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Zootropolis 2 – La zampa traditrice

Zootropolis 2 (2025) di a Byron Howard e Jared Bush è il sequel dell’omonimo film del 2016.

A fronte di un budget medio per un film d’animazione – 150 milioni di dollari – ha aperto in maniera scoppiettante al primo weekend.

Di cosa parla Zootropolis 2?

Giusto una settimana dopo la conclusione del primo capitolo, Judy e Nick sono compagni di squadra…ma non veramente uniti.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Zootropolis 2?

Assolutamente sì.

Al netto di qualche debolezza narrativa – già in parte insita all’interno del primo capitolo – il sequel di Zootropolis riesce ad essere ancora più vincente nel suo racconto politico molto più serio e contemporaneo…

…oltre alla costruzione della mitologia interna e dei rapporti fra i protagonisti davvero appassionante, pur andando, per certi versi, a sacrificare l’importanza delle figure più secondarie.

Momento

Dal primo capitolo di Zootropolis è passato un tempo incredibilmente breve.

Ed è una scelta estremamente mirata.

Nick e Judy si ritrovano nuovamente ad essere compagni nella insidiosa lotta contro il crimine quando, nel concreto, non è stato dato veramente loro il permesso di farlo – analogamente ai primi approcci della protagonista nel precedente capitolo.

Ed è una scelta particolarmente vincente perché utile a dare nuovi spunti ai protagonisti per conoscersi e riconoscersi, all’interno di una crescente incapacità di Judy di darsi dei limiti e, più in generale, di riuscire a guardare oltre al mero mistero che sta inseguendo.

E diversi campanelli d’allarme suonano all’interno della pellicola, proprio nel sarcasmo di Nick, una sorta di noioso brusio di sottofondo, una protesta dispettosa che però diventa sempre più insistente, fino ad esplodere nell’atto centrale: un fondamentale problema di incomunicabilità.

La questione di fondo di entrambi i personaggi è di sentire un legame significativo col proprio partner, ma di non saperlo concretizzare all’interno di un lavoro di squadra, invece intestardendosi sull’essere soli contro al mondo: se Judy vive solo per il caso, Nick ci racconta continuamente un’insoddisfazione interiore che non riesce ad esprimere.

Ovvero, vedere la sua amica distruggersi, fisicamente e mentalmente, per un problema troppo grande per lei.

Ma se c’è distruzione, c’è anche rinascita.

Carota

Se la carota si distrugge all’apice del loro scontro, la stessa è in realtà un punto di partenza.

Il registratore infatti si spezza come si spezza la voce, la frase di Nick quando trova il coraggio per comunicare i suoi veri sentimenti, quando cerca di mettere un freno alla corsa suicida di Judy, ma finisce solo per convincerla di essere davvero sola nella sua lotta contro al mondo.

Per questo è tanto più significativo che proprio quello sia il momento della loro divisione: Judy, troppo concentrata sulla risoluzione del mistero, non è capace di rivelare in tempo l’inganno di Pawbert, ma ne rimane vittima – mentre, forse, una mente più scaltra come Nick non si sarebbe fatta giocare così facilmente.

E, infine, l’ammissione delle loro insite debolezze, dopo aver concretamente rischiato la propria vita per salvare quella dell’altro, è un momento di incontro fra le differenti visioni del mondo che racchiude nel micro il macrotema di tutta la pellicola…

…politicamente anche più interessante del primo capitolo.

Diversità

Senza nulla togliere ai fondamentali concetti di Zootropolis, il suo sequel evade gli schemi più classici in maniera davvero inaspettata.

Infatti il primo capitolo, per quanto avesse un racconto politico molto significativo, era altresì inquadrato all’interno di uno schema più strettamente favolistico: riducendo molto del racconto alla sua ossatura, si trattava sostanzialmente del tropo narrativo dell’antagonista che vuole conquistare il mondo e riscriverlo secondo i propri desideri.

Al contrario. in Zootropolis 2 il discorso si allarga notevolmente, passando dall’essere un semplice thriller ad un effettivo thriller politico, in cui gli antagonisti sono inquadrati all’interno di una trama politica piuttosto subdola e con molti echi nella storia statunitense, con una discriminazione sistematica e basata su un pregiudizio così radicato che basta da solo per annullare un intero popolo.

E questa scalata al potere, questa narrazione antagonistica è così pervasiva da far gola ad un personaggio apparentemente positivo come Pawbert, che sceglie consapevolmente di essere il villain della storia a patto di poter far parte di una famiglia che mai l’ha veramente voluto, proprio per la sua inadeguatezza.

In altre parole, il personaggio fa un percorso inverso a quello dei due protagonisti, accettando la sua natura predatoria e non volendosi distinguere positivamente – o, meglio, non volendo rischiare in questo senso, come già tutta la sua oasi così riccamente arredata lascia presupporre.

Ma l’altro lato della medaglia è meno vincente.

Immediato

Per quanto Zootropolis 2 riesca complessivamente a funzionare nei suoi diversi snodi narrativi, anche quelli più rischiosi, meno vincente è nella gestione di Gary.

L’attaccamento del serpente a Pawbert quanto a Judy è fin troppo immediato, e manca del respiro necessario per arrivare ai momenti più drammatici – il tradimento e la definizione di Judy come migliore amica – per un personaggio che soffre molto per il poco minutaggio concesso, nonostante la sua storia sia il fulcro della vicenda. 

Tuttavia, ad una seconda visione posso dire che questo problema è parzialmente riassorbito all’interno della caratterizzazione di Gary, figura estremamente ingenua e assolutamente positiva – estensione, in un certo senso, della sua bisnonna, in una contrapposizione positivo e negativo piuttosto classica.

In questo senso forse Zootropolis in generale pecca in parte nel mettere al centro della storia personaggi parzialmente grigi e i cui dilemmi morali sono ampiamente esplorati – Judy e Nick – e nel circondarli di figure dalla moralità più netta ed immediata – Gary e la famiglia.

Ma c’è un motivo per cui Zootropolis 2 è così speciale.

Perché Zootropolis 2 è così speciale

La bellezza di un’opera sta anche nei suoi dettagli.

In un mercato dell’animazione che ha già più volte percorso le strade degli animali antropomorfi e delle loro città umane, Zootropolis 2 risulta particolarmente vincente nella cura che mette nel definire gli spazi e la lore generale, con non poche accortezze che la rendono una pellicola davvero preziosa.

Due su tutte.

Riguardo ai rettili, quando Judy e Nick arrivano nel locale clandestino, si scoprono a doversi sedere non su sedie, ma su dei rami contorti – proprio adatti agli ospiti serpenteschi – e così, nella casa della bisnonna, i serpentelli non misuravano il procedere della loro crescita in verticale, ma bensì – giustamente – in orizzontale.

Altrettanto piacevole è la cura di molte delle battute e dei giochi di parole: quando Pawbert si presenta a Judy gli tende la zampa – paw, in inglese – e dice appunto “Paw” invece che il suo nome completo, o anche quando Gary si presenta come Gary De’Snake che suona in inglese come Gary The Snake, ovvero Gary Il Serpente.

Piccoli accorgimenti, per un’opera davvero pensata.

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2025 Avventura Commedia Drammatico Fantastico Film Musical Nuove Uscite Film

Wicked for Good – Una storia senza fondamenta

Wicked for Good (2025) è il sequel di Wicked (2024), tratto sempre dall’omonimo musical di Broadway.

A fronte di un budget abbastanza importante – ma non eccessivo – ha avuto una buonissima apertura al primo weekend.

Di cosa parla Wicked for Good?

Cinque anni dopo le vicende del primo film, Elphaba e Glinda si ritrova nemiche senza volerlo, in un mondo sempre meno favolistico di quello che sembra…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Wicked for Good?

Dipende.

Purtroppo Wicked for Good risulta decisamente più debole rispetto alla prima parte, sfruttando con meno intelligenza il materiale originale – già di per sé non particolarmente avvincente – e andandosi ad incastrare in un girotondo narrativo ben poco robusto.

Riesce comunque ad essere vincente per un pubblico di appassionati e per chi semplicemente vuole conoscere la conclusione della storia, a fronte anche di un racconto del rapporto delle protagoniste genuinamente commovente e coinvolgente.

Insomma, dipende tutto da quanto vi interessa il progetto in primo luogo.

Premesse

L’incipit di Wicked for Good ha la semplice quanto essenziale finalità di reintrodurre lo spettatore alla situazione politica di Oz.

Di fatto gli animali schiavizzati per costruire la fantomatica strada dai mattoncini dorati sono uno spaccato piuttosto significativo del significato tutto di Wicked: una distorsione della realtà venduta come un sogno dal sapore favolistico.

E così l’intervento di Elphaba racconta altresì chiaramente la sua figura come minaccia incombente, costruita su una struttura sempre più delirante di leggende popolari che si affollano nella mente del popolo, tanto da renderla effettivamente temibile.

E a poco servono i tentativi della Strega dell’Ovest di convincere gli animali a ripopolare una terra in cui ormai sono sistematicamente ghettizzati e subordinati al potere umano, tanto da essere persino avvelenati dalla grottesca presenza del Leone fifone che Elphaba aveva salvato nel precedente capitolo.

Eppure, forse una speranza è possibile?

Promesse

La storia di Glinda è, complessivamente, forse una delle più indovinate della pellicola.

Il suo personaggio ripercorrere i sentieri della memoria per ricordarsi come, fin da bambina, fosse stata circondata da attenzioni che le hanno costruito su misura il ruolo della strega buona e amabile, nonostante questi poteri fossero del tutto inesistenti – o, perlomeno, mai realmente approfonditi per permetterle di brillare concretamente.

E così anche nel presente Glinda non è altro che una facciata – come d’altronde lo stesso Mago – per Madame Morrible e la sua cerchia di potere per costruire un sistematico sistema di caste, con gli umani Oz in cima e tutto il resto sotto a cascata – persino gli innocenti Mastichini – costretta in una situazione che la fa soffrire terribilmente.

In questo contesto quindi è tanto più naturale – per quanto non proprio robusto nella sua gestione – che Glinda provi a portare Elphaba dalla sua parte, facendosi innocentemente anche forza della triste consapevolezza del Mago di essere nient’altro che un burattino con un ruolo che ormai non è più possibile evadere.

Ma, arrivati a questo punto, la trama comincia a girare su se stessa.

Scontro

Per quanto fosse sostanzialmente naturale lo scontro con il Mago, il passaggio alla parte centrale è quanto più debole.

La scena delle gabbie, infatti, proprio per il suo significato di racconto del sommerso, delle reali intenzioni del Mago, manca di un retroterra narrativo abbastanza forte – una problematica complessivamente molto comune in questa pellicola – tanto che Oz, come era scomparso dietro alla definizione di Magnifico…

…tanto più viene appiattito nella sua presunta cattiveria.

Ne consegue che tutta la parte centrale risulta a tratti ridondante, dispersa in questo sogno d’amore che dovrebbe arricchire la scena e il personaggio di Elphaba, ma che finisce inevitabilmente per appiattire Fiyero – che passa dall’essere un’interessante voce rivoluzionaria ad una figurina sullo sfondo.

Di fatto, il fulcro della scena veramente significativo rimane lo scontro fra Elphaba e Glinda, che passano addirittura alle mani quando la strega buona diventa sostanzialmente e definitivamente complice di Madame Morrible, arrivando ad un risveglio di consapevolezza significativo e appassionato…

…quanto lenitivo per tutto il resto.

Eredità

Per la parte della riscrittura de Il mago di Oz è forse quella per cui Wicked for Good ha sofferto di più l’attaccamento al musical.

Lo spettacolo teatrale gioca molto sul mostrare e, soprattutto, non mostrare i personaggi classici della favola, ma nel contesto filmico diventa una scelta scenica quasi pretestuosa, al punto che l’unico personaggio veramente significativo è l’Uomo di Latta – pur in un cambio di umore forse fin troppo repentino e poco credibile.

Al contrario, gli altri personaggi vivono o della conoscenza pregressa dello spettatore o di situazioni al limite veramente del credibile – particolarmente Fiyero, che non ha nessun motivo per unirsi alla lotta contro Elphaba – e scompaiono di fatto davanti all’appassionata canzone di chiusura – For Good.

Ne consegue che molte scelte del finale – la credibilità della botola, di Glinda che crede davvero che Elphaba sia morta con l’acqua, financo la dipartita forzata del mago – risultano fumose e quasi accessorie all’interno di una produzione cinematografica che ha voluto più di tutti puntare sull’unione fittizia quanto reale delle due protagoniste…

…dimenticandosi di dare abbastanza valore a tutto quello che le circondava.

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Dramma familiare Drammatico Film Horror Racconto di formazione

Raw – La fame di crescere

Raw (2016) è un film horror e di formazione, nonché l’opera prima di Julia Ducournau.

A fronte di un budget piccolino – 3.5 milioni di dollari – è riuscito quasi a pareggiare i costi di produzione.

Di cosa parla Raw?

Justine è una giovane ragazza pronta ad unirsi alla sorella nella scuola di veterinaria…ma forse non per studiare gli animali.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Raw?

In generale, sì.

Raw risulta complessivamente vincente nel suo essere un coming of age in tinta orrorifica, che riesce ben a controllare l’elemento violento, mettendolo sostanzialmente al servizio del simbolismo del sottotesto filmico…

…ma risultando forse meno compatto dal punto di vista narrativo e veramente interessante nel tipo di storia che vuole raccontare, perdendosi talvolta troppo nella messinscena scioccante – per quanto funzionale.

Rito

Il simbolismo iniziale di Raw è estremamente esplicativo.

Justine, da ligia vegetariana – e, su un piano più simbolico, ragazzina non ancora turbata dai fuochi della pubertà – è costretta in una serie di riti che le fanno temere per qualcosa di spaventoso, violento…mentre infine sono solo una scusa per organizzare dei rave selvaggi.

Questo primo, timido approccio alla caotica vita della nuova scuola ha il suo apice nella costrizione, da parte della sua stessa sorella, di nutrirsi dello stomaco di un animale, quindi un alimento atipico e bestiale che racconta un fondamentale momento di passaggio.

Infatti il simbolismo animale permea anche i momenti successivi in cui Justine è come se cambiasse pelle, mentre racconta all’infermiera le sue angosce per non aver ancora sperimentato con la sua sessualità, proprio a mostrare un corpo e una mente in attivo mutamento.

E, infatti, è solo l’atto primo di una involuzione totalmente istintuale.

Istinto

Justine finisce per vivere di istinti.

Per quanto se ne vergogni, la protagonista sente crescere dentro di sé un bisogno inconfessabile della carne: prima carne animale cotta – ordinaria quanto vergognosa – che cerca di rubare in mensa e di cui si nutre alla chetichella grazie ad Adrien…

…poi effettivamente ritornando alla delizia della carne cruda, viva, impossessandosene avidamente, senza alcun controllo, venendo definitivamente tentata dalla carne umana proprio in un altro momento di passaggio fondamentale sempre per mano della sorella: la depilazione.

In questo frangente si racconta forse il momento più concettualmente debole della pellicola: l’incidente stradale, con cui Alexia vuole istruire la sorella all’effettivo cannibalismo, il primo atto di un tira e molla fra i personaggi che poteva essere molto più significativo…

…e che invece finisce quasi per indebolire l’ultimo atto della pellicola.

Eppure, nel finale emergono le immagini più significative.

Animale

Avendo ormai abbandonato ogni tipo di remora verso i propri istinti, Justine è un tutto e per tutto un animale.

Il suo primo apice è, ovviamente, la sperimentazione sessuale, che costringe Adrian a doverla domare perché non lo divori, per cui la penetrazione non è sufficiente a soddisfare il suo desiderio carnale, che finisce per mordere avidamente se stessa pur di raggiungere l’orgasmo.

E, a quel punto, la pervasività dell’istinto animale si scatena in quella stessa festa di cui prima Justine aveva paura, diventando suo malgrado l’attrattiva principale della stessa, mostrandosi nella sua forma primordiale che la sorella alimenta e incoraggia, proprio per portarla al suo livello.

Così l’incontro – scontro fra le due si manifesta infine quando si scagliano l’una contro l’altra come due cani rabbiosi, che vengono presi al laccio mentre si mordono selvaggiamente, per poi liberarsi dalle corde che cercano di domarle per riunirsi nella medesima indole animale…

…e isolarsi da tutto il resto.

Cane

La solidarietà fra sorelle non si spegne nemmeno nell’atto finale.

Infatti, nel momento di rivelazione più barbara della loro natura, in cui Alexia caccia e si nutre del corpo di Adrien, Justine mette a tacere il suo naturale istinto di abbattere la bestia, e si prende cura di lei, ritornando ad indossare vesti più ordinariamente umane.

Anche per questo tanto più sconvolgente è la chiusura della pellicola: dopo aver confermato il primordiale affetto con la sorella, la protagonista è costretta ad una rieducazione forzata per tornare a cibarsi come un umano, cercando quindi di sopire gli istinti selvaggi a cui si era lasciata andare fino a quel momento.

Invece la pellicola si chiude con una consapevolezza schiacciante quanto fondamentale: gli istinti di Justine non sono un caso isolato, ma bensì impressi nella sua genetica, come dimostra il corpo martoriato del padre, su cui la madre si è avidamente nutrita.

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Dramma familiare Drammatico Film Horror

Swallow – Il controllo vuoto

Swallow (2019) è un horror-thriller e l’opera prima di Carlo Mirabella-Davis.

A fronte di un budget molto piccolo – 3.5 milioni di dollari – ha avuto un riscontro veramente minuscolo al box office: neanche 300 mila dollari.

Di cosa parla Swallow?

Hunter è imprigionata in una gabbia dorata orchestrata dal marito, Richie, che però è interessato ben poco a lei come persona…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Swallow?

Assolutamente sì.

Swallow è un’opera capace di veicolare un messaggio piuttosto puntuale sul controllo del corpo femminile utilizzando un’immagine altrettanto disturbante, ma senza mai eccedere in un body horror fine a sé stesso.

Ne consegue un racconto piuttosto straziante di una protagonista che cerca il suo posto nel mondo quando qualcuno l’ha già scelto per lei, con uno scioglimento della vicenda veramente sorprendente e ricco di significati ulteriori.

Soprammobile

Hunter è un soprammobile.

Fin dalla loro prima cena insieme, Hunter sembra solo un ornamento nella vita di Richie, che il padrone di casa può ignorare a suo piacimento ed usare solamente quando gli è utile, specificatamente per raccontare la sua futura paternità, unico elemento di interesse di una moglie da esposizione.

Infatti, come emerge molto chiaramente anche dai dialoghi con i genitori, prima di sposare il Richie, la protagonista era una mediocre commessa senza grandi prospettive, anzi con un passato tumultuoso alle spalle, per finire intrappolata nella più classica gabbia dorata.

Da qui il desiderio di riprendere il controllo.

Controllo

Ormai Hunter non ha controllo né sul suo corpo né, per estensione, sul figlio che porta in grembo.

Per questo cominciare un sorta di rituale segreto – l’ingoiare della biglia – in cui può dimostrare a sé stessa di controllare ancora cosa entra e cosa esce dal sé, per riavere una sorta di padronanza sul suo essere, anche se potenzialmente dannosa per lo stesso – e per quello che contiene.

E questa sensazione di non subire realmente ripercussioni si traduce in un’escalation del picacismo che la porta per la prima volta a vergognarsi dello stesso, finendo per assumere una delle tante forme che Richie desidera – la servetta che pulisce il bagno – e ad avere conferma di quanto la sua volontà sia annullata.

Infatti, nella prima delle tante occasioni in cui Richie sceglie di fare penetrare il mondo esterno – o, meglio, il suo mondo esterno – nella loro casa, Hunter si rende conto di essere una proprietà non solo del marito, ma di chiunque voglia farne uso – anche del collega che le chiede un innocuo abbraccio.

Ma cosa fa veramente più male?

Radici

Il problema di Hunter ha radici profonde.

Il suo essere prodotto di una relazione non voluta, quindi su cui neanche sua madre aveva il controllo, l’ha portata nel presente ad una ricerca disperata di un potere che non possiede, portandosi dietro la faccia del suo vero padre come una sorta di santino – o memento della sua reale condizione.

E, nel presente, la perdita di controllo si accompagna ad una sensazione di totale marginalità: per gli altri personaggi Hunter è una donna che può essere comprata, controllata e, infine, anche rinchiusa – e che può esistere in scena solo nel posto che è stato deciso per lei.

In questo senso è estremamente significativa la scena in cui la protagonista, il marito e la sua guardia compongono una sorta di trinità: in primo piano Richie, che osserva la moglie da una posizione innalzata mentre lei è accovacciata in giardino e rinuncia a riempire nuovamente un vuoto nel suo essere, mentre è sorvegliata alle spalle da Luay.

Ma è una calma apparente, che si sbriciola in un attimo davanti alla totale mancanza di interesse di Richie nei suoi confronti, lasciandola in uno stato di profondo ed evidente shock con la promessa di poterla ripagare con l’unica forma di amore che conosce: i vuoti oggetti materiali.

E, più si prosegue verso il finale, più appare evidente come per Richie la protagonista sia solo uno oggetto, uno strumento e un simbolo valoriale, con cui tenta solo brevemente di riconciliarsi sul piano dei sentimenti, per esplodere nella rivelazione della sua vera natura da manipolatore unicamente interessato al figlio che porta in grembo.

E allora Hunter deve salvarsi da sola.

Comune

Hunter deve riempire un vuoto.

Nel suo momento più basso di ulteriore picacismo con la terra e della concreta sensazione di sentirsi braccata, abbandonata ormai persino dalla sua famiglia, la protagonista sceglie infine di affrontare il suo vero nemico, la vera radice di tutti i suoi turbamenti presenti: il padre.

Penetrando nella casa come uno spettro, Hunter accompagna il genitore verso la presa di consapevolezza, con un grido d’aiuto che racconta tutto la sua angosciaqui faccio io le regole! – ma che spinge anche l’uomo ad una profonda confessione, che riracconta lo stupro come un delirante senso di onnipotenza verso un corpo non suo.

E, anche se in termini diversi, Hunter si riconosce in questo schema e prega il padre di scindere per sempre il loro rapporto.

Ma ancora più interessante è la chiusura di Swallow.

O, meglio, la non chiusura.

Hunter sceglie infine consapevolmente di non dare alla luce un altro figlio non voluto – come lei – e recide ogni connessione che l’avrebbe resa ancora interessante per Richie – ingoiando finalmente qualcosa che, in qualche modo, è veramente liberatorio e salvifico, e che le permette di cominciare una vita diversa.

Eppure, anche quando lei esce di scena, la macchina da presa indugia per lunghi minuti con una ripresa fissa sul bagno, a raccontare l’avvicendarsi di tante storie di donne diverse, forse non così lontane da quelle della protagonista, anche solo nei minimi termini di perdita di controllo e di riacquisizione del proprio essere.

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Commedia Dramma familiare Dramma romantico Drammatico Film Le Novelle Teen Teen Movie

The To Do List – Riscoprirsi

The To Do List (2013) è un teen movie con protagonista Audrey Plaza e diretto da Maggie Carey.

A fronte di un budget piccolissimo – 1.5 milioni di dollari – anche per la distribuzione molto limitata, ha avuto un riscontro veramente minimo.

Di cosa parla The To Do List?

Nell’estate prima dell’inizio del collage, Aubrey scopre qualcosa che non si sarebbe mai aspettata: la sua sessualità.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere The To Do List?

Assolutamente sì.

The To Do List è stata una grande sorpresa all’interno di un genere che era rimasto per molti versi stagnante dopo le sfavillanti proposte da Mean Girls (2004) a She’s the man (2006), fino a picchi di orrore di Easy A (2010).

E proprio con quest’ultimo, in un certo senso, la pellicola apre un dialogo per scardinare molta della narrazione demonizzante della sessualità femminile e, più in generale, del voler prendere una strada diversa da quella già tracciata.

Insomma, una piccola perla, ancora troppo sconosciuta.

Presupposti

I presupposti per scrivere un secondo Easy A a pochi anni di distanza c’erano tutti.

La protagonista nerd e maniaca del controllo apparentemente allergica al sesso, la sorella che invece ne ha fatto una malattia, e l’amico sfigato di turno che stravede per lei – quasi un Pretty in Pink (1986) a trent’anni di distanza.

Allo stesso modo, sembra quasi scontato l’interesse amoroso di turno, il bello e impossibile, con cui Brandy ha un breve intercorso sessuale, stroncato sul nascere da una battuta di troppo, che è anche il momento epifanico in cui la protagonista si rende conto di essere finalmente pronta alla pubertà.

Ma si cominciano a vedere i primi segnali della particolarità della pellicola proprio quando la protagonista muove i primi passi verso la scoperta sessuale, andando a stilare una lista per nulla scontata, che le permette di esplorare in tutte le direzioni, sia per dare che per ricevere.

Ma un altro elemento è assolutamente significativo per mettere un punto al senso della pellicola.

Stigma

Un elemento molto tipico della narrazione femminile, soprattutto nei primi anni del Nuovo Millennio, è lo stigma per il cambiamento.

Che sia per motivi sessuali – come nel già citato Easy A – che per scelte di altro tipo – come il più classico Il diavolo veste Prada (2006) – non è raro che la protagonista esca dal seminato e venga per questo punita dalla comunità, entrando in una spirale involutiva che la porta infine a tornare sui suoi passi.

Non è il caso di The To Do List – e per fortuna.

Per quanto ci sia sicuramente una certa curiosità e qualche sopracciglio alzato nei confronti del suo progetto, la protagonista è per la maggior parte incoraggiata nello stesso, particolarmente dalle sue amiche – che la vedono finalmente sbocciare – e, a sorpresa, anche dalla madre e dalla sorella.

Ma per lo stesso è necessario un discorso a parte.

Eredità

Il dialogo fra genitore e figlio in ambito sessuale è sempre stato estremamente complesso.

E una dinamica che tipicamente viene messa in scena da questo tipo di prodotti è lo sguardo apprensivo del regista quanto del genitore nel valutare la disordinata vita sessuale dei protagonisti, che solitamente corrisponde anche alla morale del film stesso.

Ma, ancora una volta, non è il caso di The To Do List.

La madre è per tutta la durata della pellicola il personaggio di supporto che rappresenta quello che il genitore dovrebbe essere: una guida senza imbarazzo in tutti gli aspetti della scoperta sessuale, cercando anche di rendere la stessa il più sicura e piacevole possibile.

E, anche se sembra una spinta contraria, il padre racconta – o, meglio, esaspera in maniera programmatica – un’altra faccia della genitorialità: quella genuinamente preoccupata per la salvezza della prole, tanto da diventare paranoico e sperare di utilizzare il divieto come arma.

Ma Brandy – per fortuna – è una forza inarrestabile.

Scoperta

L’esplorazione della sfera erotica è una maturazione molto più profonda di quanto potrebbe sembrare.

Forse anche per il suo essere stata estranea all’argomento per così tanto tempo, Brandy affronta il tema senza lasciarsi frenare da quelli che sono i tipici pregiudizi sulla sessualità femminile – che è meglio che sia modesta e passiva, se non totalmente assente.

E, in particolare, la ricerca di Brandy mette al centro la scoperta di un elemento spesso lasciato ai margini: il piacere femminile, non subordinato a quello maschile, e, per questo, quasi spaventoso agli occhi di molti personaggi…

…e che parte proprio da un argomento incredibilmente tabù: la masturbazione.

Ma sono tutti mattoncini che compongono una crescita personale della protagonista assolutamente inaspettata, che la porta al momento del confronto con Rusty in un modo che neanche il ragazzo si aspettava: Brandy sceglie di avere una posizione dominante perché vuole avere il controllo della sua sessualità.

Ed è tanto più interessante che la conclusione del rapporto sia positiva solo per Rusty, che racconta da solo tutta la mediocrità maschile nel vedere il sesso anche e soprattutto come un’affermazione sociale, del tutto annullata dalla presa di posizione di Brandy, che invece rivendica con forza il suo diritto ad essere soddisfatta.

Ma il vero finale è un altro.

Soddisfazione

Cameron è, possibilmente, ancora più mediocre.

Nelle narrazioni più classiche sarebbe il punto di arrivo del percorso della protagonista per la consapevolezza dell’importanza dei sentimenti rispetto al puro piacere carnale, che invece qui si risolve con un rimettere tutto in prospettiva.

Infatti il problema non è aver scoperto la sessualità e non aver dato a Cameron quello che voleva, ma bensì aver sottovalutato l’importanza dei suoi sentimenti e aver agito in maniera molto sistematica ed egoista: errori lungo il percorso, che verranno riassorbiti nel puntualissimo finale.

È importante sottolineare come per Brandy la storia raccontata nel film sia una parentesi della propria vita, come ben racconta il rincontro con un Cameron molto più consapevole sessualmente e pronto a continuare la scoperta sessuale ad armi pari.

Ed infatti entrambi si dimostrano ben più consapevoli in quello che è finalmente un intercorso che soddisfa entrambi, e che si conclude con un atto in cui solitamente il piacere femminile è precluso: la tanto temuta back door che non si poteva aprire…

…e che invece, sfacciatamente, è il punto di arrivo di una protagonista finalmente soddisfatta.

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Ari Aster Dramma familiare Dramma romantico Drammatico Film Horror

Midsommar – Riscrivere il trauma

Midsommar (2019) è la seconda opera di Ari Aster con protagonista Florence Pugh.

A fronte di un budget piccolino – appena 9 milioni di dollari – è stato nel complesso un ottimo successo commerciale: 47 milioni di dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla Midsommar?

Dani ha appena subito un profondo lutto, ma la risoluzione…non è quella che si aspetta.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Midsommar?

Assolutamente sì.

Con Midsommar Ari Aster gioca ancora una volta con i topos di genere, riuscendo a portare in scena un horror veramente peculiare, girato quasi totalmente alla luce del sole, in cui l’orrore è quanto più visibile e scioccante.

Ma il vero terrore è più profondo, legato all’evoluzione – o involuzione? – della protagonista, che rivive per certi versi il suo trauma, ma legato ad una risoluzione del tutto diversa, e più…confortante?

Aggrapparsi

Dani ha solo bisogno di un sostegno, di qualcosa a cui aggrapparsi.

E quel qualcosa – purtroppo – è Christian.

Il ragazzo appare fin da subito circondato da persone che gli consigliano spassionatamente di lasciarsi alle spalle la sua attuale fidanzata, rea di essere sempre alla ricerca di attenzioni per la sua tumultuosa situazione familiare, legata in particolare all’ambigua figura della sorella.

E ancora di più Christian appare inadatto nel gestire la situazione, soprattutto quando la stessa esplode nello straziante omicidio-suicidio di Terri, per cui Dani si perde in una comprensibile spirale depressiva per la perdita, quanto, soprattutto, per la sua impotenza.

In altre parole, Dani sentiva di poter agire, ma di non aver agito.

E la sua inerzia è il motore che porta avanti una relazione tenuta insieme solamente dal senso di colpa del fidanzato, che però, in maniera più o meno consapevole, continua a condurre la sua vita oltre a Dani, specificatamente nell’organizzazione del viaggio in Svezia…

…in cui coinvolge la ragazza solamente nella convinzione che non verrà.

Ma c’è in agguato un elemento che il ragazzo non aveva previsto.

Trappola

Dani finisce…in trappola?

Anche se ad una prima visione Pelle sembra un personaggio innocuo, che vuole semplicemente fare le sue condoglianze alla protagonista, si rivela infine un adescatore, che ha scelto consapevolmente di mettere un dito nella piaga quando la ferita del lutto era ancora aperta…

…convincendo così Dani, sull’onda dell’emotività, a seguire effettivamente il gruppo in Svezia.

La stessa dinamica, in altri termini, è anche propria della sezione introduttiva alla comunità, in cui la droga assunta dal gruppo getta Dani in un totale delirio che esaspera i suoi sotterranei timori: la sensazione di isolamento, di esclusione e di sostanziale perdita del sé.

Ed è fondamentale per il contrasto invece con la pace delle scene successive.

Ruolo

Ogni personaggio, a suo modo, acquisisce un ruolo all’interno della nuova comunità.

E servono sia eroi che antagonisti.

Infatti, anche se il gruppo cerca di mantenersi ai margini della scena e di trattare la situazione come se fosse quasi un’attrazione turistica, inevitabilmente ne risulta attratto, ma nella maniera più sbagliata: Mark desacralizza l’albero degli antenati, Josh cerca di rubare i segreti della comunità e Simon, semplicemente, cerca di andarsene prima del tempo.

Christian invece ha un doppio ruolo.

La funzione del ragazzo è puramente strumentale, sia per l’evoluzione di Dani – che merita un discorso a parte – sia per la comunità stessa, che usa – letteralmente – il suo corpo per compiere il rito di accoppiamento e garantire la proliferazione della comunità stessa.

Ma, proprio essendo solo un corpo, il suo valore è limitato.

Proprio come doveva essere quello di Dani.

Mimo

Con la nuova comunità, Dani rivive il suo lutto…

…ma riscrivendolo in positivo.

La radice del problema è quantomai evidentemente il suo attaccamento a Christian, unico appoggio, pur passivo, che le è rimasto in una vita definita esclusivamente dal lutto e dal rimorso, a cui è capace di perdonare tutto, persino l’essere così negligente da dimenticarsi il suo compleanno, da dimenticarsi sostanzialmente di lei.

Eppure Dani continua a giustificarlo, continua a cercarlo, continua a sentirsi sola e dispersa persino nei momenti in cui è più accolta, persino quando la comunità cerca di alienarla con la droga per includerla all’interno del gruppo, e anzi farla risaltare rispetto allo stesso come nuova Regina di Maggio.

E allora, deve rivivere il trauma.

Midsommar finale

Anche se realisticamente la colpa non è di Christian, totalmente e ingenuamente sottomesso alla volontà di altri, il suo diventare strumento sessuale è espressione della sua continua negligenza e disattenzione, del suo essere totalmente passivo alle situazioni.

E così Dani deve rivivere ancora una volta una situazione di turbamento che in qualche modo sospettava, ma che non era pronta ad affrontare…

…con la differenza che ora non è più ridotta alle attenzioni disattente di un fidanzato assente, ma è avvolta dalle cure di un intero gruppo di donne pronte a soffrire insieme a lei, a davvero farla sentire compresa e accolta, permettendole così finalmente di rendersi conto della situazione che stava testardamente subendo.

Ed è proprio in questa dinamica che si sviluppa il lato forse più grottescamente sorprendente della pellicola: come Dani sembra sempre più abbracciata e immersa nel suo nuovo ruolo, più sembra anche divorata da una rabbia cieca che la porta infine a condannare a morte il suo ormai ex fidanzato.

Eppure, davanti a quella chiusura così tragica di tutti i personaggi divorati dalle fiamme e ridonati alla terra contro la loro volontà, di un Christian ormai totalmente inerme e rinchiuso nella rappresentazione del suo ruolo meschino e divoratore – l’orso – infine Dani sorride…

…felice di aver finalmente e realmente risolto il suo trauma.

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Ari Aster Dramma familiare Drammatico Film Grottesco Horror

Hereditary – Un dolore familiare

Hereditary (2018) è l’opera prima di Ari Aster con protagonista Toni Collette.

A fronte di un budget piccolino – 10 milioni di dollari – è stato un ottimo successo commerciale: 79 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla Hereditary?

Lutto dopo lutto, mentre cerca di riprendere il controllo della propria famiglia, Annie finisce solo per scoprire qualcosa che forse era meglio rimanesse nascosto…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Hereditary?

Assolutamente sì.

Fin dall’inizio, Ari Aster è stata una delle proposte più interessanti in ambito di horror indie potenzialmente alternativo rispetto alla saturazione del mercato di genere più strettamente commerciale.

Ed Hereditary gioca proprio sui topoi narrativi più classici, scardinandoli alla base per un racconto estremamente enigmatico e cupo, per cui lo spettatore vive la perdita di controllo al pari dei suoi protagonisti.

Occulto

L’identità della matriarca ormai defunta è occulta per più motivi.

Come Annie ammette nel suo monologo, Ellen era una donna che viveva circondata da segreti, avvolta da un sistema impenetrabile di riti che emergono progressivamente dalla bocca della stessa figlia, da sempre vittima di uno schema di difficile comprensione.

Ed è tanto più snervante che la protagonista non sia mai stata veramente protagonista della vita della madre, ma solo uno strumento all’interno della stessa, particolarmente nel suo ruolo generativo – da cui l’inquietante interesse nei confronti della prole.

E infatti Annie, quando passa dal ruolo passivo di genitrice al ruolo attivo di distruttrice inconsapevole, diventa il nemico nella storia, proprio per il suo insito desiderio di ribellarsi dal controllo materno tramite il tentare di riportare in vita la figlia, il cui ruolo da agnello sacrificale era assolutamente necessario.

Ma la ribellione stessa è parte di un piano.

Visualizzare

Annie cerca di avere un punto di vista diverso.

La riproduzione di eventi canonici del rapporto con la genitrice in piccola scala servono alla protagonista per rimettere tutto in prospettiva, per cercare il filo giusto da tirare per comprendere il suo complesso schema, ma finendo solo per essere più confusa davanti alla grottesca dinamica degli eventi. 

Ma delle miniature non possono colmare una mancanza.

Joan, nell’inconsapevolezza di Annie, fa leva sul suo rimorso per non essere stata una madre abbastanza presente, sentendosi quindi colpevole della morte di Charlie, quasi come se fosse prodotto della sua negligenza e di suo desiderio di distruzione della prole.

Da qui i tentativi di richiamare la figlia defunta, che si trasforma presto in una maledizione per il figlio, che probabilmente Charlie vede come il suo sostituto nelle attenzioni della nonna, cercando per questo di distruggerlo, possedendone il corpo e costringendolo ad episodi di autolesionismo.

E, infatti, Peter è un discorso a parte.

Focus

Se Annie è inconsapevolmente vittima degli eventi, Peter è semplicemente inconsapevole.

Il film ci tiene fin da subito a raccontarlo come un normale adolescente con mire molto limitate ed immediate – le ragazze e le feste, il divertimento spicciolo – che, come era stata la capostipite delle scream queen – Laurie in Halloween (1978) – dovrebbe assumere il ruolo di eroe attivo nella sconfitta del nemico.

E invece rimane programmaticamente inconsapevole fino alla fine.

La rivelazione finale di Annie come personaggio passivo e di Peter come vittima della situazione ci racconta come anche il giovane nipote non fosse altro che una pedina nelle mani di Ellen, vera protagonista e burattinaia nell’ombra…

…che voleva solamente portare a termine il suo piano persino da defunta.

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Commedia Drammatico Film Le Novelle Teen Road movie Teen Movie

Booksmart – Le sfigate siamo noi

Booksmart (2019) è un teen movie e debutto alla regia di Olivia Wilde.

A fronte di un budget piccolissimo – appena 6 milioni di dollari – è stato nel complesso un buon successo commerciale: 24 milioni di dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla Booksmart?

Molly e Amy sono all’ultimo giorno di scuola e tutto sembra andare come nei piani…oppure no?

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Booksmart?

Assolutamente sì.

Nella sua semplicità, Booksmart è un racconto adolescenziale veramente brillante, che ragiona su uno dei topos narrativi dei teen movie con cui probabilmente la stessa regista si è dovuta interfacciare nel suo percorso di crescita, che esasperava una tendenza già propria dell’adolescenza: la divisione in fazioni.

Ed è tanto più importante che una donna già adulta, che guarda con occhio più lucido la se stessa del passato, possa dare dei consigli effettivamente utili alle nuove generazioni disperse e disperate davanti ad una narrazione ancora quanto mai attuale e dannosa.

Prospettive

Booksmart vive di aspettative e prospettive.

Fin dalle sue primissime battute il film porta in scena il più classico degli incipit, in cui le due protagoniste si raccontano come evidentemente rinchiuse nella loro bolla, dove si sostengono in maniera quasi eccessiva – con dei siparietti comici veramente gustosi…

…ponendo una distinzione netta fra se stesse e gli altri.

In questo senso è indicativa la loro scelta, anzi imposizione di non parlare del collage di destinazione, che sulla carta raccontano come un gesto inclusivo e anticlassista, ma lasciando in realtà intendere che riguarda anche la loro convinzione di essere assolutamente le migliori.

In altre parole, Olivia Wilde prende consapevolmente le mosse dalle più classiche narrazioni del genere – con sottotesti escludenti che troviamo già in Pretty in Pink (1986) – pensate con l’idea di includere nel racconto quei personaggi solitamente posti ai margini ed elevandoli come migliori a tutto il resto.

Ma il bello della realtà è che è molto più sfumata.

Altro

La scoperta in Booksmart deriva, ancora una volta, dallo scardinare un topos narrativo.

Come ogni outsider che si rispetti, Molly si trova intrappolata in bagno mentre i suoi compagni parlano di lei in maniera piuttosto antipatica…ma, invece che chiudersi in se stessa o prendere quel momento come un’improvvisa epifania, la protagonista sceglie di affrontare i suoi bulli di petto.

Ma il vero cambiamento è quello più inaspettato.

Molly e Amy hanno vissuto nella convinzione di poter avere la loro rivalsa sul piano intellettuale, lasciando da parte temporanee questioni di popolarità per concentrarsi sui veri obiettivi a lungo termine…ma scegliendo anche di concentrarsi esclusivamente su quelli, e rinunciando a tutto il resto.

E le conseguenze si sarebbero viste proprio nella figura della Miss Fine e nel suo risentimento di non essersi goduta l’adolescenza quando poteva, finendo per lasciarsi totalmente travolgere da un sogno di giovinezza perduta pochi anni dopo – e con tutte le conseguenze del caso.

Ma le due protagoniste hanno ancora…un’occasione? 

Controllo

Il vero insegnamento di Booksmart arriva solo alla fine.

Cariche di questa nuova consapevolezza, Amy e Molly scelgono di passare da un estremo all’altro, di abbandonare le vesti da sfigate per abbracciare una notte più libertina e volta alla conquista dei sogni anche più inconfessabili, volendo prendere il controllo anche di questa nuova prospettiva.

E controllo è la parola chiave.

Non sono solo le protagoniste a sentire il peso di una parte da dover interpretare: ogni personaggio che avevano incasellato in uno specifico ruolo rivela le sue fragilità e il suo disperato tentativo di controllo – da Jared e il suo voler comprare le attenzioni degli altri alla surreale cena con delitto di George.

Così la continua perdita di questo controllo è un fil rouge che accompagna tutto l’atto centrale, fino all’arrivo all’effettiva festa tanto agognata, dove, di nuovo, tutto sembra essere tornato nelle mani delle due protagoniste, ogni loro sogno si sta realizzando come da copione…

…e invece va tutto storto.

E va bene così.

Come in parte anche Do Revenge (2022) accennava, tentare un controllo così ossessivo sulla propria esistenza, soprattutto ad un’età tanto precoce, ci preclude le nostre reali possibilità: non andrà tutto come abbiamo pianificato, non ci laureeremo lo stesso giorno e persino il nostro piano di conquista andrà in fumo…

…ma potremo goderci tanti momenti proprio nella loro imprevedibilità, nella ragazza dei sogni fuori dalla porta con cui, forse, un giorno potremo ritrovarci, in quell’ultimo pancake che abbiamo condiviso con la nostra amica per la pelle invece esce essere prime al gate di partenza.

Un concetto che può sembrare assai banale, ma che, per una generazione cresciuta con prodotti che catalogavano l’adolescenza, è fondamentale.

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2025 Dramma romantico Drammatico Film Horror

Together – Essere diversi, essere caotici

Together (2025) è un body horror nonché l’esordio alla regia di Michael Shanks.

A fronte di un budget anche abbastanza consistente per un’opera prima – 17 milioni di dollari – anche se non è ancora stato distribuito in tutti i mercati, ha già doppiato i costi di produzione.

Di cosa parla Together?

Tim e Millie sono una coppia che sembra essere pronta a separarsi da un giorno all’altro…fino a trovarsi più vicini del previsto.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Together?

In generale, sì.

Non mi sento di sbilanciarmi né in positivo né in negativo sulla suddetta pellicola in quanto contiene al suo interno elementi di indubbio fascino – il soggetto quanto alcuni momenti di regia – ma, al contempo, si incarta in una struttura narrativa poco centrata.

Infatti, come è tipico di molte pellicole del cosiddetto elevated horror, l’opera prima di Shanks vive del suo potenziale e del suo soggetto, ma, soprattutto in questa rincorsa al voler essere diverso a tutti i costi, e si perde in un racconto mediocremente strutturato nei toni quanto nei passaggi logici.

Insomma, non tutti da buttare, ma ci si aspettava ben di più.

Paradosso

Il paradosso di Togheter è chiarissimo…

…almeno sulla carta.

L’incipit gira intorno alla relazione ormai da tempo in crisi di Tim e Millie, forzatamente portata avanti per volontà principalmente di quest’ultima, soprattutto visto il moto di ribellione del protagonista maschile, più volto ad una autodeterminazione mancata che alla (ri)costruzione del loro rapporto.

Tuttavia, questo racconto manca fin dall’inizio di adeguato respiro per poter funzionare, rimanendo una narrazione in ultima analisi abbastanza superficiale e affidata principalmente agli espliciti scambi fra i protagonisti, più che ad una messa in scena che dialoghi col pubblico.

Un elemento che diventa problematico soprattutto nelle ultime battute, nei momenti decisivi in cui la coppia dovrebbe prendere le decisioni più importanti, che invece sono affidate più a necessità di trama che all’effettiva costruzione del racconto.

Ma non è neanche la questione più problematica.

Paura

Un moto di ribellione pervade l’horror che non vuole essere commerciale.

Una problematica piuttosto ricorrente in questo tipo di narrazione è l’essere costruita intorno a dei continui jumpscare piuttosto banali e ridondanti, tendenza che appunto il cosiddetto elevated horror vuole evadere in favore di uno schema della paura ben più interessante ed efficace.

Purtroppo, al riguardo, Together fallisce due volte.

Da un lato, anche se prova a costruire la suspense con delle immagini più ricercate, finisce inevitabilmente per proporre lo stesso schema incredibilmente ripetitivo delle brutte sorprese in camera da letto costruite sempre nel medesimo modo, e che, soprattutto, mancano di un abbastanza essenziale crescendo.

Infatti, per motivi ignoti, Together sceglie di costruire la parte centrale legata alla scoperta della minaccia in maniera piuttosto dispersiva, quando sarebbe bastato un semplicissimo climax – iniziato, ma mai sviluppato – per mostrare la progressione della maledizione.

E, proprio nel momento drammatico fondamentale, la pellicola mi lascia più dubbi.

Scelte

Together sembra mancare di una direzione.

È come se internamente alla pellicola ci fosse la volontà di voler evadere il classico schema, ma finendo solo per confermarlo, anzi per perdersi proprio in questo tentativo, a cominciare dall’andamento scostante del tono, che si evince soprattutto a partire dalla scena della motosega.

Dopo la sequenza, anche piuttosto interessante, in cui i due si intrecciano nel corridoio, si arriva all’esplosione della drammaticità e della violenza, Shanks sceglie di spezzarla con un momento comico improvviso e fuori contesto, che viene subito soffocato dalla ripresa del crescendo drammatico nell’atto finale.

Una conclusione, fra l’altro, che è forse la parte più problematica.

La parte dedicata allo scioglimento della vicenda soffre infatti del suddetto tentativo di evadere lo schema classico, finendo per non riuscire a definire in maniera soddisfacente l’origine della minaccia – non a caso, Jamie rimane in scena il tempo necessario per raccontarla…

…e, al contempo, si perde nel labirinto contraddittorio di cambi di passo dei protagonisti, che non ha purtroppo basi abbastanza solide da essere giustificato e che altresì vive di collegamenti logici fin troppo deboli, tanto che la scelta finale dei protagonisti risulta incomprensibile ai fini narrativi…

…ma del tutto giustificabile all’interno della volontà del regista di chiudere la pellicola con un grottesco colpo di scena.

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Dramma romantico Dramma storico Drammatico Film Il dramma della storia Paul Thomas Anderson

Licorice Pizza – I miei uomini terribili

Licorice Pizza (2022) è il terzo film storico di Paul Thomas Anderson – quasi, per certi versi, un sequel spirituale di Vizio di forma (2014) – nonché l’esordio attoriale di Alana Haim.

A fronte di un budget medio per il regista – 40 milioni di dollari – è stato un pesante flop commerciale, non riuscendo a raggiungere neanche i costi di produzione.

Di cosa parla Licorice Pizza?

California, 1973. Gary e Alama sono due sognatori…nell’epoca sbagliata in cui sognare.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea.

Vale la pena di vedere Licorice Pizza?

Assolutamente sì.

Anche se probabilmente non rientra tra le pellicole più significative della carriera di Anderson, Licorice Pizza è, ancora una volta, il racconto di un’epoca di sogni perduti, di speranze spezzate e di un cambiamento che nessuno si aspettava – nè desiderava.

E, se in Vizio di forma ci trovavamo alle porte dei più cinici Anni Settanta, qui i due giovani protagonisti si immergono totalmente in quest’epoca angosciante e piena di inquietudini, ma ancora carichi delle promesse dei decenni del dopoguerra.

Ambizioso

Gary è spregiudicatamente ambizioso.

Appena vede una donna di suo interesse – Alana – decide immediatamente che dovrà essere sua, e la corteggia sfacciatamente e senza preoccuparsi né dell’importante differenza di età, né delle sue legittime proteste, arrivando fino a dichiarare poco dopo che è la donna che sposerà.

Una situazione che potrebbe sembrare un classico comportamento di un adolescente che vuole fare la voce grossa, trattando sostanzialmente Alma come un trofeo per raccontare il suo status, ma in realtà la donna è solo l’ultimo capitolo di un racconto di ambizione sfacciato quanto ingenuo.

In altre parole, Gary è cresciuto in seno al sogno americano per cui tutto è possibile, per cui la carriera da giovane attore è solo un punto di partenza per avviare il suo brillante percorso da imprenditore, rincorrendo le mode del momento per realizzare affari immediatamente vincenti…

…ma anche sicuramente fallimentari.

Ma tutto è possibile quando ti puoi permettere di fallire grazie ad una famiglia che ti copre continuamente le spalle – dettaglio che molto spesso si dimentica nelle narrazioni dei grandi imprenditori americani – e che per questo ti permette di passare senza problemi da un fallimento ad un altro.

E così ogni oggetto può essere il prossimo grande trionfo – che siano i materassi ad acqua o il pinball – e così vale tutto – persino fare inside trading – l’importante è avere il successo, i soldi, lo status…e soprattutto una bella donna da mostrare al proprio fianco.

Ma Alana non è una donna qualsiasi.

Limbo

Alana è bloccata in un limbo.

Anche se inizialmente dà l’impressione di essere una giovane donna con i piedi per terra che si può permettere di guardare dall’alto al basso un ragazzino così sfrontato, in realtà, più la protagonista prosegue la pellicola, più si rivela per la sua incertezza e insicurezza, soprattutto mettendosi in confronto con Gary.

Infatti, a differenza di quello sbarbato quindicenne, Alana non ha una famiglia facoltosa alle spalle, anzi deve vivere nella continua competizione con le sorelle, continuamente osteggiata dal padre e faticando a smarcarsi da un’esistenza con orizzonti ben più limitati…

…e con uno slancio del tutto fallimentare.

A suo modo, anche Alama è una sognatrice, e, per quanto possa criticare Gary per i suoi metodi ed i suoi obbiettivi, rimane fortemente legata al un sogno di cambio di status, il cui primo passo imprescindibile è trovarsi un compagno, rincorrendo ambizioni romantiche sempre più impossibili, nonostante i buoni intenti.

E fallisce continuamente, e viene continuamente svalutata.

Ambizioni

Qual è l’ambizione di Alama?

Per quanto screditi il capriccioso percorso di Gary, la protagonista è altrettanto caotica nel suo agire, nonostante – soprattutto nel finale, quando partecipa alla campagna elettorale di Joel – si faccia forte di una morale che invece il ragazzino ignora totalmente, mostrandosi interessato unicamente al successo e al guadagno.

E altrettanto capricciosa è nel cercare di riappropriarsi di un corpo che non è mai veramente suo, ma di tutti gli uomini – prima di tutto Gary – che se ne vogliono impossessare per motivi anche non sessuali – come sempre Joel, usandola come copertura per la sua relazione clandestina ed inconfessabile…

…ma, soprattutto, come trofeo da esibire e di cui disfarsi a piacimento – come nel caso di Jack Holden – arrivando fino esasperare la situazione per puro gusto della vendetta – o forse per volontà di riappropriazione – quando improvvisa una seduzione telefonica per vendere un materasso, al solo fine di indispettire Gary.

Ma Gary è davvero migliore?

Lo scioglimento della vicenda sembra quello tipico della rom-com – fra gli altri, Harry ti presento Sally (1989) – ma, in realtà, osservando momenti che rischiano di sfuggire ad uno sguardo più superficiale, ci si rende conto che lo stesso è tutt’altro che felice: fino all’ultimo Alama è un trofeo da esibire nella sala giochi…

…e Gary è, infine, l’ennesimo uomo che tradirà la sua fiducia, tanto che, immersa nel suo sogno romantico, nel finale la protagonista è l’unica che dichiara sentimenti che probabilmente il suo nuovo compagno non ha mai provato realmente nei suoi confronti.