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Obsession – Il vero mostro

Obsession (2025) di Curry Barker è la prima uscita cinematografica del regista, già noto negli ambienti indie per il suo stile sconvolgente e terrorizzante.

A fronte di un budget minimo – meno di 1 milione di dollari – si sta rivelando probabilmente il più grande successo economico – e di pubblico – dell’anno.

Di cosa parla Obsession?

Bear è un ragazzo molto timido con un unico desiderio: conquistare la ragazza dei suoi sogni. Ma se non si sta attenti a cosa si desidera…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Obsession?

Assolutamente sì.

Obsession è la dimostrazione che il genere horror – soprattutto quello indipendente – ha ancora moltissimo da raccontare: un incontro inaspettato quanto vincente fra diversi generi, capace di creare una paura che non ha bisogno di trucchi scenici o jumpscare per spaventare, ma che è talmente pervasiva da rendere lo spettatore parte della scena.

Ne consegue una storia che comincia come una romcom piuttosto classica, ma che si avventura nel più profondo thriller e horror psicologico, facendosi forte della spettacolare espressività dell’attrice protagonista, che da sola riesce a rendere la pellicola probabilmente l’esperienza cinematografica più terrorizzante dell’anno.

Genere

Uno dei motivi per cui Obsession funziona così bene sul lato della paura è l’incontro fra i diversi generi.

A differenza di altri prodotti analoghi, che vogliono farti immediatamente immergere in un contesto orrorifico e fantastico, al contrario, la pellicola parte quasi come una romcom, con il protagonista che deve riuscire a dichiararsi alla ragazza dei suoi sogni, partendo quindi da un contesto verosimile…

…il cui sconvolgimento è tanto più drammatico.

Una scelta tanto più importante in quanto ci permette di metterci effettivamente nei panni del protagonista, per capirne la psicologia, affezionarci persino al suo piccolo dramma, così da riuscire ad assumerne costantemente il punto di vista, come se diventassimo noi stessi vittime della sua storia.

Così Bear, estremamente frustrato dalla sua incapacità di conquistare le simpatie di Nikki, si affida all’ultima arma a sua disposizione: un bastoncino magico su cui riversa il suo esacerbato desiderio di amore, cadendo inevitabilmente in una trappola di sua stessa fattura.

Ed è qui che Nikki comincia davvero a fare paura.

Paura

Riuscire a spaventare davvero lo spettatore, a portare in scena una paura pervasiva che ti entra sottopelle non è cosa da tutti.

Nel contesto di Obsession, la chiave sta proprio nella bravura dell’attrice nel cambiare improvvisamente espressione, nell’assumere quelle pose grottesche – per cui lo spettatore non sa se ridere o spaventarsi – ma anche nella capacità della regia nel rendere spesso la ragazza nient’altro che un’ombra…

…da cui emerge il biancore degli occhi vitrei e il suo enigmatico sorriso.

Ma, paradossalmente, finché Bear ama davvero Nikki ogni suo strambo comportamento va quasi in secondo piano: le prime fasi della loro relazione si consumano nella più totale tranquillità, in un montaggio che davvero potrebbe essere proprio dell’atto centrale di una commedia romantica.

E, forse, è proprio qui il punto del discorso.

Reale

Il comportamento di Nikki è davvero così irreale?

Al netto ovviamente degli eccessi orrorifici – soprattutto dell’ultimo atto, per cui bisogna fare un discorso a parte – la ragazza per certi versi assume comportamenti purtroppo tipici di una relazione di codipendenza, in cui il partner di turno si ossessiona così tanto per il suo compagno da annullarsi totalmente.

Ed è proprio nel momento in cui Bear smette effettivamente di amare Nikki allo stesso modo, la ragazza comincia a perdere il controllo, sia su se stessa che sul partner, dovendo sfogare in altro modo questo irrefrenabile bisogno non solo di amare, ma di avere la certezza di poter essere altrettanto amata.

E per raccontarci il suo orrore, Obsession non ha bisogno di particolari jumpscare o di altri trucchi scenici, forte di un’angoscia che ha ormai pervaso talmente tanto la mente del protagonista – e, conseguentemente, dello spettatore – da rendere anche solo la prospettiva di doversi interfacciare con Nikki un momento di puro terrore.

Ed è tanto più interessante che la pellicola lasci anche spazio al suo lato più drammatico, in cui il vero mostro è Bear stesso, che, per il suo egoismo e la sua scarsa attenzione, ha portato Nikki a perdere se stessa e a farla diventare ossessionata e violenta… ma mai verso Bear.

Una scelta determinante, arrivati al terzo atto.

Sporcare

Obsession gioca consapevolmente col genere, soprattutto nei suoi prodotti più commerciali…

…non riuscendo però ad evaderlo fino in fondo.

Come infatti la pellicola mantiene l’orrore tipico dei film delle possessioni sotto controllo, contestualizzato all’interno della suddetta componente realistica di cui sopra, che riesce a rendere la storia ben più credibile e vicina allo spettatore, nell’ultimo atto si avventura nel campo del body horror…

…rischiando di fare un passo falso.

Se, infatti, da un lato è scenicamente molto immediato assistere agli effetti della scelta di Bear che degenerano all’interno di un vortice di violenza senza freni, dando quindi anche un peso maggiore alla sua scelta di prendersene in toto la responsabilità…

…d’altro, questo gore così improvviso e  non retto da un retroterra narrativo e visivo abbastanza robusto rischia di sporcare inutilmente una pellicola che invece era compatta proprio all’interno della sua verosimiglianza, rischiando infine di rientrare nelle classiche dinamiche da sanguinoso terzo atto di molti prodotti analoghi.

Nondimeno, risulta coraggiosa la scelta di chiudere il film con un finale così drammatico, lasciandoci solo immaginare gli effetti a lungo termine della storia raccontata.

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Avventura Azione Dramma familiare Drammatico Film Horror Scream - Il secondo rilancio

Scream 7 – Cosa resta di noi

Scream 7 (2026) di Kevin Williamson è il settimo capitolo della saga omonima creata da Wes Craven.

A fronte di un budget abbastanza importante per la saga – 45 milioni di dollari – ha aperto molto bene al primo weekend, prospettandosi un buon successo commerciale.

Di cosa parla Scream 7?

Sidney Prescott sembra essersi ricostruita una vita lontana da Woodsboro, il cui maggiore ostacolo è il rapporto con la figlia…oppure no?

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Scream 7?

Dipende.

Scream 7 conferma una direzione che non piacerà agli spettatori che si sono avvicinati ed innamorati della saga per come riusciva a (ri)raccontare il cinema horror tramite una struttura brillantemente metanarrativa.

Tra cui io, fra l’altro.

Se invece questo aspetto è stato per voi di scarso interesse, vi troverete davanti ad uno slasher – o, meglio, un thriller-horror – di medio-basso livello, capace di intrattenere assai superficialmente, come un qualsiasi prodotto commerciale del medesimo genere.

Distruggere

La sequenza introduttiva ha dei significati che a posteriori…risultano dubbi.

In forse le uniche scene effettivamente metanarrative, Scream 7 si apre con il racconto di un fandom ormai saturato intorno ad una serie di concetti ed immagini che sono diventate quasi un culto – ed infatti la casa di Sidney ha proprio quel sapore quasi religioso.

Ma il culto è principalmente focalizzato intorno alla storia originaria, quella di Sidney Prescott nel primo capitolo di Stab – e quindi Scream (1996) – con pochi accenni ai seguiti – fra l’altro fermandosi curiosamente, con i poster, a Stab 6, così da creare una sorta di continuità scenica con il film presente, ma dimenticandosi che in Scream 4 (2011) si parlava persino dell’ottavo capitolo.

Una scena che più che mostrare ci istruisce sul dove guardare: sempre alle spalle dei protagonisti, sempre negli angoli dove i Ghostface appariranno come fantasmi, con una serie di falsi pericoli che si concretizzano poi in un attacco vero e proprio, memore di tutti gli incipit classici della saga, ma che al contempo vuole distruggere tutto quello che è venuto prima.

Ma, in tutta quella distruzione, qual è la parte costruttiva?

Respiro

Lasciare così tanto spazio narrativo fra la prima e la seconda morte è una scelta estremamente significativa.

Infatti, un problema abbastanza comune in ambito slasher è il poco spazio lasciato ai personaggi per raccontarsi, spesso riducendoli a carne da macello da dare in pasto al pubblico.

Al contrario, in questo contesto il focus principale della pellicola, per certi versi, non sono gli omicidi o l’identità del killer, ma bensì l’eredità di Sidney – e in tutte le sue forme: finalmente scopriamo la vita che la protagonista si è costruita al di fuori della sua tragedia, pur rimanendo profondamente influenzata dalla stessa.

Il nodo narrativo principale è infatti la costruzione del rapporto fra madre e figlia, e di come quest’ultima viva all’ombra della genitrice senza neanche conoscere i contorni effettivi della stessa, potendone usufruire solo indirettamente, e finendo così per non poterne fare tesoro come le sarebbe necessario in questo momento così complesso.

In questo senso la costruzione del loro rapporto e il modo in cui Tatum affronta la sua paura di essere al centro della scena – sia in senso stretto che in senso lato – sono interessanti proprio per come la ragazza finisce per inseguire tale ruolo, per quanto la madre cerchi di proteggerla, mantenendola ai lati della scena…

…con una buona crescita del loro rapporto, che ha i suoi picchi sia nella scena del bar – in cui Sidney guida la figlia ad affrontare una battaglia per lei ormai fin troppo nota – quanto nella definitiva uccisione del killer, in cui Tatum dimostra di aver imparato la lezione della madre. 

Il problema è il resto.

Contorno

Un problema minore in Scream 7 è la gestione dei personaggi secondari.

Per quanto, come detto, l’inizio fosse promettente – foriero anche di concetti positivi come la solidarietà fra i personaggi, non scontata in un contesto adolescenziale – ci si ritrova, alla fine del film, a non aver conosciuto quasi nulla – o davvero nulla – dei personaggi di contorno.

Particolarmente sprecato in questo senso è il fidanzato di Tatum – che rimane solo a parole un punto focale di molti discorsi del film, per poi essere facilmente sacrificato nel terzo atto – così come Lucas – anch’esso rievocato solo a parole dalla madre nel finale, senza che la sua morte sia assolutamente spiegabile.

E poco aggiungono anche gli ultimi personaggi sopravvissuti a Scream VI (2023), che sembrano ripetere sostanzialmente dinamiche già viste senza contribuire alla storia – anzi, nel caso di Mindy, a ricordarci come ogni timido accenno di queerness sia bandito…

…così come ogni discorso metanarrativo.

Identità

Scream 7 nasce come film…di Scream?

Il dubbio emerge in quanto per tutta la visione ho avuto la sensazione di assistere ad una storia scritta con scopi totalmente differenti – un thriller psicologico intrecciato con un dramma familiare – a cui solamente in seconda battuta siano stati aggiunti – e con poca convinzione – gli elementi identitari della saga.

Ne consegue che il lato metanarrativo sia sostanzialmente nullo, sistematicamente smentito anche nei suoi più deboli accenni: neanche il momento canonico del raduno dei sospettati e dell’esplicazione delle regole della nuova storia ha alcun valore, tanto che Mindy viene prontamente zittita da Chad.

In quest’ottica nemmeno l’incipit sembra infine significativo, anzi forse appare persino sfacciatamente rivelatorio di una pellicola che sceglie consapevolmente di smentire ogni tratto canonico della saga, finendo però per privarla di ogni suo elemento identitario, e portando in scena il film di Scream meno Scream di sempre.

E, nella sua bruttezza, viene paradossalmente quasi da rimpiangere il precedente capitolo, che almeno era uno slasher…

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2025 Avventura Dramma familiare Drammatico Film Horror

28 anni dopo – Memento mori

28 anni dopo (2025) è il terzo capitolo della saga creata da Danny Boyle con 28 giorni dopo (2002) – e che con questo nuovo capitolo torna alla regia.

A fronte di un budget di 60 milioni di dollari, è stato un buon successo commerciale: 150 milioni incassati in tutto il mondo.

Di cosa parla 28 anni dopo?

28 anni dopo lo scoppio della pandemia zombie,il Regno Unito è ormai una terra isolata e in quarantena…con un sistema interno tutto suo.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere 28 anni dopo?

Assolutamente sì.

Con il suo ritorno alla regia, Danny Boyle non solo riesce a stupire ad ogni inquadratura ma, soprattutto, unendosi all’ottima scrittura di Alex Garland, porta in scena un nuovo capitolo della sua saga avvincente quanto profondo nei suoi significati.

Infatti, se sulle prime sembra il classico coming of age, nel terzo atto 28 anni dopo rimescola in maniera inedita le sue carte e offre una morale ben più interessante e penetrante – anche a vent’anni di distanza.

Battaglia

28 anni dopo si dipana su tre linee simmetriche.

La prima, la più importante, è quella del padre di Spike.

La prova di forza del ragazzino è l’obiettivo di tutto il primo atto, e viene scandita ora dalle urla di dolore della madre, persa nei vortici deliranti della sua mente annebbiata, ora – e soprattutto – dal montaggio sincopato che racconta la pesantezza di un’eredità di stampo militare quasi isterica…

…e raccontata nei più diversi quanto opprimenti elementi, dai volti degli antenati del passato alla presenza agli enigmatici rituali presenti, che si alternano alla contemporanea fede militare che introduce la breve quanto necessaria parentesi dell’atto centrale.

Ma la verità è altra.

L’orrore della mainland è ben raccontato dall’improvviso emergere della furia degli infetti tinta di rosso sangue, che ne racconta la vera natura, dietro al loro essere apparentemente solo enormi e disgustosi, ma facilmente annientabili – nonostante persino un’uccisione così semplice sia un dolore insostenibile per il protagonista.

E infatti, da quella tenue prova di coraggio, la figura di Spike è trascinata dal padre in una caccia alla morte, in una caccia ad un’ulteriore prova di forza, che ne racconta invece la grande incertezza, scandita dal timore di essere escluso dalla comunità che si aspetta così tanto da lui.

E il punto finale della caccia – la fuga dall’Alpha – è la perfetta rappresentazione della sua fallibilità.

Visione

La visione di Jamie è già scritta.

E Spike ne è solo una comparsa.

Costretto in una bugia che non gli appartiene, Spike si sente tanto più in trappola tanto più si rende conto che la stessa esiste unicamente in funzione del padre e del suo desiderio di riaffermarsi socialmente, raccogliendo gli onori per il figlio eroe – di cui riscrive le gesta – e lasciandosi facilmente alle spalle la moglie difettosa.

Una limitatezza di vedute che ben si racconta – soprattutto pensandola a posteriori – nella valutazione verso il Dr. Kelson.

Ma non è l’unico.

Riuscendo, con un improvvisato quanto funzionale gioco di astuzia, a portare la madre verso la salvezza, Spike si ritrova immerso in una realtà che altri hanno già scelto come deve essere raccontata, in una divisione estremamente binaria e definitiva: gli infetti e i normali, le minacce e gli eroi, i deboli e i vincenti.

Per questo, nella sua breve parentesi narrativa, l’apparizione di Erik è funzionale per raccontare la visione esterna 28 anni dopo, e di come la terra degli infetti sia semplicemente rimasta isolata, nella sua autodistruzione, senza che nessuno si ponesse realmente il problema di prevenirla.

Ma Spike e sua madre evadono quasi inconsapevolmente questa idea: soprattutto la donna, una volta messa davanti ad un’altra madre come lei e in piena sofferenza, ne dimentica la natura da infetta e si riconnette con lei ad un livello più profondo, accogliendo fra le braccia un neonato che, per Erik, dovrebbe essere già morto.

Un prologo essenziale per l’apparizione del grande convitato di pietra: il Dr. Kelson.

Morire

Le visioni dei personaggi di 28 anni dopo sono, come abbiamo visto, tendenzialmente ristrette.

Altresì, le stesse si basano spesso su una costruzione quasi mitologica della pandemia, che riscrive la realtà a proprio favore, per dare un racconto altro di quella che non è altro che un disastro naturale, non voluto da nessuno se non dall’uomo stesso, che ha riaperto il piacere primitivo del diventare l’eroe di un mondo selvaggio.

In questo contesto il Dottor Kelson si crea la propria nicchia, per celebrare non i vivi, ma bensì i morti, in un tempio che crea una sorta di paradosso nel suo essere un luogo di meditazione quasi religiosa, ma nato dalle pazienti e analitiche capacità di un dottore consapevole della precarietà della vita, soprattutto in tempi così difficili.

Un discorso che si inserisce perfettamente nel racconto più piccolo di Isla, costretta a sofferenze perpetue e senza senso, perché qualcuno ha scelto per lei una vita di sofferenza, riuscendo infine ad abbracciare una morte serena in cui le viene finalmente concessa la pace…

…ed un posto d’onore nel tempio della morte.

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28 giorni dopo – La scelta è nostra

28 giorni dopo (2002) è il primo capitolo della fortunata saga horror creata da Danny Boyle – alla direzione di questo e di successivi capitoli.

A fronte di un budget molto piccolo – 8 milioni di dollari – è stato un ottimo successo commerciale: 72 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla 28 giorni dopo?

Jim, un corriere irlandese, si risveglia dal coma e scopre…che in meno di un mese il suo mondo è decisamente cambiato.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere 28 giorni dopo?

Assolutamente sì.

Già all’inizio del millennio Danny Boyle riscriveva a suo modo il genere zombie movie raccontando non una semplice storia di sopravvivenza, ma portando in scena una riflessione non scontata sull’umano e sulle sue capacità di adattarsi al cambiamento.

Infatti i momenti strazianti non sono tanto le tragedie che vediamo in scena, ma i significati che le stesse si portano dietro, le agghiaccianti realizzazioni del poco che basta per far regredire l’uomo ad uno stato primordiale, selvaggio…anche senza bisogno di un virus.

Risveglio

28 giorni dopo può essere diviso in tre sezioni tematiche, corrispondenti ai tre atti canonici.

A fronte di un prologo classico quanto incisivo, lo spettatore piomba nel mondo raccontato insieme al protagonista, che si muove nelle rovine dell’umano, a cui sono bastati meno di trenta giorni per perdere ogni briciolo di civiltà e per piombare in un incubo silenzioso.

In questo senso è estremamente significativo che Jim cerchi conforto all’interno di un luogo che dovrebbe, per sua natura, concedergli asilo: una chiesa, spazio spettrale ed inquieto fin dalla prima inquadratura, i cui confini vengono progressivamente definiti con un allargamento dello sguardo scenico, fino ad arrivare alla scritta piuttosto esplicativa sul muro:

The end is fucking nigh

Penetrando questo spazio sacro, Jim prima si trova davanti ad un’umanità sconfitta, mostrata in una massa indistinta di individui morti in sofferenza…ma in realtà pronti a rinascere in un’ultima forma mostruosa, che definisce perfettamente il senso di pericolo sempre in agguato che pervaderà tutta la pellicola.

Ma l’orrore è ben più ampio.

Mentre cerca di sfuggire agli zombie, Jim viene per la prima volta salvato da una coppia di sopravvissuti, che hanno il ruolo di raccontare brevemente quanto sia avvenuto finora fuori scena, e mostrare come ogni speranza di rinascita si sia progressivamente ammutolita, e che non resti loro che un angosciante tentativo di sopravvivenza.

28 giorni dopo inizio

Ma per convincersi fino all’ultimo della realtà della sua nuova condizione, Jim deve guardare negli occhi la morte dell’ultima speranza, di chi ha sperato che il sollievo del sonno eterno davanti ad una realtà totalmente inconcepibile: i suoi genitori, che il protagonista ritrova abbracciati nel letto di morte.

Ed è proprio in questo frangente che Jim è costretto ad assistere a quanto possa essere micidiale questa nuova esistenza: non basta che Mark lo salvi da sbranamento certo perché Selena gli conceda ancora di vivere nella sua inevitabile trasformazione mostruosa…

…ribadendo un cinismo che sarà fondamentale nella parte centrale.

Speranza

Esiste ancora una possibilità di salvezza?

In una scena volutamente e piacevolmente simbolica, Jim e Selena seguono una flebile luce di speranza che ancora splende nelle tenebre di un mondo insopportabilmente cinico: un minuscolo nucleo familiare che, nonostante tutto, è riuscito a sopravvivere, offrendogli una seconda occasione.

Un incontro che, per quanto basato su una reciproca diffidenza – intelligentemente mostrata nella scena del falò, in cui sembra che Frank voglia derubare Jim e scappare – si traduce invece in una sorprendente collaborazione ed unione, che porta persino la più cinica Selena ad ammettere di riuscire a vedere quella flebile speranza.

Ed è una consapevolezza fondamentale, perché riscrive tutti i rapporti in scena al di là di quella freddezza e del puro spirito di sopravvivenza che sembrava guidarli fino a quel momento – e, per questo, a spingerli verso la rinnovata speranza di costruire qualcosa di nuovo e di positivo in un mondo che sembra non esserne più in grado.

Ma il destino ha piani diversi per loro.

Progetto

La morte di Frank è dolorosa quanto significativa.

La sua dipartita avviene, non a caso, non per mano dei protagonisti, ma di quelli che diventano gli antagonisti dell’ultimo atto, in particolare – anche se indirettamente – per mano di Henry, nuova figura di patriarca che vuole riscrivere il mondo con un piano ben preciso, ma ben più cinico di quello del defunto padre.

Le sue intenzioni vengono prima raccontate a parole, tramite una visione piuttosto disincantata dell’umanità e del suo ciclo indissolubile di violenza, che non ha fatto altro che ripetersi, pur in condizioni diverse, anche nel presente della pandemia…

…in cui però una direzione ragionata sembra possibile.

La stessa è ben raccontata da Mailer, che Henry tiene prigioniero della sua eterna sofferenza proprio per trarne il maggior vantaggio possibile, per trasformare una tragedia in una nuova possibilità di un microcosmo sociale in cui lui è il solo despota illuminato…

…l’unico che pensa davvero al futuro della sua gente.

È interessante in questo senso come Henry riscriva la storia di quello che a tutti gli effetti sarebbe uno stupro di gruppo, da una parte in una necessità per dare modo all’umano di proseguire la sua esistenza, dall’altra un momento quasi galante, romantico – pur ancora forzato, con un’ulteriore violenza sui corpi delle due donne.

28 giorni dopo finale

Per questo il finale di 28 giorni dopo ci vuole lasciare con un’ambiguità agrodolce.

Lo scioglimento narrativo è un’esplosione di violenza isterica, incontrollabile, che Jim scatena sul mondo ingiusto di Henry, facendogli pagare sulla sua pelle le ingiustizie che voleva imporre sugli altri, ma diventandone anche protagonista in uno slancio di brutalità mai eroico, mai veramente giustificato…

…anzi facilmente fraintendibile in questo nuovo mondo selvaggio, dove persino un gesto d’amore può sembrare in realtà un atto violento.

E così l’epilogo racconta un futuro positivo (?) in cui i protagonisti non devono più scappare – come sembrerebbe  nella loro corsa scatenata – ma vogliono anzi farsi trovare, temporaneamente protetti nella loro piccola quanto fragile realtà.

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2025 Avventura Dramma familiare Dramma romantico Drammatico Film Horror

The Ugly Stepsister – Perché non sono bella?

The Ugly Stepsister (2025) di Emilie Blichfeldt è una riscrittura horror di Cenerentola.

A fronte di un budget piccolissimo – circa 5 milioni di dollari – ha pareggiato i costi di produzione.

Di cosa parla The Ugly Stepsister?

E se la storia di Cenerentola fosse raccontata dal punto di vista della sorellastra brutta e…cattiva?

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere The Ugly Stepsister?

In generale, sì.

The Ugly Stepsiter è una buonissima opera prima che, al netto di qualche ingenuità del tutto perdonabile, riesce a portare in scena un retelling horror della classica fiaba di Cenerentola, senza perdersi in quegli abissi di gore e trash che questo tipo di operazioni spesso ricercano.

Al contempo, pur nella sua semplicità, l’esordio registico della regista norvegese riesce anche ad essere piuttosto efficace in un racconto femminista sulla centralità tossica e opprimente del corpo femminile – e in tutte le sue declinazioni.

Differenze

La messinscena dell’incipit di The Ugly Stepsister è già di per sé estremamente rivelatoria.

Elvira si racconta tramite il suo sogno d’amore impossibile con il principe, in cui appare per quello che vorrebbe diventare: una dama con un aspetto ricco, curato ed estremamente appariscente…per poi piombare nella mediocrità del presente, della sua famiglia zotici arrampicatori sociali. 

In questo senso è significativo il paragone visivo fra Elvira, con il suo agghindarsi posticcio e wannabe, e la sorella minore Alma, con il suo aspetto volutamente modesto e rappresentativo della sua classe sociale, e soprattutto Agnes, rappresentazione di una ricchezza modesta, che non ha bisogno di essere ostentata.

Per questo la protagonista affonda avidamente gli occhi nelle ricchezze di Agnes e cerca subito di impossessarsene, quando il corpo del suo patrigno è ancora caldo e la sofferenza della sorellastra ancora pungente, con una ricerca che diventa sempre più pressante a fronte della povertà schiacciante che sembra infestare la sua nuova famiglia.

E cosa non farebbe Elvira per un po’ di bellezza…

Interno

Elvira può pure essere una ragazza piacevole e ricca di talento…

…ma non può non essere bella.

La ripida ascesa verso uno status impossibile comincia dall’iconico nasale, la rottura di quella gobba vergognosa in uno dei tanti ma significativi momenti di body horror del film, che riesce a gestire sapientemente l’elemento orrorifico, intatto nella sua brutalità e rozzezza…

…ma anche perfettamente sotto controllo, grazie a dei tagli di montaggio puntuali, che non mostrano mai più del necessario.

E, proprio per la sua bruttezza, Elvira, nonostante si sforzi in tutti i modi, è costantemente scalzata, messa in ombra dal bellezza disimpegnata di Agnes, soffrendo terribilmente nel vivere ai margini e accettando qualsiasi compromesso pur di essere effettivamente bella

The Ugly Stepsister, in altri termini, racconta la disforia quanto l’inseguimento di un modello di bellezza femminile impossibile, una saturazione del sé nella maniera più brutale, che porta, in questo contesto, Elvira ad essere forse più in linea con quanto la società si aspetta da lei…

…ma, al contempo, intrappolata in una spirale distruttiva assolutamente necessaria per battere Agnes.

E su Agnes c’è da fare un discorso a parte.

Noto

Una delle poche debolezze effettive della pellicola è la gestione della storia originale di Cenerentola.

Così come per la storia della sorellastra si utilizzano solo pochi spunti dalla favola, per la storia di Cenerentola cambia solo il motivo – o, meglio, uno dei motivi – per cui la giovane assume le sembianze del personaggio da cui la sua storia prende il nome – evadendo in maniera funzionale invece la più ovvia e stereotipica purezza e verginità.

Per il resto, la pellicola lascia quasi tutto alle conoscenze pregresse dello spettatore, aggiungendo solamente qualche tocco di originalità – come i bachi da seta che ricuciono il vestito – ma mantenendosi per il resto sostanzialmente aderente alla storia originale, spesso dandola quasi per scontata.

Ne conseguono momenti non del tutto chiari riguardo alla natura dell’elemento magico, totalmente circoscritto al fantasma della madre e alla carrozza che si trasforma in zucca, che quasi stride all’interno di un panorama, al contrario, estremamente e volutamente realistico e brutale.

Similmente, l’innamoramento del principe nei confronti di Cenerentola appare come un momento voluto dal destino, che riprende la questione della scarpetta quasi come un pretesto per costruire l’amaro finale, apparendo quindi quasi pretestuoso, soprattutto nel contesto in cui la storia si muove.

E, al riguardo, è necessario un discorso a parte.

Svendere

Le donne di The Ugly Stepsister sono degli oggetti in vendita.

Tutta la cornice romantica di questa sorta di ballo delle debuttanti è una pura facciata per nascondere la sua vera natura di mercato della carne, in cui le giovani sono presentate come animali al guinzaglio, che i pretendenti osservano come volendosele divorare – e non solamente con lo sguardo.

Capovolgendo le parti, anche il Principe stesso è un mezzo per la protagonista per ottenere la conferma del suo nuovo status, nonostante gli basti uno sguardo su una ragazza più piacente come Cenerentola per cambiare subito compagna di ballo, tanto da farla sprofondare nella disperazione più nera.

…fino ad arrivare alla follia di togliersi persino la capacità di camminare pur di essere accettata dal principe.

Ed è solo l’ultimo atto di una caduta rovinosa – fisica e morale – ma anche catartica: l’altra sorellastra, personaggio di contorno e quasi gender neutral, diventa infine la salvatrice che permette alla sorella di liberarsi di tutto quello che aveva ingoiato per mesi, nell’unica scena di body horror effettivamente esplicito, ma totalmente funzionale alla scena.

Indovinata, infine, la scelta di non fare soffrire ad Elvira un finale punitivo, ma lasciando invece una speranza aperta per un futuro diverso per l’ormai devastata protagonista, chiudendo la pellicola con l’ultima ed eloquente inquadratura dei corvi – che nella favola avevano il ruolo di accecare le sorellastre – che pasteggiano sulla tedia.

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Dramma familiare Drammatico Film Horror Racconto di formazione

Raw – La fame di crescere

Raw (2016) è un film horror e di formazione, nonché l’opera prima di Julia Ducournau.

A fronte di un budget piccolino – 3.5 milioni di dollari – è riuscito quasi a pareggiare i costi di produzione.

Di cosa parla Raw?

Justine è una giovane ragazza pronta ad unirsi alla sorella nella scuola di veterinaria…ma forse non per studiare gli animali.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Raw?

In generale, sì.

Raw risulta complessivamente vincente nel suo essere un coming of age in tinta orrorifica, che riesce ben a controllare l’elemento violento, mettendolo sostanzialmente al servizio del simbolismo del sottotesto filmico…

…ma risultando forse meno compatto dal punto di vista narrativo e veramente interessante nel tipo di storia che vuole raccontare, perdendosi talvolta troppo nella messinscena scioccante – per quanto funzionale.

Rito

Il simbolismo iniziale di Raw è estremamente esplicativo.

Justine, da ligia vegetariana – e, su un piano più simbolico, ragazzina non ancora turbata dai fuochi della pubertà – è costretta in una serie di riti che le fanno temere per qualcosa di spaventoso, violento…mentre infine sono solo una scusa per organizzare dei rave selvaggi.

Questo primo, timido approccio alla caotica vita della nuova scuola ha il suo apice nella costrizione, da parte della sua stessa sorella, di nutrirsi dello stomaco di un animale, quindi un alimento atipico e bestiale che racconta un fondamentale momento di passaggio.

Infatti il simbolismo animale permea anche i momenti successivi in cui Justine è come se cambiasse pelle, mentre racconta all’infermiera le sue angosce per non aver ancora sperimentato con la sua sessualità, proprio a mostrare un corpo e una mente in attivo mutamento.

E, infatti, è solo l’atto primo di una involuzione totalmente istintuale.

Istinto

Justine finisce per vivere di istinti.

Per quanto se ne vergogni, la protagonista sente crescere dentro di sé un bisogno inconfessabile della carne: prima carne animale cotta – ordinaria quanto vergognosa – che cerca di rubare in mensa e di cui si nutre alla chetichella grazie ad Adrien…

…poi effettivamente ritornando alla delizia della carne cruda, viva, impossessandosene avidamente, senza alcun controllo, venendo definitivamente tentata dalla carne umana proprio in un altro momento di passaggio fondamentale sempre per mano della sorella: la depilazione.

In questo frangente si racconta forse il momento più concettualmente debole della pellicola: l’incidente stradale, con cui Alexia vuole istruire la sorella all’effettivo cannibalismo, il primo atto di un tira e molla fra i personaggi che poteva essere molto più significativo…

…e che invece finisce quasi per indebolire l’ultimo atto della pellicola.

Eppure, nel finale emergono le immagini più significative.

Animale

Avendo ormai abbandonato ogni tipo di remora verso i propri istinti, Justine è un tutto e per tutto un animale.

Il suo primo apice è, ovviamente, la sperimentazione sessuale, che costringe Adrian a doverla domare perché non lo divori, per cui la penetrazione non è sufficiente a soddisfare il suo desiderio carnale, che finisce per mordere avidamente se stessa pur di raggiungere l’orgasmo.

E, a quel punto, la pervasività dell’istinto animale si scatena in quella stessa festa di cui prima Justine aveva paura, diventando suo malgrado l’attrattiva principale della stessa, mostrandosi nella sua forma primordiale che la sorella alimenta e incoraggia, proprio per portarla al suo livello.

Così l’incontro – scontro fra le due si manifesta infine quando si scagliano l’una contro l’altra come due cani rabbiosi, che vengono presi al laccio mentre si mordono selvaggiamente, per poi liberarsi dalle corde che cercano di domarle per riunirsi nella medesima indole animale…

…e isolarsi da tutto il resto.

Cane

La solidarietà fra sorelle non si spegne nemmeno nell’atto finale.

Infatti, nel momento di rivelazione più barbara della loro natura, in cui Alexia caccia e si nutre del corpo di Adrien, Justine mette a tacere il suo naturale istinto di abbattere la bestia, e si prende cura di lei, ritornando ad indossare vesti più ordinariamente umane.

Anche per questo tanto più sconvolgente è la chiusura della pellicola: dopo aver confermato il primordiale affetto con la sorella, la protagonista è costretta ad una rieducazione forzata per tornare a cibarsi come un umano, cercando quindi di sopire gli istinti selvaggi a cui si era lasciata andare fino a quel momento.

Invece la pellicola si chiude con una consapevolezza schiacciante quanto fondamentale: gli istinti di Justine non sono un caso isolato, ma bensì impressi nella sua genetica, come dimostra il corpo martoriato del padre, su cui la madre si è avidamente nutrita.

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Dramma familiare Drammatico Film Horror

Swallow – Il controllo vuoto

Swallow (2019) è un horror-thriller e l’opera prima di Carlo Mirabella-Davis.

A fronte di un budget molto piccolo – 3.5 milioni di dollari – ha avuto un riscontro veramente minuscolo al box office: neanche 300 mila dollari.

Di cosa parla Swallow?

Hunter è imprigionata in una gabbia dorata orchestrata dal marito, Richie, che però è interessato ben poco a lei come persona…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Swallow?

Assolutamente sì.

Swallow è un’opera capace di veicolare un messaggio piuttosto puntuale sul controllo del corpo femminile utilizzando un’immagine altrettanto disturbante, ma senza mai eccedere in un body horror fine a sé stesso.

Ne consegue un racconto piuttosto straziante di una protagonista che cerca il suo posto nel mondo quando qualcuno l’ha già scelto per lei, con uno scioglimento della vicenda veramente sorprendente e ricco di significati ulteriori.

Soprammobile

Hunter è un soprammobile.

Fin dalla loro prima cena insieme, Hunter sembra solo un ornamento nella vita di Richie, che il padrone di casa può ignorare a suo piacimento ed usare solamente quando gli è utile, specificatamente per raccontare la sua futura paternità, unico elemento di interesse di una moglie da esposizione.

Infatti, come emerge molto chiaramente anche dai dialoghi con i genitori, prima di sposare il Richie, la protagonista era una mediocre commessa senza grandi prospettive, anzi con un passato tumultuoso alle spalle, per finire intrappolata nella più classica gabbia dorata.

Da qui il desiderio di riprendere il controllo.

Controllo

Ormai Hunter non ha controllo né sul suo corpo né, per estensione, sul figlio che porta in grembo.

Per questo cominciare un sorta di rituale segreto – l’ingoiare della biglia – in cui può dimostrare a sé stessa di controllare ancora cosa entra e cosa esce dal sé, per riavere una sorta di padronanza sul suo essere, anche se potenzialmente dannosa per lo stesso – e per quello che contiene.

E questa sensazione di non subire realmente ripercussioni si traduce in un’escalation del picacismo che la porta per la prima volta a vergognarsi dello stesso, finendo per assumere una delle tante forme che Richie desidera – la servetta che pulisce il bagno – e ad avere conferma di quanto la sua volontà sia annullata.

Infatti, nella prima delle tante occasioni in cui Richie sceglie di fare penetrare il mondo esterno – o, meglio, il suo mondo esterno – nella loro casa, Hunter si rende conto di essere una proprietà non solo del marito, ma di chiunque voglia farne uso – anche del collega che le chiede un innocuo abbraccio.

Ma cosa fa veramente più male?

Radici

Il problema di Hunter ha radici profonde.

Il suo essere prodotto di una relazione non voluta, quindi su cui neanche sua madre aveva il controllo, l’ha portata nel presente ad una ricerca disperata di un potere che non possiede, portandosi dietro la faccia del suo vero padre come una sorta di santino – o memento della sua reale condizione.

E, nel presente, la perdita di controllo si accompagna ad una sensazione di totale marginalità: per gli altri personaggi Hunter è una donna che può essere comprata, controllata e, infine, anche rinchiusa – e che può esistere in scena solo nel posto che è stato deciso per lei.

In questo senso è estremamente significativa la scena in cui la protagonista, il marito e la sua guardia compongono una sorta di trinità: in primo piano Richie, che osserva la moglie da una posizione innalzata mentre lei è accovacciata in giardino e rinuncia a riempire nuovamente un vuoto nel suo essere, mentre è sorvegliata alle spalle da Luay.

Ma è una calma apparente, che si sbriciola in un attimo davanti alla totale mancanza di interesse di Richie nei suoi confronti, lasciandola in uno stato di profondo ed evidente shock con la promessa di poterla ripagare con l’unica forma di amore che conosce: i vuoti oggetti materiali.

E, più si prosegue verso il finale, più appare evidente come per Richie la protagonista sia solo uno oggetto, uno strumento e un simbolo valoriale, con cui tenta solo brevemente di riconciliarsi sul piano dei sentimenti, per esplodere nella rivelazione della sua vera natura da manipolatore unicamente interessato al figlio che porta in grembo.

E allora Hunter deve salvarsi da sola.

Comune

Hunter deve riempire un vuoto.

Nel suo momento più basso di ulteriore picacismo con la terra e della concreta sensazione di sentirsi braccata, abbandonata ormai persino dalla sua famiglia, la protagonista sceglie infine di affrontare il suo vero nemico, la vera radice di tutti i suoi turbamenti presenti: il padre.

Penetrando nella casa come uno spettro, Hunter accompagna il genitore verso la presa di consapevolezza, con un grido d’aiuto che racconta tutto la sua angosciaqui faccio io le regole! – ma che spinge anche l’uomo ad una profonda confessione, che riracconta lo stupro come un delirante senso di onnipotenza verso un corpo non suo.

E, anche se in termini diversi, Hunter si riconosce in questo schema e prega il padre di scindere per sempre il loro rapporto.

Ma ancora più interessante è la chiusura di Swallow.

O, meglio, la non chiusura.

Hunter sceglie infine consapevolmente di non dare alla luce un altro figlio non voluto – come lei – e recide ogni connessione che l’avrebbe resa ancora interessante per Richie – ingoiando finalmente qualcosa che, in qualche modo, è veramente liberatorio e salvifico, e che le permette di cominciare una vita diversa.

Eppure, anche quando lei esce di scena, la macchina da presa indugia per lunghi minuti con una ripresa fissa sul bagno, a raccontare l’avvicendarsi di tante storie di donne diverse, forse non così lontane da quelle della protagonista, anche solo nei minimi termini di perdita di controllo e di riacquisizione del proprio essere.

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Ari Aster Dramma familiare Dramma romantico Drammatico Film Horror

Midsommar – Riscrivere il trauma

Midsommar (2019) è la seconda opera di Ari Aster con protagonista Florence Pugh.

A fronte di un budget piccolino – appena 9 milioni di dollari – è stato nel complesso un ottimo successo commerciale: 47 milioni di dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla Midsommar?

Dani ha appena subito un profondo lutto, ma la risoluzione…non è quella che si aspetta.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Midsommar?

Assolutamente sì.

Con Midsommar Ari Aster gioca ancora una volta con i topos di genere, riuscendo a portare in scena un horror veramente peculiare, girato quasi totalmente alla luce del sole, in cui l’orrore è quanto più visibile e scioccante.

Ma il vero terrore è più profondo, legato all’evoluzione – o involuzione? – della protagonista, che rivive per certi versi il suo trauma, ma legato ad una risoluzione del tutto diversa, e più…confortante?

Aggrapparsi

Dani ha solo bisogno di un sostegno, di qualcosa a cui aggrapparsi.

E quel qualcosa – purtroppo – è Christian.

Il ragazzo appare fin da subito circondato da persone che gli consigliano spassionatamente di lasciarsi alle spalle la sua attuale fidanzata, rea di essere sempre alla ricerca di attenzioni per la sua tumultuosa situazione familiare, legata in particolare all’ambigua figura della sorella.

E ancora di più Christian appare inadatto nel gestire la situazione, soprattutto quando la stessa esplode nello straziante omicidio-suicidio di Terri, per cui Dani si perde in una comprensibile spirale depressiva per la perdita, quanto, soprattutto, per la sua impotenza.

In altre parole, Dani sentiva di poter agire, ma di non aver agito.

E la sua inerzia è il motore che porta avanti una relazione tenuta insieme solamente dal senso di colpa del fidanzato, che però, in maniera più o meno consapevole, continua a condurre la sua vita oltre a Dani, specificatamente nell’organizzazione del viaggio in Svezia…

…in cui coinvolge la ragazza solamente nella convinzione che non verrà.

Ma c’è in agguato un elemento che il ragazzo non aveva previsto.

Trappola

Dani finisce…in trappola?

Anche se ad una prima visione Pelle sembra un personaggio innocuo, che vuole semplicemente fare le sue condoglianze alla protagonista, si rivela infine un adescatore, che ha scelto consapevolmente di mettere un dito nella piaga quando la ferita del lutto era ancora aperta…

…convincendo così Dani, sull’onda dell’emotività, a seguire effettivamente il gruppo in Svezia.

La stessa dinamica, in altri termini, è anche propria della sezione introduttiva alla comunità, in cui la droga assunta dal gruppo getta Dani in un totale delirio che esaspera i suoi sotterranei timori: la sensazione di isolamento, di esclusione e di sostanziale perdita del sé.

Ed è fondamentale per il contrasto invece con la pace delle scene successive.

Ruolo

Ogni personaggio, a suo modo, acquisisce un ruolo all’interno della nuova comunità.

E servono sia eroi che antagonisti.

Infatti, anche se il gruppo cerca di mantenersi ai margini della scena e di trattare la situazione come se fosse quasi un’attrazione turistica, inevitabilmente ne risulta attratto, ma nella maniera più sbagliata: Mark desacralizza l’albero degli antenati, Josh cerca di rubare i segreti della comunità e Simon, semplicemente, cerca di andarsene prima del tempo.

Christian invece ha un doppio ruolo.

La funzione del ragazzo è puramente strumentale, sia per l’evoluzione di Dani – che merita un discorso a parte – sia per la comunità stessa, che usa – letteralmente – il suo corpo per compiere il rito di accoppiamento e garantire la proliferazione della comunità stessa.

Ma, proprio essendo solo un corpo, il suo valore è limitato.

Proprio come doveva essere quello di Dani.

Mimo

Con la nuova comunità, Dani rivive il suo lutto…

…ma riscrivendolo in positivo.

La radice del problema è quantomai evidentemente il suo attaccamento a Christian, unico appoggio, pur passivo, che le è rimasto in una vita definita esclusivamente dal lutto e dal rimorso, a cui è capace di perdonare tutto, persino l’essere così negligente da dimenticarsi il suo compleanno, da dimenticarsi sostanzialmente di lei.

Eppure Dani continua a giustificarlo, continua a cercarlo, continua a sentirsi sola e dispersa persino nei momenti in cui è più accolta, persino quando la comunità cerca di alienarla con la droga per includerla all’interno del gruppo, e anzi farla risaltare rispetto allo stesso come nuova Regina di Maggio.

E allora, deve rivivere il trauma.

Midsommar finale

Anche se realisticamente la colpa non è di Christian, totalmente e ingenuamente sottomesso alla volontà di altri, il suo diventare strumento sessuale è espressione della sua continua negligenza e disattenzione, del suo essere totalmente passivo alle situazioni.

E così Dani deve rivivere ancora una volta una situazione di turbamento che in qualche modo sospettava, ma che non era pronta ad affrontare…

…con la differenza che ora non è più ridotta alle attenzioni disattente di un fidanzato assente, ma è avvolta dalle cure di un intero gruppo di donne pronte a soffrire insieme a lei, a davvero farla sentire compresa e accolta, permettendole così finalmente di rendersi conto della situazione che stava testardamente subendo.

Ed è proprio in questa dinamica che si sviluppa il lato forse più grottescamente sorprendente della pellicola: come Dani sembra sempre più abbracciata e immersa nel suo nuovo ruolo, più sembra anche divorata da una rabbia cieca che la porta infine a condannare a morte il suo ormai ex fidanzato.

Eppure, davanti a quella chiusura così tragica di tutti i personaggi divorati dalle fiamme e ridonati alla terra contro la loro volontà, di un Christian ormai totalmente inerme e rinchiuso nella rappresentazione del suo ruolo meschino e divoratore – l’orso – infine Dani sorride…

…felice di aver finalmente e realmente risolto il suo trauma.

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Ari Aster Dramma familiare Drammatico Film Grottesco Horror

Hereditary – Un dolore familiare

Hereditary (2018) è l’opera prima di Ari Aster con protagonista Toni Collette.

A fronte di un budget piccolino – 10 milioni di dollari – è stato un ottimo successo commerciale: 79 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla Hereditary?

Lutto dopo lutto, mentre cerca di riprendere il controllo della propria famiglia, Annie finisce solo per scoprire qualcosa che forse era meglio rimanesse nascosto…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Hereditary?

Assolutamente sì.

Fin dall’inizio, Ari Aster è stata una delle proposte più interessanti in ambito di horror indie potenzialmente alternativo rispetto alla saturazione del mercato di genere più strettamente commerciale.

Ed Hereditary gioca proprio sui topoi narrativi più classici, scardinandoli alla base per un racconto estremamente enigmatico e cupo, per cui lo spettatore vive la perdita di controllo al pari dei suoi protagonisti.

Occulto

L’identità della matriarca ormai defunta è occulta per più motivi.

Come Annie ammette nel suo monologo, Ellen era una donna che viveva circondata da segreti, avvolta da un sistema impenetrabile di riti che emergono progressivamente dalla bocca della stessa figlia, da sempre vittima di uno schema di difficile comprensione.

Ed è tanto più snervante che la protagonista non sia mai stata veramente protagonista della vita della madre, ma solo uno strumento all’interno della stessa, particolarmente nel suo ruolo generativo – da cui l’inquietante interesse nei confronti della prole.

E infatti Annie, quando passa dal ruolo passivo di genitrice al ruolo attivo di distruttrice inconsapevole, diventa il nemico nella storia, proprio per il suo insito desiderio di ribellarsi dal controllo materno tramite il tentare di riportare in vita la figlia, il cui ruolo da agnello sacrificale era assolutamente necessario.

Ma la ribellione stessa è parte di un piano.

Visualizzare

Annie cerca di avere un punto di vista diverso.

La riproduzione di eventi canonici del rapporto con la genitrice in piccola scala servono alla protagonista per rimettere tutto in prospettiva, per cercare il filo giusto da tirare per comprendere il suo complesso schema, ma finendo solo per essere più confusa davanti alla grottesca dinamica degli eventi. 

Ma delle miniature non possono colmare una mancanza.

Joan, nell’inconsapevolezza di Annie, fa leva sul suo rimorso per non essere stata una madre abbastanza presente, sentendosi quindi colpevole della morte di Charlie, quasi come se fosse prodotto della sua negligenza e di suo desiderio di distruzione della prole.

Da qui i tentativi di richiamare la figlia defunta, che si trasforma presto in una maledizione per il figlio, che probabilmente Charlie vede come il suo sostituto nelle attenzioni della nonna, cercando per questo di distruggerlo, possedendone il corpo e costringendolo ad episodi di autolesionismo.

E, infatti, Peter è un discorso a parte.

Focus

Se Annie è inconsapevolmente vittima degli eventi, Peter è semplicemente inconsapevole.

Il film ci tiene fin da subito a raccontarlo come un normale adolescente con mire molto limitate ed immediate – le ragazze e le feste, il divertimento spicciolo – che, come era stata la capostipite delle scream queen – Laurie in Halloween (1978) – dovrebbe assumere il ruolo di eroe attivo nella sconfitta del nemico.

E invece rimane programmaticamente inconsapevole fino alla fine.

La rivelazione finale di Annie come personaggio passivo e di Peter come vittima della situazione ci racconta come anche il giovane nipote non fosse altro che una pedina nelle mani di Ellen, vera protagonista e burattinaia nell’ombra…

…che voleva solamente portare a termine il suo piano persino da defunta.

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2025 Dramma romantico Drammatico Film Horror

Together – Essere diversi, essere caotici

Together (2025) è un body horror nonché l’esordio alla regia di Michael Shanks.

A fronte di un budget anche abbastanza consistente per un’opera prima – 17 milioni di dollari – anche se non è ancora stato distribuito in tutti i mercati, ha già doppiato i costi di produzione.

Di cosa parla Together?

Tim e Millie sono una coppia che sembra essere pronta a separarsi da un giorno all’altro…fino a trovarsi più vicini del previsto.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Together?

In generale, sì.

Non mi sento di sbilanciarmi né in positivo né in negativo sulla suddetta pellicola in quanto contiene al suo interno elementi di indubbio fascino – il soggetto quanto alcuni momenti di regia – ma, al contempo, si incarta in una struttura narrativa poco centrata.

Infatti, come è tipico di molte pellicole del cosiddetto elevated horror, l’opera prima di Shanks vive del suo potenziale e del suo soggetto, ma, soprattutto in questa rincorsa al voler essere diverso a tutti i costi, e si perde in un racconto mediocremente strutturato nei toni quanto nei passaggi logici.

Insomma, non tutti da buttare, ma ci si aspettava ben di più.

Paradosso

Il paradosso di Togheter è chiarissimo…

…almeno sulla carta.

L’incipit gira intorno alla relazione ormai da tempo in crisi di Tim e Millie, forzatamente portata avanti per volontà principalmente di quest’ultima, soprattutto visto il moto di ribellione del protagonista maschile, più volto ad una autodeterminazione mancata che alla (ri)costruzione del loro rapporto.

Tuttavia, questo racconto manca fin dall’inizio di adeguato respiro per poter funzionare, rimanendo una narrazione in ultima analisi abbastanza superficiale e affidata principalmente agli espliciti scambi fra i protagonisti, più che ad una messa in scena che dialoghi col pubblico.

Un elemento che diventa problematico soprattutto nelle ultime battute, nei momenti decisivi in cui la coppia dovrebbe prendere le decisioni più importanti, che invece sono affidate più a necessità di trama che all’effettiva costruzione del racconto.

Ma non è neanche la questione più problematica.

Paura

Un moto di ribellione pervade l’horror che non vuole essere commerciale.

Una problematica piuttosto ricorrente in questo tipo di narrazione è l’essere costruita intorno a dei continui jumpscare piuttosto banali e ridondanti, tendenza che appunto il cosiddetto elevated horror vuole evadere in favore di uno schema della paura ben più interessante ed efficace.

Purtroppo, al riguardo, Together fallisce due volte.

Da un lato, anche se prova a costruire la suspense con delle immagini più ricercate, finisce inevitabilmente per proporre lo stesso schema incredibilmente ripetitivo delle brutte sorprese in camera da letto costruite sempre nel medesimo modo, e che, soprattutto, mancano di un abbastanza essenziale crescendo.

Infatti, per motivi ignoti, Together sceglie di costruire la parte centrale legata alla scoperta della minaccia in maniera piuttosto dispersiva, quando sarebbe bastato un semplicissimo climax – iniziato, ma mai sviluppato – per mostrare la progressione della maledizione.

E, proprio nel momento drammatico fondamentale, la pellicola mi lascia più dubbi.

Scelte

Together sembra mancare di una direzione.

È come se internamente alla pellicola ci fosse la volontà di voler evadere il classico schema, ma finendo solo per confermarlo, anzi per perdersi proprio in questo tentativo, a cominciare dall’andamento scostante del tono, che si evince soprattutto a partire dalla scena della motosega.

Dopo la sequenza, anche piuttosto interessante, in cui i due si intrecciano nel corridoio, si arriva all’esplosione della drammaticità e della violenza, Shanks sceglie di spezzarla con un momento comico improvviso e fuori contesto, che viene subito soffocato dalla ripresa del crescendo drammatico nell’atto finale.

Una conclusione, fra l’altro, che è forse la parte più problematica.

La parte dedicata allo scioglimento della vicenda soffre infatti del suddetto tentativo di evadere lo schema classico, finendo per non riuscire a definire in maniera soddisfacente l’origine della minaccia – non a caso, Jamie rimane in scena il tempo necessario per raccontarla…

…e, al contempo, si perde nel labirinto contraddittorio di cambi di passo dei protagonisti, che non ha purtroppo basi abbastanza solide da essere giustificato e che altresì vive di collegamenti logici fin troppo deboli, tanto che la scelta finale dei protagonisti risulta incomprensibile ai fini narrativi…

…ma del tutto giustificabile all’interno della volontà del regista di chiudere la pellicola con un grottesco colpo di scena.