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Mars Attacks! – Sottrai che ti sottrai…

Mars Attacks! (1996) di Tim Burton è uno dei più grandi cult della fantascienza Anni Novanta.

Tuttavia, a fronte di un budget che si calcola essere arrivato fino a 100 milioni di dollari, è stato un enorme insuccesso commerciale, riuscendo a malapena a coprire i costi complessivi.

Di cosa parla Mars Attacks?

Una flotta di marziani sembra giungere sulla Terra con intenti pacifici, e così accolta a braccia aperte…oppure no?

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Mars Attacks?

In generale, sì.

Mars Attacks è un film apparentemente anomalo all’interno della filmografia di Tim Burton, ma in realtà mantiene tutti i tratti caratteristici della sua poetica, a cominciare dall’umorismo grottesco e dalle bizzarrie sceniche che l’hanno reso così iconico.

Per il resto, la pellicola è un racconto sostanzialmente parossistico della più classica fantascienza statunitense, con i suoi eroi di guerra senza macchia, riuscendo allo stesso tempo a sorprendere e a deludere – a seconda di quale sia la vostra predisposizione a questa pellicola.

Pedine

I personaggi di Mars Attacks sono, per certi versi, nient’altro che delle pedine.

Il nutrito gruppo di protagonisti – con volti più o meno famosi al tempo – viene raccontato all’interno di situazioni molto diverse fra loro, ma accomunate da un taglio comune: la loro bizzarria, punto di partenza perfetto per l’umorismo grottesco che farà da padrone alla pellicola.

Un anche ampio intreccio di relazioni che viene quasi immediatamente vanificato dall’arrivo in scena della presenza distruttiva dei marziani, che prendono di mira sostanzialmente tutti, senza avere particolare remore verso la plot armor che lo spettatore si potrebbe aspettare che avessero.

Al contrario, la maggior parte di loro o diventa protagonista di morti piuttosto drammatiche – ma, paradossalmente, anche molto dimenticabili – o dei surreali esperimenti degli alieni nei loro confronti, degni del miglior Doctor Frankenstein che si rispetti.

Infatti, in Mars Attacks non c’è spazio per l’eroismo.

Distruzione

La distruzione di Mars Attacks ha un significato più ampio della mera carneficina scenica.

Burton si inserì all’interno di un panorama fantascientifico in cui – come anche nel contemporaneo Independence Day (996) – il cinema statunitense cercava nuovi spazi narrativi per un eroismo che aveva solo bisogno di nuovi nemici – gli alieni – e di nuovi modi di raccontarsi – anche con meno rimorsi, trattandosi di antagonisti immaginari.

E, proprio per questo, costruisce abilmente un racconto parossistico davvero sorprendente, che vanifica ogni possibilità non solo di controllo – con tentativi di ambasceria inutilmente pomposi – ma anche di rivalsa verso questi nuovi nemici, che appaiono semplicemente cattivi nella loro azione distruttiva.

E così in scena non è mai presente un effettivo dramma, ma anzi la stessa è dominata da una comicità grottesca che ha il suo apice nel salvataggio effettivo della Terra, ad opera dei due personaggi più improbabili e meno eroici possibili: il giovane Richie e la nonna, i classici emarginati protagonisti di Burton.

Ma, forse, proprio in tutta questa sottrazione e distruzione, risiede la grande debolezza del film.

Vuoto

Mars Attacks! è costantemente sottrattivo e distruttivo…

…e mai effettivamente costruttivo.

È indubbio che Burton si sia ampiamente divertito nel raccontare i suoi alieni così improbabili e grotteschi già solo per il loro aspetto, inutilmente crudeli nei loro esperimenti e genuinamente malvagi nei loro continui inganni, artefici di carneficine senza scampo.

Altrettanto certo è l’intento parodico, che pesca sia dai B-Movie del genere, sia da una tendenza del cinema statunitense che poteva risultare – e risulterà – alla lunga quasi ridicola, con un racconto genuinamente dissacrante, in cui gli alieni non hanno altra motivazione se non il puro gusto della distruzione, e in cui non vi è spazio per eroi di sorta.

Ma, per il resto?

Anche se molto probabilmente non era l’intento della pellicola, sembra mancare un punto di arrivo di tutto il discorso, un’antitesi davvero graffiante che potesse non solo distruggere dei concetti, ma crearne di nuovi – o anche solo dare degli spunti per gli stessi.

Al contrario, mancando di questo elemento, la pellicola potrebbe risultare alla lunga stancante, un grande – e iconico – esperimento dissacrante e divertito che conquistò intere generazioni, ma che vanificò il grande potenziale che racchiudeva al suo interno.

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Superman – Lo slancio iniziale

Superman (1978) di Richard Donner con protagonista Christopher Reeve non è solo un film supereroistico, ma un punto di svolta per il genere tutto.

Non a caso, a fronte di un budget importante per l’epoca – 55 milioni di dollari – fu un enorme successo commerciale: 134 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla Superman?

Nel lontano pianeta di Krypton, il visionario scienziato Jor-El vede l’ormai prossima distruzione del suo mondo, e decide di mandare il suo unico figlio su un pianeta sconosciuto: la Terra.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Superman?

Superman e Lois in una scena di Superman (1978) di Richard Donner con protagonista Christopher Reeve

Assolutamente sì.

Pur nella sua semplicità ed ingenuità in alcuni punti, il Superman di Richard Donner rappresentò un ottimo esempio di sintesi fra uno stile prettamente fumettistico ed una certa epicità e drammaticità con cui il genere nel tempo cominciò a farsi prendere sul serio.

Ne risulta un esperimento particolarmente riuscito che, ancora a diversi decenni di distanza, riesce a colpire col suo piacevole umorismo e il suo toccante dramma familiare ed esistenziale, facendo fra l’altro sfoggio di un reparto tecnico di prim’ordine ed una regia con non pochi guizzi.

Insomma, da riscoprire. 

Protagonista

Per certi versi, Jor-El è il vero protagonista del primo atto.

Superman dedica infatti ampio spazio al racconto della figura del padre dell’eroe – per certi versi, più del figlio stesso – andando a definirlo nel suo ambiguo rapporto con il Consiglio, dal quale viene immediatamente messo alla prova per la condanna dei tre ribelli.

Ma proprio la punizione degli stessi e la subito successiva opposizione ad un governo miope davanti ai pericoli imminenti per Kripton, racconta un eroe silenzioso e lungimirante, che riesce a trovare nella salvezza dell’erede una possibilità per conservare intatte le conoscenze del suo mondo.

Ne consegue un lunghissimo antefatto che ha il suo apice, per certi versi, con l’arrivo di Kal-El sulla Terra, subito accolto fra le braccia dei suoi amorevoli genitori terrestri, la cui tragica sorte definisce il protagonista in questa fase chiave della sua formazione.

Ovvero, essere un eroe in potenza.

Bozzolo

Superman da adolescente in una scena di Superman (1978) di Richard Donner con protagonista Christopher Reeve

Se si vuole fare una critica al film, si può dire che l’atto centrale è fin troppo sbrigativo – quantomeno, nella versione cinematografica.

Superman in effetti lascia poco spazio al suo protagonista per definirsi nel suo contrasto con il mondo terrestre, raccontandolo come un ingenuo ragazzino che vorrebbe dare il meglio di sé, ma che è stato – giustamente – educato a non dare troppo sfoggio dei suoi poteri.

Questa impotenza raggiunge il suo apice con la morte improvvisa del padre adottivo, che fa comprendere a Kal-El i limiti del suo campo di azione, apparentemente illimitato, in realtà drammaticamente limitato da situazioni in cui non ha nessuna possibilità di vincere.

Superman nella fortezza della solitudine in Superman (1978) di Richard Donner con protagonista Christopher Reeve

Ed il rapido ed inevitabile sopraggiungere del funerale spinge infine il protagonista a cercare un nuovo punto di partenza per definirsi come eroe, grazie alle cure tardive – ma essenziali – del padre perduto – uno dei momenti, fra l’altro, che ho trovato personalmente più toccanti e coinvolgenti dell’intera pellicola.

Quindi se, ancora, si vuole rimproverare il poco respiro che ha Clark in questo snodo narrativo fondamentale, è altresì vero che lo stesso è un trampolino per abbracciare la seconda parte della pellicola, in cui il film dà davvero il suo meglio e in cui Christopher Reeve può finalmente brillare.

E, proprio qui, si trova un interessante equilibrio di toni.

Superfice

Superman in una scena di Superman (1978) di Richard Donner con protagonista Christopher Reeve

Ad uno sguardo più superficiale, il Superman di Reeve potrebbe essere un tedioso esempio dell’eroe senza macchia – ma con mantello.

In realtà, la sua costruzione non è così scontata.

Entrando infine in scena come eroe formato, Kal-El ci spiazza nella sua forma umana, un’abile maschera dietro cui si nasconde: Klark Kent è infatti un giovane impacciato e alle prime armi, che l’ormai navigata Lois Lane sembra subito inquadrare – e, per certi versi, disprezzare – nella sua inadeguatezza.

Superman e Lois in una scena di Superman (1978) di Richard Donner con protagonista Christopher Reeve

Ma la sottile ironia della pellicola si scopre immediatamente nella scena della rapina, in cui Kal-El fa di tutto – almeno a parole – per evitare lo scontro fisico, lasciando spazio a Lois per raccontarsi come personaggio attivo e fondamentale, ma che segretamente ha in mano tutta la situazione…

…ammiccando al pubblico con il proiettile fatale stretto fra le dita.

Superman, invece, è un’altra storia.

Superman e Lois volano insieme in una scena di Superman (1978) di Richard Donner con protagonista Christopher Reeve

Quando infine il protagonista indossa le vesti eroiche, non rappresenta l’opposto della sua versione umana, ma bensì una sua naturale evoluzione: un eroe che non vuole mettere in mostra le sue spropositate capacità sovrannaturali, ma bensì limitarsi a fare il suo dovere.

Infatti, soprattutto all’occhio dello spettatore contemporaneo, potrebbe risultare quasi fuori luogo che l’arma più tagliente di Superman sia la sua ironia: raramente arriva allo scontro fisico e, il più delle volte, si limita ad acchiappare i furfanti e a consegnarli illesi alla giustizia.

E con Lex Luthor non è da meno.

Ombra

Lex Luthor è un irresistibile paradosso.

Tutto nel suo personaggio racconta un contrasto interno: si dichiara una sublime mente criminale, ma è ridotto ad un covo nelle fogne di Metropolis, si racconta crudele e spietato contro i suoi nemici, ma il suo sidekick lo inquadra perfettamente come villain da operetta…

…eppure, il contrasto con Superman ha un lato nondimeno inquietante.

Superman e Lex Luthor in una scena di Superman (1978) di Richard Donner con protagonista Christopher Reeve

Riuscendo a trasmettere un messaggio che solo il protagonista può sentire, Luthor riesce a stanare Kal-El, intrappolandolo nella sua abile rete di esche che, una dopo l’altra, illudono il protagonista di poterlo facilmente sconfiggere, per poi trovarsi lui stesso vinto dal suo unico punto debole: la Kryptonite.

Fra l’altro, il piano di Luthor viaggia in un equilibrio piuttosto interessante fra la più classica macchinazione da villain fumettistico e un taglio realistico abbastanza inaspettato – visti i toni della pellicola – la spietata speculazione edilizia.

In realtà Luthor è solo una miccia che scatena dei profondi complessi morali del protagonista, ancora una volta impotente davanti alla morte di una persona amata, in una sequenza anche piuttosto angosciante in cui Lois Lane, di fatto, viene sepolta viva.

Una sofferenza troppo grande per essere sopportata due volte, e che getta le basi per un’evoluzione ulteriore del personaggio che, insieme al secondo villain più volte – Zod – aprì le porte ad un altro, scintillante successo: Superman II (1980).

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Smetto quando voglio – Quando finisce?

Smetto quando voglio (2014 – 2017) è un trilogia di film che spazia fra vari generi – crime comedy, heist movie, prison break… – diretta da Sidney Sibilia.

A fronte di un budget in crescita – da 1.2 milioni a 3 milioni circa a girato – ha incassato complessivamente – per tutta la trilogia – intorno ai 10 milioni di euro.

Di cosa parla Smetto quando voglio?

Pietro Zinni è un ricercatore universitario che sopporta ogni giorno i colpi di un sistema ingiusto e ben poco meritocratico. Eppure forse un modo per riscattarsi esiste…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Smetto quando voglio?

Assolutamente sì.

Smetto quando voglio si inserisce perfettamente in un solco per molto tempo rimasto orfano della comicità italiana, definito da un umorismo surreale che va ad esasperare situazioni purtroppo del tutto comuni, portando prima alla risata, e poi alla riflessione.

Non a caso, il racconto assume progressivamente tinte sempre più drammatiche, con un finale di trilogia solo apparentemente consolatorio, in realtà ancora pervaso da un’amarezza di fondo di un sistema che non può essere davvero cambiato nella sua essenza.

Insomma, da riscoprire.

Schiacciare

Pietro è succube di chiunque.

In un sistema scandito da soldi, potere e conoscenze, il protagonista non è che l’ultima ruota del carro sempre pronta a farsi sottomettere – ora dal professore con i giusti contatti, ora dalla compagna, e infine persino da un ragazzino abbastanza furbo da nascondersi dietro a ridicole bugie.

Una situazione particolarmente pervasiva, di cui Petrelli è il vettore fondamentale, prima di un’invasione anche del luogo più intimo della casa di Pietro – la stanza da letto – poi la scintilla che definisce la sua presa di coscienza davanti ad un’occasione irripetibile.

Ovvero, fare esattamente quello che il sistema gli ha insegnato.

Resa

Pietro è l’unico che non si è arreso.

Durante la trilogia assistiamo ad una panoramica piuttosto nutrita di figure apparentemente dal futuro accademico già tracciatole migliori menti in circolazione – ma che invece hanno dovuto arrendersi davanti ad una realtà ben più dura e meno soddisfacente.

Una discesa in situazioni sempre più improbabili, che la trilogia riesce comunque a gestire senza rischiare di saturare il racconto, aggiungendo solamente due figure nel secondo capitolo senza dargli spazio eccessivo per non soffocare il già ampio numero di personaggi in scena.

E il paradosso sta proprio nel fatto che gli stessi non sono definiti da una correlazione diretta fra il loro impiego e la propria professione, e che invece la stessa risulterà ben più utile in ambito criminoso, andandosi a collocare in quella zona grigia dove tutto è permesso – e dove tutti sembrano muoversi.

E proprio qui sta il più grande paradosso.

Spreco

Il sistema non si rende conto di quanto queste menti siano sprecate.

La loro forza è proprio una mal sfruttata elasticità mentale che permette loro di sfruttare la situazione a proprio vantaggio: così un chimico può diventare creatore di droghe, un antropologo la mente dietro alla distribuzione del prodotto, e lo storico incallito la principale fonte dei materiali per la rapina.

Ne consegue così che i protagonisti sono costantemente al centro di una trama criminale e ma anche, in qualche modo, portati ai margini, mai riconosciuti davvero per il loro valore, nemmeno quando in Masterclass diventano lo strumento fondamentale per scardinare il mondo delle smart drugs.

Eppure, chi più chi meno, tutti si accomodano all’interno del sistema.

Tranne uno.

Implodere

Mercurio è vittima della trappola più dolorosa.

La finta ammirazione.

Si sono sprecati negli anni gli esempi nostrani di progetti che sulla carta dovevano esaltare le potenzialità del mondo accademico, ma che nel concreto erano delle mere mosse politiche di facciata per dare un certo lustro al politico di turno, per poi lasciarlo a sé stesso una volta che il breve interesse pubblico si era spento.

Così è il caso del Tecnopolo, annunciato in pompa magna e poi caduto in disgrazia a fronte di tante promesse mai mantenute, fra la mancata conclusione del progetto stesso fino al taglio dei fondi, che porta ad una mancata messa in sicurezza della struttura e l’inevitabile tragico incidente.

E quindi, davanti ad un sistema neanche capace di prendersi la colpa, Mercurio progetta un piano lungo, strutturato e invisibile, come è stato invisibile lui stesso per tutta la sua carriera accademica, finendo per essere scoperto solo da un altro emarginato del sistema, che però non ha gli stessi desideri di distruzione.

Infine il suo climax rimane irrisolto, così come l’avventura dei protagonisti rimane aperta, proprio come il destino incerto dei due più giovani studenti che chiudono la pellicola, per cui Sibilia sceglie di darci un finale per nulla risolutivo e consolatorio, ma affida in un certo senso il futuro dei suoi personaggi allo spettatore…

…che ha vissuto realmente, anche se in termini forse meno paradossali, il suo dramma.

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Il secondo tragico Fantozzi – L’ultima zampata

Il secondo tragico Fantozzi (1976) è il sequel del film del 1975 dedicato al Ragioniere, sempre interpretato da Paolo Villaggio.

Di cosa parla Il secondo tragico Fantozzi?

Come nel primo film, Fantozzi è protagonista di numerose disavventure a tratti surreali, ma che lo tengono sempre fermo alla base della catena alimentare…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Il secondo tragico Fantozzi?

In generale, sì.

Il secondo capitolo della saga fantozziana brilla principalmente per la famosa sequenza della Corazzata Potëmkin, rimanendo per il resto ancorato ad una comicità slapstick a tratti quasi ridondante, pur con qualche guizzo di genialità.

Insomma, Il secondo tragico Fantozzi è per me il punto di arrivo della saga, proprio per la sensazione che già qui vada a perdersi la – pur non centrale – vena satirica che l’aveva reso per me così interessante, riuscendo per il resto ad intrigarmi davvero poco.

Fondo

Come da prassi, Fantozzi si trova ai margini.

In questo caso però la condizione da lacchè dei superiori è il punto di partenza per una disperata scalata sociale, che si concretizza nel grande colpo di fortuna di essere scelto come accompagnatore del conte Semenzara, con cui si instaura un racconto forse meno scontato di quanto si potrebbe pensare.

Di fatto, Fantozzi – e, più in generale, la classe sociale che rappresenta – non può cominciare la propria scalata senza rinnegare quanto si è lasciato alle spalle, non potendo neanche presentare la sua vergognosa famiglia al borioso superiore, che la esclude immediatamente dalla scena.

E infine la sua fulminante carriera si riduce al diventare una marionetta alla mercé del capriccio dei potenti, così da scalare fin troppo celermente le vette dell’azienda, ma in una posizione di tale fragilità che basta un minimo passo falso per tornare alla condizione iniziale – se non peggio.

Un racconto quindi, seppur molto ironico, di un ascensore sociale bloccato, in cui le prospettive di crescita vengono promesse alla classe media, ma la stessa si trova infine bloccata in una condizione da cui non può evadere, in quanto il successo non è nelle mani di che se lo merita, ma di chi l’ha ereditato.

E ben lo dimostra la vicenda successiva.

Occasione

Ogni occasione che Fantozzi ha per brillare diventa invece ulteriore momento per ribadire la sua inadeguatezza.

Al di là della comicità molto spicciola di tutta la dinamica della Contessa Serbelloni, la stessa cela un’amarezza di fondo nell’osservare due personaggi così fuori posto come Felini e, soprattutto, come Fantozzi che si fanno largo in un panorama in cui non hanno i mezzi per emergere.

Anzi, sono loro stessi a farne le spese, come ben dimostra tutta la dinamica delle prostitute, con cui infine i due riescono, dopo molti tentativi, ad intrattenersi – una vittoria molto magra, in quanto le peggiori sul mercato – e finendo comunque per addossarsi tutti i costi.

Non dissimile dalla dinamica del Conte Semenzara è la fuga d’amore con la Signorina Silvani: pensando di approfittarsi dell’ira della donna davanti al tradimento del marito, Fantozzi si mette totalmente al suo servizio, sperando infine di poterla conquistare.

La dinamica in scena è di fatto la già nota comicità slapstick, ma nasconde un’amarezza di fondo mai veramente risolta, in cui il protagonista si ritrova infine ad origliare i velenosi commenti della Signorina Silvani con il marito, in cui indirettamente ribadisce che il suo riscatto sociale è davvero impossibile.

E infatti anche quando ci si prova…

Ribellione

La sequenza della Corazzata Potëmkin è brillante quanto dissacrante.

Per comprendere l’ironia amara della scena, è bene ricordare che il mediometraggio in questione altro non era che uno strumento di propaganda, in cui si raccontavano le eroiche gesta del popolo che, dopo secoli di sottomissione agli zar, dava infine avvio alla Rivoluzione Comunista.

Per questo il paradosso è così piccato: un film che comunque dovrebbe parlare del riscatto del proletariato, diventa vezzo per la borghesia, rappresentata dal Professor Guidobaldo, che obbliga i suoi sottoposti ad una visione che, nonostante non siano in grado di comprendere, diventa paradossalmente il motivo della loro rivolta.

E, in questo senso, la dinamica in scena ha due significati.

Da una parte denunciare, seppur simpaticamente, i limitati orizzonti culturali della nuova classe media, che passa da un’opera comunque di grande valore artistico alle peggiori commedie erotiche con cui torturano il proprio oppressore.

Infatti la vera amarezza della scena è constatare che il ruolo da capopolo di Fantozzi non sia altro che un fuoco di paglia, tanto che gli basta poco per tornare ad essere – come d’altronde nel finale del primo film – un vezzo per l’alta borghesia che ne fa uso a suo piacimento…

…perdendo infine persino la sua forma umana per diventare prima un branzino e, infine, un umile parafulmine.

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Fantozzi – La nuova classe media

Fantozzi (1975) diretto da Luciano Salce e interpretato da Paolo Villaggio, è uno dei film più iconici della filmografia nostrana.

A fronte di un budget sconosciuto, è stato considerato un grande successo commerciale: 21 milioni di euro.

Di cosa parla Fantozzi?

Ugo Fantozzi lavora come ragioniere nella terribile Megaditta e deve farsi largo in un mondo di ricchi e potenti che lo spingono costantemente ai margini.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Fantozzi?

Sì, ma…

Per quanto nella sua essenza Fantozzi sia di fatto una satira sociale piuttosto crudele e grottesca, forse rendersi più appetibile al pubblico, spesso stempera questa tendenza con non pochi momenti di comicità slapstick e facilona che oggi potrebbe risultare un po’ datata.

Tuttavia, anche nei momenti più strettamente comici, è possibile intravedere una tematica di fondo – poi esasperata nei capitoli seguenti – di una classe media che non riesce a smarcarsi dalla sua posizione, nonostante i continui e impacciati tentativi.

Insomma, un pezzo di storia di cinema che in ogni caso vale una visione.

Assorbito

Tre sono di fatto i momenti fondamentali di Fantozzi.

Fin dal suo incipit, il capostipite della saga di Villaggio racconta perfettamente il suo protagonista, introdotto dalle tremanti richieste della moglie di ritrovarlo dopo una scomparsa di diciotto giorni, a cui segue la scena di un’ironia sublimemente grottesca del segugio degli impiegati.

E questa prima apparizione da uomo murato all’interno della propria azienda è rivelatoria della sua condizione: Fantozzi, come d’altronde tutta la classe sociale che rappresenta, è assorbito all’interno del suo lavoro, tanto da definirsi con lo stesso…

…nonostante la sua azienda faccia presto a dimenticarsi di lui.

Ed è proprio attraverso questo paradosso che si articola l’esistenza del protagonista, intrappolato in un lavoro in cui è unicamente vessato, ma di cui non può fare a meno per la sopravvivenza sua e della propria famiglia, risultando così incapace di muovere la minima rivendicazione.

Per questo la sveglia di Fantozzi è ancora più rivelatoria.

Spazio

Fantozzi non ha spazio per sé stesso.

Per quanto cerchi in più momenti di evadere la propria condizione, non vediamo mai il ragioniere veramente slegato dal suo lavoro, tanto che persino i weekend sono in un certo modo lavorativi, in quanto viene costantemente incastrato nelle stramberie dell’Ingegner Filini.

Ma ogni momento è buono per riacquistare anche solo un minimo di libertà.

Così la sveglia di Fantozzi, nella sua ironia feroce, è in realtà rappresentazione di due tendenze: da una parte, il suo fallimentare tentativo di definire uno spazio di indipendenza, scegliendo di non sottostare alle tempistiche richieste dall’azienda, ma di crearne di proprie, pur tormentato dall’angoscia del cartellino.

D’altra parte, la sveglia di Fantozzi è un disperato sforzo di avere controllo su una vita che ormai non è più sua, inciampando passo dopo passo in continui e inevitabili ostacoli, per cui basta il minimo imprevisto per alimentare una catastrofica valanga di insuccessi.

E ogni tentativo di ribellione è inutile.

Divinità

Nonostante il suo totale servilismo, Fantozzi non è totalmente imbelle.

La possibilità di riscatto gli viene concessa da un inaspettato incontro con l’attivismo politico nella sua forma più estrema – il comunismo – che lo porta prima ad evadere i codici estetici dell’azienda – presentandosi con i capelli fino al collo e con una sciarpa rossa piuttosto rivelatoria…

…e, infine, compiendo l’atto di massimo sdegno: rivoltarsi violentemente contro il padrone.

Ma la risposta alla sua ribellione non è quella che si aspettava – e, per questo, è ancora più pungente: per essere riportato all’ordine, Fantozzi è condotto davanti al Mega Direttore Galattico, una figura al limite del leggendario, immersa in un ambiente che ne definisce la sacralità.

Piuttosto dissacrante infatti l’arredamento dell’ufficio, che ricalca quello di una chiesa, anzi di una chiesa povera dove servono solo due sedie: quella principale, che Sua Santità cede temporaneamente a Fantozzi, e l’inginocchiatoio, verso il quale il protagonista viene inevitabilmente spinto…

…con una dinamica che già da sola è incredibilmente esplicativa.

Fantozzi Megadirettore

Infatti tutto il discorso del Mega Direttore è incentrato non sulla punizione, ma piuttosto su una riscrittura della storia a proprio favore, prendendo le parole della ribellione di Fantozzi e sostituendole con una versione più accettabile.

E infine, davanti alla richiesta di come affrontare la situazione, il personaggio riprende il suo posto, e articola un progetto ideale – quanto di impossibile realizzazione – di pacificazione fra le classi sociali, del tutto omettendo l‘importante fattore della disparità di potere fra le stesse, ma riuscendo così a sottomettere nuovamente Fantozzi….

…che anzi chiede il permesso, ancora una volta, di essere premiato, diventando così ancora di più un oggetto d’arredamento per la sua stessa azienda.

E poi c’è tutto il resto.

Debole

Fantozzi non è di per sé una commedia malvagia…

…ma la tendenza a riproporsi come commedia all’italiana, rischiando di perdere la sua vena dissacrante, finisce per indebolire la narrazione.

Di fatto, Fantozzi è la tragedia di un emarginato a cui non gliene va bene una, un eroe comico in cui lo spettatore può facilmente rivedersi e le cui sfortune possono essere di facile intrattenimento, nonostante il sotto senso satirico rimanga – anche se più debolmente.

Purtroppo però, qui – e, soprattutto, nel successivo Il Secondo Tragico Fantozzi (1976) – ad eccezione delle situazioni di cui sopra, le situazioni messe in scena spesso non portano ad un’effettiva riflessione, ma risultano molto fine a sé stesse…

…rischiando così di far perdere Fantozzi nel marasma della commedia nostrana ben meno brillante. 

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Mickey 17 – Il mosaico dello sfruttamento

Mickey 17 (2025) di Bong Joon-ho è una commedia nera fantascientifica.

A fronte di un budget abbastanza importante – 118 milioni di dollari – si prospetta un disastro commerciale, con un weekend di apertura davvero deludente.

Di cosa parla Mickey 17?

Terra, futuro imprecisato. Mickey e il suo socio, Timo, sono nei guai per un accordo andato male con uno strozzino. E allora la soluzione è andare il più lontano possibile…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Mickey 17?

Robert Pattinson in una scena di Mickey 17 (2025) di Bong Joon-ho

In generale, sì.

Non riesco a sbilanciarmi l’apprezzamento di questa pellicola perché, nonostante con una seconda visione abbia rivisto la mia posizione decisamente in positivo, Mickey 17 non mi ha lasciato un ottimo sapore in bocca: sarà per le alte aspettative dopo Parasite (2019)…

…sarà perché, arrivati alla fine del secondo atto, non riuscivo a comprendere quale fosse il punto della pellicola – e la storia della stessa mi sembrava molto fine a sé stessa – ma l’ultima opera di Bong Joon-ho non mi ha lasciato entusiasmato come avrei sperato.

Però, dategli una possibilità.

Condizione

Robert Pattinson in una scena di Mickey 17 (2025) di Bong Joon-ho

Mickey ha accettato la sua condizione.

Il percorso del protagonista sembra ormai tracciato, costretto ad essere succube del potente di turno che lucra sulla sua pelle – letteralmente – e che, per sua ingenuità e scarsa scolarizzazione, si riduce ad essere l’ultimo gradino della scala alimentare: un sacrificabile.

In questo modo la sua esistenza diventa assolutamente insignificante, come dimostrano le numerose scene in cui Mickey sembra scomparire dalla scena, scalzato da un tappeto, da un lanciafiamme e persino da un enorme masso che lo supera di diverse spanne per importanza.

Robert Pattinson in una scena di Mickey 17 (2025) di Bong Joon-ho

Con queste dinamiche Bong Joon-ho riprende – seppur in maniera decisamente più comica – uno dei temi cardine della sua produzione: l’assoluta insignificanza degli ultimi, degli emarginati, che tutti possono sfruttare, di cui tutti si possono nutrire – e sono totalmente giustificati nel farlo.

Infatti i personaggi intorno a Mickey ci tengono più volte a ribadire come il protagonista abbia scelto la sua condizione attuale, ignorando del tutto una serie di fattori determinati – scarsa alfabetizzazione, estrazione umilissima – da cui è davvero difficile smarcarsi.

E, allora, Mickey non è altro che un corpo.

Corpo

Il corpo è il vero protagonista di Mickey 17.

Tutto parte, come detto, dal corpo del protagonista, che diventa lo strumento chiave per la riuscita dell’intera missione, tanto che può essere continuamente riprodotto e utilizzato per i più diversi fini, financo distrutto nella sua essenza – e senza possibilità di replica.

Una dinamica di sfruttamento che si esprime anche nei contesti più impensabili: la stessa gara per appropriarsi del suo corpo da parte delle due figure femminili, Nash e Kai, ribadisce ulteriormente come si tratti di un oggetto che può essere sfruttato, barattato e financo negoziato a proprio piacimento.

Robert Pattinson in una scena di Mickey 17 (2025) di Bong Joon-ho

Ma il momento di passaggio fondamentale è proprio la vicenda dello strozzino.

Una trama apparentemente secondaria, apparentemente solo un MacGuffin per dare avvio alla storia, che si rivela invece uno spaccato crudelissimo della posizione dei potenti nella società attuale: quando i soldi non sono più così importanti, il potere e il controllo sono il nuovo desiderio insaziabile.

Infatti il suo personaggio gode fisicamente nell’osservare come può fare sostanzialmente quello che vuole su dei corpi che ha in qualche modo comprato, anzi incastrato all’interno di un sistema ben congegnato che può risolversi solo con la loro morte.

Ma non è l’unico corpo sfruttato.

Colonialismo

Mark Ruffalo in una scena di Mickey 17 (2025) di Bong Joon-ho

Lo sfruttamento ha diverse forme.

Infatti la missione di Marshall era finalizzata ad una presa di possesso senza possibilità di scampo del nuovo pianeta, raccontata quasi come un atto sessuale – spargere il seme – financo come un atto parassitarioinfestare il nuovo ambiente.

Ed effettivamente il comportamento dei protagonisti è quello proprio del colonizzatore di turno, che distrugge qualunque ostacolo si ponga sul suo cammino, e che anzi identifica qualunque essere non uguale a lui come un nemico da distruggere ad ogni costo.

E invece risulta col tempo chiaro che il comportamento dei cosiddetti striscianti – in originale creepers – era di naturale curiosità verso i nuovi arrivati, tanto da volerli toccare, assaggiare in maniera del tutto pacifica, senza desiderare di fargli guerra o di annientarli come gli invasori quali sono.

Eppure, lo sfruttamento deve andare fino in fondo.

Sfruttamento

Mark Ruffalo e Toni Collette in una scena di Mickey 17 (2025) di Bong Joon-ho

Il terzo atto mette, anche se potrebbe non sembrare, un punto alla riflessione.

Se fino a questo momento avevamo assistito allo sfruttamento del corpo di Mickey, l’abuso infine si espande oltre i confini della nave, andando a coinvolgere gli innocui striscianti – che diventano bersaglio dell’interesse morboso di Qwen, la cui salsa è sostanzialmente il loro sangue…

…sia, più in generale, il pianeta intero.

In questo modo Mickey 17 definisce la portata del suo racconto: una narrazione graffiante quanto parossistica di quanto la mano dei potenti si espanda ben oltre il semplice arricchimento, andando a coinvolgere uno sfruttamento del corpo – umano o animale – e dell’ambiente – svuotandolo delle sue risorse e, inevitabilmente, danneggiandolo.

Ma rimane un ultimo punto da chiarire.

Mickey 17 sogno e finale significato

All’interno di una condanna piuttosto definitiva alla classe dirigente, Bong Joon-ho sceglie di includere anche una sorta di presa di consapevolezza degli oppressi, ricordando loro come possono essere la causa dello sfruttamento quanto il motore del cambiamento.

Infatti nel sogno Mickey osserva Qwen mentre stampa nuovamente Marshall, incoraggiandolo a nutrirsi della sua nuova salsa – il sangue, forse quello dello stesso marito? – e che gli ricorda che questo è quello che vuole veramente.

Ne consegue così un’enigmatica invettiva verso la parte bassa della società che finisce per sostenere personaggi davvero inaccettabili – i cui esempi contemporanei si sprecano – che non hanno mai desiderato la loro salvezza – da cui la profonda disparità di trattamento – ma che li hanno sempre e solamente sfruttati per i loro fini.

Per questo, quando Qwen cerca nuovamente di ingannare Mickey, cercando di convincerlo della sua esistenza – ed importanza – il protagonista ha un risveglio di consapevolezza riflettendo su come il suo alter ego – Mickey 18 – avrebbe reagito…

…ovvero, togliendo definitivamente importanza allo sfruttatore.

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Bong Joon-ho Commedia Commedia nera Drammatico Film Grottesco

Parasite – Ritornare sottoterra

Parasite (2019) è considerato ad oggi il capolavoro della filmografia di Bong Joon-ho, che contribuì alla riscoperta del cinema coreano in Occidente.

A fronte di un budget piccolino – 11.4 milioni di dollari – è stato un ottimo successo commerciale: 262 milioni di dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla Parasite?

La famiglia Kim vive ai margini della società in una condizione di povertà devastante, districandosi nei problemi della vita fra furbizie e lavori occasionali. Ma forse la possibilità di riscatto è dietro l’angolo…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Parasite?

Choi Woo-shik e Park So-dam in una scena di Parasite (2019) di ‎Bong Joon-ho

Assolutamente sì.

Parasite è uno spaccato dolorosissimo della società sudcoreana, già tratteggiato nei precedenti film della produzione di Bong Joon-ho, ma qui raccontato in maniera ancora più tagliente e devastante, creando un sottofondo comico sublime quanto ingannevole…

…che infine esplode in un thriller totalmente inaspettato, ma che svela la realtà di una dinamica apparentemente comica e irriverente, ma che risulta infine fin troppo reale e drammatica – e senza possibilità di scampo.

Insetto

La famiglia Kim in una scena di Parasite (2019) di ‎Bong Joon-ho

La famiglia Kim è un insetto.

Il paragone cardine della pellicola viene inaugurato immediatamente, e continuamente insistito perché rimanga nella mente dello spettatore per tutto il primo comicissimo atto: i protagonisti sono parassiti persino della connessione WiFi dei loro vicini…

…cannibalizzando tutto quello che possono, persino mettendo a rischio la loro stessa vita, pronti anche a farsi intossicare col veleno per le blatte pur di ottenere qualcosa gratuitamente.

Choi Woo-shik e Park So-dam in una scena di Parasite (2019) di ‎Bong Joon-ho

Una dinamica che diventa ancora più drammatica quando scopriamo progressivamente quanto la famiglia non manchi di inventiva e di conoscenze che però non ha la possibilità di mettere in pratica, frenata dalla propria condizione limitante, e capace di esprimerla esclusivamente per fini non esattamente onesti.

Eppure forse l’occasione di riscatto è a portata di mano…

Ingenuità

Choi Woo-shik e Park So-dam in una scena di Parasite (2019) di ‎Bong Joon-ho

Il primo atto è fin troppo celere.

Ancora una volta Bong Joon-ho ci incastra in una trama comica che è solamente uno specchietto per le allodole, da cui uno svolgimento piuttosto rapido e fin troppo semplice della dinamica della famiglia Kim che si intrufola nella magione dei Park.

E infatti tutta la situazione è irresistibilmente comica, e ci fa involontariamente parteggiare per la famiglia protagonista, che finalmente ottiene il suo riscatto nel fare la pelle a quella classe sociale che l’ha sempre messi ai margini, spinta sottoterra, lontano dalla loro vista.

Choi Woo-shik in una scena di Parasite (2019) di ‎Bong Joon-ho

Eppure, è tutto un grande miraggio.

La dinamica del primo atto racconta chiaramente l’illusione di una classe sociale irreversibilmente impoverita, ma che sogna di potersi smarcare anche piuttosto facilmente dalla propria situazione, riuscendo ad ingannare un sistema che invece la tiene bloccata nella propria, tragica posizione.

Una consapevolezza che è propria solamente del patriarca, Ki-taek, che prima incoraggia il figlio ad avere un piano di vita che lui invece rigetta, proprio per consapevole di come diversamente le situazioni infauste si abbattano sulla sua famiglia rispetto ai Park.

E infatti la pioggia è estremamente rivelatoria.

Posizione

La pioggia di Parasite è il momento della rivelazione.

La gita fuori porta della famiglia Park sembra l’apice del riscatto della famiglia Kim, che finalmente può godersi liberamente la casa tutta per sé, la magione che ha così furbescamente sottratto ai suoi proprietari, già sognando di potersene definitivamente impossessare.

E invece la verità viene a bussare alla porta.

Il ritorno dell’ex-governante, Moon-gwang, porta i protagonisti a ridiscendere nella realtà della loro condizione parassitaria, di una classe sociale devastata dal debito e dalla povertà che può solo raccogliere le briciole di chi sta sopra.

E, al di là della grottesca guerra fra poveri che si instaura nell’atto centrale, il momento più significativo è la rivendicazione di Geun-sae, il cui discorso è totalmente funzionale a creare un collegamento strettissimo fra la sua condizione inumana e quella della famiglia Park…

… ulteriormente ribadita dal ritorno dei veri proprietari.

La sequenza notturna della casa è il momento di sottile quanto devastante presa di consapevolezza da parte di Ki-taek: i protagonisti perdono la propria umanità, sgusciando negli anfratti della casa come insetti, nascondendosi sotto ai letti, sotto ai tavoli…

E, in questa nuova posizione, il patriarca della famiglia Kim origlia i veri sentimenti della classe che l’ha oppresso per tutta la vita, in un climax di umiliazione sempre più angosciante, passando dall’aperto disgusto – il loro odore – alla esplicita feticizzazione – le mutande di Ki-jung.

E non è finita qui.

Limite

La scena della casa allagata di Parasite (2019) di ‎Bong Joon-ho

La sequenza del ritorno a casa è estremamente rivelatoria.

La famiglia Park si ritrova a nuotare nei propri escrementi, ma, mentre la figlia si arrampica sul gabinetto per evadere – come per tutto il resto della pellicola – dal disgusto della sua condizione, al contrario Ki-taek rimane immerso nella sua posizione, non volendola più negare.

Song Kang-ho in una scena di Parasite (2019) di ‎Bong Joon-ho

E così, conseguentemente, se tutti i componenti della famiglia accettano più o meno di buon grado la proposta della famiglia Park di farsi comprare, il patriarca cova evidentemente un senso di angoscia e insofferenza, che già si intravede nella preparazione dello spettacolo, quando il Signor Park ribadisce:

Ti stiamo pagando un extra.

Ma la miccia che scatena la rivolta è quanto piu significativa: non l’aggressione dell’ormai fuori controllo Geun-sae, ma piuttosto la reazione del miliardario, totalmente disinteressato alla sorte dell’assassino, anzi apertamente disgustato per il fetore che rappresenta quella gente.

E allora tocca a Ki-taek spezzare definitivamente le apparenze e accoltellare il suo padrone, in una scintilla improvvisa di consapevolezza, di cui si pente immediatamente, ritorno ancora una volta al suo posto sotto la famiglia Park e continuando a vivere il sogno evidentemente irrealizzabile di riscatto sociale…

…adorando la figura del defunto Signor Park come salvatore e martire.

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2024 Commedia nera Drammatico Film Nuove Uscite Film

La stanza accanto – L’ombra viva

La stanza accanto (2024) di Pedro Almodóvar, è un film drammatico con protagoniste Tilda Swinton e Julianne Moore.

A fronte di un budget veramente minuscolo – circa 5 milioni di dollari – forte anche della sua vittoria al Festival di Venezia, potrebbe rivelarsi un buon successo commerciale.

Di cosa parla La stanza accanto?

Ingrid e Martha sono due vecchie amiche che si ritrovano in una situazione non semplice da affrontare: il tumore. Ma Ingrid non è persona da arrendersi così facilmente…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere La stanza accanto?

Julianne Moore in una scena di La stanza accanto (2024) di Pedro Almodóvar, Leone d'Oro a Venezia

Assolutamente sì.

È stato davvero sorprendente assistere ad un autore ormai con diversi anni sulle spalle come Almodóvar riuscire, al pari di Scorsese in Killers of the Flower Moon (2023), a raccontare con così tanta lucidità un tema così importante e contemporaneo.

Infatti il cineasta spagnolo riesce a portare in scena la morte non più, come spesso accade, come un passaggio esclusivamente tragico e distruttivo, ma bensì come un’occasione di autodeterminazione, di dignità e, paradossalmente, di rinascita.

Insomma, non ve lo potete perdere.

Improvvisa

Julianne Moore in una scena di La stanza accanto (2024) di Pedro Almodóvar, Leone d'Oro a Venezia

Il primo atto basta per raccontare perfettamente il personaggio di Martha.

Per esorcizzare la sua profonda fobia – la morte, e, soprattutto, la morte improvvisa – la protagonista riversa i suoi timori in un’opera che, al pari del film stesso, diventa un dialogo intergenerazionale – come ben racconta il breve scambio con la ragazza al firmacopie.

Julianne Moore e John Turturro in una scena di La stanza accanto (2024) di Pedro Almodóvar, Leone d'Oro a Venezia

E il suo desiderio di allontanare la morte da sé stessa è tanto più evidente con il primo incontro con Ingrid, quando la donna insiste più volte sulla possibilità, anzi la certezza di una cura, di un lieto fine a tutti i costi.

Ma le protagoniste di La stanza accanto sono divise da una distanza incolmabile.

Futuro

Ingrid e Martha vivono due tempi diversi.

Martha è vestita di colori forti e importanti, si riempie la bocca di prospettive future, di libri ancora da scrivere, di storie ancora da raccontare, di un corpo da curare, di un inquantificabile tempo ancora da vivere.

Una tendenza che si può trovare anche nello scontro con il pessimismo con Damian, che ribadisce più volte la sua disillusione verso un presente – ed un futuro – sempre più catastrofico, a cui la protagonista ribatte con il suo attaccamento alla vita e al poco rimasto in cui sperare.

Tilda Swinton in una scena di La stanza accanto (2024) di Pedro Almodóvar, Leone d'Oro a Venezia

Al contrario, Ingrid vive nei suoi ricordi, nel suo glorioso passato, ad una serie di suggestioni che hanno definito la sua intera esistenza, costantemente ribadite come ultimo baluardo a cui aggrapparsi… 

…davanti ad un presente che sembra sempre più sgretolarsi, davanti ad un corpo che non le risponde le più, come se fosse già pronto a morire, come ben riassume una battuta piuttosto angosciante quanto rappresentativa della sua condizione:

I am reduced to a very little of myself.

Ormai sono solo un’ombra di me stessa.

Avventura

Tilda Swinton e Julianne Moore in una scena di La stanza accanto (2024) di Pedro Almodóvar, Leone d'Oro a Venezia

La morte è un’avventura che Ingrid non può vivere da sola.

Nonostante infatti sembri così sicura della sua scelta, così convinta nel suo nichilismo, nel suo voler lasciarsi ormai alle spalle la bellezza di una vita tutto sommato soddisfacente, percependosi come un fantasma in un presente che ormai sembra solo infestare…

…la protagonista custodisce dentro di sé il terrore primordiale di morire da sola, ma anche di non riuscire a morire, ma di rimanere bloccata in questo limbo infernale in cui è costretta alla vita.

Tilda Swinton e Julianne Moore in una scena di La stanza accanto (2024) di Pedro Almodóvar, Leone d'Oro a Venezia

E non era scontato che Almodovar riuscisse ad evadere la narrazione a suo modo più confortante di una morte tragica, lacrimosa e squalificante, non riducendola ad un momento di chiusura, di colpa, ma bensì di rinascita.

Infatti infine Ingrid sceglie di morire da sola, ma non nascosta nella vergogna della sua camera, dietro la definitività della porta chiusa, ma bensì immersa nella piacevolezza della luce del sole, vestita di colori caldi, ancora piena di vita, diventando un tutt’uno con l’universo.

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Avventura Coen Bros Comico Commedia Commedia nera Drammatico Film Humor Nero Surreale

Il grande Lebowski – Il piccolo Drugo

Il grande Lebowski (1998) di Joel ed Ethan Coen fu la pellicola che segnò definitivamente il successo di questo talentuoso duo di registi.

A fronte di un budget piuttosto contenuto – appena 15 milioni di dollari – fu nel complesso un buon successo commerciale47 milioni in tutto il mondo – diventando nel tempo un grandissimo cult.

Di cosa parla Il grande Lebowski?

Jeffrey Lebowski, detto il Drugo, è un annoiato nullafacente che vive la sua vita alla giornata. Ma una curiosa omonimia sarà l’inizio di una grande avventura…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Il grande Lebowski?

Jeff Bridges e John Goodman in una scena di Il grande Lebowski (1998) di Joel ed Ethan Coen

Assolutamente sì.

Il grande Lebowski fu solo la naturale continuazione di Fargo (1996), volendo ancora raccontare, con imprevedibili toni comici e surreali, una parentesi di irresistibile di violenza e criminalità all’interno di una vita quietamente soddisfacente…

…arricchendo la scena con una folla di personaggi sempre più improbabili e indimenticabili, in una storia a scatole cinesi di cui è anche difficile tenere il passo – ma proprio qui sta anche la bellezza del film.

Insomma, non ve lo potete perdere.

Shock

Jeff Bridges in una scena di Il grande Lebowski (1998) di Joel ed Ethan Coen

Il Drugo vive la vita più serena che si possa immaginare.

Una seducente voce fuori campo ci introduce ad un panorama che sulla carta sembra quasi proprio di un western, con protagonista un eroe leggendario e imperscrutabile, che invece si rivela un adorabile fannullone, così pigro da pagare persino pochi centesimi di spesa con un assegno.

Pochi tocchi di colore che, come già dimostrato nel precedente Fargo, bastano per rendere poliedrico e iconico il protagonista, che seguiamo nella sua disimpegnata routine, senza un pensiero al mondo…

Jeff Bridges in una scena di Il grande Lebowski (1998) di Joel ed Ethan Coen

…che viene improvvisamente interrotta dalla prima delle numerose incursioni, in cui vengono affibbiati al nostro protagonista delle caratteristiche via via sempre meno credibili: se all’inizio possiamo credere che sia in debito con personaggi poco raccomandabili…

…molto meno verosimile che il Drugo abbia una moglie a carico – come lui ci tiene particolarmente a sottolineare – fra l’altro riducendo a non perdere la sua irresistibile vena ironica neanche mentre gli affondano la testa nel water:

Where’s the money, Lebowski? Where’s the fucking money, shithead?
(Drugo) It’s uh… uh… it’s down there somewhere, let me take another look.

Dove sono i soldi, Lebowski? Dove cazzo sono i soldi stronzo?
Sono…em…qua dentro da qualche parte, fammi dare un’altra occhiata.

Ma le preoccupazioni del Drugo sono molto limitate.

Tappeto

Jeff Bridges in una scena di Il grande Lebowski (1998) di Joel ed Ethan Coen

Lebowski ha una sola preoccupazione.

Il suo tappeto rovinato.

Niente più che un fastidio che il protagonista inizialmente non vuole neanche affrontare, ma che infine si decide a risolvere incoraggiato da suoi altrettanto strambi amici, in particolare Walter, che non ha mai abbandonato il campo di battaglia – e così il suo senso di giustizia.

Così, con la visita al grande Lebowski, il Drugo si immerge in un universo di apparenze, in cui le presunte prove della bontà del miliardario – il suo impegno sociale e le sue amicizie politiche – vengono insistentemente sottolineate dall’ingenuo assistente del miliardario, Brandt.

Jeff Bridges in una scena di Il grande Lebowski (1998) di Joel ed Ethan Coen

Ma, nonostante le sue grandi conquiste caritatevoli, il magnate risponde con grande insofferenza alle richieste del Drugo, convinto che sia solo l’ennesimo personaggio che cerca di immergere le mani nel suo importante portafoglio.

Ma se Drugo è un uomo dalle vedute ristrette, nondimeno si dimostra piuttosto abile nell’ottenere quello che vuole senza particolare sforzo: fare leva sulla genuina bontà del segretario e sulla sua assoluta convinzione della bontà del suo superiore…

…per portarsi a casa un tappeto pure più bello.

Ma i problemi sono appena iniziati.

Occasione

Jeff Bridges in una scena di Il grande Lebowski (1998) di Joel ed Ethan Coen

Con Il grande Lebowski i fratelli Coen si prendono apertamente gioco di un topos narrativo piuttosto tipico.

Ovvero, la storia di un improbabile eroe.

In prima battuta sembra infatti che il Drugo sia riuscito senza sforzo a tornare alla sua vita di totale indifferenza, nonostante i diversi disturbi esterni che cercano insistentemente di ottenere la sua attenzione tramite la segreteria telefonica.

Jeff Bridges, Steve Buscemi e John Goodman in una scena di Il grande Lebowski (1998) di Joel ed Ethan Coen

E così il suo godersi appieno il suo nuovo tappeto viene ancora una volta improvvisamente disturbato da una nuova intrusione, da un nuovo giocatore in questa sciocca prova di potere, che però inizialmente non viene rivelato.

Infatti la nostra attenzione – e quella del Drugo – viene immediatamente distolta dal ritorno in scena del vero Lebowski, che introduce il grande mistero della pellicola: il rapimento della seducente Bunny, la moglie trofeo.

E il suo quieto vivere ne è sempre più turbato…

Fuga

Jeff Bridges in una scena di Il grande Lebowski (1998) di Joel ed Ethan Coen

Il Drugo è sempre più immerso in una storia da cui vorrebbe solo fuggire.

Con momenti di irresistibile ironia – come il cercapersone a cui il protagonista non può rispondere durante il torneo di bowling – si articola così il complesso scambio della valigetta, ancora più complicato dall’intrusione di Walter, che vorrebbe approfittarsi della situazione.

E il Drugo ne paga tutte le conseguenze.

Perdendo sia la valigetta sia la macchina, il protagonista si trova intrappolato in una rete di bugie ed intrighi da cui non riesce a districarsi, aggravato anche dall’intervento di un nuovo personaggio, Maude, la figlia di Lebowski, che conferma i sospetti sul finto rapimento.

Il mistero si infittisce con il coinvolgimento del giovane Larry Sellers, apparentemente autore del furto, il primo momento della grottesca ironia già sperimentata in Fargo, che spoglia il racconto di ogni vena drammatica, mettendo ancora più in luce l’improbabilità dei personaggi coinvolti.

Ma esiste una via d’uscita?

Bandolo

Jeff Bridges in una scena di Il grande Lebowski (1998) di Joel ed Ethan Coen

Il Drugo è molto meno stupido di quanto si potrebbe credere.

Raccogliendo indirettamente gli indizi che gli arrivano quasi casualmente, il protagonista riesce a comporre più chiaramente il quadro della situazione, confermata dal ritorno di Bunny, che smaschera tutte le presunte vittime e criminali in scena. 

Ma l’elemento interessante, di totale disillusione del film, è che non vi è nessuna conseguenza per il grande Lebowski, se non l’essere definitivamente umiliato dalla paranoia di Walter, che pensa che tutto sia un inganno, persino la disabilità del finto miliardario.

Ancora più ridicolo è infine il confronto con i presunti rapitori, che decidono comunque, proprio per principio, di derubare i protagonisti, diventando autori dell’unica nota veramente amara della pellicola: la morte di Donny.

E così ancora una volta il film si conclude con una nota agrodolce, in cui il protagonista non è cambiato per nulla, ma la sua maggiore preoccupazione è ancora il prossimo torneo di bowling…

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Avventura Comico Commedia Commedia nera Dramma familiare Drammatico Film Giallo Grottesco Humor Nero Il grande inizio Thriller

Fargo – Una parentesi criminale

Fargo (1996) di Joel e Ethan Coen è stato il primo dei grandi successi di questo talentuoso duo di registi statunitensi.

A fronte di un budget molto piccolo – appena 7 milioni di dollari, circa 14 oggi – è stato un ottimo successo commerciale: 60 milioni di dollari in tutto il mondo – circa 120 oggi.

Di cosa parla Fargo?

Jerry è un mediocre impiegato in una concessionaria, che farebbe di tutto per cambiare la sua vita…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Fargo?

Frances McDormand in una scena di Fargo (1996) di Joel e Ethan Coen

Assolutamente sì.

Fargo è stato amore a prima vista: già da questa splendida pellicola i fratelli Coen seppero distinguersi per una scrittura davvero attenta e puntuale, capace di portare in scena con pochi tratti personaggi poliedrici e incredibilmente reali.

Una storia che riesce ottimamente ad unire un lato più amaro ad una verve più strettamente ironica, fra la commedia più leggera e il puro humor nero, al limite del surreale – incontro che definirà gran parte della loro produzione successiva.

Insomma, non ve lo potete perdere.

Mediocre

William H. Macy in una scena di Fargo (1996) di Joel e Ethan Coen

In Fargo entriamo nella vicenda quasi in medias res.

Jerry ha già da tempo meditato una sorta di riscatto segreto per ottenere con l’inganno i soldi che gli servono per il suo progetto altrimenti impossibile, utilizzando la sua sfortunata moglie come merce di scambio per pescare a piene mani nel portafoglio del suocero.

Ma già dal primo scambio con i due rapitori capiamo quando il protagonista sia vittima della sua stessa mediocrità, del suo farsi sempre mettere i piedi in testa e così non riuscire mai ad emergere dalla sua condizione di grigio impiegato, nonostante si creda invece un grande stratega.

William H. Macy in una scena di Fargo (1996) di Joel e Ethan Coen

Quindi un potenziale personaggio da compatire che viene sempre più tratteggiato come inetto e pure meschino, soprattutto quando ci viene finalmente mostrato il panorama familiare: una moglie piacevole e accogliente, che non merita un marito del genere…

…e un patriarca sicuramente arcigno e pungente, ma che alla lunga diventa anche comprensibile nel suo non voler investire il suo patrimonio in un personaggio poco affidabile come il suo genero – come verrà poi ribadito nell’amaro incontro con gli altri investitori.

William H. Macy e Kristin Rudrüd in una scena di Fargo (1996) di Joel e Ethan Coen

Così l’incapacità di Jerry di metterci la faccia è tanto più evidente in un parallelismo sottile ma fondamentale nella scena della concessionaria: davanti ad un cliente insoddisfatto, il protagonista è incapace di far valere la sua posizione, e agisce tramite sotterfugi e mezzucci.

E non potrebbe mettersi in mani più sbagliate per il suo progetto…

Improvvisazione

Steve Buscemi in una scena di Fargo (1996) di Joel e Ethan Coen

Carl e Gaear si inseriscono perfettamente nel concetto di decostruzione del fascino criminale.

Fargo uscì infatti nel periodo di tramonto del fascino dei serial killer statunitensi, che avevano imperversato la cronaca nera fra gli Anni Settanta e Ottanta, spesso diventando protagonisti di culti e ammirazioni fuori controllo per l’avventatezza del loro crimini.

Al contrario, i fratelli Coen raccontano questi personaggi proprio come due criminalucci da strada, che ricercano una conferma del loro status – particolarmente Carl – in un atteggiamento di particolare superiorità e supponenza, nonché tramite le più squallide compagnie femminili.

Steve Buscemi in una scena di Fargo (1996) di Joel e Ethan Coen

E proprio loro diventano vettori della violenza spropositata e fuori controllo che trasformerà un semplice rapimento fittizio in una passerella di morte imprevedibile e incontrollabile, alimentata da una serie di fraintendimenti e sfortune.

E proprio qui si inserisce la riflessione del più importante personaggio della storia: Marge.

Alternativa

Frances McDormand in una scena di Fargo (1996) di Joel e Ethan Coen

Marge è una protagonista piuttosto particolare.

Il suo personaggio è quello che meglio incarna lo spirito di Fargo: un racconto reale e umano, che riesce in poche pennellate ben pensate a tratteggiare perfettamente i personaggi in scena, in cui un semplice risveglio all’alba e le premure del marito, Norm, ci raccontano un matrimonio felice quanto ordinario.

E tutta l’indagine riguardo all’assurda scia di omicidi è quasi una parentesi all’interno di una vita molto semplice ma comunque soddisfacente, in cui la maggior preoccupazione è la vittoria di Norm per la sua opera d’arte, inframmezzata dai discorsi più seri riguardo invece ai killer allo sbaraglio.

Frances McDormand in una scena di Fargo (1996) di Joel e Ethan Coen

Infatti l’atteggiamento di Marge, nonostante l’avventatezza degli eventi di cui diventa testimone, è sempre sereno e solare, quasi dovesse interfacciarsi con una vicenda del tutto ordinaria, quasi ridicola – e comunque molto meno interessante di quanto gli stessi protagonisti vorrebbero farla passare.

Per questo la sua amarezza è così profonda davanti ad un crimine dettato esclusivamente dal desiderio di guadagno, di una riaffermazione del sé arrogante e destinata alla totale distruzione, con un contrasto molto sentito fra le drammatiche vicende innescate da Jerry…

…e il più semplice, quanto soddisfacente, quadretto familiare che si ricompone nel finale.