Mother Mary (2026) di David Lowery è un dramma fantastico con protagoniste Anne Hathaway e Michaela Coel.
A fronte di un budget stimato di 20 milioni, si sta rivelando prevedibilmente un insuccesso commerciale.
Di cosa parla Mother Mary?
Mary e Sam si sono allontanati molto tempo fa per un litigio mai avvenuto, ma così profondo che…ricucire i rapporti non è per nulla semplice.
Vi lascio il trailer per farvi un’idea:
Vale la pena vedere Mother Mary?

In generale, sì.
Se si conosce la filmografia di Lowery, appare chiaro che Mother Mary, a differenza di come potrebbe apparire ad una prima visione, è un film complessivamente onesto, che si fa forte di una simbologia fantastica molto immediata e di facile comprensione — il modo in cui il regista è solito raccontare le sue storie.
La pesantezza della pellicola potrebbe tuttavia derivare dalla natura quasi da dramma da camera, per cui Mother Mary è sostanzialmente un dialogo continuo e serrato fra le sue protagoniste, con intermezzi di evasioni di flashback contaminate dall’elemento del fantastico e del simbolico.

Arrivo

Sam e Mary non sono mai state veramente divise.
Il breve monologo iniziale sembra quasi quello di una madre che parla ad un figlio non ancora nato, il cui cordone ombelicale non è ancora reciso: una suggestione lontana che la porta ad essere presente in una scena di cui non fa parte, ma di cui diventa inevitabilmente testimone.
Così Mary insegue la vecchia amica, la va quasi a stanare per costringerla a ricucire un rapporto nel modo in cui le ha per tanto tempo negato: dando concretezza al suo essere, a quel nugolo di sentimenti che la protagonista non riesce veramente ad esprimere…

…e non con le sue canzoni.
Ma l’ascolto della stessa è negato, perché racconta delle sensazioni che Sam non vuole più sentire, come un racconto indiretto di una storia da cui è stata esclusa contro la sua volontà.
Ma perché Mary ha scelto di allontanarla, seppur involontariamente?
Identità

L’identità di Mary era davvero sua?
L’angoscia della protagonista, soprattutto a fronte della sua evidente e spericolata ascesa, era di aver costruito un personaggio che non la rappresentava, ma creato su misura da Sam, tanto da spersonalizzarsi sempre più drammaticamente – come testimoniano i diversi abiti sempre più scandalosi che l’amica le ricorda aver indossato negli anni.
Ne consegue una sottile ma lancinante fuga, in cui Mary ha voluto – forse quasi inconsapevolmente – escludere Sam dal suo io, finendo per essere succube di stylist piuttosto mediocri – come spesso Sam le ricorda – che non hanno favorito la riacquisizione del sé tanto ricercata – anzi, tutto il contrario.

Le dinamiche in questo senso non sono del tutto esplicitate dalla pellicola, ma è evidente che si trattasse di più di un sentire di Sam, messa progressivamente alla porta fino a diventare non più protagonista – seppur indiretta – della scena, bensì semplice spettatrice di un trionfo che può avvenire anche senza la sua partecipazione.
Ed è a questo punto che la pellicola si avventura in un terreno pericolosissimo.
Fantasma

Si può serenamente affermare, arrivati a questo punto, che il cinema di David Lowery non può mai mancare dell’elemento soprannaturale.
Tuttavia, lo stesso, a differenza di altri registi, è in realtà di semplice lettura – soprattutto nel caso di Mother Mary.
La simbologia estremamente lineare racconta come Sam si sia liberata di un’angoscia interiore che l’infestava, emersa proprio nel momento in cui si è resa conto che la sua presenza nella vita di Mary non era più così necessaria, andando invece a tormentare la vita dell’amica persa.

In questo senso la simbologia si articola in due colori molto essenziali: l’oro – simbolo del tentativo di Mary di trovare una sua propria individualità, quindi costantemente ricercato ed indossato – ed il rosso – simbolo invece del rimorso, che cerca di fuggire ma che è costantemente presente, in maniera sempre più pressante e pervasiva.
Per questo la simbologia così immediata si risolve in due momenti: l’estrazione del fantasma dalle interiora – e l’interiorità – di Mary, e la conseguente trasformazione dello stesso in un nuovo punto di partenza, che riprende le fila del trascorso – personale ed artistico – della loro amicizia.
Ma, ancora più importante, è il momento in cui Mary, andando verso il palco, si spoglia di tutto quello che ha vissuto finora senza l’amica, dandole la possibilità di rivestirla di nuovi abiti e ricominciando a farle ascoltare la sua musica con una canzone dedicata solamente a lei…
…che suggella definitivamente la ricomposizione del loro rapporto.
















































































































