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Obsession – Il vero mostro

Obsession (2025) di Curry Barker è la prima uscita cinematografica del regista, già noto negli ambienti indie per il suo stile sconvolgente e terrorizzante.

A fronte di un budget minimo – meno di 1 milione di dollari – si sta rivelando probabilmente il più grande successo economico – e di pubblico – dell’anno.

Di cosa parla Obsession?

Bear è un ragazzo molto timido con un unico desiderio: conquistare la ragazza dei suoi sogni. Ma se non si sta attenti a cosa si desidera…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Obsession?

Assolutamente sì.

Obsession è la dimostrazione che il genere horror – soprattutto quello indipendente – ha ancora moltissimo da raccontare: un incontro inaspettato quanto vincente fra diversi generi, capace di creare una paura che non ha bisogno di trucchi scenici o jumpscare per spaventare, ma che è talmente pervasiva da rendere lo spettatore parte della scena.

Ne consegue una storia che comincia come una romcom piuttosto classica, ma che si avventura nel più profondo thriller e horror psicologico, facendosi forte della spettacolare espressività dell’attrice protagonista, che da sola riesce a rendere la pellicola probabilmente l’esperienza cinematografica più terrorizzante dell’anno.

Genere

Uno dei motivi per cui Obsession funziona così bene sul lato della paura è l’incontro fra i diversi generi.

A differenza di altri prodotti analoghi, che vogliono farti immediatamente immergere in un contesto orrorifico e fantastico, al contrario, la pellicola parte quasi come una romcom, con il protagonista che deve riuscire a dichiararsi alla ragazza dei suoi sogni, partendo quindi da un contesto verosimile…

…il cui sconvolgimento è tanto più drammatico.

Una scelta tanto più importante in quanto ci permette di metterci effettivamente nei panni del protagonista, per capirne la psicologia, affezionarci persino al suo piccolo dramma, così da riuscire ad assumerne costantemente il punto di vista, come se diventassimo noi stessi vittime della sua storia.

Così Bear, estremamente frustrato dalla sua incapacità di conquistare le simpatie di Nikki, si affida all’ultima arma a sua disposizione: un bastoncino magico su cui riversa il suo esacerbato desiderio di amore, cadendo inevitabilmente in una trappola di sua stessa fattura.

Ed è qui che Nikki comincia davvero a fare paura.

Paura

Riuscire a spaventare davvero lo spettatore, a portare in scena una paura pervasiva che ti entra sottopelle non è cosa da tutti.

Nel contesto di Obsession, la chiave sta proprio nella bravura dell’attrice nel cambiare improvvisamente espressione, nell’assumere quelle pose grottesche – per cui lo spettatore non sa se ridere o spaventarsi – ma anche nella capacità della regia nel rendere spesso la ragazza nient’altro che un’ombra…

…da cui emerge il biancore degli occhi vitrei e il suo enigmatico sorriso.

Ma, paradossalmente, finché Bear ama davvero Nikki ogni suo strambo comportamento va quasi in secondo piano: le prime fasi della loro relazione si consumano nella più totale tranquillità, in un montaggio che davvero potrebbe essere proprio dell’atto centrale di una commedia romantica.

E, forse, è proprio qui il punto del discorso.

Reale

Il comportamento di Nikki è davvero così irreale?

Al netto ovviamente degli eccessi orrorifici – soprattutto dell’ultimo atto, per cui bisogna fare un discorso a parte – la ragazza per certi versi assume comportamenti purtroppo tipici di una relazione di codipendenza, in cui il partner di turno si ossessiona così tanto per il suo compagno da annullarsi totalmente.

Ed è proprio nel momento in cui Bear smette effettivamente di amare Nikki allo stesso modo, la ragazza comincia a perdere il controllo, sia su se stessa che sul partner, dovendo sfogare in altro modo questo irrefrenabile bisogno non solo di amare, ma di avere la certezza di poter essere altrettanto amata.

E per raccontarci il suo orrore, Obsession non ha bisogno di particolari jumpscare o di altri trucchi scenici, forte di un’angoscia che ha ormai pervaso talmente tanto la mente del protagonista – e, conseguentemente, dello spettatore – da rendere anche solo la prospettiva di doversi interfacciare con Nikki un momento di puro terrore.

Ed è tanto più interessante che la pellicola lasci anche spazio al suo lato più drammatico, in cui il vero mostro è Bear stesso, che, per il suo egoismo e la sua scarsa attenzione, ha portato Nikki a perdere se stessa e a farla diventare ossessionata e violenta… ma mai verso Bear.

Una scelta determinante, arrivati al terzo atto.

Sporcare

Obsession gioca consapevolmente col genere, soprattutto nei suoi prodotti più commerciali…

…non riuscendo però ad evaderlo fino in fondo.

Come infatti la pellicola mantiene l’orrore tipico dei film delle possessioni sotto controllo, contestualizzato all’interno della suddetta componente realistica di cui sopra, che riesce a rendere la storia ben più credibile e vicina allo spettatore, nell’ultimo atto si avventura nel campo del body horror…

…rischiando di fare un passo falso.

Se, infatti, da un lato è scenicamente molto immediato assistere agli effetti della scelta di Bear che degenerano all’interno di un vortice di violenza senza freni, dando quindi anche un peso maggiore alla sua scelta di prendersene in toto la responsabilità…

…d’altro, questo gore così improvviso e  non retto da un retroterra narrativo e visivo abbastanza robusto rischia di sporcare inutilmente una pellicola che invece era compatta proprio all’interno della sua verosimiglianza, rischiando infine di rientrare nelle classiche dinamiche da sanguinoso terzo atto di molti prodotti analoghi.

Nondimeno, risulta coraggiosa la scelta di chiudere il film con un finale così drammatico, lasciandoci solo immaginare gli effetti a lungo termine della storia raccontata.

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Animazione Avventura Disney Drammatico Film Mistero Nuove Uscite Film Thriller

Zootropolis 2 – La zampa traditrice

Zootropolis 2 (2025) di a Byron Howard e Jared Bush è il sequel dell’omonimo film del 2016.

A fronte di un budget medio per un film d’animazione – 150 milioni di dollari – ha aperto in maniera scoppiettante al primo weekend.

Di cosa parla Zootropolis 2?

Giusto una settimana dopo la conclusione del primo capitolo, Judy e Nick sono compagni di squadra…ma non veramente uniti.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Zootropolis 2?

Assolutamente sì.

Al netto di qualche debolezza narrativa – già in parte insita all’interno del primo capitolo – il sequel di Zootropolis riesce ad essere ancora più vincente nel suo racconto politico molto più serio e contemporaneo…

…oltre alla costruzione della mitologia interna e dei rapporti fra i protagonisti davvero appassionante, pur andando, per certi versi, a sacrificare l’importanza delle figure più secondarie.

Momento

Dal primo capitolo di Zootropolis è passato un tempo incredibilmente breve.

Ed è una scelta estremamente mirata.

Nick e Judy si ritrovano nuovamente ad essere compagni nella insidiosa lotta contro il crimine quando, nel concreto, non è stato dato veramente loro il permesso di farlo – analogamente ai primi approcci della protagonista nel precedente capitolo.

Ed è una scelta particolarmente vincente perché utile a dare nuovi spunti ai protagonisti per conoscersi e riconoscersi, all’interno di una crescente incapacità di Judy di darsi dei limiti e, più in generale, di riuscire a guardare oltre al mero mistero che sta inseguendo.

E diversi campanelli d’allarme suonano all’interno della pellicola, proprio nel sarcasmo di Nick, una sorta di noioso brusio di sottofondo, una protesta dispettosa che però diventa sempre più insistente, fino ad esplodere nell’atto centrale: un fondamentale problema di incomunicabilità.

La questione di fondo di entrambi i personaggi è di sentire un legame significativo col proprio partner, ma di non saperlo concretizzare all’interno di un lavoro di squadra, invece intestardendosi sull’essere soli contro al mondo: se Judy vive solo per il caso, Nick ci racconta continuamente un’insoddisfazione interiore che non riesce ad esprimere.

Ovvero, vedere la sua amica distruggersi, fisicamente e mentalmente, per un problema troppo grande per lei.

Ma se c’è distruzione, c’è anche rinascita.

Carota

Se la carota si distrugge all’apice del loro scontro, la stessa è in realtà un punto di partenza.

Il registratore infatti si spezza come si spezza la voce, la frase di Nick quando trova il coraggio per comunicare i suoi veri sentimenti, quando cerca di mettere un freno alla corsa suicida di Judy, ma finisce solo per convincerla di essere davvero sola nella sua lotta contro al mondo.

Per questo è tanto più significativo che proprio quello sia il momento della loro divisione: Judy, troppo concentrata sulla risoluzione del mistero, non è capace di rivelare in tempo l’inganno di Pawbert, ma ne rimane vittima – mentre, forse, una mente più scaltra come Nick non si sarebbe fatta giocare così facilmente.

E, infine, l’ammissione delle loro insite debolezze, dopo aver concretamente rischiato la propria vita per salvare quella dell’altro, è un momento di incontro fra le differenti visioni del mondo che racchiude nel micro il macrotema di tutta la pellicola…

…politicamente anche più interessante del primo capitolo.

Diversità

Senza nulla togliere ai fondamentali concetti di Zootropolis, il suo sequel evade gli schemi più classici in maniera davvero inaspettata.

Infatti il primo capitolo, per quanto avesse un racconto politico molto significativo, era altresì inquadrato all’interno di uno schema più strettamente favolistico: riducendo molto del racconto alla sua ossatura, si trattava sostanzialmente del tropo narrativo dell’antagonista che vuole conquistare il mondo e riscriverlo secondo i propri desideri.

Al contrario. in Zootropolis 2 il discorso si allarga notevolmente, passando dall’essere un semplice thriller ad un effettivo thriller politico, in cui gli antagonisti sono inquadrati all’interno di una trama politica piuttosto subdola e con molti echi nella storia statunitense, con una discriminazione sistematica e basata su un pregiudizio così radicato che basta da solo per annullare un intero popolo.

E questa scalata al potere, questa narrazione antagonistica è così pervasiva da far gola ad un personaggio apparentemente positivo come Pawbert, che sceglie consapevolmente di essere il villain della storia a patto di poter far parte di una famiglia che mai l’ha veramente voluto, proprio per la sua inadeguatezza.

In altre parole, il personaggio fa un percorso inverso a quello dei due protagonisti, accettando la sua natura predatoria e non volendosi distinguere positivamente – o, meglio, non volendo rischiare in questo senso, come già tutta la sua oasi così riccamente arredata lascia presupporre.

Ma l’altro lato della medaglia è meno vincente.

Immediato

Per quanto Zootropolis 2 riesca complessivamente a funzionare nei suoi diversi snodi narrativi, anche quelli più rischiosi, meno vincente è nella gestione di Gary.

L’attaccamento del serpente a Pawbert quanto a Judy è fin troppo immediato, e manca del respiro necessario per arrivare ai momenti più drammatici – il tradimento e la definizione di Judy come migliore amica – per un personaggio che soffre molto per il poco minutaggio concesso, nonostante la sua storia sia il fulcro della vicenda. 

Tuttavia, ad una seconda visione posso dire che questo problema è parzialmente riassorbito all’interno della caratterizzazione di Gary, figura estremamente ingenua e assolutamente positiva – estensione, in un certo senso, della sua bisnonna, in una contrapposizione positivo e negativo piuttosto classica.

In questo senso forse Zootropolis in generale pecca in parte nel mettere al centro della storia personaggi parzialmente grigi e i cui dilemmi morali sono ampiamente esplorati – Judy e Nick – e nel circondarli di figure dalla moralità più netta ed immediata – Gary e la famiglia.

Ma c’è un motivo per cui Zootropolis 2 è così speciale.

Perché Zootropolis 2 è così speciale

La bellezza di un’opera sta anche nei suoi dettagli.

In un mercato dell’animazione che ha già più volte percorso le strade degli animali antropomorfi e delle loro città umane, Zootropolis 2 risulta particolarmente vincente nella cura che mette nel definire gli spazi e la lore generale, con non poche accortezze che la rendono una pellicola davvero preziosa.

Due su tutte.

Riguardo ai rettili, quando Judy e Nick arrivano nel locale clandestino, si scoprono a doversi sedere non su sedie, ma su dei rami contorti – proprio adatti agli ospiti serpenteschi – e così, nella casa della bisnonna, i serpentelli non misuravano il procedere della loro crescita in verticale, ma bensì – giustamente – in orizzontale.

Altrettanto piacevole è la cura di molte delle battute e dei giochi di parole: quando Pawbert si presenta a Judy gli tende la zampa – paw, in inglese – e dice appunto “Paw” invece che il suo nome completo, o anche quando Gary si presenta come Gary De’Snake che suona in inglese come Gary The Snake, ovvero Gary Il Serpente.

Piccoli accorgimenti, per un’opera davvero pensata.

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2025 Dramma romantico Drammatico Film Luca Guadagnino Nuove Uscite Film Thriller

After The Hunt – Mano mangia mano

After the Hunt (2025) è un thriller psicologico con protagonisti Julia Roberts, Andrew Garfield e Ayo Edebiri, per la regia di Luca Guadagnino.

A fronte di un budget sconosciuto, ha aperto con un riscontro abbastanza ridotto – per quanto prevedibile – al box office.

Di cosa parla After the hunt?

Alma è una stimata professoressa di Yale, che ha nella sua corte due personaggi piuttosto ambigui che si incontrano…come non avrebbero voluto.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere After the hunt?

Assolutamente sì.

After the hunt è uno dei ritratti più spietati quanto lucidi dell’evoluzione degli Stati Uniti contemporanei, partendo da un momento di massima radicalizzazione – gli anni finali del #MeToo – fino ad arrivare ad un presente forse anche peggiore.

Un racconto che si snoda in un terzetto di personaggi estremamente ambigui, che segue ed al contempo evade un copione sociale già scritto, a cui viene assegnato un ruolo, che però crolla su se stesso in un panorama ben più fumoso ed inafferrabile.

Insomma, dopo un racconto molto più pop come Challengers (2024), un’opera che mi ha decisamente più convinto.

Scandito

La vita di Alma è meticolosamente scandita.

I primissimi momenti della pellicola sono utili ad inquadrare a grandi linee il personaggio e le figure che la circondano, pochi ma fondamentali tasselli – il marito ombra, la pupilla, l’amante impossibile – che l’accompagnano verso il punto di partenza della sua storia: la cena.

Guadagnino introduce brevemente la situazione per poi penetrarla con lo sguardo registico in medias res, quando dinamiche apparentemente ripetitive e scontate hanno già preso piede: illazioni nei confronti di Maggie e, pur in maniera diversa, nei confronti di Alma.

Viene, in altre parole, raccontato il panorama sociale in cui la storia si muove – intorno alla fine degli Anni Dieci – in cui, mentre Hank si sposta furbescamente al fianco e in difesa di Alma, Maggie ha già svelato una delle tante contraddizioni del suo personaggio, rappresentata dalla misteriosa busta.

Ma una figura ulteriore ha un ruolo fondamentale in questo scenario…

…pur occupandone i margini.

Frederick entra e esce programmaticamente di scena, la osserva e l’analizza, e dà il suo fondamentale commento quando la stessa si sta per concludere, mettendo un punto fondamentale alla caratterizzazione della moglie: Alma vive soprattutto dell’approvazione e dell’adorazione degli altri, a prescindere dal loro valore.

Ma le attenzioni di qualcuno vogliono essere assolutamente esclusive.

Rapace

Maggie è una figura rapace.

L’incipit della sua macchinazione è ben rappresentato dalla falsa soggettiva sui due bicchieri sul tavolo, che osserva pensierosa nella penombra, prima di uscire di scena per lunghissimi momenti, ricomparendo solamente nel primo atto della sua tragedia.

E, quando riappare, è rannicchiata in una posizione meccanica e innaturale, che dovrebbe raccontare la sua sofferenza, facendola sembrare invece in agguato per l’arrivo di Alma, che costringe fuori dalla sua abitazione, dove è sicura – e infatti così succederà – che verrebbe invece insidiata da Frederick.

E qui comincia un importante gioco di mani e di non detti.

Il racconto di Maggie è volutamente lacunoso, lascia intendere quello che dovrebbe essere successo dopo le attenzioni di Hank, ma non lo dice mai esplicitamente, preferendo invece concentrarsi sul creare una connessione emotiva e fisica nei confronti di Alma, scegliendo con attenzione parole e gesti.

La ragazza cerca infatti di ritrovarsi con la donna in un terreno comune di violenza subita, azzardandosi ad introdurre un’informazione che non dovrebbe avere, sottolineando il momento con una mano poggiata vicino a quella di Alma con il palmo verso l’esterno, pronta ad essere afferrata…

…ma senza che questo succeda.

Mani

Si sviluppa così una trama profondamente rapace, che ha il suo primo apice – e apparente punto di arrivo – nella riapparizione violenta di Hank, che riesce a dare ulteriore margine di manovra al racconto vittimistico di Maggie, che ritorna nella sua posa strategica per essere finalmente raccolta da Alma.

Anche in questo caso sono fondamentali le inquadrature sulle mani di personaggi – e il loro contrasto: Alma mostra un tocco consolatorio ma incerto, mentre Maggie inarca le dita proprio come un rapace, svela la sua lucidità sgranando gli occhi e osservando un convitato di pietra – letteralmente – con cui il suo sguardo si scontra.

Un momento chiave che definisce anche gli attimi successivi fra le due, una continua rincorsa, soprattutto a fronte della cena risolutiva, che dovrebbe confermare il supporto di Alma, che cerca persino di raggiungere fisicamente Maggie, aggrappandosi al suo lato del tavolo…

…ma scontrandosi con una chiusura categorica della ragazza, anche a fronte dello smascheramento – pur prevedibile – di Frederick, che non solo la sbeffeggia, facendole indirettamente ammettere di essere una figura accademicamente inconsistente, ma minando anche il suo momento di confronto con le sue programmatiche interruzioni.

Ma Alma ha una battaglia tutta sua.

Facciata

Alma vive di molte facciate.

Dopo un ritiro non voluto dalle scene, la donna vive rinchiusa nei suoi obiettivi a breve termine – e forse anche nel fascino della corsa per ottenerli: da una parte le attenzioni di Hank, che la seduce e la glorifica costantemente, dall’altra la cattedra, punto di arrivo che ormai dà quasi per scontato.

In altri termini ad Alma piace raccontarsi come una donna piacente e di successo, che si circonda di ammiratori all’interno del suo tempio di ricchezza, che in realtà non è altro che una facciata ben costruita che racconta un’interiorità ben più divisa e ambigua, che preferisce rifugiarsi in ambienti spogli ed insospettabili.

Col proseguo della narrazione ci avviciniamo sempre di più ad un racconto di una vita fatta di rimorsi, di un essere costantemente legata a qualcosa che non può avere – o che non vuole veramente avere – piuttosto che a quanto già possiede, prima di tutto con il rapporto distaccato col marito, un fantasma della sua esistenza.

In questo senso è significativo come Alma ignori sistematicamente le attenzioni di Frederick, unica persona realmente onesta e leale della sua vita, sia quando cucina per lei – e neanche le risponde – sia quando cerca le sue attenzioni sessuali, risultando come l’ennesimo personaggio in adorazione.

Lo sconvolgimento della vita di Alma, insomma, riguarda ogni cosa possa disturbare i suoi meri interessi.

Stanato

Qual è la verità?

Guadagnino sottolinea a più riprese come la stessa non sia il punto del discorso, quanto più il tipo di narrazione che vi è costruita intorno, ma che suggerisce comunque sotterfugi, vendette e, forse, un tentativo di approccio finito male, che si ripresenta nell’ultima scena con Hank.

Un punto di arrivo in cui tutti i personaggi si sentono in qualche modo delle vittime del sistema, continuando ad urlare il loro dissenso, la loro insoddisfazione e la loro sconfitta, fino a cadere preda di loro stessi e privati di quelli che sembravano i loro obbiettivi di una vita…

…eppure non lo erano.

Il presente dei cinque anni successivi mette un punto ad una storia di un terzetto di figure egoiste e approfittatrici, che si nascondono dietro alle blande scuse di un sistema ingiusto per lamentarsi di non raggiungere i loro traguardi, facendosi portatori di battaglie che scelgono facilmente di abbandonare alla prima occasione, per riproporsi in una veste nuova.

Per questo il finale è tanto più significativo per raccontare un assolutismo passeggero, che non cambia realmente la fondamentale incomunicabilità insita in un’umanità alla disperata ricerca di vittime da lodare, eroi da glorificare e nemici da sconfiggere…

…in un individualismo sfrenato che ha solo bisogno del giusto palco per potersi mostrare.

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2025 Azione Dramma familiare Dramma romantico Drammatico Film Paul Thomas Anderson Thriller

Una battaglia dopo l’altra – La lotta è ancora nostra

Una battaglia dopo l’altra (2025) di Paul Thomas Anderson è un thriller politico e la prima collaborazione del regista con Leonardo DiCaprio.

A fronte di un budget piuttosto importante – 150 milioni di dollari circa – è stato complessivamente un insuccesso commerciale.

Di cosa parla Una battaglia dopo l’altra?

Pat e Perfidia fanno parte di un gruppo di combattimento rivoluzionario…a cui il mondo non è ancora pronto.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Una battaglia dopo l’altra?

Assolutamente sì.

Con Una battaglia dopo l’altra Paul Thomas Anderson ritorna alla regia per un racconto di satira sociale, per la prima volta ambientato nella contemporaneità più straziante, riuscendo splendidamente in un incontro fra il thriller più cupo e la comicità più grottesca.

Ne consegue una pellicola di altissimo valore storico e artistico, con una regia strabiliante e un montaggio clamoroso, oltre a prove attoriali che dominano con la loro presenza scenica – che da sole fanno il film.

Controllo

Pat e Perfidia viaggiano su due esistenze parallele…

…che convivono finché possono.

Fin dalle primissime battute appare chiaro come Perfidia sia il personaggio di punta dell’intera organizzazione, la protagonista della scena, mentre gli altri – specificatamente il suo compagno – non sono altro che dei figuranti, dei personaggi di contorno che permettono la realizzazione della sua storia.

Ed è così protagonista che, anche quando un uomo minuscolo come Lockjaw cerca di possederla, Perfidia riscrive la situazione a suo favore, rendendolo totalmente succube della sua forza fisica e sessuale, raccontando fin da subito come potere, caos ed erotismo si intreccino profondamente nella sua persona.

Ed è un incontro davvero…esplosivo.

L’esaltazione del vortice involutivo di Perfidia ha il suo apice nelle diverse scene che la ritraggono sessualmente attratta dalla violenza e dal caos, riuscendo persino a trovare del godimento fisico nell’incontro sessuale con Lockjaw, nonostante ne sia sostanzialmente la vittima.

Ma se il controllo è così eccitante, la perdita dello stesso è devastante.

Attenzione

Con la nascita della figlia, Perfidia non ha più tutte le attenzioni su di sé.

Risulta genuinamente grottesco come la donna si esprime nei riguardi della figlia, di come si senta derubata delle attenzioni del compagno, di come conseguentemente non si senta più bella, né potente né, più in generale, padrona del proprio corpo, che sembra, in qualche modo, averla tradita.

E se semplicemente allontanarsi dal neonato nucleo familiare dovrebbe essere la soluzione, si rivela in realtà l’ultimo atto di un processo di autodistruzione, la cui esasperazione è rappresentata dalla rapina in banca, in cui Perfidia apre il fuoco su un uomo innocente che aveva osato muoversi differentemente da come da lei indicato.

Così, ingabbiata e, apparentemente, definitivamente sconfitta, la donna tradisce doppiamente la fiducia dei suoi compagni di lotta prima e del colonnello dopo, rinchiusendosi spregiudicatamente nel suo egoismo e scomparendo definitivamente dalla scena.

E la storia è appena iniziata.

Differenze

Come la maggior parte dei film di Paul Thomas Anderson, la vera storia è tutta nel sottotesto.

Ed è interessante notare come il regista evada ogni tipo di banalità e di discorso già sostanzialmente scritto, per invece raccontare come, nel loro essere estremamente grotteschi, le due parti non siano fondamentalmente così diverse, ma che anzi abbiamo alla base un sistema profondamente ridicolo.

Infatti, se Perfidia rappresentava l’esasperazione della ribellione e radicale e violenta, il resto della resistenza non è tanto più brillante, così rinchiuso in una serie di formule senza significato e di processi apparentemente utili alla causa, ma che, in realtà, come si vede dalla comica telefonata fra Bob e la nuova confraternita, sono estremamente fine a sé stesse.

Ed è veramente paradossale che lo stesso sistema definisca anche la totale controparte, possibilmente ancora più ridicola nel suo essere legata ad un immaginario sostanzialmente infantile – il Natale e San Nicola – nel parlare di violenza, razzismo e uccisione sistematica e senza esclusione di colpi.

Ma ancora più interessante è come questo sistema sia, di fatto, la quotidianità.

Quotidiano

Il racconto degli Stati Uniti di Anderson, anche esplorando ere differenti, è sempre stato sostanzialmente pessimista.

E la situazione, anche nel presente, non sembra mai cambiata.

La stessa giustizia sommaria, la stessa paranoia e la medesima violenza dilagante che trovavamo alla fine degli anni Sessanta in Vizio di Forma (2012) sono ancora dominanti anche nel quotidiano della contemporaneità del regista, che raffigura un paese cristallizzato in un ciclo di brutalità senza via di scampo…

…oppure no?

All’interno di un sistema così radicato, che vive sotto apparenze del tutto quotidiane – come una semplice casa suburbana o una palestra di karate – forse per la prima volta Anderson riesce a vedere una flebile speranza in una generazione che sceglie le sue battaglie e impara dal passato.

Willa infatti si addestra, combatte e si ribella ma con armi totalmente differenti, diventando un personaggio che non ha bisogno di essere salvato dalla vecchia generazione, ma che deve semplicemente fare i conti con la stessa – che, come tipico per Anderson, è rappresentata dalla sua stessa famiglia.

Significativo in questo senso il confronto finale col padre, che si ritrova davanti ad una figlia del tutto cambiata e che non comprende più da dove è venuta – una traditrice? Un’eroina? Un uomo fragile e violento? – e cerca di abbracciare debolmente le formule di un sistema che non gli appartiene.

Per questo infine la vecchia generazione si può riposare e lasciare che siano i figli a riprendere in mano la lotta, ma in maniera differente, forse meno violenta…

…ma decisamente, si spera, più efficace.

 

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2022 Comico Dramma romantico Drammatico Film Le Novelle Teen Teen Movie Thriller

Do Revenge – Il vero nemico

Do Revenge (2022) di Jennifer Kaytin Robinson è un teen movie liberamente tratto dal film L’altro uomo (1951) di Alfred Hitchcock ed è considerabile l’erede spirituale di Mean Girls (2004).

È stato distribuito direttamente su Netflix.

Di cosa parla Do Revenge?

Nora e Drea sono due lupi solitari con un obbiettivo comune: vendicarsi di chi ha tagliato loro la strada.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Do Revenge?

Assolutamente sì.

Do Revenge è considerabile come l’erede spirituale della satira sociale di Tina Fey proprio per il suo riprendere sostanzialmente la stessa trama, ma arricchendola di un taglio molto più cupo e drammatico…

…proprio per andare a raccontare problematiche sociali incredibilmente attuali e ancora più strazianti, soprattutto se si pensa che le figure al centro della storia sono di fatto dei giovanissimi protagonisti pronti a divorare e a farsi divorare.

Classe

Do Revenge è tutto in tutto e per tutto un discorso di classe sociale.

Immersa in una festa che neanche nelle migliori trasposizioni de Il grande Gatsby, Drea si racconta la suo apice, quando è ormai perfettamente riuscita a raggiungere le vette del suo circolo sociale e a controllare ogni elemento al suo interno con particolare arguzia.

Purtroppo, già da questo frangente è evidente come le lotte intestine siano unicamente fra ragazze e unicamente volte a glorificare il proprio apparire – o a screditare quello di un’altra, proprio come Mean Girls ci raccontava in tempi non sospetti.

E già da giovanissime queste ragazze imparano quanto i loro corpi saranno sempre al centro della scena, oscurando ogni altro tipo di colpa, anche la peggiore: così Drea viene screditata e punita per aver aggredito Max, ma nessuno interviene per salvarla dal revenge porn che sta subendo.

E lo scontro continua sempre, incessantemente nella medesima direzione.

Vendetta

La vendetta ti uccide e ti forma.

Scomparsa dietro al suo corpo indebitamente sessualizzato, Drea si consuma nel masticare odio e vendetta, ma solo verso chi si può rivalere, ovvero altre ragazze facenti parte del medesimo circolo vizioso di distruzione reciproca, rispondendo alla loro – anche solo presunta – malignità con una cattiveria ancora più esacerbante. 

Ma sono rivalse vuote, portate avanti con la stessa semplicità con cui Drea stessa è stata smembrata, così semplici ma anche così totalizzanti da annullare effettivamente l’identità di una persona a fronte di un unico elemento: Erica sarà sempre e solo una cocainomane, Carissa è solo una disgustosa lesbica che coltiva droga.

Ed è in questo senso interessante come l’unico personaggio che Drea cerchi di portare nella sua stessa trappola sia proprio Max, provando di imbastire uno slut shaming gratuito che viene risolto con una facilità disarmante, proprio perché il personaggio maschile non parte già con dei pesi da dover smaltire.

Ma, soprattutto, è una rivalsa che gli rimbalza contro proprio perché è ulteriore conferma che il suo ex fidanzato non l’avesse mai considerata come una persona, ma bensì una delle tante ragazze con cui arricchire il proprio harem – e per il solo racconto della sua immagine pubblica di persona assolutamente desiderabile.

Ma se la caduta di Drea è rovinosa, l’annullamento di Nora è devastante.

Annullamento

Il dolore di Nora è totalizzante.

Anche se non viene detto esplicitamente, è chiaro che la protagonista sia stata per molto tempo intrappolata in una spirale depressiva, proprio a causa dello sciocco pettegolezzo diffuso da Drea, che ne ha riscritto, ancora una volta, la personalità, legandola all’esasperazione di un unico aspetto della stessa.

E il paradosso sta proprio nell’assumere esattamente l’identità che le è stata incollata addosso, quella della predatrice, ma nascondendosi prima dietro al racconto di vittima degli eventi, e poi di una ragazza misteriosamente interessante e tutta da scoprire.

Ma la sua condizione è più sfumata.

Do Revenge sceglie consapevolmente di evadere quella fastidiosa tendenza narrativa della commedia femminile dell’inizio del Millennio, in cui la protagonista si lascia ridefinire dal mondo che dovrebbe combattere – come Mean Girls quanto Il diavolo veste prada (2006) raccontano.

Effettivamente Nora viene assorbita all’interno del gruppo che dovrebbe distruggere e cade inevitabilmente nella rete di Max, ma per tutti i motivi giusti: ad eccezione di quest’ultimo, questi ricchi e annoiati ragazzini possono essere effettivamente il gruppo di amici di cui la protagonista ha effettivamente bisogno.

Per questo l’atto finale è ancora più sorprendente.

Nemico

L’ultimo atto di Do Revenge funziona a tratti.

La pellicola vorrebbe imbastire un colpo di scena che racconti l’esasperazione di questa inutile lotta intestina fra ragazze, con delle brevi scene thriller di grande effetto, che si esauriscono nella sequenza della festa in cui Drea diventa nuovamente una bulla fautrice di quei destabilizzanti pettegolezzi che avevano distrutto Nora.

In questo frangente dovrebbe avvenire lo scioglimento della loro contesa, che però forse manca del respiro necessario per essere efficace nell’affrontare un tema così importante, anche se scenicamente è chiaro che entrambe devono spostare l’attenzione verso il loro vero nemico.

E rendere Max il villain effettivo, concentrando su di lui tutti i problemi della mascolinità repressiva e controllante, è una scelta piuttosto vincente per chiudere il discorso…ma poteva essere anche più incisiva se si fosse puntato di più sul racconto di come lui stesso sia il prodotto di un sistema.

Così il nemico è sconfitto da un ripensamento dello stesso gruppo che pensava di controllare e con le sue stesse armi, e le protagoniste non arrivano a riacquistare quanto hanno perso prima, ma piuttosto a ritrovarsi libere di riscoprirsi e di conoscersi…

…anche rinunciando a quella via che sembrava già tracciata.

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Dramma romantico Drammatico Film I racconti corali Paul Thomas Anderson Thriller

Hard Eight – Il tiro sfortunato

Hard Eight (1996) è il primo lungometraggio diretto da Paul Thomas Anderson.

A fronte di un budget piccolino – 3 milioni di dollari – ha avuto un riscontro molto basso – anche per la scarsa distribuzione.

Di cosa parla Hard Eight?

Può un vecchio giocatore d’azzardo prendere sotto la sua ala un uomo squattrinato senza ulteriori fini? Forse…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Hard Eight?

Assolutamente sì.

Hard Eight è dove tutto è cominciato, un film che ti intrappola in una storia di cui pensi di sapere già lo scioglimento, e che invece ti sorprende proprio nel suo ultimo atto, riscrivendosi completamente – e distruggendoti internamente.

Insomma, già qui Anderson porta in scena un’opera dove i personaggi e i loro caratteri sono i veri protagonisti della storia, che nel complesso è tanto lineare ed immediata quanto significativa e potente nei suoi significati.

Direzione

L’introduzione di Hard Eight sembra andare in una direzione ben precisa.

Portando sotto la sua protezione un uomo evidentemente al limite della disperazione, Sidney sembra voler sfruttare la sua disperazione per renderlo suo debitore, facendo riferimento ad un non meglio definito favore da ricambiare in futuro.

Altrettanto classica è la sequenza dedicata ai trucchi del casinò, per cui l’anziano mentore insegna una tattica sottile quanto estremamente efficace per riuscire a guadagnare qualcosa – seppure non tutto il necessario – con un taglio sottilmente ironico che sembra preannunciare la catastrofe.

E la tattica pare avere il suo ultimo atto qualche anno dopo, quando Sidney tiene John totalmente sotto il proprio controllo, e cerca di attirare nella sua rete anche la giovane Clementine, donna altrettanto disperata, già intrappolata in un giro di prostituzione più o meno esplicito.

E, invece, nel secondo atto tutto cambia.

Controllo

Hard Eight parla di controllo.

Il controllo che Sidney sembra avere su tutti i personaggi in gioco, riducendo a reinstradare due disperati lontani da cattive scelte di vita e, proprio come una giocata al tavolo di craps, puntare su un risultato difficilissimo da ottenere – e senza mai mostrare veramente le proprie carte.

Eppure, è una scommessa tanto più imprevedibile.

L’improvvisa irruzione in scena dell’avventatezza della giovane coppia li incastra in una trama criminale che sono evidentemente incapaci di gestire, fra un John testardamente convinto di poter rigirare la vicenda a suo favore, improvvisandosi in una posizione di controllo che non possiede…

…e una Clementine che si rinchiude ancora di più nella sua pochezza, rimanendo inerme in un angolo ad implorare l’unica cosa che le interessa nella sua scarsissima lungimiranza: i pochi spiccioli che le impediscono di finire definitivamente in mezzo alla strada.

E, allora, è il momento di una nuova giocata.

Lontano

Sidney ha lanciato i suoi dadi troppo lontano.

Due dadi solitari, erranti e incontrollabili come Clementine e John, che deve spingere via dalla scena, lontano dal suo controllo e dalla sua protezione, per tornare padrone della scena all’interno della torbida dinamica del ricatto di Jimmy, la wild card che non è mai riuscito ad addomesticare.

E la rivelazione delle vere motivazioni del protagonista riscrivono sostanzialmente la pellicola, raccontando il disperato tentativo di sanare una situazione che sembrava così semplice da risolvere – prendere il posto di quella figura paterna di cui aveva privato John…

…ma da cui l’uomo ha ereditato tutti gli insanabili vizi di improvvisazione e di avventatezza.

E allora a Sidney non rimane che riprendere il controllo sull’unico elemento su cui sembra avere ancora presa: introdursi nella vita di Jimmy e vendicarsi brutalmente di avergli sottratto l’ultimo barlume di speranza di una giocata sfortunata di cui si pentirà per il resto della sua esistenza.

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Oliver & Company – Dietro una maschera

Oliver & Company (1988) di George Scribner è il ventisettesimo Classico Disney nonché l’ultimo film considerato propriamente parte del cosiddetto Medioevo Disney.

A fronte di un budget abbastanza importante – 31 milioni di dollari – ebbe, al tempo, un riscontro piuttosto scarso: appena 53 milioni di dollari alla sua prima uscita.

Di cosa parla Oliver & Company?

Oliver è un gattino che sogna di avere una famiglia tutta sua. Ma forse non andrà tutto come sperato…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Oliver & Company?

Dodger e Oliver in una scena di Oliver & Company (1988) di George Scribner

Assolutamente sì.

Oliver & Company è una parentesi piuttosto interessante della storia Disney: un breve e isolato esperimento di rendere un Classico un musical a tutti gli effetti, con un’ironia piuttosto brillante ed una dose di violenza decisamente sorprendente visto il target di riferimento.

Di fatto, la pellicola è un thriller mascherato da film per l’infanzia, che riesce in più momenti a nascondersi dietro ad un umorismo leggero e spensierato ed un topos narrativo piuttosto classico.

Insomma, da riscoprire.

Durezza

Oliver in una scena di Oliver & Company (1988) di George Scribner

Oliver vive in un mondo ostile.

L’apertura della pellicola è piuttosto esplicativa per raccontare da una parte il disperato desiderio del protagonista di trovare un nucleo di appartenenza, dall’altra il facile infrangersi di un sogno davanti ad una realtà che lo esclude fin dal primo momento.

Per questo Why Should I Worry? è una delle grandi maschere dietro cui il film si nasconde.

Dodger in una scena di Oliver & Company (1988) di George Scribner

Dopo averci fatto stringere il cuore per la sorte infelice di Oliver, il film ci accompagna alla conoscenza della sua nuova famiglia, introdotta con il grande inganno di Dodger, che si racconta fin da subito come un abile approfittatore, anche a costo di rivalersi sui più deboli.

E proprio il racconto di una vita di strada spensierata è un perno fondamentale della pellicola nel suo volersi in parte raccontare come un’avventura dai toni spensierati e giocosi, un chiaro tentativo di ammorbidire diversi frangenti successivi per nulla felici, anzi piuttosto angoscianti e crudelmente realistici.

E, infatti, la crudeltà del film è tutta da scoprire.

Reale

Il racconto di Oliver & Company è, per certi versi, fin troppo reale.

Anche se il film non vuole essere mai troppo esplicito in questo senso, appare chiaro che Fagin si sia fatto intrappolare da uno strozzino che non sarà mai capace di ripagare, e che ora arranca nel disperato tentativo di raccogliere dei rottami per sfuggire alla morte certa.

La sua figura è un altro elemento fondamentale e funzionale alla trama per smorzare la violenza della maggior parte delle scene in cui è coinvolto, con una comicità slapstick piuttosto semplice, ma anche complessivamente ben integrata nella narrazione.

Ed è una scelta assolutamente fondamentale di fronte a frangenti così estremi – come la morte dei due cani di Sikes – da essere per forza portati fuori scena, rimanendo vivissimi nella mente dello spettatore, soprattutto nei momenti in cui i cani sono usati come metodo di punizione.

E il coinvolgimento di Jenny non è che ulteriore elemento di angoscia della pellicola, per cui Sikes non si fa scrupoli neanche nel rapire una bambina pur di mettersi qualche soldo in più in tasca, portando ad un adrenalinico finale che riesca a funzionare così bene per un unico motivo: l’ottima gestione della coralità.

Spazio

I cani in una scena di Oliver & Company (1988) di George Scribner

Gestire un film corale è una sfida notoriamente complessa.

Ci si trova spesso davanti a pellicole che vorrebbero far dialogare le diverse parti in scena e arricchire il racconto popolandolo di diverse figure, ma che finiscono per fare importanza solo ai pochi, effettivi protagonisti – lasciando sullo sfondo tutto il resto.

Al contrario Oliver & Company riesce a dare a tutti il giusto spazio, definendo i membri della gang con pochi ma funzionali tocchi, senza mai perdersi in caratterizzazioni banali o stereotipate – anche se ce ne sarebbero spesso tutti i presupposti – rendendo tutti i membri, nel loro piccolo, assolutamente indispensabili.

Georgette in una scena di Oliver & Company (1988) di George Scribner

In questo modo, il film assume effettivamente la natura di storia corale, con anche degli importanti cambiamenti di passo di figure come Georgette, introdotta come villain secondario – o di passaggio – ma che infine sceglie di partecipare al salvataggio della sua piccola padrona.

E proprio intorno a questo personaggio che ruota uno dei pericoli più importanti della pellicola.

Incantesimo

Fagin e Oliver in una scena di Oliver & Company (1988) di George Scribner

Quando si ha fra le mani dei personaggi grigi, soprattutto in film per l’infanzia, lo scioglimento è la parte più rischiosa.

Infatti capita più spesso del dovuto che i protagonisti della storia, anche quelli più spiccatamente negativi, vengano come colpiti come da un incantesimo nella conclusione della pellicola, che li porta sotto la rassicurante morale del tutti possono essere migliori, negandogli il passaggio fondamentale in questa direzione.

Invece la bellezza del finale di Oliver & Company è che, di fatto, nulla cambia.

Come mi aspettavo una chiusura alla Lilli e il vagabondo (1955), in cui si arrivava senza farsi troppi problemi al punto di arrivo designato – e moralmente accettabile – in realtà lo status quo rimane sostanzialmente immutato: a fronte della significativa scelta di Oliver di rimanere con Jenny, tutti gli altri continuano, anzi esaltano la loro vita di strada.

Così infine Oliver e Dodger si devono separare un po’ a malincuore, ma nella consapevolezza di aver scelto la vita più giusta per loro, senza nessuna forzatura, come ben racconta lo screzio fra Goergette e Tito, che si rende infine conto di come lui e la barboncina siano di fatto incompatibili e che non possano forzarsi l’uno sull’altro.

E questa è una morale tanto più importante di un qualsiasi happy ending idealizzato.

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Basil L’investigatopo – L’atto centrale

Basil L’investigatopo (1986) di Burny Mattison, David Michener, Ron Clements e John Musker è il ventiseiesimo Classico Disney.

A fronte di un budget medio per il periodo – 14 milioni di dollari – è stato un buon successo commerciale: 38 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla Basil L’investigatopo?

Londra, 1897. Hiram Flaversham è un giocattolaio particolarmente abile, che per questo entra nel mirino di un personaggio non proprio raccomandabile…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Basil L’investigatopo?

Assolutamente sì.

Il ventiseiesimo Classico Disney è, arrivati a questo punto, uno dei migliori prodotti di questa fase: una narrazione puntuale e avvincente, che riesce a seguire strade già battute, ma adattandole ottimamente all’economia narrativa e al poco minutaggio a disposizione.

Nondimeno i personaggi principali – Basil e Ratigan – sono due figure incredibilmente memorabili: l’uno che prende le mosse da Sherlock Holmes in maniera irresistibilmente comica, e l’altro che riesce ad incarnare uno dei villain più iconici della Disney, anche per la violenza efferata che lo caratterizza in non pochi momenti.

Insomma, da riscoprire.

Medias res

Uno dei meriti più importanti di Basil L’investigatopo è la gestione del tempo.

Nella consapevolezza di godere un minutaggio limitato, la pellicola riesce ad incastrare una storia lineare all’interno di una narrazione già avviata: ci bastano così poche scene per introdurre Hiram Flaversham e la sua abilità artigiana, che diventano subito oggetto dell’interesse di un misterioso personaggio nell’ombra…

E, come tutte le scene di violenza della pellicola, il rapimento del giocattolaio è ottimamente orchestrato fuori scena, raccontato ora attraverso le ombre drammatiche proiettate sul muro, ora tramite i suoni che la disperata Olivia è costretta ad ascoltare all’interno della credenza.

Ma questa è solo la scintilla iniziale per portarci alla conoscenza di Topson e conseguentemente di Basil, introdotti con lo stesso simpatico espediente di Le avventure di Bianca e Bernie (1977) – le versioni più piccole dei corrispettivi umani che si vedono brevemente in scena.

E il primo approccio con Basil è particolarmente brillante.

Olivia e Topson entrano nella vita dell’investigatore quando questo è già invischiato nella faida con Ratigan, quando sta già cercando di incastrarlo seguendo una logica comprensibile solo a lui, che però si rivela infine fallimentare, rendendo ancora più importante il caso di Olivia.

Infatti questa presentazione di Basil fa gioco alla trama per riuscire ad essere credibile nella scelta subitanea del protagonista di prendersi sulle spalle il caso, non andando fra l’altro ad intaccare la sua figura di stravagante investigatore totalmente concentrato su se stesso e sulla sua bravura.

Ma Ratigan merita un discorso a parte.

Ombra

Il villain di Basil L’investigatopo è uno dei più riusciti di questa fase.

Anche in questo caso bastano pochi tocchi  per caratterizzarlo come personaggio estremamente vanesio ed egocentrico, che si è costruito una nutrita cerchia di sostenitori da cui desidera solamente il costante e cieco servilismo, mettendosi sempre al centro della scena – e della canzone – con la sua impotente presenza.

E la stessa è significativa anche per definire un altro lato del personaggio.

Ratigan non è un topo, ma bensì un ratto, quindi un animale decisamente più vile e deprecabile, natura che però cerca di sublimare sia nell’aspetto estremamente curato e pomposo, sia anche nell’agire, non sporcandosi fino all’ultimo mai veramente le zampe.

Infatti la sciocca mancanza di uno dei suoi scagnozzi nel chiamarlo ratto porta allo svelamento della sua arma segreta, un enorme gatto che emerge in scena con una presentazione degna di un kaiju, e che diventa lo strumento per il concretizzarsi ancora una volta di una violenza piuttosto efferata e fuori scena…

…che è prima di tutto mentale: come Ratigan potrebbe facilmente e direttamente punire da sé i suoi nemici – come si vedrà a fine film – preferisce invece distruggerli prima mentalmente – ora con la campanella, ora con le minacce velate a Flaversham – proprio nel suo volersi raccontare come villain efferato ma elegante nel suo agire. 

Tanto più che il suo piano non è così immediato…

Pista

La gestione del piano del villain è un ostacolo non facile da aggirare.

Spesso la stessa diventa o un mezzo per la maturazione dei personaggi – come in Taron e la pentola magica (1985) – o un semplice ostacolo e minaccia in divenire – in Gli Aristogatti (1970) quanto in Red e Toby (1981) – ma difficilmente, soprattutto all’interno di un film animato per un pubblico infantile, diventa centrale alla storia.

Per Basil l’investigatopo è tutto il contrario.

Il piano di Ratigan viene svelato progressivamente pezzo per pezzo e nei suoi inquietanti dettagli, intrecciandosi perfettamente con l’investigazione di Basil, in cui dà prova delle sue capacità di brillante investigatore, ma senza mai eccedere nel raccontarlo come protagonista imbattibile, anzi.

La tridimensionalità del personaggio e la stretta correlazione con il suo antagonista è data proprio dai suoi errori.

Per quanto Basil riesca a condurre abilmente l’indagine ed ad orchestrare furbi travestimenti e macchinazioni, finisce comunque nella trappola di Ratigan, che si misura con lui proprio con i medesimi strumenti mentali, riuscendo prima a sottrargli Olivia, e poi a renderlo parte del suo stesso piano.

E così si arriva ad un momento di passaggio classico, ma che non manca di qualche sorpresa.

Metamorfosi

Il frangente del fallimento è fondamentale nella narrazione dell’eroe

Infatti il protagonista non può immediatamente risultare vincitore, anzi più viene sconfitto in prima battuta, più diventa interessante la sua rinascita che lo porta allo scontro finale – per cui gli esempi in questo senso, da Hercules (1993) fino al Re Leone (1998), si sprecano.

E proprio questo succede a Basil, che viene intrappolato nel congegno mortale di Ratigan e si rinchiude in sé stesso, arrendendosi alla sua clamorosa sconfitta, venendo poi fatto rinsavire dai suoi aiutanti – Topson e in parte Olivia – riuscendo nuovamente ad utilizzare le sue capacità mentali per trovare una falla nella macchina del suo nemico.

Il successivo frangente è perfetta nella conclusione del climax narrativo del piano di Ratingan, che lo identifica ancora come antagonista mentale, e non fisico – non prende il potere per la forza, ma sostituisce la regina con l’inganno – mentre risulta più debole nella sua sconfitta da parte di Basil, fin troppo veloce e non adeguatamente costruita.

Ma non è finita qui.

La vera sconfitta di Ratigan avviene solo quando abbandona le vesti da antagonista macchinatore e crolla nel suo più importante incubo: non essere altro che un malefico e brutale ratto, che si rifà su Basil unicamente con la sua forza spropositata che finalmente porta in scena.

E così la spettacolare scena del Big Bang segna l’ultimo momento della pellicola e la definitiva sconfitta del villain, regalandoci un simpatico prologo che aprirebbe sulla carta la via a nuovi film, ma senza che, ad oggi, si siano mai concretizzati…

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Le avventure di Bianca e Bernie – La pezza grottesca

Le avventure di Bianca e Bernie (1977) di Wolfgang Reitherman, John Lounsbery e Art Stevens è il ventitreesimo Classico Disney, nonché il primo ad aver avuto un sequel.

A fronte di un budget abbastanza significativo – 7.5 milioni di dollari – è stato un ottimo successo commerciale: 48 milioni di dollari nella sua prima uscita.

Di cosa parla Le avventure di Bianca e Bernie?

Penny è una bambina orfana tenuta prigioniera dalla perfida Madame Medusa. E le persone su cui può contare sono davvero piccolissime…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Le avventure di Bianca e Bernie?

Bianca in una scena di Le avventure di Bianca e Bernie (1977) ventitreesimo Classico Disney

In generale, sì.

Le avventure di Bianca e Bernie è forse il film che ha più sofferto del Medioevo Disney – anzi, forse è il primo film da considerare propriamente parte dello stesso – in quanto vive di idee anche ottime, momenti ormai diventati iconici e indimenticabili nella memoria collettiva…

…ma che soffre di non pochi difetti derivati probabilmente da una gestione produttiva piuttosto frettolosa e disordinata, con degli errori che potrebbero appartenere ad un qualunque prodotto di scarsa qualità di questo periodo, non certo a Casa Disney.

In ogni caso, merita un’occasione.

Spunto

Inizio di Le avventure di Bianca e Bernie (1977) ventitreesimo Classico Disney

Le avventure di Bianca e Bernie fa a gara con Bambi (1942) per l’apertura più struggente.

Infatti non sappiamo di fatto niente di questa bambina, eppure la sua disperata richiesta di aiuto, con in sottofondo una melodia struggente che ci accompagna per tutti i titoli di testa, ci fa inevitabilmente stringere il cuore per un personaggio di cui non sapremo quasi nulla fino a metà film.

Infatti, i veri protagonisti devono ancora arrivare.

Il lato probabilmente più vincente della pellicola prende le mosse dall’ottimo La carica dei 101 (1961), creando un delizioso microcosmo sotterraneo di minuscoli agenti speciali, di salvatori certificati – rescuers in originale – che si espanderà – pur con qualche inciampo – lungo tutta la pellicola.

Ed è ancora più vincente come i protagonisti non siano inizialmente presentati come una coppia, ma anzi come due perfetti sconosciuti la cui caratterizzazione è totalmente indipendente, ma infine inevitabilmente interconnessa: come Bernie è un inserviente un po’ maldestro, ma che non si tira mai indietro…

Bernie sale sulla bottiglia in una scena di Le avventure di Bianca e Bernie (1977) ventitreesimo Classico Disney

…Bianca è una fascinosa agente che ha gli occhi di tutti i personaggi addosso fin dalla sua prima apparizione, ma che sceglie consapevolmente di avere come suo compagno l’ultimo gradino della scala sociale, ma che ha saputo più di tutti dimostrare il suo valore nei pochi minuti in cui è stato introdotto.

Così la parte centrale ha un twist inaspettato.

Mistero

L’atto centrale è forse quello più centrato dell’intera pellicola.

Invece che dare immediatamente le indicazioni ai protagonisti per trovare il proprio obbiettivo, la pellicola imbastisce un’ottima trama mistery che riporta i due piccoli personaggi a seguire le tracce della bambina scomparsa, e così a tratteggiarne il carattere – pur senza riuscirci fino in fondo per via di un ultimo atto abbastanza claudicante.

Così scopriamo che Penny è vittima di una doppia ingiustizia: non solo è stata rapita, ma viene fatto credere che in realtà sia scappata, ormai insoddisfatta di un’esistenza in cui sembra impossibile trovare una nuova famiglia, nel suo essere anche piuttosto determinata, come ben dimostrano i successivi e continui tentativi di fuga.

Madame Medusa al telefono in una scena di Le avventure di Bianca e Bernie (1977) ventitreesimo Classico Disney

Il punto di arrivo è infine la conoscenza di Madame Medusa, personaggio che riesce al contempo ad essere un buon villain, rafforzato anche dall’ambiente – il negozio d’antiquariato crepuscolare, poi la angosciante palude – e dai personaggi di cui si circonda – i temibili coccodrilli Bruto e …

…ma anche peccare nell’essere un palese riciclo di Crudelia Demon – da cui alcune sequenze, particolarmente quelle della macchina, che sono sostanzialmente le stesse – pur nella sua iconico stile decadente e nel suo carattere incontrollabile, quasi capriccioso, che ne definisce la insostenibile avidità.

E giungiamo così infine all’ultimo atto.

Monco

Madame Medusa allo specchio in una scena di Le avventure di Bianca e Bernie (1977) ventitreesimo Classico Disney

L’ultimo atto della pellicola sembra monco in molti punti.

Se infatti l’elemento più vincente è la costruzione ottimamente orchestrata della situazione da risolvere, aggravata dai capricci di Medusa, che non desidera un qualunque dei gioielli ritrovati da Penny, ma bensì uno specifico e introvabile diamante, con anche la parvenza di un piano da mettere in atto…

…lo stesso si perde in snodi narrativi che paiono quasi improvvisati, aggravati da degli eventi errori di prospettiva – topi, marmotte, tartarughe e gufi sono tutti della stessa dimensione – e dall’inserimento di personaggi aggiuntivi nel ruolo di aiutanti dei protagonisti che appaiono in ultima analisi totalmente superflui.

Una tendenza che ben si esplica nel finale.

Anche qui si alterna la sequenza dell’avventura della caverna veramente ben pensata, in cui vediamo concretizzarsi le paure di Penny – e di qualunque bambino al suo posto – oltre a definire in maniera puntuale perché l’intervento dei piccoli protagonisti era così fondamentale…

…ad uno scioglimento della vicenda che appare veramente improvvisato, con la carica dei personaggi di riserva che entra in scena nel momento giusto per dare una chiusura alla storia, accompagnandoci ad un epilogo sicuramente appagante, ma che poteva essere costruito in maniera decisamente più vincente.

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Dramma familiare Drammatico Film Giallo Mistero Thriller

Madre – L’occhio della madre

Madre (2009) di Bong Joon-ho è un thriller poliziesco e il suo terzo film in lingua coreana.

A fronte di un budget piccolissimo – 5 milioni di dollari – anche per la sua distribuzione limitata, ha avuto un riscontro piccolo ma significativo: 17 milioni di dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla Madre?

Yoon Do-joon è un ragazzo con una disabilità mentale totalmente sotto la protezione della madre, che farebbe qualunque cosa tenerlo al sicuro…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Madre?

Assolutamente sì.

Al pari di Memorie di un assassino (2003), anche Madre è un incontro piuttosto curioso – ma assolutamente vincente – fra un thriller sanguinoso e una commedia nera dai toni a tratti estremamente amari, con un utilizzo del climax e dei colpi di scena semplicemente perfetto.

Così Bong Joon-ho riesce ancora una volta – e costantemente – a stupire lo spettatore sbarigliando le carte in tavola in maniera assolutamente inaspettata, e includendo al contempo la sua onnipresente riflessione sulla problematica situazione sociale in Sud Corea.

Insomma, da non perdere.

Guardia

La Madre è un guardiano.

La costante soggettiva della donna nei confronti del figlio dall’altro lato della strada è indicativa della sua onnipresente sorveglianza, che, con lo scontro con la macchina, ne svela l’insita fragilità, che la fa scoppiare in urla di disperazione.

Ed farebbe davvero di tutto per proteggerlo.

Un personaggio in realtà rappresentativo delle angosce di una classe media estremamente impoverita, che vive alla giornata, tramite sotterfugi e lavori improvvisati – e spesso, neanche del tutto legali – necessari per la propria sopravvivenza.

Un quadro che si carica di note anche più drammatiche con la scoperta del tentato omicidio – suicidio, dettato da una disperazione crescente verso una situazione economica irrisolvibile – che il figlio rigetta nella sua totale inconsapevolezza.

E, infatti, Do-joon è incontrollabile.

Innocuo

Do-joon è un ragazzo…innocuo?

Nonostante il continuo susseguirsi di controlli scrupolosi da parte della Madre, il protagonista appare come una figura profondamente imprevedibile, che fin da subito mette in scena la sua violenza sopita quanto inconsapevole, che esplode improvvisamente in più momenti della pellicola.

Eppure, al contempo, il film è piuttosto credibile nel raccontarci questi frangenti come tutto sommato innocui, e a farci credere che Do-joon in realtà non farebbe male neanche ad una mosca, motivo per cui infine ci dispiacciamo nel vederlo bistrattato dalla polizia.

Anzi, ci sembra tanto più prevedibile la sua inconsapevole firma all’atto di confessione, apparentemente dovuto alla violenza ingiusta da parte dei poliziotti – già ampiamente esplorata in Memorie di un assassino – che il ragazzo legge come un atto di rivendicazione, come ben racconta la sua battuta:

Posso essere anche cattivo.

Eppure, c’è un fondo di verità che non cogliamo subito…

Strada

La strada per scoprire il vero colpevole sembra ormai tracciata.

Infatti Bong Joon-ho ci fa imboccare un percorso del tutto illusorio di svelamento dei veri colpevoli: prima lo scapestrato compagno di Do-joon, poi la pista più fertile dei clienti della vittima, che raccontano una rete sotterranea di prostituzione minorile, in cui omicidio non è che l’ovvia conseguenza.

Insomma, ancora una volta il regista ci intrappola nel suo inganno delle semplicità e prevedibilità della storia, prendendo le mosse da un topos narrativo piuttosto comune e dalla facile risoluzione, che ci porta facilmente a empatizzare con l’apprensiva Madre.

Ed è tanto più interessante quanto la protagonista, nella sua piccola statura, riesca abilmente ad agire nell’ombra, mai cercando lo scontro fisico, ma delegando ad altri la parte attiva, nonostante i diversi ostacoli che le vengono messi lungo la strada.

Eppure, alla fine tutto cambia.

Inconsapevolezza

Il finale, ancora una volta, sembra già scritto.

L’epifania di Do-joon sembra il tassello risolutore di un quadro già definito, di cui manca solamente il colpevole, individuato nell’oscura figura del raccoglitore di rifiuti, che, una volta consegnato alla polizia, scarcererebbe infine lo sfortunato e innocente ragazzo.

E invece il sicuro colpevole diventa il testimone chiave della vicenda, che ci narra quanto Do-joon sembra genuinamente non ricordare: la furia feroce e improvvisa con cui ha scagliato un enorme masso in testa alla ragazza che l’aveva rifiutato, e gettando la Madre in uno stato di profondo sconforto…

…che esplode in una furia omicida disperata che la porta per la prima volta ad essere protagonista dell’azione, per poi tornare totalmente passiva e impotente davanti alla cattura del vero colpevole, a cui chiede disperata se anche lui abbia una madre che lo possa proteggere come lei ha fatto per Do-joon.

Il quadro si conclude nella comprensione della totale inconsapevolezza di Do-joon, che racconta in terza persona le vere motivazioni dell’esposizione del corpo e che, infine, consegna senza rendersene conto l’unica prova che collegava la Madre alla scena del crimine…

…portando la donna a cancellare con le sue stesse mani il ricordo degli orrori di cui si è macchiata per liberare il figlio, gettandosi infine nel giubilo della folla festante che balla, rappresentazione indiretta della medesima inconsapevolezza del figlio, che probabilmente mai si ricorderà della verità della vicenda.