28 anni dopo (2025) è il terzo capitolo della saga creata da Danny Boyle con 28 giorni dopo (2002) – e che con questo nuovo capitolo torna alla regia.
A fronte di un budget di 60 milioni di dollari, è stato un buon successo commerciale: 150 milioni incassati in tutto il mondo.
Di cosa parla 28 anni dopo?
28 anni dopo lo scoppio della pandemia zombie,il Regno Unito è ormai una terra isolata e in quarantena…con un sistema interno tutto suo.
Vi lascio il trailer per farvi un’idea:
Vale la pena vedere 28 anni dopo?

Assolutamente sì.
Con il suo ritorno alla regia, Danny Boyle non solo riesce a stupire ad ogni inquadratura ma, soprattutto, unendosi all’ottima scrittura di Alex Garland, porta in scena un nuovo capitolo della sua saga avvincente quando profondo nei suoi significati.
Infatti, se sulle prime sembra il classico coming of age, nel terzo atto 28 anni dopo rimescola in maniera inedita le sue carte e offre una morale ben più interessante e penetrante – anche a vent’anni di distanza.

Battaglia

28 anni dopo si dipana su tre linee simmetriche.
La prima, la più importante, è quella del padre di Spike.
La prova di forza del ragazzino è l’obbiettivo di tutto il primo atto, e viene scandita ora dalle urla di dolore della madre, persa nei vortici deliranti della sua mente annebbiata, ora – e soprattutto – dal montaggio sincopato che racconta la pesantezza di un’eredità di stampo militare quasi isterica…

…e raccontata nei più diversi quanto opprimenti elementi, dai volti degli antenati del passato alla presenza agli enigmatici rituali presenti, che si alternano alla contemporanea fede militare che introduce la breve quanto necessaria parentesi dell’atto centrale.
Ma la verità è altra.

L’orrore della mainland è ben raccontato dall’improvviso emergere della furia degli infetti tinta di rosso sangue, che ne racconta la vera natura, dietro al loro essere apparentemente solo enormi e disgustosi, ma facilmente annientabili – nonostante persino un’uccisione così semplice sia un dolore insostenibile per il protagonista.
E infatti, da quella tenue prova di coraggio, la figura di Spike è trascinata dal padre in una caccia alla morte, in una caccia ad un’ulteriore prova di forza, che ne racconta invece la grande incertezza, scandita dal timore di essere escluso dalla comunità che si aspetta così tanto da lui.
E il punto finale della caccia – la fuga dall’Alpha – è la perfetta rappresentazione della sua fallibilità.
Visione

La visione di Jamie è già scritta.
E Spike ne è solo una comparsa.
Costretto in una bugia che non gli appartiene, Spike si sente tanto più in trappola tanto più si rende conto che la stessa esiste unicamente in funzione del padre e del suo desiderio di riaffermarsi socialmente, raccogliendo gli onori per il figlio eroe – di cui riscrive le gesta – e lasciandosi facilmente alle spalle la moglie difettosa.
Una limitatezza di vedute che ben si racconta – soprattutto pensandola a posteriori – nella valutazione verso il Dr. Kelson.
Ma non è l’unico.

Riuscendo, con un improvvisato quanto funzionale gioco di astuzia, a portare la madre verso la salvezza, Spike si ritrova immerso in una realtà che altri hanno già scelto come deve essere raccontata, in una divisione estremamente binaria e definitiva: gli infetti e i normali, le minacce e gli eroi, i deboli e i vincenti.
Per questo, nella sua breve parentesi narrativa, l’apparizione di Erik è funzionale per raccontare la visione esterna 28 anni dopo, e di come la terra degli infetti sia semplicemente rimasta isolata, nella sua autodistruzione, senza che nessuno si ponesse realmente il problema di prevenirla.

Ma Spike e sua madre evadono quasi inconsapevolmente questa idea: soprattutto la donna, una volta messa davanti ad un’altra madre come lei e in piena sofferenza, ne dimentica la natura da infetta e si riconnette con lei ad un livello più profondo, accogliendo fra le braccia un neonato che, per Erik, dovrebbe essere già morto.
Un prologo essenziale per l’apparizione del grande convitato di pietra: il Dr. Kelson.
Morire

Le visioni dei personaggi di 28 anni dopo sono, come abbiamo visto, tendenzialmente ristrette.
Altresì, le stesse si basano spesso su una costruzione quasi mitologica della pandemia, che riscrive la realtà a proprio favore, per dare un racconto altro di quella che non è altro che un disastro naturale, non voluto da nessuno se non dall’uomo stesso, che ha riaperto il piacere primitivo del diventare l’eroe di un mondo selvaggio.
In questo contesto il Dottor Kelson si crea la propria nicchia, per celebrare non i vivi, ma bensì i morti, in un tempio che crea una sorta di paradosso nel suo essere un luogo di meditazione quasi religiosa, ma nato dalle pazienti e analitiche capacità di un dottore consapevole della precarietà della vita, soprattutto in tempi così difficili.

Un discorso che si inserisce perfettamente nel racconto più piccolo di Isla, costretta a sofferenze perpetue e senza senso, perché qualcuno ha scelto per lei una vita di sofferenza, riuscendo infine ad abbracciare in una morte serena in cui le viene finalmente concessa la pace…
…ed un posto d’onore nel tempio della morte.





































































































