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Men in Black – Socchiudere le porte

Men in Black (1997) di Barry Sonnenfeld è il capostipite di una delle più importanti saghe sci-fi a cavallo fra i due millenni.

Infatti, a fronte di un budget abbastanza importante – 90 milioni di dollari – è stato un enorme successo commerciale: quasi 600 milioni di dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla Men in Black?

Vi siete mai chiesti chi nasconde le invasioni aliene sulla Terra? Con questo film lo scoprirete – e in una veste che potreste non aspettarvi.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Men in Black?

In generale, sì.

Men in Black si posizionò in maniera piuttosto interessante in un panorama sci-fi in continua evoluzione, confezionando una commedia fantascientifica che, pur nella sua semplicità, riuscì ad essere vincente ed a conquistare diverse generazioni di spettatori.

E riuscì in questo intento soprattutto grazie all’equilibrio dei toni interni alla pellicola, che spaziano dalla comicità più pura – e, spesso, anche piuttosto nera – fino ai toni più profondamente drammatici, riuscendo ancora oggi a risultare un prodotto di intrattenimento di grande piacevolezza.

Contesto

Men in Black agisce come la più classica origin story

…ma con una contestualizzazione piuttosto puntuale.

Le primissime scene funzionano ottimamente sia per definire il contesto del film, sia il tono dello stesso: una semplice tratta di esseri umani si rivela in realtà l’occasione per smascherare il primo colpevole della presenza aliena.

E la totale serenità con cui l’Agente K gestisce la situazione racconta proprio la quasi quotidianità della vicenda, compresa la parte in cui congeda il collega, l’Agente D, tramite l’iconico neutralizzatore, proprio per aprire la strada alla sua nuova spalla.

In questo senso Men in Black procede in due direzioni, riuscendo perfettamente ad intrecciare i primi passi dell’Agente J con la minaccia effettivamente in atto, che comincia a svelarsi prima tramite il suicidio di uno degli adepti della misteriosa società extraterrestre…

…e poi tramite il caotico procedere dell’alieno che prende le sembianze del defunto Edgar, con un incedere che prosegue sullo sfondo, alla ricerca di un non meglio specificato oggetto che cambierà le sorti del pianeta stesso, con un’ironia quasi grottesca, quasi inaspettata.

E, in questo senso si trova un altro elemento di forza della pellicola.

Equilibrio

In una produzione come quella di Men in Black era molto facile cadere in una comicità eccessiva.

Ma, sarà perché non siamo ancora nella follia comica del decennio successivo, sarà perché per fortuna non stiamo guardando Il quinto elemento (1996), la comicità è ben equilibrata in tutte le sue parti, riuscendo a convincere con un atto centrale che ci accompagna alla effettiva scoperta del mondo raccontato.

La stessa in particolare funziona particolarmente bene all’interno del viaggio di James, coinvolto casualmente nelle indagini del suo futuro collega, permettendo allo spettatore prima di scoprire l’altro lato della presenza aliena sulla terra – quello più pacifico, di persone integrate nella società…

…e poi l’effettiva base degli MIB, ombre che si muovono nel dietro le quinte per gestire la massiccia presenza aliena sulla terra, costretti però anche a rinunciare alla propria vita ed identità, come ben mostrato nell’integrazione di James all’interno della squadra.

E il percorso di coppia è indubbiamente il più interessante.

Arrivo

La maturazione di J è funzionale al ritiro del suo collega.

Infatti il giovane agente viene scelto come nuova leva proprio per la sua capacità di pensare fuori dagli schemi, come ben dimostra il test del reclutamento, in cui fa le scarpe a tutte le altre reclute senza macchia, ma capaci solamente di vedere la minaccia immediata e non i sottotesti in scena.

Non a caso, la stessa intelligenza risulta fondamentale all’Agente J anche per sconfiggere l’alieno insettoide, provocandolo nello schiacciare uno dei suoi simili, così da liberare il suo collega e, di conseguenza, dimostrare come la sua turbolenta intraprendenza può essere l’arma vincente del futuro degli MIB…

…che purtroppo non riguarda l’Agente K.

Anche se il discorso rimane più sullo sfondo – anche smorzato spesso dalle gag di J, in particolare nella scena della cancellazione della memoria della moglie di Edgar – vi è un velo di drammaticità nell’importante scelta di vita degli MIB ed il loro abbandono di tutto quello che era venuto prima.

Per questo il punto di arrivo ideale per l’Agente K, ora che la minaccia è stata risolta, è l’essere a sua volta congedato dall’incarico, così da chiudere il cerchio della storia del film, ma lasciando comunque la porta socchiusa per un possibile sequel con la nuova coppia di agenti in azione.

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Independence Day – Un patriottismo inquieto

Independence Day (1996) è uno dei film di fantascienza più noti della ormai piuttosto ricca filmografia di Roland Emmerich.

A fronte di un budget decisamente importante – 75 milioni di dollari – è stato un enorme successo commerciale, superando gli 800 milioni di incasso.

Di cosa parla Independence Day?

Una navicella aliena si avvicina alla terra con intenzioni…tutte da scoprire. E un nutrito gruppo di personaggi è pronto ad accoglierla.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Independence Day?

In generale, sì.

L’unica colpa che – forse – si può imputare ad Independence day è la grande ingenuità con cui mette in scena un patriottismo americano piuttosto classico e che, ad oggi, con la consapevolezza delle successive evoluzioni del genere, può risultare poco digeribile.

Tuttavia, il classico di Emmerich ha anche il merito di portare avanti un tipo di fantascienza più riflessiva e negativa, che prese le mosse da Alien (1979) per mantenere vivo un filone che altrimenti rischiava di soccombere – e che, non a caso, nello stesso anno, Mars Attacks scelse di parodiare

Disastro

La costruzione del disastro di Independence Day è assolutamente puntuale.

Le prime battute della pellicola sono dedicate ad una breve carrellata dei personaggi, con anche una scrittura più indiretta per presentarli nei loro caratteri e nelle differenti dinamiche, mentre percorrono esistenze così diverse ma anche così evidentemente destinate ad intrecciarsi.

Infatti l’elemento fondamentale della pellicola – e di tutte le altre che derivarono dalla stessa – è proprio la scelta di garantire ad ognuno dei protagonisti un ruolo significativo nella vicenda, rendendoli un tassello fondamentale all’interno di un racconto corale di sforzo comune verso il medesimo obbiettivo.

Allo stesso modo, tutto il primo atto è finalizzato a raccontare i contorni di una minaccia che, concretamente, rimane per lungo tempo fuori scena, rappresentata quasi esclusivamente dalle imponenti astronavi che si posizionano strategicamente in tutto il pianeta.

E le motivazioni oscure – così come è oscuro per gran parte del tempo l’aspetto dei nemici – riescono a dare un valore tutto diverso ad un film che avrebbe facilmente potuto perdersi negli eccessi tipici del disaster movie, ma che sceglie invece una distruzione misurata e totalmente funzionale al racconto del disastro in essere.

E, proprio nella definizione dello stesso, il film è particolarmente vincente.

Parassita

Con tutti i suoi limiti, Independence Day va ad inserirsi all’interno della cosiddetta fantascienza negativa.

Ovvero, un racconto sci-fi in cui gli alieni sono tutt’altro che pacifici, anzi che risultano particolarmente minacciosi nei confronti degli umani e nelle modalità di invasione – in questo caso non una penetrazione silenziosa, ma una colonizzazione su larga scala.

Per questo la scoperta del nemico risulta quasi angosciante nel suo prendere, per certi versi, le mosse da Alien per raccontare alieni complessi nella forma quanto negli intenti, che possono essere compresi solamente tramite una tragica connessione mentale…

…grazie al quale è lo stesso presidente a scoprirne la natura di parassiti, locuste che viaggiano di pianeta in pianeta per assorbirne tutte le risorse, e con i quali è impossibile riuscire a stabilire una collaborazione pacifica e a comune vantaggio, rendendo possibile solo la distruzione reciproca.

E, proprio qui, Independence Day mostra la sua più grande debolezza.

Sogno

Independence Day racconta una tendenza forse mai veramente scomparsa.

Ovvero, la celebrazione statunitense attraverso la sconfitta della minaccia aliena.

Pur trattandosi di una celebrazione molto ingenua, la stessa è diventata quasi archetipica nel tempo, al punto da ridimensionarsi molto all’interno delle evoluzioni successive del genere, ampliando lo sguardo a livello effettivamente globale – come esempi successivi quali Arrival (2016) e Don’t Look Up (2021) dimostrano.

Nel caso del classico di Emmerich questa tendenza può risultare molto poco digeribile, ma nel complesso è anche abbastanza vincente nell’ottica di raccontare uno sforzo comune e quasi disperato di sgominare la minaccia aliena, fra l’altro con solo una manciata di minuti a disposizione.

Tuttavia, pur all’interno di un terzo atto complessivamente ben bilanciato, poteva potenzialmente essere ben più interessante approfondire la storia e la natura della minaccia aliena, magari penetrandola effettivamente nelle sue strutture, piuttosto che concentrarsi quasi unicamente sulla sua distruzione.

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Una pallottola spuntata – Uno schiaffo troppo brusco

Una pallottola spuntata (2025) di Akiva Schaffer è il requel del classico della commedia spoof omonimo.

A fronte di un budget comunque abbastanza consistente per un prodotto di questo tipo – 42 milioni di dollari – non ha aperto particolarmente bene al primo weekend, e si prospetta la possibilità di un flop commerciale.

Di cosa parla Una pallottola spuntata?

Frank Drebin Jr., al pari del padre da cui prende il nome, è un intrepido poliziotto pronto a sgominare un importante piano criminale...forse, troppo intraprendente.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Una pallottola spuntata?

Dipende.

Il remake di Liam Neeson può risultare genuinamente divertente, soprattutto per uno spettatore meno abituato a questo tipo di commedia – sempre più rara all’interno del cinema odierno – ma poco digeribile invece per un appassionato della saga.

Manca, infatti, un certo tipo di eleganza e costruzione dei momenti comici, preferendo invece un umorismo ben più sguaiato, quasi eccessivo, che punta a sorprendere continuamente lo spettatore piuttosto che costruire la battuta.

Insomma, non sconsigliato in toto, ma andateci preparati.

Contemporaneo

Era estremamente difficile riuscire ad adattare la comicità di Una pallottola spuntata (1988) al pubblico odierno.

La trilogia di Leslie Nielsen era infatti un misto piuttosto peculiare fra comicità slapstick più classica ed un umorismo più sottile e studiato che andò poi a definire lo spoof movie, sottogenere parodistico che ebbe la sua più infelice evoluzione nel cinema dei primi anni del 2000.

Lo stesso comprendeva anche un certo tipo di comicità che oggi verrebbe forse definita politicamente scorretta e che si temeva che, nella odierna Hollywood, non avrebbe più avuto spazio, e che così che il remake sarebbe risultato inevitabilmente incolore.

Un aspetto che, invece, non è un problema, anzi.

La riproposizione di Akiva Schaffer non manca di essere anche particolarmente cattiva, calcando piuttosto la mano con non poche sequenze che riescono ad avvicinarsi al tipo di umorismo sopra le righe di Leslie Nielsen, a volte anche a superarlo.

Ma è sufficiente?

Omaggio

A differenza di altri remake di recente produzione, quello di Una pallottola spuntata è estremamente rispettoso nei confronti del suo predecessore.

Infatti, se si va a guardare, lo scheletro narrativo e le dinamiche in scena sono sostanzialmente le medesime: un ambizioso poliziotto che si impunta di continuare a tenere sulle spalle un caso, persino andando a pestare i piedi sbagliati, il tutto in nome della giustizia e della sua recente fiamma.

Al contempo, l’omaggio alle battute di Leslie Nielsen è continuo, a partire dall’assurda scena della macchina sul marciapiede – forse uno dei frangenti più gustosi della pellicola – e, ovviamente la messa dei figli dei protagonisti originali davanti alle foto dei genitori defunti.

Anzi, la parentesi narrativa e quasi thriller della fuga d’amore – così futile e così divertente insieme – di Frank e Beth è per certi versi anche più divertente rispetto al film originale, riuscendo perfettamente ad inquadrare l’umorismo surreale della pellicola di partenza.

Ma, forse, proprio in questa scena si trova il punto del discorso.

Ritmo

Una pallottola spuntata aveva un ritmo quasi frenetico.

L’umorismo surreale e travolgente perennemente presente in scena non lasciava quasi un attimo di respiro persino nei momenti più drammatici, peccando forse in una comicità fisica non particolarmente memorabile, ma risultando assolutamente vincente nella costruzione dell’umorismo più iconico della saga.

E costruzione è la parola d’ordine.

L’umorismo più interessante di Una pallottola spuntata funziona perché spesso è inserito all’interno di un climax che non punta a far ridere lo spettatore grazie alla sorpresa della battuta improbabile, ma piuttosto a travolgerlo tramite l’assurda involuzione della situazione, come ben racconta questo iconico momento:

La scena in questione infatti parte con un momento piuttosto classico di corruzione del testimone, ma si evolve in un improbabile tira e molla in cui infine non solo Frank diventa quello da corrompere, ma persino il prestatore dei soldi per la sua stessa corruzione, in un cortocircuito comico veramente irresistibile.

Per questo, la parentesi narrativa del remake funziona: la storia del pupazzo di neve non è introdotta improvvisamente, ma è invece costruita tramite una dinamica comica che diventa progressivamente sempre più incredibile, fino ad arrivare a degli imprevedibili toni thriller.

Al contrario, la maggior parte delle battute della pellicola, purtroppo, manca proprio di questo tipo di costruzione, finendo invece per perdersi in una sequela di momenti che puntano più che altro sull’effetto sorpresa, e che raramente riescono ad essere memorabili e ben costruiti…

…ma, piuttosto, a provocare una risata momentanea, ma che, alla lunga, si spegne davanti ad una complessiva opacità della pellicola.

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Fantastic 4 – Non chiederti perché succede

Fantastic 4 (2015) di Josh Trank rappresenta uno dei i peggiori flop del genere, anche per via di una ben nota gestione disastrosa della produzione.

Infatti, a fronte di un budget neanche troppo esigente – 120 milioni di dollari – è riuscito a malapena a coprire i costi di produzione.

Di cosa palra Fantastic 4?

La pellicola ripercorre la storia dei Fantastici Quattro partendo dall’inizio, dall’infanzia di Reed Richards e la sua amicizia con Ben Grimm, fino ai disastrosi effetti nel presente…

Vale la pena di vedere Fantastic 4?

Direi proprio di no…

…a meno che non vogliate assistere ad un esempio fin troppo da manuale su come non si scrive un film e di come, per il funzionamento della trama, si necessario non saltare a piè pari passaggi fondamentali per la scorrevolezza della stessa.

La visione, fra l’altro, si amplia anche dal punto di vista metanarrativo, in quanto leggere gli inspiegabili disastri produttivi della stessa getta una luce diversa su uno spaccato di Hollywood che al tempo non eravamo ancora pronti a scoprire.

Eredità

È difficile scegliere da dove partire per giudicare Fantastic 4.

Però, si può partire dall’inizio.

La pellicola è vittima prima di tutto della insulsa – e, per fortuna, molto breve – rincorsa al teen drama sci-fi dai toni dark di quel periodo, filone che aveva come protagonisti dei giovanissimi eroi più o meno geniali, che riuscivano a scalzare il ben più abile villain di turno.

In questo caso, il giovane Reed appare come una Mary Sue che, già in tenerissima età, è capace di creare mirabolanti invenzioni, spalleggiato da quello che sembra essere il suo unico amico – Ben – per la costruzione del macchinario che rappresenterà la sua stessa rovina.

E, da qui, comincia la corsa.

Non puoi sbattere gli occhi un momento che subito sono passati almeno dieci anni e Reed è alla fiera scientifica del liceo pronto a farsi coinvolgere dalla corporazione di turno che ne vuole sfruttare le capacità, così da annullare definitivamente ogni tipo di percorso o difficoltà che avrebbe rischiato di caratterizzarlo.

Altrettanto sconclusionato è l’arrivo all’effettivo incidente, in cui vengono coinvolti personaggi che di fatto si conoscono appena, fra cui spicca l’incomprensibile partecipazione di Ben, evidentemente portato in scena perché necessario ai fini della trama, ma le cui motivazioni del coinvolgimento sono fragilissime.

Eppure in questo frangente qualcosa…si salva?

Influenza

Fantastic 4 uscì in un periodo non proprio felice per il cinema commerciale.

Al tempo le major bramavano per avere la loro fetta di torta per il genere teen drama post apocalittico, di cui Hunger Games (2012) fu il capostipite, ma senza mai essere raggiunto per popolarità e incassi da prodotti similari – neanche quelli che inseguivano più da lontano la stessa tendenza.

E questo è appunto il caso del film di Josh Trank.

Nonostante non avrei avuto alcun tipo di interesse nel veder portare in scena una versione teen-dark dei Fantastici 4, nondimeno qualche brandello di originalità si può riscontrare nella drammaticità della scoperta dei poteri, molto meno digeribile dei film precedenti.

Eppure, ancora una volta, il tutto si perde all’interno di un campo minato di buchi di trama insormontabili, con una storia spaccata in un mosaico che sembra impossibile da ricomporre, proprio per la mancanza delle connessioni logiche – ed emotive – minime per poter funzionare.

Una mancanza che si vede per un personaggio in particolare.

Sparire

Dottor Destino non esiste.

All’interno di un film che, almeno sulla carta, vorrebbe raccontare il conflitto fra l’incontenibile – e deleterio – entusiasmo del quartetto e di un’azienda che vuole metterlo ai margini, anche con qualche breve – e mai effettivamente esplorato – accenno ad un dramma interno al gruppo che si risolve in uno schiocco di dita.

E quindi, Von Doom cosa c’entra?

Josh Trank sembra completamente dimenticarsi del personaggio per la maggior parte della pellicola, per poi farlo saltare fuori nelle ultimissime battute con un dramma e un piano già formato, senza concedergli neanche la minima possibilità di raccontarsi effettivamente al pubblico, se non tramite un debole monologo.

Ma, d’altronde, chi può dire di avere un tale privilegio in questa sfortunatissima produzione?

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Stargate – Un’ossessione lunga un decennio

Stargate (1994) è stato il primo cult della fantascienza diretto da Roland Emmerich – autore, pochi anni dopo, di Indipendence Day (1996).

A fronte di un budget comunque non poco importante – 55 milioni di dollari – è stato un enorme successo commerciale, guadagnando quasi quattro volte tanto il budget.

Di cosa parla Stargate?

Daniel Jackson è uno studioso di lingua egizia con delle teorie piuttosto particolari: le piramidi sono ben più antiche degli egizi e di origine alinea. Eppure, forse non è così lontano dalla realtà…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Stargate?

In generale, sì.

Stargate si posiziona, insieme a La Mummia (1999) e, in parte, a Il quinto elemento (1997) nel trend del decennio di ambientare avventure sci-fi nelle misteriose atmosfere dell’antico egizio, spunto per storie di grande fascino, in bilico fra fantascienza e fantasy.

Nello specifico Stargate si presenta come un buon punto di incontro fra il film di avventura e una fantascienza abbastanza classica, apparendo forse in certi momenti fin troppo sovraccaricato, ma risultando nel complesso un prodotto di intrattenimento piacevole ed avvincente.

Stratificazione

Il primo atto di Stargate è piuttosto stratificato…

…ma mai eccessivo.

A differenza del poco successivo Il quinto elemento, dove tutta la trama è raccontata nei primi venti minuti, il primo atto del film di Emmerich offre un ben dosato assaggio della storia, seminando i primi indizi riguardo al mistero della pellicola, ma senza mai svelarsi eccessivamente.

Allo stesso modo, estremamente funzionale alla solidità della trama è l’introduzione parallela dei due protagonisti.

Da un lato, Jackson – che presenta dei parallelismi probabilmente non casuali con il protagonista di Atlantis (2001): il classico topos del protagonista sognatore incompreso, che lo spettatore, anche nella consapevolezza della natura della pellicola, è pronto a seguire nelle sue apparentemente strampalate teorie.

Ben pensata è anche l’introduzione di Jack, rinchiuso all’interno del suo più grande pentimento – la morte accidentale del figlio – evento che l’ha profondamente indurito e fatto chiudere in se stesso, tanto da apparire, nei primi momenti della pellicola, quasi come un antagonista.

Eppure, niente è come sembra.

Accompagnare

Un elemento di grande valore della pellicola è come accompagna lo spettatore.

La scoperta del mistero, per quanto sia in parte nota alla maggior parte dei personaggi, passa soprattutto attraverso il suo protagonista, che viene come messo alla prova prima di accedere alla vera sfida – lo Stargate – che solo col suo ingegno riesce ad attivare.

Così tutto il primo atto ci conduce in questa graduale scoperta, e, tramite le intuizioni del protagonista e le sue correzioni al lavoro precedente, riesce a farla digerire molto meglio ad uno spettatore che non si sente così sopraffatto dalla mole di informazioni.

Una tendenza che caratterizza in parte anche l’atto secondo.

L’entrata in un mondo sconosciuto e l’immediata scoperta dei suoi misteri è minata dall’inevitabile barriera linguistica fra i personaggi umani e gli abitanti del pianeta – scelta non scontata per un film di questo periodo – e che contribuisce ad alimentare il senso di inquietudine…

…ancora di più grazie alle enigmatiche scene di attacco di alcuni dei soldati del gruppo, che diventano prede di quelli che sembrano a tutti gli effetti degli dei egizi particolarmente spietati nel loro agire, diventando un’immediata minaccia per i protagonisti.

E infine, lo scioglimento funziona…e non funziona.

Sovrabbondanza

Vi è un solo elemento che ho trovato veramente centrato dello scioglimento di Stargate.

Ovvero, il racconto dell’antefatto.

Jackson è come se fosse stanato da Jack mentre ripercorre i passi della storia pianeta, e riesce a svelarne le complesse origini in cui la mitologia egizia si intreccia perfettamente con una trama scifi anche piuttosto dark, che ha il suo pieno compimento estetico nello svelamento di Ra.

Infatti, la scelta di abbracciare in tutto e per tutto l’estetica – pur molto hollywoodiana – dell’antica corte egizia riesce a caricare l’ultimo atto di un particolare fascino, sia nella ribellione degli schiavi, sia negli atteggiamenti pomposi e languidi del villain.

Eppure, nelle ultime battute Stargate sembra incartarsi.

Mentre si sarebbe potuto scegliere uno scioglimento ben più semplice ed immediato, lo stesso viene frazionato in più momenti e situazioni, diventando, per quello che voleva raccontare, fin troppo complesso e stratificato…

…soprattutto a fronte di un racconto già di per sé piuttosto impegnativo da seguire.

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Il quinto elemento – Una storia a parte

Il quinto elemento (1997) di Luc Besson è uno dei più grandi cult di fantascienza del decennio.

A fronte di un budget abbastanza importante per l’epoca – 90 milioni di dollari – fu un discreto flop commerciale – acquisendo notorietà solo successivamente: poco più di 60 milioni di dollari.

Di cosa parla Il quinto elemento?

Un’enorme palla infuocata minaccia la terra e chi può salvarla se non…una donna creata in laboratorio?

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Il quinto elemento?

In generale, sì.

Non mi sento di sbilanciarmi né nel consigliarvi né nello sconsigliarvi questo film, in quanto è talmente particolare che potreste odiarlo quando innamorarvene perdutamente: una storia semplicissima, resa complicata e sovraccaricata in maniere incomprensibili…

…in realtà diventando sfondo di un racconto incentrato su un futuro incredibilmente bizzarro e che si schiude davanti agli occhi dello spettatore in un’infinita serie di scatole cinesi, pronte ogni volta a sorprenderti – o inorridirti.

Introduzione

L’introduzione de Il quinto elemento mi è sembrata infinita.

Solitamente in questo genere di produzioni si tende ad aprire la pellicola con un breve prologo riassuntivo dell’antefatto, per calare lo spettatore all’interno della vicenda, per poi passare concretamente al vivo dall’azione e ai suoi protagonisti, che la scopriranno effettivamente insieme allo spettatore.

Al contrario, in questo caso Luc Besson decide di raccontare una buona porzione della storia all’inizio del film, scelta che non sarebbe assolutamente problematica di per sé, se non fosse per la sensazione, durante il resto della visione, di aver già visto tutta la storia nei suoi primi venti minuti. 

Ma forse, è proprio questo il punto: il regista si libera della storia nella primissima parte della pellicola, perché la stessa è la parte ai suoi occhi minoritaria del progetto, quasi un pretesto per invece imbastire un mondo fantascientifico piuttosto bizzarro, ma assolutamente proprio della fantascienza di quegli anni.

E i suoi due protagonisti ne sono l’assoluta dimostrazione.

Vettori

Korben e Leeloo non sono protagonisti, ma bensì vettori.

Gli stessi vengono infatti costantemente trascinati in scena, diventando per certi versi dei vettori non tanto della storia, ma bensì del mondo raccontato, il vero centro della pellicola, che Besson si compiace di svelare progressivamente nelle sue divertenti e divertite bizzarrie.

Da questo punto di vista, due sono gli esempi emblematici.

Anzitutto, la scena dell’incarico a Korben: altri registi avrebbero reso un monologo rivelatorio il protagonista della scena, e invece Besson rende quel momento solo lo spunto per una serie di gag piuttosto gustose in cui i vari personaggi vengono stipati negli angoli della casa proprio per raccontare la grottesca natura della stessa.

Altrettanto significativa in questo senso è l’apparizione in scena di Ruby Rhod, una parodia su gambe delle popstar del momento, la cui funzione nella storia è totalmente accessoria, ma che, al contempo, è un tocco di colore fondamentale per raccontare il mondo de Il quinto elemento nella sua totale follia.

Ma, in questo senso, Leeloo merita un discorso a parte.

Passivo

Leeloo è, per molti versi, un elemento passivo della storia.

Come sulla carta dovrebbe essere la figura chiave per la sconfitta della minaccia in agguato, nel concreto appare il più delle volte inerme nelle braccia di Korben – nei pochi momenti in cui lui stesso è protagonista della scena – financo strumentale alla definizione dello stesso.

In questo senso stupisce che, invece che caratterizzarla dall’inizio semplicemente come un personaggio inerme, viene anzi caricata di una forza sovrumana e di un’intelligenza fuori dal comune, che le permette – almeno in teoria – di evolvere nel tempo per poter portare a compimento la sua missione.

In questo senso è difficile dare un giudizio netto ad una produzione così lontana nel tempo, ma nondimeno appare abbastanza fuori luogo la centralità del corpo di Leeloo più che altro per il desiderio sessuale maschile fin dalla sua primissima apparizione, financo nel suo essere interesse romantico del protagonista.

Da questo punto di vista la costruzione del loro rapporto non è esattamente centrata, anzi sembra per molti versi forzata al fine di unire i due personaggi nella scena finale, che agli occhi dello spettatore odierno potrebbe apparire di cattivo gusto, ma che non è altro il punto di arrivo della già voyeuristica introduzione dello stesso.

Ma, allora, chi è il vero protagonista attivo?

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Paradossalmente, l’unico personaggio veramente attivo è il villain.

L’iconico personaggio di Gary Oldman è in effetti l’unica figura che porta effettivamente cambiamento e vivacità ad una trama che altrimenti sarebbe incredibilmente lineare – anzi, inserire in scena un antagonista ulteriore è una delle scelte più funzionali della pellicola.

Il problema è che, a suo modo, Zorg vive potenzialmente lo stesso dramma dello spettatore.

Se si è interessati al prosieguo e allo scioglimento della vicenda, e quindi molto di meno al vero focus della pellicola – il world building – come il villain si rimane costantemente scornati da una trama che non procede, anzi che si accartoccia in più momenti intorno ad un oggetto del desiderio che sembra impossibile da ottenere.

E, alla terza volta in cui Zorg sbatte il muso contro una scatola vuota, è il momento in cui si può accettare il film per quello che è – un magico excursus in una fantascienza incredibilmente bizzarra e così figlia dei suoi tempi – oppure essere ancora più frustrati di lui.

Soprattutto davanti ad uno scioglimento che, per forza di cose, è una continua corsa per risolvere la storia in pochissime scene.

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Thunderbolts* – Il vero nemico

Thunderbolts* (2025) di Jake Schreier è un cinecomic Marvel facente parte della Fase 5 della timeline MCU.

A fronte di un budget medio per un cinecomic – 180 milioni di dollari – ha aperto piuttosto bene al box office, auspicando un buon successo commerciale.

Di cosa parla Thunderbolts*?

Yelena Belova, Ghost, John Walker e un misterioso quarto personaggio si trovano coinvolti in una missione suicida. Ma l’obbiettivo non è quello che pensavano…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Thunderbolts*?

Il gruppo dei Thunderbolts* (2025) di Jake Schreier

Assolutamente sì.

Dopo non pochi inciampi, la Marvel riesce a portare finalmente e nuovamente in scena un film solido, che, pur con qualche mancanza anche significativa lato scrittura, riesce complessivamente a funzionare molto bene e a gestire la dinamica di gruppo in maniera con grande lucidità e abilità.

Nondimeno, la pellicola contiene al suo interno uno dei migliori villain visti in tempi recenti in casa MCU, che non è – come spesso capita – un figura anonima e funzionale unicamente al mettere alla prova l’eroe, ma una minaccia profonda e significativa per l’evoluzione del gruppo.

Insomma, dategli un’occasione.

Scrupolo

Yelena Belova (Florence Pugh) in una scena di Thunderbolts* (2025) di Jake Schreier

Nonostante Thunderbolts* sia un film corale, Yelena è il fulcro della trama.

E per questo la sua introduzione è estremamente funzionale.

Il suo personaggio vorrebbe raccontarsi come un mercenario senza scrupoli e senza legami, che agisce meccanicamente per concludere la missione senza particolari remore, anzi apparendo – o volendo apparire, appunto – come quasi annoiata e disinteressata alla sua vita.

Nella realtà, un elemento della primissima missione è un indizio visivo cardine per la comprensione dei personaggi.

Yelena Belova (Florence Pugh) in una scena di Thunderbolts* (2025) di Jake Schreier

Consapevole di dover fare esplodere l’intero edificio, Yelena addocchia un porcellino d’india, probabilmente cavia per il laboratorio che sta distruggendo, e lo porta con sé salvandolo da morte certa per sua stessa mano, quasi una sorta di feticcio per rimarcare un salvataggio che non è riuscita a compiere in passato…

…ma soprattutto un elemento apparentemente fine a sé stesso ma che invece racconta perfettamente i personaggi in scena, che vogliono fare credere di essere del tutto privi di emozioni e di rimorsi, ma che in verità sono schiacciati dagli stessi, mantenendo e nascondendo quel briciolo di umanità che li ha sconfitti in primo luogo.

Ed è proprio questo che infine li unisce.

Introduzione

Il gruppo dei Thunderbolts* (2025) di Jake Schreier

L’introduzione credibile di un gruppo di eroi è un’impresa estremamente complessa…

…e di antieroi ancora di più.

Di fatto la Marvel con questo film si trovava sul precipizio di un inciampo per nulla desiderabile: portare in scena un gruppo di cattivi rinsaviti incredibilmente piatti e fini a sé stessi, incapaci di creare un legame – emotivo e non – credibile e che ci facesse concretamente tifare per loro, senza dover arrivare ad uno status finale di gruppo senza che ci fosse stata nessuna effettiva costruzione.

Yelena Belova (Florence Pugh) e Centry (Lewis Pullman) in una scena di Thunderbolts* (2025) di Jake Schreier

In altre parole, Suicide Squad (2016).

Al contrario, i protagonisti di Thunderbolts* sono fin da subito raccontati come accomunati da un dramma comune: aver, per motivi diversi, vissuto esperienze traumatiche e tanto devastanti da renderli delle vittime inermi della crudeltà di Valentina della Fountain, di cui diventano personaggi assolutamente sacrificabili proprio per il loro essere irrimediabilmente soli.

E proprio qui troviamo un altro ostacolo significativo.

Thunderbolts villain

Con la gestione perigliosa degli ultimi anni, l’MCU si è trovato fra le mani un nutrito gruppo di personaggi dalle provenienze più disparate: film molto lontani nel tempo, alcuni veri e propri flop – e quindi poco conosciuti – o film molto meno memorabili – o, peggio di tutto, serie TV che si pretende che il pubblico conosca a menadito.

Invece, forse memori di quel pasticciaccio di The Marvels (2023), in cui i personaggi mancavano totalmente di un’introduzione estremamente necessaria, in Thunderbolts* riusciamo a conoscere nuovamente i protagonisti tramite poche ma significative battute che rimarcano alcuni eventi salienti delle loro esistenze.

E le stesse si inseriscono all’interno di un comicità piuttosto aspra, che però permette ai personaggi di raccontarsi fra loro cose che già sanno, ma di rendere delle battute pungenti che sono anche la matrice che li porta progressivamente ad unirsi in un gruppo, prima per la reciproca sopravvivenza, poi per salvare una vittima come loro.

Per questo Centry merita un discorso a parte.

Costruito

Bene o male la maggior parte dei film Marvel si basano su un racconto del supereroe piuttosto classico.

Il protagonista infatti solitamente scopre i suoi poteri e viene messo alla prova in un contesto del tutto positivo, in cui deve trovare il suo spazio all’interno di un contesto per molti versi ostile – e, proprio tramite il suo percorso di affermazione come eroe, diventa significativo per il pubblico e per la storia.

Ma The Boys, nel bene e nel male, ha cambiato tutto.

Se infatti ai tempi di Civil War (2016) poteva apparire quantomeno bizzarro vedere una sorta di burocratizzazione del supereroe con i Trattati di Sokovia, ormai la trama dell’eroe creato a tavolino è quasi scontata per i nuovi prodotti del genere, ma nondimeno risulta efficace anche nel contesto di Thunderbolts*.

Anzi, forse la parte introduttiva di Centry è la più indovinata.

Bob appare come un personaggio totalmente fuori posto, una figura che si è trovata sulle strade dei protagonisti per puro caso, senza mostrare la minima capacità speciale, anzi risultando quasi un peso all’interno di un gruppo che cerca in qualche modo di salvarsi, nonostante vengano comunque seminate le prime avvisaglie che ci sia qualcosa di più.

Da questo punto di vista la parte più debole è quella successiva, in cui Centry viene prima rivelato per la sua cera natura, poi preso al lazo dalla Contessa Serbelloni, che funge da villain politico della pellicola, e si lascia in poco tempo piegare alle nuove richieste con una velocità quasi allarmante.

Ma, nondimeno, l’ultimo atto è il poi significativo.

Depressione

Anche se non viene detto esplicitamente, il vero villain di Thunderbolts* è la depressione.

Anche se ci arrivano per vie diverse, a loro modo tutti i protagonisti vivono su un precipizio, ad un passo dall’essere risucchiati da un vuoto profondo e incolmabile, dove Centry li spinge ancora di più, facendomi rivivere le cause della loro condizione con realismo davvero angosciante.

Per questo è tanto più interessante la rappresentazione della depressione stessa, un’ombra che ci consuma e che ci definisce, portandoci totalmente ad annullarci e a diventare il fulcro di un vortice di distruzione e autodistruzione in cui coinvolgiamo anche tutto quello che ci circonda, in parabola inaspettata quanto genuinamente straziante.

Eppure, dentro di noi niente è cambiato.

Per questo Yelena sceglie consapevolmente di immergersi in questa tenebra, e li ritrova la vera natura di Bob, un giovane solo ed indifeso, che avrebbe solo voluto essere importante, utile per qualcuno, senza invece farsi soffocare da quel senso di impotenza e di inutilità che porta la sua depressione a definire tutta la sua personalità.

Un personaggio che avrebbe ancora molto da dire, ma chissà se gliene daranno lo spazio…

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Animazione Avventura Azione Disney Fantasy Film Il medioevo Racconto di formazione

Taron e la pentola magica – Diventare una sottomarca

Taron e la pentola magica (1985) traduzione abbastanza impropria di The Black Cauldron, è il venticinquesimo Classico Disney, nonché il primo realizzato con l’utilizzo della CGI.

A fronte di un budget gigantesco per il periodo – 44 milioni di dollari – è stato un disastro commerciale, senza riuscire a coprire neanche la metà dei costi di produzione.

Di cosa parla Taron e la pentola magica?

Taron è un guardiano di porci che sogna di diventare un eroe. E forse lo stesso porcello che accudisce potrebbe essere la chiave per il riscatto…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Taron e la pentola magica?

Direi di no.

E per due motivi.

Da una parte, fatta eccezione delle ottime animazioni dei non morti e di qualche sperimentazione in CGI, Taron e la pentola magica non sembra un Classico Disney, ma piuttosto un prodotto sottomarca che cerca di copiare la Casa del Topo, soprattutto per i character design piuttosto blandi e poco convincenti.

Allo stesso modo, la scrittura della pellicola è davvero carente: sembra prendere lo scheletro narrativo del viaggio dell’eroe e non svilupparla in alcun modo, introducendo i personaggi nei loro ruoli – spesso direttamente detti a parole – e poi abbandonandoli totalmente a loro stessi.

Insomma, per quanto non sia confermato, la pellicola è di un blando tentativo di fare Il Signore degli Anelli targato Disney.

Contrasto

Taron e la pentola magica è sostanzialmente incapace di creare il contrasto fondamentale di inizio pellicola.

Esattamente come nella trasposizione di Jackson, il film si apre con un prologo piuttosto eloquente, dove viene definita la minaccia in atto – Re Cornelius – e l’oggetto del desiderio – il calderone – raccontando le conseguenze che causerebbe il ritrovamento del diabolico artefatto perduto.

E questo sarebbe il momento cruciale per introdurre Taron…

…e invece la pellicola ne è assolutamente incapace: la narrazione dell’eroe per caso, il contrasto fra un potere incontenibile e un protagonista che sembra incapace di prevenirlo – e per questo è così vicino allo spettatore – viene totalmente spezzata da dall’introduzione di un protagonista che che è già al suo punto di arrivo.

In questo frangente probabilmente si è voluto ricalcare la classica dinamica della canzone del sogno, in cui Taron definisce quando la storia potrà dirsi conclusa, ma risultando in una presentazione del protagonista artificiosa e poco credibile, che lo rende estremamente bidimensionale.

Oltretutto, il suo sogno dovrebbe poi essere sostituito da un nuovo obbiettivo molto più importante – in una dinamica simile a quella di Rapunzel (2010), fra gli altri – ovvero crearsi delle relazioni significative e maturare attraverso le stesse lungo il viaggio…

…peccato che è proprio la dinamica su cui il film fallisce di più.

Costruzione

La costruzione credibile di un gruppo protagonista è l’ostacolo principe all’interno di questo tipo di narrazioni…

…e Taron e la pentola magica ricade nel più classico capitombolo.

Come ci si può facilmente rendere conto confrontando il mediocre Suicide Squad (2016) e l’ottimo The Suicide Squad (2021), per costruire un solido gruppo di protagonisti è fondamentale tratteggiare in maniera significativa i loro caratteri e le loro differenze, così da raccontare il loro rapporto tramite l’incastro delle stesse.

E invece il Classico Disney non solo manca in primo luogo delle caratterizzazioni dei suoi personaggi, ma sembra come costretto a spuntare una lista di figure da mettere in scena solo per dare un contorno al protagonista: l’aiutante bislacco e pasticcione, l’interesse romantico, e una sorta di consigliere che funge anche da spalla comica.

Ed è una dinamica tanto più grave quanto il pathos del finale si basa sulla costruzione del rapporto fra i personaggi, per cui Taron infine sceglie di non voler indietro la spada che lo renderebbe l’eroe che ha sempre sognato di essere, e invece riesce a far rivivere Gurghi, personaggio per cui dovrebbe nutrire un profondo affetto…

…che però è definito solamente a parole.

Ma questa superficialità è un tratto distintivo della pellicola.

Tappe

La narrazione per tappe è una delle più difficili da realizzare.

Come l’autore ha ben in mente il percorso che vuole far percorrere ai personaggi, per creare un racconto genuino ed avvincente non deve mostrare allo spettatore il suo modus operandi, ma deve invece collegare in maniera credibile e coinvolgente i vari passi del protagonista verso il suo obbiettivo.

In questo senso soprattutto Le due torri (2003) – da cui appunto il film pesca a piene mani – è un ottimo esempio di gestione di questo tipo di narrazione, riuscendo anzi a rendere credibili i vari momenti di stallo e di difficoltà dei protagonisti, così che la vicenda non si risolva immediatamente.

Al contrario, in Taron e la pentola magica il protagonista ha tutte le soluzioni sempre a portata di mano e senza il minimo sforzo, anzi persino quelli che sembrano sulle prime degli incidenti – come essere risucchiati in un vortice d’acqua – risultano infine la chiave per la risoluzione del problema.

E, come se tutto questo non bastasse, la maialina Ewy è un becero McGuffin.

Così, se Hitchcock ha fatto scuola in Psycho (1960) nel fingere che un mero vettore della trama fosse fondamentale per la storia, Taron e la pentola magica utilizza la piccola scrofa il tempo necessario per fare proseguire la narrazione, per facilmente scalzarla con altri personaggi nel medesimo stesso ruolo.

E non è neanche la parte peggiore…

Spreco

Re Cornelius potrebbe entrare nel novero dei villain più sprecati della storia della Disney.

Per quanto il suo character design non sia niente di così speciale od originale, la sua presenza scenica è particolarmente terrorizzante e poteva, al pari di Sauron, essere esplorata in molte direzioni, riuscendo invece a brillare solo in pochi momenti di astuzia – come quando lascia Taron libero di condurlo al calderone – ma che nel complesso aggiungono poco al suo personaggio.

Così risulta un villain con un minutaggio minuscolo, quasi insignificante nell’economia narrativa, tramutandosi quasi in uno strumento della trama per la maturazione – almeno sulla carta – del protagonista, da cui fra l’altro neanche viene sconfitto, diventando anzi vittima del suo stesso desiderio di potere.

E, per quanto quest’ultima dinamica poteva risultare non poco interessante, al contempo va ancora di più a calcare la mancanza di connessione fra l’eroe e l’antagonista: come Cornelius è uno dei tanti ostacoli nella maturazione del protagonista, Taron è una delle tante strade percorribili per la vittoria della villain…

…che diventa quasi il primo e generico boss di un videogioco con cui il protagonista deve mettersi alla prova.

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Avventura Azione Bong Joon-ho Drammatico Film Postapocalittico

Snowpiercer – Lo scontro di tendenze

Snowpiercer (2013) è il primo film in lingua inglese di Bong Joon-ho.

A fronte di un budget abbastanza importante – 40 milioni di dollari – non è stato purtroppo un gran successo commerciale, riuscendo appena a doppiare i suoi costi di produzione.

Di cosa parla Snowpiercer?

2031. In un mondo in cui l’umanità è stato sterminata da una nuova Era Glaciale, gli ultimi sopravvissuti vivono stipati in un treno che viaggia ininterrottamente intorno alla Terra. Eppure i problemi sono gli stessi di sempre…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Snowpiercer?

Chris Evans e Song Kang-ho in una scena di Parasite (2013) di Bong Joon-ho

In generale, sì.

Grazie a questa seconda visione ho complessivamente rivalutato Snowpiercer, in quanto, con una consapevolezza maggiore dell’opera del maestro coreano, è riuscito più facile cogliere il racconto tematico che viene imbastito in maniera anche piuttosto vincente…

…ma che, a mio parere, rimane comunque sporcato da una tendenza al sensazionalismo spicciolo, che finisce spesso per appiattire un riflessione ben più profonda, rendendo in molti punti la narrazione claudicante e poco pensata.

Però, dategli comunque un’occasione.

Coda

Chris Evans in una scena di Parasite (2013) di Bong Joon-ho

Il primo atto del film è un’ottima introduzione da tutti i punti di vista.

La narrazione riesce infatti ad abbracciare solidamente i personaggi e la loro condizione iniziale, mostrandoli, grazie anche ad una fotografia piuttosto desaturata e ricca di chiaroscuri, costretti in una bolgia senza scampo, ammassati uno sopra l’altro.

Ed altrettanto ben definito è il trattamento opprimente da parte del resto del treno, che vede la Coda come un peso insopportabile, un invasore che può godere solamente del minimo indispensabile, e che deve anzi sopportare ogni tipo di sopruso.

Chris Evans in una scena di Parasite (2013) di Bong Joon-ho

In questo frangente è anche ben definito l’elemento più strettamente intrattenitivo: la costruzione di un climax crescente di tensione verso il misterioso piano di Curtis, che sembra quasi dialogare con il pubblico stesso, intimandolo di aspettare il momento giusto.

E, con l’arrivo della malefica Mason, il quadro tematico è completo.

Piede

Tilda Swinton in una scena di Parasite (2013) di Bong Joon-ho

Il discorso del personaggio di Tilda Swinton non è altro che l’esplicazione di un concetto già definito.

Memore della famosa parabola di Agrippa, Mason accompagna la dolorosa punizione del ribelle con un sermone educativo, che ribadisce l’importanza dei ruoli all’interno del corpo e quindi del treno, in cui ognuno ha il proprio posto definito all’interno di un grande schema che altrimenti crollerebbe su se stesso.

Un discorso che si collega perfettamente alla contemporaneità – con discorsi e immagini poi riprese anche in Parasite (2019) – di una società – nello specifico quella sudcoreana – in cui l’ascensore sociale è fermo e il classismo è il grande protagonista di un sistema che rivendica il suo ordine naturale.

Tilda Swinton in una scena di Parasite (2013) di Bong Joon-ho

Ma il discorso si aggrava, diventando, anche più attuale, se si pensa che gli abitanti della Coda si trovano in una condizione di assoluta miseria proprio per l’azione stessa della Testa del treno, che ha distrutto l’ambiente e ha poi concesso solamente ai suoi simili di salvarsi.

Per questo il tunnel di Curtis è tanto più significativo, perché rompe – letteralmente e metaforicamente – le barriere impenetrabili che dividono le classi sociali, forzando un sistema che risponde colpo su colpo ad ogni tentativo di ribellione. 

E da questo elemento si sviluppa l’ottimo concetto finale. 

Contenere

L’ultima classe è sacrificabile in più sensi.

La filosofia di un sistema perfetto da mantenere integro, anche eliminando le sue parti più deboli, racconta come ogni tentativo di ribellione sia in realtà orchestrato in funzione della sopravvivenza della Testa, all’interno di una filosofia apparentemente razionale, in realtà totalmente discriminatoria.

Un utilizzo delle leve di pancia della massa che ricordano più da vicino tendenze politiche emerse quasi un decennio più tardi dall’uscita del film, in cui improbabili – ma molto furbi – capipolo irrobustiscono la loro posizione di potere lucrando sulle paure del popolo in maniera sempre più viscerale.

Chris Evans in una scena di Parasite (2013) di Bong Joon-ho

E la debolezza del sistema è tanto più significativa con lo svelamento di un motore a pezzi, che può essere salvato solamente costringendo le nuove generazioni della Coda a compiere attività meccaniche e alienanti – esattamente come la classe operaia un tempo, e la realtà proletaria ed immigrata oggi.

Eppure, questo discorso è costantemente indebolito.

Sensazionalismo

Chris Evans in una scena di Parasite (2013) di Bong Joon-ho

È evidente che Snowpiercer non sia del tutto una creatura di Bong Joon-ho.

Infatti, per quanto tutti i discorsi di cui sopra siano validissimi e il regista coreano abbia fatto veramente del suo meglio per farli emergere, si è altrettanto pesantemente dovuto scontrare con una produzione che ha cercato il più possibile di rendere il prodotto vendibile – per cui i noti scontri con Weinstein sono solo la punta dell’iceberg.

Questo si traduce con due tendenze che ho davvero poco apprezzato.

Da una parte, un devastante sensazionalismo, visivo e di scrittura, che rende molte scene fin troppo eccessive e caricate nei toni, quasi ad esasperare un taglio grottesco da sempre proprio del regista coreano – in cui spicca la famosa scena della scoperta di cosa contengono le barrette proteiche.

Dall’altra, scene di azione spesso piuttosto affrettate e fin troppo confusionarie, con personaggi che entrano ed escono di scena senza che gli sia concesso il dovuto spazio, andando soprattutto a colpire l’atto finale, che risulta molto meno vincente proprio per una poca chiarezza della messinscena.

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Dune – Addio, Hollywood!

Dune (1984) rappresentò l’ultimo momento di collaborazione fra David Lynch e le grandi produzioni hollywoodiane, per un prodotto che arrivò letteralmente ad odiare.

E il box office gli diede ragione: a fronte di un budget piuttosto ambizioso – 45 milioni di dollari, ben più alto anche solo di Il ritorno dello Jedi (1983) – non arrivò a coprire neanche i costi di produzione…

Di cosa parla Dune?

Anno 10,191. Paul Atreides è l’erede di un’importante famiglia nobile, inaspettatamente incaricata di fare da ambasciatrice dell’impero sul pianeta Arrakis, detto Dune. Ma le motivazioni non sono così comprensibili…

O, almeno, così sarebbe se il film avesse voluto lasciare un minimo di mistero.

Ma vi lascio comunque il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Dune?

Kyle MacLachlan in una scena di Dune (1984) di David Lynch

Purtroppo, come raramente mi capita di fare, devo dire di no.

Dune è frutto di una produzione davvero scellerata, che ha preso un’opera nota per la sua complessità e ha cercato di ridurla ad un filmetto di due ore che teme continuamente di mettere in difficoltà lo spettatore con anche il minimo ragionamento.

Ne consegue che i personaggi non hanno mai lo spazio per svilupparsi e per raccontarsi, rimanendo in balia di una sceneggiatura incapace di valorizzarli e di portare in scena gli importanti temi filosofici del romanzo, spesso crollando nella totale ridicolaggine.

E Lynch ne è la più grande vittima.

In questa recensione verranno fatti numerosi confronti con la trilogia di Villeneuve – ma per me era inevitabile.

Bollettino

La principessa Irulan in una scena di Dune (1984) di David Lynch

L’incipit di Dune vuole chiaramente rifarsi all’inizio di Una nuova speranza (1977).

Ma se il primo capitolo della trilogia originale poteva concedersi una piccola spiegazione iniziale per introdurre il mondo raccontato, forte della sua semplicità quasi favolistica che non ha bisogno di grandi introduzioni…

…proprio al contrario del romanzo di Herbert, che ha invece necessità di diversi chiarimenti – alcuni, paradossalmente, non presenti neanche nello stesso libro – che qui sono raccontati dalla voce di Irulan, personaggio utile solo come narratore esterno.

La Madre Superiora e l'Imperatore  in una scena di Dune (1984) di David Lynch

E la debolezza di questa scelta non sta solo nella forma – che lo fa sembrare niente di più che un bollettino serale – ma nella totale mancanza di una connessione emotiva con la storia raccontata: sono informazioni solo utili per avere un’infarinatura della storia.

Ben diverso, insomma, dall’introduzione quasi onirica di Dune (2021) – che collegava immediatamente Paul a Chani e ad Arrakis – e così anche da quello dello stesso Star Wars, in cui diventavano immediatamente complici di Leia e del suo piano.

Ma i problemi sono solo iniziati.

Mistero

Il Barone Harkonnen in una scena di Dune (1984) di David Lynch

In Dune di Lynch è impossibile avere un mistero.

Fin da subito il motivo reale per cui il Duca Leto e la sua famiglia vengono mandati su Arrakis è svelato col dialogo fra l’incolore imperatore Padishah e la Gilda, vanificando così l’importantissima componente dell’intrigo di palazzo, che nel romanzo veniva gradualmente svelato.

E altrettanto stravolto è il personaggio del Barone Harkonnen, figura complicatissima da portare in scena, il quanto antagonista letterario assolutamente grottesco e sempre in bilico nel diventare un villain da operetta

…esattamente come succede in questo caso.

Sting e l'altro nipote del Barone Harkoennen in una scena di Dune (1984) di David Lynch

Per motivi a me oscuri la produzione ha voluto caricare di un disgusto visivo molto facilone il personaggio, con i bubboni, la bile e il sudore che diventano i veri protagonisti della scena, volendo riassumere la sua malvagità nel momento – pure censurato – dell’uccisione del malcapitato servo.

Manca così tutta la potenza e l’importanza non solo del Barone, ma dei suoi stessi nipoti, sostanzialmente indistinguibili se non per l’aspetto: l’uno una copia del malefico zio, l’altro una passerella dell’allora star della musica Sting.

Ma, paradossalmente, questi sono i personaggi meglio caratterizzati.

Spazio

Kyle MacLachlan in una scena di Dune (1984) di David Lynch

I protagonisti non hanno minimamente modo e tempo di raccontarsi.

Uno dei motivi evidentemente per cui Villeneuve ha scelto di dividere la storia di Dune in due parti è proprio per dare la possibilità ai personaggi di vivere il proprio dramma personale, per certi versi persino autonomamente gli uni dagli altri.

E invece, per il poco spazio concesso, non sappiamo sostanzialmente nulla sul Duca Leto, unica figura positiva in un universo di personaggi freddi e calcolatori, e la sua morte a metà film non ha di fatto alcun valore, perché non riesce ad esplorare l’effettiva importanza del personaggio.

Kyle MacLachlan in una scena di Dune (1984) di David Lynch

Ma tutto sommato la morte è la sua fortuna quando i due protagonisti – Jessica e Paul – sono del tutto soggetti ai capricci della trama senza che riescano a raccontarci di fatto nulla: la ribellione di Jessica e la sua ascesa a Madre Superiore non hanno il minimo mordente…

…e lo stesso si può dire di Paul, con un Kyle MacLachlan veramente disorientato, che cambia caratterizzazione da un’inquadratura all’altra, e che viene sostanzialmente ridotto al classico eroe positivo senza molto da dire – proprio tutto quello che il Paul letterario non doveva essere.

E non fatemi cominciare sul nulla mischiato al niente di Chani…

…perché infatti voglio parlare dell’Abominio.

Abominio

Alia in una scena di Dune (1984) di David Lynch

Alia è davvero un abominio.

Nonostante ci siano persone ancora convinte che inserire l’Alia letteraria nel film fosse un’ottima idea, direi che questa pellicola dimostra esattamente perché questo non andava fatto: la sorella di Paul è uno fra i personaggi più assurdi dell’intera saga…

…e qui viene ancora più indebolita dalla grave mancanza di uno stacco sentito fra il primo e secondo atto – intelligentemente posto, ribadisco, tramite la divisione di Villeneuve -per cui il personaggio viene introdotto solamente a parole, per poi comparire effettivamente in tutta la sua bruttezza nel finale.

Kyle MacLachlan in una scena di Dune (1984) di David Lynch

Infatti Alia è una presenza più che ridicola nell’atto finale, in cui mostra tutti i suoi poteri telecinetici per defenestrare il Barone, in quello che, insieme agli scudi cubisti del primo atto, è indubbiamente il punto più basso dell’intera pellicola.

E la pioggia che chiude felicemente il film sono in realtà le mie lacrime – e, forse, quelle di Herbert – nel vedere la parabola religiosa profondamente drammatica del primo romanzo di Dune ridotta a miracolo popolare che dovrebbe sancire la divinizzazione di Paul.