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2026 Avventura Azione Drammatico Fantascienza Film Nuove Uscite Film

Disclosure Day – Vedere…e non vedere

Disclosure Day (2026) è un action-scifi che segna il ritorno al genere di Steven Spielberg dopo quasi dieci anni.

A fronte di un budget abbastanza contenuto per il tipo di progetto – appena 115 milioni di dollari – ha aperto non ottimamente al primo weekend, non prospettandosi un successo commerciale.

Di cosa parla Disclosure Day?

Daniel è un programmatore per la misteriosa associazione paragovernativa, la Wardex, che sembra indagare… o sfruttare risorse di un altro mondo.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Disclosure Day?

In generale, sì.

Per quanto la pellicola presenti dei limiti che potrebbero risultare alla lunga quasi fastidiosi – la poca credibilità di non pochi passaggi narrativi, per cui è davvero difficile, alle volte, immergersi nella scena…

…i concetti raccontati sono non meno interessanti ed attuali, e meritano una visione alla luce di un film che per certi versi sembra dialogare – anche se non sempre in maniera efficace – fra il passato e il presente del genere.

Medias Res

Disclosure Day utilizza il più classico aggancio in medias res.

Con tutte le sue insidie.

Il racconto non ha bisogno di introduzioni esplicite, ma porta subito in scena le sue dinamiche, immediate nella loro esecuzione, più complesse per i loro significati: Daniel è un ribelle e per questo è perseguitato da un gruppo pseudo-governativo piuttosto potente ed organizzato, che non ha paura di sporcarsi le mani per i propri obiettivi.

Il problema è che la pesantezza di rendere la spiegazione della posta in gioco a spizzichi e bocconi può in parte rivoltarsi contro il film stesso, finendo a tratti per risultare quasi ridicola nella sua esecuzione… e forse non venendo neanche tanto compensata dalla spiegazione effettiva successivamente proposta.

In parte più vincente l’evoluzione di Margaret, in questo caso per la scelta di rendere il suo racconto ben più lineare e immediato, del tutto comprensibile a fine pellicola, supportata dalla totale mancanza di consapevolezza del personaggio, che agisce spinto da un istinto che non riesce a controllare.

La stessa è tuttavia in parte guastata dalla presenza di Jackson, che dovrebbe fungere da contraltare della protagonista e tenere coi piedi per terra la narrazione, ma finisce, paradossalmente, per rendere ancora più difficile l’immedesimazione nella storia e nelle sue peculiari dinamiche.

E qui arriva il problema principale della pellicola.

Credibile

La sospensione dell’incredulità è la chiave per la serena fruizione di non pochi prodotti audiovisivi.

Nondimeno la stessa deve essere ad un livello coerente con il tono della pellicola: in termini pratici, farebbe strano se le dinamiche surreali di una pellicola come Bottoms (2023) – permessa dal patto narrativo insito nella pellicola – fossero applicate nella stessa misura ad una commedia dai toni più realistici e terreni.

In questo contesto, la credibilità scenica viene meno all’interno di un contesto narrativo in cui il tono della pellicola è estremamente drammatico e basato sulla presenza di un sistema rigoroso e pervasivo, che riesce a spingersi letteralmente oltre i confini delle possibilità umane…

…ma che si lascia sfuggire più e più volte il bersaglio sotto ai propri occhi, al punto che bastava – per un’organizzazione paramilitare, ricordiamolo, con gli occhi ovunque – allungare lo sguardo di pochi metri per trovare i protagonisti che si nascondono nella maniera più improvvisata e meno credibile possibile.

Una scelta che inficia molto sul risultato complessivo di una pellicola che porta al suo interno un grande potenziale.

Intento

Cosa vuole raccontare Disclosure Day?

All’interno di una pellicola così profondamente ambiziosa, che mischia diversi generi, temi e dinamiche, risulta in ultima analisi difficile per la scrivente arrivare ad un giudizio definitivo sul risultato, proprio perché sembra mancare della volontà di arrivare veramente ad un punto, vivendo più che altro di grandi ed importanti spunti non definitivamente sviluppati.

In un certo senso la pellicola pare voler riprendere dinamiche e storie di genere che si potrebbero definire quasi vetuste, ma quantomeno cercando di renderle contemporanee, toccando un tema estremamente attuale, in cui le informazioni, i dati e la conoscenza, quasi più di ogni altra cosa, sono diventati la merce di scambio più importante.

Un tema che si intreccia anche con l’elemento più prettamente religioso per costruire una sorta di Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977) ma in un presente – o un futuro molto vicino – decisamente più angosciante, potendo essere al contempo un punto di partenza interessante per il genere o uno dei più grandi azzardi registici degli ultimi anni.

Solo il tempo potrà darci una risposta.

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Super Mario Galaxy – Una bellissima vetrina

Super Mario Galaxy – Il film (2026) di Aaron Horvath e Michael Jelenic è il secondo capitolo della neonata saga cinematografica dedicata all’omonimo personaggio.

A fronte di un budget medio per un prodotto di animazione – 110 milioni di dollari – ha aperto ottimamente al primo weekend, prospettandosi uno dei titoli più vincenti della stagione.

Di cosa parla Super Mario Galaxy?

Dopo il primo capitolo, ormai Mario e Luigi vivono stabilmente nel regno dei funghi continuando ad essere degli…idraulici molto richiesti. Ma Bowser non è l’unica minaccia dell’universo…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Super Mario Galaxy?

Dipende.

Il problema di Super Mario Galaxy – Il film è il suo essere, paradossalmente, non un film: la pellicola è quanto più palesemente una vetrina per il brand, composta da diversi segmenti quasi autoconclusivi per ingoiare il pubblico più inesperto ed emozionare i fan più accaniti, soffrendo per questo di una debolezza narrativa piuttosto impattante.

Una debolezza che viene però compensata da una particolare attenzione nel rendere in maniera più interessante e diversificata l’esperienza di gioco sullo schermo, con diverse soluzioni visive estremamente creative e che possono concretamente essere una gioia per gli occhi per gli appassionati…

…a discapito di tutto il resto.

Pretesto

La trama di Super Mario Galaxy è intrinsecamente pretestuosa.

La pellicola si va ad incastrare in una delle più classiche trappole dei road movie: non rendere credibili i motivi per cui i personaggi si dividono o restano bloccati in determinate tappe del loro viaggio, rivelando una costante debolezza di fondo in questo senso.

Una fragilità che si nota soprattutto nella partenza della Principessa Peach, che non ha, di fatto, nessun motivo per volersi separare dai Super Mario Bros., ma ne ha invece moltissimi, a livello extra-narrativo, per scegliere di sdoppiare la narrazione su due linee differenti.

E il montaggio non aiuta…

Solitamente, quando si vogliono raccontare due o più storie insieme, la scelta di come incastrare le varie vicende è vitale per dare un buon ritmo alla narrazione, e creare l’illusione scenica che le due storie siano in realtà intersecate e contemporanee, finché non si uniscono effettivamente.

Al contrario, in Super Mario Galaxy le storie di Peach e dei due fratelli vivono separatamente come in scompartimenti stagni, che solo fortuitamente si incontrano infine in scena, come se non avessero entrambe abbastanza spazio per convivere, quasi forzate all’interno di un’alternanza piuttosto macchinosa…

…ma assolutamente funzionale al vero obbiettivo del film.

Vetrina

Come anticipato, Super Mario Galaxy non è un film.

È una vetrina.

La divisione così netta fra le diverse parti della storia e dei personaggi è dovuta ad una precisa scelta di concedere abbastanza spazio ai singoli segmenti di combattimento…che non sono altro che una trasposizione cinematografica di momenti del gioco, che lo spettatore può rivivere sul grande schermo.

E, forse paradossalmente, il film non è mai banale in questi momenti, anzi risulta particolarmente ispirato, trovando le più diverse soluzioni per portare in scena un platform che, per sua natura, nasce in un contesto bidimensionale – e che infatti è richiamato nella scena di “creazione” del percorso da parte di Bowser Junior.

E, ancora di più, queste scene raccontano un aspetto del gameplay che i giocatori conoscono molto bene: i punti più difficili del percorso che possono essere superati solamente con la giusta dose di astuzia e di tempismo – ben rappresentato dalla strategia di Mario per superare il muro di Thwomp.

Eppure, proprio per questa grande concentrazione sull’aspetto visivo, si perde tutto il resto.

Aleatorio

La maggior parte dei personaggi soffre una presenza piuttosto aleatoria e per nulla approfondita.

Questo aspetto va soprattutto a pesare sui personaggi nuovi, che non possono godere neanche di quel minimo di approfondimento concesso nella prima pellicola, in cui l’esempio più eclatante è sicuramente Joshi, simpatica aggiunta al team, ma che viene immediatamente assorbita dal gruppo, con appena un accenno di conflitto con Toad mai veramente esplorato.

Ma chi ne soffre di più è soprattutto Bowser.

Come il film inizialmente sembrava voler fare percorrere all’antagonista principale di Super Mario una parabola di redenzione – pur puntellata da accenni di malvagità ancora non del tutto sopita – la stessa vive unicamente in funzione della prosecuzione della trama per fare dividere Bowser dai due protagonisti…

…senza neanche permettergli quel minimo accenno di rimorso per cui bastavano davvero due righe di sceneggiatura, ma che si perdono invece in un riavvicinamento con il figlio e in una sconfitta che per la maggior parte avviene fuori scena – tanto da essere esplicitata solamente nella scena midcredit.

In maniera analoga, per quanto i dubbi della Principessa Peach fossero derivati dal precedente film, presentano un’evoluzione complessivamente piuttosto debole nei confronti di Rosalinda – dovuta in parte anche al pochissimo approfondimento concesso a quest’ultima…

…per una pellicola che, paradossalmente, avrebbe funzionato molto meglio come antologia di episodi autoconclusivi.

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Avventura Azione Dramma familiare Drammatico Film Horror Scream - Il secondo rilancio

Scream 7 – Cosa resta di noi

Scream 7 (2026) di Kevin Williamson è il settimo capitolo della saga omonima creata da Wes Craven.

A fronte di un budget abbastanza importante per la saga – 45 milioni di dollari – ha aperto molto bene al primo weekend, prospettandosi un buon successo commerciale.

Di cosa parla Scream 7?

Sidney Prescott sembra essersi ricostruita una vita lontana da Woodsboro, il cui maggiore ostacolo è il rapporto con la figlia…oppure no?

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Scream 7?

Dipende.

Scream 7 conferma una direzione che non piacerà agli spettatori che si sono avvicinati ed innamorati della saga per come riusciva a (ri)raccontare il cinema horror tramite una struttura brillantemente metanarrativa.

Tra cui io, fra l’altro.

Se invece questo aspetto è stato per voi di scarso interesse, vi troverete davanti ad uno slasher – o, meglio, un thriller-horror – di medio-basso livello, capace di intrattenere assai superficialmente, come un qualsiasi prodotto commerciale del medesimo genere.

Distruggere

La sequenza introduttiva ha dei significati che a posteriori…risultano dubbi.

In forse le uniche scene effettivamente metanarrative, Scream 7 si apre con il racconto di un fandom ormai saturato intorno ad una serie di concetti ed immagini che sono diventate quasi un culto – ed infatti la casa di Sidney ha proprio quel sapore quasi religioso.

Ma il culto è principalmente focalizzato intorno alla storia originaria, quella di Sidney Prescott nel primo capitolo di Stab – e quindi Scream (1996) – con pochi accenni ai seguiti – fra l’altro fermandosi curiosamente, con i poster, a Stab 6, così da creare una sorta di continuità scenica con il film presente, ma dimenticandosi che in Scream 4 (2011) si parlava persino dell’ottavo capitolo.

Una scena che più che mostrare ci istruisce sul dove guardare: sempre alle spalle dei protagonisti, sempre negli angoli dove i Ghostface appariranno come fantasmi, con una serie di falsi pericoli che si concretizzano poi in un attacco vero e proprio, memore di tutti gli incipit classici della saga, ma che al contempo vuole distruggere tutto quello che è venuto prima.

Ma, in tutta quella distruzione, qual è la parte costruttiva?

Respiro

Lasciare così tanto spazio narrativo fra la prima e la seconda morte è una scelta estremamente significativa.

Infatti, un problema abbastanza comune in ambito slasher è il poco spazio lasciato ai personaggi per raccontarsi, spesso riducendoli a carne da macello da dare in pasto al pubblico.

Al contrario, in questo contesto il focus principale della pellicola, per certi versi, non sono gli omicidi o l’identità del killer, ma bensì l’eredità di Sidney – e in tutte le sue forme: finalmente scopriamo la vita che la protagonista si è costruita al di fuori della sua tragedia, pur rimanendo profondamente influenzata dalla stessa.

Il nodo narrativo principale è infatti la costruzione del rapporto fra madre e figlia, e di come quest’ultima viva all’ombra della genitrice senza neanche conoscere i contorni effettivi della stessa, potendone usufruire solo indirettamente, e finendo così per non poterne fare tesoro come le sarebbe necessario in questo momento così complesso.

In questo senso la costruzione del loro rapporto e il modo in cui Tatum affronta la sua paura di essere al centro della scena – sia in senso stretto che in senso lato – sono interessanti proprio per come la ragazza finisce per inseguire tale ruolo, per quanto la madre cerchi di proteggerla, mantenendola ai lati della scena…

…con una buona crescita del loro rapporto, che ha i suoi picchi sia nella scena del bar – in cui Sidney guida la figlia ad affrontare una battaglia per lei ormai fin troppo nota – quanto nella definitiva uccisione del killer, in cui Tatum dimostra di aver imparato la lezione della madre. 

Il problema è il resto.

Contorno

Un problema minore in Scream 7 è la gestione dei personaggi secondari.

Per quanto, come detto, l’inizio fosse promettente – foriero anche di concetti positivi come la solidarietà fra i personaggi, non scontata in un contesto adolescenziale – ci si ritrova, alla fine del film, a non aver conosciuto quasi nulla – o davvero nulla – dei personaggi di contorno.

Particolarmente sprecato in questo senso è il fidanzato di Tatum – che rimane solo a parole un punto focale di molti discorsi del film, per poi essere facilmente sacrificato nel terzo atto – così come Lucas – anch’esso rievocato solo a parole dalla madre nel finale, senza che la sua morte sia assolutamente spiegabile.

E poco aggiungono anche gli ultimi personaggi sopravvissuti a Scream VI (2023), che sembrano ripetere sostanzialmente dinamiche già viste senza contribuire alla storia – anzi, nel caso di Mindy, a ricordarci come ogni timido accenno di queerness sia bandito…

…così come ogni discorso metanarrativo.

Identità

Scream 7 nasce come film…di Scream?

Il dubbio emerge in quanto per tutta la visione ho avuto la sensazione di assistere ad una storia scritta con scopi totalmente differenti – un thriller psicologico intrecciato con un dramma familiare – a cui solamente in seconda battuta siano stati aggiunti – e con poca convinzione – gli elementi identitari della saga.

Ne consegue che il lato metanarrativo sia sostanzialmente nullo, sistematicamente smentito anche nei suoi più deboli accenni: neanche il momento canonico del raduno dei sospettati e dell’esplicazione delle regole della nuova storia ha alcun valore, tanto che Mindy viene prontamente zittita da Chad.

In quest’ottica nemmeno l’incipit sembra infine significativo, anzi forse appare persino sfacciatamente rivelatorio di una pellicola che sceglie consapevolmente di smentire ogni tratto canonico della saga, finendo però per privarla di ogni suo elemento identitario, e portando in scena il film di Scream meno Scream di sempre.

E, nella sua bruttezza, viene paradossalmente quasi da rimpiangere il precedente capitolo, che almeno era uno slasher…

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28 giorni dopo – La scelta è nostra

28 giorni dopo (2002) è il primo capitolo della fortunata saga horror creata da Danny Boyle – alla direzione di questo e di successivi capitoli.

A fronte di un budget molto piccolo – 8 milioni di dollari – è stato un ottimo successo commerciale: 72 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla 28 giorni dopo?

Jim, un corriere irlandese, si risveglia dal coma e scopre…che in meno di un mese il suo mondo è decisamente cambiato.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere 28 giorni dopo?

Assolutamente sì.

Già all’inizio del millennio Danny Boyle riscriveva a suo modo il genere zombie movie raccontando non una semplice storia di sopravvivenza, ma portando in scena una riflessione non scontata sull’umano e sulle sue capacità di adattarsi al cambiamento.

Infatti i momenti strazianti non sono tanto le tragedie che vediamo in scena, ma i significati che le stesse si portano dietro, le agghiaccianti realizzazioni del poco che basta per far regredire l’uomo ad uno stato primordiale, selvaggio…anche senza bisogno di un virus.

Risveglio

28 giorni dopo può essere diviso in tre sezioni tematiche, corrispondenti ai tre atti canonici.

A fronte di un prologo classico quanto incisivo, lo spettatore piomba nel mondo raccontato insieme al protagonista, che si muove nelle rovine dell’umano, a cui sono bastati meno di trenta giorni per perdere ogni briciolo di civiltà e per piombare in un incubo silenzioso.

In questo senso è estremamente significativo che Jim cerchi conforto all’interno di un luogo che dovrebbe, per sua natura, concedergli asilo: una chiesa, spazio spettrale ed inquieto fin dalla prima inquadratura, i cui confini vengono progressivamente definiti con un allargamento dello sguardo scenico, fino ad arrivare alla scritta piuttosto esplicativa sul muro:

The end is fucking nigh

Penetrando questo spazio sacro, Jim prima si trova davanti ad un’umanità sconfitta, mostrata in una massa indistinta di individui morti in sofferenza…ma in realtà pronti a rinascere in un’ultima forma mostruosa, che definisce perfettamente il senso di pericolo sempre in agguato che pervaderà tutta la pellicola.

Ma l’orrore è ben più ampio.

Mentre cerca di sfuggire agli zombie, Jim viene per la prima volta salvato da una coppia di sopravvissuti, che hanno il ruolo di raccontare brevemente quanto sia avvenuto finora fuori scena, e mostrare come ogni speranza di rinascita si sia progressivamente ammutolita, e che non resti loro che un angosciante tentativo di sopravvivenza.

28 giorni dopo inizio

Ma per convincersi fino all’ultimo della realtà della sua nuova condizione, Jim deve guardare negli occhi la morte dell’ultima speranza, di chi ha sperato che il sollievo del sonno eterno davanti ad una realtà totalmente inconcepibile: i suoi genitori, che il protagonista ritrova abbracciati nel letto di morte.

Ed è proprio in questo frangente che Jim è costretto ad assistere a quanto possa essere micidiale questa nuova esistenza: non basta che Mark lo salvi da sbranamento certo perché Selena gli conceda ancora di vivere nella sua inevitabile trasformazione mostruosa…

…ribadendo un cinismo che sarà fondamentale nella parte centrale.

Speranza

Esiste ancora una possibilità di salvezza?

In una scena volutamente e piacevolmente simbolica, Jim e Selena seguono una flebile luce di speranza che ancora splende nelle tenebre di un mondo insopportabilmente cinico: un minuscolo nucleo familiare che, nonostante tutto, è riuscito a sopravvivere, offrendogli una seconda occasione.

Un incontro che, per quanto basato su una reciproca diffidenza – intelligentemente mostrata nella scena del falò, in cui sembra che Frank voglia derubare Jim e scappare – si traduce invece in una sorprendente collaborazione ed unione, che porta persino la più cinica Selena ad ammettere di riuscire a vedere quella flebile speranza.

Ed è una consapevolezza fondamentale, perché riscrive tutti i rapporti in scena al di là di quella freddezza e del puro spirito di sopravvivenza che sembrava guidarli fino a quel momento – e, per questo, a spingerli verso la rinnovata speranza di costruire qualcosa di nuovo e di positivo in un mondo che sembra non esserne più in grado.

Ma il destino ha piani diversi per loro.

Progetto

La morte di Frank è dolorosa quanto significativa.

La sua dipartita avviene, non a caso, non per mano dei protagonisti, ma di quelli che diventano gli antagonisti dell’ultimo atto, in particolare – anche se indirettamente – per mano di Henry, nuova figura di patriarca che vuole riscrivere il mondo con un piano ben preciso, ma ben più cinico di quello del defunto padre.

Le sue intenzioni vengono prima raccontate a parole, tramite una visione piuttosto disincantata dell’umanità e del suo ciclo indissolubile di violenza, che non ha fatto altro che ripetersi, pur in condizioni diverse, anche nel presente della pandemia…

…in cui però una direzione ragionata sembra possibile.

La stessa è ben raccontata da Mailer, che Henry tiene prigioniero della sua eterna sofferenza proprio per trarne il maggior vantaggio possibile, per trasformare una tragedia in una nuova possibilità di un microcosmo sociale in cui lui è il solo despota illuminato…

…l’unico che pensa davvero al futuro della sua gente.

È interessante in questo senso come Henry riscriva la storia di quello che a tutti gli effetti sarebbe uno stupro di gruppo, da una parte in una necessità per dare modo all’umano di proseguire la sua esistenza, dall’altra un momento quasi galante, romantico – pur ancora forzato, con un’ulteriore violenza sui corpi delle due donne.

28 giorni dopo finale

Per questo il finale di 28 giorni dopo ci vuole lasciare con un’ambiguità agrodolce.

Lo scioglimento narrativo è un’esplosione di violenza isterica, incontrollabile, che Jim scatena sul mondo ingiusto di Henry, facendogli pagare sulla sua pelle le ingiustizie che voleva imporre sugli altri, ma diventandone anche protagonista in uno slancio di brutalità mai eroico, mai veramente giustificato…

…anzi facilmente fraintendibile in questo nuovo mondo selvaggio, dove persino un gesto d’amore può sembrare in realtà un atto violento.

E così l’epilogo racconta un futuro positivo (?) in cui i protagonisti non devono più scappare – come sembrerebbe  nella loro corsa scatenata – ma vogliono anzi farsi trovare, temporaneamente protetti nella loro piccola quanto fragile realtà.

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2025 Azione Dramma familiare Dramma romantico Drammatico Film Paul Thomas Anderson Thriller

Una battaglia dopo l’altra – La lotta è ancora nostra

Una battaglia dopo l’altra (2025) di Paul Thomas Anderson è un thriller politico e la prima collaborazione del regista con Leonardo DiCaprio.

A fronte di un budget piuttosto importante – 150 milioni di dollari circa – è stato complessivamente un insuccesso commerciale.

Di cosa parla Una battaglia dopo l’altra?

Pat e Perfidia fanno parte di un gruppo di combattimento rivoluzionario…a cui il mondo non è ancora pronto.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Una battaglia dopo l’altra?

Assolutamente sì.

Con Una battaglia dopo l’altra Paul Thomas Anderson ritorna alla regia per un racconto di satira sociale, per la prima volta ambientato nella contemporaneità più straziante, riuscendo splendidamente in un incontro fra il thriller più cupo e la comicità più grottesca.

Ne consegue una pellicola di altissimo valore storico e artistico, con una regia strabiliante e un montaggio clamoroso, oltre a prove attoriali che dominano con la loro presenza scenica – che da sole fanno il film.

Controllo

Pat e Perfidia viaggiano su due esistenze parallele…

…che convivono finché possono.

Fin dalle primissime battute appare chiaro come Perfidia sia il personaggio di punta dell’intera organizzazione, la protagonista della scena, mentre gli altri – specificatamente il suo compagno – non sono altro che dei figuranti, dei personaggi di contorno che permettono la realizzazione della sua storia.

Ed è così protagonista che, anche quando un uomo minuscolo come Lockjaw cerca di possederla, Perfidia riscrive la situazione a suo favore, rendendolo totalmente succube della sua forza fisica e sessuale, raccontando fin da subito come potere, caos ed erotismo si intreccino profondamente nella sua persona.

Ed è un incontro davvero…esplosivo.

L’esaltazione del vortice involutivo di Perfidia ha il suo apice nelle diverse scene che la ritraggono sessualmente attratta dalla violenza e dal caos, riuscendo persino a trovare del godimento fisico nell’incontro sessuale con Lockjaw, nonostante ne sia sostanzialmente la vittima.

Ma se il controllo è così eccitante, la perdita dello stesso è devastante.

Attenzione

Con la nascita della figlia, Perfidia non ha più tutte le attenzioni su di sé.

Risulta genuinamente grottesco come la donna si esprime nei riguardi della figlia, di come si senta derubata delle attenzioni del compagno, di come conseguentemente non si senta più bella, né potente né, più in generale, padrona del proprio corpo, che sembra, in qualche modo, averla tradita.

E se semplicemente allontanarsi dal neonato nucleo familiare dovrebbe essere la soluzione, si rivela in realtà l’ultimo atto di un processo di autodistruzione, la cui esasperazione è rappresentata dalla rapina in banca, in cui Perfidia apre il fuoco su un uomo innocente che aveva osato muoversi differentemente da come da lei indicato.

Così, ingabbiata e, apparentemente, definitivamente sconfitta, la donna tradisce doppiamente la fiducia dei suoi compagni di lotta prima e del colonnello dopo, rinchiusendosi spregiudicatamente nel suo egoismo e scomparendo definitivamente dalla scena.

E la storia è appena iniziata.

Differenze

Come la maggior parte dei film di Paul Thomas Anderson, la vera storia è tutta nel sottotesto.

Ed è interessante notare come il regista evada ogni tipo di banalità e di discorso già sostanzialmente scritto, per invece raccontare come, nel loro essere estremamente grotteschi, le due parti non siano fondamentalmente così diverse, ma che anzi abbiamo alla base un sistema profondamente ridicolo.

Infatti, se Perfidia rappresentava l’esasperazione della ribellione e radicale e violenta, il resto della resistenza non è tanto più brillante, così rinchiuso in una serie di formule senza significato e di processi apparentemente utili alla causa, ma che, in realtà, come si vede dalla comica telefonata fra Bob e la nuova confraternita, sono estremamente fine a sé stesse.

Ed è veramente paradossale che lo stesso sistema definisca anche la totale controparte, possibilmente ancora più ridicola nel suo essere legata ad un immaginario sostanzialmente infantile – il Natale e San Nicola – nel parlare di violenza, razzismo e uccisione sistematica e senza esclusione di colpi.

Ma ancora più interessante è come questo sistema sia, di fatto, la quotidianità.

Quotidiano

Il racconto degli Stati Uniti di Anderson, anche esplorando ere differenti, è sempre stato sostanzialmente pessimista.

E la situazione, anche nel presente, non sembra mai cambiata.

La stessa giustizia sommaria, la stessa paranoia e la medesima violenza dilagante che trovavamo alla fine degli anni Sessanta in Vizio di Forma (2012) sono ancora dominanti anche nel quotidiano della contemporaneità del regista, che raffigura un paese cristallizzato in un ciclo di brutalità senza via di scampo…

…oppure no?

All’interno di un sistema così radicato, che vive sotto apparenze del tutto quotidiane – come una semplice casa suburbana o una palestra di karate – forse per la prima volta Anderson riesce a vedere una flebile speranza in una generazione che sceglie le sue battaglie e impara dal passato.

Willa infatti si addestra, combatte e si ribella ma con armi totalmente differenti, diventando un personaggio che non ha bisogno di essere salvato dalla vecchia generazione, ma che deve semplicemente fare i conti con la stessa – che, come tipico per Anderson, è rappresentata dalla sua stessa famiglia.

Significativo in questo senso il confronto finale col padre, che si ritrova davanti ad una figlia del tutto cambiata e che non comprende più da dove è venuta – una traditrice? Un’eroina? Un uomo fragile e violento? – e cerca di abbracciare debolmente le formule di un sistema che non gli appartiene.

Per questo infine la vecchia generazione si può riposare e lasciare che siano i figli a riprendere in mano la lotta, ma in maniera differente, forse meno violenta…

…ma decisamente, si spera, più efficace.

 

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Men in Black – Socchiudere le porte

Men in Black (1997) di Barry Sonnenfeld è il capostipite di una delle più importanti saghe sci-fi a cavallo fra i due millenni.

Infatti, a fronte di un budget abbastanza importante – 90 milioni di dollari – è stato un enorme successo commerciale: quasi 600 milioni di dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla Men in Black?

Vi siete mai chiesti chi nasconde le invasioni aliene sulla Terra? Con questo film lo scoprirete – e in una veste che potreste non aspettarvi.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Men in Black?

In generale, sì.

Men in Black si posizionò in maniera piuttosto interessante in un panorama sci-fi in continua evoluzione, confezionando una commedia fantascientifica che, pur nella sua semplicità, riuscì ad essere vincente ed a conquistare diverse generazioni di spettatori.

E riuscì in questo intento soprattutto grazie all’equilibrio dei toni interni alla pellicola, che spaziano dalla comicità più pura – e, spesso, anche piuttosto nera – fino ai toni più profondamente drammatici, riuscendo ancora oggi a risultare un prodotto di intrattenimento di grande piacevolezza.

Contesto

Men in Black agisce come la più classica origin story

…ma con una contestualizzazione piuttosto puntuale.

Le primissime scene funzionano ottimamente sia per definire il contesto del film, sia il tono dello stesso: una semplice tratta di esseri umani si rivela in realtà l’occasione per smascherare il primo colpevole della presenza aliena.

E la totale serenità con cui l’Agente K gestisce la situazione racconta proprio la quasi quotidianità della vicenda, compresa la parte in cui congeda il collega, l’Agente D, tramite l’iconico neutralizzatore, proprio per aprire la strada alla sua nuova spalla.

In questo senso Men in Black procede in due direzioni, riuscendo perfettamente ad intrecciare i primi passi dell’Agente J con la minaccia effettivamente in atto, che comincia a svelarsi prima tramite il suicidio di uno degli adepti della misteriosa società extraterrestre…

…e poi tramite il caotico procedere dell’alieno che prende le sembianze del defunto Edgar, con un incedere che prosegue sullo sfondo, alla ricerca di un non meglio specificato oggetto che cambierà le sorti del pianeta stesso, con un’ironia quasi grottesca, quasi inaspettata.

E, in questo senso si trova un altro elemento di forza della pellicola.

Equilibrio

In una produzione come quella di Men in Black era molto facile cadere in una comicità eccessiva.

Ma, sarà perché non siamo ancora nella follia comica del decennio successivo, sarà perché per fortuna non stiamo guardando Il quinto elemento (1996), la comicità è ben equilibrata in tutte le sue parti, riuscendo a convincere con un atto centrale che ci accompagna alla effettiva scoperta del mondo raccontato.

La stessa in particolare funziona particolarmente bene all’interno del viaggio di James, coinvolto casualmente nelle indagini del suo futuro collega, permettendo allo spettatore prima di scoprire l’altro lato della presenza aliena sulla terra – quello più pacifico, di persone integrate nella società…

…e poi l’effettiva base degli MIB, ombre che si muovono nel dietro le quinte per gestire la massiccia presenza aliena sulla terra, costretti però anche a rinunciare alla propria vita ed identità, come ben mostrato nell’integrazione di James all’interno della squadra.

E il percorso di coppia è indubbiamente il più interessante.

Arrivo

La maturazione di J è funzionale al ritiro del suo collega.

Infatti il giovane agente viene scelto come nuova leva proprio per la sua capacità di pensare fuori dagli schemi, come ben dimostra il test del reclutamento, in cui fa le scarpe a tutte le altre reclute senza macchia, ma capaci solamente di vedere la minaccia immediata e non i sottotesti in scena.

Non a caso, la stessa intelligenza risulta fondamentale all’Agente J anche per sconfiggere l’alieno insettoide, provocandolo nello schiacciare uno dei suoi simili, così da liberare il suo collega e, di conseguenza, dimostrare come la sua turbolenta intraprendenza può essere l’arma vincente del futuro degli MIB…

…che purtroppo non riguarda l’Agente K.

Anche se il discorso rimane più sullo sfondo – anche smorzato spesso dalle gag di J, in particolare nella scena della cancellazione della memoria della moglie di Edgar – vi è un velo di drammaticità nell’importante scelta di vita degli MIB ed il loro abbandono di tutto quello che era venuto prima.

Per questo il punto di arrivo ideale per l’Agente K, ora che la minaccia è stata risolta, è l’essere a sua volta congedato dall’incarico, così da chiudere il cerchio della storia del film, ma lasciando comunque la porta socchiusa per un possibile sequel con la nuova coppia di agenti in azione.

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90s classics Avventura Azione Fantascienza Film Frammenti di sci-fi

Independence Day – Un patriottismo inquieto

Independence Day (1996) è uno dei film di fantascienza più noti della ormai piuttosto ricca filmografia di Roland Emmerich.

A fronte di un budget decisamente importante – 75 milioni di dollari – è stato un enorme successo commerciale, superando gli 800 milioni di incasso.

Di cosa parla Independence Day?

Una navicella aliena si avvicina alla terra con intenzioni…tutte da scoprire. E un nutrito gruppo di personaggi è pronto ad accoglierla.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Independence Day?

In generale, sì.

L’unica colpa che – forse – si può imputare ad Independence day è la grande ingenuità con cui mette in scena un patriottismo americano piuttosto classico e che, ad oggi, con la consapevolezza delle successive evoluzioni del genere, può risultare poco digeribile.

Tuttavia, il classico di Emmerich ha anche il merito di portare avanti un tipo di fantascienza più riflessiva e negativa, che prese le mosse da Alien (1979) per mantenere vivo un filone che altrimenti rischiava di soccombere – e che, non a caso, nello stesso anno, Mars Attacks scelse di parodiare

Disastro

La costruzione del disastro di Independence Day è assolutamente puntuale.

Le prime battute della pellicola sono dedicate ad una breve carrellata dei personaggi, con anche una scrittura più indiretta per presentarli nei loro caratteri e nelle differenti dinamiche, mentre percorrono esistenze così diverse ma anche così evidentemente destinate ad intrecciarsi.

Infatti l’elemento fondamentale della pellicola – e di tutte le altre che derivarono dalla stessa – è proprio la scelta di garantire ad ognuno dei protagonisti un ruolo significativo nella vicenda, rendendoli un tassello fondamentale all’interno di un racconto corale di sforzo comune verso il medesimo obbiettivo.

Allo stesso modo, tutto il primo atto è finalizzato a raccontare i contorni di una minaccia che, concretamente, rimane per lungo tempo fuori scena, rappresentata quasi esclusivamente dalle imponenti astronavi che si posizionano strategicamente in tutto il pianeta.

E le motivazioni oscure – così come è oscuro per gran parte del tempo l’aspetto dei nemici – riescono a dare un valore tutto diverso ad un film che avrebbe facilmente potuto perdersi negli eccessi tipici del disaster movie, ma che sceglie invece una distruzione misurata e totalmente funzionale al racconto del disastro in essere.

E, proprio nella definizione dello stesso, il film è particolarmente vincente.

Parassita

Con tutti i suoi limiti, Independence Day va ad inserirsi all’interno della cosiddetta fantascienza negativa.

Ovvero, un racconto sci-fi in cui gli alieni sono tutt’altro che pacifici, anzi che risultano particolarmente minacciosi nei confronti degli umani e nelle modalità di invasione – in questo caso non una penetrazione silenziosa, ma una colonizzazione su larga scala.

Per questo la scoperta del nemico risulta quasi angosciante nel suo prendere, per certi versi, le mosse da Alien per raccontare alieni complessi nella forma quanto negli intenti, che possono essere compresi solamente tramite una tragica connessione mentale…

…grazie al quale è lo stesso presidente a scoprirne la natura di parassiti, locuste che viaggiano di pianeta in pianeta per assorbirne tutte le risorse, e con i quali è impossibile riuscire a stabilire una collaborazione pacifica e a comune vantaggio, rendendo possibile solo la distruzione reciproca.

E, proprio qui, Independence Day mostra la sua più grande debolezza.

Sogno

Independence Day racconta una tendenza forse mai veramente scomparsa.

Ovvero, la celebrazione statunitense attraverso la sconfitta della minaccia aliena.

Pur trattandosi di una celebrazione molto ingenua, la stessa è diventata quasi archetipica nel tempo, al punto da ridimensionarsi molto all’interno delle evoluzioni successive del genere, ampliando lo sguardo a livello effettivamente globale – come esempi successivi quali Arrival (2016) e Don’t Look Up (2021) dimostrano.

Nel caso del classico di Emmerich questa tendenza può risultare molto poco digeribile, ma nel complesso è anche abbastanza vincente nell’ottica di raccontare uno sforzo comune e quasi disperato di sgominare la minaccia aliena, fra l’altro con solo una manciata di minuti a disposizione.

Tuttavia, pur all’interno di un terzo atto complessivamente ben bilanciato, poteva potenzialmente essere ben più interessante approfondire la storia e la natura della minaccia aliena, magari penetrandola effettivamente nelle sue strutture, piuttosto che concentrarsi quasi unicamente sulla sua distruzione.

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Una pallottola spuntata – Uno schiaffo troppo brusco

Una pallottola spuntata (2025) di Akiva Schaffer è il requel del classico della commedia spoof omonimo.

A fronte di un budget comunque abbastanza consistente per un prodotto di questo tipo – 42 milioni di dollari – non ha aperto particolarmente bene al primo weekend, e si prospetta la possibilità di un flop commerciale.

Di cosa parla Una pallottola spuntata?

Frank Drebin Jr., al pari del padre da cui prende il nome, è un intrepido poliziotto pronto a sgominare un importante piano criminale...forse, troppo intraprendente.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Una pallottola spuntata?

Dipende.

Il remake di Liam Neeson può risultare genuinamente divertente, soprattutto per uno spettatore meno abituato a questo tipo di commedia – sempre più rara all’interno del cinema odierno – ma poco digeribile invece per un appassionato della saga.

Manca, infatti, un certo tipo di eleganza e costruzione dei momenti comici, preferendo invece un umorismo ben più sguaiato, quasi eccessivo, che punta a sorprendere continuamente lo spettatore piuttosto che costruire la battuta.

Insomma, non sconsigliato in toto, ma andateci preparati.

Contemporaneo

Era estremamente difficile riuscire ad adattare la comicità di Una pallottola spuntata (1988) al pubblico odierno.

La trilogia di Leslie Nielsen era infatti un misto piuttosto peculiare fra comicità slapstick più classica ed un umorismo più sottile e studiato che andò poi a definire lo spoof movie, sottogenere parodistico che ebbe la sua più infelice evoluzione nel cinema dei primi anni del 2000.

Lo stesso comprendeva anche un certo tipo di comicità che oggi verrebbe forse definita politicamente scorretta e che si temeva che, nella odierna Hollywood, non avrebbe più avuto spazio, e che così che il remake sarebbe risultato inevitabilmente incolore.

Un aspetto che, invece, non è un problema, anzi.

La riproposizione di Akiva Schaffer non manca di essere anche particolarmente cattiva, calcando piuttosto la mano con non poche sequenze che riescono ad avvicinarsi al tipo di umorismo sopra le righe di Leslie Nielsen, a volte anche a superarlo.

Ma è sufficiente?

Omaggio

A differenza di altri remake di recente produzione, quello di Una pallottola spuntata è estremamente rispettoso nei confronti del suo predecessore.

Infatti, se si va a guardare, lo scheletro narrativo e le dinamiche in scena sono sostanzialmente le medesime: un ambizioso poliziotto che si impunta di continuare a tenere sulle spalle un caso, persino andando a pestare i piedi sbagliati, il tutto in nome della giustizia e della sua recente fiamma.

Al contempo, l’omaggio alle battute di Leslie Nielsen è continuo, a partire dall’assurda scena della macchina sul marciapiede – forse uno dei frangenti più gustosi della pellicola – e, ovviamente la messa dei figli dei protagonisti originali davanti alle foto dei genitori defunti.

Anzi, la parentesi narrativa e quasi thriller della fuga d’amore – così futile e così divertente insieme – di Frank e Beth è per certi versi anche più divertente rispetto al film originale, riuscendo perfettamente ad inquadrare l’umorismo surreale della pellicola di partenza.

Ma, forse, proprio in questa scena si trova il punto del discorso.

Ritmo

Una pallottola spuntata aveva un ritmo quasi frenetico.

L’umorismo surreale e travolgente perennemente presente in scena non lasciava quasi un attimo di respiro persino nei momenti più drammatici, peccando forse in una comicità fisica non particolarmente memorabile, ma risultando assolutamente vincente nella costruzione dell’umorismo più iconico della saga.

E costruzione è la parola d’ordine.

L’umorismo più interessante di Una pallottola spuntata funziona perché spesso è inserito all’interno di un climax che non punta a far ridere lo spettatore grazie alla sorpresa della battuta improbabile, ma piuttosto a travolgerlo tramite l’assurda involuzione della situazione, come ben racconta questo iconico momento:

La scena in questione infatti parte con un momento piuttosto classico di corruzione del testimone, ma si evolve in un improbabile tira e molla in cui infine non solo Frank diventa quello da corrompere, ma persino il prestatore dei soldi per la sua stessa corruzione, in un cortocircuito comico veramente irresistibile.

Per questo, la parentesi narrativa del remake funziona: la storia del pupazzo di neve non è introdotta improvvisamente, ma è invece costruita tramite una dinamica comica che diventa progressivamente sempre più incredibile, fino ad arrivare a degli imprevedibili toni thriller.

Al contrario, la maggior parte delle battute della pellicola, purtroppo, manca proprio di questo tipo di costruzione, finendo invece per perdersi in una sequela di momenti che puntano più che altro sull’effetto sorpresa, e che raramente riescono ad essere memorabili e ben costruiti…

…ma, piuttosto, a provocare una risata momentanea, ma che, alla lunga, si spegne davanti ad una complessiva opacità della pellicola.

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Fantastic 4 – Non chiederti perché succede

Fantastic 4 (2015) di Josh Trank rappresenta uno dei i peggiori flop del genere, anche per via di una ben nota gestione disastrosa della produzione.

Infatti, a fronte di un budget neanche troppo esigente – 120 milioni di dollari – è riuscito a malapena a coprire i costi di produzione.

Di cosa palra Fantastic 4?

La pellicola ripercorre la storia dei Fantastici Quattro partendo dall’inizio, dall’infanzia di Reed Richards e la sua amicizia con Ben Grimm, fino ai disastrosi effetti nel presente…

Vale la pena di vedere Fantastic 4?

Direi proprio di no…

…a meno che non vogliate assistere ad un esempio fin troppo da manuale su come non si scrive un film e di come, per il funzionamento della trama, si necessario non saltare a piè pari passaggi fondamentali per la scorrevolezza della stessa.

La visione, fra l’altro, si amplia anche dal punto di vista metanarrativo, in quanto leggere gli inspiegabili disastri produttivi della stessa getta una luce diversa su uno spaccato di Hollywood che al tempo non eravamo ancora pronti a scoprire.

Eredità

È difficile scegliere da dove partire per giudicare Fantastic 4.

Però, si può partire dall’inizio.

La pellicola è vittima prima di tutto della insulsa – e, per fortuna, molto breve – rincorsa al teen drama sci-fi dai toni dark di quel periodo, filone che aveva come protagonisti dei giovanissimi eroi più o meno geniali, che riuscivano a scalzare il ben più abile villain di turno.

In questo caso, il giovane Reed appare come una Mary Sue che, già in tenerissima età, è capace di creare mirabolanti invenzioni, spalleggiato da quello che sembra essere il suo unico amico – Ben – per la costruzione del macchinario che rappresenterà la sua stessa rovina.

E, da qui, comincia la corsa.

Non puoi sbattere gli occhi un momento che subito sono passati almeno dieci anni e Reed è alla fiera scientifica del liceo pronto a farsi coinvolgere dalla corporazione di turno che ne vuole sfruttare le capacità, così da annullare definitivamente ogni tipo di percorso o difficoltà che avrebbe rischiato di caratterizzarlo.

Altrettanto sconclusionato è l’arrivo all’effettivo incidente, in cui vengono coinvolti personaggi che di fatto si conoscono appena, fra cui spicca l’incomprensibile partecipazione di Ben, evidentemente portato in scena perché necessario ai fini della trama, ma le cui motivazioni del coinvolgimento sono fragilissime.

Eppure in questo frangente qualcosa…si salva?

Influenza

Fantastic 4 uscì in un periodo non proprio felice per il cinema commerciale.

Al tempo le major bramavano per avere la loro fetta di torta per il genere teen drama post apocalittico, di cui Hunger Games (2012) fu il capostipite, ma senza mai essere raggiunto per popolarità e incassi da prodotti similari – neanche quelli che inseguivano più da lontano la stessa tendenza.

E questo è appunto il caso del film di Josh Trank.

Nonostante non avrei avuto alcun tipo di interesse nel veder portare in scena una versione teen-dark dei Fantastici 4, nondimeno qualche brandello di originalità si può riscontrare nella drammaticità della scoperta dei poteri, molto meno digeribile dei film precedenti.

Eppure, ancora una volta, il tutto si perde all’interno di un campo minato di buchi di trama insormontabili, con una storia spaccata in un mosaico che sembra impossibile da ricomporre, proprio per la mancanza delle connessioni logiche – ed emotive – minime per poter funzionare.

Una mancanza che si vede per un personaggio in particolare.

Sparire

Dottor Destino non esiste.

All’interno di un film che, almeno sulla carta, vorrebbe raccontare il conflitto fra l’incontenibile – e deleterio – entusiasmo del quartetto e di un’azienda che vuole metterlo ai margini, anche con qualche breve – e mai effettivamente esplorato – accenno ad un dramma interno al gruppo che si risolve in uno schiocco di dita.

E quindi, Von Doom cosa c’entra?

Josh Trank sembra completamente dimenticarsi del personaggio per la maggior parte della pellicola, per poi farlo saltare fuori nelle ultimissime battute con un dramma e un piano già formato, senza concedergli neanche la minima possibilità di raccontarsi effettivamente al pubblico, se non tramite un debole monologo.

Ma, d’altronde, chi può dire di avere un tale privilegio in questa sfortunatissima produzione?

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Stargate – Un’ossessione lunga un decennio

Stargate (1994) è stato il primo cult della fantascienza diretto da Roland Emmerich – autore, pochi anni dopo, di Indipendence Day (1996).

A fronte di un budget comunque non poco importante – 55 milioni di dollari – è stato un enorme successo commerciale, guadagnando quasi quattro volte tanto il budget.

Di cosa parla Stargate?

Daniel Jackson è uno studioso di lingua egizia con delle teorie piuttosto particolari: le piramidi sono ben più antiche degli egizi e di origine alinea. Eppure, forse non è così lontano dalla realtà…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Stargate?

In generale, sì.

Stargate si posiziona, insieme a La Mummia (1999) e, in parte, a Il quinto elemento (1997) nel trend del decennio di ambientare avventure sci-fi nelle misteriose atmosfere dell’antico egizio, spunto per storie di grande fascino, in bilico fra fantascienza e fantasy.

Nello specifico Stargate si presenta come un buon punto di incontro fra il film di avventura e una fantascienza abbastanza classica, apparendo forse in certi momenti fin troppo sovraccaricato, ma risultando nel complesso un prodotto di intrattenimento piacevole ed avvincente.

Stratificazione

Il primo atto di Stargate è piuttosto stratificato…

…ma mai eccessivo.

A differenza del poco successivo Il quinto elemento, dove tutta la trama è raccontata nei primi venti minuti, il primo atto del film di Emmerich offre un ben dosato assaggio della storia, seminando i primi indizi riguardo al mistero della pellicola, ma senza mai svelarsi eccessivamente.

Allo stesso modo, estremamente funzionale alla solidità della trama è l’introduzione parallela dei due protagonisti.

Da un lato, Jackson – che presenta dei parallelismi probabilmente non casuali con il protagonista di Atlantis (2001): il classico topos del protagonista sognatore incompreso, che lo spettatore, anche nella consapevolezza della natura della pellicola, è pronto a seguire nelle sue apparentemente strampalate teorie.

Ben pensata è anche l’introduzione di Jack, rinchiuso all’interno del suo più grande pentimento – la morte accidentale del figlio – evento che l’ha profondamente indurito e fatto chiudere in se stesso, tanto da apparire, nei primi momenti della pellicola, quasi come un antagonista.

Eppure, niente è come sembra.

Accompagnare

Un elemento di grande valore della pellicola è come accompagna lo spettatore.

La scoperta del mistero, per quanto sia in parte nota alla maggior parte dei personaggi, passa soprattutto attraverso il suo protagonista, che viene come messo alla prova prima di accedere alla vera sfida – lo Stargate – che solo col suo ingegno riesce ad attivare.

Così tutto il primo atto ci conduce in questa graduale scoperta, e, tramite le intuizioni del protagonista e le sue correzioni al lavoro precedente, riesce a farla digerire molto meglio ad uno spettatore che non si sente così sopraffatto dalla mole di informazioni.

Una tendenza che caratterizza in parte anche l’atto secondo.

L’entrata in un mondo sconosciuto e l’immediata scoperta dei suoi misteri è minata dall’inevitabile barriera linguistica fra i personaggi umani e gli abitanti del pianeta – scelta non scontata per un film di questo periodo – e che contribuisce ad alimentare il senso di inquietudine…

…ancora di più grazie alle enigmatiche scene di attacco di alcuni dei soldati del gruppo, che diventano prede di quelli che sembrano a tutti gli effetti degli dei egizi particolarmente spietati nel loro agire, diventando un’immediata minaccia per i protagonisti.

E infine, lo scioglimento funziona…e non funziona.

Sovrabbondanza

Vi è un solo elemento che ho trovato veramente centrato dello scioglimento di Stargate.

Ovvero, il racconto dell’antefatto.

Jackson è come se fosse stanato da Jack mentre ripercorre i passi della storia pianeta, e riesce a svelarne le complesse origini in cui la mitologia egizia si intreccia perfettamente con una trama scifi anche piuttosto dark, che ha il suo pieno compimento estetico nello svelamento di Ra.

Infatti, la scelta di abbracciare in tutto e per tutto l’estetica – pur molto hollywoodiana – dell’antica corte egizia riesce a caricare l’ultimo atto di un particolare fascino, sia nella ribellione degli schiavi, sia negli atteggiamenti pomposi e languidi del villain.

Eppure, nelle ultime battute Stargate sembra incartarsi.

Mentre si sarebbe potuto scegliere uno scioglimento ben più semplice ed immediato, lo stesso viene frazionato in più momenti e situazioni, diventando, per quello che voleva raccontare, fin troppo complesso e stratificato…

…soprattutto a fronte di un racconto già di per sé piuttosto impegnativo da seguire.