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Vizio di forma – Un sogno a perdere

Vizio di forma (2014) è la seconda collaborazione di Paul Thomas Anderson con Joaquin Phoenix dopo The Master (2012).

A fronte di un budget ridotto rispetto ad altre produzioni del medesimo autore – 21 milioni di dollari – è stato un discreto disastro commerciale, non riuscendo neanche a coprire i costi di produzione.

Di cosa parla Vizio di forma?

Doc, un investigatore privato hippie, viene coinvolto nel misterioso rapimento del magnate Mickey Wolfmann…o almeno così sembra.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Vizio di forma?

In generale, sì.

Mi risulta onestamente difficile scegliere se consigliare o sconsigliare questa pellicola, in quanto si tratta, senza ombra di dubbio, dell’opera più complessa di Paul Thomas Anderson, proprio perché vuole essere complessa.

Infatti il senso della pellicola si comprende solo ad un livello metanarrativo, andando ad indagare le scelte espositive del regista, che costruisce una sorta di pastiche noir per raccontare un periodo di transizione piuttosto travagliato per gli Stati Uniti.

Sogno

Shasta è un sogno da riconquistare.

Proprio come la voce narrante ci spiega, la donna riappare nella vita del protagonista all’improvviso, inaspettata ma ancora seducente, e introduce Doc in un caso che si rivela poco a poco come un labirinto, il cui esito è incerto e volutamente insoddisfacente.

Doc è infatti rappresentazione della morente culturale hippie e di un’epoca piena di promesse e di illusioni che si scontrarono con la straziante era della Guerra in Vietnam, della speculazione edilizia e, più in generale, di un capitalismo rampante in un mondo sempre più disilluso.

Eppure, proprio all’alba di questo angosciante panorama, il protagonista crede ancora di poter riconquistare quel sogno non ancora perduto, ma che gli scompare più volte fra le mani, mentre cerca di trovare il filo giusto da tirare per risolvere il mistero e, così, riconquistare Shasta.

Ma Shasta non è più sua da molto tempo…

Potere

Wolfman è a sua volta vittima.

L’internamento del magnate è la perfetta rappresentazione del cambio del sogno e, anzi, dell’adattamento dello stesso ad un nuovo panorama: la cultura hippie non è più una realtà alternativa e libera da ogni controllo, ma bensì una forma di business raccontata attraverso la clinica Chryskylodon, apparentemente luogo spirituale new age…

…in realtà spazio di controllo e di rieducazione.

Così, paradossalmente, Shasta stava cercando di salvare la cultura hippie da lei incarnata in una nuova forma, seppur paradossale, di un capitalista che va contro se stesso, che voleva dare via tutto il suo denaro e tenere intatte le comunità senza lanciarsi una speculazione selvaggia.

Ma la realtà è quella del Channel View Estate, una futura mostruosità edilizia che appare come una città fantasma – perfetta rappresentazione della successiva cultura del non-luogo – e le cui dinamiche sono volutamente sibilline, costruite per nascondere qualcos’altro.

E la sensazione di non detto è dominante nella pellicola.

Paranoia

La trama di Vizio di forma è talmente labirintica da risultare quasi paranoica.

Doc raccoglie – ma non riesce a spiegare – una serie di indizi che sembrano puntare da una parte in un’unica direzione – l’onnipresente Gold Fang – e, al contempo, in direzioni del tutto diverse, raccontando un panorama confuso, in continua trasformazione e di difficile comprensione.

Proprio per questo spesso le indagini di Doc vengono derubricate a pura paranoia hippie proprio da quella che dovrebbe essere la massima espressione dell’ordine – Bigfoot – ma che invece rema continuamente contro al protagonista e alla sua ricerca della verità.

In altri termini, Doc è continuamente incastrato in una situazione che non comprende o che vuole renderlo colpevole, e i vari rappresentanti della presunta giustizia – la polizia quanto l’FBI – gli sono spesso ostili e dichiarano apertamente i loro metodi poco ortodossi.

E, infine, nulla viene veramente risolto, ma invece quel problema, quel vizio di forma, intrinseco nel cambiamento del nuovo decennio continua ad essere in agguato, vanificando la reale riconnessone fra Doc e Shasta…

…e mostrandoli dirigersi verso un orizzonte indefinito, ricco di inquietudini appena emerse.

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Bottoms – Tutto cambia, nulla cambia

Bottoms (2023) è il secondo film di Emma Seligman, dopo lo splendido esordio di Shiva Baby, nonché la sua seconda collaborazione con Rachel Sennott.

A fronte di un budget piccolino – 11 milioni di dollari – con la sua limitata distribuzione cinematografica è riuscito appena a coprire i costi di produzione.

Di cosa parla Bottoms?

PJ e Josie sono due ragazze gay, brutte e senza talento – ma sono discriminate solamente per quest’ultime due caratteristiche. Eppure, dal bottom al top la strada – forse – non è così impervia.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Bottoms?

Assolutamente sì.

In un panorama di genere dove sembrava non ci potesse essere un altro Not Another Teen Movie (2001), Emma Seligman arriva con la sua seconda opera con uno spoof movie assolutamente inaspettato e incredibile sottile nei temi.

Infatti, dietro alla facciata irresistibilmente e surrealmente comica, Bottoms racconta un panorama sociale drammatico e straziante, lo deride e lo ritrae amaramente con un lieto fine che non è veramente lieto…

Rivelazione

Bottoms non rivela subito le sue carte.

Anche se il sottofondo comico è evidente, l’incipit della pellicola sembra la classica apertura che racconta il tentativo di rivalsa di due sfigate nel nuovo anno scolastico, e così i ridicoli accenni al presunto passato burrascoso delle due – il riformatorio e gli omicidi – sembrano un contorno comico e nulla di più.

Ma il fallimento della loro rivalsa è proprio il punto di partenza dell’assurdità comica che pervade la pellicola, e che si rivela soprattutto nel lunghissimo monologo di Josie riguardo alle sue prospettive future – su cui si fa fin troppo coinvolgere emotivamente.

Eppure proprio in questo frangente, più nascosto, troviamo il primo seme dell’importante riflessione della pellicola.

La ridicola dinamica di Jeff che viene aggredito esplode nella tragica sequenza dei suoi compagni che vengono in suo aiuto, e ha il suo eco anche nella scena successiva del ritorno a scuola, quanto il quarterback paventa delle indispensabili stampelle e, di seguito, quando le protagoniste vengono chiamate dal preside per lo stesso motivo.

E così l’importanza della terribile aggressione oscura l’effettivo problema che viene annunciato, e poi dimenticato nella sua drammaticità: la ragazza effettivamente aggredita da un ignoto componente della squadra di football, la cui centralità nel discorso è appunto tale da soffocare tutto il resto.

In questo senso, l’irresistibile battuta di Tim ci racconta già tutta la situazione:

More violence. Just what this school needs.

Altra violenza. Proprio quella di cui questa scuola aveva bisogno…

Combattere

Il Fight Club nasce per tutti i motivi sbagliati.

Bottoms – come in un certo senso era già stato in Booksmart (2019) – gioca molto sul ribaltamento di un topos piuttosto classico del genere – da She’s all that (1999) in poi – in cui il personaggio maschile intraprende una relazione con la protagonista per finalità ben poco lodevoli.

Per questo PJ trascina Josie in questa suo folle progetto, con finalità ben più materiali rispetto a quelle paventate: riuscire ad avvicinarsi alla sua ragazza dei sogni con l’inganno, facendosi forza di una rete di bugie che, per stessa ammissione della protagonista, è veramente sorprendente per quanto sia intricata.

Tuttavia, l’esito del progetto è ben più importante rispetto al conquistare Isabel.

Come viene più volte ribadito, anche indirettamente, tutte le ragazze prendono parte al club per motivi diversi, ma accomunati, al netto dell’ironia, da una condivisa necessità di trovare un luogo sicuro in cui poter raccontare i loro disagi e le loro preoccupazioni.

Per questo, anche se disordinatamente, le ragazze imparano a mettersi in delle situazioni che altrimenti non si sarebbero mai azzardate ad affrontare, riuscendo a ritrovare quella solidarietà femminile che effettivamente mancava nel contesto sociale della scuola.

E in questo senso Jeff è una storia a sé.

Prodotto

Jeff è il prodotto di un sistema.

Per quanto il quaterbeck sia il frontman della scuola e del sistema che la governa, in realtà è solo la facciata di una realtà ben più profonda e radicata, tanto da apparire veramente come una marionetta senza forza di volontà e incapace di reagire alle situazioni, ma perfetto da usare come fantoccio.

Non a caso, nella sua ingenuità, Jeff agisce seguendo un set di regole preimpostate che neanche comprende – come si vede molto bene nella scena in cui cerca di giustificarsi con Isabel per il tradimento – e la sua forza sta proprio nell’essere spalleggiato da personaggi come Tim.

Il secondo al comando è di fatto la vera mente e braccio dell’operazione, che ragiona sulla base di un concetto ancora estremamente contemporaneo – e già ampiamente affrontato in Mean Girls (2004) e il suo erede spirituale Do Revenge (2022): divide et impera.

Così Tim attacca l’anello debole della catena, Hazel, la prima sostenitrice del progetto nonché fautrice delle improbabili voci di corridoio sulle protagoniste, quando si sente tradita dal gruppo in cui si era ritrovata e così usata come cavia per raccontare il fallimento del progetto del Fight Club.

Ma è a questo punto che Bottoms diventa veramente sottile.

Cambiamento

Nel finale di Bottoms cambia qualcosa?

L’atto finale della pellicola è una gustosissima parodia prima del momento di passaggio legato ai contrasti interni fra i protagonisti – che ha il suo apice nel momento in cui, senza alcun motivo, PJ mangia dei disgustosi ravioli in scatola – e poi della ricerca dell’aiuto nella figura adulta.

Ma lo stesso non è altro che un pretesto per dare modo al finale di esistere, costruendo una sorta di trama thriller che viene sistematicamente smentita dai fatti – nessun atto sacrificale, solo un becero boicottaggio della squadra avversaria – che permette però al gruppo protagonista di ritrovarsi in scena e dare prova del proprio cambiamento…

…se si può effettivamente definire tale.

Le ragazze finiscono per combattere un problema di facciata, che non esiste realmente se non nelle improbabili teorie di Rhodes, e a salvaguardare l’incolumità di Jeff, unico punto di interesse dell’intera comunità scolastica, e per questo vengono acclamate come se avessero tutti giocato verso il medesimo obbiettivo.

Ma tutto il resto non viene effettivamente risolto.

Non sappiamo nulla sull’aggressione della sera della festa, le ragazze vengono riconosciute solo per i servizi resi alla scuola e non per aver dimostrato di sapersi difendere, e, soprattutto, la sottotrama dello school shooting viene proprio esclusa dalla scena.

Per questo, infine, Bottoms sceglie di evadere il classico epilogo risolutore solitamente utilizzato per raccontare il rinnovato panorama sociale: nulla è veramente mutato, ma si è continuato a tenere gli occhi puntati sul problema minore – la sicurezza di un personaggio già ampiamente privilegiato in questo senso…

…ignorando, di fatto, tutto il resto.

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Dramma familiare Dramma romantico Drammatico Film Il peso della solitudine Paul Thomas Anderson Surreale

Punch-Drunk Love – Una prigione incomprensibile

Punch-Drunk Love (2002), noto in Italia come Ubriaco d’Amore, è uno dei film più sconosciuti della filmografia di Paul Thomas Anderson.

A fronte di un budget abbastanza importante per il tipo di film – 25 milioni di dollari – non è riuscito neanche a coprire i costi di produzione.

Di cosa parla Punch-Drunk Love?

Barry è un piccolo imprenditore intrappolato in una vita senza significato dove tutti sembrano decidere per lui. Ma sarà l’amore (?) a fargli cambiare idea…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Punch-Drunk Love?

Assolutamente sì.

Punch-Drunk Love è una piccola perla dimenticata, probabilmente per la sua complessità di lettura, che lo rende al pari di sfide di lynchiana memoria – particolarmente, Velluto blu (1986) e Mulholland Drive (2001) – lasciando ad una prima visione con più domande che risposte.

Tuttavia, revisione dopo revisione la pellicola si apre davanti agli occhi nel suo plateale enigma, definendosi nei suoi dettagli, indizi e sguardi sparsi per un racconto pronto a farsi leggere e scoprire.

Insomma, dategli una possibilità.

Scatole

Barry è come costretto in una prigione incomprensibile.

Non a caso nell’apertura della scena lo vediamo isolato all’interno di una stanza vuota, avidamente intento a cercare conferma di aver trovato il filo giusto da tirare per svelare la trama sotterranea, la trappola di cui tutti gli altri sembrano ignari.

Ma il paradosso del pudding sta proprio nell’essere una soluzione inutile.

La stessa è presto svelata da uno dei primi dialoghi con Lena, in cui il protagonista ammette di non aver mai viaggiato – anzi, come si scoprirà nel terzo atto, non ha mai preso neanche un aereo – quindi il suo acume nello svelare l’assurdità del sistema di premi è di fatto una vittoria fine a sé stessa.

Un paradosso che però racconta perfettamente questa tendenza a cercare un dettaglio risolutivo che sembra sempre come ad essere ad un passo dall’essere svelato, come nascosto dietro un velo, comprensibile a tutti tranne che al protagonista stesso.

Infatti tutti sembrano padroni un preciso ordine, tranne lui.

Ordine

Barry cerca di seguire un ordine, anche solo presunto.

La sua confusione, i suoi continui dubbi rispetto a scelte che sembrano del tutto casuali – come quella di indossare un completo – raccontano una totale mancanza di controllo, e, al contempo, una continua ricerca dello stesso, a fronte del costante subire il soffocante controllo esterno.

Il party stesso è il racconto del controllo esterno che Barry deve sopportare, proprio a partire dall’appuntamento al buio che una delle sorelle cerca di organizzare per lui, da cui il protagonista fugge con scuse blande e quasi infantili, ritrovandosi comunque intrappolato dalla sua numerosa famiglia.

Una situazione talmente insidiosa che neanche il suo tentativo di chiedere debolmente aiuto ha effetto, ma bensì lo bolla ancora di più come uno spostato, come le sue sorelle ci tengono più volte a ribadire – persino davanti a Lena.

E, allora, come si può scappare?

Subire

Barry è pronto ad accettare qualunque aiuto…

…persino quello di una hot line.

La scena dell’introduzione al servizio è talmente paradossale da risultare quasi grottesca: Barry è così disperato e distaccato dalla realtà che accetta di svendere i suoi dati sensibili solo per la promessa di una riservatezza che non potrebbe mai essere credibile.

Ancora più bizzarro è il dialogo con la centralinista, che cerca di portarlo verso il vero obbiettivo di quella chiamata, ma che Barry rifugge, ma senza sapere effettivamente in che direzione stia andando: pronto a sfruttare effettivamente quella situazione a suo vantaggio, ma senza mai esserne davvero capace.

Eppure, qual è l’alternativa?

Sfondare

Non riuscendo a trovare un ordine nella realtà, Barry cerca di distruggerla

Non sono infatti pochi i momenti in cui il protagonista esplode in una rabbia incontrollata, distruggendo l’ambiente che lo circonda, particolarmente i confini, come a voler creare una breccia per potersi finalmente liberare.

Un tentativo di sfondare una sorta di immaginaria prigione di vetro con un moto distruttivo che, in maniera piuttosto peculiare, si manifesta persino nel dialogo del terzo atto con Lena, in cui i due è come se volessero aprirsi a vicenda:

I’m looking at your face and I just want to smash it / I want to chew up your face and I want to scoop out your eyes

Guardo il tuo viso e vorrei solo sfondarlo / Vorrei spremerti il viso [tra le mani] e cavarti gli occhi

Ma la fuga è soprattutto dalla sua inerzia.

Dirigere

La vera vittoria di Barry è riuscire a ritrovare il controllo.

In altre parole, saper reagire prima alle costanti pressioni delle sorelle per avere controllo sulla sua esistenza, scegliendo invece di autodeterminarsi in quella che, sulla carta, è un’ulteriore macchinazione nei suoi confronti: fino al terzo atto, è esclusivamente Lena a tirare le fila del loro rapporto, anche con piccolo sotterfugi

E infatti Barry quando urla prima contro sua sorella, poi contro Dean Trumbell, sta in realtà gridando contro se stesso, spronandosi ad essere finalmente capace di spostare i pezzi sulla scacchiera a suo vantaggio, come racconta perfettamente l’ultima scena.

Infatti il misterioso piano, elemento intruso ed esterno, su cui Barry per tutto il film non era stato capace di suonare più di qualche nota, diventa invece strumento con cui dimostra di sapere procedere secondo una via precisa ed ordinata, su cui ha totalmente e finalmente il controllo.

E, finalmente, non da solo.

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2023 Dramma familiare Dramma romantico Drammatico Film Surreale

Estranei – Una vita di fantasmi

Estranei (2023) di Andrew Haigh è una pellicola queer dal forte taglio onirico e simbolico.

A fronte di un budget piccolissimo – appena 5 milioni di dollari – è stato nel complesso un ottimo successo commerciale: 20 milioni di dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla Estranei?

Adam è un uomo solo con il blocco dello scrittore. E senza risolvere i drammi del suo passato non può abbracciare neanche il suo presente…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Estranei?

Assolutamente sì.

Estranei è un conguaglio di elementi che mi hanno facilmente conquistata: una trama profondamente onirica, quasi lynciana, che ci fa immergere nella psiche del tormentato protagonista, lasciandoci sempre in bilico fra sogno e realtà.

Insomma, una pellicola a tema queer diversa dal solito, che indaga più profondamente i drammi che facilmente ognuno di noi si porta dall’infanzia fino alla vita adulta, come cristallizzati nel tempo, e per sempre irrisolti.

Entrare

Paul Mescal in una scena di Estranei (2023) di Andrew Haigh

Andam non può lasciar entrare nessuno.

Il tentato approccio di Harry è probabilmente l’unico momento realmente reale dell’intera pellicola e, anche se sul momento sembra una situazione insignificante, in realtà è fondamentale nel definire la dinamica di entrata e uscita dei personaggi in scena.

Cosi, chiudendo la porta ad Harry, Adam ne apre un’altra, ma in realtà si chiude dentro se stresso, dentro il ricordo fin troppo felice dei genitori persi precocemente, ma che ancora il protagonista proietta nelle loro versioni giovani e aitanti, bloccate proprio in un ricordo d’infanzia perfettamente cristallizzato.

Andrew Scott in una scena di Estranei (2023) di Andrew Haigh

E altrettanto idealizzato è il rapporto immaginario con Harry, che lo guida alla riscoperta del proprio corpo e della propria sessualità, mentre il protagonista è ancora imprigionato in sentimenti irrisolti verso i propri genitori, con cui non ha avuto il tempo di chiarire la sua scoperta della sessualità – ma non solo.

E la risoluzione, con significati diversi, è proprio la chiave.

Ricordo

Andrew Scott in una scena di Estranei (2023) di Andrew Haigh

Adam sa di non dover essere lì.

Eppure, deve esserci.

Il suo senso di inadeguatezza è ben visibile nei vari momenti in cui vive proprio come se fosse ancora un bambino con il suo pigiamino che si infila terrorizzato nel letto dei suoi genitori di notte, che si rimmerge in dinamiche quotidiane ma sicure come mettere l’ultimo addobbi all’albero di Natale.

Allo stesso modo, lo stesso è visibile soprattutto nel confronto con la madre, che, in un misto di rabbia e preoccupazione, rigetta il coming out del figlio anche e soprattutto nell’idea di una supposta vita infelice e piena di preoccupazioni, per il quale è Adam stesso a doverla rincuorare sulla società più accogliente in cui è immerso.

Eppure, questo dialogo è parte di un confronto essenziale e, idealmente, risolutivo con le figure genitoriali.

Andrew Scott in una scena di Estranei (2023) di Andrew Haigh

Il senso di insicurezza se per la madre è nel presente, per il padre è nel passato, un passato in cui la figura genitoriale ammettere con rammarico di non essere stata presente e risolutiva come avrebbe dovuto – o voluto? – essere, lasciando il figlio in balia di un mondo ostile e opprimente.

In altri termini, Adam ricerca nel passato delle sicurezze che il presente non gli concede, e che si vanno definitivamente a frantumare davanti alla definitiva impossibilità di avere delle risposte concrete dei suoi genitori ormai scomparsi nel presente, e che appaiono come fantasmi in una casa ormai abbandonata.

Per questo, infine, la risoluzione si sposta al di fuori della casa.

Rinascita

Andrew Scott e Paul Mescal in una scena di Estranei (2023) di Andrew Haigh

Il passaggio all’esterno è fondamentale per la chiusura del film.

Il cambiamento comincia in seno alla sicura stanza da letto genitoriale, dove la madre prima comincia a chiedergli di raccontargli il dopo la sua morte, e a cercare in qualche modo certezze che il figlio non sia stato di fatto abbandonato nonostante la loro scomparsa, per poi farsi guida per il passaggio materiale all’esterno della casa.

Di fatto sono i suoi fantasmi a guidarlo verso la risoluzione del suo dramma, ovvero evadere un sogno da cui sembra impossibile fuggire, ma che di fatto si dissolve nel presente in cui Adam può solo mantenere vivo il ricordo dei suoi genitori, senza però poterci più parlare effettivamente, infine arrendendosi davanti a questa realtà.

Ma c’è ancora un fantasma da risolvere.

Il finale di Estranei (2023) di Andrew Haigh

Costruendo un immaginario perfetto di relazione con Harry, Adam torna sicuro sui suoi passi per provare concretamente a cominciare la relazione, ma si ritrova invece davanti ad una persona ancora più fragile di lui stesso, che si è lasciato inghiottire, con grande angoscia e vergogna, dai suoi demoni.

Per questo, infine, i ruoli si scambiano.

Adam, che è rimasto per tutta la pellicola come intrappolato nel ruolo della vittima, del personaggio da consolare e bisognoso di curo, diventa invece autore di un abbraccio quasi astrale con cui continua a far vivere Harry nel presente e, forse, ne mantiene viva una memoria più felice e meno vergognosa, che lo porti, a suo tempo, ad accettare la sua scomparsa.

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Dramma familiare Dramma romantico Drammatico Fantastico Federico Fellini Film Surreale

Giulietta degli spiriti – Il sussurro liberatorio

Giulietta degli spiriti (1965) è uno dei film più propriamente onirici della filmografia di Federico Fellini, che mise ancora una volta al centro della scena la moglie e musa Giulietta Masina.

A fronte di un budget – pur mai confermato – di 2 milioni di euro, ha incassato meno di 100 mila euro in tutto il mondo.

Di cosa parla Giulietta degli Spiriti?

Giulietta è una donna sola e nevrotica, intrappola in un matrimonio infelice. Eppure, la risposta ai suoi problemi potrebbe venire da una persona inaspettata…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Giulietta degli spiriti?

In generale, sì.

Non mi sbilancio nel consigliare questa pellicola in quanto siamo definitivamente entrati nella seconda fase della filmografia felliniana, scandita da impianti onirici e fantastici, pregni di simbolismi complessi e sfuggenti…

…che potreste comprensibilmente mal digerire.

Eppure, Giulietta degli spiriti è anche uno dei film più intimi e personali di Fellini, dove affronta nuovamente temi già portati in scena in (1983) ma cambiando prospettiva: non più l’uomo che tradisce (lui stesso) ma la donna tradita e la sua liberazione (sua moglie).

Prigione

Giulietta è in gabbia.

Proprio come per , la protagonista è introdotta di spalle, mentre istericamente cerca una sua identità, e ne getta via molte altre, all’interno di uno dei tanti tentativi di riprendere il controllo del suo matrimonio – e, per estensione, della sua vita – con la festa a sorpresa per il marito.

E invece è Giorgio infine a mostrarsi nella sua natura di personaggio invasivo e opprimente, che ribalta i piani di un incontro intimo e raccolto per far inondare la casa di una fiumana di diversi e grotteschi personaggi, dietro i quali si barrica per nascondere la sua infedeltà e il suo disinteresse per il proprio matrimonio.

Giulietta è così bloccata all’interno della trappola borghese per eccellenza: il matrimonio infelice, in parte già raccontato in Lo sceicco bianco (1956), e che qui viene nuovamente tratteggiato nei suoi silenzi e nei suoi detti per mantenere un’apparenza compatta e rispettabile.

Ma le radici di questa situazione sono ben più profonde…

Radici

I simboli dell’oppressione sono duplici.

La figura più squisitamente borghese è indubbiamente la madre, rappresentante in una certa misura il punto di arrivo ideale per Giulietta e per il suo matrimonio: incredibilmente elegante e altezzosa, non lasciandosi definire dalla sciocca infedeltà del marito, e che, per questo, si permette di giudicare costantemente la figlia.

E, non a caso, è anche la figura chiave che porta Giulietta ad affrontare piena di angoscia l’infedeltà del marito, all’interno di una dinamica che, più che un aiuto, sembra un’imposizione – e l’ambientazione così esplicitamente scolastica e cattolica non fa che incrementare la sensazione che Giulietta abbia bisogno di una lezione.

Non a caso, proprio in questo frangente prende piede l’altro incubo fondamentale della protagonista: l’educazione religiosa, che parte dagli investigatori con vesti clericali e arriva fino al momento fondamentale di definizione della protagonista, ovvero la recita in cui, fin da bambina, ha preso le vesti di una martire.

Una condizione che ben si riflette anche nel presente, in cui Giulietta subisce colpo su colpo le umiliazioni di Giorgio, restandogli sempre fedele e devota, financo silente anche davanti ai più evidenti comportamenti di infedeltà malcelata, infine costretta a vedere il tradimento in diretta.

Eppure, una via di fuga è possibile.

Sussurro

Parlando col mondo immateriale, in realtà Giulietta parla con sé stessa.

Le figure chiave in questo senso sono capovolte: la fuga materiale dalla prigione borghese è il ricordo del padre e del suo tradimento così sciocco e plateale, che si va però ad incastrare anche con la liberazione della figlia stessa dagli stretti lacci dell’educazione religiosa, rappresentati proprio dal suddetto spettacolo.

Infatti, nel contesto della recita scolastica così silenziosamente accettata dal resto del pubblico, la figura paterna è infine quella liberatoria, l’unica che vuole strappare la figlia da un futuro infelice e di sofferenza.

Una lezione che si trasmette anche nel presente, nell’ambigua figura di Susy, la vicina di casa e padrona della vita e di numerosi personaggi che compongono un quadro surreale, onirico e al limite del circense – da cui proprio la donna proviene.

Ma neanche lei è la liberazione.

Il personaggio di Sandra Milo è infatti racconto di un punto di arrivo che la protagonista non vuole davvero abbracciare – nonostante sarebbe la scelta più desiderabile – che ha la sua enfasi nel complesso e intrigante mondo degli spiriti che le continuano a sussurrare di seguirla e di fidarsi…

…mentre infine Giulietta segue solo se stessa: libera prima la stessa bambina dai lacci di un’educazione opprimente e poi evade la prigione borghese – il matrimonio – ma anche la casa degli spiriti e di una vita dissoluta, per scegliere, infine, solo per sé.

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Comico Dramma romantico Drammatico Federico Fellini Film Surreale

8½ – Lo squallido catalogo dei miei errori

(1963) di Federico Fellini rappresenta forse il film più intimo e sentito della sua filmografia, oltre ad un apripista per la seconda parte della sua carriera, più vicina all’onirico e al surreale che al neorealismo (se così si può chiamare).

A fronte di un budget sconosciuto, ha incassato 213 mila dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla ?

Guido è un regista che deve assolutamente preparare il suo prossimo film, incalzato da produttori, attori e amanti per qualcosa che non riesce davvero a concepire…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere 8½?

Marcello Mastroianni in una scena di 8½ (1963) di Federico Fellini

Assolutamente sì.

rappresenta la più sublime ed intensa riflessione felliniana, uno spaccato che ci permette realmente di penetrare la mente del regista e che rappresenta il punto di passaggio perfetto da La dolce vita (1960) al resto della sua carriera, con una formula che il nostro cinema tentò più nel tempo volte di replicare con scarso successo.

E la bellezza dell’opera sta proprio nel modo in cui Fellini si mette a nudo, in maniera davvero sincera verso se stesso e verso il proprio pubblico, con le sue manie e i suoi peccati quasi ridicoli, ma perfettamente portati in scena da un superbo Mastroianni, che seppe così dimostrare la pluralità delle sue capacità attoriali.

Insomma, da riscoprire.

Stallo

Marcello Mastroianni in una scena di 8½ (1963) di Federico Fellini

Guido è malato di sé stesso.

La sua situazione iniziale è quasi desolante: un uomo poco più che quarantenne confinato in un ritiro per la terza età, sottoponendosi a delle cure che sono più dei palliativi rigenerativi per un’angoscia esistenziale che si riflette anche sul suo aspetto tremendamente invecchiato e fragile.

Una ricerca di pace e di serenità che è facilmente guastata ora dall’imperiosa figura del Commendatore, che lo intima a più riprese di dare effettivamente avvio alla produzione del film – rappresentazione piuttosto ovvia delle case di produzione che assillavano Fellini dopo il successo de La dolce vita

Marcello Mastroianni e Sandra Milo in una scena di 8½ (1963) di Federico Fellini

…ora dalla miriade di attrici e attori che esigono, pretendono e non danno mai nulla indietro, se non la costante sensazione di essere infestato da problemi che Guido non si sente in grado di risolvere, riuscendo solo a modellare gli interpreti in figure del suo passato e del suo presente, demoni di cui non riesce a liberarsi.

Infatti, è anche e soprattutto un racconto di liberazione della colpa.

Colpa

Anouk Aimée in una scena di 8½ (1963) di Federico Fellini

Guido è colpevole.

Ad un livello più superficiale e immediato la sua colpa è l’infedeltà nei confronti della moglie – alter ego di Giulietta Masini, compagna e musa – per tutto il primo atto un convitato di pietra insieme al marito dell’amante, che è costantemente richiamato dalle parole di Carla, facendo sentire Guido un eterno secondo…

…e che infine, richiamata proprio dal protagonista, appare in scena, scontrandosi immediatamente, già solo con la sua presenza semplice e austera, con la figura invece chiassosa dell’amante, venendo presa al laccio dal desiderio del marito di modellare e riraccontare il suo presente, ma rifiutandosi quasi immediatamente.

L’intento di Guido è infatti metterle così in scena il suo passato e presente così da poterlo finalmente controllare e quindi capire, per potersi infine depurare da quelle colpe che sente che lo tengono a terra, impedendogli di librarsi verso gli orizzonti che desidera fare suoi.

Ma la colpa più importante – e anche più profonda – è l’educazione clericale: la stessa è proprio rappresentata come incastonata in un luogo segreto ed impenetrabile, che si apre solo per pochi momenti agli occhi del protagonista e solo per ribadirgli di dover tornare sotto i dettami della chiesa altrimenti…

Extra Ecclesiam nulla salus

Fuori dalla Chiesa non c’è salvezza.

Ma questa colpa, questo peccato originale viene da lontano…

Passato

Marcello Mastroianni in una scena di 8½ (1963) di Federico Fellini

Il tormento presente è in gran parte derivato dal passato.

Il passato ha infatti per Guido una doppia valenza: da una parte è un ricordo felice e rasserenante, con i suoi piccoli riti segreti che ancora vivono nella mente presente, con le cure amorevoli di molte donne – prima di tutto la madre – che ora non fanno più parte della sua vita.

Infatti la nostalgia per questo passato ben più semplice è identificata anche dall’angosciante visione di una sorta di aldilà in cui Guido può finalmente rivedere i suoi genitori – principalmente il padre – costretti in un paesaggio acre e angosciante, financo lugubre – con il padre che si stende nella fossa – e comunque con continui richiami al presente – la moglie e il Commendatore.

Particolarmente quest’ultima è una figura chiave che svela la seconda e fondamentale valenza del passato, ovvero quella della colpa, particolarmente la colpa sessuale: come il padre chiede all’imperiosa figura presente del produttore del comportamento del figlio, ricevendo un sordo brontolio di insoddisfazione, lo stesso si propaga anche nella colpa, anzi nelle colpe passate.

Una delle origini delle sue disperazioni presenti, soprattutto nei confronti delle donne, è proprio il peccato di aver voluto assistere allo spettacolo erotico di Saraghina, per cui viene punito proprio dall’ordine clericale che lo tormenta ancora nel presente, e che lo porta a relazioni amorose così disordinate.

Insomma, Guido vorrebbe solo ordine.

Obbiettivo

Claudia Cardinale in una scena di 8½ (1963) di Federico Fellini

Il protagonista vive nell’ombra di un sogno impossibile.

In questo senso il cinema si intreccia con la vita reale, in un sogno ad occhi aperti in cui finalmente Guido riesce a mettere in ordine le figure passate e presenti, creando un harem in cui viene meticolosamente servito e coccolato, e dove può scegliere arbitrariamente quali donne avere ancora intorno e quali scartare.

Con questa scena si svela quindi il pensiero quasi infantile che domina la mente del protagonista, e che si espande anche nel sogno cinematografico di raggiungere la perfezione filmica, rappresentata dalla eterea presenza di Claudia Cardinale, simbolo di purezza, ordine e serenità che Guido vorrebbe finalmente raggiungere.

Per questo, il finale è duplice.

Davanti alla grottesca parata dei provini per il film, per cui Guido appare insoddisfatto nel suo plateale ribadire il disperato tentativo di controllo, la scena si sposta nella surreale ambientazione della navicella spaziale in costruzione, che diventa sfondo per il definitivo fallimento dell’operazione, in cui Guido si spara un colpo alla testa e così mette un punto a tutto il grottesco spettacolo…

…oppure no?

Il vero finale di è inafferrabile: Guido assume definitivamente le vesti di regista – del film e della vita – e riordina la sua esistenza in una parata di cui però non è solo orchestratore, ma anche attivo partecipe, riducendo così a riconciliarsi con tutti i suoi demoni in una rassicurante atmosfera carnevalesca e circense…

…che ci racconta, forse, un Fellini finalmente libero di esprimere la sua arte al di fuori di paure ed imposizioni.

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Il secondo tragico Fantozzi – L’ultima zampata

Il secondo tragico Fantozzi (1976) è il sequel del film del 1975 dedicato al Ragioniere, sempre interpretato da Paolo Villaggio.

Di cosa parla Il secondo tragico Fantozzi?

Come nel primo film, Fantozzi è protagonista di numerose disavventure a tratti surreali, ma che lo tengono sempre fermo alla base della catena alimentare…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Il secondo tragico Fantozzi?

In generale, sì.

Il secondo capitolo della saga fantozziana brilla principalmente per la famosa sequenza della Corazzata Potëmkin, rimanendo per il resto ancorato ad una comicità slapstick a tratti quasi ridondante, pur con qualche guizzo di genialità.

Insomma, Il secondo tragico Fantozzi è per me il punto di arrivo della saga, proprio per la sensazione che già qui vada a perdersi la – pur non centrale – vena satirica che l’aveva reso per me così interessante, riuscendo per il resto ad intrigarmi davvero poco.

Fondo

Come da prassi, Fantozzi si trova ai margini.

In questo caso però la condizione da lacchè dei superiori è il punto di partenza per una disperata scalata sociale, che si concretizza nel grande colpo di fortuna di essere scelto come accompagnatore del conte Semenzara, con cui si instaura un racconto forse meno scontato di quanto si potrebbe pensare.

Di fatto, Fantozzi – e, più in generale, la classe sociale che rappresenta – non può cominciare la propria scalata senza rinnegare quanto si è lasciato alle spalle, non potendo neanche presentare la sua vergognosa famiglia al borioso superiore, che la esclude immediatamente dalla scena.

E infine la sua fulminante carriera si riduce al diventare una marionetta alla mercé del capriccio dei potenti, così da scalare fin troppo celermente le vette dell’azienda, ma in una posizione di tale fragilità che basta un minimo passo falso per tornare alla condizione iniziale – se non peggio.

Un racconto quindi, seppur molto ironico, di un ascensore sociale bloccato, in cui le prospettive di crescita vengono promesse alla classe media, ma la stessa si trova infine bloccata in una condizione da cui non può evadere, in quanto il successo non è nelle mani di che se lo merita, ma di chi l’ha ereditato.

E ben lo dimostra la vicenda successiva.

Occasione

Ogni occasione che Fantozzi ha per brillare diventa invece ulteriore momento per ribadire la sua inadeguatezza.

Al di là della comicità molto spicciola di tutta la dinamica della Contessa Serbelloni, la stessa cela un’amarezza di fondo nell’osservare due personaggi così fuori posto come Felini e, soprattutto, come Fantozzi che si fanno largo in un panorama in cui non hanno i mezzi per emergere.

Anzi, sono loro stessi a farne le spese, come ben dimostra tutta la dinamica delle prostitute, con cui infine i due riescono, dopo molti tentativi, ad intrattenersi – una vittoria molto magra, in quanto le peggiori sul mercato – e finendo comunque per addossarsi tutti i costi.

Non dissimile dalla dinamica del Conte Semenzara è la fuga d’amore con la Signorina Silvani: pensando di approfittarsi dell’ira della donna davanti al tradimento del marito, Fantozzi si mette totalmente al suo servizio, sperando infine di poterla conquistare.

La dinamica in scena è di fatto la già nota comicità slapstick, ma nasconde un’amarezza di fondo mai veramente risolta, in cui il protagonista si ritrova infine ad origliare i velenosi commenti della Signorina Silvani con il marito, in cui indirettamente ribadisce che il suo riscatto sociale è davvero impossibile.

E infatti anche quando ci si prova…

Ribellione

La sequenza della Corazzata Potëmkin è brillante quanto dissacrante.

Per comprendere l’ironia amara della scena, è bene ricordare che il mediometraggio in questione altro non era che uno strumento di propaganda, in cui si raccontavano le eroiche gesta del popolo che, dopo secoli di sottomissione agli zar, dava infine avvio alla Rivoluzione Comunista.

Per questo il paradosso è così piccato: un film che comunque dovrebbe parlare del riscatto del proletariato, diventa vezzo per la borghesia, rappresentata dal Professor Guidobaldo, che obbliga i suoi sottoposti ad una visione che, nonostante non siano in grado di comprendere, diventa paradossalmente il motivo della loro rivolta.

E, in questo senso, la dinamica in scena ha due significati.

Da una parte denunciare, seppur simpaticamente, i limitati orizzonti culturali della nuova classe media, che passa da un’opera comunque di grande valore artistico alle peggiori commedie erotiche con cui torturano il proprio oppressore.

Infatti la vera amarezza della scena è constatare che il ruolo da capopolo di Fantozzi non sia altro che un fuoco di paglia, tanto che gli basta poco per tornare ad essere – come d’altronde nel finale del primo film – un vezzo per l’alta borghesia che ne fa uso a suo piacimento…

…perdendo infine persino la sua forma umana per diventare prima un branzino e, infine, un umile parafulmine.

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Commedia Commedia nera Film Grottesco Surreale

Fantozzi – La nuova classe media

Fantozzi (1975) diretto da Luciano Salce e interpretato da Paolo Villaggio, è uno dei film più iconici della filmografia nostrana.

A fronte di un budget sconosciuto, è stato considerato un grande successo commerciale: 21 milioni di euro.

Di cosa parla Fantozzi?

Ugo Fantozzi lavora come ragioniere nella terribile Megaditta e deve farsi largo in un mondo di ricchi e potenti che lo spingono costantemente ai margini.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Fantozzi?

Sì, ma…

Per quanto nella sua essenza Fantozzi sia di fatto una satira sociale piuttosto crudele e grottesca, forse rendersi più appetibile al pubblico, spesso stempera questa tendenza con non pochi momenti di comicità slapstick e facilona che oggi potrebbe risultare un po’ datata.

Tuttavia, anche nei momenti più strettamente comici, è possibile intravedere una tematica di fondo – poi esasperata nei capitoli seguenti – di una classe media che non riesce a smarcarsi dalla sua posizione, nonostante i continui e impacciati tentativi.

Insomma, un pezzo di storia di cinema che in ogni caso vale una visione.

Assorbito

Tre sono di fatto i momenti fondamentali di Fantozzi.

Fin dal suo incipit, il capostipite della saga di Villaggio racconta perfettamente il suo protagonista, introdotto dalle tremanti richieste della moglie di ritrovarlo dopo una scomparsa di diciotto giorni, a cui segue la scena di un’ironia sublimemente grottesca del segugio degli impiegati.

E questa prima apparizione da uomo murato all’interno della propria azienda è rivelatoria della sua condizione: Fantozzi, come d’altronde tutta la classe sociale che rappresenta, è assorbito all’interno del suo lavoro, tanto da definirsi con lo stesso…

…nonostante la sua azienda faccia presto a dimenticarsi di lui.

Ed è proprio attraverso questo paradosso che si articola l’esistenza del protagonista, intrappolato in un lavoro in cui è unicamente vessato, ma di cui non può fare a meno per la sopravvivenza sua e della propria famiglia, risultando così incapace di muovere la minima rivendicazione.

Per questo la sveglia di Fantozzi è ancora più rivelatoria.

Spazio

Fantozzi non ha spazio per sé stesso.

Per quanto cerchi in più momenti di evadere la propria condizione, non vediamo mai il ragioniere veramente slegato dal suo lavoro, tanto che persino i weekend sono in un certo modo lavorativi, in quanto viene costantemente incastrato nelle stramberie dell’Ingegner Filini.

Ma ogni momento è buono per riacquistare anche solo un minimo di libertà.

Così la sveglia di Fantozzi, nella sua ironia feroce, è in realtà rappresentazione di due tendenze: da una parte, il suo fallimentare tentativo di definire uno spazio di indipendenza, scegliendo di non sottostare alle tempistiche richieste dall’azienda, ma di crearne di proprie, pur tormentato dall’angoscia del cartellino.

D’altra parte, la sveglia di Fantozzi è un disperato sforzo di avere controllo su una vita che ormai non è più sua, inciampando passo dopo passo in continui e inevitabili ostacoli, per cui basta il minimo imprevisto per alimentare una catastrofica valanga di insuccessi.

E ogni tentativo di ribellione è inutile.

Divinità

Nonostante il suo totale servilismo, Fantozzi non è totalmente imbelle.

La possibilità di riscatto gli viene concessa da un inaspettato incontro con l’attivismo politico nella sua forma più estrema – il comunismo – che lo porta prima ad evadere i codici estetici dell’azienda – presentandosi con i capelli fino al collo e con una sciarpa rossa piuttosto rivelatoria…

…e, infine, compiendo l’atto di massimo sdegno: rivoltarsi violentemente contro il padrone.

Ma la risposta alla sua ribellione non è quella che si aspettava – e, per questo, è ancora più pungente: per essere riportato all’ordine, Fantozzi è condotto davanti al Mega Direttore Galattico, una figura al limite del leggendario, immersa in un ambiente che ne definisce la sacralità.

Piuttosto dissacrante infatti l’arredamento dell’ufficio, che ricalca quello di una chiesa, anzi di una chiesa povera dove servono solo due sedie: quella principale, che Sua Santità cede temporaneamente a Fantozzi, e l’inginocchiatoio, verso il quale il protagonista viene inevitabilmente spinto…

…con una dinamica che già da sola è incredibilmente esplicativa.

Fantozzi Megadirettore

Infatti tutto il discorso del Mega Direttore è incentrato non sulla punizione, ma piuttosto su una riscrittura della storia a proprio favore, prendendo le parole della ribellione di Fantozzi e sostituendole con una versione più accettabile.

E infine, davanti alla richiesta di come affrontare la situazione, il personaggio riprende il suo posto, e articola un progetto ideale – quanto di impossibile realizzazione – di pacificazione fra le classi sociali, del tutto omettendo l‘importante fattore della disparità di potere fra le stesse, ma riuscendo così a sottomettere nuovamente Fantozzi….

…che anzi chiede il permesso, ancora una volta, di essere premiato, diventando così ancora di più un oggetto d’arredamento per la sua stessa azienda.

E poi c’è tutto il resto.

Debole

Fantozzi non è di per sé una commedia malvagia…

…ma la tendenza a riproporsi come commedia all’italiana, rischiando di perdere la sua vena dissacrante, finisce per indebolire la narrazione.

Di fatto, Fantozzi è la tragedia di un emarginato a cui non gliene va bene una, un eroe comico in cui lo spettatore può facilmente rivedersi e le cui sfortune possono essere di facile intrattenimento, nonostante il sotto senso satirico rimanga – anche se più debolmente.

Purtroppo però, qui – e, soprattutto, nel successivo Il Secondo Tragico Fantozzi (1976) – ad eccezione delle situazioni di cui sopra, le situazioni messe in scena spesso non portano ad un’effettiva riflessione, ma risultano molto fine a sé stesse…

…rischiando così di far perdere Fantozzi nel marasma della commedia nostrana ben meno brillante. 

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Dramma familiare Drammatico Film Surreale

The Father – La mente a pezzi

The Father (2020) di Florian Zeller è un dramma familiare con protagonista Anthony Hopkins.

A fronte di un budget molto piccolo – appena 6 milioni di dollari – anche grazie alla vittoria del suo attore protagonista agli Oscar 2021 – è stato un ottimo successo commerciale: 24 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla The Father?

Anthony è un anziano signore piuttosto strambo e sopra le righe, che sembra riuscire a vivere serenamente da solo. Sembra…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere The Father?

Anthony Hopkins e Olivia Coleman in una scena di The Father (2020) di Florian Zeller

Assolutamente sì.

La visione di The Father vale anche solo per la straordinaria performance di Anthony Hopkins, che riesce magistralmente a spaziare fra una grande varietà di toni e di tagli interpretativi, rendendo il suo personaggio incredibilmente tridimensionale e vicino allo spettatore.

Oltre a questo, la pellicola è una rappresentazione sostanzialmente perfetta del punto di vista di un paziente malato di Alzheimer, intrappolato in un incubo surreale senza via d’uscita, in cui le scene sembrano ripetersi sempre uguali, ma con facce diverse e sconosciute…

Insomma, da non perdere.

Tempo

Anthony Hopkins in una scena di The Father (2020) di Florian Zeller

Inizialmente, Anthony sembra un personaggio assolutamente nella norma.

Le sue stramberie riguardo al presunto furto del suo prezioso orologio da parte della badante appaiono come i più classici, quanto innocui, deliri di un anziano che detesta avere sconosciuti nei suoi spazi personali – e la crisi sembra immediatamente risolta con il ritrovamento del maltolto.

E invece l’orologio è un simbolo incredibilmente significativo.

Anthony è costantemente alla ricerca del suo orologio, disperato quando non lo trova e sicuro che qualcuno glielo abbia sottratto, proprio a rappresentare la sua costante angoscia di non avere più il controllo sulla propria vita, sul proprio tempo…

…e che lo stesso gli sia stato sottratto da misteriose figure che si intrufolano all’interno del suo prezioso appartamento, rappresentazione della sua stessa, labirintica mente, in cui avvicendano diversi personaggi e facce, senza che riesca sempre a riconoscerli.

Ma, di fatto, i protagonisti della scena sono due.

Intruso

Il personaggio di Paul è quello forse più inafferrabile.

Scopriamo solo alla fine che la sua figura è contaminata dalla faccia dell’infermiere, che si va a sovrapporre al volto del vero marito di Anne, che assume sostanzialmente il ruolo di antagonista della vicenda, il colpevole dell’abbandono della casa, e della conseguente reclusione all’interno della casa di cura.

Anthony Hopkins in una scena di The Father (2020) di Florian Zeller

Infatti fin da subito Paul è un intruso, che si trova nel bel mezzo della casa del protagonista senza che questo sappia neanche chi sia, e la sua presenza diventa sempre più ingombrante quando esplica i suoi veri pensieri riguardo alla salute precaria di Anthony.

Ma la realtà di questi episodi non è mai realmente chiara: verrebbe da pensare che l’unica scena veramente accaduta è il bisticcio a cena, e che i successivi maltrattamenti – fino all’effettiva aggressione fisica – siano una proiezione delle paure del protagonista, che si vede sbattere in faccia una verità che non può accettare.

Ovvero, non avere più il controllo sulla propria vita.

Abbandono

Anthony Hopkins e Olivia Coleman in una scena di The Father (2020) di Florian Zeller

La figura della figlia – anzi, delle figlie – è legata alla paura dell’abbandono.

Tutta la vicenda sembra infatti svolgersi nel giro di una giornata, i cui contorni temporali sono sempre più confusi, ma il cui obbiettivo è chiaro: Anthony deve riuscire a superare la prova definitiva che gli permetta di essere ancora padrone della propria casa e della propria famiglia…

…ma la stessa è resa ancora più complessa dall’aspetto – probabilmente fittizio – della sua nuova badante, che così tanto assomiglia alla figlia scomparsa, che il protagonista continua a richiamare come ancora di salvezza davanti all’inevitabile abbandono della figlia maggiore.

Anthony Hopkins nel finale di The Father (2020) di Florian Zeller

Si articola così un climax piuttosto angosciante, in cui la Anne deve infine accettare l’idea di dover proseguire con la propria esistenza senza il padre, che infine si ritrova rinchiuso all’interno di una stanza che non conosce, popolata da volti che non riesce a collocare…

…riconoscendo infine l’abbandono della figlia, di essere lasciato solo in balia della sua mente e dei suoi ricordi contraddittori, finendo infine per recedere alla fase fetale, richiamando una impossibile figura materna che ha ricercato – quanto rinnegato – più e più volte…

…e che ora può solo concretizzarsi solo nella figura dell’infermiera.

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2024 2025 Dramma familiare Dramma romantico Drammatico Film Musical Oscar 2025 Surreale

Emilia Pérez – La bizzarra seconda occasione

Emilia Pérez (2024) di Jacques Audiard è un musical con protagoniste Zoe Saldana e Karla Sofía Gascón.

A fronte di un budget discreto – 21 milioni di euro – è stato un pesante insuccesso commerciale, non riuscendo neanche a coprire le spese di produzione.

Candidature Oscar 2025 per Emilia Pérez (2024)

(in nero le vittorie)

Miglior film
Miglior film internazionale
Migliore regista
Miglior attrice protagonista per Karla Sofía Gascón
Migliore attrice non protagonista per Zoe Saldana
Migliore sceneggiatura non originale
Miglior fotografia
Migliore colonna sonora originale
Migliore canzone originale
Miglior trucco e acconciatura
Migliore sonoro

Di cosa parla Emilia Pérez?

Rita è un’avvocata praticante sistematicamente sfruttata dal suo studio legale. Ma un’occasione di riscatto è dietro l’angolo…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Emilia Pérez?

Karla Sofía Gascón in una scena di Emilia Pérez (2024) di Jacques Audiard

In generale, sì.

Emilia Pérez è stato, fra le altre cose, ampiamente discusso per il taglio narrativo, che presenta non pochi inserti musicali piuttosto bizzarri, che rendono la narrazione al limite del fantastico, del teatrale, pur raccontando tutto sommato una storia molto semplice.

Infatti, se riuscirete a digerire la particolarità del lato musical, potreste arrivare ad apprezzare una pellicola che infine non è altro che un dramma piuttosto toccante sulla seconda occasione di personaggio insospettabile: un boss di un cartello della droga messicano.

Insomma, dategli una chance.

Spaesamento

Zoe Saldana in una scena di Emilia Pérez (2024) di Jacques Audiard

Personalmente, ho mal digerito l’elemento musicale di Emilia Pérez.

Ma forse è proprio questo il punto.

Fin dalle sue primissime battute la pellicola gioca su questo peculiare contrasto fra un racconto piuttosto amaro e angosciante, che esplode improvvisamente in numeri musicali più propri forse del teatro che del cinema, soprattutto per le sue coreografie decisamente bizzarre.

Selena Gomez in una scena di Emilia Pérez (2024) di Jacques Audiard

L’elemento musicale è inoltre uno strumento fondamentale per definire la protagonista, che ci appare in prima battuta come una spietata boss del crimine, ma che nel cantato esprime i suoi più intimi sentimenti di cambiamento, di cui la transizione è solo il primo passo.

E proprio qui si sviluppa il discorso cardine della pellicola.

Rinascita

Karla Sofía Gascón in una scena di Emilia Pérez (2024) di Jacques Audiard

Emilia vuole rinascere.

La nuova vita che la protagonista regala a Rita è solamente il primo passo della sua sistematica ridefinizione del sé, che la porta a ripercorrere le strade già battute della scena criminale messicana, ma in una veste del tutto nuova: non più aguzzina, ma salvatrice di un popolo di oppressi.

E la protagonista vuole raccontarsi in questa nuova identità anche nei confronti della famiglia che ha di fatto abbandonato, ma con cui cerca di ricongiungersi proprio nella sua immagine di salvatrice di un nucleo affettivo profondamente colpito dall’abbandono del padre.

Un tentativo di riappacificazione piuttosto disordinato e disattento, in cui Emilia sembra incapace di mantenere intatta questa nuova identità, dimostrandosi cambiata di aspetto ma non di atteggiamento, continuando a comportarsi con i suoi figli e, soprattutto, con la moglie, come se nulla fosse successo.

Infatti, il suo linguaggio è rivelatorio.

Passato

Karla Sofía Gascón in una scena di Emilia Pérez (2024) di Jacques Audiard

Emilia può davvero rinascere?

Nonostante i buoni sentimenti del suo progetto, la protagonista ricade ripetutamente in comportamenti che l’avevano definita nel passato, con il linguaggio della violenza domina costantemente la scena, persino in opere di bene come il salvataggio della vedova…

Karla Sofía Gascón e Zoe Saldana in una scena di Emilia Pérez (2024) di Jacques Audiard

Un comportamento che si riflette in grande nella scelta dei benefattori per la sua causa umanitaria, in piccolo nel rapporto con la sua famiglia, da cui si rifiuta di separarsi, vivendo il nuovo matrimonio della moglie – e la sua personale rinascita – come un profondo ed imperdonabile tradimento.

Ma violenza è da entrambe le parti.

La stessa Jessi è cresciuta in un contesto in cui la violenza è la moneta di scambio, rispondendo colpo su colpo ai beceri tentativi di Emilia di limitare la sua libertà, la sua autodeterminazione, in un disordinato ultimo atto che porta tutti i protagonisti all’inevitabile autodistruzione.

E la chiusura della pellicola è assolutamente emblematica nel suo essere volutamente grottesca mentre mostra Emilia Pérez definitivamente consacrata nel suo ruolo di salvatrice, con tratti volutamente cristologici, raccontando come un cambiamento, tutto sommato, sia effettivamente avvenuto.