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Niente di nuovo sul fronte occidentale – L’altro lato del fronte

Niente di nuovo sul fronte occidentale (2022) di Edward Berger è un film che racconta la fine della Prima Guerra Mondiale dal lato tedesco attraverso il punto di vista di uno dei soldati.

Il film è stato presentato al Toronto International Film Festival 2023 e distribuito in poche sale, per poi essere rilasciato a livello internazionale su Netflix. Fra l’altro un prodotto con un budget sorprendentemente contenuto: appena 20 milioni di dollari.

Il cinema semplice road to oscar 2022 che si svolgeranno il 28 marzo 2022

Candidature Oscar 2023 per Niente di nuovo sul fronte occidentale (2022)

(in nero i premi vinti)

Miglior film
Miglior film internazionale (Germania)

Miglior fotografia
Miglior scenografia

Miglior trucco e acconciatura
Migliori effetti speciali
Miglior sceneggiatura non originale
Miglior sonoro
Migliore colonna sonora

Di cosa parla Niente di nuovo sul fronte occidentale?

1917, Germania. L’appena diciottenne Paul Bäumer si arruola nell’esercito tedesco per combattere nella Prima Guerra Mondiale. Ma i suoi propositi di eroismo si dimostrano fin da subito un miraggio…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Niente di nuovo sul fronte occidentale?

Albrecht Schuch in una scena di Niente di nuovo sul fronte occidentale (2022) di Edward Berger

Assolutamente sì.

Niente di nuovo sul fronte occidentale è un film che mi ha veramente sorpreso: non sono una grande amante dei film di guerra – soprattutto quando vi trovo un’eccessiva idealizzazione o un pietismo troppo spinto.

E forse proprio per questo mi è piaciuta questa pellicola.

Un’opera profondamente cruda e realistica, che riesce a raccontare un’esperienza traumatizzante e profondamente ingiusta come la Prima Guerra Mondiale. Il tutto con una regia piuttosto indovinata, interpretazioni più che ottime e una fotografia spettacolare.

Anche per questo, un trigger alert è dovuto: si tratta di un film davvero molto realistico, con scene e inquadrature estremamente esplicite e di grandissimo impatto. Alcune probabilmente non ve le toglierete mai più dalla testa…

Ho voluto inserire nella recensione alcuni versi della canzone “La guerra di Piero” di Fabrizio De Andrè, che si adatta perfettamente alla pellicola.

Nessun eroe

Albrecht Schuch e Felix Kammerer in una scena di Niente di nuovo sul fronte occidentale (2022) di Edward Berger

Chi diede la vita ebbe in cambio una croce

L’incipit racconta già tutto del film.

Siamo immediatamente portati al fronte, a seguire la storia di un giovanissimo soldato – Heinrich Gerber. A sorpresa, però, non è il protagonista del film: in appena cinque minuti vediamo come il ragazzo muore sul campo, viene spogliato dei suoi vestiti da soldato, che vengono raccolti e riciclati per le future reclute.

La pellicola ben racconta come i protagonisti della Prima Guerra Mondiale non erano uomini, ma pedine sul campo, soldatini usa-e-getta che potevano essere usati e buttati via, avendone sempre di nuovi per ogni occasione e necessità.

Un meccanismo terrificante, alimentato dalle false promesse di eroismo.

La guerra degli altri

Felix Kammerer in una scena di Niente di nuovo sul fronte occidentale (2022) di Edward Berger

Sparagli Piero, sparagli ora
E dopo un colpo sparagli ancora

A capo di questo meccanismo, gli uomini di potere alimentati da un arrogante desiderio di rivalsa, oltre ad una totale cecità sulla realtà del fronte.

Diverse inquadrature del film sono volte a sottolineare la vita agiata e priva di ogni preoccupazione che era condotta da chi decideva della vita e della morte di migliaia – se non milioni – di uomini. Fra l’altro un’esistenza immersa in ambienti silenziosi e quieti, con grande contrasto con il chiasso assordante del fronte.

Il personaggio più rappresentativo in questo senso è il Generale Friedrichs: per sua stessa ammissione non ha mai messo piede in un campo di guerra, ed insiste fino all’ultimo testardamente per portare a casa una vittoria che porti gloria al suo paese – e a sé stesso.

E ottiene solo un’altra carneficina senza significato.

L’alienazione

Albrecht Schuch in una scena di Niente di nuovo sul fronte occidentale (2022) di Edward Berger

Ma il tempo a me resterà per vedere
Vedere gli occhi di un uomo che muore

Questa guerra era senza significato tanto più che nessuno dei soldati ha volontà di essere un eroe o difendere la propria patria.

Infatti, si combatte per la sopravvivenza.

Uomini che nella loro vita non avrebbero alzato le mani contro nessuno, costretti a gettarsi in campo come automi senza volontà, uccidendo con disperazione, prima di tutto per salvare la propria vita. Del tutto alienati, in una realtà dove l’umanità non esiste, dove implorare pietà è inutile.

In più momenti il protagonista si trova faccia a faccia con il nemico, e basta un momento per guardare negli occhi un altro uomo, un ragazzo non tanto diverso da sé stesso. Inquadrature drammatiche e travolgenti, in cui per pochi momenti il protagonista sfugge a questa alienazione e si rende conto delle sue azioni.

Ed è devastante.

Albrecht Schuch in una scena di Niente di nuovo sul fronte occidentale (2022) di Edward Berger

Da questo punto di vista emerge una possibile critica.

La scrittura dei personaggi non è particolarmente approfondita, ma definita da pochi tratti, e così la storia non è particolarmente originale, ma strettamente legata alla realtà storica. Insomma, al pari di Babylon (2022), è un film che vuole più raccontare delle situazioni e dei personaggi tipo piuttosto che una storia vera e propria.

E questo può piacere o non piacere.

Personalmente questo elemento – che comunque ho notato – non mi ha rovinato la piacevolezza complessiva del film, anzi per certi versi mi ha permesso di immergermi più profondamente nella vicenda raccontata: la poca caratterizzazione del protagonista lo rende un personaggio in cui chiunque può rivedersi.

La fortuna maligna

Proprio come non ci sono eroi, non serve alcuna abilità per sopravvivere alla guerra.

Solo la fortuna.

La sopravvivenza è determinata dalla pura coincidenza, dal non mettere il piede nel punto sbagliato, dal non far scoppiare una mina, dal non beccarsi un colpo mortale, dal non avere esitazioni…

E, proprio come ogni morte del finale si sarebbe potuta evitare se Paul e Kat non avessero rubato le uova, se il protagonista non avesse dovuto tornare in campo, più in generale si sarebbero salvate 37 milioni di vite se l’arroganza di pochi non avesse determinato la sorte di molti.

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Glass onion – La ricetta vincente

Glass onion – A Knives Out Mystery (2022) di Rian Johnson è il sequel di quel piccolo successo che fu al tempo Knives out (2019). Un riscontro di pubblico tale, per una produzione comunque non particolarmente impegnativa, da far acquisire i diritti a Netflix e ordinare due sequel.

Un prodotto che mi ha colpito così tanto tanto da vederlo due volte di fila senza annoiarmi neanche un minuto.

Tuttavia, vanno fatte delle giuste premesse.

Il cinema semplice road to oscar 2022 che si svolgeranno il 28 marzo 2022

Candidature Oscar 2023 per Glass onion (2022)

(in nero i premi vinti)

Migliore sceneggiatura non originale

Di cosa parla Glass onion?

Il detective Blanc viene coinvolto in un nuovo mistero, con al centro un eccentrico miliardario, che però non è ancora morto…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Glass onion?

Daniel Craig, Kate Hudson, Madelyn Cline e Leslie Odom Jr. in una scena di Glass onion - A Knives Out Mystery (2022) di Rian Johnson, sequel di Knives out

Per me, assolutamente sì.

Tuttavia, ci sono diverse mani da mettere avanti.

Anzitutto, ovviamente, se non vi è piaciuto Knives out, non guardate il sequel: non aspettatevi niente di diverso. Oltre a questo, Glass onion gioca ancora di più in maniera sperimentale con il genere whodunit, sostanzialmente snaturandolo. Per questo, se invece cercate le classiche dinamiche del genere, non è il film che fa per voi.

Invece se, come me, non siete particolarmente appassionati dei racconti di genere giallo, sopratutto nelle sue dinamiche che, pur indubbiamente vincenti, risultano ridondanti alla lunga per i non appassionati, potrebbe piacervi. E anche molto.

L’importante è partire con il giusto mindset.

Mantenere la ricetta…

Daniel Craig in una scena di Glass onion - A Knives Out Mystery (2022) di Rian Johnson, sequel di Knives out

Glass onion gode di una grande furbizia di scrittura.

Rian Johnson si è trovato davanti all’impresa di dover portare un sequel ad un film autoconclusivo, non snaturando l’opera originale e creando un prodotto che fosse altrettanto avvincente per il pubblico che aveva apprezzato il primo film.

E così ha scelto di utilizzare uno scheletro narrativo piuttosto simile, ma esplorandolo in direzioni diverse e cambiando radicalmente la caratterizzazione di alcuni personaggi, che pure hanno un ruolo molto simile rispetto al primo capitolo.

Ed è stata una strada vincente, con risultati inaspettati.

…per uscire dal genere

Kate Hudson e Madelyn Cline in una scena di Glass onion - A Knives Out Mystery (2022) di Rian Johnson, sequel di Knives out

Sopratutto alla seconda visione, mi sono resa conto di quanto la pellicola esca dai canoni del giallo whodunit.

Infatti, se il primo film complessivamente si poteva considerare un giallo classico, che poteva però infastidire gli appassionati per la profonda ironia e la mancanza di volontà di rimanere nel seminato, in questo caso possiamo felicemente parlare di un’uscita dal genere di riferimento.

Non ci sono colpi di scena che rivelano il vero colpevole, tutti gli indizi sono mostrati allo spettatore, e, nonostante in qualche misura sembri seguire le strade più classiche, sul finale rivela tutto il contrario.

In particolare tramite il gioco metanarrativo della glass onion.

Glass onion: un gioco metanarrativo

Kathryn Hahn, Kate Hudson e Madelyn Cline in una scena di Glass onion - A Knives Out Mystery (2022) di Rian Johnson, sequel di Knives out

Come per il primo Knives out, Glass onion è un film assolutamente democratico.

Infatti tutti gli indizi necessari per risolvere il mistero sono già in scena, e sono tanto più evidenti tanto più si entra nella logica metanarrativa della glass onion.

La pellicola gioca ampiamente con lo spettatore e con le sue aspettative: io stessa per tutta la durata mi aspettavo un grande colpo di scena finale che rivelasse chissà quali misteri. E invece, per ammissione dello stesso Blanc, il mistero è tanto semplice quanto stupido.

E infatti la questione si risolve su più livelli, per cui sia il mistero che Miles sono come una cipolla di vetro: apparentemente complessa e stratificata, in realtà evidente e sotto gli occhi di tutti. Lo stesso miliardario basa la sua identità su una serie di stratificazioni ingannevoli e fragili, mentre la sua vera natura è palese e insignificante.

Il simbolismo di Mona Lisa

Janelle Monáe in una scena di Glass onion - A Knives Out Mystery (2022) di Rian Johnson, sequel di Knives out

Dal versante totalmente opposto, troviamo il personaggio di Helen, che viene più volte associato alla figura di Monna Lisa.

Infatti sia il suo personaggio che la misteriosa donna di Leonardo condividono una personalità e uno sguardo tanto più enigmatico e intrigante, e così anche per la sorella gemella: difficili da leggere e da comprendere. E ben più sottili e interessanti di quanto appaia all’esterno.

E infatti il dipinto di Mona Lisa è una sorta di simbolo di quello che Miles vorrebbe essere, e dell’immagine che cerca di costruirsi per diventare altrettanto intrigante e enigmatico. Ma, appunto, come la stessa glass onion rivela, non è nulla di tutto questo.

Un finale migliore

Kathryn Hahn, Kate Hudson e Madelyn Cline, Edward Norton in una scena di Glass onion - A Knives Out Mystery (2022) di Rian Johnson, sequel di Knives out

In prima battuta il finale mi aveva deluso.

Poi, ho capito di essere caduta nella mia stessa trappola: considerare questa pellicola per quello che non era, e aspettarmi delle dinamiche che non sono nella sua natura. E infatti, come molti altri come me, mi aspettavo un grande colpo di scena finale o una rivalsa più classica in cui il villain veniva incastrato.

E invece non è così, ma è meglio così.

Infatti, se ci si ragiona un attimo, Helen non avrebbe avuto nessun vantaggio ad incastrare Miles a livello legale: con le sue connessioni e con l’omertà diffusa, il miliardario se la sarebbe comunque cavata. Invece, riuscire a distruggere il suo impero dalle fondamenta, rivelarne tutta la sua fragilità, è la mossa perfetta per mettere davvero in scena una vendetta vincente.

Ancora attuali

Dave Bautista in una scena di Glass onion - A Knives Out Mystery (2022) di Rian Johnson, sequel di Knives out

Anche più della scorsa pellicola, Glass onion riesce ad essere incredibilmente attuale.

Già l’idea di ambientarlo nel 2020 era intrigante, ma lo è stata tanto più in quanto non ci si è fossilizzati su questo elemento, che poteva già apparire datato. Al contrario, si dedica ampio spazio al discorso della cosiddetta woke culture e in generale degli scandali nati su internet.

Per fortuna il discorso non è banalizzato per nulla, anzi si mostra, senza raccontarlo esplicitamente, di come personaggi stupidi e fondamentalmente negativi giustifichino il loro comportamento sbagliato con quello che noi chiameremmo il politicamente corretto.

Un argomento tanto attuale, quanto raccontato in maniera interessante e quasi grottesca.

La delicatezza

Hugh Grant in una scena di Glass onion - A Knives Out Mystery (2022) di Rian Johnson, sequel di Knives out

Il cameo di Hugh Grant merita un discorso a parte.

L’attore appare all’improvviso nella seconda parte della pellicola, e ci rivela un elemento del tutto inaspettato, ma raccontato con una tale delicatezza che non ho potuto smettere di pensarci. Nonostante Blanc non sia una macchietta né uno stereotipo – anzi non lo diresti mai – è in una relazione con un uomo.

Molti dovrebbero prendere spunto da come è stato introdotto questo elemento nella pellicola, senza feticizzarlo, senza drammatizzarlo, ma rendendolo un elemento assolutamente organico nella trama.

Tanto più che la rappresentazione di coppie omosessuali di uomini adulti più avanti con gli anni è quasi totalmente assente nel cinema contemporaneo…

Sherlock sei tu?

Con la preziosa collaborazione di Irene

All’interno della pellicola, non mancano i riferimenti a Sherlock Holmes.

Anzitutto nella scena del bagno in cui Blanc sta giocando ad Among us con i suoi colleghi, fa un discorso che riprende molto le mosse di Sherlock: come il famoso detective, il protagonista afferma di aver bisogno di casi interessanti per combattere la noia.

Questo elemento è presente sia nell’opera originale, sia nelle trasposizioni: nel romanzo per combattere la noia fa utilizzo di eroina, nella serie tv Sherlock utilizza i cerotti di nicotina.

Così anche nella stessa scena, nella vasca da bagno regna il disordine più totale: così al 221B Baker Street, nei romanzi come nei prodotti derivati, l’ambiente è dominato dal caos.

Più in generale, il personaggio di Blanc sembra un interessante incontro fra le versioni televisive e cinematografiche Poirot quanto di Sherlock.

Per le modalità dello svelamento del mistero e sopratutto la rivelazione del finto omicidio di Miles ricorda in particolare lo Sherlock di Benedict Cumberbatch nella serie omonima, che desidera svelare immediatamente le sue deduzioni, quasi per vanità…

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Pinocchio – La caducità della pigna

Pinocchio (2022) di Guillermo del Toro, prodotto e distribuito da Netflix, è una piccola sorpresa dell’animazione.

Un prodotto che ha avuto una produzione molto travagliata: pensato fin dal lontano 2008, si è potuto realizzare solo recentemente per l’acquisto dei diritti da parte della piattaforma, a causa degli alti costi, dovuti all’uso della tecnica stop motion (la stessa di Fantastic Mr. Fox, per capirci).

Il cinema semplice road to oscar 2022 che si svolgeranno il 28 marzo 2022

Candidature Oscar 2023 per Pinocchio (2022)

(in nero i premi vinti)

Miglior film d’animazione

Di cosa parla Pinocchio?

A sorpresa, non di Pinocchio.

L’opera di del Toro riprende alcuni elementi della favola originale, ma li reinventa in direzioni differenti, con anche una morale e un’ambientazione del tutto diversa.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Pinocchio?

Assolutamente sì.

Dopo essermi asciugata le copiose lacrime che mi ha fatto versare, mi sono resa conto dell’incredibile qualità che quest’opera può vantare.

Ma da del Toro non mi aspettavo niente di meno

Oltre alla bellezza dell’animazione, l’originalità dei disegni, ho semplicemente adorato la preziosa reinterpretazione da parte di del Toro, che è riuscito a riportare in scena un classico italiano con un’opera di rara bellezza.

Guardatelo, e non ve ne pentirete.

Meglio vedere Pinocchio doppiato o in originale?

Meglio guardare il film doppiato o in originale?

Alcuni di voi potrebbero sentirsi personalmente infastiditi dal modo in cui vengono pronunciati alcuni termini italiani, fra cui i nomi dei personaggi.

Io preferisco sempre guardare i film in lingua originale a prescindere, in particolare i prodotti animati che hanno solitamente alle spalle un voice casting di alto livello.

Nel caso di Pinocchio, meno che non siate particolarmente sensibili, non avrete più fastidio di quanto ve ne avrebbe potuto dare Luca (2021), con la differenza che in questo caso il cast vocale proviene da attori inglesi e non statunitensi.

E vi assicuro che solo questo ci salva da molte storpiature…

Non il solito Pinocchio

Nell’opera di Collodi, Pinocchio era un bambino totalmente scapestrato e ribelle, che non voleva andare a scuola, ma solo divertirsi, anche frequentandosi con personaggi poco raccomandabili...

Il Pinocchio di Del Toro mantiene l’idea di base, ma la sviluppa in altre direzioni. In questo caso Pinocchio non è semplicemente un bambino da rieducare, ma un bambino che deve riscoprire il mondo dall’inizio, e non ha idea di come lo stesso funzioni.

E per questo si comporta in maniera incontrollabile, nella sua incontrollabile voglia di scoprire e osare.

Tuttavia tutto viene portato su un piano più storicamente realistico quando si accorge di essere un peso per il padre adottivo – secondo lo stesso Grillo – e per questo abbandona il tetto familiare con l’illusione di poter lavorare e sostenere Geppetto.

Il dramma di Geppetto

Probabilmente la parte più straziante della pellicola è il dramma di Geppetto.

La sua tragicità prende le mosse anzitutto dall’insensata morte del figlio Carlo, che non riesce a superare, e che lo porta a creare un burattino che ne riprenda le forme. Ma solo grazie ad uno spirito della foresta – una fata turchina molto reinventata – riesce a ritrovare, dopo tanti anni, una luce nella sua vita.

E per tutto il film perde più e più volte il figlio adottivo, per la morte o per la fuga, distruggendosi – anche economicamente – per ritrovare l’unica cosa che poteva dargli felicità, nonostante non fosse proprio il figlio che voleva…

E qui si trova una grande sorpresa della pellicola.

Un bambino vero?

Per tutta la pellicola mi aspettavo un finale analogo a quello di Collodi, in cui l’umanità di Pinocchio era una sorta di premio per la sua buona condotta. Nell’opera originale infatti l’idea era di insegnare ai bambini della neonata Italia unita che, se avessero seguito la retta via, avrebbero trovato anche una sorta di riconoscimento sociale.

Al contrario, nel Pinocchio di del Toro il protagonista non diventa mai umano.

Ed è lo stesso film che spiega perché questa scelta andrebbe a snaturare la pellicola, quando Pinocchio, davanti alle parole di Geppetto che gli dice che non vuole che sia niente di diverso da sé stesso, risponde:

Then I’ll be Pinocchio.

Perché in realtà questo finale racconta Geppetto deve finalmente accettare la morte di Carlo, e essere felice del dono che nonostante tutto la vita gli ha concesso.

Da un punto di vista più storico-politico, il Fascismo accetta Pinocchio perché è immortale e, soprattutto, perché è fatto di vero pino italiano, quindi di una buona materia prima che può essere plasmata.

Invece, anche con le sue azioni, Pinocchio rifiuta di sottomettersi, non diventando veramente un bambino della Gioventù Fascista, e quindi non snaturando in alcun modo la sua vera natura.

E qui si apre un altro elemento interessante.

Raccontare il fascismo

Mentre guardavo la pellicola mi sono resa conto di quanto questa rappresentazione del fascismo, semplice ma molto diretta, mi lasciava un po’ contraddetta.

E ripensandoci mi sono resa conto che – per diversi motivi che potete immaginare da soli – il Nazismo e l’Olocausto sono portati anche sul piccolo e grande schermo fino alla nausea, con prodotti di minore o maggiore qualità.

Assolutamente non si può dire lo stesso con il fascismo italiano.

Ovviamente non nego che ci siano anche delle produzioni dedicate a quel periodo storico ancora oggi, magari in un cinema europeo meno esplorato, ma a livello di produzioni mainstream è un tema del tutto assente.

E come scelta in questo caso è stata del tutto azzeccata e interessante.

Il simbolismo della pigna

Il simbolismo della pigna è più sottile, ma diventa assolutamente chiaro alla fine della pellicola.

La pigna è un elemento di vita e di morte insieme.

È un elemento di vita quando diventa un giocattolo per Carlo, per l’albero che nasce dalla stessa, con le pigne cresciute sullo stesso che rappresentano il ciclo della vita, quindi sempre la vita e la morte insieme.

Ma è definitivamente un simbolo di morte per la sua drammatica somiglianza con la granata, con un angosciante foreshadowing già nei momenti prima della morte di Carlo…

Ma la morale del Pinocchio di del Toro non vive di opposti.

La morale amara

La morale finale del Pinocchio di del Toro è molto amara, ma al contempo confortante.

Il regista ci nega totalmente un finale da favola, senza quella tipica e indefinita felicità, ma preferendo un racconto su come la vita continui, felice anche se profondamente caduca.

E ci racconta come anche la morte, probabilmente arrivata alla fine per Pinocchio, sia l’amara ma giusta conclusione per una vita soddisfacente, proprio perché ha avuto una fine…

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The wonder – Il peso del martirio

The Wonder (2022) è un film Netflix del regista cileno Sebastián Lelio, il primo a vincere l’Oscar al miglior film straniero nel 2017 per Una donna fantastica.

Non un novellino, insomma.

Quindi ancora una volta vediamo il lato più positivo di Netflix, che investe (anche in pubblicità) su autori meno noti e che in sala purtroppo non avrebbero lo stesso riscontro che in streaming, sopratutto in questo periodo…

Di cosa parla The Wonder?

1862, Irlanda. Elizabeth è una giovane infermiera vedova che viene chiamata ad essere testimone di un miracolo…

Non vi consiglio di guardare il trailer, ma ve lo lascio comunque qui:

Vale la pena di vedere The Wonder?

Florence Pugh in una scena di The Wonder (2022) è un film Netflix per la regia di Sebastián Lelio

Sì, ma con un grosso avvertimento.

In questo caso è quanto mai dovuto un trigger alert: per quanto non ci sia niente di esplicito, si parla di violenza su bambini, in momenti che mi hanno profondamente angosciato.

Non è infatti un film leggero, anzi ha un ritmo molto lento e compassato, nonostante la durata contenuta. Se vi piacciono i film dal taglio mistery e profondamente psicologico, guardatelo.

Ma, come detto, vi sconsiglio di guardare il trailer: per come è raccontato, sembra uno di quei prodotti del sottogenere horror delle possessioni che hanno intestato (e infestano ancora) il nostro cinema.

E non potrebbe essere più lontano da quel tipo di film.

Quando Dio è vicino

Florence Pugh, Tom Burke e 
Kíla Lord Cassidy in una scena di The Wonder (2022) è un film Netflix per la regia di Sebastián Lelio

Per quanto la rappresentazione della religiosità del film sembri molto lontana da noi, era una mentalità del tutto normale fino a non molto tempo fa. Anche nel nostro paese.

Una religiosità popolare, per cui Dio è vicino ed è ovunque e per cui, come si dice nello stesso film, chiunque può essere scelto come santo e martire. E non a caso, i protagonisti della prima tradizione martiriale erano molto spesso personaggi di umilissime origini, che però avevano mostrato una fede particolarmente sentita.

Ed è proprio questo il punto del film.

Il valore della penitenza

Niamh Algar in una scena di The Wonder (2022) è un film Netflix per la regia di Sebastián Lelio

In quel contesto la fede era particolarmente sentita in realtà molto povere e umili. Con un aldilà visto anche come un premio, un traguardo da raggiungere dopo una vita di stenti.

Ma era anche una religiosità molto materiale: fare tanto con il poco che si poteva, solitamente penitenza quindi fisiche, legate al cibo o al sesso. In particolare una penitenza per sciogliere o alleviare i dolori dei purganti o, in questo caso, liberare un dannato dalle fiamme dell’Inferno.

E così la piccola Anna si prende sulle sue fragili spalle l’assoluzione del fratello davanti al terrificante incubo dell’aldilà infernale. E per una colpa che è stata fatta contro lei stessa…

Raccontare la morte

Per quanto si veda, tutto sommato, di come questo film sia stato fatto con un budget abbastanza contenuto, la messinscena è davvero affascinante.

Una fotografia molto spenta, quasi gotica, che racconta un paesaggio brullo e desolante, dove solamente la luce di un miracolo può portare sollievo. Persino quando quel miracolo diventa morte e malattia, nel racconto così sentito e vicino di una bambina priva di forze per mancanza di cibo. La stessa bambina che all’inizio, anche per l’essere venerata come una santa, sembrava florida e in salute…

Un aggancio emotivo semplice, ma che ho fortemente sentito.

L’importanza del martirio

Kíla Lord Cassidy in una scena di The Wonder (2022) è un film Netflix per la regia di Sebastián Lelio

I martiri sono dei simboli.

Per una persona di fede sono di fatto dei modelli da cercare il più possibile di seguire, che sopportano le peggiori torture e disgrazie grazie alla forza della loro fede, venendo anche ovviamente premiati.

In questo caso non si tratta strettamente di un martirio, ma di un miracolo, che si trasforma inevitabilmente in un martirio. Ed è davvero agghiacciante come la comunità intorno ad Anna la porti a fare un sacrificio, che in un certo senso è a beneficio di tutti.

Perché in qualche modo, come lei può raggiungere la beatitudine, gli altri possono vivere della sua luce e avere Dio ancora più vicino…

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Blonde – Un’icona fragile

Blonde (2022) di Andrew Dominik è un film Netflix incentrato sulla figura di Marilyn Monroe, tratto dall’omonimo romanzo del 1999. Romanzo che, specifichiamo, non è una biografia dell’attrice, ma un racconto romanzato della sua vita.

Personalmente (e non penso di essere l’unica), mi aspettavo un biopic in senso classico, che banalmente ripercorresse, pur in una veste più intima e drammatica, la tragica vita dell’attrice icona degli Anni Cinquanta.

Niente di più sbagliato.

Di cosa parla Blonde?

Blonde ripercorre gli anni della vita di Marilyn Monroe, al secolo Norma Bates, partendo dall’infanzia e percorrendo tutti i momenti più salienti della sua carriera attoriale e della sua vita personale.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Perchè Blonde è un prodotto diverso dal solito

Ana De Armas in una scena di Blonde (2022) di Andrew Dominik, film Netflix

Come anticipato, mi aspettavo un biopic nel senso più classico: il materiale al riguardo non mancava. Invece, mi ha sorpreso. Nonostante parta effettivamente come il più classico prodotto di questo genere, nel giro di poco dimostra la sua natura.

Indubbiamente racconta la vita di Marilyn, ma è il come la racconta: una regia incredibilmente sperimentale, drammaticamente onirica, che non manca di sbavature, ma che al contempo riesce ad ipnotizzarti con proposte visive sempre nuove e sorprendenti.

Tuttavia, non è un film semplice, anzi: oltre alla durata davvero importante (due ore e quarantasette), è comunque un film straziante, che ti immerge nella vita di questa icona del cinema, ma prima di tutto di questa donna dalla vita davvero tragica.

Da vedere, ma prendendosi il proprio tempo.

Un pezzo di carne

Ana De Armas in una scena di Blonde (2022) di Andrew Dominik, film Netflix

Il film è molto incentrato sul corpo di Marylin, tanto da arrivare a spogliarlo continuamente (e anche troppo per i miei gusti), e di come fosse sessualizzato e posseduto continuamente. Al cinema, l’attrice era l’oggetto del desiderio, la donna ammiccante e impossibile, considerata per la maggior parte della sua vita più per il suo corpo che per il suo talento.

Così al primo provino viene stuprata, al secondo non viene considerata la sua performance, ma solamente il suo bel fondoschiena.

E così anche nella sua vita privata, in particolare con il primo matrimonio con Joe di Maggio: uomo che, nascondendosi dietro alla scusa di non voler che la moglie si butti via, fa di tutto per avere il controllo sul suo corpo, che può essere solo suo.

Vivere all’ombra di Marilyn

Ana De Armas in una scena di Blonde (2022) di Andrew Dominik, film Netflix

I invented you

Io ti ho creata

Tanto più evidente e drammatico è come la fama le stesse stretta: il vero desiderio di Marylin non era diventare famosa, ma di riuscire a costruire una famiglia felice come quella che non aveva mai avuto.

E invece il suo maggiore successo fu proprio il suo essere iconica, ma portando in scena un personaggio che era stato costruito, che si vede la grande differenza fra lei e Norma. La protagonista è infatti una ragazza ingenua e molto fragile, con desideri semplici che le vengono sempre portati via.

Molto diversa invece dall’icona sexy che venne messa in scena, l’oggetto di desiderio di ogni uomo.

I padri

Ana de Armas e Adrien Brody in una scena di Blonde (2022) di Andrew Dominik

Il rapporto con gli uomini non fu mai felice.

Secondo la visione del film, Norma visse la sua vita nell’inseguire l’immagine del padre mai incontrato, e che di fatto non si mise mai in contatto con lei. E non è un caso che Norma si mise sempre insieme a uomini con almeno vent’anni più di lei.

E il rapporto era proprio quello fra un padre e una figlia, più che quello fra due innamorati. Tanto più sconvolgente quando il Kennedy la forza ad una prestazione orale e gli dice proprio di non essere timida, proprio come se fosse una bambina.

L’eccesso

Ana de Armas in una scena di Blonde (2022) di Andrew Dominik

Come anticipato la regia è molto sperimentale. Ed è una cosa positiva e negativa allo stesso tempo.

Positiva perchè comunque riesce a rendere più interessante e innovativo un biopic, con idee sempre diverse per ogni scena e che riescono a rendere maggiormente viva e interessante la scena, sopratutto tramite le scene dal taglio onirico. In particolare molto interessante la messa in scena delle sequenze di sesso (o stupro), che riescono a dire tutto senza mai sfociare nella volgarità.

Negativa perchè certe volte questo sperimentalismo sfocia nell’eccesso e quasi nel cattivo gusto. A posteriori ho poco apprezzato questo uso poco chiaro del cambio fra immagini a colori e in bianco e nero, così come il cambio di formato video. Allo stesso modo piuttosto grottesco (e nel senso più negativo possibile) il dialogo che Norma ha con il bambino nascente.

È l’anno di Ana de Armas per Blonde?

Ana de Armas in Blonde è stata incredibile.

Sono rimasta semplicemente stregata dalla sua interpretazione, nel modo in cui è riuscita ad entrare nel personaggio, con moltissime scene anche molto dolorose e tragiche. E per quanto mi riguarda per me sarebbe un crimine non candidarla, se non addirittura farle vincere una statuetta ai prossimi Oscar.

Molto probabilmente questo film sarà uno dei prodotti che Netflix porterà ai prossimi Academy Awards (nonostante l’uscita abbastanza anticipata rispetto alla premiazione), insieme a Bardo (2022) di Alejandro Iñárritu, in uscita a Dicembre.

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Do Revenge – L’adolescenza a mille

Do Revenge (2022) è un teen movie recentemente uscito su Netflix, per la regia di Jennifer Kaytin Robinson, che ricordiamo con piacere (?) per essere stata alla sceneggiatura del recente Thor: Love & Thunder (2022). Un film che mi era stato consigliato e che avevo guardato in prima battuta con grande superficialità.

Tuttavia, andando avanti, mi sono resa conto di quanti spunti di riflessione offrisse.

Così l’ho visto una seconda volta.

Di cosa parla Do Revenge?

Drea è una ragazza al penultimo anno di una high school privata e prestigiosa, in cui è entrata grazie ad una borsa di studio. Nonostante faccia parte del gruppo dei ragazzi più popolari (e ricchi) della scuola, la sua vita viene rovinata dalla diffusione di un suo video intimo, probabilmente per mano del suo ex-ragazzo.

Per questo, con la complicità della nuova arrivata, Eleanor, decide di vendicarsi.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Do Revenge?

Camilla Mendes e Alisha Boe in una scena di Do Revenge (2022) di Jennifer Kaytin Robinson, nuovo film Netflix

Non fatevi (del tutto) frenare dal fatto che si tratti di un teen movie e dal fatto che appaia potenzialmente molto trash: è indubbio che faccia parte di quel genere, ma non raggiunge mai picchi di narrazione scadente ed esagerata. Personalmente io sono un’amante del genere, ma mi rendo anche conto che, essendo uscita ormai da un pezzo da quella fase della mia vita, questi film spesso non parlino più la mia lingua.

Tuttavia, questo succede quando un teen movie non ha altro da aggiungere alla trama se non una semplice crescita dei protagonisti, tipicamente con focus sulle dinamiche amorose. In una scala di gravità, mettiamo al punto più alto prodotti come Tutte le volte che ho scritto ti amo (2018), nel mezzo film anche piacevoli come Love, Simon (2018), nel punto più lontano capolavori di genere come Mean Girls (2004).

Poi c’è Do Revenge.

Quando i teen movie sono godibili anche se non sei teen

L’ostacolo che pongono i teen movie solitamente è che non sono pensati solamente per un pubblico di adolescenti, con un linguaggio cinematografico e generazionale che può essere facilmente incomprensibile nel caso in cui si faccia parte di quella generazione.

Quindi sono anche prodotti con una data di scadenza: senza niente togliere a chi sia piaciuto, il già citato Tutte le volte che ho scritto ti amo probabilmente non sarà considerato dalla prossima generazione ed è talmente un prodotto usa-e-getta ancorato al suo genere di appartenenza è difficile che sia apprezzato al di fuori del target di riferimento.

Al contrario abbiamo prodotti come Mean Girl per gli Anni Duemila e Clueless (1995) per gli Anni Novanta che sono dei cult intramontabili, assolutamente apprezzabili anche oggi.

Perchè sono prodotti non del tutto legati al loro genere, che riescono a raccontare dinamiche intergenerazionali, e a mischiarsi con altri generi cinematografici. Come Mean Girl aveva un taglio surreale e quasi grottesco, Clueless è una brillante riproposizione del romanzo Emma di Jane Austen.

Do Revenge, senza poter raggiungere quelle vette, riesce comunque a raccontare tematiche profonde e anche impegnative, come la difficoltà del coming out, il classismo, il sessismo sotterraneo, e via dicendo. Questo, riuscendo anche a incontrarsi quasi con il genere thriller.

Un film che non manca di ingenuità, ma che vale la pena di recuperare.

Anche se non vi piacciono i teen movie.

Un uomo, un harem

Austin Abrams in una scena di Do Revenge (2022) di Jennifer Kaytin Robinson, nuovo film Netflix

La parte forse più interessante della pellicola è il villain maschile, ovvero Max.

Max è una sorta di Regina George, che però ha il grande merito di raccontare il nuovo gusto estetico di questa generazione. Si può notare infatti come abbia un abbigliamento vagamente queer: gli orecchini, lo smalto alle unghie, le camicie ampie che lasciano scoperto il petto glabro.

Un tipo di estetica che è nata recentemente intorno a personaggi come Harry Styles e Timothée Chalamet, che raccontano un maschile che riesce finalmente a liberarsi di opprimenti stereotipi sociali. E che si sente di sperimentare con abbigliamenti stereotipicamente attribuiti all’altro sesso.

Senza che per questo sia additato come meno maschile, appunto.

Il sessimo in Do Revenge

Austin Abrams in una scena di Do Revenge (2022) di Jennifer Kaytin Robinson, nuovo film Netflix

Oltre a questo, Max è un villain davvero interessante perchè racconta una dinamica drammaticamente reale, ovvero quella di un’uomo che, avendone le possibilità, si attornia di donne che utilizza come oggetti, unicamente per accrescere il suo ego.

E la rivelazione finale è significativa in questo senso: Max ha rovinato con odio e cattiveria la vita di Drea semplicemente perchè lei non era stata evidentemente grata nei suoi confronti per averla resa importante.

Si vede che c’è anche una dinamica simile per esempio con Tara, l’ex migliore amica della protagonista, il cui padre è aiutato da Max nella sua carriera al senato. E la stessa, nonostante si senta in colpa per aver escluso Drea, supporta continuamente Max, anche quando si dimostra un evidente traditore.

La difficoltà di raccontare personaggi queer

Maya Hawke in una scena di Do Revenge (2022) di Jennifer Kaytin Robinson, nuovo film Netflix

Il personaggio di Nora è interessante quanto problematico.

Da una parte è lodevole veder raccontare, in un prodotto comunque pensato per un target molto giovane, la difficoltà del coming out per un adolescente queer e l’omofobia sotterranea che deve sopportare. La storia di Nora è particolarmente drammatica: era riuscita a dichiararsi alla sua ragazza dei sogni, di cui era evidentemente innamorata, ed è stata non solo respinta, ma sotterrata da un pesantissimo pettegolezzo.

Questo aveva fra l’altro fatto ritornare la sua fidanzata, Carissa, nello stanzino, ovvero rendendola incapace di vivere serenamente la sua sessualità. E così Nora si incattivita, si è chiusa in se stessa, sentendosi (ed essendo effettivamente percepita) come un’intoccabile, arrivando pure a sottoporsi alla chirurgia estetica in giovanissima età.

Ed è ancora più insicura per l’omofobia sotterranea che serpeggia nel suo ambiente sociale, già solamente per come Drea definisce Carissa, abbastanza con disprezzo ed etichettandola come

That crunchy granola lesbian

Quella lesbica hippie

Gli stereotipi di Do Revenge

Maya Hawke in una scena di Do Revenge (2022) di Jennifer Kaytin Robinson, nuovo film Netflix

Il problema tuttavia rimane per come Nora e gli altri personaggi femminili queer vengono rappresentati, ovvero come diversi dagli altri, o trasandati (come Nora prima del makeover) oppure associati ad una estetica da tomboy. Una rappresentazione che ho idea che non sia stata fatta con malizia, ma con sincera ingenuità, ma che è comunque un grave errore all’interno di un prodotto con questi propositi.

Il problema del classismo

Camilla Mendes e Alisha Boe in una scena di Do Revenge (2022) di Jennifer Kaytin Robinson, nuovo film Netflix

Un altro macrotema della pellicola è il classismo che strozza la società americana.

Nella società statunitense è veramente difficile emergere se non si hanno i soldi per farlo, anzi è un paese con una mobilità sociale piuttosto bassa. Per questo Drea si prende sulle spalle l’impegno di sopravvivere l’ultimo anno in un contesto che è diventato per lei l’inferno, perchè è l’unico modo in cui può entrare in una università importante e così costruirsi una vita migliore.

Perchè lei, provenendo da una famiglia non abbiente, non riesce ad entrare così facilmente come le sue amiche che, grazie ai soldi e alla loro posizione sociale, corrono in una corsia prioritaria.

Svelare l’ipocrisia

Austin Abrams in una scena di Do Revenge (2022) di Jennifer Kaytin Robinson, nuovo film Netflix

Ad oggi le maggiori aziende non cercano più di convincerti sulla qualità del prodotto, ma sui valori dell’azienda stessa. Così funziona per certi versi anche col personal brand, elemento centrale del personaggio di Max.

Un ragazzo che è in realtà incredibilmente egocentrico, sessista e che usa ed oggettifica le donne, ma che vuole vendersi come invece progressista. Così per l’improbabile club dei CIS Hetero Man Championship Female Idenfying Student League (non significa fondamentalmente nulla), con l’idea di portare un San Valentino più inclusivo e scardinare l’idea delle relazioni monogame.

Concetti che sono di per sè anche giusti, ma che vengono dalla bocca di una persona che è appunto a parole in un modo, ma che nella realtà (come si vede alla fine) non ha alcun rispetto per le donne nè crede in nessuno di questi concetti che propone.

L’elemento thriller

Maya Hawke in una scena di Do Revenge (2022) di Jennifer Kaytin Robinson, nuovo film Netflix

Un elemento davvero gustoso della pellicola è il taglio thriller sul finale.

La rivelazione di per sè non annulla la costruzione del personaggio di Nora, che comunque rimane una ragazza con tante difficoltà nel trovarsi le giuste amicizie e a relazionarsi con gli altri. Cosa che fra l’altro la rende così violenta e macchinatrice, come si era mostrata fin dall’inizio.

Ed è esilarante la scena in cui aspetta Drea a casa come se fosse proprio un serial killer che aspetta la sua vittima, scena fra l’altro che è stata retta benissimo sulle spalle di Maya Hawke: in mano ad un’altra interprete meno capace, la stessa sequenza sarebbe risultata inevitabilmente ridicola.

Tuttavia, andando a portare questo elemento così forte come plot-twist, si rende leggermente meno credibile la riconciliazione finale fra le protagoniste, che sono di fatto ridimensionate nella loro cattiveria perchè riescono a confrontarsi e perchè si mettono contro con un personaggio indubbiamente negativo e per nulla pentito delle sue azioni.

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The Gray Man – Niente di più, niente di meno

The Gray Man (2022) è un action movie uscito recentemente su Netflix. La pellicola si porta dietro un team che prometteva meraviglie: non solo i Fratelli Russo, registi di Captain America – The Winter Soldier (2014), Avangers Infinity War (2018) e Avengers Endgame (2019), ma anche gli sceneggiatori che si occuparono di tutti i loro prodotti per l’MCU.

Purtroppo The Gray Man conferma come ottimi registi e sceneggiatori, tolti dal contesto giusto, possano dimostrarsi meno capaci di quanto ci si potrebbe aspettare. Questa pellicola si inserisce infatti nella scia di prodotti di poco o nessun successo cui i Fratelli Russo hanno partecipato al di fuori dell’MCU, come Cherry (2021) e City of Crime (2019), in quest’ultimo caso come produttori.

Di cosa parla The Gray Man?

Court Gentry è un galeotto con ancora almeno dieci anni di reclusione davanti, che viene inaspettatamente reclutato dalla CIA per far parte di un progetto ombra, chiamato il progetto Sierra. Tuttavia, a dieci anni di distanza, Court comincia a scoprire inquietanti retroscena…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di guardare The Gray Man?

Ryan Gosling in una scena di The Gray Man (2022) dei Fratelli Russo

In generale no, ma ci sono buoni motivi per cui questo film potrebbe quantomeno intrattenervi. Bisogna ammettere che ancora una volta i Fratelli Russo si dimostrano ben più di mestieranti, cercando di portare una regia interessante e dinamica.

Il principale problema è infatti rappresentato dalla sceneggiatura, di una povertà creativa devastante, che snocciola mano a mano tutti gli stereotipi del genere. E in generale, c’è anche poco tempo per la storia, visto che due terzi del film sono scene di azione neanche troppo originali. Insomma, non stiamo parlando di John Wick.

Per questo è un film che, se non siete patiti degli action movie, soprattutto di quelli più banali, non vi consiglio di guardare. Io, personalmente, me ne sono ampiamente pentita.

Non saper essere originali (ma proprio in niente)

Ryan Gosling in una scena di The Gray Man (2022) dei Fratelli Russo

Un grande problema, se così vogliamo dire, di The Gray Man è la sua totale mancanza di originalità. Il film è incredibilmente piatto, non porta nessuna idea interessante sul tavolo, ma è proprio il classico prodotto in serie basato sulle solite dinamiche che funzionano per il cinema commerciale.

E potrebbe essere la pellicola giusta all’interno della strategia di Netflix di rilasciare una marea di film ogni anno: prodotti usa e getta di cui si parla per un paio di giorni, per poi finire totalmente nel dimenticatoio. Tenendo però sempre alta l’attenzione sulla piattaforma.

Chris Evans: crederci

Chris Evans in una scena di The Gray Man (2022) dei Fratelli Russo

Personalmente sto assolutamente adorando la rinascita attoriale di Chris Evans, che sta cercando in tutti i modi di allontanarsi dalla figura di Captain America. E così, come in Knives Out (2019), anche in questa pellicola interpreta un personaggio anomalo e negativo.

Per questo ho ampiamente apprezzato l’ironia e l’impegno che Chris Evans ci ha messo in questa parte, pur probabilmente consapevole anche lui di star lavorando in un film di livello molto mediocre. E non è un caso che, per quanto mi riguarda, il suo personaggio è l’unico veramente interessante e convincente dell’intera pellicola.

Che bella cagnara

Ryan Gosling in una scena di The Gray Man (2022) dei Fratelli Russo

Come Chris Evans è stato convincente, il resto del cast è un generale pianto. Lo spreco maggiore è stato indubbiamente Ryan Gosling, attore con un’espressività molto particolare e che deve essere maneggiato con cura, posto nei giusti ruoli e con la giusta direzione creativa, come è stato per The First Man (2018).

In questo caso invece si vede quanto Gosling fosse poco convinto del prodotto e quanto poco questo ruolo fosse adatto a lui. Ed è atroce quando cercano di affidargli delle battute comiche, che cadono totalmente piatte per incapacità o cattiva direzione. La chimica fra lui e Evans, poi, è assolutamente inesistente.

E non è neanche la parte peggiore.

Ma che bei personaggi femminili all’avanguardia!

Ana De Armas in una scena di The Gray Man (2022) dei Fratelli Russo

Al di là in generale dei dimenticabilissimi personaggi secondari, è stato al limite dell’imbarazzo vedere personaggi femminili inseriti così forzatamente per fingersi inclusivi, quando la storia è così evidentemente maschile (e non dovrebbe neanche essere un problema di per sé).

Poche volte ho visto personaggi femminili così insipidi, piatti e poco interessanti, che hanno un ruolo del tutto accessorio alla trama. Non si voleva appiattirli nel ruolo di femme fatale o di interesse amoroso dei protagonisti maschili. E quindi si è giustamente deciso di renderle totalmente futili alla narrazione.

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L’incredibile storia dell’Isola delle Rose – La grande rivincita

L’incredibile storia dell’Isola delle Rose (2020) è un film diretto da Sydney Sibilia, conosciuto principalmente per la trilogia di Smetto quando voglio.

Uno dei pochi ottimi registi italiani che cerca di distaccarsi dai soliti e ridondanti generi del panorama cinematografico nostrano.

Il film uscì alla fine del 2020 direttamente su Netflix.

Di cosa parla L’incredibile storia dell’Isola delle Rose

Bologna, 1968. Giorgio Rosa è un giovane ingegnere appena diplomato, con grandi sogni (non sempre vincenti) di creare qualcosa di suo, per smarcarsi dalla pesante eredità della generazione precedente.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale pena di vedere L’incredibile storia dell’Isola delle Rose?

Assolutamente sì.

L’incredibile storia dell’Isola delle Rose è una deliziosa commedia, con un cast internazionale di primissimo livello, che mi sentirei di consigliare praticamente a tutti.

In particolare, di grande valore l’interpretazione di Elio Germano, che ancora una volta si conferma un attore non solo di grande talento, ma dalle capacità davvero multiformi, capace di immedesimarsi in ogni tipo di personaggio.

Insomma, assolutamente imperdibile.

Una storia ancora attuale

Matilda De Angelis e Elio Germano in una scena del film L'incredibile storia dell'Isola delle Rose (2020) Film Netflix di Sidney Sibilla

L’importante è salvare il mondo…o almeno provarci.

Sydney Sibilia sceglie nuovamente di puntare sul racconto di una generazione perduta, una generazione che deve ancora vivere all’ombra della precedente, che cerca di incasellarla precisi schemi sociali.

Nel 1968 come oggi.

Infatti, il film parla soprattutto alla generazione dei millennial, che ancora oggi si affaccia al mondo del lavoro e sente il peso dei propri genitori, nati e cresciuti in un mondo diverso, quando era più scontato seguire un preciso percorso di vita.

E invece per la nuova e la nuovissima generazione non basta più. Dobbiamo reinventarci: Giorgio Rosa quarant’anni fa con la sua isola, tanti giovani e giovanissimi oggi che creano il loro brand da zero.

Così Sydney Sibilla è un regista che ha cominciato con gli spot pubblicitari e in appena tre anni è riuscito ad imporsi con un film nuovo e fresco come Smetto quando voglio (2014), smarcandosi dai soliti canoni del cinema italiano.

Lui, insieme a Matteo Rovere (regista de Il primo re e anche produttore del film di Sibilia), sono le poche giovani voci che si sono ribellate ad un cinema mainstream ridondante e saturo, portando finalmente qualcosa di nuovo e di più ampio respiro.

Scegli una storia, scrivila bene

Matilda De Angelis e Elio Germano in una scena del film L'incredibile storia dell'Isola delle Rose (2020) Film Netflix di Sidney Sibilla

Al tempo sentii alcune critiche per il fatto che il film avesse poca attinenza con le vicende storiche raccontate.

In generale, bisogna avere coscienza del prodotto: la pellicola non ha l’intenzione di essere fedele alla storia originale, ma di prenderla come spunto per il già accennato racconto tanto caro al regista.

Facendolo molto bene, fra l’altro.

Infatti, il tema di fondo non è esplicito, ma ben raccontato nei vari momenti chiave.

Inizialmente Giorgio viene raccomandato dal padre per un lavoro che è assolutamente evidente che sia svilente per le sue capacità e la sua inventiva. Così anche Gabriella sembra inizialmente contraria a volersi sistemare con Carlo, che la rincorre per un matrimonio, ma per lungo tempo durante il film accetta di sottostare a quello che la società si aspetta da lei.

Ma infine anche lei decide di abbandonare questa idea e abbracciare invece la ribellione di Giorgio.

Parallelamente il mondo adulto è raccontato con una sferzante ironia: i politici, che si sentono tanto potenti e importanti per aver fondato l’Italia del dopoguerra, si dimostrano in realtà interessati principalmente al proprio tornaconto, corrotti con il Vaticano e che si accaniscono sul progetto di Giorgio semplicemente per dimostrare il proprio potere.

Ma non vincono veramente: hanno ucciso un progetto, ma non possono distruggere un ideale.

Il multiforme Elio Germano

Elio Germano in una scena del film L'incredibile storia dell'Isola delle Rose (2020) Film Netflix di Sidney Sibilla

Elio Germano è la punta di diamante di questo film.

Un attore estremamente eclettico, che riesce a portare in scena personaggi sempre diversissimi fra loro: dal rozzo romano in Favolacce (2020) al suo Leopardi in Il giovane favoloso (2014), fino al giovane sognatore in questa pellicola.

Il suo personaggio non è del tutto positivo: lo seguiamo con entusiasmo nel suo assurdo progetto, perché ne apprezziamo il coraggio e la follia. Tuttavia, Giorgio è molto fallibile e poco coi piedi per terra: si fa multare due volte, non è capace di relazionarsi con il mondo e si ribella incondizionatamente al potere costituito.

E viene più volte minacciato e disprezzato dagli adulti, prima dal padre, riuscendo infine ad ottenere la sua approvazione, poi sfidato direttamente dal Governo Italiano. Ma non si perde mai d’animo, fino all’ultimo.

Un cast internazionale

Fabrizio Bentivoglio e Luca Zingaretti in una scena del film L'incredibile storia dell'Isola delle Rose (2020) Film Netflix di Sidney Sibilla

Come anticipato, L’incredibile storia dell’Isola delle Rose può godere di un ottimo cast internazionale.

Anzitutto la coppia di ministri del Governo allora in carica, interpretati da due dei migliori attori italiani al momento: Fabrizio Bentivoglio è il Ministro Franco Restivo, che decide in ultimo di attaccare l’Isola delle Rose.

E l’irriconoscibile Luca Zingaretti, l’iconico Commissario Montalbano, è il Presidente del Consiglio Leone. Una coppia irresistibile, comica ai limiti del grottesco, con una recitazione sempre splendida e credibilissima.

Due altri ottimi attori internazionali: François Cluzet, attore francese noto soprattutto per Quasi amici (2011) è il Presidente del Consiglio d’Europa Jean Baptiste Toma, che tifa per Giorgio Rosa fino alla fine.

Così l’attore tedesco Tom Wlaschiha, che ha recitato in Game of Thrones nei panni di Jaqen H’ghar, membro degli Uomini senza volto che addestra Arya nella settima stagione, ma anche Enzo nella quarta stagione di Stranger Things.

Attore quindi capace di recitare in inglese, tedesco, italiano e russo: niente di meno.

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Don’t Look Up o il film che ci guarda dentro

Candidature Oscar 2022 per Don’t look up (2021)

(in nero le vittorie)

Miglior film
Migliore sceneggiatura originale
Migliore colonna sonora
Miglior montaggio

Don’t look up (2021) è quel film per cui non potrò mai essere veramente oggettiva. L’ho semplicemente adorato. Avevo cominciato a vederlo alla vigilia di Natale, appena era uscito su Netflix, e ho dovuto purtroppo interrompermi dopo la metà del film. Ma ero così contenta di questa pellicola che il giorno dopo invece che andare avanti, l’ho ricominciato da capo. Mi sembrava così sbagliato vederlo in due parti.

Mi immagino Adam McKay sedersi davanti ad un foglio bianco e dire ‘Bene, vediamo come far incazzare gli statunitensi‘. Don’t look up è un film che vive per essere divisivo: come The Suicide Squad (2021) colpisce dove fa male, parlando di tutti, ma soprattutto degli statunitensi. McKay se la prende la politica, i media, i social network, denunciando la falsità e la cultura dell’immagine che domina la nostra società occidentale. Un film così profondamente verosimile e attuale da sembrare quasi banale (critica che ho sentito molto spesso, fra l’altro).

Di cosa parla Don’t Look up

In futuro non troppo lontano, la dottoranda Kate, interpretata da una splendida Jennifer Lawrance finalmente tornata sulle scene, scopre che un meteorite colpirà la terra da qui a poco tempo, portando alla distruzione totale del nostro pianeta. Lei e il Dr. Randall, interpretato da Leonardo Di Caprio, cercheranno di far comprendere l’importanza del pericolo imminente. Il resto, anche solo ripensando a questi ultimi due anni, lo potete immaginare.

Ma vi lascio il trailer.

Perché Don’t look up è un film drammaticamente attuale

Partiamo dal presupposto che Adam McKay non ha pensato questo film facendo riferimento all’attuale pandemia. La pellicola è infatti stata concepita nel 2019 e il tema reale è un altro problema altrettanto importante e contemporaneo, ovvero la crisi climatica. Ma la sua genialità sta proprio nel fatto che la storia raccontata potrebbe applicarsi a molte e diverse situazioni attuali o future: un doloroso ma dovuto specchio della nostra società contemporanea.

Come detto, Adam McKay non risparmia nessuno: si accanisce particolarmente sulla politica americana, falsa e calcolatrice, ma porta sulla scena dinamiche che potrebbero essere applicate senza tante differenze anche alla politica nostrana. Se la prende con i media, tradizionali e non, sottolineando come molto spesso ci lasciamo più facilmente coinvolgere dalle questioni di importanza discutibile invece che quelle che riguardano la nostra stessa sopravvivenza.

Una satira rivolta a tutti noi, interessati più al calcolo personale che al bene collettivo.

Perché Don’t look up parla di noi

Jennifer Lawrence e Timothée Chalamet in una scena del film Don't Look up (2021) up di Adam Mckay

Come detto, il regista si accanisce particolarmente contro la realtà statunitense, ma sottolinea con grande maestria l’universalità del suo messaggio. In molti momenti clou della vicenda, il suo occhio si allarga, includendo brevi istanti di realtà realistica, di persone reali in situazioni reali in cui possiamo riconoscerci. In qualche modo, mette in scena proprio lo spettatore stesso.

Non manca anche uno sguardo al mondo animale, con brevi frame che ci raccontano una natura tranquilla e ignara, che nonostante i problemi umani continua a prosperare. Purtroppo in questo caso MacKay non sfrutta fino in fondo le possibili analogie fra il mondo animale e il mondo umano, come aveva fatto in Vice (2018), ma sceglie un montaggio diverso. So che questa scelta registica è stata molto criticata perché in certi punti sembra troncare alcune scene, ma io personalmente l’ho trovata un interessante esperimento, che allarga lo sguardo ma al contempo dà un ritmo frenetico e incalzante a certe sequenze.

Una regia sperimentale

Leonardo DiCaprio e Jennifer Lawrence in una scena del film  Don't Look up (2021) up di Adam Mckay

In generale, tecnicamente è un film per me ineccepibile: oltre al montaggio indovinato, la regia è davvero sorprendente. È una regia fatta di particolari, che accompagna l’occhio dello spettatore nei dettagli della scena che svelano determinati sottostesti. Soprattutto nella prima scena della Stanza Ovale, c’è un insistere su un gesto di Jason, il figlio della Presidentessa, che continua a passarsi le dita sul naso, indicando evidentemente che ha appena fatto uso di sostanze. Ma è solo uno dei vari dettagli che si possono trovare in quella scena, soprattutto con una seconda visione.

Sulle interpretazioni degli attori, non penso che ci sia molto da dire che non possiate già immaginare: tutte le prove attoriali sono brillanti ed esplosive. Particolare nota di merito a Meryl Streep che ancora riesce a sorprenderci con la sua capacità di portare sulla scena personaggi nuovi e mai banali. Vi basti solo sapere che la telefonata che fa nella Stanza Ovale è stata girata diverse volte e ogni volta la Streep improvvisava una telefonata diversa, inventata sul momento.

Vi lascio qui il video.

Perché guardare Don’t look up e perché no

Meryl Streep in una scena del film   Don't Look up (2021) up di Adam Mckay

Parto col dire che per apprezzare Don’t look up non bisogna per forza essere dei grandi fan di MacKay. Io, ad esempio, non ho apprezzato fino in fondo La grande scommessa (2015): per quanto McKay provasse a rendermi semplice la questione della crisi finanziaria, io sono riuscita solo a perdermi e ad annoiarmi. Mi spiace perché era un film con grandi potenzialità. Vice (2018) l’avevo generalmente apprezzato, nonostante certe scelte registiche e di messa in scena non mi avessero convinto fino in fondo (come la famosa scena di dialogo nella stanza da letto). In questo caso per me McKay ha fatto centro.

Se siete statunitensi o amanti ciechi degli Stati Uniti, probabilmente vi farà arrabbiare. Se non volete fare un’autocritica e non vi interessa un film che parla della realtà contemporanea, vi annoierete, lo troverete addirittura banale. Vi deve piacere di fatto un tipo di satira abbastanza pesantuccia, che si avvicina, per quanto mi riguarda, a South Park per molte cose. Ecco, se vi piace South Park probabilmente vi piacerà Don’t look up.

Se volete un film più leggero e adatto a tutti, ne ho uno per voi.

Previsioni Oscar 2022

Leonardo DiCaprio e Jennifer Lawrence in una scena del film Don't Look up (2021) up di Adam Mckay

Per quanto mi riguarda, io credo che Don’t look up non vincerà, per gli stessi motivi per cui non ha vinto Vice nel 2018: è un film troppo politico e critico, che probabilmente farà solo arrabbiare l’Academy. Felicissima di essere smentita.

Sono abbastanza sicura che per i motivi sopra appunto non vincerà Miglior film né Migliore sceneggiatura, ma mi sembrerebbe solo giusto assegnargli Il Miglior Montaggio. Questo film è una delle due carte vincenti che Netflix sta portando agli Oscar, ma è più probabile che vinca (e giustamente) parecchi premi con Il potere del cane (2021).

Staremo a vedere.