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Supergirl – Un sapore amaro

Supergirl (2026) di Craig Gillespie è il secondo film del neonato DC Universe, inaugurato appena un anno prima da Superman (2025).

A fronte di un budget medio per questo tipo di produzioni, ha aperto in maniera a dir poco disastrosa al primo weekend.

Di cosa parla Supergirl?

Kara (Supergirl) e Clark (Superman) non potrebbero essere più diversi, ma entrambi sono alla ricerca di un posto da chiamare casa. Ma per la cugina il percorso sarà ben più tortuoso e tormentato…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Supergirl?

In generale, sì.

Supergirl è nel complesso un prodotto piacevole, che si guarda volentieri, con una struttura narrativa a tappe che nel complesso funziona, pur mancando sostanzialmente di qualsiasi originalità e di guizzo che ci si aspetterebbe da un macroprogetto così importante.

Forse, se fosse uscito in un altro contesto, avrebbe avuto un’accoglienza molto diversa, in parte guastata dal successo di pubblico del film precedente e dalla grande aspettativa pluriennale che questo universo si porta dietro.

Potenza

Il principale nodo di Supergirl risiede nella sua protagonista.

Il personaggio di Milly Alcock si posiziona pericolosamente sul precipizio di una Mary Sue che deve ancora scoprire di esserlo, col rischio di abbracciare i modelli maschili in maniera ben poco ispirata ed incredibilmente banale – in altre parole, un’altra Captain Marvel.

E invece Kara riesce a sorprenderci, caricando il suo personaggio di un realismo che sulle prime appare sostanzialmente comico, ma che assume delle tinte inevitabilmente drammatiche quando viene contestualizzato nel racconto del suo passato – elemento complessivamente ben inserito all’interno della narrazione.

Ed infatti è in questo aspetto così indovinato che si sospetta la maggiore presenza della mano di James Gunn: Supergirl è il perfetto contraltare di Superman, potendo godere, a differenza del cugino, del privilegio di aver conosciuto la sua famiglia, ma anche del dramma di averla persa in giovane età…

…e di essere costretta ad un pianeta che non riconosce come proprio.

Ma se tanta ricercatezza non dialoga efficacemente con la scena…

Pretestuosa

I personaggi intorno a Supergirl vivono totalmente in sua funzione…

…e non sarebbe di per sé un malus, se non fosse che finiscono, alla lunga, per diventare quasi pretestuosi, financo macchiettistici.

L’elemento di dialogo principale – in un contesto in cui ovviamente la protagonista non può raccontarsi storie che conosce già ed è altresì necessario un minimo di variazione nella gestione dei flashback – è sicuramente Ruthye, uno specchio in cui Kara vede sé stessa in potenza, non volendo farla ricadere nei suoi stessi errori…

…ma mancando della stessa profondità.

Ruthye è, in ultima analisi, un personaggio estremamente abbozzato, che non compie mai il passo necessario per raccontarsi effettivamente in modo interessante – nonostante ce ne fossero tutti i presupposti – diventando l’eco di molti giovani personaggi degli Anni Novanta, testardi e, alla lunga, insopportabili.

In altre parole, un Anakin di Episodio I, ma leggermente meno irritante.

E l’antagonista?

Ruolo

Krem è, se possibile, pure più pretestuoso.

Il suo personaggio, nonostante l’attore ci abbia messo molto del suo per farlo parlare in scena, è un antagonista come tanti, che ha l’unica funzione di essere il motore della storia ed il motivo per cui la protagonista decide di mettersi in gioco, offrendo effettivamente uno spunto significativo – Krypto – per raccontare la sua storia.

Per questo, per molti versi, Krem potrebbe essere sostituito da uno qualsiasi dei tanti antagonisti della Marvel delle prime fasi, non apportando nessun contributo significativo alla storia, ma anzi perdendosi in un racconto che per molti versi appare estremamente derivativo – sono diverse le occasioni in cui sembra di stare vedendo Mad Max: Fury Road (2015).

In ultima analisi, il problema di Supergirl non è tanto essere un film piatto di per sé: nella composizione di un multiverso cinematografico come quello che Gunn sta cercando di creare è inevitabile la presenza di prodotti minori, ma che complessivamente – come in questo caso – dialogano in maniera efficace con il resto dei prodotti.

Ma Supergirl arriva un anno dopo un Superman che sembrava davvero poter essere un punto di partenza straordinario e fuori dagli schemi per una nuova DC, caduta negli anni in disgrazia sotto i colpi di prodotti sconclusionati e poco coerenti, ora pronta a sfidare l’altra major – e gli incassi in questo senso di Superman rispetto a Fantastici 4 parlano da soli.

Ma, proprio per questo, vedere in questa fase un prodotto al più gradevole, ma incapace di emergere, non lascia un buon sapore in bocca…

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Avventura Dramma familiare Drammatico Film Horror

Exit 8 – Il labirinto mentale

Exit 8 (2025) è un horror psicologico diretto da Genki Kawamura, tratto dall’omonimo videogioco indie.

A fronte di un budget piccolissimo – meno di 2 milioni di dollari stimati – è stato un ottimo successo commerciale: 43 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla Exit 8?

Un giovane uomo sta percorrendo la sua normale strada per andare al lavoro… quando si trova intrappolato in un incubo di sua stessa fattura.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Exit 8?

Assolutamente sì.

Exit 8, oltre ad essere un ottimo thriller psicologico, indaga in maniera veramente interessante sulla rigidità della società giapponese, fatta di riti e di consuetudini fragili quanto intoccabili, definiti da una sostanziale indifferenza.

L’orrore si manifesta quindi su diversi livelli, creando una sorta di paradosso fra l’angosciante claustrofobia del labirinto e la realtà ancora più opprimente a cui ritornare, risultando vincente con pochi tocchi di messinscena di grande interesse.

Insomma, da vedere.

Bolla

L’uomo perso… è perso nella sua quotidianità.

Exit 8 si apre con un piccolo ma significativo spaccato della società giapponese, rappresentato da uno dei suoi luoghi più tipici: la metropolitana, dove è più facile violare l’inviolabile serenità del prossimo e dove ogni anomalia è più facilmente punita.

Un luogo dove il primo protagonista si obbliga effettivamente ad essere indifferente, per la sua incapacità di fare diversamente, per la sua mancanza di coraggio nell’essere proattivo e, di fatto, attivo nella sua stessa vita, proprio nel momento in cui è più chiamato ad esserlo.

E, proprio con questo incipit, si consuma il paradosso del loop.

Le regole del gioco sono, in altra maniera, le stesse regole sociali in cui il protagonista è costretto a vivere: seguire pedissequamente l’ordinarietà degli spazi, ma, proprio nel controllarla, scoprire le anomalie e, ignorandole, rendersi conto della propria indifferenza. 

Soprattutto perché le anomalie, essendo spesso un’esasperazione di realtà quotidiane – come il pianto del bambino rinchiuso negli armadietti o la misteriosa chiamata dell’ex fidanzata – che il protagonista si è costretto ad ignorare ma che, in questo contesto, lo rendono tanto più consapevole.

Per questo, l’uomo che cammina e il bambino sono tanto più significativi.

Inumano

L’uomo che cammina è una proiezione del protagonista?

Il passaggio da figura di sfondo, quasi parte del paesaggio, a protagonista della scena è sulle prime disorientante, ma si ricompone facilmente nella consapevolezza che tutti i personaggi, a loro modo, stanno giocando la stessa partita, anche se con esiti diversi.

Infatti molti sono gli indizi di quello che sarà, in ultimo, il suo destino: nel suo procedere nervoso, l’uomo che cammina pensa di essere arrivato all’uscita e di aver sconfitto il gioco, per poi ritrovarsi sgomento di nuovo al punto di partenza…

…dopo che la ragazza gli ha urlato in faccia un problema che non vuole comprendere.

Ed infatti l’uomo che cammina è convinto di uscire dal loop in cui era imprigionato, finendo invece per ritrovarvisi in maniera del tutto inconsapevole, diventando proprio parte del paesaggio, e perdendo, come ci racconta lo stesso protagonista, ogni suo tratto umano.

In questo senso, il bambino è la chiave.

Futuro

Il protagonista si trova ad un letterale bivio.

Nel suo iniziale e spregiudicato tentativo di essere passivo alla situazione, non può di fatto ignorare il messaggio dell’ex fidanzata e del bambino in arrivo, perdendosi proprio in quel momento nel loop, che diventa tanto più significativo proprio nell’incontro con il bambino, che inizialmente considera come un’anomalia…

…nella sua vita ripetitiva e statica e, di conseguenza, anche nel labirinto.

In questo senso, prendendo il bambino con sé, di fatto il protagonista percorre gli stessi iniziali passi dell’uomo che cammina, anche con dinamiche sceniche abbastanza similari – il modo in cui lo coinvolge nel gioco – ma, infine, sceglie diversamente, diversamente dal futuro che lo stesso bambino gli racconta.

In questo senso la conchiglia – di un hermit crab, niente di meno – è il primo nesso fra il presente del loop – del gioco e della vita – e il futuro che il protagonista può ancora scegliere per sé stesso, soprattutto quando smette di riconoscersi in quell’uomo disperso nella metro di inizio film, incapace di evadere la propria indifferenza.

Per questo il finale, nella sua semplicità e, per certi versi, prevedibilità, racconta come il protagonista riesca, infine, a non essere più passivo, ma proattivo…anche permettendosi di sbagliare: l’esitazione e il conseguente dubbio di come potrà intervenire in un’anomalia ci raccontano un eroe imperfetto…

…ma capace, infine, di fare il primo passo.

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2026 Avventura Azione Drammatico Fantascienza Film Nuove Uscite Film

Disclosure Day – Vedere…e non vedere

Disclosure Day (2026) è un action-scifi che segna il ritorno al genere di Steven Spielberg dopo quasi dieci anni.

A fronte di un budget abbastanza contenuto per il tipo di progetto – appena 115 milioni di dollari – ha aperto non ottimamente al primo weekend, non prospettandosi un successo commerciale.

Di cosa parla Disclosure Day?

Daniel è un programmatore per la misteriosa associazione paragovernativa, la Wardex, che sembra indagare… o sfruttare risorse di un altro mondo.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Disclosure Day?

In generale, sì.

Per quanto la pellicola presenti dei limiti che potrebbero risultare alla lunga quasi fastidiosi – la poca credibilità di non pochi passaggi narrativi, per cui è davvero difficile, alle volte, immergersi nella scena…

…i concetti raccontati sono non meno interessanti ed attuali, e meritano una visione alla luce di un film che per certi versi sembra dialogare – anche se non sempre in maniera efficace – fra il passato e il presente del genere.

Medias Res

Disclosure Day utilizza il più classico aggancio in medias res.

Con tutte le sue insidie.

Il racconto non ha bisogno di introduzioni esplicite, ma porta subito in scena le sue dinamiche, immediate nella loro esecuzione, più complesse per i loro significati: Daniel è un ribelle e per questo è perseguitato da un gruppo pseudo-governativo piuttosto potente ed organizzato, che non ha paura di sporcarsi le mani per i propri obiettivi.

Il problema è che la pesantezza di rendere la spiegazione della posta in gioco a spizzichi e bocconi può in parte rivoltarsi contro il film stesso, finendo a tratti per risultare quasi ridicola nella sua esecuzione… e forse non venendo neanche tanto compensata dalla spiegazione effettiva successivamente proposta.

In parte più vincente l’evoluzione di Margaret, in questo caso per la scelta di rendere il suo racconto ben più lineare e immediato, del tutto comprensibile a fine pellicola, supportata dalla totale mancanza di consapevolezza del personaggio, che agisce spinto da un istinto che non riesce a controllare.

La stessa è tuttavia in parte guastata dalla presenza di Jackson, che dovrebbe fungere da contraltare della protagonista e tenere coi piedi per terra la narrazione, ma finisce, paradossalmente, per rendere ancora più difficile l’immedesimazione nella storia e nelle sue peculiari dinamiche.

E qui arriva il problema principale della pellicola.

Credibile

La sospensione dell’incredulità è la chiave per la serena fruizione di non pochi prodotti audiovisivi.

Nondimeno la stessa deve essere ad un livello coerente con il tono della pellicola: in termini pratici, farebbe strano se le dinamiche surreali di una pellicola come Bottoms (2023) – permessa dal patto narrativo insito nella pellicola – fossero applicate nella stessa misura ad una commedia dai toni più realistici e terreni.

In questo contesto, la credibilità scenica viene meno all’interno di un contesto narrativo in cui il tono della pellicola è estremamente drammatico e basato sulla presenza di un sistema rigoroso e pervasivo, che riesce a spingersi letteralmente oltre i confini delle possibilità umane…

…ma che si lascia sfuggire più e più volte il bersaglio sotto ai propri occhi, al punto che bastava – per un’organizzazione paramilitare, ricordiamolo, con gli occhi ovunque – allungare lo sguardo di pochi metri per trovare i protagonisti che si nascondono nella maniera più improvvisata e meno credibile possibile.

Una scelta che inficia molto sul risultato complessivo di una pellicola che porta al suo interno un grande potenziale.

Intento

Cosa vuole raccontare Disclosure Day?

All’interno di una pellicola così profondamente ambiziosa, che mischia diversi generi, temi e dinamiche, risulta in ultima analisi difficile per la scrivente arrivare ad un giudizio definitivo sul risultato, proprio perché sembra mancare della volontà di arrivare veramente ad un punto, vivendo più che altro di grandi ed importanti spunti non definitivamente sviluppati.

In un certo senso la pellicola pare voler riprendere dinamiche e storie di genere che si potrebbero definire quasi vetuste, ma quantomeno cercando di renderle contemporanee, toccando un tema estremamente attuale, in cui le informazioni, i dati e la conoscenza, quasi più di ogni altra cosa, sono diventati la merce di scambio più importante.

Un tema che si intreccia anche con l’elemento più prettamente religioso per costruire una sorta di Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977) ma in un presente – o un futuro molto vicino – decisamente più angosciante, potendo essere al contempo un punto di partenza interessante per il genere o uno dei più grandi azzardi registici degli ultimi anni.

Solo il tempo potrà darci una risposta.

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2026 Dramma familiare Drammatico Film Horror Nuove Uscite Film

Backrooms – Un insostenibile balzo indietro

Backrooms (2026) di Kane Parsons è un horror ispirato all’omonimo creepy pasta.

A fronte di un budget molto contenuto – 10 milioni di dollari – si sta rivelando uno dei titoli economicamente più di successo della stagione.

Di cosa parla Backrooms?

Clark è il proprietario infelice di un negozio di mobili di scarso livello, che nasconde delle… stanze segrete.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Backrooms?

Dipende.

L’opera prima del regista statunitense può risultare indubbiamente suggestiva se quello che si cerca è limitato, appunto, a suggestioni derivate da una leggenda metropolitana certamente intrigante…

…ma che meritava di essere meglio contestualizzata all’interno di una narrativa che si prende fin troppe libertà nel suo vivere di una sottrazione tale da indebolire inevitabilmente l’intera struttura.

Incipit

Essendo che non sono così avvezza al genere e che ero reduce dalla visione di quel gioiello di Obsession (2025), l’incipit di Backrooms l’ho trovato ancora più deludente.

La pellicola si apre con l’introduzione del mistero e dell’orrore, facendo vagamente intendere una missione di immersione in questi luoghi proibiti e misteriosi, a cui si accompagna il racconto di una presenza che infesta dei luoghi già di per sé estremamente spaventosi.

Il problema è che non è niente di nuovo.

Per quanto Backrooms vorrebbe raccontarsi come un horror indipendente ed originale, in realtà fin da subito ripercorre le tappe del più classico e scontate, proseguendo nella presentazione dei protagonisti della storia, con una scena sicuramente suggestiva e piena di potenzialità…

…ma che è assolutamente insufficiente, da sola, per la valenza narrativa che troviamo nella conclusione del film.

E proprio questa mancanza è il maggior punto interrogativo di Backrooms.

Mancanza

Nella storia del cinema non mancano sicuramente esempi virtuosi di narrazione per sottrazione – un esempio recente è certamente Furiosa (2023).

Ma, per quanto Backrooms vorrebbe abbracciare questo tipo di narrativa, nel concreto finisce per perdersi in una narrazione del tutto insufficiente, che sembra proseguire ad enormi balzi, vivendo principalmente di suggestioni, ma mancando di snodi fondamentali della trama…

…mancanza che il film non ha la forza di sorreggere.

Infatti, per quanto sulla carta l’idea di Clark che si perde in questi luoghi della memoria distorta per riuscire a trovare soddisfazione della sua vita attuale sia abbastanza lampante, risulta incomprensibile come fosse considerabile funzionante l’idea di non mostrare la sua esplorazione – anzi perdita all’interno delle backrooms.

Soprattutto visto che la scena di confronto con Mary vorrebbe essere l’apice del suo arco involutivo, che aveva tutte le basi per funzionare in scena tramite l’ossessione del protagonista di essere la vittima designata di figure esterne che desideravano solamente il suo fallimento e derubarlo di ogni cosa.

E per il resto?

Orrore

Far realmente e visceralmente paura non è cosa da tutti.

Purtroppo, nel caso di Backrooms, il terrore emerge da una messinscena non particolarmente originale, che spaventa per i più classici orrori in agguato e i più ovvi jumpscare, riuscendo a risultare effettivamente vincente ed intrigante solo nei (pochi) momenti di tecnica found footage.

Purtroppo, le presenze incontrate non risultano di fatto veramente spaventose quando emergono dall’ombra: una volta portate alla luce, una volta spiegate, perdono gran parte del loro fascino orrorifico, tanto da sostenersi sulla base principalmente di jumpscare e, più in generale, di dinamiche di inseguimento piuttosto classiche.

Forse più interessante poteva risultare la parte della storia di Mary, le cui suggestioni dell’infanzia problematica con la madre indubbiamente richiamano quelle delle backrooms, ma che anche in quel caso, soprattutto a fronte del cambio improvviso di protagonista, risultano insufficienti per poter effettivamente funzionare.

In quest’ottica, appare possibilmente ancora più frustrante il finale della pellicola, che interrompe bruscamente la storia quando sembrava pronta a dargli un minimo di contesto, scegliendo di chiudersi con un’immagine indubbiamente suggestiva ed evocativa, ma che poco aggiunge alla narrazione complessiva.

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2026 Dramma romantico Drammatico Film Horror Nuove Uscite Film Thriller

Obsession – Il vero mostro

Obsession (2025) di Curry Barker è la prima uscita cinematografica del regista, già noto negli ambienti indie per il suo stile sconvolgente e terrorizzante.

A fronte di un budget minimo – meno di 1 milione di dollari – si sta rivelando probabilmente il più grande successo economico – e di pubblico – dell’anno.

Di cosa parla Obsession?

Bear è un ragazzo molto timido con un unico desiderio: conquistare la ragazza dei suoi sogni. Ma se non si sta attenti a cosa si desidera…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Obsession?

Assolutamente sì.

Obsession è la dimostrazione che il genere horror – soprattutto quello indipendente – ha ancora moltissimo da raccontare: un incontro inaspettato quanto vincente fra diversi generi, capace di creare una paura che non ha bisogno di trucchi scenici o jumpscare per spaventare, ma che è talmente pervasiva da rendere lo spettatore parte della scena.

Ne consegue una storia che comincia come una romcom piuttosto classica, ma che si avventura nel più profondo thriller e horror psicologico, facendosi forte della spettacolare espressività dell’attrice protagonista, che da sola riesce a rendere la pellicola probabilmente l’esperienza cinematografica più terrorizzante dell’anno.

Genere

Uno dei motivi per cui Obsession funziona così bene sul lato della paura è l’incontro fra i diversi generi.

A differenza di altri prodotti analoghi, che vogliono farti immediatamente immergere in un contesto orrorifico e fantastico, al contrario, la pellicola parte quasi come una romcom, con il protagonista che deve riuscire a dichiararsi alla ragazza dei suoi sogni, partendo quindi da un contesto verosimile…

…il cui sconvolgimento è tanto più drammatico.

Una scelta tanto più importante in quanto ci permette di metterci effettivamente nei panni del protagonista, per capirne la psicologia, affezionarci persino al suo piccolo dramma, così da riuscire ad assumerne costantemente il punto di vista, come se diventassimo noi stessi vittime della sua storia.

Così Bear, estremamente frustrato dalla sua incapacità di conquistare le simpatie di Nikki, si affida all’ultima arma a sua disposizione: un bastoncino magico su cui riversa il suo esacerbato desiderio di amore, cadendo inevitabilmente in una trappola di sua stessa fattura.

Ed è qui che Nikki comincia davvero a fare paura.

Paura

Riuscire a spaventare davvero lo spettatore, a portare in scena una paura pervasiva che ti entra sottopelle non è cosa da tutti.

Nel contesto di Obsession, la chiave sta proprio nella bravura dell’attrice nel cambiare improvvisamente espressione, nell’assumere quelle pose grottesche – per cui lo spettatore non sa se ridere o spaventarsi – ma anche nella capacità della regia nel rendere spesso la ragazza nient’altro che un’ombra…

…da cui emerge il biancore degli occhi vitrei e il suo enigmatico sorriso.

Ma, paradossalmente, finché Bear ama davvero Nikki ogni suo strambo comportamento va quasi in secondo piano: le prime fasi della loro relazione si consumano nella più totale tranquillità, in un montaggio che davvero potrebbe essere proprio dell’atto centrale di una commedia romantica.

E, forse, è proprio qui il punto del discorso.

Reale

Il comportamento di Nikki è davvero così irreale?

Al netto ovviamente degli eccessi orrorifici – soprattutto dell’ultimo atto, per cui bisogna fare un discorso a parte – la ragazza per certi versi assume comportamenti purtroppo tipici di una relazione di codipendenza, in cui il partner di turno si ossessiona così tanto per il suo compagno da annullarsi totalmente.

Ed è proprio nel momento in cui Bear smette effettivamente di amare Nikki allo stesso modo, la ragazza comincia a perdere il controllo, sia su se stessa che sul partner, dovendo sfogare in altro modo questo irrefrenabile bisogno non solo di amare, ma di avere la certezza di poter essere altrettanto amata.

E per raccontarci il suo orrore, Obsession non ha bisogno di particolari jumpscare o di altri trucchi scenici, forte di un’angoscia che ha ormai pervaso talmente tanto la mente del protagonista – e, conseguentemente, dello spettatore – da rendere anche solo la prospettiva di doversi interfacciare con Nikki un momento di puro terrore.

Ed è tanto più interessante che la pellicola lasci anche spazio al suo lato più drammatico, in cui il vero mostro è Bear stesso, che, per il suo egoismo e la sua scarsa attenzione, ha portato Nikki a perdere se stessa e a farla diventare ossessionata e violenta… ma mai verso Bear.

Una scelta determinante, arrivati al terzo atto.

Sporcare

Obsession gioca consapevolmente col genere, soprattutto nei suoi prodotti più commerciali…

…non riuscendo però ad evaderlo fino in fondo.

Come infatti la pellicola mantiene l’orrore tipico dei film delle possessioni sotto controllo, contestualizzato all’interno della suddetta componente realistica di cui sopra, che riesce a rendere la storia ben più credibile e vicina allo spettatore, nell’ultimo atto si avventura nel campo del body horror…

…rischiando di fare un passo falso.

Se, infatti, da un lato è scenicamente molto immediato assistere agli effetti della scelta di Bear che degenerano all’interno di un vortice di violenza senza freni, dando quindi anche un peso maggiore alla sua scelta di prendersene in toto la responsabilità…

…d’altro, questo gore così improvviso e  non retto da un retroterra narrativo e visivo abbastanza robusto rischia di sporcare inutilmente una pellicola che invece era compatta proprio all’interno della sua verosimiglianza, rischiando infine di rientrare nelle classiche dinamiche da sanguinoso terzo atto di molti prodotti analoghi.

Nondimeno, risulta coraggiosa la scelta di chiudere il film con un finale così drammatico, lasciandoci solo immaginare gli effetti a lungo termine della storia raccontata.

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2026 Drammatico Fantastico Film Musical Nuove Uscite Film

Mother Mary – Ricucire una ferita

Mother Mary (2026) di David Lowery è un dramma fantastico con protagoniste Anne Hathaway e Michaela Coel.

A fronte di un budget stimato di 20 milioni, si sta rivelando prevedibilmente un insuccesso commerciale.

Di cosa parla Mother Mary?

Mary e Sam si sono allontanati molto tempo fa per un litigio mai avvenuto, ma così profondo che…ricucire i rapporti non è per nulla semplice.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Mother Mary?

In generale, sì.

Se si conosce la filmografia di Lowery, appare chiaro che Mother Mary, a differenza di come potrebbe apparire ad una prima visione, è un film complessivamente onesto, che si fa forte di una simbologia fantastica molto immediata e di facile comprensione —  il modo in cui il regista è solito raccontare le sue storie.

La pesantezza della pellicola potrebbe tuttavia derivare dalla natura quasi da dramma da camera, per cui Mother Mary è sostanzialmente un dialogo continuo e serrato fra le sue protagoniste, con intermezzi di evasioni di flashback contaminate dall’elemento del fantastico e del simbolico.

Arrivo

Sam e Mary non sono mai state veramente divise.

Il breve monologo iniziale sembra quasi quello di una madre che parla ad un figlio non ancora nato, il cui cordone ombelicale non è ancora reciso: una suggestione lontana che la porta ad essere presente in una scena di cui non fa parte, ma di cui diventa inevitabilmente testimone.

Così Mary insegue la vecchia amica, la va quasi a stanare per costringerla a ricucire un rapporto nel modo in cui le ha per tanto tempo negato: dando concretezza al suo essere, a quel nugolo di sentimenti che la protagonista non riesce veramente ad esprimere…

…e non con le sue canzoni.

Ma l’ascolto della stessa è negato, perché racconta delle sensazioni che Sam non vuole più sentire, come un racconto indiretto di una storia da cui è stata esclusa contro la sua volontà.

Ma perché Mary ha scelto di allontanarla, seppur involontariamente?

Identità

L’identità di Mary era davvero sua?

L’angoscia della protagonista, soprattutto a fronte della sua evidente e spericolata ascesa, era di aver costruito un personaggio che non la rappresentava, ma creato su misura da Sam, tanto da spersonalizzarsi sempre più drammaticamente – come testimoniano i diversi abiti sempre più scandalosi che l’amica le ricorda aver indossato negli anni.

Ne consegue una sottile ma lancinante fuga, in cui Mary ha voluto – forse quasi inconsapevolmente – escludere Sam dal suo io, finendo per essere succube di stylist piuttosto mediocri – come spesso Sam le ricorda – che non hanno favorito la riacquisizione del sé tanto ricercata – anzi, tutto il contrario.

Le dinamiche in questo senso non sono del tutto esplicitate dalla pellicola, ma è evidente che si trattasse di più di un sentire di Sam, messa progressivamente alla porta fino a diventare non più protagonista – seppur indiretta – della scena, bensì semplice spettatrice di un trionfo che può avvenire anche senza la sua partecipazione.

Ed è a questo punto che la pellicola si avventura in un terreno pericolosissimo.

Fantasma

Si può serenamente affermare, arrivati a questo punto, che il cinema di David Lowery non può mai mancare dell’elemento soprannaturale.

Tuttavia, lo stesso, a differenza di altri registi, è in realtà di semplice lettura – soprattutto nel caso di Mother Mary.

La simbologia estremamente lineare racconta come Sam si sia liberata di un’angoscia interiore che l’infestava, emersa proprio nel momento in cui si è resa conto che la sua presenza nella vita di Mary non era più così necessaria, andando invece a tormentare la vita dell’amica persa.

In questo senso la simbologia si articola in due colori molto essenziali: l’oro – simbolo del tentativo di Mary di trovare una sua propria individualità, quindi costantemente ricercato ed indossato – ed il rosso – simbolo invece del rimorso, che cerca di fuggire ma che è costantemente presente, in maniera sempre più pressante e pervasiva.

Per questo la simbologia così immediata si risolve in due momenti: l’estrazione del fantasma dalle interiora – e l’interiorità – di Mary, e la conseguente trasformazione dello stesso in un nuovo punto di partenza, che riprende le fila del trascorso – personale ed artistico – della loro amicizia.

Ma, ancora più importante, è il momento in cui Mary, andando verso il palco, si spoglia di tutto quello che ha vissuto finora senza l’amica, dandole la possibilità di rivestirla di nuovi abiti e ricominciando a farle ascoltare la sua musica con una canzone dedicata solamente a lei…

…che suggella definitivamente la ricomposizione del loro rapporto.

  

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Commedia Drammatico Film

Il diavolo veste Prada 2 – Ricominciamo da ora

Il diavolo veste Prada 2 (2026) è il sequel dell’omonimo cult degli Anni Duemila.

Di cosa parla Il diavolo veste Prada 2?

Per una serie di coincidenze inaspettate, Miranda, Andy e Emily si ritrovano a lavorare insieme…per un obbiettivo ben differente.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Il diavolo veste Prada 2?

In generale, sì.

Per un prodotto che poteva essere una pallida ombra di un culto generazionale, Il diavolo veste Prada 2 si rivela un sequel coraggioso e per certi versi davvero sorprendente nel suo sguardo contemporaneo – sul mondo della moda e non solo…

…e al contempo fin troppo intraprendente nel voler mettere fin troppi argomenti e personaggi in scena, andando per certi versi a ripetere – e innovare – diverse dinamiche già presenti nel primo, ma in maniera fin troppo avventata.

Nel complesso, da vedere.

Pretesto

Uno dei miei maggiori timori relativi al sequel de Il diavolo veste Prada era l’incipit.

Temevo – anche in considerazione del tipo di contesto cinematografico da cui il primo capitolo proveniva – che si sarebbe optato per un pretesto narrativo del tutto pretestuoso, per l’appunto, al limite del grottesco, per cui Andy sarebbe tornata ad essere l’assistente di Miranda, per un classico sequel fotocopia.

E, invece, fin dalle sue prime battute, la pellicola è riuscita a sorprendermi.

L’attacco riprende per certi versi l’iconica apertura del primo film, ma riesce fin da subito a tenere sotto controllo il fan service aggiungendo degli easter egg sullo sfondo che ammiccano al fan più accanito, ma che non rubano spazio vitale alla scena, che invece ha un obiettivo ben più importante: introdurci la nuova Andy.

L’importante lasso di tempo che divide il primo capitolo dal suo sequel è costantemente riportato in scena, in questo caso rendendo del tutto credibile raccontare la sfolgorante carriera della protagonista, del tutto coerente con quanto visto precedentemente: un giornalismo d’inchiesta impegnato e, per questo, premiato.

Tuttavia, la tragedia contemporanea è dietro l’angolo…

…e in maniera meno scontata di quanto ci si potrebbe aspettare.

Contemporaneo

È davvero sorprendente quanto Il diavolo veste Prada 2 riesca ad avere uno sguardo così contemporaneo.

È indubbio che il mondo è andato prepotentemente avanti da quel piccolo cult ribelle che, con le sue luci e le sue ombre, raccontava un mondo del lavoro crudele e spietato, ma che comunque metteva al centro l’umano, scandito in un sistema in cui non era sufficiente essere meritevoli, ma era invece fondamentale essere riconoscibili e riconosciuti.

Un principio che si scontra invece con una contemporaneità in cui l’umano è sempre più ridotto all’osso, ad un numero da spuntare da una lista, come il paradosso della scena della premiazione che si scontra con il licenziamento di massa racconta perfettamente, secondo una lezione che, a suo modo, la stessa Miranda ci aveva lasciato a conclusione del primo capitolo.

Parallelamente, lo stesso mondo della moda è colpito da una piaga diventata sempre più pressante: il fast fashion e lo sfruttamento umano sempre più incalzante e pervasivo, che finisce per colpire persino la sacralità di un tempio del lusso come Runaway, incastrando Miranda al centro di uno scandalo senza precedenti.

E così, anche se nel complesso l’attacco ha un ritmo fin troppo accelerato, al limite del credibile – al netto della rivelazione finale che lo ridimensiona, almeno in parte, in positivo – la ricomposizione del quartetto protagonista risulta nel complesso robusta, e immediatamente definita dai suoi conflitti.

E proprio all’interno degli stessi si sviluppano i maggiori punti di forza e di debolezza della pellicola.

Identità

La pellicola si portava un peso sulle spalle non indifferente: la caratterizzazione quasi macchiettistica di alcuni dei suoi personaggi.

Miranda, quanto, soprattutto, Emily vivevano una breve parabola di essere definite da pochi tratti caratteriali che esplodevano in una scena carica di pathos che ne rivelava gli ambigui sentimenti, ma rimanendo per il resto sostanzialmente uguali a se stesse per tutta la durata della pellicola, quasi dei capisaldi della stessa.

Nel contesto del sequel, è evidente che la pellicola abbia voluto cercare di dar loro maggior spessore…

…ma con risultati non del tutto convincenti.

Specificatamente, non è chiaro il trattamento di Miranda, che appare sulle prime sostanzialmente immutata, anzi si inserisce all’interno di un mondo molto meno tollerante verso la sua prepotenza, e, al contempo, in alcuni momenti rivelano altri aspetti del suo carattere che cercano di ridimensionarla positivamente, ma che stridono nel complesso della narrazione.

Particolarmente la Miranda calcolatrice e fredda che appare per la maggior parte della pellicola mal si sposa con la sua versione più umana e vulnerabile della cena agli Hemptons e nel finale della pellicola, momenti in cui invece le avrebbe giocato a essere più fedele a se stessa, nella sua gelida apparenza.

Ma la vera nota dolente è la gestione di Emily.

Il film mantiene volutamente un alone di mistero circa la sua nuova posizione, e la fa esplodere in una vendetta personale nei confronti di Miranda che sulla carta è nondimeno interessante, ma che al contempo non si inserisce in maniera organica all’interno dell’economia narrativa, facendone emergere inevitabilmente i punti deboli.

Ma vi è una sostanziale debolezza di fondo in questo senso.

Organicità 

Il diavolo veste Prada, pur con le problematicità, aveva una struttura narrativa complessivamente coerente con l’evoluzione della protagonista. 

Ma proprio perché il focus era unicamente su di lei.

Nel contesto del sequel, invece, la volontà di allargare così tanto lo sguardo finisce per rendere la storia più dispersiva, soprattutto facendo arrivare il punto di rottura fondamentale – la morte di Irv – troppo tardi nella narrazione, inserendo fin troppi elementi aggiuntivi rispetto al più semplice e gestibile conflitto fra Miranda e Andy.

Sembra questo infatti il vero focus del film, che forse sarebbe dovuto essere inserito proprio come causa scatenante della storia, tanto più che il film sceglie di caricare di una tensione spropositata l’ultima parte della pellicola con le varie macchinazioni nell’ombra, tanto più per dei personaggi che, in ultima analisi, non hanno davvero lo spazio adeguato per respirare in scena.

E questo è il secondo problema principale della pellicola.

Il diavolo veste prada 2 Andy fidanzato

La scena de Il diavolo veste Prada 2, già particolarmente affollata, diventa esacerbata dall’inserimento di diversi personaggi che, con ogni evidenza, sono solo vettori della storia e vivono unicamente della loro funzione narrativa in maniera quasi meccanica, senza essere quasi per nulla approfonditi.

I casi più eclatanti sono sicuramente Peter, il nuovo fidanzato di Andy – la cui presenza all’interno della scena è totalmente gratuita, è principalmente finalizzata a dare modo alla protagonista di esprimere i suoi sentimenti, al pari di Stuart, il marito di Miranda – e Sasha Barnes, che ha quasi unicamente il ruolo di Deus ex machina all’interno della narrazione.

Una debolezza che emerge in maniera più evidente se si confrontano con le controparti del primo film: Peter è sostanzialmente Nate, che però nel primo film era una presenza più pesante e determinante per definire il cambiamento della protagonista, mentre Sasha Barnes è James Holt – nel primo capitolo molto meglio inserito organicamente nella pellicola.

Ma forse il problema principale è quello che dovrebbe essere l’antagonista – o uno dei tali – della pellicola: Jay, il figlio di Irv, totalmente disinteressato al benessere di Runway e inserito all’interno di dinamiche di disumanizzazione già note, che riesce per breve tempo a emergere in scena in maniera quasi comica nei siparietti con Miranda…

…ma finendo infine per rimanere una figura quasi accessoria in scena, fino a scomparire direttamente dalla stessa quando non è più utile, senza che le sue motivazioni siano state effettivamente esplorate.

Ne risulta, in ultima analisi, un sequel per certi versi coraggioso, per certi versi troppo interpretante – e, conseguentemente, fallace…

…che mantiene una sua identità a fronte invece di casi analoghi ben più incolori.

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Michael – Un focus molto ristretto

Michael (2026) di Antoine Fuqua è un biopic musicale dedicato alla storia di Michael Jackson.

Di cosa parla Michael?

La pellicola percorre la prima parte della vita dell’icona del pop: dalle sue primissime apparizioni sul palco fino all’emancipazione dalla figura paterna.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Michael?

Dipende.

Parlo partendo da una conoscenza molto superficiale della figura di Michael Jackson, che, purtroppo, il film non è stato in grado di approfondire in modo interessante e, soprattutto, credibile, finendo per idealizzare il suo protagonista in maniera davvero eccessiva.

E, se considerando i nomi coinvolti, poteva pure essere prevedibile, rimane comunque non giustificabile la totale superficialità della storia, che avrebbe potuto facilmente approfondire i lati più problematici della sua figura, pur inserendola all’interno di un’evoluzione del tutto positiva.

E se si considera che non si tratta neanche della fase più controversa della sua vita…

Oppressione

Michael si concentra quasi esclusivamente su un unico, fondamentale conflitto.

Il protagonista che, fin dalla più tenera infanzia, ha dovuto sottostare al giogo opprimente del padre, che pretendeva da lui una perfezione irraggiungibile e che, appena ne ha avuto l’occasione, ha cominciato a spremere ogni goccia del suo talento a proprio vantaggio.

E, accostando il talento naturale di Michael – che sembra emergere senza che sia richiesto alcun concreto sforzo da parte sua – si crea una precisa narrazione per cui il protagonista ci appare come l’ingiusta vittima della situazione, un prodigio strozzato dall’avidità del genitore.

Ma neanche questo aspetto è raccontato fino in fondo.

Michael sembra, per certi versi, muoversi nel perimetro della narrazione favolistica, in cui il protagonista è l’eroe buono e incompreso, e il padre è l’antagonista assoluto, che trama nell’ombra, mentre il resto del cast è composto da una serie di personaggi col medesimo ruolo: l’aiutante.

Non a caso sono proprio questi yes men a fare da eco ad un concetto che la pellicola ci tiene particolarmente a ribadire ad ogni occasione: il protagonista è un prodigio, è unico ed irripetibile…

…e il resto scompare.

Conflitto

Scegliendo di concentrarsi, almeno per ora, sulla parte meno problematica della vita di Michael Jackson, il film ha vita facile...

…eppure sembra tradirsi continuamente da solo.

Per quanto la pellicola voglia mettere al centro unicamente lo scontro col padre, sullo sfondo emergono altri elementi di conflitto, ma di altro tipo: Michael Jackson era un personaggio piuttosto peculiare, anzitutto per il suo rimanere ancorato alla sfera infantile ed il suo costante rincorrere una perfezione irraggiungibile.

Eppure, se Michael sembra costantemente un bambino troppo cresciuto e profondamente solo – oltre al suo staff e alla famiglia non sembra aver nessun altro intorno – se vediamo costantemente il suo aspetto mutare nel tempo per via della chirurgia plastica…

…progressivamente ogni potenziale problematizzazione del personaggio viene taciuta.

Una precisa scelta narrativa che fa sorgere una domanda…

Identità

Chi è Michael Jackson?

È indubbio che la figura di questo personaggio così rivoluzionario della storia della musica sia stata – a ragione o a torto – inquinata nel tempo da diverse accuse che, anche dopo la morte, non hanno mai veramente perso la loro efficacia, anzi sono fra gli elementi più citati fra i non appassionati.

E, per dare riscatto alla sua figura, la pellicola avrebbe potuto offrire uno sguardo più profondo e tridimensionale, affrontando i principali nodi della sua personalità e della sua persona – il suo “infantilismo” e la malattia – anche con una risoluzione totalmente positiva…

…ma almeno affrontandoli.

Invece Michael sceglie consapevolmente di lasciare tutto in secondo piano, volendo ripulire da ogni ombra la figura di Jackson, ma, al contempo, finendo per appiattirla, dal punto di vista personale ma anche – e soprattutto – dal punto di vista musicale.

Infatti, conoscendo così poco del profilo musicale di Jackson, a fine visione mi sono accorta di aver ottenuto pochissime e irrisorie informazioni al riguardo, tanto che, per certi versi, la sua iconicità musicale sembra nascere dal nulla…

…come se fosse già formata, non godendo di alcun retroterra narrativo che mi faccia effettivamente comprendere il suo percorso artistico.

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Scream 7 – Cosa resta di noi

Scream 7 (2026) di Kevin Williamson è il settimo capitolo della saga omonima creata da Wes Craven.

A fronte di un budget abbastanza importante per la saga – 45 milioni di dollari – ha aperto molto bene al primo weekend, prospettandosi un buon successo commerciale.

Di cosa parla Scream 7?

Sidney Prescott sembra essersi ricostruita una vita lontana da Woodsboro, il cui maggiore ostacolo è il rapporto con la figlia…oppure no?

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Scream 7?

Dipende.

Scream 7 conferma una direzione che non piacerà agli spettatori che si sono avvicinati ed innamorati della saga per come riusciva a (ri)raccontare il cinema horror tramite una struttura brillantemente metanarrativa.

Tra cui io, fra l’altro.

Se invece questo aspetto è stato per voi di scarso interesse, vi troverete davanti ad uno slasher – o, meglio, un thriller-horror – di medio-basso livello, capace di intrattenere assai superficialmente, come un qualsiasi prodotto commerciale del medesimo genere.

Distruggere

La sequenza introduttiva ha dei significati che a posteriori…risultano dubbi.

In forse le uniche scene effettivamente metanarrative, Scream 7 si apre con il racconto di un fandom ormai saturato intorno ad una serie di concetti ed immagini che sono diventate quasi un culto – ed infatti la casa di Sidney ha proprio quel sapore quasi religioso.

Ma il culto è principalmente focalizzato intorno alla storia originaria, quella di Sidney Prescott nel primo capitolo di Stab – e quindi Scream (1996) – con pochi accenni ai seguiti – fra l’altro fermandosi curiosamente, con i poster, a Stab 6, così da creare una sorta di continuità scenica con il film presente, ma dimenticandosi che in Scream 4 (2011) si parlava persino dell’ottavo capitolo.

Una scena che più che mostrare ci istruisce sul dove guardare: sempre alle spalle dei protagonisti, sempre negli angoli dove i Ghostface appariranno come fantasmi, con una serie di falsi pericoli che si concretizzano poi in un attacco vero e proprio, memore di tutti gli incipit classici della saga, ma che al contempo vuole distruggere tutto quello che è venuto prima.

Ma, in tutta quella distruzione, qual è la parte costruttiva?

Respiro

Lasciare così tanto spazio narrativo fra la prima e la seconda morte è una scelta estremamente significativa.

Infatti, un problema abbastanza comune in ambito slasher è il poco spazio lasciato ai personaggi per raccontarsi, spesso riducendoli a carne da macello da dare in pasto al pubblico.

Al contrario, in questo contesto il focus principale della pellicola, per certi versi, non sono gli omicidi o l’identità del killer, ma bensì l’eredità di Sidney – e in tutte le sue forme: finalmente scopriamo la vita che la protagonista si è costruita al di fuori della sua tragedia, pur rimanendo profondamente influenzata dalla stessa.

Il nodo narrativo principale è infatti la costruzione del rapporto fra madre e figlia, e di come quest’ultima viva all’ombra della genitrice senza neanche conoscere i contorni effettivi della stessa, potendone usufruire solo indirettamente, e finendo così per non poterne fare tesoro come le sarebbe necessario in questo momento così complesso.

In questo senso la costruzione del loro rapporto e il modo in cui Tatum affronta la sua paura di essere al centro della scena – sia in senso stretto che in senso lato – sono interessanti proprio per come la ragazza finisce per inseguire tale ruolo, per quanto la madre cerchi di proteggerla, mantenendola ai lati della scena…

…con una buona crescita del loro rapporto, che ha i suoi picchi sia nella scena del bar – in cui Sidney guida la figlia ad affrontare una battaglia per lei ormai fin troppo nota – quanto nella definitiva uccisione del killer, in cui Tatum dimostra di aver imparato la lezione della madre. 

Il problema è il resto.

Contorno

Un problema minore in Scream 7 è la gestione dei personaggi secondari.

Per quanto, come detto, l’inizio fosse promettente – foriero anche di concetti positivi come la solidarietà fra i personaggi, non scontata in un contesto adolescenziale – ci si ritrova, alla fine del film, a non aver conosciuto quasi nulla – o davvero nulla – dei personaggi di contorno.

Particolarmente sprecato in questo senso è il fidanzato di Tatum – che rimane solo a parole un punto focale di molti discorsi del film, per poi essere facilmente sacrificato nel terzo atto – così come Lucas – anch’esso rievocato solo a parole dalla madre nel finale, senza che la sua morte sia assolutamente spiegabile.

E poco aggiungono anche gli ultimi personaggi sopravvissuti a Scream VI (2023), che sembrano ripetere sostanzialmente dinamiche già viste senza contribuire alla storia – anzi, nel caso di Mindy, a ricordarci come ogni timido accenno di queerness sia bandito…

…così come ogni discorso metanarrativo.

Identità

Scream 7 nasce come film…di Scream?

Il dubbio emerge in quanto per tutta la visione ho avuto la sensazione di assistere ad una storia scritta con scopi totalmente differenti – un thriller psicologico intrecciato con un dramma familiare – a cui solamente in seconda battuta siano stati aggiunti – e con poca convinzione – gli elementi identitari della saga.

Ne consegue che il lato metanarrativo sia sostanzialmente nullo, sistematicamente smentito anche nei suoi più deboli accenni: neanche il momento canonico del raduno dei sospettati e dell’esplicazione delle regole della nuova storia ha alcun valore, tanto che Mindy viene prontamente zittita da Chad.

In quest’ottica nemmeno l’incipit sembra infine significativo, anzi forse appare persino sfacciatamente rivelatorio di una pellicola che sceglie consapevolmente di smentire ogni tratto canonico della saga, finendo però per privarla di ogni suo elemento identitario, e portando in scena il film di Scream meno Scream di sempre.

E, nella sua bruttezza, viene paradossalmente quasi da rimpiangere il precedente capitolo, che almeno era uno slasher…

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“Cime Tempestose” – Sottrarre

“Cime Tempestose” (2026) è una libera trasposizione dell’opera omonima di Emily Brontë per la regia di Emerald Fennell.

A fronte di un budget medio – 89 milioni di dollari – ha già quasi coperto le spese di produzione nel suo primo weekend.

Di cosa parla “Cime Tempestose”?

Catherine e Heathcliff sono cresciuti insieme…ma potranno vivere solo divisi.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere “Cime Tempestose”?

Dipende.

“Cime Tempestose” mira ad essere un prodotto estremamente trasversale, quasi popolare, andando a riscrivere un classico della letteratura inglese, una storia sostanzialmente di una vendetta violentissima e intergenerazionale, in un dramma romantico particolarmente tragico e anche sessualmente spinto.

Una scelta che, di per sé, non è illegittima, fintanto che si accetta il tipo di operazione a cui si sta andando incontro, scegliendo o meno di affrontare questa visione, evitando di avvelenarsi davanti ad un’opera che, purtroppo, non ha mai voluto essere nient’altro che quello che è.

Lettura

Per quanto il confronto con l’opera di partenza non debba essere per forza uno strumento critico, in questo caso lo stesso è utile per comprendere le intenzioni della regista.

La storia turbolenta fra Heathcliff e Catherine era nel romanzo estremamente stratificata, proprio nell’ottica di essere frutto di un ambiente sociale disfunzionale e classista.

Infatti i due protagonisti non potevano vivere serenamente il loro amore perché loro stessi erano succubi di un’emotività turbata e distruttiva, derivata prima da un contesto familiare violento e tossico, racchiuso specificatamente nella figura di Hanley, il fratello di Cathy, a tratti persino più malvagio dello stesso Heathcliff…

…e poi dallirrisolvibile posizione sociale di Heathcliff.

Infatti Heathcliff è costantemente punito per il suo essere uno zingaro – con una serie di epiteti e paragoni piuttosto coloriti – destando prima l’invidia del fratellastro – che lo considera indegno delle attenzioni del padre proprio per la sua condizione – e poi diventando lui stesso invidioso della condizione sociale privilegiata di Edgar, che ne rappresenta il perfetto contraltare.

In questo contesto, inevitabilmente – e nonostante il timido intervento di Nelly – il protagonista si incattivisce profondamente, presentando fin da subito comportamenti macchinatori e violenti, e coltiva un amore morboso nei confronti di Catherine, da lei ricambiato, proprio avallando dei suoi comportamenti, e peggiorando drasticamente le sue già chiare tendenze all’isteria e all’egomania.

Per questo eliminare – ed eliminare davvero del tutto – sia l’elemento razziale, sia quello più strettamente sociale è una scelta importante…

…che lascia un vuoto.

Vuoto

Nel caso di “Cime tempestose”, il marketing è molto più rivelatorio di quanto si potrebbe pensare.

Un film confezionato su misura per uno specifico target – adolescenti e preadolescenti – ma che, a differenza di altri prodotti analoghi, ha trovato terreno fertile nella specifica lettura della regista stessa, che si può ben riassumere all’interno della frase utilizzata durante la campagna promozionale:

Basato sulla più grande storia d’amore di tutti i tempi.

Una lettura sicuramente legittima, che sulla carta vorrebbe dare maggior risalto alla componente romantica e sentimentale presente nel romanzo originale, andando quindi a smorzare – o, in questo caso, ad eliminare completamente – la componente politica e il conseguente elemento violento che produceva – di fatto, vero protagonista della storia.

La scelta più importante è sicuramente il riscrivere uno dei personaggi più controversi della storia della letteratura in una luce sfacciatamente positiva, raccontando Heathcliff come un buon selvaggio, un emarginato sociale che compie qualche azione malvagia, ma rimandano di fatto una vittima di buon cuore.

Nello specifico, questa tendenza appare particolarmente lampante nell’esclusione di Hanley, personaggio che funzionava anche come rappresentazione plastica degli effetti della sottile cattiveria macchinatrice del protagonista maschile, e degli esiti delle sue terribili vendette.

Ne consegue che il rapporto con Cathy, ragazzina capricciosa e profondamente egoista – che riesce complessivamente ben a ricalcare, pur in chiave minore, la sua controparte cartacea – sia di protezione dal padre violento – personaggio che assorbe dentro di sé la figura del più violento fratello letterario.

D’altra parte non si può rimanere indifferenti all’idea che una riscrittura, soprattutto di un’opera così importante, può agire sicuramente per sottrazione ma, per essere di qualche interesse, dovrebbe anche essere capace di aggiungere, in un certo senso, colmare quel vuoto che eliminare elementi narrativi così fondamentali potrebbe portare.

Ma è l’intento che manca.

Struttura

Cosa aggiunge “Cime Tempestose” alla sua controparte letteraria?

In realtà, nella sua riscrittura, la regista sembra in un certo senso vivere di echi di qualcosa che ha voluto sopprimere.

Il rincontro con Heathcliff nell’atto centrale contiene al suo interno due elementi che sembrano fuori posto: la minacciata vendetta contro la donna amata e le illazioni nei suoi confronti da parte di Catherine verso Isabella, che la ammonisce dicendole come il suo amante la schiaccerebbe come un uovo di rondine.

Elementi che mal si inseriscono all’interno del racconto del protagonista maschile nel primo atto come sostanzialmente salvatore di Catherine, suo amante tradito – ma mai in un contesto veramente vendicativo – e che viene totalmente smorzato dall’interno del successivo montaggio dei protagonisti che vivono intensamente le loro passioni proibite.

Allo stesso modo, quella che dovrebbe essere l’effettiva vendetta di Heathcliff – il matrimonio di Isabella – in realtà lo rende quasi immediatamente vittima della sua nuova moglie, che lo umilia per il suo analfabetismo e che infine lo asseconda nella sua faida, soddisfando i suoi più repressi desideri sessuali.

Tuttavia è una vendetta molto blanda, che facilmente si incasella invece nella narrazione ricercata dell’amore tormentato, ridotta ad una serie di lettere provocatorie che Catherine non leggerà mai, ma che vanno nuovamente a confermare il racconto dell’amore tragico e impossibile.

Per questo  “Cime Tempestose” risulta, in ultima analisi, non una riscrittura, ma una banalizzazione: toglie ai personaggi – da ricordare anche l’evanescenza di Edgar, nel libro contraltare significativo di Heathcliff, nel film figurina sullo sfondo – e non aggiunge di fatto niente agli stessi…

…facendoli vivere di evocazioni, suggestioni, privandoli di un retroterra narrativo significativo, di una struttura caratterizzante, e rinchiudendoli nel guscio vuoto e puramente estetico, con molte idee sulla carta – come la peculiare scelta dei costumi – ma, concretamente, una resa piuttosto fragile priva di significato.

In altre parole, una storia d’amore già vista fin troppe volte.