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2026 Dramma familiare Drammatico Film Horror Nuove Uscite Film

Backrooms – Un insostenibile balzo indietro

Backrooms (2026) di Kane Parsons è un horror ispirato all’omonimo creepy pasta.

A fronte di un budget molto contenuto – 10 milioni di dollari – si sta rivelando uno dei titoli economicamente più di successo della stagione.

Di cosa parla Backrooms?

Clark è il proprietario infelice di un negozio di mobili di scarso livello, che nasconde delle… stanze segrete.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Backrooms?

Dipende.

L’opera prima del regista statunitense può risultare indubbiamente suggestiva se quello che si cerca è limitato, appunto, a suggestioni derivate da una leggenda metropolitana certamente intrigante…

…ma che meritava di essere meglio contestualizzata all’interno di una narrativa che si prende fin troppe libertà nel suo vivere di una sottrazione tale da indebolire inevitabilmente l’intera struttura.

Incipit

Essendo che non sono così avvezza al genere e che ero reduce dalla visione di quel gioiello di Obsession (2025), l’incipit di Backrooms l’ho trovato ancora più deludente.

La pellicola si apre con l’introduzione del mistero e dell’orrore, facendo vagamente intendere una missione di immersione in questi luoghi proibiti e misteriosi, a cui si accompagna il racconto di una presenza che infesta dei luoghi già di per sé estremamente spaventosi.

Il problema è che non è niente di nuovo.

Per quanto Backrooms vorrebbe raccontarsi come un horror indipendente ed originale, in realtà fin da subito ripercorre le tappe del più classico e scontate, proseguendo nella presentazione dei protagonisti della storia, con una scena sicuramente suggestiva e piena di potenzialità…

…ma che è assolutamente insufficiente, da sola, per la valenza narrativa che troviamo nella conclusione del film.

E proprio questa mancanza è il maggior punto interrogativo di Backrooms.

Mancanza

Nella storia del cinema non mancano sicuramente esempi virtuosi di narrazione per sottrazione – un esempio recente è certamente Furiosa (2023).

Ma, per quanto Backrooms vorrebbe abbracciare questo tipo di narrativa, nel concreto finisce per perdersi in una narrazione del tutto insufficiente, che sembra proseguire ad enormi balzi, vivendo principalmente di suggestioni, ma mancando di snodi fondamentali della trama…

…mancanza che il film non ha la forza di sorreggere.

Infatti, per quanto sulla carta l’idea di Clark che si perde in questi luoghi della memoria distorta per riuscire a trovare soddisfazione della sua vita attuale sia abbastanza lampante, risulta incomprensibile come fosse considerabile funzionante l’idea di non mostrare la sua esplorazione – anzi perdita all’interno delle backrooms.

Soprattutto visto che la scena di confronto con Mary vorrebbe essere l’apice del suo arco involutivo, che aveva tutte le basi per funzionare in scena tramite l’ossessione del protagonista di essere la vittima designata di figure esterne che desideravano solamente il suo fallimento e derubarlo di ogni cosa.

E per il resto?

Orrore

Far realmente e visceralmente paura non è cosa da tutti.

Purtroppo, nel caso di Backrooms, il terrore emerge da una messinscena non particolarmente originale, che spaventa per i più classici orrori in agguato e i più ovvi jumpscare, riuscendo a risultare effettivamente vincente ed intrigante solo nei (pochi) momenti di tecnica found footage.

Purtroppo, le presenze incontrate non risultano di fatto veramente spaventose quando emergono dall’ombra: una volta portate alla luce, una volta spiegate, perdono gran parte del loro fascino orrorifico, tanto da sostenersi sulla base principalmente di jumpscare e, più in generale, di dinamiche di inseguimento piuttosto classiche.

Forse più interessante poteva risultare la parte della storia di Mary, le cui suggestioni dell’infanzia problematica con la madre indubbiamente richiamano quelle delle backrooms, ma che anche in quel caso, soprattutto a fronte del cambio improvviso di protagonista, risultano insufficienti per poter effettivamente funzionare.

In quest’ottica, appare possibilmente ancora più frustrante il finale della pellicola, che interrompe bruscamente la storia quando sembrava pronta a dargli un minimo di contesto, scegliendo di chiudersi con un’immagine indubbiamente suggestiva ed evocativa, ma che poco aggiunge alla narrazione complessiva.

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2026 Dramma romantico Drammatico Film Horror Nuove Uscite Film Thriller

Obsession – Il vero mostro

Obsession (2025) di Curry Barker è la prima uscita cinematografica del regista, già noto negli ambienti indie per il suo stile sconvolgente e terrorizzante.

A fronte di un budget minimo – meno di 1 milione di dollari – si sta rivelando probabilmente il più grande successo economico – e di pubblico – dell’anno.

Di cosa parla Obsession?

Bear è un ragazzo molto timido con un unico desiderio: conquistare la ragazza dei suoi sogni. Ma se non si sta attenti a cosa si desidera…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Obsession?

Assolutamente sì.

Obsession è la dimostrazione che il genere horror – soprattutto quello indipendente – ha ancora moltissimo da raccontare: un incontro inaspettato quanto vincente fra diversi generi, capace di creare una paura che non ha bisogno di trucchi scenici o jumpscare per spaventare, ma che è talmente pervasiva da rendere lo spettatore parte della scena.

Ne consegue una storia che comincia come una romcom piuttosto classica, ma che si avventura nel più profondo thriller e horror psicologico, facendosi forte della spettacolare espressività dell’attrice protagonista, che da sola riesce a rendere la pellicola probabilmente l’esperienza cinematografica più terrorizzante dell’anno.

Genere

Uno dei motivi per cui Obsession funziona così bene sul lato della paura è l’incontro fra i diversi generi.

A differenza di altri prodotti analoghi, che vogliono farti immediatamente immergere in un contesto orrorifico e fantastico, al contrario, la pellicola parte quasi come una romcom, con il protagonista che deve riuscire a dichiararsi alla ragazza dei suoi sogni, partendo quindi da un contesto verosimile…

…il cui sconvolgimento è tanto più drammatico.

Una scelta tanto più importante in quanto ci permette di metterci effettivamente nei panni del protagonista, per capirne la psicologia, affezionarci persino al suo piccolo dramma, così da riuscire ad assumerne costantemente il punto di vista, come se diventassimo noi stessi vittime della sua storia.

Così Bear, estremamente frustrato dalla sua incapacità di conquistare le simpatie di Nikki, si affida all’ultima arma a sua disposizione: un bastoncino magico su cui riversa il suo esacerbato desiderio di amore, cadendo inevitabilmente in una trappola di sua stessa fattura.

Ed è qui che Nikki comincia davvero a fare paura.

Paura

Riuscire a spaventare davvero lo spettatore, a portare in scena una paura pervasiva che ti entra sottopelle non è cosa da tutti.

Nel contesto di Obsession, la chiave sta proprio nella bravura dell’attrice nel cambiare improvvisamente espressione, nell’assumere quelle pose grottesche – per cui lo spettatore non sa se ridere o spaventarsi – ma anche nella capacità della regia nel rendere spesso la ragazza nient’altro che un’ombra…

…da cui emerge il biancore degli occhi vitrei e il suo enigmatico sorriso.

Ma, paradossalmente, finché Bear ama davvero Nikki ogni suo strambo comportamento va quasi in secondo piano: le prime fasi della loro relazione si consumano nella più totale tranquillità, in un montaggio che davvero potrebbe essere proprio dell’atto centrale di una commedia romantica.

E, forse, è proprio qui il punto del discorso.

Reale

Il comportamento di Nikki è davvero così irreale?

Al netto ovviamente degli eccessi orrorifici – soprattutto dell’ultimo atto, per cui bisogna fare un discorso a parte – la ragazza per certi versi assume comportamenti purtroppo tipici di una relazione di codipendenza, in cui il partner di turno si ossessiona così tanto per il suo compagno da annullarsi totalmente.

Ed è proprio nel momento in cui Bear smette effettivamente di amare Nikki allo stesso modo, la ragazza comincia a perdere il controllo, sia su se stessa che sul partner, dovendo sfogare in altro modo questo irrefrenabile bisogno non solo di amare, ma di avere la certezza di poter essere altrettanto amata.

E per raccontarci il suo orrore, Obsession non ha bisogno di particolari jumpscare o di altri trucchi scenici, forte di un’angoscia che ha ormai pervaso talmente tanto la mente del protagonista – e, conseguentemente, dello spettatore – da rendere anche solo la prospettiva di doversi interfacciare con Nikki un momento di puro terrore.

Ed è tanto più interessante che la pellicola lasci anche spazio al suo lato più drammatico, in cui il vero mostro è Bear stesso, che, per il suo egoismo e la sua scarsa attenzione, ha portato Nikki a perdere se stessa e a farla diventare ossessionata e violenta… ma mai verso Bear.

Una scelta determinante, arrivati al terzo atto.

Sporcare

Obsession gioca consapevolmente col genere, soprattutto nei suoi prodotti più commerciali…

…non riuscendo però ad evaderlo fino in fondo.

Come infatti la pellicola mantiene l’orrore tipico dei film delle possessioni sotto controllo, contestualizzato all’interno della suddetta componente realistica di cui sopra, che riesce a rendere la storia ben più credibile e vicina allo spettatore, nell’ultimo atto si avventura nel campo del body horror…

…rischiando di fare un passo falso.

Se, infatti, da un lato è scenicamente molto immediato assistere agli effetti della scelta di Bear che degenerano all’interno di un vortice di violenza senza freni, dando quindi anche un peso maggiore alla sua scelta di prendersene in toto la responsabilità…

…d’altro, questo gore così improvviso e  non retto da un retroterra narrativo e visivo abbastanza robusto rischia di sporcare inutilmente una pellicola che invece era compatta proprio all’interno della sua verosimiglianza, rischiando infine di rientrare nelle classiche dinamiche da sanguinoso terzo atto di molti prodotti analoghi.

Nondimeno, risulta coraggiosa la scelta di chiudere il film con un finale così drammatico, lasciandoci solo immaginare gli effetti a lungo termine della storia raccontata.

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Mother Mary – Ricucire una ferita

Mother Mary (2026) di David Lowery è un dramma fantastico con protagoniste Anne Hathaway e Michaela Coel.

A fronte di un budget stimato di 20 milioni, si sta rivelando prevedibilmente un insuccesso commerciale.

Di cosa parla Mother Mary?

Mary e Sam si sono allontanati molto tempo fa per un litigio mai avvenuto, ma così profondo che…ricucire i rapporti non è per nulla semplice.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Mother Mary?

In generale, sì.

Se si conosce la filmografia di Lowery, appare chiaro che Mother Mary, a differenza di come potrebbe apparire ad una prima visione, è un film complessivamente onesto, che si fa forte di una simbologia fantastica molto immediata e di facile comprensione —  il modo in cui il regista è solito raccontare le sue storie.

La pesantezza della pellicola potrebbe tuttavia derivare dalla natura quasi da dramma da camera, per cui Mother Mary è sostanzialmente un dialogo continuo e serrato fra le sue protagoniste, con intermezzi di evasioni di flashback contaminate dall’elemento del fantastico e del simbolico.

Arrivo

Sam e Mary non sono mai state veramente divise.

Il breve monologo iniziale sembra quasi quello di una madre che parla ad un figlio non ancora nato, il cui cordone ombelicale non è ancora reciso: una suggestione lontana che la porta ad essere presente in una scena di cui non fa parte, ma di cui diventa inevitabilmente testimone.

Così Mary insegue la vecchia amica, la va quasi a stanare per costringerla a ricucire un rapporto nel modo in cui le ha per tanto tempo negato: dando concretezza al suo essere, a quel nugolo di sentimenti che la protagonista non riesce veramente ad esprimere…

…e non con le sue canzoni.

Ma l’ascolto della stessa è negato, perché racconta delle sensazioni che Sam non vuole più sentire, come un racconto indiretto di una storia da cui è stata esclusa contro la sua volontà.

Ma perché Mary ha scelto di allontanarla, seppur involontariamente?

Identità

L’identità di Mary era davvero sua?

L’angoscia della protagonista, soprattutto a fronte della sua evidente e spericolata ascesa, era di aver costruito un personaggio che non la rappresentava, ma creato su misura da Sam, tanto da spersonalizzarsi sempre più drammaticamente – come testimoniano i diversi abiti sempre più scandalosi che l’amica le ricorda aver indossato negli anni.

Ne consegue una sottile ma lancinante fuga, in cui Mary ha voluto – forse quasi inconsapevolmente – escludere Sam dal suo io, finendo per essere succube di stylist piuttosto mediocri – come spesso Sam le ricorda – che non hanno favorito la riacquisizione del sé tanto ricercata – anzi, tutto il contrario.

Le dinamiche in questo senso non sono del tutto esplicitate dalla pellicola, ma è evidente che si trattasse di più di un sentire di Sam, messa progressivamente alla porta fino a diventare non più protagonista – seppur indiretta – della scena, bensì semplice spettatrice di un trionfo che può avvenire anche senza la sua partecipazione.

Ed è a questo punto che la pellicola si avventura in un terreno pericolosissimo.

Fantasma

Si può serenamente affermare, arrivati a questo punto, che il cinema di David Lowery non può mai mancare dell’elemento soprannaturale.

Tuttavia, lo stesso, a differenza di altri registi, è in realtà di semplice lettura – soprattutto nel caso di Mother Mary.

La simbologia estremamente lineare racconta come Sam si sia liberata di un’angoscia interiore che l’infestava, emersa proprio nel momento in cui si è resa conto che la sua presenza nella vita di Mary non era più così necessaria, andando invece a tormentare la vita dell’amica persa.

In questo senso la simbologia si articola in due colori molto essenziali: l’oro – simbolo del tentativo di Mary di trovare una sua propria individualità, quindi costantemente ricercato ed indossato – ed il rosso – simbolo invece del rimorso, che cerca di fuggire ma che è costantemente presente, in maniera sempre più pressante e pervasiva.

Per questo la simbologia così immediata si risolve in due momenti: l’estrazione del fantasma dalle interiora – e l’interiorità – di Mary, e la conseguente trasformazione dello stesso in un nuovo punto di partenza, che riprende le fila del trascorso – personale ed artistico – della loro amicizia.

Ma, ancora più importante, è il momento in cui Mary, andando verso il palco, si spoglia di tutto quello che ha vissuto finora senza l’amica, dandole la possibilità di rivestirla di nuovi abiti e ricominciando a farle ascoltare la sua musica con una canzone dedicata solamente a lei…

…che suggella definitivamente la ricomposizione del loro rapporto.

  

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Commedia Drammatico Film

Il diavolo veste Prada 2 – Ricominciamo da ora

Il diavolo veste Prada 2 (2026) è il sequel dell’omonimo cult degli Anni Duemila.

Di cosa parla Il diavolo veste Prada 2?

Per una serie di coincidenze inaspettate, Miranda, Andy e Emily si ritrovano a lavorare insieme…per un obbiettivo ben differente.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Il diavolo veste Prada 2?

In generale, sì.

Per un prodotto che poteva essere una pallida ombra di un culto generazionale, Il diavolo veste Prada 2 si rivela un sequel coraggioso e per certi versi davvero sorprendente nel suo sguardo contemporaneo – sul mondo della moda e non solo…

…e al contempo fin troppo intraprendente nel voler mettere fin troppi argomenti e personaggi in scena, andando per certi versi a ripetere – e innovare – diverse dinamiche già presenti nel primo, ma in maniera fin troppo avventata.

Nel complesso, da vedere.

Pretesto

Uno dei miei maggiori timori relativi al sequel de Il diavolo veste Prada era l’incipit.

Temevo – anche in considerazione del tipo di contesto cinematografico da cui il primo capitolo proveniva – che si sarebbe optato per un pretesto narrativo del tutto pretestuoso, per l’appunto, al limite del grottesco, per cui Andy sarebbe tornata ad essere l’assistente di Miranda, per un classico sequel fotocopia.

E, invece, fin dalle sue prime battute, la pellicola è riuscita a sorprendermi.

L’attacco riprende per certi versi l’iconica apertura del primo film, ma riesce fin da subito a tenere sotto controllo il fan service aggiungendo degli easter egg sullo sfondo che ammiccano al fan più accanito, ma che non rubano spazio vitale alla scena, che invece ha un obiettivo ben più importante: introdurci la nuova Andy.

L’importante lasso di tempo che divide il primo capitolo dal suo sequel è costantemente riportato in scena, in questo caso rendendo del tutto credibile raccontare la sfolgorante carriera della protagonista, del tutto coerente con quanto visto precedentemente: un giornalismo d’inchiesta impegnato e, per questo, premiato.

Tuttavia, la tragedia contemporanea è dietro l’angolo…

…e in maniera meno scontata di quanto ci si potrebbe aspettare.

Contemporaneo

È davvero sorprendente quanto Il diavolo veste Prada 2 riesca ad avere uno sguardo così contemporaneo.

È indubbio che il mondo è andato prepotentemente avanti da quel piccolo cult ribelle che, con le sue luci e le sue ombre, raccontava un mondo del lavoro crudele e spietato, ma che comunque metteva al centro l’umano, scandito in un sistema in cui non era sufficiente essere meritevoli, ma era invece fondamentale essere riconoscibili e riconosciuti.

Un principio che si scontra invece con una contemporaneità in cui l’umano è sempre più ridotto all’osso, ad un numero da spuntare da una lista, come il paradosso della scena della premiazione che si scontra con il licenziamento di massa racconta perfettamente, secondo una lezione che, a suo modo, la stessa Miranda ci aveva lasciato a conclusione del primo capitolo.

Parallelamente, lo stesso mondo della moda è colpito da una piaga diventata sempre più pressante: il fast fashion e lo sfruttamento umano sempre più incalzante e pervasivo, che finisce per colpire persino la sacralità di un tempio del lusso come Runaway, incastrando Miranda al centro di uno scandalo senza precedenti.

E così, anche se nel complesso l’attacco ha un ritmo fin troppo accelerato, al limite del credibile – al netto della rivelazione finale che lo ridimensiona, almeno in parte, in positivo – la ricomposizione del quartetto protagonista risulta nel complesso robusta, e immediatamente definita dai suoi conflitti.

E proprio all’interno degli stessi si sviluppano i maggiori punti di forza e di debolezza della pellicola.

Identità

La pellicola si portava un peso sulle spalle non indifferente: la caratterizzazione quasi macchiettistica di alcuni dei suoi personaggi.

Miranda, quanto, soprattutto, Emily vivevano una breve parabola di essere definite da pochi tratti caratteriali che esplodevano in una scena carica di pathos che ne rivelava gli ambigui sentimenti, ma rimanendo per il resto sostanzialmente uguali a se stesse per tutta la durata della pellicola, quasi dei capisaldi della stessa.

Nel contesto del sequel, è evidente che la pellicola abbia voluto cercare di dar loro maggior spessore…

…ma con risultati non del tutto convincenti.

Specificatamente, non è chiaro il trattamento di Miranda, che appare sulle prime sostanzialmente immutata, anzi si inserisce all’interno di un mondo molto meno tollerante verso la sua prepotenza, e, al contempo, in alcuni momenti rivelano altri aspetti del suo carattere che cercano di ridimensionarla positivamente, ma che stridono nel complesso della narrazione.

Particolarmente la Miranda calcolatrice e fredda che appare per la maggior parte della pellicola mal si sposa con la sua versione più umana e vulnerabile della cena agli Hemptons e nel finale della pellicola, momenti in cui invece le avrebbe giocato a essere più fedele a se stessa, nella sua gelida apparenza.

Ma la vera nota dolente è la gestione di Emily.

Il film mantiene volutamente un alone di mistero circa la sua nuova posizione, e la fa esplodere in una vendetta personale nei confronti di Miranda che sulla carta è nondimeno interessante, ma che al contempo non si inserisce in maniera organica all’interno dell’economia narrativa, facendone emergere inevitabilmente i punti deboli.

Ma vi è una sostanziale debolezza di fondo in questo senso.

Organicità 

Il diavolo veste Prada, pur con le problematicità, aveva una struttura narrativa complessivamente coerente con l’evoluzione della protagonista. 

Ma proprio perché il focus era unicamente su di lei.

Nel contesto del sequel, invece, la volontà di allargare così tanto lo sguardo finisce per rendere la storia più dispersiva, soprattutto facendo arrivare il punto di rottura fondamentale – la morte di Irv – troppo tardi nella narrazione, inserendo fin troppi elementi aggiuntivi rispetto al più semplice e gestibile conflitto fra Miranda e Andy.

Sembra questo infatti il vero focus del film, che forse sarebbe dovuto essere inserito proprio come causa scatenante della storia, tanto più che il film sceglie di caricare di una tensione spropositata l’ultima parte della pellicola con le varie macchinazioni nell’ombra, tanto più per dei personaggi che, in ultima analisi, non hanno davvero lo spazio adeguato per respirare in scena.

E questo è il secondo problema principale della pellicola.

Il diavolo veste prada 2 Andy fidanzato

La scena de Il diavolo veste Prada 2, già particolarmente affollata, diventa esacerbata dall’inserimento di diversi personaggi che, con ogni evidenza, sono solo vettori della storia e vivono unicamente della loro funzione narrativa in maniera quasi meccanica, senza essere quasi per nulla approfonditi.

I casi più eclatanti sono sicuramente Peter, il nuovo fidanzato di Andy – la cui presenza all’interno della scena è totalmente gratuita, è principalmente finalizzata a dare modo alla protagonista di esprimere i suoi sentimenti, al pari di Stuart, il marito di Miranda – e Sasha Barnes, che ha quasi unicamente il ruolo di Deus ex machina all’interno della narrazione.

Una debolezza che emerge in maniera più evidente se si confrontano con le controparti del primo film: Peter è sostanzialmente Nate, che però nel primo film era una presenza più pesante e determinante per definire il cambiamento della protagonista, mentre Sasha Barnes è James Holt – nel primo capitolo molto meglio inserito organicamente nella pellicola.

Ma forse il problema principale è quello che dovrebbe essere l’antagonista – o uno dei tali – della pellicola: Jay, il figlio di Irv, totalmente disinteressato al benessere di Runway e inserito all’interno di dinamiche di disumanizzazione già note, che riesce per breve tempo a emergere in scena in maniera quasi comica nei siparietti con Miranda…

…ma finendo infine per rimanere una figura quasi accessoria in scena, fino a scomparire direttamente dalla stessa quando non è più utile, senza che le sue motivazioni siano state effettivamente esplorate.

Ne risulta, in ultima analisi, un sequel per certi versi coraggioso, per certi versi troppo interpretante – e, conseguentemente, fallace…

…che mantiene una sua identità a fronte invece di casi analoghi ben più incolori.

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2026 Biopic Dramma familiare Drammatico Film Musical Nuove Uscite Film

Michael – Un focus molto ristretto

Michael (2026) di Antoine Fuqua è un biopic musicale dedicato alla storia di Michael Jackson.

Di cosa parla Michael?

La pellicola percorre la prima parte della vita dell’icona del pop: dalle sue primissime apparizioni sul palco fino all’emancipazione dalla figura paterna.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Michael?

Dipende.

Parlo partendo da una conoscenza molto superficiale della figura di Michael Jackson, che, purtroppo, il film non è stato in grado di approfondire in modo interessante e, soprattutto, credibile, finendo per idealizzare il suo protagonista in maniera davvero eccessiva.

E, se considerando i nomi coinvolti, poteva pure essere prevedibile, rimane comunque non giustificabile la totale superficialità della storia, che avrebbe potuto facilmente approfondire i lati più problematici della sua figura, pur inserendola all’interno di un’evoluzione del tutto positiva.

E se si considera che non si tratta neanche della fase più controversa della sua vita…

Oppressione

Michael si concentra quasi esclusivamente su un unico, fondamentale conflitto.

Il protagonista che, fin dalla più tenera infanzia, ha dovuto sottostare al giogo opprimente del padre, che pretendeva da lui una perfezione irraggiungibile e che, appena ne ha avuto l’occasione, ha cominciato a spremere ogni goccia del suo talento a proprio vantaggio.

E, accostando il talento naturale di Michael – che sembra emergere senza che sia richiesto alcun concreto sforzo da parte sua – si crea una precisa narrazione per cui il protagonista ci appare come l’ingiusta vittima della situazione, un prodigio strozzato dall’avidità del genitore.

Ma neanche questo aspetto è raccontato fino in fondo.

Michael sembra, per certi versi, muoversi nel perimetro della narrazione favolistica, in cui il protagonista è l’eroe buono e incompreso, e il padre è l’antagonista assoluto, che trama nell’ombra, mentre il resto del cast è composto da una serie di personaggi col medesimo ruolo: l’aiutante.

Non a caso sono proprio questi yes men a fare da eco ad un concetto che la pellicola ci tiene particolarmente a ribadire ad ogni occasione: il protagonista è un prodigio, è unico ed irripetibile…

…e il resto scompare.

Conflitto

Scegliendo di concentrarsi, almeno per ora, sulla parte meno problematica della vita di Michael Jackson, il film ha vita facile...

…eppure sembra tradirsi continuamente da solo.

Per quanto la pellicola voglia mettere al centro unicamente lo scontro col padre, sullo sfondo emergono altri elementi di conflitto, ma di altro tipo: Michael Jackson era un personaggio piuttosto peculiare, anzitutto per il suo rimanere ancorato alla sfera infantile ed il suo costante rincorrere una perfezione irraggiungibile.

Eppure, se Michael sembra costantemente un bambino troppo cresciuto e profondamente solo – oltre al suo staff e alla famiglia non sembra aver nessun altro intorno – se vediamo costantemente il suo aspetto mutare nel tempo per via della chirurgia plastica…

…progressivamente ogni potenziale problematizzazione del personaggio viene taciuta.

Una precisa scelta narrativa che fa sorgere una domanda…

Identità

Chi è Michael Jackson?

È indubbio che la figura di questo personaggio così rivoluzionario della storia della musica sia stata – a ragione o a torto – inquinata nel tempo da diverse accuse che, anche dopo la morte, non hanno mai veramente perso la loro efficacia, anzi sono fra gli elementi più citati fra i non appassionati.

E, per dare riscatto alla sua figura, la pellicola avrebbe potuto offrire uno sguardo più profondo e tridimensionale, affrontando i principali nodi della sua personalità e della sua persona – il suo “infantilismo” e la malattia – anche con una risoluzione totalmente positiva…

…ma almeno affrontandoli.

Invece Michael sceglie consapevolmente di lasciare tutto in secondo piano, volendo ripulire da ogni ombra la figura di Jackson, ma, al contempo, finendo per appiattirla, dal punto di vista personale ma anche – e soprattutto – dal punto di vista musicale.

Infatti, conoscendo così poco del profilo musicale di Jackson, a fine visione mi sono accorta di aver ottenuto pochissime e irrisorie informazioni al riguardo, tanto che, per certi versi, la sua iconicità musicale sembra nascere dal nulla…

…come se fosse già formata, non godendo di alcun retroterra narrativo che mi faccia effettivamente comprendere il suo percorso artistico.

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Avventura Azione Dramma familiare Drammatico Film Horror Scream - Il secondo rilancio

Scream 7 – Cosa resta di noi

Scream 7 (2026) di Kevin Williamson è il settimo capitolo della saga omonima creata da Wes Craven.

A fronte di un budget abbastanza importante per la saga – 45 milioni di dollari – ha aperto molto bene al primo weekend, prospettandosi un buon successo commerciale.

Di cosa parla Scream 7?

Sidney Prescott sembra essersi ricostruita una vita lontana da Woodsboro, il cui maggiore ostacolo è il rapporto con la figlia…oppure no?

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Scream 7?

Dipende.

Scream 7 conferma una direzione che non piacerà agli spettatori che si sono avvicinati ed innamorati della saga per come riusciva a (ri)raccontare il cinema horror tramite una struttura brillantemente metanarrativa.

Tra cui io, fra l’altro.

Se invece questo aspetto è stato per voi di scarso interesse, vi troverete davanti ad uno slasher – o, meglio, un thriller-horror – di medio-basso livello, capace di intrattenere assai superficialmente, come un qualsiasi prodotto commerciale del medesimo genere.

Distruggere

La sequenza introduttiva ha dei significati che a posteriori…risultano dubbi.

In forse le uniche scene effettivamente metanarrative, Scream 7 si apre con il racconto di un fandom ormai saturato intorno ad una serie di concetti ed immagini che sono diventate quasi un culto – ed infatti la casa di Sidney ha proprio quel sapore quasi religioso.

Ma il culto è principalmente focalizzato intorno alla storia originaria, quella di Sidney Prescott nel primo capitolo di Stab – e quindi Scream (1996) – con pochi accenni ai seguiti – fra l’altro fermandosi curiosamente, con i poster, a Stab 6, così da creare una sorta di continuità scenica con il film presente, ma dimenticandosi che in Scream 4 (2011) si parlava persino dell’ottavo capitolo.

Una scena che più che mostrare ci istruisce sul dove guardare: sempre alle spalle dei protagonisti, sempre negli angoli dove i Ghostface appariranno come fantasmi, con una serie di falsi pericoli che si concretizzano poi in un attacco vero e proprio, memore di tutti gli incipit classici della saga, ma che al contempo vuole distruggere tutto quello che è venuto prima.

Ma, in tutta quella distruzione, qual è la parte costruttiva?

Respiro

Lasciare così tanto spazio narrativo fra la prima e la seconda morte è una scelta estremamente significativa.

Infatti, un problema abbastanza comune in ambito slasher è il poco spazio lasciato ai personaggi per raccontarsi, spesso riducendoli a carne da macello da dare in pasto al pubblico.

Al contrario, in questo contesto il focus principale della pellicola, per certi versi, non sono gli omicidi o l’identità del killer, ma bensì l’eredità di Sidney – e in tutte le sue forme: finalmente scopriamo la vita che la protagonista si è costruita al di fuori della sua tragedia, pur rimanendo profondamente influenzata dalla stessa.

Il nodo narrativo principale è infatti la costruzione del rapporto fra madre e figlia, e di come quest’ultima viva all’ombra della genitrice senza neanche conoscere i contorni effettivi della stessa, potendone usufruire solo indirettamente, e finendo così per non poterne fare tesoro come le sarebbe necessario in questo momento così complesso.

In questo senso la costruzione del loro rapporto e il modo in cui Tatum affronta la sua paura di essere al centro della scena – sia in senso stretto che in senso lato – sono interessanti proprio per come la ragazza finisce per inseguire tale ruolo, per quanto la madre cerchi di proteggerla, mantenendola ai lati della scena…

…con una buona crescita del loro rapporto, che ha i suoi picchi sia nella scena del bar – in cui Sidney guida la figlia ad affrontare una battaglia per lei ormai fin troppo nota – quanto nella definitiva uccisione del killer, in cui Tatum dimostra di aver imparato la lezione della madre. 

Il problema è il resto.

Contorno

Un problema minore in Scream 7 è la gestione dei personaggi secondari.

Per quanto, come detto, l’inizio fosse promettente – foriero anche di concetti positivi come la solidarietà fra i personaggi, non scontata in un contesto adolescenziale – ci si ritrova, alla fine del film, a non aver conosciuto quasi nulla – o davvero nulla – dei personaggi di contorno.

Particolarmente sprecato in questo senso è il fidanzato di Tatum – che rimane solo a parole un punto focale di molti discorsi del film, per poi essere facilmente sacrificato nel terzo atto – così come Lucas – anch’esso rievocato solo a parole dalla madre nel finale, senza che la sua morte sia assolutamente spiegabile.

E poco aggiungono anche gli ultimi personaggi sopravvissuti a Scream VI (2023), che sembrano ripetere sostanzialmente dinamiche già viste senza contribuire alla storia – anzi, nel caso di Mindy, a ricordarci come ogni timido accenno di queerness sia bandito…

…così come ogni discorso metanarrativo.

Identità

Scream 7 nasce come film…di Scream?

Il dubbio emerge in quanto per tutta la visione ho avuto la sensazione di assistere ad una storia scritta con scopi totalmente differenti – un thriller psicologico intrecciato con un dramma familiare – a cui solamente in seconda battuta siano stati aggiunti – e con poca convinzione – gli elementi identitari della saga.

Ne consegue che il lato metanarrativo sia sostanzialmente nullo, sistematicamente smentito anche nei suoi più deboli accenni: neanche il momento canonico del raduno dei sospettati e dell’esplicazione delle regole della nuova storia ha alcun valore, tanto che Mindy viene prontamente zittita da Chad.

In quest’ottica nemmeno l’incipit sembra infine significativo, anzi forse appare persino sfacciatamente rivelatorio di una pellicola che sceglie consapevolmente di smentire ogni tratto canonico della saga, finendo però per privarla di ogni suo elemento identitario, e portando in scena il film di Scream meno Scream di sempre.

E, nella sua bruttezza, viene paradossalmente quasi da rimpiangere il precedente capitolo, che almeno era uno slasher…

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2026 Dramma familiare Dramma romantico Dramma storico Drammatico Film

“Cime Tempestose” – Sottrarre

“Cime Tempestose” (2026) è una libera trasposizione dell’opera omonima di Emily Brontë per la regia di Emerald Fennell.

A fronte di un budget medio – 89 milioni di dollari – ha già quasi coperto le spese di produzione nel suo primo weekend.

Di cosa parla “Cime Tempestose”?

Catherine e Heathcliff sono cresciuti insieme…ma potranno vivere solo divisi.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere “Cime Tempestose”?

Dipende.

“Cime Tempestose” mira ad essere un prodotto estremamente trasversale, quasi popolare, andando a riscrivere un classico della letteratura inglese, una storia sostanzialmente di una vendetta violentissima e intergenerazionale, in un dramma romantico particolarmente tragico e anche sessualmente spinto.

Una scelta che, di per sé, non è illegittima, fintanto che si accetta il tipo di operazione a cui si sta andando incontro, scegliendo o meno di affrontare questa visione, evitando di avvelenarsi davanti ad un’opera che, purtroppo, non ha mai voluto essere nient’altro che quello che è.

Lettura

Per quanto il confronto con l’opera di partenza non debba essere per forza uno strumento critico, in questo caso lo stesso è utile per comprendere le intenzioni della regista.

La storia turbolenta fra Heathcliff e Catherine era nel romanzo estremamente stratificata, proprio nell’ottica di essere frutto di un ambiente sociale disfunzionale e classista.

Infatti i due protagonisti non potevano vivere serenamente il loro amore perché loro stessi erano succubi di un’emotività turbata e distruttiva, derivata prima da un contesto familiare violento e tossico, racchiuso specificatamente nella figura di Hanley, il fratello di Cathy, a tratti persino più malvagio dello stesso Heathcliff…

…e poi dallirrisolvibile posizione sociale di Heathcliff.

Infatti Heathcliff è costantemente punito per il suo essere uno zingaro – con una serie di epiteti e paragoni piuttosto coloriti – destando prima l’invidia del fratellastro – che lo considera indegno delle attenzioni del padre proprio per la sua condizione – e poi diventando lui stesso invidioso della condizione sociale privilegiata di Edgar, che ne rappresenta il perfetto contraltare.

In questo contesto, inevitabilmente – e nonostante il timido intervento di Nelly – il protagonista si incattivisce profondamente, presentando fin da subito comportamenti macchinatori e violenti, e coltiva un amore morboso nei confronti di Catherine, da lei ricambiato, proprio avallando dei suoi comportamenti, e peggiorando drasticamente le sue già chiare tendenze all’isteria e all’egomania.

Per questo eliminare – ed eliminare davvero del tutto – sia l’elemento razziale, sia quello più strettamente sociale è una scelta importante…

…che lascia un vuoto.

Vuoto

Nel caso di “Cime tempestose”, il marketing è molto più rivelatorio di quanto si potrebbe pensare.

Un film confezionato su misura per uno specifico target – adolescenti e preadolescenti – ma che, a differenza di altri prodotti analoghi, ha trovato terreno fertile nella specifica lettura della regista stessa, che si può ben riassumere all’interno della frase utilizzata durante la campagna promozionale:

Basato sulla più grande storia d’amore di tutti i tempi.

Una lettura sicuramente legittima, che sulla carta vorrebbe dare maggior risalto alla componente romantica e sentimentale presente nel romanzo originale, andando quindi a smorzare – o, in questo caso, ad eliminare completamente – la componente politica e il conseguente elemento violento che produceva – di fatto, vero protagonista della storia.

La scelta più importante è sicuramente il riscrivere uno dei personaggi più controversi della storia della letteratura in una luce sfacciatamente positiva, raccontando Heathcliff come un buon selvaggio, un emarginato sociale che compie qualche azione malvagia, ma rimandano di fatto una vittima di buon cuore.

Nello specifico, questa tendenza appare particolarmente lampante nell’esclusione di Hanley, personaggio che funzionava anche come rappresentazione plastica degli effetti della sottile cattiveria macchinatrice del protagonista maschile, e degli esiti delle sue terribili vendette.

Ne consegue che il rapporto con Cathy, ragazzina capricciosa e profondamente egoista – che riesce complessivamente ben a ricalcare, pur in chiave minore, la sua controparte cartacea – sia di protezione dal padre violento – personaggio che assorbe dentro di sé la figura del più violento fratello letterario.

D’altra parte non si può rimanere indifferenti all’idea che una riscrittura, soprattutto di un’opera così importante, può agire sicuramente per sottrazione ma, per essere di qualche interesse, dovrebbe anche essere capace di aggiungere, in un certo senso, colmare quel vuoto che eliminare elementi narrativi così fondamentali potrebbe portare.

Ma è l’intento che manca.

Struttura

Cosa aggiunge “Cime Tempestose” alla sua controparte letteraria?

In realtà, nella sua riscrittura, la regista sembra in un certo senso vivere di echi di qualcosa che ha voluto sopprimere.

Il rincontro con Heathcliff nell’atto centrale contiene al suo interno due elementi che sembrano fuori posto: la minacciata vendetta contro la donna amata e le illazioni nei suoi confronti da parte di Catherine verso Isabella, che la ammonisce dicendole come il suo amante la schiaccerebbe come un uovo di rondine.

Elementi che mal si inseriscono all’interno del racconto del protagonista maschile nel primo atto come sostanzialmente salvatore di Catherine, suo amante tradito – ma mai in un contesto veramente vendicativo – e che viene totalmente smorzato dall’interno del successivo montaggio dei protagonisti che vivono intensamente le loro passioni proibite.

Allo stesso modo, quella che dovrebbe essere l’effettiva vendetta di Heathcliff – il matrimonio di Isabella – in realtà lo rende quasi immediatamente vittima della sua nuova moglie, che lo umilia per il suo analfabetismo e che infine lo asseconda nella sua faida, soddisfando i suoi più repressi desideri sessuali.

Tuttavia è una vendetta molto blanda, che facilmente si incasella invece nella narrazione ricercata dell’amore tormentato, ridotta ad una serie di lettere provocatorie che Catherine non leggerà mai, ma che vanno nuovamente a confermare il racconto dell’amore tragico e impossibile.

Per questo  “Cime Tempestose” risulta, in ultima analisi, non una riscrittura, ma una banalizzazione: toglie ai personaggi – da ricordare anche l’evanescenza di Edgar, nel libro contraltare significativo di Heathcliff, nel film figurina sullo sfondo – e non aggiunge di fatto niente agli stessi…

…facendoli vivere di evocazioni, suggestioni, privandoli di un retroterra narrativo significativo, di una struttura caratterizzante, e rinchiudendoli nel guscio vuoto e puramente estetico, con molte idee sulla carta – come la peculiare scelta dei costumi – ma, concretamente, una resa piuttosto fragile priva di significato.

In altre parole, una storia d’amore già vista fin troppe volte.

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Dramma familiare Dramma romantico Drammatico Fantastico Film

Hamnet – Un labirinto vuoto

Hamnet (2026) di Chloé Zhao è un dramma familiare tratto dall’omonimo romanzo di Maggie O’Farrell, qui nel ruolo di co-sceneggiatrice.

A fronte di un budget medio – 35 milioni di dollari – si è rivelato nel complesso un buon successo commerciale.

Di cosa parla Hamnet?

Will e Agnes sembrano avere il destino segnato dal loro essere reietti…ma potendolo invece essere insieme.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Hamnet?

Assolutamente sì.

Dopo la dolcissima delicatezza di Nomadland (2020), Chloé Zhao torna alla regia con una pellicola capace di portare in scena una piccola storia familiare che si intreccia in maniera brillante con l’elemento magico e onirico che pervade la storia.

Un racconto fatto di presagi, segni e predizioni, che si insinuano negli sguardi, nei pensieri e nelle parole dei personaggi in maniera estremamente sottile e capace di essere compresa nella sua interezza solo visione dopo visione.

Fuori

Il percorso di Will è inevitabilmente rivolto verso l’esterno.

La pellicola si apre con la visione di Agnes avvolta nel contesto naturale – selvaggio e, per questo, temuto – in cui Will si specchia nella scena successiva, con il paesaggio che si riflette nella sua gabbia – le finestre della casa in cui è costretto.

Si crea quindi subito questa dicotomia fra lo spazio chiuso e opprimente – definito da colori freddi, desaturati, financo binari nella casa di Will – in cui è tutto o bianco, o nero – e invece lo spazio aperto, di colori pieni e brillanti, che Agnes porta con sé anche quando rientra nel grigiore domestico.

Si crea quindi questo movimento in cui i due si ritrovano in una sorta di terra di confine, in cui Agnes benedice Will promettendogli un futuro ben al di là dei ristretti orizzonti a cui è stato costretto, per poi rientrare entrambi nel contesto familiare opprimente, all’interno di una forte simmetria in cui entrambi raccontano il loro ruolo di emarginati.

Il loro secondo approccio è in questo senso fondamentale, in quanto Will sceglie consapevolmente di penetrare quella natura disarmonica, rifugio e condanna di Agnes, e riesce così a conquistarla, dimostrandosi estraneo alle grettezze sociali a cui è costretto…

…raccontandogli una novella fuori dagli schemi del mero matrimonio borghese.

Ed è a quel punto che comincia la loro storia.

Destino

Agnes è consapevole del proprio destino e di quello di Will.

Per questo si fa costantemente vettore dello stesso, prima accettando il ruolo di genitrice ma non – come pensa la famiglia di Will – per incastrarlo all’interno del matrimonio, ma per porre il primo tassello della sua storia: Will riesce ad evadere le opprimenti mura domestiche proprio perché Agnes lo spinge in quella direzione…

…consapevole, anche avendolo visto con i propri occhi, di come invece perderebbe il marito se lo continuasse ad ingabbiare.

Ed è in questo momento che la protagonista assiste alla prima tappa di un destino dai contorni più sfumati, inafferrabili, che ha il suo apice nel parto gemellare, in cui il marito non è presente, ma comunque la sua presenza è evocata dallo straripare del fiume che invade la casa, come un richiamo di un mondo esterno da cui Agnese è esclusa…

…e in cui il marito potrebbe essere vivo come perso.

Un’apparente calma è riconquistata con la rinascita della figlia, per cui è come se la madre dimostrasse i suoi poteri generativi anche al di fuori del suo ambiente naturale, che ci accompagna verso un presente pervaso da una serenità totale e appagante, in cui ognuno sembra aver assunto la propria parte in scena.

Infatti in questo contesto familiare così piacevolmente intrecciato con l’arte lontana del padre – di cui comunque i figli si nutrono profondamente, sognando un giorno anche loro di cavalcare le scene – la divisione così netta fra i due ambienti – urbano e naturale – non è distruttiva, ma armonica.

Agnes e Will vivono di un’armonia silente, smettendo serenamente di mentirsi sulle possibilità di avvicinare i due mondi, la cui lontananza è in realtà sentita solamente dai figli, che soffrono l’assenza di un padre che amano ed ammirano profondamente – tutti elementi che ritorneranno in qualche modo rovesciati nella seconda parte.

Infatti la colpa di Will è ancora tutta da scrivere.

Omen

L’inizio dell’atto centrale è scandito da due omen estremamente significativi.

L’inizio del presagio della morte che sopraggiungerà di lì a breve avviene nel funerale del falco di Agnes, agli occhi di tutti i presenti un’occasione per riconnettersi con il ciclo eterno della natura…tranne per Hamnet, che non si perde nel rassicurante sogno del falco che solca i cieli in eterno, ma in una visione altra.

La stessa non è esplicata fino all’effettiva morte del personaggio, ma è ricalcata nella sua enigmaticità dalle visioni parallele di Agnes e Will: entrambi avvertono un sentore disturbante – il padre nel lugubre spettacolo delle ombre, la madre nell’agitazione delle api – ed entrambi, in inquadrature quasi simmetriche, si fermano ad osservare l’orizzonte incerto.

Così la peste – ormai parte della quotidianità urbana di Will – serpeggia fino alla sua famiglia, in cui Agnes si prende il peso di essere l’unica veramente capace di risolvere la malattia con il suo ingegno quasi stregonesco, del tutto ignara dei veri protagonisti della scena, totalmente fuori dal suo controllo: Hamnet e la morte.

Così la morte del figlio si intreccia perfettamente sul piano realistico – Hamnet si lascia infettare dalla sorella, come se ne assorbisse la malattia – e quello strettamente simbolico – si scambia con la stessa come su un palcoscenico, e così riesce ad ingannare la morte, che rapisce lui invece che Judith.

Ed è ancora più straziante la sua dipartita non tanto per la morte in sé stessa, ma per come Hamnet viene rappresentato in questa sorta di limbo – che poi scoprirà essere lo stesso palco dell’atto finale – separato dalla realtà dei vivi da un velo oscuro, alla disperata ricerca di un elemento familiare – e di fuga.

Ma non è la morte il problema.

Spettatore

Will non può essere solo spettatore.

Negli anni evidentemente Agnes aveva tollerato, anzi forse proprio accettato, la presenza scostante del marito, proprio perché la stessa garantiva un affetto sincero e significativo nei confronti dei figli, che colmava in qualche modo quel vuoto lasciato durante l’assenza.

Ma l’assenza non è più giustificabile quando Agnes si trova completamente sola a dover affrontare le morti prima di Judith, poi di Hamnet – anche se la prima è scampata – portando ad un’implosione del nucleo familiare, per cui i tentativi di risoluzione di Will risultano non solo fallimentari, ma concretamente deleteri.

E infatti Agnes, scena dopo scena, è sempre più infelice, scostante…e visibilmente invecchiata, come non lo era mai stata nei precedenti anni in cui il suo nucleo emotivo era vivo e pulsante, rinfacciando al marito i suoi tentativi di pacificazione che sembrano solo una conferma di un ascolto e di una presenza che non c’è mai stata.

E la tragedia di Hamlet potrebbe essere davvero l’insulto finale.

La protagonista si trova costretta davanti ad un personaggio che ricalca l’aspetto e la storia del figlio defunto, e ritrova contegno solamente quando vede finalmente il padre prendere posto in scena, ritirandosi però presto dalla stessa nel ruolo, ancora una volta, di spettatore.

In altre parole, Will affronta la tragedia della morte del figlio nell’unico modo in cui è capace di farlo: riraccontandola, riportandola in scena e dando quasi l’occasione al defunto di vivere una vita, un’avventura che da vivo ha solo sognato, concretizzazione di quelle fantasie che la madre ha solo potuto ascoltare.

E, nello sguardo silente del marito, nella vita fittizia di Hamnet, finalmente Agnes trova riscatto per il suo dolore, non più sola, ma circondata da un pubblico che la vive insieme a lei, potendo toccare per l’ultima volta la mano del figlio, e salutandolo mentre abbandona la vita…

…passando dalla stessa strada per cui aveva trovato la vita.

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2026 Dramma familiare Dramma romantico Dramma storico Drammatico Film Film sportivo

Marty Supreme – Una storia di sconfitta

Marty Supreme (2025) di Josh Safdie è un biopic sportivo con protagonista Timothée Chalamet, basato sulla vera storia del tennistavolista Marty Reisman.

A fronte di un budget medio – circa 70 milioni di dollari – è stato nel complesso un buon successo commerciale: quasi 150 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla Marty Supreme?

Marty non ha un sogno, ma un obiettivo: essere un vincitore. Ma le possibilità di vittoria sono meno concrete di quanto possa pensare…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Marty Supreme?

Assolutamente sì.

Marty Supreme riesce a raccontare una storia tipica e atipica insieme: se sulle prime coinvolge lo spettatore nella più classica ascesa di un futuro campione, già nel secondo atto si frammenta in un racconto ben più profondo e sentito sull’illusione del sogno americano.

Ne consegue un’opera di grande spessore narrativo e artistico, che travolge con i suoi ritmi frenetici, il suo montaggio sfrenato e i continui primissimi piani che ci immergono nell’emotività e nella follia impetuosa dei suoi personaggi.

Normale

Marty non vuole essere normale.

La prima apparizione del protagonista è anche un sunto della sua persona: ottimamente inserito all’interno di un panorama sociale – il negozio di scarpe – da cui non si sente rappresentato, e in cerca di una doverosa via di fuga, sempre nelle retrovie, sempre con inganni improvvisati – e facilmente fallimentari.

Non a caso, il suo personaggio ruota intorno ad una fuga costante, all’essere  braccato da personaggi che tendenzialmente vogliono punirlo per il suo bene, per rimetterlo in riga e fargli dimenticare il suo scapestrato sogno di successo.

Per questo, il ping-pong non è altro che un pretesto.

Un aspetto particolarmente evidente all’interno di un racconto che comincia già con un punto di arrivo – la potenziale vittoria ai British Open – e che quindi evade fin da subito il racconto classico del genere – solitamente composto da uno spericolato climax ascendente, seguito da una battuta di arresto e una conclusione tipicamente risolutiva.

In questo senso Marty Supreme assomiglia di più ad un ribelle Tonya (2022), ma è ancora più sfacciato nel farci dimenticare facilmente e rapidamente del ping-pong.

Il vero tema, in altri termini, è l’illusione di un successo dovuto.

Successo

Marty deve avere successo.

Il protagonista è come se avesse già scritto la sua storia a discapito di tutto il resto

…e di tutti gli altri.

Non manca mai un momento in cui Marty promette un successo che è quasi dovuto, figlio di un’euforia crescente negli Stati Uniti del Secondo Dopoguerra, in cui tutte le porte sono aperte, il cui l’affermazione del sé deve essere conquistata, a prescindere dai danni di percorso – assolutamente secondari rispetto al successo dirompente a cui porteranno.

In quest’ottica il protagonista si lascia alle spalle una scia di disastri – il pranzo non pagato all’hotel, il cuore spezzato di Rachel, il furto al negozio – che progressivamente vengono a chiedergli il conto in maniera sempre più insistente, nonostante all’inizio sembri che Marty ne sia uscito effettivamente vincente.

Ma ogni vittoria ha il suo contraltare.

Così, se l’insistenza e la performance sfacciata gli fanno ottenere una notte con Kay, un accordo con Rockwell e un mucchio di soldi con la truffa alla sala da bowling, gli portano anche un’amante delusa e che si dimentica facilmente di lui, un’umiliazione pubblica e un cane perso…

…e una generale sequela di insuccessi.

Ma non tutti gli insuccessi sono di egual portata.

Svantaggio

Consapevolmente o meno, Marty parte da una posizione di svantaggio.

I due personaggi con cui si deve scontrare più chiaramente sono Kay e Dion che, per la loro condizione di partenza, possono permettersi di sbagliare.

Se infatti Dion è un giovane artista disoccupato che può permettersi di creare – e distruggere – le folli ambizioni di Marty, potendo contare sulla protezione del padre – che comunque lo considera un mediocre – l’infelicità di Kay viene ripagata da uno spettacolo costruito – e pagato – sulla sua persona da un marito assente e disinteressato…

…potendo permettersi di fallire e di contare comunque sul sostegno di tutti.

Marty, invece, può solo vincere.

Particolarmente significativa in questo senso è la fine del secondo atto, quando il protagonista è ormai pronto per realizzare il suo sogno in Giappone, e racconta il suo successo ai suoi amici della bisca, che si congratulano con lui, del tutto ignari del doloroso prezzo che ha dovuto pagare.

Non a caso, uno dei tanti conti da saldare arriva proprio in quel momento: Mishkin, il motore che ha permesso la trama truffaldina protagonista – con tutte le sue ripercussioni – del secondo atto, e che porta Marty, in un modo o nell’altro, a raggiungere…il suo obbiettivo?

Briciole

Marty ha vinto?

Il terzo atto ci lascia col fiato sospeso fino all’ultimo, mostrandoci un Marty tenuto al guinzaglio da un Rockwell – e da un sistema – che vuole emarginarlo, confinarlo nell’angolo dei buffoni, di chi non ce l’ha veramente fatta, di chi può solo vivere all’ombra dei personaggi realmente meritevoli di attenzione.

Non a caso, in questo contesto Endo è il protagonista che ci aspetteremmo – e che Giappone e Stati Uniti in egual modo vorrebbero in campo: un assiduo lavoratore che ha scoperto quasi per caso la sua bravura, che ha portato lustro al suo paese con una vittoria senza alcun tipo di scorrettezza o secondo fine.

E sembra solo naturale che Marty venga ulteriormente battuto, e conseguentemente umiliato, dal campione in carica…

…e invece non ci sta.

La successiva partita è davvero quella decisiva…ma non rappresenta una vera vittoria: Marty, nel concreto, ottiene solo una piccola, insignificante rivincita personale, dimostra a sé stesso che può farcela, ma rimane al contempo scornato, abbandonato e costretto a tornare in patria con mezzi di fortuna.

Ne consegue un finale ambiguo, in cui Marty sembra effettivamente tornare sui suoi passi, emozionarsi genuinamente – forse anche di più della sua vittoria sportiva – per il figlio appena nato, dopo aver passato tutta la pellicola a mettere ogni cosa – e, soprattutto, persona – in secondo piano rispetto al suo ego.

In altri termini, l’emozione di Marty davanti al figlio appena nato potrebbe non essere una semplice e commovente immagine di un giovane padre, ma piuttosto la visione di un futuro possibile, ancora da scrivere, che sembrava fino a quel momento precluso e continuamente negato.

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28 Anni Dopo – Il tempio delle ossa – Una visione duale

28 anni dopo – Il tempio delle ossa (2026) di Nia DaCosta è il sequel del rilancio della saga cinematografica creata da Danny Boyle.

È difficile fare una stima dei ricavi, in quanto sia 28 anni dopo (2025) sia il suo sequel sono stati girati insieme: nel complesso, ha guadagnato 58 milioni di dollari.

Di cosa parla 28 Anni Dopo – Il tempio delle ossa?

Dopo le alterne avventure del primo capitolo, il giovane Spike si trova coinvolto in una gang… piuttosto particolare.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere 28 Anni Dopo – Il tempio delle ossa?

Assolutamente sì.

Per quanto Nia DaCosta non riesca, ovviamente, a raggiungere le vette registiche di Boyle col precedente capitolo, nondimeno risulta vincente nell’imprimere la sua impronta artistica, pur in maniera più sottile, preferendo abbracciare la scena piuttosto che farla esplodere.

Al contempo, 28 Anni Dopo – Il tempio delle ossa funziona molto bene sia come capitolo mediano, sia per dare una chiusura tematica e narrativa a personaggi precedentemente introdotti, fungendo sia come pellicola conclusiva che come punto di partenza per un eventuale sequel.

Insomma, da vedere.

Dio

Jimmy è un dio?

Certamente un dio particolarmente indifferente, che vive unicamente per riempire la sua mano di dita pronte ad essere la sua naturale estensione, tanto da riprenderne direttamente il nome e, in parte, l’aspetto, snaturandosi di ogni tipo di personalità propria.

E, infatti, morto un Jimmy, se ne fa un altro.

Per quanto il figlio naturale di Old Nick avrebbe potuto salvare una delle sue dita, preferisce che la stessa faccia il suo naturale corso, scomparendo sotto ai colpi del giovane quanto astuto Spike, che viene suo malgrado inglobato all’interno di quella che si può tranquillamente definire una setta…

…nata da un inevitabile bisogno umano: fare gruppo.

Primitivo

Se nel primo capitolo il bisogno primitivo del maschio dominante – Jaimie – era l’essere l’eroe della storia in senso fisico…

…per Jimmy è un bisogno tutto morale, quasi religioso.

Probabilmente la diagnosi del Dr. Kelson sarebbe che Jimmy soffre di schizofrenia, o di un’altra condizione mentale, per cui è tormentato da voci che gli comandano di compiere gli atti più efferati, che lui associa ad una sorta di coscienza divina che lo guida in un mondo afflitto dal puro caos.

Ma non c’è menzogna nelle convinzioni di Jimmy, bensì una vivace testardaggine nel voler riscrivere il mondo intorno alla sua persona, scaturita da quell’orrenda immagine del padre che si consegna al presunto piano apocalittico del suo dio per essere divorato dall’onda di infetti.

E tanto più l’atto di purificazione è doloroso e efferato, tanto più si confà al mondo della violenza che circonda Jimmy e gli altri personaggi, che riscoprono, a livelli diversi, il piacere della brutalità libera e spietata – che ha la sua massima espressione in Jimmima, unica fra i Jimmy ad avere un nome proprio, per quanto derivativo.

E, in questo contesto, il Dr. Kelson è il perfetto contraltare.

Visione

Il Dr. Kelson si attarda serenamente in una visione del mondo ormai compiuta.

L’anziano dottore, infatti, non può che smussare gli angoli di una realtà che sembra ormai impossibile da salvare, riuscendo temporaneamente ad addomesticare l’alpha Sansone, massima espressione di quel mondo ormai fuori controllo, quasi una naturale evoluzione dello stesso.

Eppure, proprio quando Kelson sembrava ormai pronto a concedere la pace eterna al suo nuovo amico, lo stesso gli offre la chiave per comprendere davvero la natura dell’infezione e come la stessa non ci snaturi, ma semplicemente ci annebbi la mente, tanto da farci vedere il mondo intorno a noi come una realtà da fare a pezzi.

Per questo è tanto più interessante vedere la progressiva presa di coscienza di Sansone, che comincia a vedere il mondo intorno a sé non attraverso gli occhi della malattia, ma bensì del ricordo: il panorama naturale sfreccia davanti al suo sguardo attonito, e in un momento torna ad essere un giovane ragazzo seduto sul treno insieme alla sua famiglia.

Particolarmente azzeccata in questo senso la scena in cui il personaggio mescola il ricordo col presente, tanto da rispondere quasi automaticamente all’approccio di uno degli altri infetti, per poi tornare allo stato primordiale di violenza… ma questa volta non per distruggere, bensì per difendersi.

E il suo paradosso si consuma nel finale.

Incontro

L’incontro fra il Dr. Kelson e Jimmy segna un punto di arrivo fondamentale.

Istigato da un personaggio potenzialmente pure più ossessionato dalla figura di Old Nick di lui – Kelli – Jimmy si avventura nel tempio delle ossa pensando di incontrare finalmente il proprio padre spirituale, scontrandosi invece con una visione del mondo contraria alla propria, che lo costringe a razionalizzare le proprie credenze.

Ed è proprio questa scintilla di razionalità, che dovrebbe portare Jimmy a comprendere la limitatezza delle sue vedute, che invece lo rende ancora più ossessivo nella sua missione divina, resosi comprensibilmente conto di quanto, in mancanza della stessa, la sua esistenza sarebbe ben più miserabile.

A questo punto il racconto sfocia sostanzialmente nel grottesco, alimentato dallo stesso Dr. Kelson, che assume realmente i panni di Old Nick, come voluto da Jimmy, facendosi portavoce della sua esacerbata egomania… ma anche rivoltandogli contro la sua stessa fede per salvare Spike.

E così la chiusura di entrambe le prospettive – quella più razionale del Dr. Kelson e quella invasata di Jimmy – apre le porte ad una più cauta prospettiva positiva, incarnata da Spike e Kelli, che si lasciano alle spalle entrambi – e anche Sansone rinato, che Jimmy vede paradossalmente come il demonio…

…per riconnettersi con le radici della saga e, si spera, con un potenziale terzo capitolo conclusivo.