciuti sono i veri protagonisti della scena, mentre i ragazzini fungono più da contorno, da aiutanti della storia.

Insomma, a voi la scelta.

Inizio

Adam Hann-Byrd in una scena di Jumanji (1995) di Joe Johnston

Jumanji deve gestire ben tre inizi.

L’antefatto della storia funziona a tratti: di per sé poteva essere uno spunto interessante per definire i contorni della minaccia in atto, in particolare introducendo l’inquietante tamburo che echeggia nei decenni fino ad arrivare al presente del protagonista, ma per certi versi risulta fin troppo abbozzato.

Il secondo attacco è l’inizio vero e proprio, che disegna il carattere e lo stato di partenza di Alan: un ragazzino continuamente preso di mira dai suoi compagni solamente per il nome che porta, che si trova involontariamente fra le mani una via d’uscita.

Adam Hann-Byrd in una scena di Jumanji (1995) di Joe Johnston

In questo frangente tocchiamo i primi elementi di debolezza della storia: come la fuga da parte di Alan è complessivamente credibile, meno lo sono le dinamiche che portano a coinvolgere anche Sarah nella partita, in uno snodo narrativo estremamente programmatico ai fini della storia, ma non molto pensato.

Soprattutto, si potrebbe rimanere leggermente spaesati davanti all’incontro fra i due, in quanto manca una costruzione significativa del loro rapporto, definito solamente da una breve battuta del protagonista e poco altro: per il resto, potrebbero essere due perfetti sconosciuti.

Ma la vera mancanza è successiva.

Pretesto

Bradley Pierce e Kirsten Dunst in una scena di Jumanji (1995) di Joe Johnston

Judy e Peter sono i protagonisti?

Se la relazione fra Alan e Sarah è carente in molti punti, la caratterizzazione dei due giovani protagonisti del terzo inizio è un baratro di scrittura, in cui sembra mancare proprio un pezzo fondamentale: l’essere fuori posto dei due personaggi, esplicitato dal loro essere immediatamente richiamati nella loro nuova scuola.

Bradley Pierce, Kirsten Dunst, Robin Williams e Bonnie Hunt in una scena di Jumanji (1995) di Joe Johnston

Insomma, il film vorrebbe riraccontare la storia di Alan sdoppiandola in due personaggi che si sentono altrettanto fuori posto, ma manca di scene significative in questo senso: avviene tutto fuori scena e la maggior parte della caratterizzazione avviene tramite le battute stesse dei personaggi.

In un certo senso, è come se il film fosse troppo affollato, con i personaggi adulti che soffocano totalmente la presenza dei più giovani, che riescono a smarcarsi dal ruolo di aiutanti incolori solamente grazie all’ottima prova attoriale di una giovanissima Kirsten Dunst.

Ma se fosse una mancanza voluta?

Crescere

Robin Williams in una scena di Jumanji (1995) di Joe Johnston

Forse non vi stupirà sapere che Jumanji presenta dei punti di contatto piuttosto sorprendenti con Peter Pan.

In un altro senso, Alan è un bambino che non vuole crescere, che non è capace di affrontare le insidie della vita – la pesantezza del suo nome – e, soprattutto, lo snodo fondamentale della sua vita, che lo porterebbe a seguire le orme della famiglia, reagendo in maniera piuttosto capricciosa e irragionevole.

La stessa Jumanji può essere considerata un’occasione di fuga, una versione distorta dell’Isola che non c’è, un parco giochi costruito non sui sogni di un bambino, ma sui suoi incubi: tutte le insidie dell’Africa Nera, tratte dai racconti dei grandi esploratori…

Robin Williams in una scena di Jumanji (1995) di Joe Johnston

…o, in altro senso, una proiezione delle paure verso il futuro, verso una crescita incomprensibile.

Non a caso, proprio come Peter Pan è tormentato dalla sua maledizione – l’Oblio – così Alan è condannato all’Isolamento, riuscendo effettivamente a sfuggire dalle paure del suo presente, per essere catapultato in una realtà dove deve crescere ancora più in fretta, proprio quando non si sentiva ancora pronto per farlo.

E c’è un altro elemento che conferma questa teoria…

Paura

Un classico delle trasposizioni teatrali – e cinematografiche – di Peter Pan è far interpretare Capitan Uncino e Mr. Darling dallo stesso attore.

E, guarda a caso, in Jumanji Mr. Parrish e Van Pelt sono portati in scena dal medesimo interprete.

Ma c’è di più.

Il padre di Alan è il vettore di questa crescita improvvisa e imposta – andare in collegio – mentre il terribile generale che dà la caccia al protagonista semplicemente perché esiste ricalca le dinamiche di Uncino insegue Pan perché lo stesso rappresenta quello che non può più avere: la spensieratezza dell’infanzia.

Robin Williams in una scena di Jumanji (1995) di Joe Johnston

Ribaltando la situazione, Van Pelt è la rappresentazione di quello di cui Alan ha più paura – e che non vuole affrontare: l’età adulta, come ben racconta l’ultimo momento della sua avventura, in cui finalmente si scontra faccia a faccia col nemico e viene ricompensato con la fine dell’incubo.

Infatti questa scelta finale è la definitiva rappresentazione della maturazione del protagonista, che finalmente accetta non tanto di andare al collegio, ma piuttosto di affrontare la situazione come un adulto capace di ragionare, volendo riallacciare il rapporto col padre non più in maniera antagonistica, ma collaborativa…

…come ben racconta lo scambio finale fra i due:

(Mr. Parrish) Let’s talk over tomorrow. Man-to-man.
(Alan) How about, father to son?

(Signor Parrish) Parliamone domani, da uomo a uomo.
(Alan) E se ne parlassimo come padre e figlio?

Andando quindi a confermare definitivamente come Alan ha imparato la lezione, non volendosi infine sostituire al padre come adulto, ma bensì affidarsi a lui come ancora punto di riferimento per una maturazione più graduale e serena.

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Animazione Avventura Fantastico Fantasy Film Horror

Coraline – Dall’altra parte

Coraline (2009) di Henry Selick, noto anche col titolo piuttosto ingannevole di Coraline e la porta magica, è un classico dell’animazione in stop-motion.

A fronte di un budget medio per un film d’animazione – 60 milioni di dollari – e una produzione lunga tre anni, non è stato un grande successo commerciale alla sua uscita: 125 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla Coraline?

Coraline è una ragazzina che si è appena trasferita in un noioso sobborgo e cerca di riempire le giornate. Ma c’è qualcuno che ha proprio qualcosa di perfetto per lei…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Coraline?

Coraline in una scena di Coraline e la porta magica (2009) di Henry Selick

Assolutamente sì.

Per quanto la pellicola cerchi di ammorbidire moltissimo i toni del romanzo di Gaiman, una favola horror che al tempo mi terrorizzò profondamente, proprio per il suo ribaltare le aspettative nel raccontare un mondo incantato che in realtà nasconde un orrore agghiacciante.

Inoltre, rimane un ottimo esempio di tecnica passo uno, per uno studio di animazione – Laika Entertainment – che oltre a questa pellicola non ha mai avuto purtroppo molta fortuna, anche per i costi e i tempi produttivi piuttosto impegnativi.

Ma anche per questo è da riscoprire.

Noia

La bambola di Coraline in una scena di Coraline e la porta magica (2009) di Henry Selick

Coraline vive la più grande maledizione per una ragazzina.

La noia.

La casa stessa sembra infatti un’estensione della grigia personalità dei suoi genitori, totalmente concentrati sul proprio lavoro da non poterle concedere alcuna attenzione, nemmeno riuscire a mettere in tavola un pasto allettante.

Ovviamente questa è la visione dagli occhi ingenui e di fatto capricciosi della protagonista, che in questo prima fase ha una visione molto limitata del mondo e delle sue sfumature: l’unica cosa giusta per lei sarebbe essere al centro del mondo.

E questo l’Altra Madre lo sa molto bene…

Esca

Coraline coi finti genitori in una scena di Coraline e la porta magica (2009) di Henry Selick

La porta è l’esca perfetta.

Dopo essere rimasta delusa davanti ad un muro di mattoni noioso come tutto il resto, Coraline viene attirata nella notte a riscoprire invece una realtà che è esattamente come lei vorrebbe fosse: un passaggio verso un luogo da scoprire, con meraviglie ad ogni angolo…

…create appositamente secondo i suoi desideri.

Coraline attraversa la porta in una scena di Coraline e la porta magica (2009) di Henry Selick

E la sua ingenuità iniziale è proprio non rendersi conto di quanto tutto sia troppo perfetto, di quanto quegli inquietanti occhi bottone raccontino una realtà artefatta, una facciata creata ad arte per attirarla nella trappola.

In questa prima notte infatti l’attrattiva è un pasto talmente godurioso e soverchiante che Coraline neanche riesce a finire quello che ha nel piatto che lo stesso le viene subito sostituto con una pietanza ancora più appetitosa…

Coraline nel giardino in una scena di Coraline e la porta magica (2009) di Henry Selick

…in un mondo dove lei è al centro di tutto, dove il giardino è un’esplosione di colori meravigliosi e creature che sembra uscite da una fiaba, non ultimo il dolcissimo papà che ha modellato la natura per corrispondere all’unico, vero oggetto del desiderio.

Coraline stessa.

Equilibrio

Coraline è consapevole di dover equilibrare il parallelismo fra i due mondi.

Per questo non carica immediatamente la scena di tutti i personaggi, ma divide la scoperta del mondo magico in due tranche: la prima focalizzata unicamente sui genitori e su Coraline, e la seconda sui personaggi secondari totalmente riscritti.

In linea generale, i mediocri teatranti in pensione del mondo reale diventano invece degli irresistibili portatori di meraviglie nell’altro mondo, in cui Coraline diventa spettatrice di spettacoli da sogno.

Ma davanti al massimo punto emotivo, in cui Coraline finalmente accarezza la possibilità di vivere in questo mondo dei sogni per sempre, finalmente la Madre si rivela per quella che è: una riscrittura moderna della strega di Hansel e Gretel.

E proprio da qui il controllo sembra scivolare dalle dita di Coraline, che si trova non più ospite, ma prigioniera di un mondo che comincia a crollare su se stesso, svelando la sua totale illusione proprio nella limitatezza dei suoi confini.

Per questo l’ultimo atto è così fondamentale.

Fuga

l'Altra madre in una scena di Coraline e la porta magica (2009) di Henry Selick

Sconfiggere l’Altra Madre è un passaggio fondamentale per la maturazione di Coraline.

E, per questo, deve essere orchestrato al meglio.

Infatti, per riuscire a far immergere adeguatamente lo spettatore nell’ultimo atto, è necessario definirne chiaramente le  coordinate: Coraline non può entrare o uscire a suo piacimento dall’Altro Mondo, ma secondo la volontà dell’Altra Madre…

…che però non controlla totalmente la porta stessa, da cui in prima battuta Coraline scappa, per poi tornare sui suoi passi quando scopre che i genitori sono stati rapiti dalla Madre, il ricatto estremo per avere nuovamente la sua attenzione.

E così il pericolosissimo gioco con la Madre è in realtà il momento di passaggio in cui finalmente Coraline smette di essere una bambina egoista che pensa solo a se stessa, e sceglie invece di mettersi in gioco per salvare la propria famiglia e gli altri sfortunati bambini.

Ed è un climax splendido.

Frantumato

Il viaggio di Coraline nel finale è una riscoperta dell‘Altro Mondo mentre crolla su se stesso.

La magia sbiadisce poco a poco per lasciare spazio a dei meri fantocci incapaci di avere una propria volontà, che o sono grottesche vittime della volontà della Madre, o estensione della sua personalità…

E qui troviamo una messinscena piuttosto caricata dal punto di vista orrorifico, particolarmente funzionante nella riproposizione di Bobinsky, il cui corpo è letteralmente composto dai diabolici topolini…

Coraline e Wybie  in una scena di Coraline e la porta magica (2009) di Henry Selick

…fino alla destrutturazione totale dell’Altro Mondo, che si riduce a mere linee nere su uno pagina bianca, che compongono la ragnatela della Madre nella sua forma primaria, quella del ragno.

E così il sogno diventa incubo, e finalmente Coraline comprende la limitatezza della sua visione, accettando invece una famiglia che non può esaudire subito i suoi desideri, ma può veramente amarla senza pretendere altro da lei.

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Cenerentola – Il sogno passivo

Cenerentola (1950) è il dodicesimo Classico Disney e uno dei più amati e celebrati della produzione della Casa di Topolino.

Infatti, a fronte di un budget di 2.2 milioni di dollari, incassò 4.2 milioni di dollari solo in America, diventando il più grande incasso di Walt Disney da Biancaneve e i sette nani (1937).

Di cosa parla Cenerentola?

Disney riprese il classico popolare Cinderella e lo ripropose in una veste più a misura di bambino, mettendo al centro una protagonista piena di sogni (e che li realizza tutti).

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Cenerentola?

Assolutamente sì.

Non è un caso che Cenerentola fu un successo quasi al pari di Biancaneve: le due storie si somigliano moltissimo, anche se personalmente preferisco il Classico del 1950, che crea un climax narrativo più efficace e intrattenente.

Allo stesso modo, anche questa pellicola non manca di ampi inserti di siparietti comici con protagonisti gli animali, ma in maniera ancora più incisiva rispetto al Classico fondativo, ed evolvendo ulteriormente e in maniera decisiva la figura dell’aiutante.

Insomma, da riscoprire.

Cenerentola Produzione

Cenerentola segnò il grande ritorno della Disney.

Dopo i difficoltosi anni della guerra che avevano messo a dura prova l’idea di produrre lungometraggi e avevano minato le entrate aziendali, le buone rendite degli ultimi cortometraggi invogliarono Walt Disney a tornare su produzioni come Biancaneve.

La storia classica e anche piuttosto orrorifica di Cenerentola fu integrata con sequenze comiche e di effetto, oltre a diversi cambiamenti di trama.

Come ogni produzione Disney del periodo, la ricerca della credibilità scenica fu al centro della creazione dell’opera.

La direzione artistica fu affidata a Mary Blair, che aveva già lavorato a diversi cortometraggi e la cui scelta ricadde in una precisa connessione fra le ambientazioni e i personaggi, a differenza di precedenti classici come Dumbo (1940) e Bambi (1942).

Vennero inoltre utilizzati diversi effetti speciali per diverse scene, da quella in cui Cenerentola si vede riflessa nelle bolle di sapone, all’apparizione della Fata Madrina, che doveva apparire luccicante – gli stessi vennero utilizzati anche per Trilli in Le avventure di Peter Pan (1953).

Ci furono diversi cambiamenti e tagli durante la produzione.

Anzitutto, inizialmente il principe aveva un ruolo e uno spazio ben più importante: veniva mostrato sia all’inizio a caccia, sia alla fine quando rincontrava Cenerentola nelle sue vere sembianze.

La sequenza del vestito vedeva originariamente protagonista Cenerentola, che si immaginava di moltiplicarsi in un esercito di cameriere per venire a capo del suo enorme carico di lavoro.

Altra scena tagliata mostrava Cenerentola che origliava la sua famiglia mentre parlava della misteriosa ragazza del ballo, mostrandosi piuttosto divertita: Walt Disney scelse di eliminare la scena perché la faceva sembrare troppo dispettosa.

Miglioramento

L’incipit di Cenerentola è assai simile a quello di Biancaneve.

Tuttavia, a più di dieci anni di distanza dal primo Classico, l’antefatto si mostra ben più strutturato – e anche particolarmente adulto: il sogno di un’infanzia idilliaca viene distrutto dall’intrusione della matrigna e dalle sue terribili figlie…

…che, dopo la scomparsa improvvisa – e forse voluta? – del padre della protagonista, ne sperperano il denaro e bullizzano sistematicamente Cenerentola, rendendola serva nella sua stessa casa, fino ad arrivare al presente piuttosto desolante della storia.

Ma non basta ad abbattere la protagonista.

Bontà

Cenerentola è un esempio positivo.

Nonostante viva una vita da incubo, la protagonista non si è mai lasciata scoraggiare e non ha mai smesso di sperare nella realizzazione dei suoi sogni, ancora intatti nella sua mente e che, come dice lei stessa, nessuno le potrà mai sottrarre.

Tuttavia, il suo grande limite è l’essere spesso drammaticamente passiva.

Il suo sogno Cenerentola lo avvera più per interventi esterni che per la sua agency, proprio per la natura stessa del personaggio e di quello che rappresenta: la sua naturale piacevolezza merita di essere premiata e per questo attrae la bontà anche degli altri.

Infatti, nonostante sia animata da tanta buona volontà che la porta a continuare a sognare e a non perdere le speranze, al contempo è poco attiva nel concretizzare i suoi sogni: la sua partecipazione al ballo è merito prima dei topini e poi della Fata Madrina, deus ex machina per eccellenza…

…e il suo conquistare il principe non sembra altro che una naturale conseguenza, il destino che si avvera, e persino la sua vittoria – riuscire a mostrare di essere quella ragazza – è merito più del regalo della sua protettrice che le ha lasciato la scarpetta.

E senza i topolini probabilmente sarebbe rimasta rinchiusa dentro alla sua stanza…

Attesa

I villain entrano effettivamente in scena molto tardi.

Buona parte del primo atto del film è dedicata al conflitto fra Lucifero e i topolini, ritardando invece l’apparizione di quelli che dovrebbero essere i veri antagonisti della storia: le sorellastre e la matrigna, la cui malvagità è costruita molto gradualmente.

Infatti il vero spunto per il primo effettivo maltrattamento di Cenerentola è il presunto scherzo che la protagonista avrebbe fatto alle due sorelle, per cui Lady Tremaine, in agguato nell’ombra, la punisce aspramente, caricandola ulteriormente di lavoro.

E, come Cenerentola è più passiva che attiva, la matrigna è un villain indiretto.

Solamente nell’ultimo atto agisce direttamente per mettere i bastoni fra le ruote alla protagonista, mentre per il resto della pellicola resta più che altro nell’ombra, tirando le fila per danneggiare in maniera più sottile e spietata la sua figlioccia.

Non a caso, non le nega la possibilità di andare al ballo, ma la carica di lavoro per renderglielo impossibile, così come non le distrugge l’abito, ma piuttosto istiga le sue vendicative figlie a farlo a pezzi, rimanendo in entrambi i casi ai margini della scena.

Intrusione

In maniera non tanto diversa da Bambi (1942), anche Cenerentola è ricco di intrusioni di personaggi secondari.

E la grande differenza con Biancaneve, la protagonista esce di scena per lunghi tratti, lasciando un sorprendente spazio di autonomia ai personaggi animali, nello specifico nella scena del confezionamento dell’abito, dove i veri protagonisti sono Lucifero, Gus Gus e Giac.

E proprio la loro rappresentazione piuttosto è variegata

Se da una parte infatti i topolini sono decisamente più umanizzati, parlando – pur in maniera stentata – e indossando abiti umani, ricordandosi solo per pochi tratti di essere dei roditori – quando scappano nei buchi della parete o quando usano la loro coda come filo per le perle…

…Lucifero non è nient’altro che un gatto che si comporta da gatto, che non ha altro interesse se non essere dispettoso, catturare i topolini e mettersi in mezzo nei piani degli eroi della storia, ma senza nessuna particolare malizia nelle sue intenzioni.

Eppure, è molto più attivo di Cenerentola…

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Scott Pilgrim vs The World – La trasposizione perfetta

Scott Pilgrim vs The World (2010) di Edward Wright è la trasposizione dell’omonimo fumetto di Bryan Lee O’Malley (2004 – 2010).

Nonostante negli anni sia diventato un piccolo cult, al tempo fu un flop commerciale: con un budget di 85 milioni di dollari, incassò appena 47 milioni in tutto il mondo.

Se non sapete niente di Scott Pilgrim vs The World continuate a leggere.

Se siete invece i massimi esperti sul tema, cliccate qui.

Guida alla visione Scott Pilgrim vs The World

Piccola guida alla visione se non vi siete mai approcciati al mondo di Scott Pilgrim vs The World.

Michael Cera in una scena di Scott Pilgrim vs The World (2010) di Edward Wright

La trasposizione cinematografica non poteva essere messa in mani migliori.

Edward Wright al tempo era fresco dei primi due film della Trilogia del cornetto, in cui dimostrò di essere capace di portare in scena una regia dinamica ed originale, che calzava a pennello per il fumetto di O’Malley.

Michael Cera in una scena di Scott Pilgrim vs The World (2010) di Edward Wright

E la trasposizione era tanto più difficile non solo per la lunghezza del fumetto, ma soprattutto per la natura piuttosto anomala dello stesso.

E invece il risultato fu semplicemente grandioso, con un utilizzo degli effetti speciali e una messinscena sempre vincente e che non è invecchiata di un minuto, nonostante siano colmo di scene piuttosto stravaganti e chiassose.

A cura di @lav3nd3r_boy

Scott Pilgrim è uno dei più famosi esempi di opere a metà strada tra l’immaginario occidentale ed orientale.

L’autore, Brian Lee O’ Malley, fa parte di quella generazione cresciuta sia con Batman che Dragon Ball – e questo si rispecchia nel suo modo di raccontare: non sto parlando solo della scelta di qualche inquadratura o l’aspetto super deformed dei personaggi…

…ma della capacità di mischiare scene di vita quotidiana a combattimenti sopra le righe, caratteristica tipica di diversi manga di successo anche piuttosto recenti, come ad esempio lo splatter-pulp Chainsaw Man (2022).

Passano gli anni, ma il viaggio di Scott e Ramona resta comunque un’opera che non invecchia facilmente.

E questo grazie alla sua capacità di fotografare in maniera del tutto personale quel momento di passaggio tra la fine dell’università e l’inizio della vita lavorativa, tramite la narrazione di tanti piccoli aneddoti in cui ognuno si può riconoscere.

La serie tv Scott Pilgrim Takes Off non è assolutamente quello che sembra.

La produzione Netflix è stata pubblicizzata come una riproposizione in chiave animata del fumetto, quando in realtà è uno spin-off che presenta un forte legame col film del 2010 – il cast vocale è identico – e che si basa su una sorta di what if…

Ne risulta così una serie che offre molto più spazio al personaggio di Ramona, un po’ sacrificato nel basso minutaggio della trasposizione cinematografica, e che ci regala un nuovo spunto di riflessione sulla relazione con Scott.

Insomma, da vedere, ma per ultima.

Doppio

Michael Cera in una scena di Scott Pilgrim vs The World (2010) di Edward Wright

Michael Cera è semplicemente perfetto per la parte.

Eppure l’attore non fece altro che riportare in scena il ruolo che lo rese famoso pochi anni prima – Bleeker in Juno (2007) – riuscendo però ad essere comunque incredibilmente convincente per uno Scott cinematografico che rischiava moltissimo di essere banalizzato.

Michael Cera, Mary Elizabeth Winstead e Ellen Wong in una scena di Scott Pilgrim vs The World (2010) di Edward Wright

E invece Wright riuscì a condensare in appena novanta minuti di pellicola il dramma di un personaggio fumettistico lungo sei albi, grazie anche ad una regia particolarmente indovinata che contribuisce al senso di spaesamento del protagonista.

E infatti il taglio registico è il vero punto di forza del film.

Frenetico

Michael Cera, Mary Elizabeth Winstead e Ellen Wong in una scena di Scott Pilgrim vs The World (2010) di Edward Wright

Scott Pilgrim vs The World non è semplicemente un fumetto.

Oltre alle contaminazioni videoludiche – parte essenziale del tessuto narrativo – che si trovano per esempio nei piccoli tag che accompagnano ogni personaggio, la graphic novel è caratterizzata da un ritmo forsennato, in cui si passa violentemente e improvvisamente da una vignetta ad un’altra.

E dopo aver già dimostrato in due occasioni – sia in Shaun of the dead (2004) sia in Hot Fuzz (2007) – quanto fosse un maestro di una regia incalzante ma sempre chiarissima nella messinscena, Edward Wright era la scelta più naturale per questa insidiosa trasposizione.

In particolare, in questo caso l’autore della Trilogia del cornetto sperimenta con dei trucchi registici per dare una sorta di continuità fittizia alla narrazione, con un proto-piano-sequenza in cui i personaggi attraversano la scena e sbucano nella successiva.

E non è neanche l’elemento più vincente.

Prova

Michael Cera in una scena di Scott Pilgrim vs The World (2010) di Edward Wright

È estremamente raro per un’opera cinematografica riuscire a sopportare la prova del tempo quando imbottita di effetti speciali.

E se solitamente si citano capolavoro dell’effettistica come The Thing (1982), Scott Pilgrim vs the World può essere annoverata fra i migliori utilizzi di CGI del nuovo millennio: sarà per come gli effetti siano perfettamente assimilati alla scena, sarà perché sono non sono mai effettivamente eccessivi

Michael Cera in una scena di Scott Pilgrim vs The World (2010) di Edward Wright

…in ogni caso la resa è semplicemente magnifica e mai fuori luogo, e rende con una precisione e una credibilità sorprendente intere vignette ma senza sembrare mai pedante, anzi facendo non poche scelte narrative per condensare una storia così ampia in un minutaggio così ridotto.

E questo accade in particolare per tre personaggi.

Diverso

Mary Elizabeth Winstead in una scena di Scott Pilgrim vs The World (2010) di Edward Wright

Una delle figure più sacrificate è sicuramente Ramona.

Non avendo a disposizione abbastanza tempo per raccontarsi, spesso la Ramona Flowers cinematografica viene fraintesa come il più classico esempio di pixie girl, ovvero di personaggio femminile che vive unicamente in funzione dell’evoluzione del protagonista maschile.

Mary Elizabeth Winstead e Michael Cera in una scena di Scott Pilgrim vs The World (2010) di Edward Wright

In realtà, Ramona va ben oltre quel ruolo: la graphic novel si prende diverse pagine per raccontarne il complesso dramma, il suo essere dipendente dal suo complesso passato che sembra definirla, nonostante spesso si trattasse di relazioni di brevissima durata e di poca importanza.

Wright tratteggia una Ramona Power il più possibile sfaccettata, riuscendo quantomeno ad definirne i contorni: il personaggio passa dall’essere la ragazza misteriosa e desiderabile, alla figura tormentata dal suo passato, per arrivare alla medesima conclusione della controparte fumettistica.

E forse era impossibile pretendere di più…

Ruoli

Brie Larson in una scena di Scott Pilgrim vs The World (2010) di Edward Wright

Ma il personaggio che più di tutti viene ridotto a mero ruolo è Envy.

Nel fumetto si trova un’abile costruzione emotiva che racconta più ampiamente il suo passato e il come è arrivata ad essere cattiva, portando il lettore a detestare il suo personaggio, per poi sferrare la zampata finale che invece rimette in discussione tutta la sua personalità.

Nel film invece il suo dramma è appena accennato, e si mette in scena la sua parte invece più negativa e da femme fatale, raccontandola come un nuovo ostacolo nella relazione fra Ramona e Scott, ma andando ben poco oltre a quello, anzi facendola facilmente scomparire di scena.

Jason Schwartzman in una scena di Scott Pilgrim vs The World (2010) di Edward Wright

Gideon invece è un discorso a parte.

Wright ha cercato di ammorbidire un personaggio che nel fumetto era più una presenza, un’ombra costantemente in agguato nella vita di Scott, ma che appariva effettivamente solo nel finale in cui rivelava il suo piano – ben più complesso e ben più crudele rispetto al film.

La pellicola invece fa il verso al fumetto – in cui Scott pensava che Gideon fosse un produttore discografico – e lo si collega strettamente a tutta la vita del protagonista, in modo che la sua sconfitta non liberi solamente Ramona, ma anche i suoi amici.

Una riscrittura forse azzardata, ma che funziona.

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Wish – Un’ubriacatura lunga cent’anni

Wish (2023) di Chris Buck e Fawn Veerasunthorn rappresenta il punto di arrivo di un centenario disneyano piuttosto drammatico…

…non a caso si prospetta già l’ennesimo flop commerciale per la Disney: a fronte di un budget piuttosto consistente – 200 milioni di dollari – ad un mese dalla sua uscita ha incassato neanche 150 milioni di dollari…

Di cosa parla Wish?

Asha si prepara alla cerimonia in cui il sovrano, Re Magnifico, realizza un desiderio di uno dei suoi cittadini. E la protagonista vorrebbe davvero che il sogno di suo nonno, ormai centenario, fosse esaudito…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Wish?

Sasha e Valentino in Wish (2023) di Chris Buck e Fawn Veerasunthorn

Dipende.

Personalmente non considero Wish un film particolarmente meritevole, anzi: mi sono trovata davanti ad un disordinato incontro di diverse intenzioni, fra uno sguardo gettato al passato e ai suoi Classici, e l’intenzione evidente di realizzare qualcosa di più al passo coi tempi.

Ne risulta un prodotto piuttosto incolore, che cerca di rifarsi a dinamiche narrative del passato, ma senza portare nulla di significativo, anzi perdendosi in una metanarrativa e in un citazionismo a tratti veramente esasperante.

Insomma, niente di imperdibile.

La volta buona

Sasha in Wish (2023) di Chris Buck e Fawn Veerasunthorn

L’ambientazione di Wish è una delle poche scelte vincenti del film.

Rosas è infatti storicamente piuttosto credibile, pur in un contesto fantastico come quello del film: una metropoli probabilmente tardo-antica, un incontro verosimile fra diverse culture – greca, latina, araba… – come poteva essere, per esempio, Alessandria d’Egitto.

Quindi è del tutto verosimile che, in un panorama del genere, vi sia la presenza di diverse etnie.

Sasha in Wish (2023) di Chris Buck e Fawn Veerasunthorn

Purtroppo, i meriti si fermano qui.

Come già detto in precedenza, fra tutte le case di produzione, la linea puramente politica della Disney negli ultimi anni è quella che meno digerisco, proprio per il fatto che non vi è la minima traccia di genuinità sul lato dell’inclusività.

Così, anche in questo caso, la produzione sembra voler riempire delle caselle per poter accontentare tutti, con una varietà di figure veramente poco interessanti – nello specifico con l’inclusione di un personaggio disabile, inserito unicamente per far presenza.

Un debole incontro

Sasha in Wish (2023) di Chris Buck e Fawn Veerasunthorn

La protagonista di Wish è un pasticciaccio.

Pur con qualche capitombolo lungo la strada, da Rapunzel (2010) in poi si può dire che la Disney abbia almeno tentato di portare in scena protagoniste femminili più tridimensionali ed estranee al concetto più classico di principessa.

Nel caso di Asha, ci troviamo in una drammatica via di mezzo: per molti versi il suo personaggio assomiglia a Rapunzel – e a tutte le principesse da lei derivate – quindi una ragazzina di buon cuore, un po’ sbadata e molto insicura di sé stessa…

Sasha in Wish (2023) di Chris Buck e Fawn Veerasunthorn

…ma, al contempo, si cerca in tutti i modi di ricondurla al prototipo della principessa destinata ad un certo lieto fine – in questo caso dal valore discutibile – cercando anche di renderla più attiva, ma risultando comunque mancante di un effettivo arco evolutivo.

Infatti, il punto di arrivo della sua evoluzione è più che altro il riuscire a riunire la comunità sotto la sua figura di fata madrina ante-litteram, mancando però delle basi consistenti e convincenti in questo senso.

Diciamo che più che un punto di arrivo, sembra un punto d’inizio.

La banalizzazione involontaria

Magnifico in Wish (2023) di Chris Buck e Fawn Veerasunthorn

Magnifico è una terribile occasione persa.

Anche in questo caso le intenzioni sono simili a quelle di Asha, con un incontro fra presente – un villain non semplicemente cattivo, ma con un background consistente – e passato – un antagonista volutamente negativo e spaventoso.

Il problema è che Magnifico non è nessuna delle due cose, ma piuttosto un villain piuttosto basilare e poco interessante, con una motivazione veramente banale – la conquista del potere – ed un arco narrativo estremamente prevedibile.

Magnifico in Wish (2023) di Chris Buck e Fawn Veerasunthorn

In questo senso, si potevano prendere due strade.

Si sarebbe potuto esplorare maggiormente la sua psicologia, legata ad un concetto genuinamente interessante – il controllo dei desideri delle persone per poterle sottomettere – e non renderlo semplicemente un sovrano frustrato per l’ingratitudine dei suoi sudditi.

Allo stesso modo si poteva aggravare la sua malvagità, magari arricchendola di colpi di scena più consistenti: fra questi, sarebbe stato molto calzante scoprire che Magnifico fosse l’autore della morte del padre di Sasha, agendo magari con la complicità della moglie.

Un vero peccato.

Persi in sé stessi

Magnifico, Valentino e Sabino in Wish (2023) di Chris Buck e Fawn Veerasunthorn

Più che puntare sulla storia, sembra che Wish voglia semplicemente essere celebrativo della Disney.

Quindi si sottrae moltissimo alla scrittura di una storia originale ed interessante, preferendo invece abbondare fino alla nausea con riferimenti alla storia della casa di produzione, anche con inserimenti veramente fuori luogo.

Infatti, per quanto sarebbe stato interessante raccontare una sorta di origine del mondo Disney – in particolare molto carina l’idea di rendere Magnifico lo Specchio di Grimilde in Biancaneve e i sette nani (1937) – non pochi elementi non tornano.

Sasha in Wish (2023) di Chris Buck e Fawn Veerasunthorn

Anzitutto il riferimento alla fata madrina riguardante Asha – concetto introdotto nel panorama favolistico ben oltre l’epoca in cui è probabilmente ambientata la storia e legato fortemente alle storie Disney…

…e, soprattutto, l’inserimento di Peter Pan e, indirettamente, di Mary Poppins (1964), due personaggi con storie veramente troppo lontane dal contesto raccontato in Wish, e il cui inserimento va a togliere senso ai loro stessi film.

Insomma, non si poteva pensare a qualcosa di più sottile ed elegante, invece che questa sbrodolatura fin troppo entusiastica?

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Dungeons & Dragons – L’onore dei ladri – Le giuste aspettative

Dungeons & Dragons – L’onore dei ladri (2023) di Jonathan Goldstein e John Francis Daley è un film d’avventura per ragazzi basato sull’omonimo gioco di ruolo.

A fronte di un budget piuttosto consistente – 150 milioni di dollari – ha aperto con 70 milioni in tutto il mondo: un inizio promettente, ma basterà?

Di cosa parla Dungeons & Dragons – L’onore dei ladri?

Il bardo Edgin Darvis e la barbara Holga Kilgore sono in prigione da due anni, ma hanno finalmente la possibilità di imbarcarsi in una nuova avventura…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Dungeons & Dragons – L’onore dei ladri?

Chris Pine, Justice Smith, Michelle Rodriguez e Sophia Lillis in una scena di  Dungeons & Dragons - L'onore dei ladri (2023)

Assolutamente sì.

Almeno, se ci andate con le giuste aspettative.

Io mi aspettavo – e volevo – un prodotto d’intrattenimento, un’avventura per ragazzi leggera e divertente, con un umorismo piacevole e una storia coinvolgente.

Ed è esattamente quello che ho trovato.

Oltre ad avermi piacevolmente intrattenuto, anche andando a valutarlo più analiticamente, non mancano alcuni guizzi registici non indifferenti, e la sceneggiatura si dimostra complessivamente solida.

Per farvi un’idea del tono della pellicola, questa coppia di registi si è occupata della sceneggiatura di film come Spiderman – Homecoming (2018) e Come ammazzare il capo…e vivere felici (2011).

Io, comunque, ve lo consiglio.

Una trama a quest

Chris Pine e Regé-Jean Page una scena di  Dungeons & Dragons - L'onore dei ladri (2023)

Proprio per la vicinanza al gioco originale, la trama di Dungeons & Dragons – L’onore dei ladri è suddivisa in quest.

Una prima parte dedicata all’introduzione dei personaggi, con un racconto piuttosto esplicativo del background del protagonista, in una cornice comica e molto funzionante.

E nel primo atto vengono anche definiti i ruoli in campo, si racconta il tradimento di Forge – interpretato da un Hugh Grant davvero convincente – e il conflitto fra il protagonista e la figlia.

La parte centrale è piuttosto ampia, più di quanto sinceramente mi sarei aspettata, ed è dedicata appunto all’articolata quest centrale, con i personaggi che si muovono in una serie di tappe, fra cui la gustosissima scena del cimitero.

In maniera altrettanto inaspettata, l’atto finale è diviso in due parti, del tutto funzionali a concludere le vicende di entrambi i villain in gioco: quello politico e il vero antagonista – Sofina.

Insomma, una campagna di D&D fatta a film.

Piccoli trucchi, nessuna forzatura

Chris Pine in una scena di  Dungeons & Dragons - L'onore dei ladri (2023)

La scrittura gioca sicuramente con alcuni piccoli trucchi per portare a certe svolte di trama.

Quello più evidente è il Bastone Qui-e-là, che arriva piuttosto convenientemente in aiuto ai personaggi proprio quando ne hanno bisogno. Ma la sceneggiatura non è così banale da renderlo del tutto inverosimile, ma si cerca un minimo di giustificarne la presenza. Ed è del tutto verosimile che Holga l’abbia rubato senza sapere di cosa si trattasse.

Al contempo, l’unico momento poco credibile è quando i protagonisti devono attraversare il ponte del dungeon ormai crollato: sarebbe stato del tutto sensato se Doric avesse proposto di trasformarsi e portarli dall’altra parte.

E ci sarebbero stati diversi motivi per cui la stessa non avrebbe potuto farlo – anche solo il fatto di non sapersi trasformare in un certo animale o in uno così grande da poterli sollevare. Ma tacere questo aspetto lascia la questione un po’ in sospeso e toglie leggermente credibilità alle dinamiche in scena.

Ma, tutto sommato, è una piccolezza.

Un’evoluzione equilibrata

Justice Smith, Michelle Rodriguez e Sophia Lillis in una scena di  Dungeons & Dragons - L'onore dei ladri (2023)

Tutti i personaggi, chi più chi meno, godono di un’evoluzione e una caratterizzazione ben precisa.

Fra tutte, quella più rischiosa era quella di Simon, su cui la trama insiste continuamente riguardo ai suoi poteri non sfruttati. E se la sceneggiatura fosse stata messa in mani meno esperte, nel finale il mago avrebbe scoperto il suo vero potere e sconfitto Sofina.

Invece Simon riesce un minimo a tenerle testa, ma non è assolutamente altrettanto capace – e giustamente. La sua evoluzione si è fermata riuscire a credere in se stesso e ad usare l’elmo, e la sconfitta del villain prende altre strade.

E va benissimo così.

La morale

Chloe Coleman e Hugh Grant in una scena di  Dungeons & Dragons - L'onore dei ladri (2023)

Ho decisamente apprezzato la morale conclusiva legata a Edgin.

Mi ha ricordato moltissimo una delle tematiche centrali di Il gatto con gli stivali 2 (2022): l’importanza della famiglia, anche se non quella di sangue. In conclusione, il bardo capisce che il riportare in vita la moglie morta non farebbe davvero la felicità della figlia – per quanto abbia cercato di convincersi del contrario.

Invece, è piuttosto evidente che la vera madre di Kira è Holga, che l’ha cresciuta proprio come sua figlia e che è ancora importante per la sua vita – e che lo potrà essere anche per il futuro.

Pochi nei in un ottimo equilibrio

Daisy Headin una scena di Dungeons & Dragons - L'onore dei ladri (2023)

Pensando ai (pochi) punti deboli, il primo pensiero va ovviamente a Sofina.

Paragonata a Forge, che risulta un villain molto più intrigante e piacevole, la maga appare invece piuttosto banale, e così anche il suo padrone. Non che manchi un tentativo di costruire meglio la loro backstory, ma che mi è sembrata comunque abbastanza fumosa e poco interessante.

Allo stesso modo l’estetica e la CGI della pellicola falliscono in pochi punti, in particolare nel character design di Sofina e in alcuni dei suoi incantesimi.

Invece, più in generale si è riuscito a trovare un ottimo equilibrio fra un’estetica molto giocosa, quasi cartoon, coerente con l’opera di partenza, e un’ottima tecnica visiva che ha mantenuto alto il livello complessivo del prodotto.