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Mother Mary – Ricucire una ferita

Mother Mary (2026) di David Lowery è un dramma fantastico con protagoniste Anne Hathaway e Michaela Coel.

A fronte di un budget stimato di 20 milioni, si sta rivelando prevedibilmente un insuccesso commerciale.

Di cosa parla Mother Mary?

Mary e Sam si sono allontanati molto tempo fa per un litigio mai avvenuto, ma così profondo che…ricucire i rapporti non è per nulla semplice.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Mother Mary?

In generale, sì.

Se si conosce la filmografia di Lowery, appare chiaro che Mother Mary, a differenza di come potrebbe apparire ad una prima visione, è un film complessivamente onesto, che si fa forte di una simbologia fantastica molto immediata e di facile comprensione —  il modo in cui il regista è solito raccontare le sue storie.

La pesantezza della pellicola potrebbe tuttavia derivare dalla natura quasi da dramma da camera, per cui Mother Mary è sostanzialmente un dialogo continuo e serrato fra le sue protagoniste, con intermezzi di evasioni di flashback contaminate dall’elemento del fantastico e del simbolico.

Arrivo

Sam e Mary non sono mai state veramente divise.

Il breve monologo iniziale sembra quasi quello di una madre che parla ad un figlio non ancora nato, il cui cordone ombelicale non è ancora reciso: una suggestione lontana che la porta ad essere presente in una scena di cui non fa parte, ma di cui diventa inevitabilmente testimone.

Così Mary insegue la vecchia amica, la va quasi a stanare per costringerla a ricucire un rapporto nel modo in cui le ha per tanto tempo negato: dando concretezza al suo essere, a quel nugolo di sentimenti che la protagonista non riesce veramente ad esprimere…

…e non con le sue canzoni.

Ma l’ascolto della stessa è negato, perché racconta delle sensazioni che Sam non vuole più sentire, come un racconto indiretto di una storia da cui è stata esclusa contro la sua volontà.

Ma perché Mary ha scelto di allontanarla, seppur involontariamente?

Identità

L’identità di Mary era davvero sua?

L’angoscia della protagonista, soprattutto a fronte della sua evidente e spericolata ascesa, era di aver costruito un personaggio che non la rappresentava, ma creato su misura da Sam, tanto da spersonalizzarsi sempre più drammaticamente – come testimoniano i diversi abiti sempre più scandalosi che l’amica le ricorda aver indossato negli anni.

Ne consegue una sottile ma lancinante fuga, in cui Mary ha voluto – forse quasi inconsapevolmente – escludere Sam dal suo io, finendo per essere succube di stylist piuttosto mediocri – come spesso Sam le ricorda – che non hanno favorito la riacquisizione del sé tanto ricercata – anzi, tutto il contrario.

Le dinamiche in questo senso non sono del tutto esplicitate dalla pellicola, ma è evidente che si trattasse di più di un sentire di Sam, messa progressivamente alla porta fino a diventare non più protagonista – seppur indiretta – della scena, bensì semplice spettatrice di un trionfo che può avvenire anche senza la sua partecipazione.

Ed è a questo punto che la pellicola si avventura in un terreno pericolosissimo.

Fantasma

Si può serenamente affermare, arrivati a questo punto, che il cinema di David Lowery non può mai mancare dell’elemento soprannaturale.

Tuttavia, lo stesso, a differenza di altri registi, è in realtà di semplice lettura – soprattutto nel caso di Mother Mary.

La simbologia estremamente lineare racconta come Sam si sia liberata di un’angoscia interiore che l’infestava, emersa proprio nel momento in cui si è resa conto che la sua presenza nella vita di Mary non era più così necessaria, andando invece a tormentare la vita dell’amica persa.

In questo senso la simbologia si articola in due colori molto essenziali: l’oro – simbolo del tentativo di Mary di trovare una sua propria individualità, quindi costantemente ricercato ed indossato – ed il rosso – simbolo invece del rimorso, che cerca di fuggire ma che è costantemente presente, in maniera sempre più pressante e pervasiva.

Per questo la simbologia così immediata si risolve in due momenti: l’estrazione del fantasma dalle interiora – e l’interiorità – di Mary, e la conseguente trasformazione dello stesso in un nuovo punto di partenza, che riprende le fila del trascorso – personale ed artistico – della loro amicizia.

Ma, ancora più importante, è il momento in cui Mary, andando verso il palco, si spoglia di tutto quello che ha vissuto finora senza l’amica, dandole la possibilità di rivestirla di nuovi abiti e ricominciando a farle ascoltare la sua musica con una canzone dedicata solamente a lei…

…che suggella definitivamente la ricomposizione del loro rapporto.

  

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Dramma familiare Dramma romantico Drammatico Fantastico Film

Hamnet – Un labirinto vuoto

Hamnet (2026) di Chloé Zhao è un dramma familiare tratto dall’omonimo romanzo di Maggie O’Farrell, qui nel ruolo di co-sceneggiatrice.

A fronte di un budget medio – 35 milioni di dollari – si è rivelato nel complesso un buon successo commerciale.

Di cosa parla Hamnet?

Will e Agnes sembrano avere il destino segnato dal loro essere reietti…ma potendolo invece essere insieme.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Hamnet?

Assolutamente sì.

Dopo la dolcissima delicatezza di Nomadland (2020), Chloé Zhao torna alla regia con una pellicola capace di portare in scena una piccola storia familiare che si intreccia in maniera brillante con l’elemento magico e onirico che pervade la storia.

Un racconto fatto di presagi, segni e predizioni, che si insinuano negli sguardi, nei pensieri e nelle parole dei personaggi in maniera estremamente sottile e capace di essere compresa nella sua interezza solo visione dopo visione.

Fuori

Il percorso di Will è inevitabilmente rivolto verso l’esterno.

La pellicola si apre con la visione di Agnes avvolta nel contesto naturale – selvaggio e, per questo, temuto – in cui Will si specchia nella scena successiva, con il paesaggio che si riflette nella sua gabbia – le finestre della casa in cui è costretto.

Si crea quindi subito questa dicotomia fra lo spazio chiuso e opprimente – definito da colori freddi, desaturati, financo binari nella casa di Will – in cui è tutto o bianco, o nero – e invece lo spazio aperto, di colori pieni e brillanti, che Agnes porta con sé anche quando rientra nel grigiore domestico.

Si crea quindi questo movimento in cui i due si ritrovano in una sorta di terra di confine, in cui Agnes benedice Will promettendogli un futuro ben al di là dei ristretti orizzonti a cui è stato costretto, per poi rientrare entrambi nel contesto familiare opprimente, all’interno di una forte simmetria in cui entrambi raccontano il loro ruolo di emarginati.

Il loro secondo approccio è in questo senso fondamentale, in quanto Will sceglie consapevolmente di penetrare quella natura disarmonica, rifugio e condanna di Agnes, e riesce così a conquistarla, dimostrandosi estraneo alle grettezze sociali a cui è costretto…

…raccontandogli una novella fuori dagli schemi del mero matrimonio borghese.

Ed è a quel punto che comincia la loro storia.

Destino

Agnes è consapevole del proprio destino e di quello di Will.

Per questo si fa costantemente vettore dello stesso, prima accettando il ruolo di genitrice ma non – come pensa la famiglia di Will – per incastrarlo all’interno del matrimonio, ma per porre il primo tassello della sua storia: Will riesce ad evadere le opprimenti mura domestiche proprio perché Agnes lo spinge in quella direzione…

…consapevole, anche avendolo visto con i propri occhi, di come invece perderebbe il marito se lo continuasse ad ingabbiare.

Ed è in questo momento che la protagonista assiste alla prima tappa di un destino dai contorni più sfumati, inafferrabili, che ha il suo apice nel parto gemellare, in cui il marito non è presente, ma comunque la sua presenza è evocata dallo straripare del fiume che invade la casa, come un richiamo di un mondo esterno da cui Agnese è esclusa…

…e in cui il marito potrebbe essere vivo come perso.

Un’apparente calma è riconquistata con la rinascita della figlia, per cui è come se la madre dimostrasse i suoi poteri generativi anche al di fuori del suo ambiente naturale, che ci accompagna verso un presente pervaso da una serenità totale e appagante, in cui ognuno sembra aver assunto la propria parte in scena.

Infatti in questo contesto familiare così piacevolmente intrecciato con l’arte lontana del padre – di cui comunque i figli si nutrono profondamente, sognando un giorno anche loro di cavalcare le scene – la divisione così netta fra i due ambienti – urbano e naturale – non è distruttiva, ma armonica.

Agnes e Will vivono di un’armonia silente, smettendo serenamente di mentirsi sulle possibilità di avvicinare i due mondi, la cui lontananza è in realtà sentita solamente dai figli, che soffrono l’assenza di un padre che amano ed ammirano profondamente – tutti elementi che ritorneranno in qualche modo rovesciati nella seconda parte.

Infatti la colpa di Will è ancora tutta da scrivere.

Omen

L’inizio dell’atto centrale è scandito da due omen estremamente significativi.

L’inizio del presagio della morte che sopraggiungerà di lì a breve avviene nel funerale del falco di Agnes, agli occhi di tutti i presenti un’occasione per riconnettersi con il ciclo eterno della natura…tranne per Hamnet, che non si perde nel rassicurante sogno del falco che solca i cieli in eterno, ma in una visione altra.

La stessa non è esplicata fino all’effettiva morte del personaggio, ma è ricalcata nella sua enigmaticità dalle visioni parallele di Agnes e Will: entrambi avvertono un sentore disturbante – il padre nel lugubre spettacolo delle ombre, la madre nell’agitazione delle api – ed entrambi, in inquadrature quasi simmetriche, si fermano ad osservare l’orizzonte incerto.

Così la peste – ormai parte della quotidianità urbana di Will – serpeggia fino alla sua famiglia, in cui Agnes si prende il peso di essere l’unica veramente capace di risolvere la malattia con il suo ingegno quasi stregonesco, del tutto ignara dei veri protagonisti della scena, totalmente fuori dal suo controllo: Hamnet e la morte.

Così la morte del figlio si intreccia perfettamente sul piano realistico – Hamnet si lascia infettare dalla sorella, come se ne assorbisse la malattia – e quello strettamente simbolico – si scambia con la stessa come su un palcoscenico, e così riesce ad ingannare la morte, che rapisce lui invece che Judith.

Ed è ancora più straziante la sua dipartita non tanto per la morte in sé stessa, ma per come Hamnet viene rappresentato in questa sorta di limbo – che poi scoprirà essere lo stesso palco dell’atto finale – separato dalla realtà dei vivi da un velo oscuro, alla disperata ricerca di un elemento familiare – e di fuga.

Ma non è la morte il problema.

Spettatore

Will non può essere solo spettatore.

Negli anni evidentemente Agnes aveva tollerato, anzi forse proprio accettato, la presenza scostante del marito, proprio perché la stessa garantiva un affetto sincero e significativo nei confronti dei figli, che colmava in qualche modo quel vuoto lasciato durante l’assenza.

Ma l’assenza non è più giustificabile quando Agnes si trova completamente sola a dover affrontare le morti prima di Judith, poi di Hamnet – anche se la prima è scampata – portando ad un’implosione del nucleo familiare, per cui i tentativi di risoluzione di Will risultano non solo fallimentari, ma concretamente deleteri.

E infatti Agnes, scena dopo scena, è sempre più infelice, scostante…e visibilmente invecchiata, come non lo era mai stata nei precedenti anni in cui il suo nucleo emotivo era vivo e pulsante, rinfacciando al marito i suoi tentativi di pacificazione che sembrano solo una conferma di un ascolto e di una presenza che non c’è mai stata.

E la tragedia di Hamlet potrebbe essere davvero l’insulto finale.

La protagonista si trova costretta davanti ad un personaggio che ricalca l’aspetto e la storia del figlio defunto, e ritrova contegno solamente quando vede finalmente il padre prendere posto in scena, ritirandosi però presto dalla stessa nel ruolo, ancora una volta, di spettatore.

In altre parole, Will affronta la tragedia della morte del figlio nell’unico modo in cui è capace di farlo: riraccontandola, riportandola in scena e dando quasi l’occasione al defunto di vivere una vita, un’avventura che da vivo ha solo sognato, concretizzazione di quelle fantasie che la madre ha solo potuto ascoltare.

E, nello sguardo silente del marito, nella vita fittizia di Hamnet, finalmente Agnes trova riscatto per il suo dolore, non più sola, ma circondata da un pubblico che la vive insieme a lei, potendo toccare per l’ultima volta la mano del figlio, e salutandolo mentre abbandona la vita…

…passando dalla stessa strada per cui aveva trovato la vita.

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Wicked for Good – Una storia senza fondamenta

Wicked for Good (2025) è il sequel di Wicked (2024), tratto sempre dall’omonimo musical di Broadway.

A fronte di un budget abbastanza importante – ma non eccessivo – ha avuto una buonissima apertura al primo weekend.

Di cosa parla Wicked for Good?

Cinque anni dopo le vicende del primo film, Elphaba e Glinda si ritrova nemiche senza volerlo, in un mondo sempre meno favolistico di quello che sembra…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Wicked for Good?

Dipende.

Purtroppo Wicked for Good risulta decisamente più debole rispetto alla prima parte, sfruttando con meno intelligenza il materiale originale – già di per sé non particolarmente avvincente – e andandosi ad incastrare in un girotondo narrativo ben poco robusto.

Riesce comunque ad essere vincente per un pubblico di appassionati e per chi semplicemente vuole conoscere la conclusione della storia, a fronte anche di un racconto del rapporto delle protagoniste genuinamente commovente e coinvolgente.

Insomma, dipende tutto da quanto vi interessa il progetto in primo luogo.

Premesse

L’incipit di Wicked for Good ha la semplice quanto essenziale finalità di reintrodurre lo spettatore alla situazione politica di Oz.

Di fatto gli animali schiavizzati per costruire la fantomatica strada dai mattoncini dorati sono uno spaccato piuttosto significativo del significato tutto di Wicked: una distorsione della realtà venduta come un sogno dal sapore favolistico.

E così l’intervento di Elphaba racconta altresì chiaramente la sua figura come minaccia incombente, costruita su una struttura sempre più delirante di leggende popolari che si affollano nella mente del popolo, tanto da renderla effettivamente temibile.

E a poco servono i tentativi della Strega dell’Ovest di convincere gli animali a ripopolare una terra in cui ormai sono sistematicamente ghettizzati e subordinati al potere umano, tanto da essere persino avvelenati dalla grottesca presenza del Leone fifone che Elphaba aveva salvato nel precedente capitolo.

Eppure, forse una speranza è possibile?

Promesse

La storia di Glinda è, complessivamente, forse una delle più indovinate della pellicola.

Il suo personaggio ripercorrere i sentieri della memoria per ricordarsi come, fin da bambina, fosse stata circondata da attenzioni che le hanno costruito su misura il ruolo della strega buona e amabile, nonostante questi poteri fossero del tutto inesistenti – o, perlomeno, mai realmente approfonditi per permetterle di brillare concretamente.

E così anche nel presente Glinda non è altro che una facciata – come d’altronde lo stesso Mago – per Madame Morrible e la sua cerchia di potere per costruire un sistematico sistema di caste, con gli umani Oz in cima e tutto il resto sotto a cascata – persino gli innocenti Mastichini – costretta in una situazione che la fa soffrire terribilmente.

In questo contesto quindi è tanto più naturale – per quanto non proprio robusto nella sua gestione – che Glinda provi a portare Elphaba dalla sua parte, facendosi innocentemente anche forza della triste consapevolezza del Mago di essere nient’altro che un burattino con un ruolo che ormai non è più possibile evadere.

Ma, arrivati a questo punto, la trama comincia a girare su se stessa.

Scontro

Per quanto fosse sostanzialmente naturale lo scontro con il Mago, il passaggio alla parte centrale è quanto più debole.

La scena delle gabbie, infatti, proprio per il suo significato di racconto del sommerso, delle reali intenzioni del Mago, manca di un retroterra narrativo abbastanza forte – una problematica complessivamente molto comune in questa pellicola – tanto che Oz, come era scomparso dietro alla definizione di Magnifico…

…tanto più viene appiattito nella sua presunta cattiveria.

Ne consegue che tutta la parte centrale risulta a tratti ridondante, dispersa in questo sogno d’amore che dovrebbe arricchire la scena e il personaggio di Elphaba, ma che finisce inevitabilmente per appiattire Fiyero – che passa dall’essere un’interessante voce rivoluzionaria ad una figurina sullo sfondo.

Di fatto, il fulcro della scena veramente significativo rimane lo scontro fra Elphaba e Glinda, che passano addirittura alle mani quando la strega buona diventa sostanzialmente e definitivamente complice di Madame Morrible, arrivando ad un risveglio di consapevolezza significativo e appassionato…

…quanto lenitivo per tutto il resto.

Eredità

Per la parte della riscrittura de Il mago di Oz è forse quella per cui Wicked for Good ha sofferto di più l’attaccamento al musical.

Lo spettacolo teatrale gioca molto sul mostrare e, soprattutto, non mostrare i personaggi classici della favola, ma nel contesto filmico diventa una scelta scenica quasi pretestuosa, al punto che l’unico personaggio veramente significativo è l’Uomo di Latta – pur in un cambio di umore forse fin troppo repentino e poco credibile.

Al contrario, gli altri personaggi vivono o della conoscenza pregressa dello spettatore o di situazioni al limite veramente del credibile – particolarmente Fiyero, che non ha nessun motivo per unirsi alla lotta contro Elphaba – e scompaiono di fatto davanti all’appassionata canzone di chiusura – For Good.

Ne consegue che molte scelte del finale – la credibilità della botola, di Glinda che crede davvero che Elphaba sia morta con l’acqua, financo la dipartita forzata del mago – risultano fumose e quasi accessorie all’interno di una produzione cinematografica che ha voluto più di tutti puntare sull’unione fittizia quanto reale delle due protagoniste…

…dimenticandosi di dare abbastanza valore a tutto quello che le circondava.

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The Life of Chuck – L’attesa

The Life of Chuck (2025) è un film drammatico diretto da Mike Flanagan con protagonista Tom Hiddleston.

A fronte di un budget sconosciuto, per ora ha avuto un incasso piuttosto misero.

Di cosa parla The Life of Chuck?

La Terra per come la conosciamo rischia di cadere a pezzi, simbolo per simbolo…ma se fosse qualcosa di più personale?

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere The Life of Chuck?

Assolutamente sì.

Con The Life of Chuck, dopo una lunga parentesi orrorifica, Flanagan intraprende un racconto drammatico e riflessivo veramente inaspettato, andando a ricalcare una filosofia non estranea alla sua filmografia, ma arricchita da un taglio più speranzoso che mancava nelle sue recenti più recenti produzioni.

Non manca uno spaesamento iniziale verso una storia che sembra raccontare tutt’altro, ma che merita di essere scoperta  atto dopo atto, diventando limpida solamente nelle sue ultime, fondamentali, battute che riescono perfettamente a chiudere il cerchio.

Didascalia

Tutta la prima parte della pellicola è una incomprensibile didascalia…

…finché non diventa comprensibile.

Flanagan sulle prime sembra portare in scena un film sci-fi dal sapore post-apocalittico, costellato da scomparse improvvise e dal graduale decadimento delle connessioni interne e delle certezze che componevano l’universo umano, con un gruppo di personaggi che sembra vivere solo per raccontarsi.

Eppure, arrivati al finale, il primo atto acquista un significato del tutto diverso.

L’universo rappresentato in realtà non è altro che l’immensità contenuta internamente da Chuck, che progressivamente si sgretola insieme al suo corpo e alla sua memoria – come testimoniano i personaggi che progressivamente scompaiono di scena.

Gli stessi comunque emergono come ricordi flebili nel tempo, massime che hanno definito la vita del protagonista e modellato la sua esistenza in qualcosa di straordinario, che merita di essere celebrato, pur consapevole della fine imminente e del suo essere un personaggio sostanzialmente anonimo.

O, meglio, un personaggio bloccato nell’attesa.

Attesa

Chuck non può controllare la propria esistenza.

La sua pallida vita adulta è stata matematicamente ordinata in un lavoro che il protagonista ha sempre rigettato in favore di una vita dedita ad un movimento più spontaneo e incontrollato – la danza – ma in cui infine si è trovato intrappolato, seguendo le medesime impronte del nonno.

La tragica visione della sua morte imprime evidentemente in Chuck un senso di impotenza, che rende imperativo riprendere il controllo sulla propria esistenza tramite i numeri, lasciandosi alle spalle il sogno danzante e chiudendosi in un controllato grigiore…

…ma non senza una via d’uscita.

La straziante attesa della fine viene spezzata da uno – ma forse non l’unico – momento in cui Chuck ha abbracciato una felice imprevedibilità, in cui si è ricordato degli insegnamenti della nonna, di quel momento in cui l’ha vista rinascere nonostante anche lei, inconsapevolmente, fosse in attesa della propria morte.

In questo modo il protagonista fa suo l’insegnamento di entrambe le figure genitoriali: da un lato si adegua all’idea di attesa e di controllo della stessa, al guardare oltre ai meri numeri per vedere l’immensità che gli stessi nascondono, dall’altra ad abbracciare una vita, nel suo piccolo, semplicemente meravigliosa.

E qui, alla fine, sta tutto il punto della pellicola.

Anonimo

Chi è Chuck?

È una domanda che si rincorre per le bocche dei protagonisti per tutto il primo atto, specchio proprio di un senso di mediocrità che il protagonista sente di soffrire, ma splendidamente incorniciata da una consapevolezza di grandiosità che esiste solo se Chuck stesso accetta che esista.

Nella lezione della sua maestra infatti il protagonista scopre come nel suo essere non contiene solo carne, ossa e un cervello pensante, ma un’immensità di persone, ricordi, oggetti, situazioni che formano un prezioso universo interiore, dotato di una propria vita ed importanza.

Così, in questa piccola ma significativa riflessione a sorpresa dopo produzione più recente segnata dall’orrore e dal rimorso, Flanagan ci racconta come fare propria la meraviglia del piccolo, del quotidiano, come siamo noi stessi padroni di una vita meravigliosa e che vale assolutamente la pena di essere vissuta…

…e non come un’attesa dolorosa della dipartita che arriva inevitabilmente per tutti, ma come una grande, meravigliosa occasione.

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Dramma familiare Dramma romantico Drammatico Fantastico Film I racconti corali Paul Thomas Anderson

Magnolia – Uniti nella distruzione

Magnolia (1999) è (per ora) l’ultima opera prettamente corale della produzione di Paul Thomas Anderson, che prenderà una direzione differente a partire dal film successivo.

A fronte di un budget abbastanza importante – 37 milioni di dollari – è riuscito a superare di poco i costi di produzione.

Di cosa parla Magnolia?

La storia gira intorno ad un nutrito gruppo di personaggi accomunati da un elemento comune: un destino potenzialmente piuttosto…bizzarro.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Magnolia?

Assolutamente sì.

Considerandolo l’ultimo film effettivamente corale della produzione di Anderson, ne è anche la massima espressione, distribuendo il concetto cardine su personaggi con situazioni e destini differenti, eppure profondamente legati a livello concettuale.

Ancora una volta Anderson gioca con le aspettative dello spettatore, quasi le deride apertamente, partendo da un presupposto quasi folkloristico per intraprendere una narrazione stratificata e profondamente riflessiva.

Aspettative

L’apertura di Magnolia è costruita ad arte per creare precise aspettative nello spettatore.

Come neanche il peggior programma di real tv saprebbe fare, Anderson intavola un discorso legato alle improbabili coincidenze di una serie di episodi della storia umana, insistendo particolarmente sull’incredibile sequela di avvenimenti, con tanto di schemi visivi…

…andando a suggerire che gli stessi non siano mere coincidenze, ma precisi disegni di un destino ineluttabile, che, secondo la stessa logica, dovrebbe colpire anche i suoi protagonisti, coinvolti fin dall’inizio in situazioni piuttosto peculiari e ricche di possibili esiti drammatici quanto bizzarri.

In realtà, il discorso è ben più complesso.

Maschere

I personaggi di Magnolia si possono volgarmente suddividere in tre macro categorie.

I personaggi più appariscenti – e, di conseguenza, anche più fragili – sono Frank e Jimmy Gator, accomunati da un’immagine pubblica piuttosto ingombrante quanto decisiva nella loro persona, delle pesanti maschere dietro le quali si nascondono, messe in difficoltà da un comune elemento.

La morte.

Il paradosso di Jimmy Gator risiede proprio nell’apparente immutabilità della sua posizione, che lo identifica come un’ottima persona, molto umana e accogliente, soprattutto nel gestire i suoi giovanissimi concorrenti, ma che viene perseguitato da una colpa segreta quanto indelebile nella sua memoria.

Se infatti sulle prime appare incomprensibile il rigetto della figlia nei suoi confronti, la stessa assume dei contorni sempre più strazianti davanti all’impossibilità di una redenzione tanto ricercata e tanto più urgente, vista la dipartita imminente, che lo rende sempre più lontano dal suo ambiente naturale e sempre più bloccato in una colpa da cui non può redimersi.

Invertendo i fattori, una situazione analoga è quella di Frank, apparentemente uno spietato guru, che insegna ai suoi discepoli come diventare i predatori del sesso debole, tanto da temere per l’incolumità dell’intervistatrice che si mischia al pubblico in sala…

…ma a cui bastano poche battute per far crollare il castello di vetro dentro il quale Frank si è rinchiuso, facendo emergere la difficoltosa relazione con la figura paterna, che l’ha portato ad essere così profondamente cinico e spietato, così desideroso di istruire altri sull’unica via che ritiene possibile per la propria sopravvivenza.

In altre parole, sono entrambi sull’orlo del collasso.

Vittime

Se, pur nella loro fragilità, Frank e Jimmy sono i predatori della storia, Linda, Jim e, soprattutto, Donnie sono le vittime.

Questo terzetto di personaggi è accomunato da una totale insoddisfazione verso il presente, un tentativo di riaffermazione confusa e caotica di identità ricercate e poi abbandonate, ritrovandosi costantemente frustrati e falliti nei loro intenti.

Nel caso di Jim il suo tentativo di essere un poliziotto rigoroso e puntuale si scontra continuamente contro una realtà imprevedibile e caotica, in cui prima viene aggredito verbalmente – e fisicamente – dalla custode del corpo del reato che risulta incapace di risolvere…

…fallimento ribadito dalla perdita della pistola, simbolo fondamentale della sua identità da poliziotto.

Altrettanto smarrita è Linda, che sulla carta dovrebbe essere l’arrampicatrice sociale e la Lucrezia Borgia della situazione, nel concreto si ritrova a pregare l’avvocato del marito morente di escluderla dal testamento di un uomo che sente di non meritare…

…tanto da arrivare a diventare lei stessa vittima del cocktail fatale che avrebbe dovuto somministrare a Earl.

Ma la storia forse più straziante è quella di Donnie, che guarda da lontano il se stesso del passato, quando era la star del momento nel programma What Do Kids Know?, ma che si ritrova nel presente ad essere un adulto insoddisfatto e alla ricerca di un modo per riscattarsi…

…che sia con un apparecchio ai denti o con il furto per vendetta.

Ma una speranza esiste.

Riscatto

Come il giovane Stanley potrebbe percorrere le orme ora di Donnie, ora di Jimmy, sceglie invece di salvarsi.

Il bambino è infatti fin da subito intrappolato in un ruolo che, come per altri personaggi, gli è stato imposto: il giovane prodigio capace persino di decantare a memoria un pezzo operistico, si lascia frenare dagli stessi adulti nel non poter vivere la naturalezza della sua infanzia.

In quel momento, pregno dell’umiliazione di essersela fatta addosso, Stanley si blocca proprio come Jimmy, e così viene meno al suo ruolo, non riducendo a risultare vittorioso come tutti si aspettavano, ma così capendo l’avidità e la malignità che guida gli adulti che lo circondano…

…proprio a partire dal padre.

L’ossessione della figura paterna nei confronti della vittoria del figlio – una sorta di riscatto indiretto della miseria della sua condizione – è visibile fin dalla sua prima apparizione, e assume contorni sempre più grotteschi davanti alla totale indifferenza per le evidenti difficoltà del figlio.

Per questo, anche se infine il padre continua ad ignorare Stanley, lo stesso, nel richiedere una maggiore gentilezza nei suoi confronti, prende consapevolezza della sua importanza come persona e non come strumento per il riscatto altrui, liberandosi da un destino insoddisfacente come quello di Donnie.

Ma tutti possono avere la loro salvezza in Magnolia.

Pioggia

La Pioggia può avere diversi significati.

Ad un livello più immediato, potrebbe sembrare una pioggia punitiva, dal sapore quasi biblico, per cui i personaggi vengono sostanzialmente castigati per le loro diverse colpe con una cascata violenta di rane, che non possono né fermare, né prevedere, dovendola subire incessantemente.

Ad un livello invece più profondo, la Pioggia è un’epifania: nella sua natura innegabile e distruttiva, questo acquazzone ricorda a diversi personaggi – specificatamente Frank e Claudia – come la distruzione possa essere imminente e inaspettata, e come il cambio di passo sia tanto più urgente.

In altri termini, la Pioggia è anche l’occasione di un ripensamento, di rimettere tutto in discussione, di accogliere l’amore materno di protezione, di perdonare gli errori del passato sul letto di morte, di diventare quei custodi dell’ordine che non si è mai stati e, infine, di rendersi conto della pochezza dei propri tentativi di riscatto.

Così, Anderson sceglie di chiudere la pellicola con questo abile gioco narrativo che non vanifica completamente le aspettative dello spettatore per una coincidenza straordinaria di personaggi sottilmente legati fra loro, ma bensì li riunisce sotto un evento miracoloso ed epifanico insieme.

Ovvero, qualcosa di ancora più sorprendente.

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Stargate – Un’ossessione lunga un decennio

Stargate (1994) è stato il primo cult della fantascienza diretto da Roland Emmerich – autore, pochi anni dopo, di Indipendence Day (1996).

A fronte di un budget comunque non poco importante – 55 milioni di dollari – è stato un enorme successo commerciale, guadagnando quasi quattro volte tanto il budget.

Di cosa parla Stargate?

Daniel Jackson è uno studioso di lingua egizia con delle teorie piuttosto particolari: le piramidi sono ben più antiche degli egizi e di origine alinea. Eppure, forse non è così lontano dalla realtà…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Stargate?

In generale, sì.

Stargate si posiziona, insieme a La Mummia (1999) e, in parte, a Il quinto elemento (1997) nel trend del decennio di ambientare avventure sci-fi nelle misteriose atmosfere dell’antico egizio, spunto per storie di grande fascino, in bilico fra fantascienza e fantasy.

Nello specifico Stargate si presenta come un buon punto di incontro fra il film di avventura e una fantascienza abbastanza classica, apparendo forse in certi momenti fin troppo sovraccaricato, ma risultando nel complesso un prodotto di intrattenimento piacevole ed avvincente.

Stratificazione

Il primo atto di Stargate è piuttosto stratificato…

…ma mai eccessivo.

A differenza del poco successivo Il quinto elemento, dove tutta la trama è raccontata nei primi venti minuti, il primo atto del film di Emmerich offre un ben dosato assaggio della storia, seminando i primi indizi riguardo al mistero della pellicola, ma senza mai svelarsi eccessivamente.

Allo stesso modo, estremamente funzionale alla solidità della trama è l’introduzione parallela dei due protagonisti.

Da un lato, Jackson – che presenta dei parallelismi probabilmente non casuali con il protagonista di Atlantis (2001): il classico topos del protagonista sognatore incompreso, che lo spettatore, anche nella consapevolezza della natura della pellicola, è pronto a seguire nelle sue apparentemente strampalate teorie.

Ben pensata è anche l’introduzione di Jack, rinchiuso all’interno del suo più grande pentimento – la morte accidentale del figlio – evento che l’ha profondamente indurito e fatto chiudere in se stesso, tanto da apparire, nei primi momenti della pellicola, quasi come un antagonista.

Eppure, niente è come sembra.

Accompagnare

Un elemento di grande valore della pellicola è come accompagna lo spettatore.

La scoperta del mistero, per quanto sia in parte nota alla maggior parte dei personaggi, passa soprattutto attraverso il suo protagonista, che viene come messo alla prova prima di accedere alla vera sfida – lo Stargate – che solo col suo ingegno riesce ad attivare.

Così tutto il primo atto ci conduce in questa graduale scoperta, e, tramite le intuizioni del protagonista e le sue correzioni al lavoro precedente, riesce a farla digerire molto meglio ad uno spettatore che non si sente così sopraffatto dalla mole di informazioni.

Una tendenza che caratterizza in parte anche l’atto secondo.

L’entrata in un mondo sconosciuto e l’immediata scoperta dei suoi misteri è minata dall’inevitabile barriera linguistica fra i personaggi umani e gli abitanti del pianeta – scelta non scontata per un film di questo periodo – e che contribuisce ad alimentare il senso di inquietudine…

…ancora di più grazie alle enigmatiche scene di attacco di alcuni dei soldati del gruppo, che diventano prede di quelli che sembrano a tutti gli effetti degli dei egizi particolarmente spietati nel loro agire, diventando un’immediata minaccia per i protagonisti.

E infine, lo scioglimento funziona…e non funziona.

Sovrabbondanza

Vi è un solo elemento che ho trovato veramente centrato dello scioglimento di Stargate.

Ovvero, il racconto dell’antefatto.

Jackson è come se fosse stanato da Jack mentre ripercorre i passi della storia pianeta, e riesce a svelarne le complesse origini in cui la mitologia egizia si intreccia perfettamente con una trama scifi anche piuttosto dark, che ha il suo pieno compimento estetico nello svelamento di Ra.

Infatti, la scelta di abbracciare in tutto e per tutto l’estetica – pur molto hollywoodiana – dell’antica corte egizia riesce a caricare l’ultimo atto di un particolare fascino, sia nella ribellione degli schiavi, sia negli atteggiamenti pomposi e languidi del villain.

Eppure, nelle ultime battute Stargate sembra incartarsi.

Mentre si sarebbe potuto scegliere uno scioglimento ben più semplice ed immediato, lo stesso viene frazionato in più momenti e situazioni, diventando, per quello che voleva raccontare, fin troppo complesso e stratificato…

…soprattutto a fronte di un racconto già di per sé piuttosto impegnativo da seguire.

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2025 Avventura Cinecomic Comico DCU Dramma familiare Dramma romantico Drammatico Fantascienza Fantastico Film Nuove Uscite Film Racconto di formazione Superman

Superman – Ancora più in alto

Superman (2025) di James Gunn è una delle più grandi scommesse cinematografiche e produttive degli ultimi anni: sfidare un colosso come la Marvel al suo stesso gioco.

A fronte di un budget piuttosto impegnativo – 225 milioni di dollari – ha aperto molto bene nella prima settimana, riuscendo già quasi a pareggiare i costi produttivi.

Di cosa parla Superman?

Come può un superumano che vuole solo il bene e la giustizia scontrarsi con una società interessata solo al profitto e all’immagine pubblica? Con qualche difficoltà…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Superman?

David Corenswet (Superman) e Krypto in una scena di Superman (2025) di James Gunn

Assolutamente sì.

Gunn si è posto una sfida via via sempre più difficile, riuscendola a superare brillantemente in ogni sua parte, forte di una profonda consapevolezza del mercato attuale e dell’evoluzione del genere negli ultimi decenni, vincendo, in in certo senso, dove The Boys ha più volte fallito.

E così, come il suo Superman prende le mosse da nientedimeno che il classico del ’78, ereditandone la capacità di equilibrare i toni più fumettosi – e, per certi versi, ormai tipici di Gunn – riesce a rendersi attuale in un contesto geopolitico anche fin troppo reale, che quasi spaventa nella sua puntualità e potenza.

Insomma, non ve lo potete perdere.

Medias res

David Corenswet (Superman) in una scena di Superman (2025) di James Gunn

Se Gunn non aveva già una sfida abbastanza ardua nel riportare l’Azzurrone al cinema dopo gli scempi di snyderiana memoria...

…se n’è posto uno ancora più importante: non voler raccontare un’origin story.

Infatti, al pari al grande colpo di genio di Spiderman: Homecoming (2016), il Kal-El di Gunn arriva in scena come eroe già formato, anzi che fa fatica ad inserirsi all’interno di un panorama di metaumani già piuttosto affollato, e si trova già nel mirino del signore della guerra di turno: Luthor.

Eppure, non gli manca niente.

David Corenswet (Superman) in una scena di Superman (2025) di James Gunn

L’eroe kryptoniano è raccontato fin da subito nei suoi tratti essenziali – la bontà innata, il senso di giustizia – sempre con uno sguardo al suo passato, alle sagge figure dei genitori che accompagnano il suo viaggio sulla Terra e che lo portano a battersi per la stessa…

…anche contro il proprio stesso governo, non avendo conoscenza, anzi proprio dimostrandosi molto ingenuo davanti ad un mondo scandito dagli interessi del potente di turno, in un delicato equilibrio politico che porta inevitabilmente alla distruzione del paese con meno armi da imbracciare.

E, proprio nella sua imperfezione, Superman vince.

Umano

David Corenswet (Superman) in una scena di Superman (2025) di James Gunn

Il Superman di Corenswet è più Klark che Kal-El.

Ed è una scelta fondamentale.

Potenzialmente un motivo di scarsa attrattiva del pubblico per il personaggio era – al pari del noto disastro mediatico di Captain Marvel – il suo essere fondamentale invincibile e fin troppo buono per riuscire a conquistare le simpatie di un pubblico che avrebbe visto un eroe fin troppo lontano dal suo quotidiano.

David Corenswet (Superman) in una scena di Superman (2025) di James Gunn

E, proprio per questo, Gunn opera in due direzioni fondamentali.

Da una parte, rende Superman un personaggio facilmente fallibile: il protagonista crolla, si spezza, viene costantemente insidiato da piani omicidi devastanti e, non poche volte, Kryptonite o non Kryptonite, ha bisogno di riposo e di rigenerarsi per scendere nuovamente in campo.

In questo modo la sua vittoria non è affatto scontata, anzi viene continuamente messa in discussione, rendendo per questo fondamentale l’aiuto di altri personaggi che, anche se meno forti di lui, si rivelano fondamentali, portandolo al vittorioso scontro finale contro i super soldati di Luthor.

Dall’altra, Gunn vuole parlare soprattutto di Clark, non di Kal-El.

Infatti, nella visione di Gunn la maschera umana del Superman di Reeves diventa l’effettiva personalità di Corenswet, che, poteri permettendo, è una persona molto comune e profondamente buona, che agisce secondo la propria morale, senza lasciarsi scalfire da interessi altri.

Non a caso, Superman vuole salvare tutti, e viene anzi rimproverato da Mr. Terrific per il suo perdere tempo a salvare singoli civili e non avere l’occhio puntato sull’insieme della minaccia complessiva, diventando, a suo modo, l’emblema dell’eroe della porta accanto.

Per questo, il contrasto con Luthor è così fondamentale.

Strati

Nicolas Hoult (Luthor) in una scena di Superman (2025) di James Gunn

Quando pensi di aver capito il Luthor di Nicholas Hoult…

…Gunn ha appena cominciato a sorprenderti.

Il villain appare fin da subito nella sua profonda – e, apparentemente, ingiustificata – avversione nei confronti del protagonista, che inizialmente pare scaturita unicamente dal fatto che l’Azzurrone gli ha messo i bastoni fra le ruote nelle sue spietate – e, purtroppo, molto attuali – mire politiche ed economiche.

Questo aspetto viene anzi esasperato sia nel racconto della prigione personale nel Mondo Tasca, sia, soprattutto, nel progressivo svelarsi del suo piano, che sembra fare il verso a Luthor del ’78 – con anche una nota particolarmente fumettosa nell’idea che voglia diventare il re di un’utopia di sua stessa creazione.

E, invece, Luthor è molto più di questo.

Nicolas Hoult (Luthor) e David Corenswet (Superman) in una scena di Superman (2025) di James Gunn

Il magnate racconta un’invidia profondamente umana, di non potersi confrontare ad armi pari con una potenza sconosciuta ed apparentemente invincibile, che lo rende così impotente e incattivito dal voler creare dei metaumani in provetta fatti apposta per poterlo fronteggiare e, possibilmente, sconfiggere definitivamente…

…al punto da rendersi protagonista di un angosciante conflitto geopolitico, giusto per darsi un motivo più terreno e comprensibile per potersi illudere di avere ancora il pieno controllo su un mondo popolato da mutanti che superano di diverse lunghezze ogni possibile invenzione umana.

Superman 2025 Luthor

Nicolas Hoult (Luthor)) in una scena di Superman (2025) di James Gunn

Per questo, la sua sconfitta è morale, non fisica.

Luthor si impunta fino all’ultimo per battere moralmente e mentalmente Superman, tanto che, anche quando è ormai sconfitto, si imbarca in un sentitissimo monologo in cui cerca di ribadire la sua posizione politica superiore rispetto al metaumano, la sua possibilità ancora di poterlo schiacciare…

…per essere invece interrotto dall’aggressione di Krypto, apparentemente solo una gag, in realtà il primo atto della completa umiliazione di Luthor, che appare infine scornato sia fisicamente sia, soprattutto, moralmente, sconfitto dalle sue stesse armi mediatiche che gli si rivoltano contro.

Ma, tutto il resto?

Affollamento

Una delle più grande critiche alla pellicola è il sovraffollamento della scena…

…che invece, metanarrativamente, io ho trovato perfetto.

Superman infatti non è solamente un film sul primo supereroe, ma bensì il primo film di un universo in divenire, per cui Gunn sparge abbondantemente i primi semi, raccontandoci un mondo già formato che si dischiude davanti ai nostri occhi, ricchissimo di personaggi da scoprire e riscoprire.

Nathan Fillion (Guy Gardner) e David Corenswet (Superman) in una scena di Superman (2025) di James Gunn

Fra le note di merito indubbiamente la Justice Gang, versione ancora in nuce della futura Justice League – punto di arrivo fondamentale per un reboot DC – in cui spicca il mio personaggio preferito probabilmente del film: Guy Gardner, la prima Lanterna Verde, che comincia a mettere le basi per un personaggio cinematograficamente in passato fin troppo bistrattato.

Oltre a questo, l’affollamento della scena è fondamentale per definire Superman stesso.

Proprio nel suo poter essere sconfitto e messo alla prova, Superman ha bisogno del costante aiuto degli altri personaggi, che non sono semplici figurine sullo sfondo, ma fondamentali tasselli del quadro più grande della scena, ognuno con la propria – anche piccola – funzione che porta al definitivo trionfo del protagonista.

E, arrivati a questo punto, per un nuovo Superman non ci si poteva sperare in nulla di più grandioso.

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Giulietta degli spiriti – Il sussurro liberatorio

Giulietta degli spiriti (1965) è uno dei film più propriamente onirici della filmografia di Federico Fellini, che mise ancora una volta al centro della scena la moglie e musa Giulietta Masina.

A fronte di un budget – pur mai confermato – di 2 milioni di euro, ha incassato meno di 100 mila euro in tutto il mondo.

Di cosa parla Giulietta degli Spiriti?

Giulietta è una donna sola e nevrotica, intrappola in un matrimonio infelice. Eppure, la risposta ai suoi problemi potrebbe venire da una persona inaspettata…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Giulietta degli spiriti?

In generale, sì.

Non mi sbilancio nel consigliare questa pellicola in quanto siamo definitivamente entrati nella seconda fase della filmografia felliniana, scandita da impianti onirici e fantastici, pregni di simbolismi complessi e sfuggenti…

…che potreste comprensibilmente mal digerire.

Eppure, Giulietta degli spiriti è anche uno dei film più intimi e personali di Fellini, dove affronta nuovamente temi già portati in scena in (1983) ma cambiando prospettiva: non più l’uomo che tradisce (lui stesso) ma la donna tradita e la sua liberazione (sua moglie).

Prigione

Giulietta è in gabbia.

Proprio come per , la protagonista è introdotta di spalle, mentre istericamente cerca una sua identità, e ne getta via molte altre, all’interno di uno dei tanti tentativi di riprendere il controllo del suo matrimonio – e, per estensione, della sua vita – con la festa a sorpresa per il marito.

E invece è Giorgio infine a mostrarsi nella sua natura di personaggio invasivo e opprimente, che ribalta i piani di un incontro intimo e raccolto per far inondare la casa di una fiumana di diversi e grotteschi personaggi, dietro i quali si barrica per nascondere la sua infedeltà e il suo disinteresse per il proprio matrimonio.

Giulietta è così bloccata all’interno della trappola borghese per eccellenza: il matrimonio infelice, in parte già raccontato in Lo sceicco bianco (1956), e che qui viene nuovamente tratteggiato nei suoi silenzi e nei suoi detti per mantenere un’apparenza compatta e rispettabile.

Ma le radici di questa situazione sono ben più profonde…

Radici

I simboli dell’oppressione sono duplici.

La figura più squisitamente borghese è indubbiamente la madre, rappresentante in una certa misura il punto di arrivo ideale per Giulietta e per il suo matrimonio: incredibilmente elegante e altezzosa, non lasciandosi definire dalla sciocca infedeltà del marito, e che, per questo, si permette di giudicare costantemente la figlia.

E, non a caso, è anche la figura chiave che porta Giulietta ad affrontare piena di angoscia l’infedeltà del marito, all’interno di una dinamica che, più che un aiuto, sembra un’imposizione – e l’ambientazione così esplicitamente scolastica e cattolica non fa che incrementare la sensazione che Giulietta abbia bisogno di una lezione.

Non a caso, proprio in questo frangente prende piede l’altro incubo fondamentale della protagonista: l’educazione religiosa, che parte dagli investigatori con vesti clericali e arriva fino al momento fondamentale di definizione della protagonista, ovvero la recita in cui, fin da bambina, ha preso le vesti di una martire.

Una condizione che ben si riflette anche nel presente, in cui Giulietta subisce colpo su colpo le umiliazioni di Giorgio, restandogli sempre fedele e devota, financo silente anche davanti ai più evidenti comportamenti di infedeltà malcelata, infine costretta a vedere il tradimento in diretta.

Eppure, una via di fuga è possibile.

Sussurro

Parlando col mondo immateriale, in realtà Giulietta parla con sé stessa.

Le figure chiave in questo senso sono capovolte: la fuga materiale dalla prigione borghese è il ricordo del padre e del suo tradimento così sciocco e plateale, che si va però ad incastrare anche con la liberazione della figlia stessa dagli stretti lacci dell’educazione religiosa, rappresentati proprio dal suddetto spettacolo.

Infatti, nel contesto della recita scolastica così silenziosamente accettata dal resto del pubblico, la figura paterna è infine quella liberatoria, l’unica che vuole strappare la figlia da un futuro infelice e di sofferenza.

Una lezione che si trasmette anche nel presente, nell’ambigua figura di Susy, la vicina di casa e padrona della vita e di numerosi personaggi che compongono un quadro surreale, onirico e al limite del circense – da cui proprio la donna proviene.

Ma neanche lei è la liberazione.

Il personaggio di Sandra Milo è infatti racconto di un punto di arrivo che la protagonista non vuole davvero abbracciare – nonostante sarebbe la scelta più desiderabile – che ha la sua enfasi nel complesso e intrigante mondo degli spiriti che le continuano a sussurrare di seguirla e di fidarsi…

…mentre infine Giulietta segue solo se stessa: libera prima la stessa bambina dai lacci di un’educazione opprimente e poi evade la prigione borghese – il matrimonio – ma anche la casa degli spiriti e di una vita dissoluta, per scegliere, infine, solo per sé.

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Avventura Cinema per ragazzi Fantastico Fantasy Film I classici di Robin Williams

Jumanji – Le insidie della crescita

Jumanji (1995) di Joe Johnston è uno dei titoli più iconici della filmografia di Robin Williams e, più in generale, del cinema per ragazzi Anni Novanta.

A fronte di un budget abbastanza sostanzioso – 65 milioni di dollari – è stato un incredibile successo commerciale: più di 250 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla Jumanji?

Alan Parrish è un ragazzino costantemente bullizzato che vorrebbe fuggire dalla propria vita. Ma quella che sembra una strada possibile forse è anche la meno desiderabile…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Jumanji?

In generale, sì.

Non mi voglio sbilanciare nel consigliarvi questa visione perché la piacevolezza della visione può dipendere molto da che tipo di rapporto avete con questo film: Jumanji è in tutto e per tutto un classico del cinema per ragazzi, e, come tale, da adulti potrebbe risultare meno coinvolgente.

Nondimeno, è possibile leggere nella storia un sottotesto non banale riguardo alla paura di diventare adulti, in cui i personaggi più cresciuti sono i veri protagonisti della scena, mentre i ragazzini fungono più da contorno, da aiutanti della storia.

Insomma, a voi la scelta.

Inizio

Adam Hann-Byrd in una scena di Jumanji (1995) di Joe Johnston

Jumanji deve gestire ben tre inizi.

L’antefatto della storia funziona a tratti: di per sé poteva essere uno spunto interessante per definire i contorni della minaccia in atto, in particolare introducendo l’inquietante tamburo che echeggia nei decenni fino ad arrivare al presente del protagonista, ma per certi versi risulta fin troppo abbozzato.

Il secondo attacco è l’inizio vero e proprio, che disegna il carattere e lo stato di partenza di Alan: un ragazzino continuamente preso di mira dai suoi compagni solamente per il nome che porta, che si trova involontariamente fra le mani una via d’uscita.

Adam Hann-Byrd in una scena di Jumanji (1995) di Joe Johnston

In questo frangente tocchiamo i primi elementi di debolezza della storia: come la fuga da parte di Alan è complessivamente credibile, meno lo sono le dinamiche che portano a coinvolgere anche Sarah nella partita, in uno snodo narrativo estremamente programmatico ai fini della storia, ma non molto pensato.

Soprattutto, si potrebbe rimanere leggermente spaesati davanti all’incontro fra i due, in quanto manca una costruzione significativa del loro rapporto, definito solamente da una breve battuta del protagonista e poco altro: per il resto, potrebbero essere due perfetti sconosciuti.

Ma la vera mancanza è successiva.

Pretesto

Bradley Pierce e Kirsten Dunst in una scena di Jumanji (1995) di Joe Johnston

Judy e Peter sono i protagonisti?

Se la relazione fra Alan e Sarah è carente in molti punti, la caratterizzazione dei due giovani protagonisti del terzo inizio è un baratro di scrittura, in cui sembra mancare proprio un pezzo fondamentale: l’essere fuori posto dei due personaggi, esplicitato dal loro essere immediatamente richiamati nella loro nuova scuola.

Bradley Pierce, Kirsten Dunst, Robin Williams e Bonnie Hunt in una scena di Jumanji (1995) di Joe Johnston

Insomma, il film vorrebbe riraccontare la storia di Alan sdoppiandola in due personaggi che si sentono altrettanto fuori posto, ma manca di scene significative in questo senso: avviene tutto fuori scena e la maggior parte della caratterizzazione avviene tramite le battute stesse dei personaggi.

In un certo senso, è come se il film fosse troppo affollato, con i personaggi adulti che soffocano totalmente la presenza dei più giovani, che riescono a smarcarsi dal ruolo di aiutanti incolori solamente grazie all’ottima prova attoriale di una giovanissima Kirsten Dunst.

Ma se fosse una mancanza voluta?

Crescere

Robin Williams in una scena di Jumanji (1995) di Joe Johnston

Forse non vi stupirà sapere che Jumanji presenta dei punti di contatto piuttosto sorprendenti con Peter Pan.

In un altro senso, Alan è un bambino che non vuole crescere, che non è capace di affrontare le insidie della vita – la pesantezza del suo nome – e, soprattutto, lo snodo fondamentale della sua vita, che lo porterebbe a seguire le orme della famiglia, reagendo in maniera piuttosto capricciosa e irragionevole.

La stessa Jumanji può essere considerata un’occasione di fuga, una versione distorta dell’Isola che non c’è, un parco giochi costruito non sui sogni di un bambino, ma sui suoi incubi: tutte le insidie dell’Africa Nera, tratte dai racconti dei grandi esploratori…

Robin Williams in una scena di Jumanji (1995) di Joe Johnston

…o, in altro senso, una proiezione delle paure verso il futuro, verso una crescita incomprensibile.

Non a caso, proprio come Peter Pan è tormentato dalla sua maledizione – l’Oblio – così Alan è condannato all’Isolamento, riuscendo effettivamente a sfuggire dalle paure del suo presente, per essere catapultato in una realtà dove deve crescere ancora più in fretta, proprio quando non si sentiva ancora pronto per farlo.

E c’è un altro elemento che conferma questa teoria…

Paura

Un classico delle trasposizioni teatrali – e cinematografiche – di Peter Pan è far interpretare Capitan Uncino e Mr. Darling dallo stesso attore.

E, guarda a caso, in Jumanji Mr. Parrish e Van Pelt sono portati in scena dal medesimo interprete.

Ma c’è di più.

Il padre di Alan è il vettore di questa crescita improvvisa e imposta – andare in collegio – mentre il terribile generale che dà la caccia al protagonista semplicemente perché esiste ricalca le dinamiche di Uncino insegue Pan perché lo stesso rappresenta quello che non può più avere: la spensieratezza dell’infanzia.

Robin Williams in una scena di Jumanji (1995) di Joe Johnston

Ribaltando la situazione, Van Pelt è la rappresentazione di quello di cui Alan ha più paura – e che non vuole affrontare: l’età adulta, come ben racconta l’ultimo momento della sua avventura, in cui finalmente si scontra faccia a faccia col nemico e viene ricompensato con la fine dell’incubo.

Infatti questa scelta finale è la definitiva rappresentazione della maturazione del protagonista, che finalmente accetta non tanto di andare al collegio, ma piuttosto di affrontare la situazione come un adulto capace di ragionare, volendo riallacciare il rapporto col padre non più in maniera antagonistica, ma collaborativa…

…come ben racconta lo scambio finale fra i due:

(Mr. Parrish) Let’s talk over tomorrow. Man-to-man.
(Alan) How about, father to son?

(Signor Parrish) Parliamone domani, da uomo a uomo.
(Alan) E se ne parlassimo come padre e figlio?

Andando quindi a confermare definitivamente come Alan ha imparato la lezione, non volendosi infine sostituire al padre come adulto, ma bensì affidarsi a lui come ancora punto di riferimento per una maturazione più graduale e serena.

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Inu-oh – La sinfonia delle maschere

Inu-oh (2021) di Masaaki Yuasa è un lungometraggio anime ispirato alle reali figure del teatro Sarugaku.

A fronte di un budget sconosciuto, anche per la distribuzione limitata, ha incassato meno di mezzo milione in tutto il mondo.

Di cosa parla Inu-oh?

Giappone, XI sec. Sullo sfondo di una tragica guerra fra clan, due ragazzi estremamente sfortunati saranno capaci di dare nuova linfa al panorama musicale del loro paese…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Inu-oh?

Tomona in una scena di Inu-oh (2021) di Masaaki Yuasa

Assolutamente sì.

Inu-oh è una di quelle perle cinematografiche sostanzialmente sconosciute tranne agli appassionati, capace di distinguersi in maniera significativa dal resto del panorama del genere anime sia per lo stile visivo che per il taglio narrativo scelto.

Per farvi capire, è un po’ come se La storia della Principessa Splendente (2013) e Samurai Champloo (2004) avessero avuto un figlio.

E non vi dirò di più.

Intarsio

Tomona in una scena di Inu-oh (2021) di Masaaki Yuasa

Il primo atto di Inu-oh è un enigmatico intarsio narrativo.

La panoramica sulla scena politica e militare serve solo per darci un’infarinatura del mondo in cui si muovono i protagonisti, portando in scena momenti e personaggi apparentemente scollegati fra loro, accomunati da un taglio fantastico e misterioso insieme.

I due protagonisti sono infatti legati da un comune destino di sofferenza e di marginalizzazione, dovuto in entrambi casi all’avidità di personaggi terzi, che cercano di arricchirsi sulle loro pelle senza che loro neanche lo sappiano fino in fondo.

E, da questa maledizione comune, si sviluppano due temi fondamentali.

Memoria

Tomona in una scena di Inu-oh (2021) di Masaaki Yuasa

La memoria è un elemento fondamentale in Inu-oh.

Infatti, nel contesto culturale in cui il sapere popolare è conservato nel ricordo della comunità, il più grande tesoro in realtà sono proprio le storie da raccontare e da tramandare, capaci di stupire un pubblico che ormai le ha dimenticate.

Per questo i suonatori biwa, i maggiori possessori di questo tesoro, sono due volte puniti: prima dalla tirannia dello shogun, che cerca di assoggettare questo patrimonio di parole ai propri bisogni politici, riducendo gli stessi a meri esecutori del suo potere…

…ma, soprattutto, sono vittime della spietata avidità del padre di Inu-oh, pronto a sacrificare il suo stesso figlio per ottenere il totale controllo su questa inestimabile ricchezza, da utilizzare per sfidare lo stesso governo in carica in una disperata ricerca di popolarità.

E la memoria si intreccia perfettamente con il perno della vicenda.

Identità

Tomona in una scena di Inu-oh (2021) di Masaaki Yuasa

L’identità è il cardine tematico di Inu-oh.

Entrambi i protagonisti sono accomunati da un’identità che li rende dei reietti sociali, ma si ritrovano proprio grazie alle loro comuni sfortune: Tomona è infatti l’unico che riesce a vedere la vera bellezza di Inu-oh, del tutto ignaro delle sua terribile deformazione.

La stessa si intreccia profondamente con le storie che i due scelgono di portare sul palco, che permettono gradualmente ad Inu-oh di liberarsi della sua maledizione, riacquistando ad ogni canzone un aspetto più umano

…ad eccezione del volto.

L'ultima maschera di Inu-oh in una scena di Inu-oh (2021) di Masaaki Yuasa

Dal secondo atto sul palco si avvicendano una serie di maschere, da entrambe le parti: costretto a dover celare il suo aspetto, Inu-oh si nasconde ogni volta dietro ad una nuova faccia, fino ad arrivare allo svelamento del suo vero volto, quando però ormai questo è stato sanato dalla sua ultima canzone.

E lo stesso Tomona vive una ricerca dell’identità costante sia nell’aspetto che nel nome: il passaggio del tempo è infatti scandito, oltre che dalle maschere di Inu-oh, dal progressivo cambio di aspetto del protagonista, che passa da essere un anonimo biwa a vestire sembianze più prettamente femminili e teatrali.

Tomona nel finale di Inu-oh (2021) di Masaaki Yuasa

Ma ancora più significativo è il cambio del nome: rimasto orfano, si sottomette prima al nominativo che lo rende succube dello shogun, per poi scegliere nuovamente di cambiarlo, allontanandosi dalla sua famiglia, e poi dal suo stesso amico da cui viene separato…

… finché il loro incontro non avviene a secoli di distanza, scandito dall’elemento che li aveva resi così affini:

la musica.