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Civil War – Il limite dell’indifferenza

Civil War (2024) è forse l’ultimo (?) film di Alex Garland, che porta in scena la sua nuova zampata nei confronti degli Stati Uniti e delle sue contraddizioni.

A fronte di un budget di 50 milioni – il più alto mai investito dalla A24 – ha aperto molto nel primo weekend, con 49 milioni di dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla Civil War?

In futuro prossimo e molto possibile, un gruppo di giornalisti attraversa gli Stati Uniti devastati dalla guerra civile per raggiungere Washington prima che il Presidente venga assassinato…

Vi lascio il trailer, ma vi sconsiglio di guardarlo perché fa sembrare il film come quello che non è…

Vale la pena di vedere Civil War?

Assolutamente sì.

Civil War rappresenta una sorta di controparte contemporanea di La zona d’interesse (2023): Garland ci racconta un futuro purtroppo molto meno lontano di quello che si potrebbe pensare, prendendo come spunto l’Assalto al Campidoglio del 2021.

Ne deriva un ritratto degli Stati Uniti veramente anomalo per il cinema americano, in cui paradossalmente si concretizza il più grande sogno che ogni bravo statunitense porta nel cuore: ribellarsi al potere costituito grazie alle armi che lo stesso gli ha permesso di imbracciare.

Insomma, da riscoprire.

Ruolo

La colonna portante di Civil War è fin da subito drammaticamente rivelata.

Dopo aver liquidato distrattamente le parole dell’ormai inutile Presidente, in un attimo la protagonista, Lee, volge la sua attenzione al vero focus del suo lavoro: catturare momenti di reale e vendibile violenza per nutrire il suo pubblico.

Infatti dal suo lato della barricata si sviluppa il primo polo estremo degli Stati Uniti: un’attenzione maniacale, continua e sempre affamata di nuova, succosa e sanguinosa violenza da divorare, sempre più efferata e disumana finché…

…finché non ci lascia indifferenti.

E Lee è profondamente indifferente.

Dopo aver vissuto in prima persona una galleria piuttosto nutrita di brutalità, non ha più alcuna remore a cogliere i momenti in cui le armi vengono puntate, le interiora emergono, le teste scoppiano e i denti volano, protagonisti di scatti indimenticabili…

Ma la sua strada deve essere solitaria.

Eredità

Lee non vuole che Jessie la segua.

E in nessuno modo.

La ragazzina vorrebbe ripercorrere le orme del suo idolo: riuscire ad approfittare di ogni situazione, anche – e sopratutto – la più sconvolgente ed emotivamente devastante per portare a casa quelle fotografie che nessun altro sarebbe capace di scattare.

Ma purtroppo Jessie non riesce ad essere indifferente, anzi spesso si lascia ancora profondamente sconvolgere dalle immagini degli Stati Uniti che divorano se stessi, che si sentono legittimati ad essere protagonisti di quella violenza sopita, ma sempre presente, che finalmente trova il suo sfogo.

Ma l’alternativa è essere un cane sciolto.

Fin dalla sua prima scesa in campo, Jessie è spesso tenuta al guinzaglio, ora da Joel, ora da Lee, che cercano di stringerla a sé per impedirle di farsi troppo trasportare dal momento, di avvicinarsi troppo a quella violenza di cui vuole essere solo spettatrice

…ma di cui invece diventa inevitabilmente protagonista: il primo passo falso è il passaggio da una macchina all’altra, inizialmente assolutamente innocuo, anzi molto divertito, ma, che attraverso un drammatico climax, porta la protagonista prona su una pila di cadaveri.

Ma quel devastante risveglio non è abbastanza.

E non solo per lei.

Sentimento

Gli Stati Uniti hanno scelto da che parte stare.

Da una parte si sviluppa una escalation di violenza, sia indiretta che direttissima: si passa da un pubblico affamato di conoscere i dettagli più raccapriccianti della vicenda, per arrivare ad una radicalizzazione di sentimenti già profondamente radicati e difficili da scalzare.

Infatti, oltre al semplice emergere della violenza sopita, molti statunitensi hanno finalmente l’occasione per dare sfogo ai più disparati sentimenti di odio razziale – e non solo – che ben sono rappresentati nella scena con protagonista Jesse Plemons, che elimina sistematicamente dalla sua vista chiunque non sia un vero nord americano.

Altrimenti si può essere solo – e davvero – indifferenti.

Più volte nei loro racconti sia Jessie che Lee raccontano – e si distinguono – i loro genitori, che hanno scelto un placido isolamento nelle loro fattorie, immersi nella loro indifferenza e nella loro totale ignoranza del presente.

Un sentimento che è ancora più esacerbato nella ridente cittadina in cui i protagonisti si concedono una pausa, dove i suoi abitanti hanno programmaticamente scelto di non far parte del conflitto…nondimeno ricorrendo alla violenza per chiunque voglia turbare il loro equilibrio.

Sfuggire dalla violenza, insomma, è ormai impossibile.

Dopo

Il finale si definisce negli opposti.

Nonostante la sua morale ferrea, Lee è stata troppo brutalmente messa davanti ad una violenza che non può più derubricare come estranea, e crolla momentaneamente in un doloroso attacco di panico, sentendosi intrappolata in un vortice di brutalità senza via d’uscita.

Al contrario, il dolore dell’essere messa ripetutamente in faccia alla morte, sembra accendere l’entusiasmo di Jessie, che si sente sempre più sicura, sempre più audace e sfacciata nel mettersi nel mezzo del fuoco incrociato per catturare i momenti migliori.

E Lee cerca di salvarla.

Ma non dalla morte.

La donna cerca di salvare la ragazzina dal suo diventare come lei – se non peggio: una reporter interessata solamente all’ultimo scatto sensazionalistico, del tutto indifferente, anzi fin troppo entusiasta, davanti alla possibilità di partecipare e documentare la distruzione del suo stesso paese.

E infatti nel finale assistiamo all’ultimo capitolo dell’autodistruzione degli Stati Uniti, ormai guidati da una furia cieca che li porta a lasciare da parte ogni sentimento, ogni rimorso, ogni logica per fare semplicemente fuoco sul nemico.

Ma arriverá mai il momento di mettere via le armi?

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Jojo Rabbit – Una risata vi seppellirà

Jojo Rabbit (2019) è probabilmente il film più iconico e amato della filmografia di Taika Waititi.

A fronte di un budget di appena 14 milioni di dollari, fu un ottimo successo commerciale, con 90 milioni di incasso.

Di cosa parla Jojo Rabbit?

Germania, 1945. Jojo è un ragazzino di appena 10 anni che sta per entrare nella gioventù hitleriana. E il suo amico immaginario è tutto un programma…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Jojo Rabbit?

Assolutamente sì.

Jojo Rabbit è stata una ventata di freschezza nella trattazione di un tema piuttosto impegnativo – l’olocausto – da parte di un regista di origine ebraica che ha scelto di rispondere forse nella maniera migliore possibile al mito di uno dei più crudeli dittatori della storia umana:

con una risata.

Così, pur senza mancare di pennellate piuttosto drammatiche, Jojo Rabbit è una splendida satira sociale che deride in maniera brillante una parentesi storica per certi tratti ancora piuttosto incomprensibile, svelandone la grottesca assurdità.

Coniglio

Roman Griffin Davis in una scena di Jojo Rabbit (2019) di Taika Waititi

Jojo è figlio del nazismo.

Una pagina bianca che è stata scritta fin dalla più tenera età da una spietata mitologia che raccoglieva gli umori disillusi di una Germania spezzata dal primo conflitto mondiale, e li orientava verso un nemico semplice, immediato, e facilmente demonizzabile.

Un’occasione anche per permettere di sfogare una certa violenza sopita, ma piuttosto spietata, che nel contesto nazista veniva anzi incoraggiata al fine di portare alla vittoria sia della razza ariana, sia, più in generale, di un intero paese bramoso di dominare finalmente il mondo.

Roman Griffin Davis e Taika Waititi in una scena di Jojo Rabbit (2019) di Taika Waititi

In questo contesto, Jojo è una flebile speranza.

Nonostante il bambino sia stato allevato per la guerra, si atteggia solamente a parole come un fedele soldato, dicendo anzi di adorare l’idea di uccidere, ma ritrovandosi del tutto incapace alla prova dei fatti, quando non riesce a togliere la vita neanche ad un animale – figurarsi ad un altro essere umano…

E così, volendo essere reintegrato nella sua comunità, lancia in prima linea per dimostrare il suo valore, regalandosi in realtà la più grande conquista a cui un cittadino europeo poteva ambire in quel momento storico: diventare sostanzialmente un invalido, non potendo così essere ulteriore carne da macello nel campo di battaglia.

Padre

Roman Griffin Davis e Taika Waititi in una scena di Jojo Rabbit (2019) di Taika Waititi

Hitler è una figura paterna.

Nella mente di Jojo il dittatore tedesco è comico e paradossale – anche nell’aspetto, soprattutto per quegli occhioni blu – e nello stesso Jojo ritrova quel padre ormai assente da tanti anni, ma che, a differenza del suo vero genitore, lo incoraggia amorevolmente ad unirsi al club dei nazisti.

Ma la bellezza di questo Hitler immaginario è proprio il definire l’evoluzione del protagonista e la sua graduale presa di coscienza verso la verità sul nazismo, diventando gradualmente sempre più simile alla figura storia e meno al migliore amico dei sogni.

Roman Griffin Davis e Scalett Johansson in una scena di Jojo Rabbit (2019) di Taika Waititi

A questa figura si contrappone Rosie, la madre, che per nulla si integra nel modello di donna ariana sognato del nazismo, ma anzi è una donna amorevole quanto determinata, nonché profondamente ribelle, anche se quasi arresa davanti al pensiero radicale del figlio.

Infatti il suo personaggio cerca solo timidamente di far cambiare idea a Jojo, consapevole di come questo comportamento sia solo una fase dovuta al periodo storico sbagliato in cui è nato e, al contempo, alla mancanza di una figura paterna.

Adulto

Roman Griffin Davis e Thomasin McKenzie in una scena di Jojo Rabbit (2019) di Taika Waititi

Elsa è fondamentale per la maturazione di Jojo.

La splendida sequenza introduttiva del suo personaggio in chiave horror ricalca proprio il pensiero deviato del protagonista – e di molti altri tedeschi – nei confronti di questi esseri mostruosi e sempre più incomprensibili, di cui Jojo sulle prime ha genuinamente paura.

Roman Griffin Davis e Thomasin McKenzie in una scena di Jojo Rabbit (2019) di Taika Waititi

Tuttavia, la scelta di non denunciare la presenza della ragazza in casa sua è la prima decisione matura del protagonista, che preferisce infine proteggere la sua famiglia piuttosto che essere effettivamente fedele ad Hitler, cominciando così la sua maturazione.

Così i primi contatti pacifici fra Jojo e Elsa sono i numerosi e divertenti scambi riguardo alla vera natura del popolo ebraico, in occasione dei quali il protagonista cerca di sembrare adulto e severo, facendosi in realtà facilmente deridere dalla ragazza e dal suo assurdo racconto.

Sorella

Thomasin McKenzie in una scena di Jojo Rabbit (2019) di Taika Waititi

Rosie cerca in più momenti di trasmettere al figlio sentimenti più gentili e estranei alla propaganda nazista…

…a cui Jojo in realtà arriva in autonomia.

La dinamica intorno alla dispettosa lettera di rottura di Nathan è infatti solo l’ulteriore dimostrazione di quanto questo ragazzino sia un animo gentile e ancora non veramente corrotto, proprio dimostrando di pentirsi immediatamente per aver ferito persino un’ebrea come Elsa.

Così fra i due comincia ad intrecciarsi una sorta di gioco delle parti, prima con le finte lettere di Nathan – con cui indirettamente Jojo esprime i suoi sentimenti per la ragazza – poi con Elsa che prende progressivamente il posto della sorella perduta.

Il picco drammatico in questo senso è la splendida scena dell’ispezione a sorpresa della Gestapo, che alterna momenti genuinamente comici – la gag del Hail Hitler! – a sequenze di profonda tensione, soprattutto quando, con grande coraggio, Elsa si traveste da ragazza ariana per non farsi scoprire.

Ma questa scena è soprattutto rivelatoria per un altro personaggio.

Alleato

Sam Rockwell in una scena di Jojo Rabbit (2019) di Taika Waititi

Lo strambo Capitano Klenzendorf è il più grande alleato di Jojo.

L’uomo, al pari della madre, è un emarginato nascosto all’interno del nazismo, un personaggio che svela progressivamente la sua vera identità tramite una serie di indizi sempre più importanti, apparendo infine del tutto lontano dalla figura del militare indottrinato che pareva inizialmente.

La pellicola fa infatti intendere che in realtà il capitano sia un personaggio queer, e che abbia con ogni probabilità una relazione con il fidato Freddy Finkel – non a caso, i due sono quasi sempre in scena. insieme.

Sam Rockwell in una scena di Jojo Rabbit (2019) di Taika Waititi

Ma, soprattutto, l’uomo è alleato di Jojo perché cerca costantemente di proteggerlo.

La bici di Rosie che si porta dietro quando arriva durante l’ispezione, insieme alla raccomandazione al bambino di restare a casa, ci racconta in maniera piuttosto eloquente come non solo il capitano fosse stato testimone dell’impiccagione della madre di Jojo, ma come probabilmente sapesse anche di Elsa.

Ma ancora più importante è il momento in cui il suo personaggio salva Jojo dalla sicura morte, in un momento di isteria di fine guerra in cui gli Alleati – rappresentati sorprendentemente in maniera non troppo benevolente – avrebbero giustiziato persino un bambino solo perché indossava i simboli del nemico.

Nemico

Taika Waititi in una scena di Jojo Rabbit (2019) di Taika Waititi

Negli ultimi momenti della pellicola Jojo è disperso.

Per questo si concede un’ulteriore cattiveria nei confronti di Elsa.

Infatti, dopo la tragedia della morte della madre – nella toccante quanto brillantemente diretta scena delle scarpe – il protagonista vive un’ulteriore angoscia: la possibilità che ora, finita la guerra e la persecuzione antisemita, persino Elsa, la sua neoacquisita sorella maggiore, lo lasci solo.

Jojo quindi si perde in un vagare disperato fra le rovine, accompagnato da una graduale consapevolezza della vacuità del nazismo e della guerra stessa…

…a partire da quella splendida uniforme di carta che rappresentava il successo dell’amico Yorki, ma che invece alla fine, proprio come i giovani soldati che tornano abbattuti dalla trincea, racconta tutta la fragilità e la vacuità della propaganda bellica.

Roman Griffin Davis in una scena di Jojo Rabbit (2019) di Taika Waititi

Infine, la scoperta della morte del suo mito rappresenta la definitiva presa di coscienza di Jojo, che vede finalmente Hitler per quello che veramente era – un fanatico dittatore – e di cui decide finalmente di liberarsi con una puntuale defenestrazione.

La chiusura del film racconta infine quanto il protagonista sia cambiato in così poco tempo, accettando l’altro grande insegnamento della madre: il ballo che celebra la ritrovata libertà e lo sguardo verso un futuro più promettente.

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Salvate il soldato Ryan – La guerra delle lacrime

Salvate il soldato Ryan (1998) è una delle opere più note della filmografia di Steven Spielberg, che gli valse il secondo Oscar per la regia.

A fronte di un budget medio – 70 milioni di dollari – fu un grandissimo successo commerciale, con 481 milioni di dollari di incasso.

Di cosa parla Salvate il soldato Ryan?

La pellicola è una riscrittura piuttosto fantasiosa della vera storia dei Fratelli Niland, concentrandosi sul salvataggio dell’ultimo fratello rimasto.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Salvate il soldato Ryan?

Dipende.

A me personalmente questa pellicola ha profondamente infastidito, in quanto è ubriaca di una mentalità tutta statunitense – la guerra degli eroi, l’idea di star combattendo per liberare il mondo… – che non posso sopportare.

Come se non bastasse, il film manca di una qualsiasi riflessione sul tema.

E, dal momento che in quegli anni uscirono ripensamenti splendidi come La sottile linea rossa (1998) e Vittime di guerra (1989), per quanto mi riguarda è una mancanza difficilmente perdonabile.

Ma se cercate un classico film statunitense sulla guerra, è il prodotto per voi.

Sensazionalismo

La sequenza di combattimento iniziale vorrebbe essere incredibilmente scioccante…

…e per me non è nient’altro che questo.

Questa narrazione così dolorosa e intensa non mi è parsa altro che la rappresentazione di una costante della pellicola: il continuo tentativo di sconvolgere e, soprattutto, di strappare la lacrima facile allo spettatore, sviscerando il più possibile il dolore dei personaggi.

Tuttavia, cos’altro posso trarre da suddetta sequenza?

Un incipit che manca totalmente di un retroterra riflessivo, addirittura di una qualunque introduzione dei personaggi che mi faccia empatizzare con loro, rendendoli delle mere vittime di un bagno di sangue in cui lo spettatore statunitense vede i suoi ragazzi sacrificarsi per la patria comune.

E, anche senza andare a scomodare la ben più efficace scena analoga de La sottile linea rossa, anche solo ricordando il più semplice Niente di nuovo sul fronte occidentale (2022), io in questa scena vedo solamente dei giovani pieni di sogni resi carne da macello per il primo capitolo della virtuosa liberazione del mondo statunitense.

Famiglia

La famiglia è il nucleo emotivo di Salvate il soldato Ryan.

Il senso stesso della storia – ricordiamolo, del tutto inventata – è quello di conservare una famiglia americana che altrimenti sarebbe del tutto distrutta dalla guerra, come una sorta di favore che lo stato concede ad una madre che ha già sacrificato tre figli sull’altare della libertà.

Di fatto la pellicola ingentilisce una legge effettivamente esistente, la Sole Survivor Policy, promulgata a seguito della disastrosa vicenda dei Fratelli Sullivan, e a cui il cappellano Francis Sampson si appellò per far rimpatriare l’ultimo dei fratelli Niland – il soldato James Francis Ryan nel film.

Così il film regala smaccatamente al governo statunitense un merito immeritato, inventandosi una storia poco credibile, unicamente per portare avanti l’idea della bontà dell’operazione bellica, tanto da rendere il Generale Marshall un padre generoso che riporta alla madre l’ultimo dei figli che è riuscito a non mandare al macello.

La famiglia è anche presente nella scena in cui i soldati salvano una bambina dal campo di guerra, momento che ha ben poco significato nell’economia narrativa del film, ma che serve ad aggiungere un ulteriore elemento di emotività in una scena che già di per sé vorrebbe essere piuttosto toccante.

Oltretutto, la madre è richiamata in più momenti della pellicola nelle ultime parole dei vari soldati caduti in combattimento, volendoli proprio rendere il più possibile i figli del pubblico stesso…

… ma mancando ancora una volta di una seria riflessione riguardo alle dinamiche del fronte e dei giovani ingannati da una propaganda pensata unicamente per motivi politici.

E non è neanche la parte peggiore.

Merito

L’elemento a mio parere più genuinamente agghiacciante è il concetto del merito.

Il capitano Miller afferma chiaramente che il salvataggio di Ryan è il suo modo per meritarsi di tornare a casa, come a dire che, senza un sacrificio che determini il valore del singolo, questo non si meriti effettivamente di uscire da questo incubo, questo impegno che si è preso verso la propria patria benevola e verso il mondo intero.

In questa specifica circostanza storica – a differenza degli eventi bellici successivi – risulta in effetti incredibilmente semplice prendersi dei meriti per aver salvato il mondo, soprattutto giocandosi la carta sempreverde della lotta contro il nazismo

…nonostante ridurre le intenzioni statunitensi solamente a quello – soprattutto avendo in mente il come hanno concluso la guerra – è incredibilmente naif.

Così vediamo i soldati venire progressivamente macellati, con una pellicola che tocca solo superficialmente il concetto di umanità che, in determinate circostanze, gli permette di evitare di ammazzare altri uomini solo perché con una divisa di un altro colore, senza mostrare mai l’effettivo dramma del fronte e senza di fatto mai rifletterci con onestà.

E, allo stesso modo, il Capitano Miller è solo l’ultima vittima che muore per Ryan, il quale, in un senso più generale, può essere letto come gli Stati Uniti stessi osservano pensosi i loro morti, chiedendosi infine nelle lacrime, se la loro morte è servita a qualcosa, se si sono meritati questa tragedia umana e se hanno vissuto una vita onesta e che meritava di essere salvata.

Lascio a voi la risposta.

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1917 Avventura Azione Dramma storico Drammatico Film Film di guerra i miei film preferiti Racconto di formazione

1917 – La guerra tragica

1917 (2019) di Sam Mendes è uno dei più ambiziosi film di guerra dello scorso decennio, anche solo per l’utilizzo totale del piano sequenza.

A fronte di un budget non poco importante – 90 milioni di dollari – è stato un grande successo commerciale: 384 milioni di dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla 1917?

1917, Fronte Occidentale. I due giovani soldati Tom Blake e William Schofield vengono incaricati di fare da messaggeri per una comunicazione fondamentale…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere 1917?

Dean-Charles Chapman in una scena di 1917 (2019) di Sam Mendes

Assolutamente sì.

1917 è un’opera di altissimo valore artistico, sia per l’utilizzo sapiente del piano sequenza – con diversi trucchi scenici per renderlo effettivamente possibile – sia per la grande sperimentazione sul lato della fotografia e della resa scenica.

Di fatto Sam Mendes riprende una trama tipica non tanto dei film di guerra, ma della narrativa bellica stessa – specificatamente quella statunitense – degli eroi per caso, riportandola però su un livello molto più terreno e realistico.

Insomma, da non perdere.

Il risveglio

George MacKay in una scena di 1917 (2019) di Sam Mendes
Io non so ben ridir com'i' v'intrai / tant' era pien di sonno a quel punto / che la verace via abbandonai (Inf. I, 10-12)

L’incipit di 1917 ci racconta già tutto del protagonista.

Will rimane per diversi minuti in primo piano, apparentemente addormentato, in realtà scegliendo consapevolmente di ignorare quello che gli succede intorno, preferendo invece sonnecchiare qualche momento in più.

Intanto, alle sue spalle, il compagno Blake si leva immediatamente, immediatamente è un soldato pronto all’azione, ed è anche il personaggio che incoraggia il protagonista a tirarsi in piedi e a cominciare la narrazione.

George MacKay e Dean-Charles Chapman in una scena di 1917 (2019) di Sam Mendes

Così anche il dialogo seguente è rivelatorio.

Blake legge felicemente la sua lettera, dimostra un importante legame con la realtà oltre al fronte – anche per la presenza del fratello – mentre Will si dimostra piuttosto distaccato, e si rianima solo quando comincia a mangiare il suo panino.

Il panino – come poi il vino scambiato per la medaglia – rappresenta lo stato iniziale del protagonista: Will ha scelto di abbandonare la sua vita precedente, di non ritornare a casa e di vivere sul momento, pensando solo alle necessità immediate.

Per questo insiste così tanto nel non voler partire per la missione – cercando di distogliere il compagno da quell’idea in più occasione – non riuscendo a sentire il medesimo slancio nel voler portare a termine la missione.

Il limbo

George MacKay e Dean-Charles Chapman in una scena di 1917 (2019) di Sam Mendes
Allora si mosse, io li tenni dietro (Inf. I, 36)

La sezione della Terra di nessuno è incredibilmente ingannevole.

In più momenti il film cerca di convincerci che Will sia il personaggio destinato a morire – quando si ferisce la mano nel filo spinato, quando rimane vittima della bomba… – e forse anche quello che in qualche maniera se lo merita di più.

Infatti, come Blake è sicuro e impegnato nella sua missione, mosso soprattutto dal desiderio di riabbracciare il fratello, al contrario Will è amareggiato e disilluso, con l’apice drammatico rappresentato dal suo racconto sul perché si è liberato della medaglia e sul perché non vuole tornare a casa.

George MacKay e Dean-Charles Chapman in una scena di 1917 (2019) di Sam Mendes

Lo stesso paesaggio è illusorio.

I due personaggi si muovono in uno spazio dove tutto sembra ormai già successo, dove la tragedia si è già consumata, tanto che le vittime ormai fanno parte del paesaggio stesso, nel ruolo di grotteschi punti di riferimento.

Questo inganno prosegue fino alla fine della sezione – l’arrivo alla fattoria – raccontando un mondo apparentemente immobile, ma in realtà incredibilmente attivo e reattivo nei confronti dei viaggiatori, pronto ad intrappolarli

E infatti…

Fervore

George MacKay e Dean-Charles Chapman in una scena di 1917 (2019) di Sam Mendes
ma Virgilio n'avea lasciati scemi di sé, Virgilio dolcissimo patre, Virgilio a cui per mia salute die'mi (Pur. 49-51)

Con la morte di Blake, Will acquisisce nuove consapevolezze.

Avendo scelto ormai da tempo di chiudere il suo cuore a qualunque sentimento, davanti alla morte di un innocente, davanti all’impossibilità di salvarlo – nonostante la possibilità fosse a portata di mano – il protagonista si risveglia.

Per quanto già nella sequenza successiva sembri ingoiato dalla scena, rimanendo una presenza silenziosa durante i dialoghi dei soldati sul camioncino, in realtà al primo intoppo della missione si riscopre incredibilmente attivo e coinvolto.

George MacKay in una scena di 1917 (2019) di Sam Mendes

La morte di Blake rappresenta insomma per Will un risveglio di coscienza, la riacquisizione di un senso di impegno e di importanza, anche se non della guerra, ma, piuttosto, della vita umana: come il compagno è ingiustamente morto, così la vita di molti soldati è nelle sue mani.

Il distacco dai discorsi propagandistici è esplicitamente raccontato dal breve scambio fra i giovani sul camioncino: soldati che non parlano né di gloria né di nemici, ma bensì esprimono pensieri molto più pratici, splendidamente ingenui.

Fra tutti, mi ha colpito profondamente il discorso di uno dei soldati riguardo ai tedeschi:

Why they just don’t bloody give up? Don’t they wanna go home?

Perché cavolo non si arrendono poi? Non li aspettano a casa?

La Genna

George MacKay in una scena di 1917 (2019) di Sam Mendes
e caddi come l'uom cui sonno piglia (Inf. III, 136)

Come in qualche modo gli aveva predetto il suo superiore – Giù nella Geenna (l’inferno) o su al trono nel cielo più rapido viaggia chi viaggia da soloWill si trova da solo nel primo effettivo fronte

…o il primo effettivo inferno.

E se la luce poteva aiutarlo a muoversi in un panorama meno angosciante, uno sfortunato incontro con il nemico lo porta a cadere svenuto per diverse ore, ritrovarsi infine sveglio in un panorama che vive di una totale dualità.

George MacKay in una scena di 1917 (2019) di Sam Mendes
Quell'è 'l più basso loco e' l più oscuro, è 'l più lontan dal ciel che tutto gira (Inf. IX, 28-29)

Tenebra e fuoco.

Comincia così una corsa disperata fra l’oscurità e la fiamma, riuscendo solo in parte a portare a termine il suo nuovo proposito, ereditato da Blake: salvare più vite possibili lungo il suo cammino.

A poco serve la lieta sosta con la ragazza, con la quale si spoglia di tutti i suoi averi, perché il tocco improvviso delle campane gli ricorda che il suo viaggio non è finito: ci sono ancora nemici da uccidere, pallottole da evitare, tragedie da sventare…

La quiete

George MacKay in una scena di 1917 (2019) di Sam Mendes
Tratto m'avea il fiume infin la gola, e tirandosi me dietro sen giva sovresso l'acqua lieve come scola (Purg. XXXI, 94-96)

L’inizio dell’atto conclusivo di 1917 ha più significati.

La fuga nel fiume sembra inizialmente portarlo ad un inferno ancora peggiore, trovandosi totalmente travolto dai flutti, sospinto verso una cascata, inghiottito dall’acqua che sembra volerlo seppellire…

…per poi riemergere, dolcemente accarezzato dalle prime luci del mattino, ormai distrutto dal viaggio, ma trovandosi circondato da un simbolo che gli ricorda indirettamente Blake e la sua missione: i petali di ciliegio.

E una melodia dolce correva per l'aere luminoso (Purg. XXIX, 22-23)

In questa apparente calma Will si trascina lentamente fuori dal fiume e attraverso il boschetto, guidato dal dolce canto dei soldati in lontananza, come raccolti in preghiera, a cui si mischia ormai provato dal viaggio.

Di nuovo Will è uno spettatore silenzioso, che si risveglia improvvisamente quando i personaggi intorno a lui gli fanno intendere che è arrivato alla fine del viaggio, ma che ancora deve affrontare l’ostacolo più arduo: riuscire a farsi credere.

Agli occhi dei soldati e soprattutto degli ufficiali infatti il protagonista non è altro che un ragazzino impaurito che farfuglia cose senza senso, mentre si vede sfuggire dalle mani centinaia di vite che non ha potuto salvare…

La corsa

È a questo punto che Will dimostra veramente di essere cambiato.

Se all’inizio della pellicola era un soldato cinico e ignavo, che non voleva neanche lasciare la sicurezza della sua trincea, ora è una forza irresistibile, pronto persino a buttarsi in mezzo alla battaglia pur di portare a termine la sua missione.

Ma la sua apparente vittoria non è che l’anticamera di una lenta ma fondamentale realizzazione: sia nel dare la notizia della tragedia scampata che della morte di Blake, Will trova nei suoi interlocutori una profonda impotenza, un’insoddisfazione, persino un malcelato nervosismo.

George MacKay in una scena di 1917 (2019) di Sam Mendes
se non che la mia mente fu percossa da un fulgore (Par. XXXIII, 140-141)

Probabilmente le sue azioni saranno premiate con una fondamentale spilla da portare al petto, ma il vero guadagno di Will è l’amara realizzazione che questo era solo un altro giorno al fronte.

La guerra non è finita oggi: oggi ha solo salvato un pugno di innocenti che domani probabilmente moriranno comunque, in questa spirale di dolore e violenza che è ancora lontana dall’esaurirsi.

Ma almeno ora il protagonista ha il coraggio di guardare le foto della sua famiglia, di ricominciare a pensare ad una realtà altra oltre a quella del fronte, un paradiso forse, a cui guardare in questo attimo di quiete…

…prima del prossimo massacro.

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City of life and death – L’impossibilità della ragione

City of life and death (2009) di Lu Chuan è un film di produzione cinese che racconta, con un taglio il più possibile imparziale e asciutto, il dramma del cosiddetto Massacro di Nanchino.

A fronte di un budget di circa 12 milioni di dollari, incassò circa 10 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla City of life and death?

Sullo sfondo della tragedia di Nanchino, diversi personaggi si avvicendano sullo schermo con i loro drammi personali e collettivi…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere City of life and Death?

Assolutamente sì.

Ma.

City of life and death è un’opera davvero di grande valore, che non solo racconta una delle vicende più agghiaccianti della storia del Novecento, ma sceglie di farlo con un taglio quasi documentaristico, preciso, e che non mostra più del necessario…

…ma che quel poco che mostra basta per raccontare dinamiche davvero difficili da digerire, e che probabilmente non tutti sono pronti ad affrontare, per quanto sia un prodotto che vale assolutamente la visione.

Insomma, vi ho avvertito.

City of life and death realtà

Alcune utili indicazioni per orientarsi nel film.

Il Massacro di Nanchino, conosciuto anche come Stupro di Nanchino, è stato un insieme di crimini di guerra perpetrati dall’esercito giapponese a Nanchino, all’inizio della seconda guerra sino-giapponese.

La città, in quel periodo capitale della Repubblica di Cina, era caduta in mano all’Esercito imperiale giapponese il 13 dicembre 1937 e per circa sei settimane, tra il dicembre 1937 e il gennaio 1938, i soldati giapponesi uccisero circa 300.000 persone.

Ecco una piccola galleria di foto d’epoca.

L’impossibilità della ragione

Fin dal suo incipit, in City of life and death sembra rimbombare la domanda fondamentale de La sottile linea rossa (1998):

This great evil…where’s it come from?

Questo grande male…da dove viene?

Eppure inizialmente in scena vediamo quello che forse è il minore dei mali dello Stupro di Nanchino: un’uccisione sistematica della popolazione cinese, portata avanti sulle prime da un’idea dell’annientamento sistematico del nemico.

La radice di questo grande male può infatti facilmente essere ritrovata all’interno del pensiero e della propaganda anti-cinese tipica di quegli anni in Giappone – un sentimento che non si è ancora del tutto spento – che rendeva del tutto normali certi tipi di azioni.

Un’eliminazione quasi meccanica, fredda, dettata unicamente dal dovere di proteggere la propria nazione dal nemico…

Ma la situazione diventa sempre più incomprensibile più ci si addentra nell’esplosione di violenza incontrollata, fino al punto in cui i soldati giapponesi penetrano negli ospedali improvvisati dei rifugiati per sparare in testa a civili indifesi

E questo è solo il preludio di un atto ancora più incomprensibile.

Lo stupro sistematico.

Il male comune

C’è stato qualcuno che ha scritto: «L’inferno è l’impossibilità della ragione». Questo posto è così, è l’inferno.

Alle donne non basta privarsi del loro essere donne per poter non essere violate costantemente, così come agli uomini non basta fingere di non essere soldati per salvarsi come prigionieri civili: non esiste più la ragione, la razionalità.

L’unico elemento che rimane è la comunità.

E con due significati.

La comunità è quella che un pugno di donne, già ripetutamente violate e che hanno davanti agli occhi nient’altro che disperazione, miseria e lo stupro sistematico dei loro concittadini, scelgono di salvare.

Così, nella devastante sequenza dello stupro di gruppo, questi corpi ormai senza dignità – e, infine, anche senza vita – vengono sistematicamente violati, umiliati, distrutti, quasi a simboleggiare l’agghiacciante stupro che è calato sulla città stessa.

Ma il senso di comunità è anche quello che giustifica non un mero stupro, ma una costante violazione della vita e della dignità di altri esseri umani, una costante umiliazione e una violenza fuori controllo…

Perché, oltre al sentimento di comune disprezzo verso una razza inferiore, quello che muove le azioni dei soldati giapponesi è un senso di liberazione dalla colpa: se tutti sono colpevoli, se tutti stanno perpetrando lo stesso crimine, nessuno è davvero colpevole.

E allora cosa rimane?

Vita e morte

Life is more difficult than death

La vita è molto più ardua della morte

L’unico barlume di ragione dal lato giapponese è il personaggio di Kadokawa: il soldato cerca di ritrovare un qualche parvenza di normalità nel suo attaccamento a Yuriko, con cui spera di condividere qualcosa di più del semplice sesso.

Un amore e, forse, un matrimonio.

Ma la sua ricerca di un mondo razionale è costantemente contrastata da una realtà totalmente irrazionale, di cui fa inevitabilmente parte, e della cui colpa non può privarsi davanti al giudizio della Storia.

Per questo il finale si fonda su un tragico quanto potente contrasto.

Il soldato giapponese sceglie di togliersi la vita, ormai incapace di portarla avanti, tale è la colpa, tale è l’orrore che ha dovuto vedere e compiere, che non gli permetterebbe mai più di tornare ad una vita altra.

Ma la sua morte rappresenta anche la liberazione dei due prigionieri cinesi, in particolare il bambino, che corre spensierato con dei fiori fra i capelli, simbolo della profonda speranza, del profondo sentimento di rinascita che deve accompagnare un orrore che l’aveva ormai spenta.

Così, anche dal cadavere di Kadokawa, dalle rovine di Nanchino, potranno nascere nuovi boccioli.

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Vittime di guerra – L’incubo sommerso

Vittime di guerra (1989) è uno dei più interessanti film bellici del secolo scorso, per la regia di Brian De Palma, che poté dirigere due attori incredibili come Sean Penn e soprattutto Michael J. Fox, che dimostrò di saper fare anche molto altro oltre che Ritorno al futuro…

A fronte di un budget piuttosto contenuto per il tipo di produzione – appena 22 milioni di dollari, circa 54 oggi – fu comunque un pesante flop commerciale: 18 milioni di incasso (circa 44 oggi).

E i motivi sono piuttosto evidenti.

Di cosa parla Vittime di guerra?

Vietnam, 1966. Dopo avergli negato il ritiro in un bordello, Meserve ordina alla sua squadra di rapire una ragazza vietnamita per divertirsi…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Vittime di guerra?

Michael J. Fox in una scena di Vittime di guerra (1989) di Brian De Palma

Assolutamente sì.

Ma.

Vittime di guerra è uno di quei rari casi in cui un prodotto statunitense a tema bellico non si perde in una esaltazione degli eroi del fronte occidentale, ma sceglie di mostrare una realtà molto più amara e lontana dalla classica propaganda.

Tuttavia, se La sottile linea rossa (1998) è già di per sé un film piuttosto impegnativo emotivamente, la pellicola di De Palma può risultare una visione realmente devastante, visto il tipo di tematica trattata…

Ma ne vale assolutamente la pena.

Pedine

Michael J. Fox in una scena di Vittime di guerra (1989) di Brian De Palma

La guerra è disumanizzante.

I soldati sono calati in un contesto fortemente gerarchico, in molti modi spersonalizzati e ridotti a mere pedine, tanto che l’importanza della loro morte è del tutto ininfluente nel grande schema delle cose – anzi rappresenta sostanzialmente la quotidianità.

Ma, del tutto consapevoli di quanto sia opprimente una vita vissuta schiacciati sotto al peso di una morte imminente e di una disciplina stringente, sono gli stessi superiori che perdonano le peggiori oscenità dei loro soldati e cercano anzi di trovare uno sfogo a queste mine vaganti.

Ma se vengono privati anche di questo sfogo…

Il valore?

Sean Penn in una scena di Vittime di guerra (1989) di Brian De Palma

Lo stupro nel film ha molti significati, ma nessuno strettamente sessuale.

In primo luogo, lo stupro è una ribellione: vedendosi negato anche quel poco di libertà, di sfogo, Meserve si rivolta contro il sistema e organizza la sua rivincita – come un bambino che non può avere il giocattolo desiderato, e quindi lo ruba.

Ma la ribellione non basta.

Michael J. Fox e Sean Penn in una scena di Vittime di guerra (1989) di Brian De Palma

Non basta rapire una donna e dire di volerla violentare, se poi non si è capaci di farlo.

In questo senso l’atteggiamento ambiguo del personaggio ne rivela le due facce: da una parte un atteggiamento più umano, comprensibile, che lo porta persino a cercare sulle prime di curare ed accudire la sua preda.

Dall’altra, lo scoppio della violenza è paragonabile ad un bambino che vuole vedere quanto in alto può saltare prima di essere punito: una reazione selvaggia, senza freni, che serve solamente a dimostrare che Tony può violentare quella donna, è capace di farlo.

Concetto che si va ben ad inserire nella bidimensionalità della mentalità militare.

La bidimensionalità

Sean Penn in una scena di Vittime di guerra (1989) di Brian De Palma

La guerra è bidimensionale.

In un mondo in cui se non vuoi essere pedina, se non vuoi essere un perdente, devi essere un eroe, devi dimostrare di sapere fare la guerra, non ci sono vie di mezzo: americano o vietcong, amico o nemico, vero uomo o frocetto…

Per questo lo stupro è, di fatto, una prova.

È una prova anzitutto per Meserve, verso sé stesso e verso gli altri, ed è una prova a cui deve sottoporre tutti i suoi compagni, per capire se sono uomini di valore o solo destinati ad una cassa da morto

Michael J. Fox in una scena di Vittime di guerra (1989) di Brian De Palma

Allo stesso modo, la donna non è più una donna, ma uno strumento, una puttana, da utilizzare e da buttare via all’occorrenza, per dimostrare di essere capaci di percorrere fino in fondo quella strada verso la dimostrazione della propria virilità.

Una virilità incredibilmente violenta, come racconta molto bene la posizione di potere di Clark – con le gambe divaricate – con cui afferma di averle dato diversi colpi – col coltello e col pene – e per come lo stesso Meserve definisce il fallo un’arma.

Proprio per questo ogni volta il sergente sceglie di lasciare per ultimo Clark – nel turno della violenza – o di escluderlo dall’uccisione della donna: Meserve sa già quanto quell’uomo sia la perfetta rappresentazione della virilità violenta, che non ha bisogno di essere dimostrata ulteriormente.

Sean Penn in una scena di Vittime di guerra (1989) di Brian De Palma

E così, anche la guerra è una prova.

Nelle sottili dinamiche della Guerra Fredda, un conflitto fatto più di sotterfugi e di mosse politiche che di vera forza fisica, una prova armata era fondamentale per riaffermare il dominio militare degli Stati Uniti – dovunque questo si potesse applicare.

E così il grosso fallo degli States affondò sul Vietnam.

Il risveglio

Michael J. Fox in una scena di Vittime di guerra (1989) di Brian De Palma

Fra tutti, Eriksson è il personaggio più simbolico.

Se i suoi compagni raccontano la ferocia della guerra e di crimini spesso sommersi, il giovane soldato rappresenta una sorta di risveglio – o un auspicato risveglio – degli Stati Uniti, un ripensamento delle sue colpe.

In diverse occasioni Eriksson cerca di salvare o aiutare la donna, ma viene impedito dal peso della colpa dei suoi compagni: quando cerca di spogliarla per pulirle le ferite o di portarla via dall’accampamento, ogni volta la giovane si ribella.

Michael J. Fox in una scena di Vittime di guerra (1989) di Brian De Palma

Non basta infatti solo una buona azione, non basta l’intenzione di riparare una colpa, per impedire che questa scintilla venga ingoiata nell’abisso della terribile reputazione e dell‘infamia che ha ormai macchiato una nazione.

E, anche quando effettivamente la giovane si fida di lui, lo stesso Eriksson è frenato dalla sua morale, che gli impedisce di diventare effettivamente un vergognoso disertore, di puntare il fucile verso i suoi compagni, nonostante questi siano degli stupratori e degli assassini.

Con poche righe di sceneggiatura De Palma riesce a raccontare l’animo contrastato e autodistruttivo di una nazione, che, nonostante sia consapevole delle sue follie anacronistiche – fra tutti, il possesso delle armi – è così ubriaca di una certa mentalità che le è veramente impossibile disfarsene.

Ma forse un risveglio è possibile.

Il regista gioca doppiamente con l’elemento onirico: Eriksson si sveglia improvvisamente da quel sogno, da quella realtà opprimente e definitiva, per rendersi conto che – forse – un’altra realtà è possibile.

Una realtà in cui la giovane vietnamita non è mai stata rapita né violentata, ma vive serenamente la sua vita senza paura di essere aggredita o privata della sua casa, dove anzi suggerisce all’ex-soldato (?) che la tragedia bellica era solo un incubo.

Ma allora qual è veramente il sogno: la guerra o un mondo senza la stessa?

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2023 Avventura Azione Biopic Dramma familiare Dramma romantico Dramma storico Drammatico Film Film di guerra Nuove Uscite Film Oscar 2024

Napoleon – Distruggere un mito

Napoleon (2023) è un biopic dedicato alla figura del mitico condottiero che portò la storia europea ad una nuova era politica e militare, ma con un taglio piuttosto inaspettato…

A fronte di un budget assai ingente – 200 milioni di dollari – è stato un importante insuccesso commerciale, con solo 218 milioni di dollari di incasso, anche se meno da quel disastro chiamato The Killers of the Flower Moon...

Il cinema semplice road to oscar 2022 che si svolgeranno il 28 marzo 2022

Candidature Oscar 2024 per Napoleon (2023)

in neretto le vittorie

Migliore scenografia
Migliori costumi
Migliori effetti speciali

Di cosa parla Napoleon?

La pellicola ripercorre le più importanti tappe della vita di Napoleone Bonaparte, con un particolare focus sulla turbolenta relazione con la prima moglie, Joséphine.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Napoleon?

Joaquin Phoenix in una scena di Napoleon (2023) di Ridley Scott

Dipende.

Se vi aspettate un racconto preciso e documentaristico della vita politica e della strategia militare di Napoleone, non è il film che fa per voi: anche per via di un obbiettivo squilibrio fra le parti, il film di Ridley Scott si propone di raccontarne solo le tappe più importanti – e spesso in maniera neanche molto approfondita.

Al contrario, se vi può interessare una visione più brutalmente verosimile del dietro le quinte, un’effettiva distruzione del mito di uno dei personaggi più importanti della storia europea, potrebbe essere una visione gratificante.

A voi la scelta.

L’uomo

Joaquin Phoenix in una scena di Napoleon (2023) di Ridley Scott

La parte più strettamente umana di Napoleon è quella più discussa.

Il Napoleone presentato è piuttosto lontano dal mito creato da lui stesso e dai vari storici nel corso dei secoli, andando invece a tratteggiare un uomo quasi ridicolo, pieno di debolezze e piccole e grandi ossessioni.

Ma, a differenza di quanto potrebbe sembrare, il ritratto del Napoleone di Scott è molto credibile.

Per quanto fosse un abile stratega e osservatore – come viene fra l’altro rappresentato – è altrettanto vero che, agli occhi delle grandi case aristocratiche europee, Napoleone non era altro che un buzzurro con un’origine non particolarmente brillante – la tristissima Corsica.

Joaquin Phoenix in una scena di Napoleon (2023) di Ridley Scott

Allo stesso modo, Bonaparte era profondamente legato alla tradizione corsa, nello specifico al suo stringente tradizionalismo – infatti non fece certamente sue grandi battaglie sociali – e mosso da una strabordante ambizione.

In questo senso, per quanto sia d’accordo sul fatto che Phoenix sembri un po’ imbrigliato in una recitazione a tratti limitante, allo stesso modo la performance che ci porta in scena racconta perfettamente questo carattere ambiguo, con le sue luci e ombre…

Lo stratega e…

Joaquin Phoenix in una scena di Napoleon (2023) di Ridley Scott

In Napoleon Scott si impegna a rappresentare lodevolmente la parte più meritevole dell’opera di Napoleone.

Ovvero, la sua capacità da stratega.

Bonaparte visse una carriera militare piuttosto lampante, che gli permise di collocarsi nel solco della Rivoluzione Francese, e così acquisire una posizione di grande potere politico, fino a diventare l’Imperatore della Francia post-rivoluzionaria.

Pur piegando date ed eventi a suo favore, in particolare nella scena della decapitazione di Maria Antonietta – storicamente inesatta – l’occhio attento di Bonaparte sull’apice della Rivoluzione ne racconta indirettamente la consapevolezza del mutato scenario politico tutto da riscrivere.

Joaquin Phoenix in una scena di Napoleon (2023) di Ridley Scott

Per questo si impegnò in diverse campagne militari, sempre necessarie per riuscire a mantenere il potere politico, con una serie di guerre lampo – forse in questo caso anche troppo frettolosamente raccontate – che lo portarono agilmente al successo.

Per questo la scena del bombardamento in Egitto e dell’incendio in Russia sono complementari: in entrambi i casi Scott racconta in maniera molto semplice ed immediata per uno spettatore inesperto due momenti fondamentali della carriera militare del protagonista.

Infatti come l’Egitto fu una vittoria schiacciante e determinante per la sua popolarità, allo stesso modo l’incendio a Mosca – nella realtà storica solo accidentale – rappresenta il fuoco distruttivo di tutte le altre potenze europee che, infine, lo schiacciarono.

E, nondimeno, quell’incendio fu anche rappresentazione di un successo molto precario e momentaneo: anche a fronte di ambiziose conquiste come una capitale così simbolica, allo stesso modo le fondamenta del suo potere erano fin troppo fragili…

Concetto raccontato anche, con un simbolismo piuttosto calzante, nella scena del faccia a faccia con la mummia, a cui un Napoleone ancora all’inizio della sua ascesa pone in testa il suo capello, quasi si rivedesse in quella rappresentazione di una gloria assai passeggera…

Josephine o…

Vanessa Kirby in una scena di Napoleon (2023) di Ridley Scott

Il focus fondamentale di Napoleon è il rapporto con Josephine.

Lo stesso, ha più funzioni.

Anzitutto, un racconto abbastanza naturale del proseguire degli eventi: tramite le lettere appassionate all’amata, Napoleone riesce a raccontare lo svolgersi degli eventi militari e politici, soprattutto quando era lontano dalla Francia.

In secondo luogo, rappresenta la grande debolezza del personaggio: anche se appassionatamente innamorato – come dimostrano le varie lettere a lei dedicate – Napoleone era anche un personaggio piuttosto opprimente dal punto di vista relazionale.

Joaquin Phoenix e Vanessa Kirby in una scena di Napoleon (2023) di Ridley Scott

Se da una parte si dimostrò più volte un genitore e un amante affettuoso, è altrettanto vero che aveva una visione molto tradizionalista della donna, da cui l’atteggiamento oppressivo nei confronti di Josephine, e lo squallore delle scene di sesso, finalizzate unicamente ad un consolidamento della sua posizione.

E infine, Napoleone arrivò a soffocare la sua amante, tenendola da parte in un cassetto e portandola solamente ad essere più sola e triste, impedendole di vivere veramente una seconda vita relazionale al di fuori di lui.

Ma è possibile anche una seconda interpretazione.

…la Francia?

L’importanza del personaggio di Josephine all’interno della pellicola permette una seconda interpretazione.

In questa visione, la donna amata di Napoleone simboleggia la Francia stessa: qualcosa di cui Bonaparte, nonostante le sue origini, era profondamente innamorato, ma che gli portò anche diversi dispiaceri e angosce.

In questo senso il brusco ritorno in patria dall’Egitto – del tutto reale e documentato – per via del tradimento della moglie – non altrettanto veritiero – può essere letto come una sorta di presa di consapevolezza dello stato deplorevole della Francia in sua assenza – come testimoniato dal suo stesso scambio col Direttorio.

E così, la necessità di rimetterla in riga.

Joaquin Phoenix in una scena di Napoleon (2023) di Ridley Scott

Allo stesso modo, la conclusione del matrimonio racconta un’altra tendenza del personaggio.

Napoleone non si accontentò mai di rendere sicura e compatta la Francia, ma aspirò sempre ad avere il controllo su molti altri territori, rivaleggiando con le diverse potenze europee, tanto da finire per utilizzare milizie non francesi per il suo esercito.

Una scelta spesso considerata motivo del fallimento finale della sua avventura, e che potrebbe essere proprio traslato nella scelta di abbandonare l’amore per Francia – Josephine – per conseguire le sue ambizioni politiche, proprio sposando una straniera – Maria Luisa d’Austria.

La riscrittura del mito

Joaquin Phoenix in una scena di Napoleon (2023) di Ridley Scott

Questa riscrittura storica potrebbe turbare molti spettatori.

Ma è proprio questo il punto.

La vera vittoria di Napoleone non è stata tanto l’aver incarnato il cambiamento della Rivoluzione e l’aver fatto tremare l’intera Europa per vent’anni, ma l’essere riuscito a costruire e a mantenere un mito personale che perdura tutt’oggi.

Questo elemento si nota particolarmente nell’ultima scena, che fa riferimento al fondamentale Memoriale di Sant’Elena: Napoleone fu, fino all’ultimo, attivo nel tramandare una storia e un’immagine di sé stesso il più vantaggiosa possibile, anche se deviata.

Non a caso, se si vanno meglio ad indagare i singoli eventi fondamentali – fra tutti, la possibile disfatta al Parlamento, salvata in extremis dal fratello Luciano – si scopre tutta la fragilità del mito e della quantità di momenti in cui la fortuna salvò la sua ascesa.

Per questo, è così sbagliato provare a mettere in bocca allo spettatore una storia che non ha mai sentito, piuttosto che la solita celebrazione di cui siamo ormai ubriachi?

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Lettere da Iwo Jima – Le due guerre

Lettere da Iwo Jima (2006) di Clint Eastwood si può annoverare fra i film di guerra di produzione occidentale più sui generis del cinema contemporaneo – basti solo pensare al fatto che è interpretato tutto da attori giapponesi in giapponese.

A fronte di un budget piuttosto contenuto per una produzione del genere – appena 19 milioni di dollari – fu un ottimo successo commerciale, con 69 milioni di incasso.

Di cosa parla Lettere da Iwo Jima?

Diverse storie di soldati semplici e generali innamorati del proprio paese si susseguono sullo sfondo della drammatica sorte dell’isola di Iwo Jima, ultima linea di confine per l’Impero Giapponese nella Seconda Guerra Mondiale…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Lettere da Iwo Jima?

Kazunari Ninomiya in una scena di Lettere da Iwo Jima (2006) di Clint Eastwood

Assolutamente sì.

Lettere da Iwo Jima è una riproposizione dell’opera precedente dello stesso Eastwood, Flags of our fathers (2006), però portando il punto di vista giapponese della turbolenta vicenda di questa ultima linea di confine, in cui i soldati nipponici dovettero veramente dimostrare il loro valore

Attraverso una regia attenta e una scrittura il più possibile realistica e verosimile, con questa pellicola il regista statunitense porta in scena uno spaccato piuttosto variegato dei diversi sentimenti che popolavano l’altra parte del fronte…

Insomma, non ve lo potete perdere.

Lettere da Iwo Jima realtà

Alcune utili indicazioni per orientarsi nel film.

La battaglia di Iwo Jima (硫黄島の戦い Iōtō no tatakai?) si svolse durante la Guerra nel Pacifico (19 Febbraio-26 marzo 1945) nell’omonima isola giapponese tra le forze statunitensi e le truppe dell’esercito imperiale giapponese.

Insieme a Okinawa, Iwo Jima rappresentava uno scudo avanzato per le isole metropolitane dell’Impero giapponese che potevano essere coinvolte in uno sbarco degli Alleati: le due posizioni erano perciò presidiate da guarnigioni numerose e bene armate.

Anche per gli Stati Uniti, Iwo Jima rivestiva notevole interesse, poiché dagli aeroporti dell’isola sarebbero potute decollare le scorte di caccia ai bombardieri strategici Boeing B-29 Superfortress basati nelle isole Marianne e in Cina, che dal giugno 1944 colpivano le industrie e le infrastrutture giapponesi.

I lavori di fortificazione precedenti lo sbarco avevano trasformato l’isola in una vera e propria fortezza che, nonostante i bombardamenti preliminari effettuati dall’8 dicembre 1944, oppose una strenua resistenza alle unità statunitensi, principalmente del Corpo dei Marine, sbarcate il 19 febbraio sotto lo schermo protettivo di una completa supremazia aeronavale.

La feroce battaglia si concluse ufficialmente il 26 marzo 1945 con il quasi totale annientamento della guarnigione giapponese e la perdita di oltre 23 000 uomini fra morti e feriti per gli Stati Uniti (unico episodio della campagna di riconquista del Pacifico in cui gli USA soffrirono più perdite dei giapponesi).

Ecco una piccola galleria di foto d’epoca.

L’onore

Come per La sottile linea rossa (1998), anche Lettere da Iwo Jima può essere letto su più livelli.

Il primo livello è quello della guerra ideale.

Il senso di onore e di fedeltà all’Imperatore rendeva l’esperienza nipponica diversa per molti aspetti da quella statunitense: se all’interno del fronte americano vi era una ricerca dell’eroismo individuale, al contrario l’azione dell’esercito giapponese era volta alla salvezza della comunità.

Così vi è una generale consapevolezza persino da parte delle alte cariche dell’esercito di quanto la missione sia fondamentalmente suicida e senza speranza, al punto che persino la madrepatria si rifiuta di inviare i rinforzi adeguati.

Nonostante questo, sbocciano facilmente negli animi di questi personaggi slanci di patriottismo che li porta persino ad una sorta di suicidio fra il politico e rituale, all’urlo di 万歳 (banzai!) – Mille anni di vita all’ imperatore!

Di fatto per questi soldati è proibito tornare alla propria vita, non è possibile né arrendersi né farsi catturare, ma solo dimostrare fino all’ultimo la loro tenacia e fedeltà alla madrepatria, anche quando la stessa non sta facendo niente per aiutarli…

A metà

Ken Watanabe in una scena di Lettere da Iwo Jima (2006) di Clint Eastwood

In questo senso, Tadamichi Kuribayashi è una figura di mezzo fra le due guerre.

Dopo aver avuto un’esperienza fondamentale nella realtà militare statunitense, il generale cerca di trovare una via alternativa per risolvere con maggior successo una situazione già di per sé insalvabile, scegliendo la strategia dell’imboscata al posto della trincea suicida.

Tuttavia, le gallerie di Kuribayashi rappresentano due volti della sua personalità.

Ken Watanabe in una scena di Lettere da Iwo Jima (2006) di Clint Eastwood

Se da una parte quegli intricati sotterranei possono diventare una roccaforte, un ultimo tentativo di protezione dei suoi soldati, al contempo è piuttosto rivelatorio il discorso di Saigo nelle lettere alla moglie:

This is the hole that we will fight and die in. Am I digging my own grave?

Questo è il buco in cui combatteremo e in cui moriremo. Sto scavando la mia tomba?

Di fatto il generale è animato da ultimo e atipico fervore, che lo porta a combattere fianco a fianco con i suoi sottoposti, cercando in tutto e per tutto di proteggerli dal peggio, dando persino valore alla loro individualità.

Ken Watanabe in una scena di Lettere da Iwo Jima (2006) di Clint Eastwood

In questo senso è indicativa la differenza dell’utilizzo delle luci nella scena in cui Kuribayashi cerca di incoraggiare i soldati:

Come il generale è illuminato da una luce piuttosto netta, che ne evidenzia l’entusiasmo del discorso, al contrario i soldati sono inghiottiti dall’oscurità dell’ambiente, sferzati da queste ombre drammatiche che evidenziano l’arrendevolezza dei loro cuori.

L’ultimo tentativo di ricongiungersi con la sua patria è nel finale, in cui Kuribayashi sceglie di compiere un 切腹 (seppuku), ovvero un suicidio rituale per morire con onore ed evitare di essere catturato dal nemico.

Ma un colpo di pistola gli nega anche questo ultimo desiderio.

Reale

Kazunari Ninomiya in una scena di Lettere da Iwo Jima (2006) di Clint Eastwood

Do what is right because it is right.

Fa ciò che è giusto, perché lo ritieni giusto, non perché devi farlo.

L’altro livello narrativo è la guerra reale.

Per la scrittura dei soldati semplici si sceglie un taglio il più possibile realistico e verosimile, a tratti quasi comico, mostrando fin da subito quanto la maggior parte di loro siano fortemente disillusi dalla guerra e non si facciano problemi a fare discorsi considerati antipatriottici.

Nello specifico Saigo è il fulcro di questa narrazione, mostrandosi il più delle volte del tutto lontano dal modello di soldato perfetto della propaganda, anzi apparendo piuttosto trasandato, molto improvvisato – e infatti ammette subito di non essere un soldato.

Kazunari Ninomiya in una scena di Lettere da Iwo Jima (2006) di Clint Eastwood

Per questo il giovane soldato sfugge consapevolmente tutte le dinamiche di patriottismo e di sacrificio immotivato che i suoi superiori cercano di imporgli, sottraendosi al sacrificio rituale e cercando anche di ribaltare la narrazione patriottistica a suo favore:

We can die here, or we can continue fighting. Which would better serve the emperor?

Possiamo morire qui, oppure continuare a combattere. In che modo serviremmo meglio l’imperatore?

Anzi infine sceglie di evadere il conflitto stesso, venendo spalleggiato da un altro compagno che dice testualmente di non poterne più di questa guerra, a sottolineare un senso di frustrazione generale che pervade l’esercito.

Significativo anche la sua decisione finale, in cui aggredisce il soldato inglese quando si accorge che lo stesso ha requisito la pistola del generale Kuribayashi: a suo modo il protagonista sceglie di fare un attacco banzai (suicida), ma per qualcosa in cui credeva veramente.

Ovvero, una persona a cui davvero teneva e che non meritava di essere spogliata del suo valore.

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Avventura Back to...Zemeckis! Comico Commedia Dramma familiare Dramma romantico Dramma storico Drammatico Film Film di guerra Recult

Forrest Gump – Una semplice corsa

Forrest Gump (1994) rappresenta indubbiamente una delle opere più di culto della filmografia di Robert Zemeckis, nonché uno dei maggiori successi della carriera di Tom Hanks.

Non a caso, a fronte di un budget comunque consistente – 55 milioni di dollari – fu un incredibile successo commerciale: quasi 700 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla Forrest Gump?

Forrest è un bambino molto stupido ha un IQ pari a 75 – che però si troverà a diventare protagonista delle tappe più importanti della storia statunitense, mantenendo intatta la sua inguaribile semplicità di visione…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Forrest Gump?

Tom Hanks in una scena di Forrest Gump (1994) di Robert Zemeckis

In generale, sì.

Per quanto personalmente non la consideri l’opera più brillante di questo autore, Forrest Gump è una pellicola piacevolissima e che gode di una scrittura attenta ed intelligente, che riesce perfettamente a modulare l’apparato comico con i momenti più profondamente drammatici.

Questo cult degli Anni Novanta ci permette di seguire con ironia e leggerezza la storia di quest’uomo tanto stupido quanto fondamentale per la storia di una nazione, proponendoci anche riflessioni morali e sociali per nulla scontate.

Insomma, vale assolutamente una visione.

Un passo indietro

Michael Conner Humphreys in una scena di Forrest Gump (1994) di Robert Zemeckis

Forrest comincia un passo indietro agli altri.

Per quanto sia un bambino del tutto innocente e pieno di buone intenzioni, viene fin da subito ostacolato dal mondo sia degli adulti che dei pari: i primi lo bloccano sia fisicamente – i tutori alle gambe – che intellettualmente – volendolo relegare ad una scuola per ragazzi speciali

…e anche i suoi compagni fin da subito – e ancora negli anni successivi – lo emarginano e lo bullizzano.

In questo senso, Jenny e la madre sono considerabili i suoi angeli custodi.

Michael Conner Humphreys e Hanna R. Hall in una scena di Forrest Gump (1994) di Robert Zemeckis

Per quanto complessivamente il suo percorso sia sostanzialmente autonomo, sarebbe stato di fatto impossibile senza l’intervento iniziale di questi due personaggi chiave: anzitutto la madre, che dona letteralmente il suo corpo e la sua dignità per permettergli di frequentare una scuola normale.

Allo stesso modo Jenny, pur non riuscendo a contrastare direttamente i suoi aguzzini, è una figura educativa – lo aiuta ad imparare a leggere, fra le altre cose – ma anche, e soprattutto, ispiratrice.

Banalmente, se la bambina non l’avesse incoraggiato a correre, e così a liberarsi delle sue limitazioni, Forrest non sarebbe riuscito a vivere la sua vita allo stesso modo.

Una figura sfuggente

Jenny è una figura fondamentale quanto sfuggente.

Il protagonista si ritrova spesso a rincorrerla, a cercarla, ma anche ad essere sistematicamente abbandonato da questa donna troppo malinconica e tormentata dai suoi demoni per poter davvero accettare nella sua vita la bontà di Forrest.

Infatti, fin da bambina Jenny è vittima di abusi, prima dal padre, poi dai diversi uomini che si susseguiranno nella sua vita, in cui Forrest è sulle prime solo spettatore, poi figura attiva di protettore e salvatore.

Tuttavia, il ruolo di Forrest nella vita di Jenny non va assolutamente banalizzato: il protagonista non si limita a salvarla fisicamente dalle aggressioni, ma ha soprattutto la funzione di far comprendere la gravità degli abusi che sta subendo.

Una lezione che purtroppo la donna capirà solamente alla fine della sua vita, quando dovrà fare i conti con il peso delle sue scelte – con ogni probabilità, una malattia sessuale – che la porterà però a vivere finalmente un momento felice, accettando l’amore di Forrest.

Salvato da sé stesso

Gary Sinise in una scena di Forrest Gump (1994) di Robert Zemeckis

Un’altra figura fondamentale nella vita di Forrest è il tenente Dan.

L’uomo è del tutto ubriaco della retorica dell’eroismo militare, e per questo preferirebbe morire sotto il fuoco nemico, anzi sente di essere destinato a questa fine, prima che Forrest rovini ogni cosa – idea che gli rinfaccerà più e più volte nel corso della pellicola.

In questo senso, il protagonista, nella sua semplicità di pensiero, assume un ruolo non tanto dissimile da quello che ha per la vita di Jenny: Forrest sa solamente che è giusto salvare la vita del suo compagno – e questo fa, nonostante le proteste dello stesso.

Gary Sinise e Tom Hanks in una scena di Forrest Gump (1994) di Robert Zemeckis

A margine, si può notare come tutta l’esperienza militare di Forrest sia una sottile satira della realtà militaresca americana, in cui il protagonista eccelle proprio perché incapace di sviluppare un pensiero critico e, per questo, essere del tutto ligio al dovere.

Ma lo stesso pensiero bidimensionale gli permette di salvare Dan in un senso più ampio, ovvero mostrandogli come ci possa essere un’altra vita, non da eroe, ma da privato cittadino, altrettanto soddisfacente quanto quella sul campo di battaglia.

Notevole per questo il parallelismo fra le protesi del veterano sul finale e i tutori di Forrest all’inizio del film: se per il giovane protagonista erano un impedimento, per Dan sono il suo modo per accettare finalmente quella seconda vita.

Un simbolo?

Tom Hanks in una scena di Forrest Gump (1994) di Robert Zemeckis

A livello più ampio, Forrest diventa un simbolo.

Zemeckis riesce a rappresentare con grande lucidità – per la corsa senza fine tanto in quella del misterioso discorso – la turbolenta realtà sociale degli Stati Uniti negli Anni Sessanta – Settanta, in cui vi era una ricerca disperata ad un’icona.

Per questo così tante persone seguono ed incitano la corsa di questo strano soggetto, proprio come a voler partecipare allo sconvolgimento politico e sociale dell’epoca, trovandoci ognuno un proprio riscatto sociale.

Tom Hanks in una scena di Forrest Gump (1994) di Robert Zemeckis

Ma Forrest non vuole essere un simbolo.

Il protagonista non abbraccia nessuna battaglia sociale, ma riesce comunque a portare inconsapevolmente nel mondo una bontà semplice, senza malizia, una nuova prospettiva su una realtà politica complessa e combattuta.

Forrest è solamente un uomo seduto su una panchina, che si trova a dialogare con diversi spettatori che si susseguono in scena, persone del tutto comuni che si arricchiscono indirettamente con i suoi insegnamenti.

E, come loro traggono importanti lezioni dalla sua storia, così noi, vedendola sullo schermo, ne siamo profondamente arricchiti.

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La sottile linea rossa – La guerra umana

La sottile linea rossa (1998) di Terrence Malick è probabilmente il miglior film di guerra mai realizzato, che porta il genere ad un altro livello, per profondità di tematiche e realismo della messinscena.

A fronte di un budget neanche eccessivo per una produzione del genere – appena 52 milioni di dollari – ebbe un riscontro non entusiasmante al botteghino: 98 milioni di dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla La sottile linea rossa?

La pellicola segue le vicende di diversi soldati durante la Campagna di Guadalcanal, durante la Seconda Guerra Mondiale.

Vi lascio il trailer (incredibilmente bello) per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere La sottile linea rossa?

Assolutamente sì.

La sottile linea rossa non solo è una delle opere più profonde e interessanti mai realizzate, ma è anche uno dei migliori film di guerra che potrete mai vedere in vita vostra, soprattutto se non apprezzate le pellicole contaminate dalla retorica americana della guerra degli eroi – in questo caso totalmente assente, anzi pesantemente criticata.

La storia spazia fra le drammatiche e incredibilmente realistiche vicende dei soldati all’interno di un conflitto che non ha né eroi né nemici, ma solo uomini sporchi di sangue, fango e disperazione che lottano per la loro vita.

Insomma, non ve lo potete perdere.

La sottile linea rossa realtà

Alcune utili indicazioni per orientarsi nel film.

La Campagna di Guadalcanal, nota anche come Battaglia di Guadalcanal, ebbe luogo tra il 7 agosto 1942 e il 9 febbraio 1943 nel teatro del Pacifico della Seconda Guerra Mondiale.

I protagonisti furono gli Alleati sbarcati sull’isola di Guadalcanal, nelle Salomone Meridionali, e l’Impero Giapponese, che all’inizio del luglio 1942 aveva cominciato a costruirvi sulla costa nord una pista aerea.

Questo evento rappresentò la prima grande offensiva lanciata dagli Alleati contro il Giappone, che fino ad allora aveva mantenuto l’iniziativa bellica.

Ecco una piccola galleria di foto d’epoca.

La follia

La sottile linea rossa può essere letto su tre livelli.

Il livello più semplice, più immediato, è la follia: la follia del potere, della conquista, della vittoria, del racconto degli eroi.

La follia è quella del Colonnello Tall, che vive nel sogno di una vittoria senza sangue, una vittoria di eroi, una rivalsa, del tutto cieco davanti alla realtà della guerra umana che si sta svolgendo davanti ai suoi occhi.

I don’t think you fully understand what is going on.

Non credo che lei capisca veramente cosa sta succedendo.

Lo testimonia l’acceso confronto con Taros, in cui Tall richiede l’attacco diretto al bunker, in cui proprio si dimostra ignaro della pericolosità dell’impresa, che porterebbe non ad una vittoria, ma ad un suicidio collettivo.

La sua follia è dettata anche da una incontenibile fretta, forse per la paura di risvegliarsi lui stesso da quel sogno di gloria inconsistente di cui si nutre, arrivando persino a mettere da parte i più basilari bisogni umani – l’acqua – pur di vincere.

Infatti, per sua stessa ammissione, sono ben quindici anni che viene preparato a questa guerra, nascendo probabilmente nell’ombra e nel sogno del primo conflitto mondiale, senza aver ancora avuto la sua occasione per dimostrare il suo valore.

Proprio per questo sceglie di sollevare Taros dal compito: se Tall parla di quanti uomini si devono sacrificare per raggiungere la vittoria, Taros invece vuole preservare se non la vita, quantomeno la dignità dei suoi soldati, dei suoi figli.

Più in generale, il personaggio di Tall rappresenta come il potere politico e militare riesca a distruggere un uomo che poteva dare amore al suo prossimo, ma che invece è stato deumanizzato dal potere politico militare:

La carne

We are just meat

Siamo solo carne

Il secondo livello è la carne.

La sottile linea rossa ci mette costantemente davanti alla realtà del fronte, con lo sguardo registico che ci permette di sentirci accanto a questi soldati sperduti, disperati, sempre ad un passo dalla morte.

Nessuno di loro riesce infatti mai a vivere il sogno della guerra, ritrovandosi invece spesso ad interrogarsi sulle sue stesse dinamiche, sul destino guidato non dall’eroismo, non dalle capacità del singolo, ma unicamente dalla pura fortuna di riuscire a non mettere il piede in fallo.

Così vediamo in scena soldati che piangono davanti all’atto peggiore di tutti – l’omicidio – mai sentendosi glorificati dallo stesso, ma piuttosto cercando di sostenersi anche negli ultimi momenti, anche solo per non morire soli…

Il pensiero più cinico è rappresentato dal personaggio di Sean Penn, Welsh.

Nei diversi monologhi e soprattutto all’interno degli scambi con Witt, Welsh racconta tutta la sua amarezza e il suo disfattismo, negando l’importanza dell’individuo, e scegliendo invece di barricarsi dietro ad un nichilismo che lo protegge da una realtà altrimenti insopportabile.

Il suo personaggio ha così accettato un destino di morte e sofferenza, in un mondo devastato dalla follia dell’uomo stesso, negando l’esistenza di una redenzione, di un mondo altro, di una scintilla che possa salvarlo.

Per questo, al funerale di Welsh, si chiede:

 Where’s your spark now?

Dov’è finita la tua luce ora?

Consapevole che l’ultima luce di speranza che poteva animare il suo animo è ormai andata perduta…

La sottile linea rossa giapponesi

Anche il nemico è carne.

L’ultimo barlume del sogno del riscatto eroico si infrange quando infine i soldati si trovano davvero davanti a quel terribile nemico, conoscendo invece nient’altro che un uomo con la divisa di un altro colore.

I soldati giapponesi sono infatti solo un gruppo di disperati, costretti a battersi, ad uccidere fino ad arrivare persino alla follia, in un incubo di incomunicabilità che porta solo a riflettere ancora più profondamente sull’origine di questo grande male, che affligge l’uomo di ogni colore.

Il sogno

This great evil…where’s it come from?

L’ultimo livello, quello più profondo, è il sogno.

L’esperienza della guerra porta con sé la riflessione e l’evasione, la ricerca di un significato di una dinamica incomprensibile: da dove viene questo grande male che affligge il mondo, chi lo sta causando, chi ci sta uccidendo?

La risposta, semplicemente, è l’uomo.

L’uomo è artefice della sua distruzione, l’uomo si nasconde dietro ad un sogno di gloria per giustificare un atto altrimenti ingiustificabile, per legittimare un mondo senza legge e senza morale, carne contro carne.

Ma esiste una via d’evasione.

A contrapporsi al grande male vi è una forza ancora più inscalfibile: l’amore.

Per tutta la pellicola Bell si rifugia nel sogno della quotidianità e di quella semplice felicità casalinga che ha potuto vivere con la moglie, sicuro di poter contare su quel sentimento, quella fiamma che nessuno – nemmeno la guerra – potrà mai spegnere.

E invece la guerra è tanto distruttiva da recidere anche quell’unico legame con quella realtà altra, la realtà della redenzione e della piccola felicità terrena, persa nel peso della solitudine, della lontananza, dissolta in un ricordo ormai troppo flebile.

La sottile linea rossa Witt

Infine, la vera evasione è quella di Witt.

Witt è l’unico che veramente riesce a sconfiggere il grande male, che riesce continuamente a vedere al di là dello stesso, ad essere sicuro della possibilità di un mondo altro, del riscatto morale dell’uomo persino all’interno del conflitto.

Per questo si nutre di quell’apparente paradiso terrestre – il villaggio locale – per questo continua ad osservare il nemico con curiosità e benevolenza, scegliendo una visione panpsichista del mondo, dell’armonia col naturale e della fratellanza universale degli uomini.

E proprio quando quel sogno si spezza, quando vede la realtà del villaggio molto più dura e meno idilliaca di quanto ricordava, proprio a quel punto sceglie di uscire di scena, di sacrificare la sua vita per il compagno, e di farsi uccidere dal soldato giapponese

…nonostante l’uomo lo pregasse del contrario:

I have no desire to kill you. You are surrounded, please surrender.

Non voglio ucciderti. Sei circondato, ti prego arrenditi.

In questo modo Witt non muore, ma di fatto rinasce, si congeda dal terribile mondo umano in cui ormai non si riconosce più, e sceglie invece di abbracciare l’armonia naturale che sempre faceva da contorno persino ad un panorama di morte così desolante.