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The To Do List – Riscoprirsi

The To Do List (2013) è un teen movie con protagonista Audrey Plaza e diretto da Maggie Carey.

A fronte di un budget piccolissimo – 1.5 milioni di dollari – anche per la distribuzione molto limitata, ha avuto un riscontro veramente minimo.

Di cosa parla The To Do List?

Nell’estate prima dell’inizio del collage, Aubrey scopre qualcosa che non si sarebbe mai aspettata: la sua sessualità.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere The To Do List?

Assolutamente sì.

The To Do List è stata una grande sorpresa all’interno di un genere che era rimasto per molti versi stagnante dopo le sfavillanti proposte da Mean Girls (2004) a She’s the man (2006), fino a picchi di orrore di Easy A (2010).

E proprio con quest’ultimo, in un certo senso, la pellicola apre un dialogo per scardinare molta della narrazione demonizzante della sessualità femminile e, più in generale, del voler prendere una strada diversa da quella già tracciata.

Insomma, una piccola perla, ancora troppo sconosciuta.

Presupposti

I presupposti per scrivere un secondo Easy A a pochi anni di distanza c’erano tutti.

La protagonista nerd e maniaca del controllo apparentemente allergica al sesso, la sorella che invece ne ha fatto una malattia, e l’amico sfigato di turno che stravede per lei – quasi un Pretty in Pink (1986) a trent’anni di distanza.

Allo stesso modo, sembra quasi scontato l’interesse amoroso di turno, il bello e impossibile, con cui Brandy ha un breve intercorso sessuale, stroncato sul nascere da una battuta di troppo, che è anche il momento epifanico in cui la protagonista si rende conto di essere finalmente pronta alla pubertà.

Ma si cominciano a vedere i primi segnali della particolarità della pellicola proprio quando la protagonista muove i primi passi verso la scoperta sessuale, andando a stilare una lista per nulla scontata, che le permette di esplorare in tutte le direzioni, sia per dare che per ricevere.

Ma un altro elemento è assolutamente significativo per mettere un punto al senso della pellicola.

Stigma

Un elemento molto tipico della narrazione femminile, soprattutto nei primi anni del Nuovo Millennio, è lo stigma per il cambiamento.

Che sia per motivi sessuali – come nel già citato Easy A – che per scelte di altro tipo – come il più classico Il diavolo veste Prada (2006) – non è raro che la protagonista esca dal seminato e venga per questo punita dalla comunità, entrando in una spirale involutiva che la porta infine a tornare sui suoi passi.

Non è il caso di The To Do List – e per fortuna.

Per quanto ci sia sicuramente una certa curiosità e qualche sopracciglio alzato nei confronti del suo progetto, la protagonista è per la maggior parte incoraggiata nello stesso, particolarmente dalle sue amiche – che la vedono finalmente sbocciare – e, a sorpresa, anche dalla madre e dalla sorella.

Ma per lo stesso è necessario un discorso a parte.

Eredità

Il dialogo fra genitore e figlio in ambito sessuale è sempre stato estremamente complesso.

E una dinamica che tipicamente viene messa in scena da questo tipo di prodotti è lo sguardo apprensivo del regista quanto del genitore nel valutare la disordinata vita sessuale dei protagonisti, che solitamente corrisponde anche alla morale del film stesso.

Ma, ancora una volta, non è il caso di The To Do List.

La madre è per tutta la durata della pellicola il personaggio di supporto che rappresenta quello che il genitore dovrebbe essere: una guida senza imbarazzo in tutti gli aspetti della scoperta sessuale, cercando anche di rendere la stessa il più sicura e piacevole possibile.

E, anche se sembra una spinta contraria, il padre racconta – o, meglio, esaspera in maniera programmatica – un’altra faccia della genitorialità: quella genuinamente preoccupata per la salvezza della prole, tanto da diventare paranoico e sperare di utilizzare il divieto come arma.

Ma Brandy – per fortuna – è una forza inarrestabile.

Scoperta

L’esplorazione della sfera erotica è una maturazione molto più profonda di quanto potrebbe sembrare.

Forse anche per il suo essere stata estranea all’argomento per così tanto tempo, Brandy affronta il tema senza lasciarsi frenare da quelli che sono i tipici pregiudizi sulla sessualità femminile – che è meglio che sia modesta e passiva, se non totalmente assente.

E, in particolare, la ricerca di Brandy mette al centro la scoperta di un elemento spesso lasciato ai margini: il piacere femminile, non subordinato a quello maschile, e, per questo, quasi spaventoso agli occhi di molti personaggi…

…e che parte proprio da un argomento incredibilmente tabù: la masturbazione.

Ma sono tutti mattoncini che compongono una crescita personale della protagonista assolutamente inaspettata, che la porta al momento del confronto con Rusty in un modo che neanche il ragazzo si aspettava: Brandy sceglie di avere una posizione dominante perché vuole avere il controllo della sua sessualità.

Ed è tanto più interessante che la conclusione del rapporto sia positiva solo per Rusty, che racconta da solo tutta la mediocrità maschile nel vedere il sesso anche e soprattutto come un’affermazione sociale, del tutto annullata dalla presa di posizione di Brandy, che invece rivendica con forza il suo diritto ad essere soddisfatta.

Ma il vero finale è un altro.

Soddisfazione

Cameron è, possibilmente, ancora più mediocre.

Nelle narrazioni più classiche sarebbe il punto di arrivo del percorso della protagonista per la consapevolezza dell’importanza dei sentimenti rispetto al puro piacere carnale, che invece qui si risolve con un rimettere tutto in prospettiva.

Infatti il problema non è aver scoperto la sessualità e non aver dato a Cameron quello che voleva, ma bensì aver sottovalutato l’importanza dei suoi sentimenti e aver agito in maniera molto sistematica ed egoista: errori lungo il percorso, che verranno riassorbiti nel puntualissimo finale.

È importante sottolineare come per Brandy la storia raccontata nel film sia una parentesi della propria vita, come ben racconta il rincontro con un Cameron molto più consapevole sessualmente e pronto a continuare la scoperta sessuale ad armi pari.

Ed infatti entrambi si dimostrano ben più consapevoli in quello che è finalmente un intercorso che soddisfa entrambi, e che si conclude con un atto in cui solitamente il piacere femminile è precluso: la tanto temuta back door che non si poteva aprire…

…e che invece, sfacciatamente, è il punto di arrivo di una protagonista finalmente soddisfatta.

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Booksmart – Le sfigate siamo noi

Booksmart (2019) è un teen movie e debutto alla regia di Olivia Wilde.

A fronte di un budget piccolissimo – appena 6 milioni di dollari – è stato nel complesso un buon successo commerciale: 24 milioni di dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla Booksmart?

Molly e Amy sono all’ultimo giorno di scuola e tutto sembra andare come nei piani…oppure no?

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Booksmart?

Assolutamente sì.

Nella sua semplicità, Booksmart è un racconto adolescenziale veramente brillante, che ragiona su uno dei topos narrativi dei teen movie con cui probabilmente la stessa regista si è dovuta interfacciare nel suo percorso di crescita, che esasperava una tendenza già propria dell’adolescenza: la divisione in fazioni.

Ed è tanto più importante che una donna già adulta, che guarda con occhio più lucido la se stessa del passato, possa dare dei consigli effettivamente utili alle nuove generazioni disperse e disperate davanti ad una narrazione ancora quanto mai attuale e dannosa.

Prospettive

Booksmart vive di aspettative e prospettive.

Fin dalle sue primissime battute il film porta in scena il più classico degli incipit, in cui le due protagoniste si raccontano come evidentemente rinchiuse nella loro bolla, dove si sostengono in maniera quasi eccessiva – con dei siparietti comici veramente gustosi…

…ponendo una distinzione netta fra se stesse e gli altri.

In questo senso è indicativa la loro scelta, anzi imposizione di non parlare del collage di destinazione, che sulla carta raccontano come un gesto inclusivo e anticlassista, ma lasciando in realtà intendere che riguarda anche la loro convinzione di essere assolutamente le migliori.

In altre parole, Olivia Wilde prende consapevolmente le mosse dalle più classiche narrazioni del genere – con sottotesti escludenti che troviamo già in Pretty in Pink (1986) – pensate con l’idea di includere nel racconto quei personaggi solitamente posti ai margini ed elevandoli come migliori a tutto il resto.

Ma il bello della realtà è che è molto più sfumata.

Altro

La scoperta in Booksmart deriva, ancora una volta, dallo scardinare un topos narrativo.

Come ogni outsider che si rispetti, Molly si trova intrappolata in bagno mentre i suoi compagni parlano di lei in maniera piuttosto antipatica…ma, invece che chiudersi in se stessa o prendere quel momento come un’improvvisa epifania, la protagonista sceglie di affrontare i suoi bulli di petto.

Ma il vero cambiamento è quello più inaspettato.

Molly e Amy hanno vissuto nella convinzione di poter avere la loro rivalsa sul piano intellettuale, lasciando da parte temporanee questioni di popolarità per concentrarsi sui veri obiettivi a lungo termine…ma scegliendo anche di concentrarsi esclusivamente su quelli, e rinunciando a tutto il resto.

E le conseguenze si sarebbero viste proprio nella figura della Miss Fine e nel suo risentimento di non essersi goduta l’adolescenza quando poteva, finendo per lasciarsi totalmente travolgere da un sogno di giovinezza perduta pochi anni dopo – e con tutte le conseguenze del caso.

Ma le due protagoniste hanno ancora…un’occasione? 

Controllo

Il vero insegnamento di Booksmart arriva solo alla fine.

Cariche di questa nuova consapevolezza, Amy e Molly scelgono di passare da un estremo all’altro, di abbandonare le vesti da sfigate per abbracciare una notte più libertina e volta alla conquista dei sogni anche più inconfessabili, volendo prendere il controllo anche di questa nuova prospettiva.

E controllo è la parola chiave.

Non sono solo le protagoniste a sentire il peso di una parte da dover interpretare: ogni personaggio che avevano incasellato in uno specifico ruolo rivela le sue fragilità e il suo disperato tentativo di controllo – da Jared e il suo voler comprare le attenzioni degli altri alla surreale cena con delitto di George.

Così la continua perdita di questo controllo è un fil rouge che accompagna tutto l’atto centrale, fino all’arrivo all’effettiva festa tanto agognata, dove, di nuovo, tutto sembra essere tornato nelle mani delle due protagoniste, ogni loro sogno si sta realizzando come da copione…

…e invece va tutto storto.

E va bene così.

Come in parte anche Do Revenge (2022) accennava, tentare un controllo così ossessivo sulla propria esistenza, soprattutto ad un’età tanto precoce, ci preclude le nostre reali possibilità: non andrà tutto come abbiamo pianificato, non ci laureeremo lo stesso giorno e persino il nostro piano di conquista andrà in fumo…

…ma potremo goderci tanti momenti proprio nella loro imprevedibilità, nella ragazza dei sogni fuori dalla porta con cui, forse, un giorno potremo ritrovarci, in quell’ultimo pancake che abbiamo condiviso con la nostra amica per la pelle invece esce essere prime al gate di partenza.

Un concetto che può sembrare assai banale, ma che, per una generazione cresciuta con prodotti che catalogavano l’adolescenza, è fondamentale.

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Senior Year – Cosa abbiamo imparato?

Senior Year (2022) di Alex Hardcastle è il suo esordio alla regia ed è un teen movie che ripercorre diversi stereotipi del genere di inizio del Millennio.

Il film è stato distribuito direttamente su Netflix.

Di cosa parla Senior Year?

Steph è all’ultimo anno del liceo e sembra pronta a fare il botto…finché qualcuno non lo fa per lei.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Senior Year?

In generale, sì.

Senior Year forse non si può annoverare fra i prodotti più brillanti del genere teen movie post-Anni Duemila, ma offre comunque degli spunti interessanti per raccontare come i prodotti dell’inizio del Millennio abbiano influito sull’immaginario generazionale.

E così, anche nel suo impianto narrativo semplicistico e la sua morale fin troppo buonista, riesce a dare un insegnamento non banale, ma che, paradossalmente, è più pensato per gli adulti attuali che le nuove generazioni.

Schema

Il racconto del passato di Senior Year è uno specchio perfetto del genere all’inizio del millennio.

Le sciocche manie di protagonismo e la continua competizione fra Stephanie e Tiffany potrebbero essere proprie di un qualunque teen movie del periodo, e sono racconto di un sistema distorto finalizzato unicamente all’apparenza e al divorarsi a vicenda…

…basando la propria esistenza su dei miopi sogni di un futuro perfetto come naturale eco del successo presente, basando la propria felicità sulle esigenze più immediate di approvazione, appartenenza e popolarità – pena rimanere infelicemente ai margini.

Ma è un sogno fragile, derivato da un’esigenza immediata.

Stephanie ricerca nella popolarità una via di fuga da una vita di cui ha già subito abbastanza per la sua giovane età – dal cambio forzato di panorama sociale alla morte prematura della madre – andando a ricercare così una vita apparentemente perfetta che possa cancellare tutti i suoi problemi.

Ma il presente è davvero migliore?

Ideale

Il racconto del presente di Senior Year sembra non giungere davvero al punto.

Da una parte rappresenta il racconto di una società i cui problemi del passato sembrano essersi trasmessi al presente solamente dietro una facciata diversa, senza cancellare le inquietudini che gli adulti ora al comando soffrono ancora.

Per questo la gestione della popolarità di Bri sembra da un lato derivata effettivamente dalle sue azioni lodevoli, dall’altra del tutto montata da sua madre, l’ormai adulta Tiffany, che non ha mai veramente abbandonato le vesti da reginetta del ballo, portando così a delle rappresentazioni incerte sul piano narrativo.

In alcuni frangenti la figlia sembra agire di propria sponte e con gli stessi atteggiamenti della madre – dal non voler seguire Stephanie su Instagram al fare delle feste per VIP a cui né Janet né Jaz sono invitati – altre volte sembra ribellarsi a lei e al suo inseguimento di un sogno che non le appartiene.

Allo stesso modo, la cancellazione di ogni possibilità della discriminazione che Martha ha dovuto subire da adolescente è un evidente nonché maldestro tentativo di aggirare un problema, quando in realtà lo stesso – in maniera ben poco credibile – non sembra proprio esistere, in quanto tutti gli studenti sembrano incredibilmente positivi nel loro agire.

Forse perché la lezione non è per chi vive l’adolescenza oggi, ma per adulti che l’hanno dovuta subire ieri?

Focus

Nella sua semplicità, la morale di Senior Year è un insegnamento intergenerazionale.

La pellicola ci racconta oggi come ieri che l’inseguimento di questo fantomatico successo – ancora più amplificato dall’esposizione sui social media – non sia la reale chiave per la felicità come spesso si pensa, ma anzi che questa folle corsa ad essere i protagonisti della scena può essere più stancante che premiante.

Infatti emerge chiaramente nel corso della pellicola come Stephanie si sia esaurita all’interno di un’effettiva ossessione che l’ha portata a dare più importanza a qualcosa di insignificante e passeggero piuttosto che all’affetto delle persone effettivamente importanti per la sua vita.

Un’ossessione che, fra l’altro, l’ha portata a non rendersi conto della pluralità delle esperienze dei suoi amici, che hanno vissuto in tutt’altra direzione la sua felicità perfetta, e che ne pagano le conseguenze nella vita adulta, nella loro insoddisfazione e inquietudine – mai realmente risolta neanche nel finale.

Ma, paradossalmente, il personaggio più importante è quello di Deanna Russo, che racconta come le possibilità di una giovane donna possano andare molto più in là di una semplice gara di popolarità – la stessa che Tiffany sta vivendo nel presente…

…proprio per bocca di un’attrice come Alicia Silverstone, diva degli Anni Novanta per Clueless (1995), mai riuscita ad affermarsi realmente altrove.

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Bottoms – Tutto cambia, nulla cambia

Bottoms (2023) è il secondo film di Emma Seligman, dopo lo splendido esordio di Shiva Baby, nonché la sua seconda collaborazione con Rachel Sennott.

A fronte di un budget piccolino – 11 milioni di dollari – con la sua limitata distribuzione cinematografica è riuscito appena a coprire i costi di produzione.

Di cosa parla Bottoms?

PJ e Josie sono due ragazze gay, brutte e senza talento – ma sono discriminate solamente per quest’ultime due caratteristiche. Eppure, dal bottom al top la strada – forse – non è così impervia.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Bottoms?

Assolutamente sì.

In un panorama di genere dove sembrava non ci potesse essere un altro Not Another Teen Movie (2001), Emma Seligman arriva con la sua seconda opera con uno spoof movie assolutamente inaspettato e incredibile sottile nei temi.

Infatti, dietro alla facciata irresistibilmente e surrealmente comica, Bottoms racconta un panorama sociale drammatico e straziante, lo deride e lo ritrae amaramente con un lieto fine che non è veramente lieto…

Rivelazione

Bottoms non rivela subito le sue carte.

Anche se il sottofondo comico è evidente, l’incipit della pellicola sembra la classica apertura che racconta il tentativo di rivalsa di due sfigate nel nuovo anno scolastico, e così i ridicoli accenni al presunto passato burrascoso delle due – il riformatorio e gli omicidi – sembrano un contorno comico e nulla di più.

Ma il fallimento della loro rivalsa è proprio il punto di partenza dell’assurdità comica che pervade la pellicola, e che si rivela soprattutto nel lunghissimo monologo di Josie riguardo alle sue prospettive future – su cui si fa fin troppo coinvolgere emotivamente.

Eppure proprio in questo frangente, più nascosto, troviamo il primo seme dell’importante riflessione della pellicola.

La ridicola dinamica di Jeff che viene aggredito esplode nella tragica sequenza dei suoi compagni che vengono in suo aiuto, e ha il suo eco anche nella scena successiva del ritorno a scuola, quanto il quarterback paventa delle indispensabili stampelle e, di seguito, quando le protagoniste vengono chiamate dal preside per lo stesso motivo.

E così l’importanza della terribile aggressione oscura l’effettivo problema che viene annunciato, e poi dimenticato nella sua drammaticità: la ragazza effettivamente aggredita da un ignoto componente della squadra di football, la cui centralità nel discorso è appunto tale da soffocare tutto il resto.

In questo senso, l’irresistibile battuta di Tim ci racconta già tutta la situazione:

More violence. Just what this school needs.

Altra violenza. Proprio quella di cui questa scuola aveva bisogno…

Combattere

Il Fight Club nasce per tutti i motivi sbagliati.

Bottoms – come in un certo senso era già stato in Booksmart (2019) – gioca molto sul ribaltamento di un topos piuttosto classico del genere – da She’s all that (1999) in poi – in cui il personaggio maschile intraprende una relazione con la protagonista per finalità ben poco lodevoli.

Per questo PJ trascina Josie in questa suo folle progetto, con finalità ben più materiali rispetto a quelle paventate: riuscire ad avvicinarsi alla sua ragazza dei sogni con l’inganno, facendosi forza di una rete di bugie che, per stessa ammissione della protagonista, è veramente sorprendente per quanto sia intricata.

Tuttavia, l’esito del progetto è ben più importante rispetto al conquistare Isabel.

Come viene più volte ribadito, anche indirettamente, tutte le ragazze prendono parte al club per motivi diversi, ma accomunati, al netto dell’ironia, da una condivisa necessità di trovare un luogo sicuro in cui poter raccontare i loro disagi e le loro preoccupazioni.

Per questo, anche se disordinatamente, le ragazze imparano a mettersi in delle situazioni che altrimenti non si sarebbero mai azzardate ad affrontare, riuscendo a ritrovare quella solidarietà femminile che effettivamente mancava nel contesto sociale della scuola.

E in questo senso Jeff è una storia a sé.

Prodotto

Jeff è il prodotto di un sistema.

Per quanto il quaterbeck sia il frontman della scuola e del sistema che la governa, in realtà è solo la facciata di una realtà ben più profonda e radicata, tanto da apparire veramente come una marionetta senza forza di volontà e incapace di reagire alle situazioni, ma perfetto da usare come fantoccio.

Non a caso, nella sua ingenuità, Jeff agisce seguendo un set di regole preimpostate che neanche comprende – come si vede molto bene nella scena in cui cerca di giustificarsi con Isabel per il tradimento – e la sua forza sta proprio nell’essere spalleggiato da personaggi come Tim.

Il secondo al comando è di fatto la vera mente e braccio dell’operazione, che ragiona sulla base di un concetto ancora estremamente contemporaneo – e già ampiamente affrontato in Mean Girls (2004) e il suo erede spirituale Do Revenge (2022): divide et impera.

Così Tim attacca l’anello debole della catena, Hazel, la prima sostenitrice del progetto nonché fautrice delle improbabili voci di corridoio sulle protagoniste, quando si sente tradita dal gruppo in cui si era ritrovata e così usata come cavia per raccontare il fallimento del progetto del Fight Club.

Ma è a questo punto che Bottoms diventa veramente sottile.

Cambiamento

Nel finale di Bottoms cambia qualcosa?

L’atto finale della pellicola è una gustosissima parodia prima del momento di passaggio legato ai contrasti interni fra i protagonisti – che ha il suo apice nel momento in cui, senza alcun motivo, PJ mangia dei disgustosi ravioli in scatola – e poi della ricerca dell’aiuto nella figura adulta.

Ma lo stesso non è altro che un pretesto per dare modo al finale di esistere, costruendo una sorta di trama thriller che viene sistematicamente smentita dai fatti – nessun atto sacrificale, solo un becero boicottaggio della squadra avversaria – che permette però al gruppo protagonista di ritrovarsi in scena e dare prova del proprio cambiamento…

…se si può effettivamente definire tale.

Le ragazze finiscono per combattere un problema di facciata, che non esiste realmente se non nelle improbabili teorie di Rhodes, e a salvaguardare l’incolumità di Jeff, unico punto di interesse dell’intera comunità scolastica, e per questo vengono acclamate come se avessero tutti giocato verso il medesimo obbiettivo.

Ma tutto il resto non viene effettivamente risolto.

Non sappiamo nulla sull’aggressione della sera della festa, le ragazze vengono riconosciute solo per i servizi resi alla scuola e non per aver dimostrato di sapersi difendere, e, soprattutto, la sottotrama dello school shooting viene proprio esclusa dalla scena.

Per questo, infine, Bottoms sceglie di evadere il classico epilogo risolutore solitamente utilizzato per raccontare il rinnovato panorama sociale: nulla è veramente mutato, ma si è continuato a tenere gli occhi puntati sul problema minore – la sicurezza di un personaggio già ampiamente privilegiato in questo senso…

…ignorando, di fatto, tutto il resto.

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Emma. – Un quadro affollato

Emma. (2020) di Autumn de Wilde è la più recente trasposizione dell’omonimo romanzo di Jane Austen.

A fronte di un budget piuttosto contenuto – 10 milioni di dollari – nonostante il periodo di uscita piuttosto sfortunato, è riuscito quantomeno a pareggiare i costi di produzione.

Di cosa parla Emma.?

Emma è giovane e ricca, e senza un pensiero al mondo…se non organizzare i matrimoni degli altri.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Emma.?

Assolutamente sì.

Emma. riesce, in un periodo storico dominato dal dramma storico trash dato in pasto al pubblico, a portare in scena un’ottima trasposizione del romanzo di Jane Austen, risultando vincente sopratutto nell’affrontare il suo ostacolo più importante: tratteggiare un contesto storico-sociale credibile.

Infatti la pellicola si prende poche libertà rispetto al romanzo, e le stesse sono comunque del tutto giustificate per necessità di economia narrativa – che fatica in qualche tratto a rendere la tridimensionalità dell’ampio ventaglio di personaggi.

Insomma, da riscoprire.

Nella seguente recensione quando si parlerà del romanzo di Jane Austen, lo stesso sarà chiamato “Emma”, mentre per il film si farà riferimento al titolo completo, “Emma.”

Profilo

La sfida più ardua per una transizione di Emma di Jane Austen è il racconto della protagonista.

All’interno di un romanzo piuttosto denso di eventi e di dialoghi, Emma ne emerge come una figura femminile estremamente tridimensionale quanto atipica nel suo rifiutare l’amore e il matrimonio grazie alla sua posizione sociale, ma anche capace di evolvere grazie ai diversi errori ed inciampi durante il percorso.

Ma, per caratterizzarla, ad Emma. bastano poche inquadrature.

Emma viene presentata mentre si fa raccogliere dei fiori, quasi capricciosa nel suo desiderio che venga raccolto esattamente il bocciolo di suo gradimento, ma viene riscritta un momento dopo, quando si scopre che i fiori non erano per lei ma bensì per Miss Taylor, la sua ex governante ormai prossima al matrimonio.

Da qui si snoda una trama piuttosto complessa in cui Emma viene raccontata, pur con le sue stranezze e capricci, come una benefattrice a tempo perso, che tira le fila delle diverse parti in gioco in un panorama di cui lei è la totale matrona.

Emerge in questo senso con particolare importanza la differenza sociale fra Emma e la maggior parte degli altri personaggi, in un connubio di estetica – anche solo per il continuo cambio d’abito – e di scrittura – che riprende pedissequamente lo stile peculiare del romanzo. 

Ma, proprio a partire da questo elemento, il film si prende delle comprensibili libertà.

Differenza

Il racconto del classismo interno ad Emma è alienante quanto necessario.

Infatti, togliendo importanza all’imponente e punitivo sistema sociale della Regency inglese, risulterebbe del tutto incomprensibile la difficoltà di Harriet di trovare marito all’interno di una sfera sociale così fuori dalla sua portata, proprio ammaliata dalle promesse di Emma.

E, proprio su questa linea, risulta significativo tanto lo screzio di Emma con la petulante Miss Bates, quanto il matrimonio con Mr. Martin, che avviene sotto il segno dell’amore quanto soprattutto della consapevolezza finale di Harriet davanti alla scoperta delle sue reali origini…non nobiliari.

Ma, per parlare della giovane protetta della protagonista, Emma. sceglie una strada meno alienante.

Sarebbe stato  fin troppo disturbante assistere al medesimo trattamento della protagonista di Austen nei confronti di Miss Smith, i cui rapporti si dissipano con la stessa velocità con cui si erano creati, a fronte della rottura più difficilmente riassorbita della seconda delusione d’amore di Harriet.

Al contrario, la pellicola rende il loro rapporto ben più affettuoso e appassionato, a partire dal cambio estetico progressivo di Harriet – che passa da essere una umile signorina nessuno a una piacevole dama – fino alla proattiva presa di posizione di Emma sul finale, che utilizza la sua posizione per ricomporre quel matrimonio che aveva contribuito a vanificare.

E, proprio sul versante matrimoniale, Emma. riesce a colmare una mancanza, per così dire, del romanzo.

Sottintesi

Emma è un romanzo ricco di sottintesi e di orizzonti narrativi ristretti al punto di vista della sua protagonista.

Per questo, in mancanza di un ricco volume di più di quattrocento pagine, sarebbe risultato alquanto straniante sia la rivelazione della relazione di Jane Fairfax con Frank Churchill – per cui il libro dissemina pochissimi indizi – sia il matrimonio fra Emma e Mr Knightley – frutto di una intensa rete di dialoghi che si susseguono all’interno del romanzo.

Ma per questo fine Emma. trova delle soluzioni narrative e visive molto intelligenti.

Da una parte, lascia abilmente sotto l’occhio dello spettatore il gioco di sguardi fra Frank e Jane, in dei campi e controcampi spezzati in cui la reazione di uno o dell’altro non è mai chiaramente mostrata, ma al più suggerita e subito strozzata dall’intervento di altri personaggi all’interno della scena.

Dall’altra, anticipa l’attrazione fra Emma e Mr Knightley di diversi momenti, mettendola a sfondo della comune maturazione di entrambi i personaggi, in cui si mostrano concretamente interessanti a fare del bene alla loro comunità data la loro posizione sociale, per poi ritrovarsi inevitabilmente innamorati l’uno dell’altro.

E per il resto?

Contorno

Emma gode – e soffre – di un’ampia rete di personaggi comprimari.

Nella consapevolezza di non poter rubare minutaggio prezioso alla protagonista, la pellicola sceglie di calcare la mano sulla bizzarria delle figure secondarie, con dei casting particolarmente indovinati e una conduzione scenica che riesce perfettamente a definire ora l’ingenua invadenza di Miss Bates – particolarmente nell’inseguimento ad Emma nel negozio…

…ora la insostenibile riservatezza di Jane Fairfax, fino ad arrivare ai pochi ma precisi tocchi di colore che caratterizzano perfettamente le comiche paranoie di Mr. Woodhouse, quanto le tensioni interne alla famiglia della sorella di Emma, Isabella, e del marito John, particolarmente suscettibile ad ogni tipo di cambiamento.

Forse, in questo contesto, i più sacrificati sono gli Elton, gli effettivi villain della pellicola, che riescono particolarmente a brillare nelle interpretazioni perfettamente in parte di Josh O’Connor e di Tanya Reynolds, una perfettamente insopportabile Augusta Elton, sia per l’estetica che per il comportamento…

…ma che avrebbero avuto bisogno di maggiore respiro per esprimersi, soprattutto mancando la tappa fondamentale della insistente protezione di Mrs Elton su Jane Fairfax – che avrebbe giovato anche alla caratterizzazione di quest’ultima – e che avrebbe completato l’insostenibile carattere invadente e altezzoso di entrambi.

Ma, con poco più di due ore a disposizione, non c’era spazio per tutti

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Men in Black – Socchiudere le porte

Men in Black (1997) di Barry Sonnenfeld è il capostipite di una delle più importanti saghe sci-fi a cavallo fra i due millenni.

Infatti, a fronte di un budget abbastanza importante – 90 milioni di dollari – è stato un enorme successo commerciale: quasi 600 milioni di dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla Men in Black?

Vi siete mai chiesti chi nasconde le invasioni aliene sulla Terra? Con questo film lo scoprirete – e in una veste che potreste non aspettarvi.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Men in Black?

In generale, sì.

Men in Black si posizionò in maniera piuttosto interessante in un panorama sci-fi in continua evoluzione, confezionando una commedia fantascientifica che, pur nella sua semplicità, riuscì ad essere vincente ed a conquistare diverse generazioni di spettatori.

E riuscì in questo intento soprattutto grazie all’equilibrio dei toni interni alla pellicola, che spaziano dalla comicità più pura – e, spesso, anche piuttosto nera – fino ai toni più profondamente drammatici, riuscendo ancora oggi a risultare un prodotto di intrattenimento di grande piacevolezza.

Contesto

Men in Black agisce come la più classica origin story

…ma con una contestualizzazione piuttosto puntuale.

Le primissime scene funzionano ottimamente sia per definire il contesto del film, sia il tono dello stesso: una semplice tratta di esseri umani si rivela in realtà l’occasione per smascherare il primo colpevole della presenza aliena.

E la totale serenità con cui l’Agente K gestisce la situazione racconta proprio la quasi quotidianità della vicenda, compresa la parte in cui congeda il collega, l’Agente D, tramite l’iconico neutralizzatore, proprio per aprire la strada alla sua nuova spalla.

In questo senso Men in Black procede in due direzioni, riuscendo perfettamente ad intrecciare i primi passi dell’Agente J con la minaccia effettivamente in atto, che comincia a svelarsi prima tramite il suicidio di uno degli adepti della misteriosa società extraterrestre…

…e poi tramite il caotico procedere dell’alieno che prende le sembianze del defunto Edgar, con un incedere che prosegue sullo sfondo, alla ricerca di un non meglio specificato oggetto che cambierà le sorti del pianeta stesso, con un’ironia quasi grottesca, quasi inaspettata.

E, in questo senso si trova un altro elemento di forza della pellicola.

Equilibrio

In una produzione come quella di Men in Black era molto facile cadere in una comicità eccessiva.

Ma, sarà perché non siamo ancora nella follia comica del decennio successivo, sarà perché per fortuna non stiamo guardando Il quinto elemento (1996), la comicità è ben equilibrata in tutte le sue parti, riuscendo a convincere con un atto centrale che ci accompagna alla effettiva scoperta del mondo raccontato.

La stessa in particolare funziona particolarmente bene all’interno del viaggio di James, coinvolto casualmente nelle indagini del suo futuro collega, permettendo allo spettatore prima di scoprire l’altro lato della presenza aliena sulla terra – quello più pacifico, di persone integrate nella società…

…e poi l’effettiva base degli MIB, ombre che si muovono nel dietro le quinte per gestire la massiccia presenza aliena sulla terra, costretti però anche a rinunciare alla propria vita ed identità, come ben mostrato nell’integrazione di James all’interno della squadra.

E il percorso di coppia è indubbiamente il più interessante.

Arrivo

La maturazione di J è funzionale al ritiro del suo collega.

Infatti il giovane agente viene scelto come nuova leva proprio per la sua capacità di pensare fuori dagli schemi, come ben dimostra il test del reclutamento, in cui fa le scarpe a tutte le altre reclute senza macchia, ma capaci solamente di vedere la minaccia immediata e non i sottotesti in scena.

Non a caso, la stessa intelligenza risulta fondamentale all’Agente J anche per sconfiggere l’alieno insettoide, provocandolo nello schiacciare uno dei suoi simili, così da liberare il suo collega e, di conseguenza, dimostrare come la sua turbolenta intraprendenza può essere l’arma vincente del futuro degli MIB…

…che purtroppo non riguarda l’Agente K.

Anche se il discorso rimane più sullo sfondo – anche smorzato spesso dalle gag di J, in particolare nella scena della cancellazione della memoria della moglie di Edgar – vi è un velo di drammaticità nell’importante scelta di vita degli MIB ed il loro abbandono di tutto quello che era venuto prima.

Per questo il punto di arrivo ideale per l’Agente K, ora che la minaccia è stata risolta, è l’essere a sua volta congedato dall’incarico, così da chiudere il cerchio della storia del film, ma lasciando comunque la porta socchiusa per un possibile sequel con la nuova coppia di agenti in azione.

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Mars Attacks! – Sottrai che ti sottrai…

Mars Attacks! (1996) di Tim Burton è uno dei più grandi cult della fantascienza Anni Novanta.

Tuttavia, a fronte di un budget che si calcola essere arrivato fino a 100 milioni di dollari, è stato un enorme insuccesso commerciale, riuscendo a malapena a coprire i costi complessivi.

Di cosa parla Mars Attacks?

Una flotta di marziani sembra giungere sulla Terra con intenti pacifici, e così accolta a braccia aperte…oppure no?

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Mars Attacks?

In generale, sì.

Mars Attacks è un film apparentemente anomalo all’interno della filmografia di Tim Burton, ma in realtà mantiene tutti i tratti caratteristici della sua poetica, a cominciare dall’umorismo grottesco e dalle bizzarrie sceniche che l’hanno reso così iconico.

Per il resto, la pellicola è un racconto sostanzialmente parossistico della più classica fantascienza statunitense, con i suoi eroi di guerra senza macchia, riuscendo allo stesso tempo a sorprendere e a deludere – a seconda di quale sia la vostra predisposizione a questa pellicola.

Pedine

I personaggi di Mars Attacks sono, per certi versi, nient’altro che delle pedine.

Il nutrito gruppo di protagonisti – con volti più o meno famosi al tempo – viene raccontato all’interno di situazioni molto diverse fra loro, ma accomunate da un taglio comune: la loro bizzarria, punto di partenza perfetto per l’umorismo grottesco che farà da padrone alla pellicola.

Un anche ampio intreccio di relazioni che viene quasi immediatamente vanificato dall’arrivo in scena della presenza distruttiva dei marziani, che prendono di mira sostanzialmente tutti, senza avere particolare remore verso la plot armor che lo spettatore si potrebbe aspettare che avessero.

Al contrario, la maggior parte di loro o diventa protagonista di morti piuttosto drammatiche – ma, paradossalmente, anche molto dimenticabili – o dei surreali esperimenti degli alieni nei loro confronti, degni del miglior Doctor Frankenstein che si rispetti.

Infatti, in Mars Attacks non c’è spazio per l’eroismo.

Distruzione

La distruzione di Mars Attacks ha un significato più ampio della mera carneficina scenica.

Burton si inserì all’interno di un panorama fantascientifico in cui – come anche nel contemporaneo Independence Day (996) – il cinema statunitense cercava nuovi spazi narrativi per un eroismo che aveva solo bisogno di nuovi nemici – gli alieni – e di nuovi modi di raccontarsi – anche con meno rimorsi, trattandosi di antagonisti immaginari.

E, proprio per questo, costruisce abilmente un racconto parossistico davvero sorprendente, che vanifica ogni possibilità non solo di controllo – con tentativi di ambasceria inutilmente pomposi – ma anche di rivalsa verso questi nuovi nemici, che appaiono semplicemente cattivi nella loro azione distruttiva.

E così in scena non è mai presente un effettivo dramma, ma anzi la stessa è dominata da una comicità grottesca che ha il suo apice nel salvataggio effettivo della Terra, ad opera dei due personaggi più improbabili e meno eroici possibili: il giovane Richie e la nonna, i classici emarginati protagonisti di Burton.

Ma, forse, proprio in tutta questa sottrazione e distruzione, risiede la grande debolezza del film.

Vuoto

Mars Attacks! è costantemente sottrattivo e distruttivo…

…e mai effettivamente costruttivo.

È indubbio che Burton si sia ampiamente divertito nel raccontare i suoi alieni così improbabili e grotteschi già solo per il loro aspetto, inutilmente crudeli nei loro esperimenti e genuinamente malvagi nei loro continui inganni, artefici di carneficine senza scampo.

Altrettanto certo è l’intento parodico, che pesca sia dai B-Movie del genere, sia da una tendenza del cinema statunitense che poteva risultare – e risulterà – alla lunga quasi ridicola, con un racconto genuinamente dissacrante, in cui gli alieni non hanno altra motivazione se non il puro gusto della distruzione, e in cui non vi è spazio per eroi di sorta.

Ma, per il resto?

Anche se molto probabilmente non era l’intento della pellicola, sembra mancare un punto di arrivo di tutto il discorso, un’antitesi davvero graffiante che potesse non solo distruggere dei concetti, ma crearne di nuovi – o anche solo dare degli spunti per gli stessi.

Al contrario, mancando di questo elemento, la pellicola potrebbe risultare alla lunga stancante, un grande – e iconico – esperimento dissacrante e divertito che conquistò intere generazioni, ma che vanificò il grande potenziale che racchiudeva al suo interno.

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Una pallottola spuntata – Uno schiaffo troppo brusco

Una pallottola spuntata (2025) di Akiva Schaffer è il requel del classico della commedia spoof omonimo.

A fronte di un budget comunque abbastanza consistente per un prodotto di questo tipo – 42 milioni di dollari – non ha aperto particolarmente bene al primo weekend, e si prospetta la possibilità di un flop commerciale.

Di cosa parla Una pallottola spuntata?

Frank Drebin Jr., al pari del padre da cui prende il nome, è un intrepido poliziotto pronto a sgominare un importante piano criminale...forse, troppo intraprendente.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Una pallottola spuntata?

Dipende.

Il remake di Liam Neeson può risultare genuinamente divertente, soprattutto per uno spettatore meno abituato a questo tipo di commedia – sempre più rara all’interno del cinema odierno – ma poco digeribile invece per un appassionato della saga.

Manca, infatti, un certo tipo di eleganza e costruzione dei momenti comici, preferendo invece un umorismo ben più sguaiato, quasi eccessivo, che punta a sorprendere continuamente lo spettatore piuttosto che costruire la battuta.

Insomma, non sconsigliato in toto, ma andateci preparati.

Contemporaneo

Era estremamente difficile riuscire ad adattare la comicità di Una pallottola spuntata (1988) al pubblico odierno.

La trilogia di Leslie Nielsen era infatti un misto piuttosto peculiare fra comicità slapstick più classica ed un umorismo più sottile e studiato che andò poi a definire lo spoof movie, sottogenere parodistico che ebbe la sua più infelice evoluzione nel cinema dei primi anni del 2000.

Lo stesso comprendeva anche un certo tipo di comicità che oggi verrebbe forse definita politicamente scorretta e che si temeva che, nella odierna Hollywood, non avrebbe più avuto spazio, e che così che il remake sarebbe risultato inevitabilmente incolore.

Un aspetto che, invece, non è un problema, anzi.

La riproposizione di Akiva Schaffer non manca di essere anche particolarmente cattiva, calcando piuttosto la mano con non poche sequenze che riescono ad avvicinarsi al tipo di umorismo sopra le righe di Leslie Nielsen, a volte anche a superarlo.

Ma è sufficiente?

Omaggio

A differenza di altri remake di recente produzione, quello di Una pallottola spuntata è estremamente rispettoso nei confronti del suo predecessore.

Infatti, se si va a guardare, lo scheletro narrativo e le dinamiche in scena sono sostanzialmente le medesime: un ambizioso poliziotto che si impunta di continuare a tenere sulle spalle un caso, persino andando a pestare i piedi sbagliati, il tutto in nome della giustizia e della sua recente fiamma.

Al contempo, l’omaggio alle battute di Leslie Nielsen è continuo, a partire dall’assurda scena della macchina sul marciapiede – forse uno dei frangenti più gustosi della pellicola – e, ovviamente la messa dei figli dei protagonisti originali davanti alle foto dei genitori defunti.

Anzi, la parentesi narrativa e quasi thriller della fuga d’amore – così futile e così divertente insieme – di Frank e Beth è per certi versi anche più divertente rispetto al film originale, riuscendo perfettamente ad inquadrare l’umorismo surreale della pellicola di partenza.

Ma, forse, proprio in questa scena si trova il punto del discorso.

Ritmo

Una pallottola spuntata aveva un ritmo quasi frenetico.

L’umorismo surreale e travolgente perennemente presente in scena non lasciava quasi un attimo di respiro persino nei momenti più drammatici, peccando forse in una comicità fisica non particolarmente memorabile, ma risultando assolutamente vincente nella costruzione dell’umorismo più iconico della saga.

E costruzione è la parola d’ordine.

L’umorismo più interessante di Una pallottola spuntata funziona perché spesso è inserito all’interno di un climax che non punta a far ridere lo spettatore grazie alla sorpresa della battuta improbabile, ma piuttosto a travolgerlo tramite l’assurda involuzione della situazione, come ben racconta questo iconico momento:

La scena in questione infatti parte con un momento piuttosto classico di corruzione del testimone, ma si evolve in un improbabile tira e molla in cui infine non solo Frank diventa quello da corrompere, ma persino il prestatore dei soldi per la sua stessa corruzione, in un cortocircuito comico veramente irresistibile.

Per questo, la parentesi narrativa del remake funziona: la storia del pupazzo di neve non è introdotta improvvisamente, ma è invece costruita tramite una dinamica comica che diventa progressivamente sempre più incredibile, fino ad arrivare a degli imprevedibili toni thriller.

Al contrario, la maggior parte delle battute della pellicola, purtroppo, manca proprio di questo tipo di costruzione, finendo invece per perdersi in una sequela di momenti che puntano più che altro sull’effetto sorpresa, e che raramente riescono ad essere memorabili e ben costruiti…

…ma, piuttosto, a provocare una risata momentanea, ma che, alla lunga, si spegne davanti ad una complessiva opacità della pellicola.

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Boogie Nights – Intrappolati nello sguardo

Boogie Nights (1997) è il secondo film della cinematografia di Paul Thomas Anderson.

A fronte abbastanza piccolo – 15 milioni di dollari – fu nel complesso un buon successo commerciale: 47 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla Boogie Nights?

Nel film si intrecciano le diverse e angoscianti vicende di un gruppo di attori del cinema per adulti, fra promesse mancate e sogni distrutti.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Boogie Nights?

Assolutamente sì.

Già con Boogie Nights Paul Thomas Anderson fece già un significativo passo avanti, ampliando il discorso già affrontato in Hard Eight (1996), allungando lo sguardo e puntandolo, pur indirettamente, in un panorama in cui aveva appena messo piede.

Infatti, nonostante si parli specificatamente del cinema per adulti, lo stesso discorso può essere traslato in una critica feroce alla crudeltà delle fortune alterne di Hollywood, in un racconto che, ancora una volta, potrebbe risultare incredibilmente banale…

…e invece sorprende nella sua agghiacciante profondità.

Promessa

La pornografia è una promessa…

… allettante?

Le prime battute di Boogie Nights si impostano sul racconto intrigante, quasi godurioso delle possibilità del cinema per adulti, concentrando tutta l’attenzione su quello che sembra l’elemento fondamentale del discorso: il sesso.

Un sesso semplice, facile da ottenere, una via di fuga da un’esistenza altrimenti insoddisfacente e degradante – come ben racconta l’acceso litigio fra Dirk e la madre quanto il licenziamento di Buck – per ritrovarne i simboli e le certezze altrove.

Se infatti sia Rollergirl che Dirk falliscono nei ruoli sociali in cui provano ad affermarsi e ricostruiscono l’ambiente familiare all’interno del rapporto con Jack – un surrogato della figura paterna e protettiva, che li lancia verso il successo – e poi con Amber – che ritrova il figlio perduto proprio nelle loro due figure.

Ma se il discorso fosse concluso qui, non ci sarebbe altro da aggiungere.

E, invece, l’occhio registico racconta molto di più.

Trappola

La pornografia è una trappola.

E se fosse una trappola semplice, immediata e prevedibile come apripista ad una vita più caotica e libertina, fra droghe, relazioni instabili e sfruttamento, i personaggi avrebbero la possibilità di riscattarsi nel finale della pellicola.

E, invece, la vera trappola è l’occhio.

Nella maggior parte delle scene il sesso o è filtrato dalla macchina da presa o direttamente specchiato nel controcampo della spettatore, e, spesso, lo stesso non ha parte attiva nella scena, ma, proprio penetrandola con lo sguardo, infine la possiede.

E così il sesso diventa una merce che chiunque può consumare a suo piacimento, come ben racconta il continuo esibizionismo della moglie di Bill, che arriva persino a inscenare un rapporto carnale per strada, con una folla di spettatori che la circonda e che così si appropria della sua immagine…

…e che, anzi, proprio come lo sfortunato ragazzo coinvolto nel filmino di Rollergirl e Jack, pretende di avere controllo sul corpo.

Ed è una trappola ineludibile.

Cerchio

I protagonisti di Boogie Nights sono dei divi fragili.

Dati facilmente in pasto al pubblico, pensano di potersi rilanciare all’interno delle più diverse attività, provando una serie di sbocchi per cui si rivelano o del tutto incapaci – come Dirk e Reed con la musica e il cinema commerciale…

…oppure proprio impossibilitati a percorrerle per il tipo di vita che hanno scelto, che ne ha definito tutta la personalità: così se Amber non potrà mai più rivedere il figlio, Buck ottiene la sua rivalsa solamente grazie ad un sanguinoso colpo di fortuna.

In questo senso la chiusura più significativa è quella di Dirk.

Ritornato fra le braccia accoglienti di Jack per riabbracciare quella che sembra l’unica carriera percorribile, il protagonista chiude la pellicola con un aggressivo monologo verso se stesso, con cui si sprona a diventare il protagonista di una scena che è già stata rubata da qualcun’altro

Ovvero, il suo enorme ed ingombrante fallo, che entra nella scena e domina lo sguardo della macchina da presa, tagliando il volto di Dirk, di fatto, riducendone drasticamente l’importanza, dovuta esclusivamente all’enorme membro…

…che si rivela, infine, l’unica vera star.

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I Fantastici Quattro – Manca qualcosa?

I Fantastici Quattro – Gli inizi (2025) di Matt Shakman è il terzo tentativo di rilancio del quartetto supereroistico – e il primo tentativo dell’MCU.

Di cosa parla I Fantastici Quattro?

I Fantastici Quattro sono da ben quattro anni i paladini della loro città – e del mondo – pronti a salvare la Terra da ogni minaccia…oppure no?

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere I Fantastici Quattro?

In generale, sì.

Non mi sento di sbilanciarmi nel consigliarvi questo film semplicemente perchè è solo un piccolo, quasi minuscolo passo nella giusta direzione per l’MCU, che riesce, dopo diversi prodotti anche molto discutibili, a portare in scena un film complessivamente buono…

…ma ricco anche di diverse debolezze, che vi colpiranno più o meno a seconda di quanto riusciate ad appassionarvi all’estetica e al taglio del film, che ricerca fortemente l’elemento giocoso e fumettoso, pur non mancando di momenti profondamente drammatici.

Pubblico

In I Fantastici Quattro il pubblico siamo noi.

Proprio come per il contemporaneo Superman (2025), anche questa pellicola non affronta direttamente la origin story dei protagonisti, ma sceglie di far vivere allo spettatore l’emozione di aprire un fumetto senza saperne nulla di loro, introducendoli tramite un breve riassunto contenuto nella cornice dello spettacolo televisivo.

Una scelta molto intelligente e che si riassume nella battuta del presentatore, che si rivolge al pubblico diegetico ed extradiegetico per dire che sì, la storia la conosciamo già, ma è giusto raccontarla di nuovo con questi nuovi volti, partendo dalle origini e arrivando fino alle minacce più recenti – e prontamente debellate.

Ma la scelta di renderli personaggi pubblici è un’arma a doppio taglio.

Da un lato, permette alla pellicola di avere un taglio tutto sommato inedito, smarcandosi dalla classica origin story dell’eroe solitario, anzi, dando una valenza politica ai protagonisti che permette loro di essere nel complesso credibili nella gestione di un intero pianeta davanti ad una minaccia globale.

Dall’altra, lascia il dubbio che questa scelta sia dovuta anche al poco interesse generale dei personaggi dal punto di vista supereroistico e, per certi versi, anche umano: i Fantastici 4 sono umani e fallibili, ma al contempo godono di pochissime aree grigie effettivamente esplorabili.

E proprio qui si trova la maggiore debolezza della pellicola.

Conflitto

La definizione di un personaggio è soprattutto tramite il conflitto.

La sua maturazione, specificatamente all’interno di una origin story, è definita proprio dai conflitti interni – con familiari, amici e altri personaggi di importanza emotiva – ed esterno – con il pubblico, il villain di turno, o entrambi.

E questo è un elemento drammaticamente carente in I Fantastici 4.

Nonostante ci fossero grandi possibilità di sfruttare drammaticamente sia Pedro Pascal che Vanessa Kirby – che comunque, quando possono, brillano in questo senso – gli stessi sono intrappolati all’interno degli stretti confini dei loro personaggi, avendo poco spazio per raccontarsi in maniera significativa.

Infatti il fulcro emotivo della pellicola – il neonato Franklin – e il suo utilizzo creano indubbiamente dei conflitti interni ed esterni: Sue e Reed si interrogano ripetutamente sia sulla vera natura del figlio, sia su quanto siano disposti a sacrificarlo o anche solo metterlo in pericolo per la salvezza del mondo. 

Eppure, manca qualcosa. 

La risoluzione delle fratture interne, nonostante la pellicola cerchi in più momenti di sottolinearne l’importanza, è fin troppo immediata e semplicistica: sembra come se ai personaggi basti scambiarsi poche parole nella scena successiva per ricomporre immediatamente l’unione interna del gruppo.

Invece, quanto avrebbe giovato in questa dinamica rendere significativo e continuo il conflitto del quartetto, soprattutto fra Sue e Reed, banalmente chiudendo delle scene con pensati silenzi o anche solo mancate risoluzioni, per poi cercare le stesse attraverso lo scontro con Galactus e i suoi pesanti dilemmi morali.

Invece, è come se rimanesse tutto in superficie.

Ma ci sono alcuni personaggi che questa mancanza la soffrono più di altri…

A parte

In I Fantastici Quattro è come se alcuni personaggi vivessero una storia a parte.

Lato eroi, il più sacrificato drammaticamente è Johnny Storm: come la linea comica funziona perfettamente nei tempi e nei modi, il lato più drammatico della sua indagine parallela è spalmato disordinatamente nella pellicola, emergendo in alcuni punti ma senza che lo stesso abbia un valore così significativo.

In particolare, risulta mal costruito l’arrivo al potenziale sacrificio nel finale, per cui non bastano pochi momenti in cui Johnny cerca di intervenire per giustificare l’importanza emotiva di quella scelta – che, in fin dei conti, è tutta sulle spalle di Sue, forse unico personaggio che davvero può godere di un dramma importante all’interno della pellicola.

Un problema analogo si ritrova anche nella gestione di Shalla-Bal, personaggio che speravo riuscisse a distaccarsi in maniera netta dalla gestione superficiale della sua controparte del film del 2007, per cui erano bastate poche parole di Sue Storm per farlo rinsavire.

Invece, nonostante la gestione sia complessivamente migliore, la costruzione del suo ripensamento è molto più discontinua e, anche se le parole di Johnny sono ben più incisive, le stesse non bastano a reggere sulle spalle un cambio di passo così importante, con un ripensamento che avviene quasi del tutto fuori scena.

Ma, lato villain, l’apparenza sembra vincere sulla sostanza.

Eccesso

I Fantastici 4 funziona nei suoi toni fumettosi…

…finché risulta credibile.

Purtroppo il taglio giocoso presentato fin dall’inizio non basta a giustificare la gestione di Galactus, personaggio che, per il lato estetico, è assolutamente impeccabile, portando sullo schermo uno degli antagonisti più iconici della Marvel con uno dei character design più azzeccati degli ultimi anni…

…ma che, invece, lato profondità narrativa, finisce vittima della classica trappola tipica di molti altri prodotti MCU: avere un’importanza ridotta per evitare di oscurare gli eroi protagonisti, finendo per essere veramente poco incisivo e fin troppo banale per un cinecomic uscito nel 2025.

Soprattutto, considerando come il quartetto sceglie di sconfiggerlo.

Se idealmente funzionava molto bene l’idea della consapevolezza dei quattro di non poterlo sconfiggere fisicamente, per quanto potesse essere anche accettabile il piano di spostamento dell’intera Terra sotto al suo naso – nonostante, più credibilmente, venga poi vanificato in un battito di ciglia…

…il piano di Reed risulta poco credibile persino in questo contesto.

La scelta di creare un piano così blando, una trappola così evidente senza neanche provare a nasconderla, va a sminuire da un lato la credibilità di Reed come uomo più intelligente del mondo, dall’altra l’importanza di Galactus, potenza millenaria che, evidentemente, non può farsi sconfiggere da un trucco così palese.

E se, per ovvi motivi, si fa il confronto con Superman proprio su questi ultimi punti, il risultato è abbastanza desolante – soprattutto se vogliamo considerare I Fantastici Quattro un punto di ripartenza per l’MCU.