Categorie
2026 Avventura Cinecomic DCU Dramma familiare Drammatico Fantascienza Film

Supergirl – Un sapore amaro

Supergirl (2026) di Craig Gillespie è il secondo film del neonato DC Universe, inaugurato appena un anno prima da Superman (2025).

A fronte di un budget medio per questo tipo di produzioni, ha aperto in maniera a dir poco disastrosa al primo weekend.

Di cosa parla Supergirl?

Kara (Supergirl) e Clark (Superman) non potrebbero essere più diversi, ma entrambi sono alla ricerca di un posto da chiamare casa. Ma per la cugina il percorso sarà ben più tortuoso e tormentato…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Supergirl?

In generale, sì.

Supergirl è nel complesso un prodotto piacevole, che si guarda volentieri, con una struttura narrativa a tappe che nel complesso funziona, pur mancando sostanzialmente di qualsiasi originalità e di guizzo che ci si aspetterebbe da un macroprogetto così importante.

Forse, se fosse uscito in un altro contesto, avrebbe avuto un’accoglienza molto diversa, in parte guastata dal successo di pubblico del film precedente e dalla grande aspettativa pluriennale che questo universo si porta dietro.

Potenza

Il principale nodo di Supergirl risiede nella sua protagonista.

Il personaggio di Milly Alcock si posiziona pericolosamente sul precipizio di una Mary Sue che deve ancora scoprire di esserlo, col rischio di abbracciare i modelli maschili in maniera ben poco ispirata ed incredibilmente banale – in altre parole, un’altra Captain Marvel.

E invece Kara riesce a sorprenderci, caricando il suo personaggio di un realismo che sulle prime appare sostanzialmente comico, ma che assume delle tinte inevitabilmente drammatiche quando viene contestualizzato nel racconto del suo passato – elemento complessivamente ben inserito all’interno della narrazione.

Ed infatti è in questo aspetto così indovinato che si sospetta la maggiore presenza della mano di James Gunn: Supergirl è il perfetto contraltare di Superman, potendo godere, a differenza del cugino, del privilegio di aver conosciuto la sua famiglia, ma anche del dramma di averla persa in giovane età…

…e di essere costretta ad un pianeta che non riconosce come proprio.

Ma se tanta ricercatezza non dialoga efficacemente con la scena…

Pretestuosa

I personaggi intorno a Supergirl vivono totalmente in sua funzione…

…e non sarebbe di per sé un malus, se non fosse che finiscono, alla lunga, per diventare quasi pretestuosi, financo macchiettistici.

L’elemento di dialogo principale – in un contesto in cui ovviamente la protagonista non può raccontarsi storie che conosce già ed è altresì necessario un minimo di variazione nella gestione dei flashback – è sicuramente Ruthye, uno specchio in cui Kara vede sé stessa in potenza, non volendo farla ricadere nei suoi stessi errori…

…ma mancando della stessa profondità.

Ruthye è, in ultima analisi, un personaggio estremamente abbozzato, che non compie mai il passo necessario per raccontarsi effettivamente in modo interessante – nonostante ce ne fossero tutti i presupposti – diventando l’eco di molti giovani personaggi degli Anni Novanta, testardi e, alla lunga, insopportabili.

In altre parole, un Anakin di Episodio I, ma leggermente meno irritante.

E l’antagonista?

Ruolo

Krem è, se possibile, pure più pretestuoso.

Il suo personaggio, nonostante l’attore ci abbia messo molto del suo per farlo parlare in scena, è un antagonista come tanti, che ha l’unica funzione di essere il motore della storia ed il motivo per cui la protagonista decide di mettersi in gioco, offrendo effettivamente uno spunto significativo – Krypto – per raccontare la sua storia.

Per questo, per molti versi, Krem potrebbe essere sostituito da uno qualsiasi dei tanti antagonisti della Marvel delle prime fasi, non apportando nessun contributo significativo alla storia, ma anzi perdendosi in un racconto che per molti versi appare estremamente derivativo – sono diverse le occasioni in cui sembra di stare vedendo Mad Max: Fury Road (2015).

In ultima analisi, il problema di Supergirl non è tanto essere un film piatto di per sé: nella composizione di un multiverso cinematografico come quello che Gunn sta cercando di creare è inevitabile la presenza di prodotti minori, ma che complessivamente – come in questo caso – dialogano in maniera efficace con il resto dei prodotti.

Ma Supergirl arriva un anno dopo un Superman che sembrava davvero poter essere un punto di partenza straordinario e fuori dagli schemi per una nuova DC, caduta negli anni in disgrazia sotto i colpi di prodotti sconclusionati e poco coerenti, ora pronta a sfidare l’altra major – e gli incassi in questo senso di Superman rispetto a Fantastici 4 parlano da soli.

Ma, proprio per questo, vedere in questa fase un prodotto al più gradevole, ma incapace di emergere, non lascia un buon sapore in bocca…

Categorie
2026 Avventura Azione Drammatico Fantascienza Film Nuove Uscite Film

Disclosure Day – Vedere…e non vedere

Disclosure Day (2026) è un action-scifi che segna il ritorno al genere di Steven Spielberg dopo quasi dieci anni.

A fronte di un budget abbastanza contenuto per il tipo di progetto – appena 115 milioni di dollari – ha aperto non ottimamente al primo weekend, non prospettandosi un successo commerciale.

Di cosa parla Disclosure Day?

Daniel è un programmatore per la misteriosa associazione paragovernativa, la Wardex, che sembra indagare… o sfruttare risorse di un altro mondo.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Disclosure Day?

In generale, sì.

Per quanto la pellicola presenti dei limiti che potrebbero risultare alla lunga quasi fastidiosi – la poca credibilità di non pochi passaggi narrativi, per cui è davvero difficile, alle volte, immergersi nella scena…

…i concetti raccontati sono non meno interessanti ed attuali, e meritano una visione alla luce di un film che per certi versi sembra dialogare – anche se non sempre in maniera efficace – fra il passato e il presente del genere.

Medias Res

Disclosure Day utilizza il più classico aggancio in medias res.

Con tutte le sue insidie.

Il racconto non ha bisogno di introduzioni esplicite, ma porta subito in scena le sue dinamiche, immediate nella loro esecuzione, più complesse per i loro significati: Daniel è un ribelle e per questo è perseguitato da un gruppo pseudo-governativo piuttosto potente ed organizzato, che non ha paura di sporcarsi le mani per i propri obiettivi.

Il problema è che la pesantezza di rendere la spiegazione della posta in gioco a spizzichi e bocconi può in parte rivoltarsi contro il film stesso, finendo a tratti per risultare quasi ridicola nella sua esecuzione… e forse non venendo neanche tanto compensata dalla spiegazione effettiva successivamente proposta.

In parte più vincente l’evoluzione di Margaret, in questo caso per la scelta di rendere il suo racconto ben più lineare e immediato, del tutto comprensibile a fine pellicola, supportata dalla totale mancanza di consapevolezza del personaggio, che agisce spinto da un istinto che non riesce a controllare.

La stessa è tuttavia in parte guastata dalla presenza di Jackson, che dovrebbe fungere da contraltare della protagonista e tenere coi piedi per terra la narrazione, ma finisce, paradossalmente, per rendere ancora più difficile l’immedesimazione nella storia e nelle sue peculiari dinamiche.

E qui arriva il problema principale della pellicola.

Credibile

La sospensione dell’incredulità è la chiave per la serena fruizione di non pochi prodotti audiovisivi.

Nondimeno la stessa deve essere ad un livello coerente con il tono della pellicola: in termini pratici, farebbe strano se le dinamiche surreali di una pellicola come Bottoms (2023) – permessa dal patto narrativo insito nella pellicola – fossero applicate nella stessa misura ad una commedia dai toni più realistici e terreni.

In questo contesto, la credibilità scenica viene meno all’interno di un contesto narrativo in cui il tono della pellicola è estremamente drammatico e basato sulla presenza di un sistema rigoroso e pervasivo, che riesce a spingersi letteralmente oltre i confini delle possibilità umane…

…ma che si lascia sfuggire più e più volte il bersaglio sotto ai propri occhi, al punto che bastava – per un’organizzazione paramilitare, ricordiamolo, con gli occhi ovunque – allungare lo sguardo di pochi metri per trovare i protagonisti che si nascondono nella maniera più improvvisata e meno credibile possibile.

Una scelta che inficia molto sul risultato complessivo di una pellicola che porta al suo interno un grande potenziale.

Intento

Cosa vuole raccontare Disclosure Day?

All’interno di una pellicola così profondamente ambiziosa, che mischia diversi generi, temi e dinamiche, risulta in ultima analisi difficile per la scrivente arrivare ad un giudizio definitivo sul risultato, proprio perché sembra mancare della volontà di arrivare veramente ad un punto, vivendo più che altro di grandi ed importanti spunti non definitivamente sviluppati.

In un certo senso la pellicola pare voler riprendere dinamiche e storie di genere che si potrebbero definire quasi vetuste, ma quantomeno cercando di renderle contemporanee, toccando un tema estremamente attuale, in cui le informazioni, i dati e la conoscenza, quasi più di ogni altra cosa, sono diventati la merce di scambio più importante.

Un tema che si intreccia anche con l’elemento più prettamente religioso per costruire una sorta di Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977) ma in un presente – o un futuro molto vicino – decisamente più angosciante, potendo essere al contempo un punto di partenza interessante per il genere o uno dei più grandi azzardi registici degli ultimi anni.

Solo il tempo potrà darci una risposta.

Categorie
2026 Avventura Drammatico Fantascienza Film Nuove Uscite Film

28 Anni Dopo – Il tempio delle ossa – Una visione duale

28 anni dopo – Il tempio delle ossa (2026) di Nia DaCosta è il sequel del rilancio della saga cinematografica creata da Danny Boyle.

È difficile fare una stima dei ricavi, in quanto sia 28 anni dopo (2025) sia il suo sequel sono stati girati insieme: nel complesso, ha guadagnato 58 milioni di dollari.

Di cosa parla 28 Anni Dopo – Il tempio delle ossa?

Dopo le alterne avventure del primo capitolo, il giovane Spike si trova coinvolto in una gang… piuttosto particolare.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere 28 Anni Dopo – Il tempio delle ossa?

Assolutamente sì.

Per quanto Nia DaCosta non riesca, ovviamente, a raggiungere le vette registiche di Boyle col precedente capitolo, nondimeno risulta vincente nell’imprimere la sua impronta artistica, pur in maniera più sottile, preferendo abbracciare la scena piuttosto che farla esplodere.

Al contempo, 28 Anni Dopo – Il tempio delle ossa funziona molto bene sia come capitolo mediano, sia per dare una chiusura tematica e narrativa a personaggi precedentemente introdotti, fungendo sia come pellicola conclusiva che come punto di partenza per un eventuale sequel.

Insomma, da vedere.

Dio

Jimmy è un dio?

Certamente un dio particolarmente indifferente, che vive unicamente per riempire la sua mano di dita pronte ad essere la sua naturale estensione, tanto da riprenderne direttamente il nome e, in parte, l’aspetto, snaturandosi di ogni tipo di personalità propria.

E, infatti, morto un Jimmy, se ne fa un altro.

Per quanto il figlio naturale di Old Nick avrebbe potuto salvare una delle sue dita, preferisce che la stessa faccia il suo naturale corso, scomparendo sotto ai colpi del giovane quanto astuto Spike, che viene suo malgrado inglobato all’interno di quella che si può tranquillamente definire una setta…

…nata da un inevitabile bisogno umano: fare gruppo.

Primitivo

Se nel primo capitolo il bisogno primitivo del maschio dominante – Jaimie – era l’essere l’eroe della storia in senso fisico…

…per Jimmy è un bisogno tutto morale, quasi religioso.

Probabilmente la diagnosi del Dr. Kelson sarebbe che Jimmy soffre di schizofrenia, o di un’altra condizione mentale, per cui è tormentato da voci che gli comandano di compiere gli atti più efferati, che lui associa ad una sorta di coscienza divina che lo guida in un mondo afflitto dal puro caos.

Ma non c’è menzogna nelle convinzioni di Jimmy, bensì una vivace testardaggine nel voler riscrivere il mondo intorno alla sua persona, scaturita da quell’orrenda immagine del padre che si consegna al presunto piano apocalittico del suo dio per essere divorato dall’onda di infetti.

E tanto più l’atto di purificazione è doloroso e efferato, tanto più si confà al mondo della violenza che circonda Jimmy e gli altri personaggi, che riscoprono, a livelli diversi, il piacere della brutalità libera e spietata – che ha la sua massima espressione in Jimmima, unica fra i Jimmy ad avere un nome proprio, per quanto derivativo.

E, in questo contesto, il Dr. Kelson è il perfetto contraltare.

Visione

Il Dr. Kelson si attarda serenamente in una visione del mondo ormai compiuta.

L’anziano dottore, infatti, non può che smussare gli angoli di una realtà che sembra ormai impossibile da salvare, riuscendo temporaneamente ad addomesticare l’alpha Sansone, massima espressione di quel mondo ormai fuori controllo, quasi una naturale evoluzione dello stesso.

Eppure, proprio quando Kelson sembrava ormai pronto a concedere la pace eterna al suo nuovo amico, lo stesso gli offre la chiave per comprendere davvero la natura dell’infezione e come la stessa non ci snaturi, ma semplicemente ci annebbi la mente, tanto da farci vedere il mondo intorno a noi come una realtà da fare a pezzi.

Per questo è tanto più interessante vedere la progressiva presa di coscienza di Sansone, che comincia a vedere il mondo intorno a sé non attraverso gli occhi della malattia, ma bensì del ricordo: il panorama naturale sfreccia davanti al suo sguardo attonito, e in un momento torna ad essere un giovane ragazzo seduto sul treno insieme alla sua famiglia.

Particolarmente azzeccata in questo senso la scena in cui il personaggio mescola il ricordo col presente, tanto da rispondere quasi automaticamente all’approccio di uno degli altri infetti, per poi tornare allo stato primordiale di violenza… ma questa volta non per distruggere, bensì per difendersi.

E il suo paradosso si consuma nel finale.

Incontro

L’incontro fra il Dr. Kelson e Jimmy segna un punto di arrivo fondamentale.

Istigato da un personaggio potenzialmente pure più ossessionato dalla figura di Old Nick di lui – Kelli – Jimmy si avventura nel tempio delle ossa pensando di incontrare finalmente il proprio padre spirituale, scontrandosi invece con una visione del mondo contraria alla propria, che lo costringe a razionalizzare le proprie credenze.

Ed è proprio questa scintilla di razionalità, che dovrebbe portare Jimmy a comprendere la limitatezza delle sue vedute, che invece lo rende ancora più ossessivo nella sua missione divina, resosi comprensibilmente conto di quanto, in mancanza della stessa, la sua esistenza sarebbe ben più miserabile.

A questo punto il racconto sfocia sostanzialmente nel grottesco, alimentato dallo stesso Dr. Kelson, che assume realmente i panni di Old Nick, come voluto da Jimmy, facendosi portavoce della sua esacerbata egomania… ma anche rivoltandogli contro la sua stessa fede per salvare Spike.

E così la chiusura di entrambe le prospettive – quella più razionale del Dr. Kelson e quella invasata di Jimmy – apre le porte ad una più cauta prospettiva positiva, incarnata da Spike e Kelli, che si lasciano alle spalle entrambi – e anche Sansone rinato, che Jimmy vede paradossalmente come il demonio…

…per riconnettersi con le radici della saga e, si spera, con un potenziale terzo capitolo conclusivo.

Categorie
2025 Dramma familiare Dramma romantico Drammatico Fantascienza Fantastico Film

The Life of Chuck – L’attesa

The Life of Chuck (2025) è un film drammatico diretto da Mike Flanagan con protagonista Tom Hiddleston.

A fronte di un budget sconosciuto, per ora ha avuto un incasso piuttosto misero.

Di cosa parla The Life of Chuck?

La Terra per come la conosciamo rischia di cadere a pezzi, simbolo per simbolo…ma se fosse qualcosa di più personale?

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere The Life of Chuck?

Assolutamente sì.

Con The Life of Chuck, dopo una lunga parentesi orrorifica, Flanagan intraprende un racconto drammatico e riflessivo veramente inaspettato, andando a ricalcare una filosofia non estranea alla sua filmografia, ma arricchita da un taglio più speranzoso che mancava nelle sue recenti più recenti produzioni.

Non manca uno spaesamento iniziale verso una storia che sembra raccontare tutt’altro, ma che merita di essere scoperta  atto dopo atto, diventando limpida solamente nelle sue ultime, fondamentali, battute che riescono perfettamente a chiudere il cerchio.

Didascalia

Tutta la prima parte della pellicola è una incomprensibile didascalia…

…finché non diventa comprensibile.

Flanagan sulle prime sembra portare in scena un film sci-fi dal sapore post-apocalittico, costellato da scomparse improvvise e dal graduale decadimento delle connessioni interne e delle certezze che componevano l’universo umano, con un gruppo di personaggi che sembra vivere solo per raccontarsi.

Eppure, arrivati al finale, il primo atto acquista un significato del tutto diverso.

L’universo rappresentato in realtà non è altro che l’immensità contenuta internamente da Chuck, che progressivamente si sgretola insieme al suo corpo e alla sua memoria – come testimoniano i personaggi che progressivamente scompaiono di scena.

Gli stessi comunque emergono come ricordi flebili nel tempo, massime che hanno definito la vita del protagonista e modellato la sua esistenza in qualcosa di straordinario, che merita di essere celebrato, pur consapevole della fine imminente e del suo essere un personaggio sostanzialmente anonimo.

O, meglio, un personaggio bloccato nell’attesa.

Attesa

Chuck non può controllare la propria esistenza.

La sua pallida vita adulta è stata matematicamente ordinata in un lavoro che il protagonista ha sempre rigettato in favore di una vita dedita ad un movimento più spontaneo e incontrollato – la danza – ma in cui infine si è trovato intrappolato, seguendo le medesime impronte del nonno.

La tragica visione della sua morte imprime evidentemente in Chuck un senso di impotenza, che rende imperativo riprendere il controllo sulla propria esistenza tramite i numeri, lasciandosi alle spalle il sogno danzante e chiudendosi in un controllato grigiore…

…ma non senza una via d’uscita.

La straziante attesa della fine viene spezzata da uno – ma forse non l’unico – momento in cui Chuck ha abbracciato una felice imprevedibilità, in cui si è ricordato degli insegnamenti della nonna, di quel momento in cui l’ha vista rinascere nonostante anche lei, inconsapevolmente, fosse in attesa della propria morte.

In questo modo il protagonista fa suo l’insegnamento di entrambe le figure genitoriali: da un lato si adegua all’idea di attesa e di controllo della stessa, al guardare oltre ai meri numeri per vedere l’immensità che gli stessi nascondono, dall’altra ad abbracciare una vita, nel suo piccolo, semplicemente meravigliosa.

E qui, alla fine, sta tutto il punto della pellicola.

Anonimo

Chi è Chuck?

È una domanda che si rincorre per le bocche dei protagonisti per tutto il primo atto, specchio proprio di un senso di mediocrità che il protagonista sente di soffrire, ma splendidamente incorniciata da una consapevolezza di grandiosità che esiste solo se Chuck stesso accetta che esista.

Nella lezione della sua maestra infatti il protagonista scopre come nel suo essere non contiene solo carne, ossa e un cervello pensante, ma un’immensità di persone, ricordi, oggetti, situazioni che formano un prezioso universo interiore, dotato di una propria vita ed importanza.

Così, in questa piccola ma significativa riflessione a sorpresa dopo produzione più recente segnata dall’orrore e dal rimorso, Flanagan ci racconta come fare propria la meraviglia del piccolo, del quotidiano, come siamo noi stessi padroni di una vita meravigliosa e che vale assolutamente la pena di essere vissuta…

…e non come un’attesa dolorosa della dipartita che arriva inevitabilmente per tutti, ma come una grande, meravigliosa occasione.

Categorie
90s classics Avventura Azione Commedia Drammatico Fantascienza Film Frammenti di sci-fi

Men in Black – Socchiudere le porte

Men in Black (1997) di Barry Sonnenfeld è il capostipite di una delle più importanti saghe sci-fi a cavallo fra i due millenni.

Infatti, a fronte di un budget abbastanza importante – 90 milioni di dollari – è stato un enorme successo commerciale: quasi 600 milioni di dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla Men in Black?

Vi siete mai chiesti chi nasconde le invasioni aliene sulla Terra? Con questo film lo scoprirete – e in una veste che potreste non aspettarvi.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Men in Black?

In generale, sì.

Men in Black si posizionò in maniera piuttosto interessante in un panorama sci-fi in continua evoluzione, confezionando una commedia fantascientifica che, pur nella sua semplicità, riuscì ad essere vincente ed a conquistare diverse generazioni di spettatori.

E riuscì in questo intento soprattutto grazie all’equilibrio dei toni interni alla pellicola, che spaziano dalla comicità più pura – e, spesso, anche piuttosto nera – fino ai toni più profondamente drammatici, riuscendo ancora oggi a risultare un prodotto di intrattenimento di grande piacevolezza.

Contesto

Men in Black agisce come la più classica origin story…

…ma con una contestualizzazione piuttosto puntuale.

Le primissime scene funzionano ottimamente sia per definire il contesto del film, sia il tono dello stesso: una semplice tratta di esseri umani si rivela in realtà l’occasione per smascherare il primo colpevole della presenza aliena.

E la totale serenità con cui l’Agente K gestisce la situazione racconta proprio la quasi quotidianità della vicenda, compresa la parte in cui congeda il collega, l’Agente D, tramite l’iconico neutralizzatore, proprio per aprire la strada alla sua nuova spalla.

In questo senso Men in Black procede in due direzioni, riuscendo perfettamente ad intrecciare i primi passi dell’Agente J con la minaccia effettivamente in atto, che comincia a svelarsi prima tramite il suicidio di uno degli adepti della misteriosa società extraterrestre…

…e poi tramite il caotico procedere dell’alieno che prende le sembianze del defunto Edgar, con un incedere che prosegue sullo sfondo, alla ricerca di un non meglio specificato oggetto che cambierà le sorti del pianeta stesso, con un’ironia quasi grottesca, quasi inaspettata.

E, in questo senso si trova un altro elemento di forza della pellicola.

Equilibrio

In una produzione come quella di Men in Black era molto facile cadere in una comicità eccessiva.

Ma, sarà perché non siamo ancora nella follia comica del decennio successivo, sarà perché per fortuna non stiamo guardando Il quinto elemento (1996), la comicità è ben equilibrata in tutte le sue parti, riuscendo a convincere con un atto centrale che ci accompagna alla effettiva scoperta del mondo raccontato.

La stessa in particolare funziona particolarmente bene all’interno del viaggio di James, coinvolto casualmente nelle indagini del suo futuro collega, permettendo allo spettatore prima di scoprire l’altro lato della presenza aliena sulla terra – quello più pacifico, di persone integrate nella società…

…e poi l’effettiva base degli MIB, ombre che si muovono nel dietro le quinte per gestire la massiccia presenza aliena sulla terra, costretti però anche a rinunciare alla propria vita ed identità, come ben mostrato nell’integrazione di James all’interno della squadra.

E il percorso di coppia è indubbiamente il più interessante.

Arrivo

La maturazione di J è funzionale al ritiro del suo collega.

Infatti il giovane agente viene scelto come nuova leva proprio per la sua capacità di pensare fuori dagli schemi, come ben dimostra il test del reclutamento, in cui fa le scarpe a tutte le altre reclute senza macchia, ma capaci solamente di vedere la minaccia immediata e non i sottotesti in scena.

Non a caso, la stessa intelligenza risulta fondamentale all’Agente J anche per sconfiggere l’alieno insettoide, provocandolo nello schiacciare uno dei suoi simili, così da liberare il suo collega e, di conseguenza, dimostrare come la sua turbolenta intraprendenza può essere l’arma vincente del futuro degli MIB…

…che purtroppo non riguarda l’Agente K.

Anche se il discorso rimane più sullo sfondo – anche smorzato spesso dalle gag di J, in particolare nella scena della cancellazione della memoria della moglie di Edgar – vi è un velo di drammaticità nell’importante scelta di vita degli MIB ed il loro abbandono di tutto quello che era venuto prima.

Per questo il punto di arrivo ideale per l’Agente K, ora che la minaccia è stata risolta, è l’essere a sua volta congedato dall’incarico, così da chiudere il cerchio della storia del film, ma lasciando comunque la porta socchiusa per un possibile sequel con la nuova coppia di agenti in azione.

Categorie
90s classics Avventura Azione Fantascienza Film Frammenti di sci-fi

Independence Day – Un patriottismo inquieto

Independence Day (1996) è uno dei film di fantascienza più noti della ormai piuttosto ricca filmografia di Roland Emmerich.

A fronte di un budget decisamente importante – 75 milioni di dollari – è stato un enorme successo commerciale, superando gli 800 milioni di incasso.

Di cosa parla Independence Day?

Una navicella aliena si avvicina alla terra con intenzioni…tutte da scoprire. E un nutrito gruppo di personaggi è pronto ad accoglierla.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Independence Day?

In generale, sì.

L’unica colpa che – forse – si può imputare ad Independence day è la grande ingenuità con cui mette in scena un patriottismo americano piuttosto classico e che, ad oggi, con la consapevolezza delle successive evoluzioni del genere, può risultare poco digeribile.

Tuttavia, il classico di Emmerich ha anche il merito di portare avanti un tipo di fantascienza più riflessiva e negativa, che prese le mosse da Alien (1979) per mantenere vivo un filone che altrimenti rischiava di soccombere – e che, non a caso, nello stesso anno, Mars Attacks scelse di parodiare

Disastro

La costruzione del disastro di Independence Day è assolutamente puntuale.

Le prime battute della pellicola sono dedicate ad una breve carrellata dei personaggi, con anche una scrittura più indiretta per presentarli nei loro caratteri e nelle differenti dinamiche, mentre percorrono esistenze così diverse ma anche così evidentemente destinate ad intrecciarsi.

Infatti l’elemento fondamentale della pellicola – e di tutte le altre che derivarono dalla stessa – è proprio la scelta di garantire ad ognuno dei protagonisti un ruolo significativo nella vicenda, rendendoli un tassello fondamentale all’interno di un racconto corale di sforzo comune verso il medesimo obbiettivo.

Allo stesso modo, tutto il primo atto è finalizzato a raccontare i contorni di una minaccia che, concretamente, rimane per lungo tempo fuori scena, rappresentata quasi esclusivamente dalle imponenti astronavi che si posizionano strategicamente in tutto il pianeta.

E le motivazioni oscure – così come è oscuro per gran parte del tempo l’aspetto dei nemici – riescono a dare un valore tutto diverso ad un film che avrebbe facilmente potuto perdersi negli eccessi tipici del disaster movie, ma che sceglie invece una distruzione misurata e totalmente funzionale al racconto del disastro in essere.

E, proprio nella definizione dello stesso, il film è particolarmente vincente.

Parassita

Con tutti i suoi limiti, Independence Day va ad inserirsi all’interno della cosiddetta fantascienza negativa.

Ovvero, un racconto sci-fi in cui gli alieni sono tutt’altro che pacifici, anzi che risultano particolarmente minacciosi nei confronti degli umani e nelle modalità di invasione – in questo caso non una penetrazione silenziosa, ma una colonizzazione su larga scala.

Per questo la scoperta del nemico risulta quasi angosciante nel suo prendere, per certi versi, le mosse da Alien per raccontare alieni complessi nella forma quanto negli intenti, che possono essere compresi solamente tramite una tragica connessione mentale…

…grazie al quale è lo stesso presidente a scoprirne la natura di parassiti, locuste che viaggiano di pianeta in pianeta per assorbirne tutte le risorse, e con i quali è impossibile riuscire a stabilire una collaborazione pacifica e a comune vantaggio, rendendo possibile solo la distruzione reciproca.

E, proprio qui, Independence Day mostra la sua più grande debolezza.

Sogno

Independence Day racconta una tendenza forse mai veramente scomparsa.

Ovvero, la celebrazione statunitense attraverso la sconfitta della minaccia aliena.

Pur trattandosi di una celebrazione molto ingenua, la stessa è diventata quasi archetipica nel tempo, al punto da ridimensionarsi molto all’interno delle evoluzioni successive del genere, ampliando lo sguardo a livello effettivamente globale – come esempi successivi quali Arrival (2016) e Don’t Look Up (2021) dimostrano.

Nel caso del classico di Emmerich questa tendenza può risultare molto poco digeribile, ma nel complesso è anche abbastanza vincente nell’ottica di raccontare uno sforzo comune e quasi disperato di sgominare la minaccia aliena, fra l’altro con solo una manciata di minuti a disposizione.

Tuttavia, pur all’interno di un terzo atto complessivamente ben bilanciato, poteva potenzialmente essere ben più interessante approfondire la storia e la natura della minaccia aliena, magari penetrandola effettivamente nelle sue strutture, piuttosto che concentrarsi quasi unicamente sulla sua distruzione.

Categorie
90s classics Avventura Commedia Commedia nera Drammatico Fantascienza Film

Mars Attacks! – Sottrai che ti sottrai…

Mars Attacks! (1996) di Tim Burton è uno dei più grandi cult della fantascienza Anni Novanta.

Tuttavia, a fronte di un budget che si calcola essere arrivato fino a 100 milioni di dollari, è stato un enorme insuccesso commerciale, riuscendo a malapena a coprire i costi complessivi.

Di cosa parla Mars Attacks?

Una flotta di marziani sembra giungere sulla Terra con intenti pacifici, e così accolta a braccia aperte…oppure no?

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Mars Attacks?

In generale, sì.

Mars Attacks è un film apparentemente anomalo all’interno della filmografia di Tim Burton, ma in realtà mantiene tutti i tratti caratteristici della sua poetica, a cominciare dall’umorismo grottesco e dalle bizzarrie sceniche che l’hanno reso così iconico.

Per il resto, la pellicola è un racconto sostanzialmente parossistico della più classica fantascienza statunitense, con i suoi eroi di guerra senza macchia, riuscendo allo stesso tempo a sorprendere e a deludere – a seconda di quale sia la vostra predisposizione a questa pellicola.

Pedine

I personaggi di Mars Attacks sono, per certi versi, nient’altro che delle pedine.

Il nutrito gruppo di protagonisti – con volti più o meno famosi al tempo – viene raccontato all’interno di situazioni molto diverse fra loro, ma accomunate da un taglio comune: la loro bizzarria, punto di partenza perfetto per l’umorismo grottesco che farà da padrone alla pellicola.

Un anche ampio intreccio di relazioni che viene quasi immediatamente vanificato dall’arrivo in scena della presenza distruttiva dei marziani, che prendono di mira sostanzialmente tutti, senza avere particolare remore verso la plot armor che lo spettatore si potrebbe aspettare che avessero.

Al contrario, la maggior parte di loro o diventa protagonista di morti piuttosto drammatiche – ma, paradossalmente, anche molto dimenticabili – o dei surreali esperimenti degli alieni nei loro confronti, degni del miglior Doctor Frankenstein che si rispetti.

Infatti, in Mars Attacks non c’è spazio per l’eroismo.

Distruzione

La distruzione di Mars Attacks ha un significato più ampio della mera carneficina scenica.

Burton si inserì all’interno di un panorama fantascientifico in cui – come anche nel contemporaneo Independence Day (996) – il cinema statunitense cercava nuovi spazi narrativi per un eroismo che aveva solo bisogno di nuovi nemici – gli alieni – e di nuovi modi di raccontarsi – anche con meno rimorsi, trattandosi di antagonisti immaginari.

E, proprio per questo, costruisce abilmente un racconto parossistico davvero sorprendente, che vanifica ogni possibilità non solo di controllo – con tentativi di ambasceria inutilmente pomposi – ma anche di rivalsa verso questi nuovi nemici, che appaiono semplicemente cattivi nella loro azione distruttiva.

E così in scena non è mai presente un effettivo dramma, ma anzi la stessa è dominata da una comicità grottesca che ha il suo apice nel salvataggio effettivo della Terra, ad opera dei due personaggi più improbabili e meno eroici possibili: il giovane Richie e la nonna, i classici emarginati protagonisti di Burton.

Ma, forse, proprio in tutta questa sottrazione e distruzione, risiede la grande debolezza del film.

Vuoto

Mars Attacks! è costantemente sottrattivo e distruttivo…

…e mai effettivamente costruttivo.

È indubbio che Burton si sia ampiamente divertito nel raccontare i suoi alieni così improbabili e grotteschi già solo per il loro aspetto, inutilmente crudeli nei loro esperimenti e genuinamente malvagi nei loro continui inganni, artefici di carneficine senza scampo.

Altrettanto certo è l’intento parodico, che pesca sia dai B-Movie del genere, sia da una tendenza del cinema statunitense che poteva risultare – e risulterà – alla lunga quasi ridicola, con un racconto genuinamente dissacrante, in cui gli alieni non hanno altra motivazione se non il puro gusto della distruzione, e in cui non vi è spazio per eroi di sorta.

Ma, per il resto?

Anche se molto probabilmente non era l’intento della pellicola, sembra mancare un punto di arrivo di tutto il discorso, un’antitesi davvero graffiante che potesse non solo distruggere dei concetti, ma crearne di nuovi – o anche solo dare degli spunti per gli stessi.

Al contrario, mancando di questo elemento, la pellicola potrebbe risultare alla lunga stancante, un grande – e iconico – esperimento dissacrante e divertito che conquistò intere generazioni, ma che vanificò il grande potenziale che racchiudeva al suo interno.

Categorie
Avventura Cinecomic DCU Dramma familiare Dramma romantico Drammatico Fantascienza Fantastici 4 Film MCU

I Fantastici 4 – Respira, inspira

I Fantastici 4 (2005) di Tim Story è il più noto prodotto dedicato al quartetto supereroistico del nuovo millennio. 

A fronte di un budget medio per un cinecomic di quel periodo – 100 milioni di dollari – è stato un ottimo successo commerciale: 333 milioni di dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla Fantastici 4?

Quattro amici dai caratteri molto diversi partono all’avventura nello spazio. Ma forse le conseguenze non saranno delle più felici…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere I Fantastici 4?

In generale, sì.

Negli anni ho sentito pareri anche estremamente negativi riguardo a questa pellicola – e al suo sequel – forse anche perché, al confronto con altri prodotti superoistici più o meno contemporanei – come Spider Man (2002) e Batman Begins (2005) – effettivamente tendeva a sfigurare.

Eppure, a diversi anni di distanza, ho trovato la versione del quartetto di Tim Story una visione complessivamente piacevole, assolutamente da inquadrare nel periodo d’uscita, ma anche vincente nella costruzione dei personaggi in scena.

Insomma, dategli un’occasione.

Fondamenta

Un grande valore de I Fantastici 4 è il respiro che lascia ai suoi personaggi.

Il primo atto della pellicola è tutto dedicato alla presentazione dei protagonisti e delle loro tensioni, particolarmente quelle del terzetto Richards – Storm – Von Doom, di cui l’infelice passato dei primi due si riflette nell’invidia presente di Victor.

A lati emergono non meno importanti le figure di Grimm e Johnny Storm, totalmente opposti nei loro caratteri – e infatti principali protagonisti degli scontri interni alla pellicola – perfettamente inquadrati proprio quando la missione che gli cambierà la vita è ormai alle porte.

E proprio qui si pone uno snodo fondamentale.

Taglio

Con uno sguardo più contemporaneo – come ben racconterà il successivo Fantastic 4 (2015) – non era semplice rendere in maniera digeribile l’acquisizione dei poteri dei protagonisti.

La stessa avviene all’interno di un contesto prettamente umoristico, in cui le scoperte più felici di Sue e Reed – chiudendo un occhio davanti alla inutile sessualizzazione di Jessica Alba – che hanno il loro apice comico intorno alla figura di Johnny Storm e la sua divertita scoperta dei poteri.

Ben più drammatica è invece la realizzazione della Cosa, anticipata dallo scherzo di Johnny ai danni di Ben nel letto di ospedale, ma caricata di una quasi inaspettata drammaticità nel goffo e disperato tentativo del personaggio di ricongiungersi con la moglie, ultimo atto dell’effettiva rivelazione del gruppo.

E l’atto centrale ha toni alterni.

Evoluzione

La fase di transazione del film parla di evoluzione…

…ma anche di involuzione.

Ed entrambe si incontrano nei differenti percorsi dei personaggi.

Da una parte troviamo la neonata squadra costretta in un solo luogo, vivendo con la promessa di potersi liberare da una nuova condizione, con spinte interne molto diverse: dal profondo desiderio di liberazione – La Cosa – alla volontà di abbracciare questa nuova, ideale identità – La Torcia.

In questo frangente particolarmente significativa è l’evoluzione del rapporto fra Sue e Reed, che riescono finalmente a rincontrarsi in un frangente in cui il secondo riesce infine a metterla al primo posto nella propria vita, prendendosi un momento per reincontrarsi e riscoprirsi.

Ma questo stesso percorso è la causa dell’involuzione per Victor.

Dopo l’incidente, Von Doom crolla in un vortice distruttivo in cui vede l’oggetto del desiderio – Sue – scivolargli dalle dita, esplodendo di rabbia e di invidia verso una situazione verso cui non ha più il controllo, e da cui rimane inevitabilmente escluso.

Da questo punto di vista, il racconto della follia di Victor è ben rappresentato dal percorso di perdita della propria identità, nel suo continuo confrontarsi con il suo riflesso – forte anche dell’ottimo phisique du role di Julian McMahon – fino a  rinchiudersi totalmente nella nuova identità di Doctor Doom.

Per questo, il finale è così significativo.

Arrivo

Un grande problema dei film supereroistici è il ruolo del villain.

Spesso lo stesso non è che una prova finale del protagonista, financo semplicemente una chiusura di pellicola per garantire al prodotto l’elemento spettacolare e drammatico – ne è un fulgido esempio Thor: Ragnarok (2016), dove Clea rimane totalmente distaccata dal protagonista per buona parte del film.

Ed è una scelta piuttosto pigra – e piuttosto tipica di molti film MCU successivi – per non togliere importanza al protagonista, ma finendo così per privare del giusto peso il villain in questione, che diventa quasi un banale ostacolo nel percorso dell’eroe – e nulla di più.

Al contrario, il Von Doom di questa pellicola vive in funzione dei protagonisti e la sua involuzione, come detto, è strettamente correlata all’evoluzione degli stessi, tanto che il suo piano parte proprio dalla volontà di distruggere internamente un gruppo già di per sé molto fragile.

Per questo, nonostante lo scontro finale non sia particolarmente originale e degno di nota, rimane fondamentale per raccontare il punto di arrivo di un gruppo di personaggi che, a differenza di Doom, non cadono vittima del proprio egoismo e delle proprie invidie interne.

I Fantastici 4 e Silver Surfer

Il sequel, purtroppo, perde gran parte del mordente del primo.

Anzi, è forse ancora più grave perché fallisce dove il primo era risultato particolarmente vincente.

Infatti la pellicola si apre con un contrasto interno semplice ma complessivamente efficace, in cui Sue si trova ancora una volta in contrasto con Reed per la sua ossessione per il lavoro e per il voler salvare il mondo, finendo più volte per rimandare il loro matrimonio, non sembrando così veramente intenzionato ad una vita insieme.

Lo stesso, soprattutto nella decisione egoistica di Reed di rinunciare al suo ruolo di eroe, potevano intrecciarsi perfettamente al dramma di Silver Surfer, che rimane un’incomprensibile minaccia in agguato abbastanza a lungo per creare tensione, ma venendo gestito fin troppo sbrigativamente per risultare infine interessante.

Infatti sembra che bastino solo le parole di Sue per poter convincere il personaggio a ritornare sui suoi passi, con la medesima velocità con cui Reed fa un passo indietro rispetto alla sua decisione di cambiare vita – dramma che sembrava essersi sostanzialmente dimenticato da un certo punto della pellicola in poi.

Una passo falso che purtroppo ha tagliato le gambe ad una narrazione che nel suo piccolo poteva dare molto, ma che infine, insieme ad altre scelte infelici – come il fumoso character design di un personaggio così iconico come Galactus – è risultata ben poco soddisfacente anche negli stessi incassi.

Categorie
90s classics Avventura Azione Dramma familiare Drammatico Fantascienza Fantastico Film

Stargate – Un’ossessione lunga un decennio

Stargate (1994) è stato il primo cult della fantascienza diretto da Roland Emmerich – autore, pochi anni dopo, di Indipendence Day (1996).

A fronte di un budget comunque non poco importante – 55 milioni di dollari – è stato un enorme successo commerciale, guadagnando quasi quattro volte tanto il budget.

Di cosa parla Stargate?

Daniel Jackson è uno studioso di lingua egizia con delle teorie piuttosto particolari: le piramidi sono ben più antiche degli egizi e di origine alinea. Eppure, forse non è così lontano dalla realtà…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Stargate?

In generale, sì.

Stargate si posiziona, insieme a La Mummia (1999) e, in parte, a Il quinto elemento (1997) nel trend del decennio di ambientare avventure sci-fi nelle misteriose atmosfere dell’antico egizio, spunto per storie di grande fascino, in bilico fra fantascienza e fantasy.

Nello specifico Stargate si presenta come un buon punto di incontro fra il film di avventura e una fantascienza abbastanza classica, apparendo forse in certi momenti fin troppo sovraccaricato, ma risultando nel complesso un prodotto di intrattenimento piacevole ed avvincente.

Stratificazione

Il primo atto di Stargate è piuttosto stratificato…

…ma mai eccessivo.

A differenza del poco successivo Il quinto elemento, dove tutta la trama è raccontata nei primi venti minuti, il primo atto del film di Emmerich offre un ben dosato assaggio della storia, seminando i primi indizi riguardo al mistero della pellicola, ma senza mai svelarsi eccessivamente.

Allo stesso modo, estremamente funzionale alla solidità della trama è l’introduzione parallela dei due protagonisti.

Da un lato, Jackson – che presenta dei parallelismi probabilmente non casuali con il protagonista di Atlantis (2001): il classico topos del protagonista sognatore incompreso, che lo spettatore, anche nella consapevolezza della natura della pellicola, è pronto a seguire nelle sue apparentemente strampalate teorie.

Ben pensata è anche l’introduzione di Jack, rinchiuso all’interno del suo più grande pentimento – la morte accidentale del figlio – evento che l’ha profondamente indurito e fatto chiudere in se stesso, tanto da apparire, nei primi momenti della pellicola, quasi come un antagonista.

Eppure, niente è come sembra.

Accompagnare

Un elemento di grande valore della pellicola è come accompagna lo spettatore.

La scoperta del mistero, per quanto sia in parte nota alla maggior parte dei personaggi, passa soprattutto attraverso il suo protagonista, che viene come messo alla prova prima di accedere alla vera sfida – lo Stargate – che solo col suo ingegno riesce ad attivare.

Così tutto il primo atto ci conduce in questa graduale scoperta, e, tramite le intuizioni del protagonista e le sue correzioni al lavoro precedente, riesce a farla digerire molto meglio ad uno spettatore che non si sente così sopraffatto dalla mole di informazioni.

Una tendenza che caratterizza in parte anche l’atto secondo.

L’entrata in un mondo sconosciuto e l’immediata scoperta dei suoi misteri è minata dall’inevitabile barriera linguistica fra i personaggi umani e gli abitanti del pianeta – scelta non scontata per un film di questo periodo – e che contribuisce ad alimentare il senso di inquietudine…

…ancora di più grazie alle enigmatiche scene di attacco di alcuni dei soldati del gruppo, che diventano prede di quelli che sembrano a tutti gli effetti degli dei egizi particolarmente spietati nel loro agire, diventando un’immediata minaccia per i protagonisti.

E infine, lo scioglimento funziona…e non funziona.

Sovrabbondanza

Vi è un solo elemento che ho trovato veramente centrato dello scioglimento di Stargate.

Ovvero, il racconto dell’antefatto.

Jackson è come se fosse stanato da Jack mentre ripercorre i passi della storia pianeta, e riesce a svelarne le complesse origini in cui la mitologia egizia si intreccia perfettamente con una trama scifi anche piuttosto dark, che ha il suo pieno compimento estetico nello svelamento di Ra.

Infatti, la scelta di abbracciare in tutto e per tutto l’estetica – pur molto hollywoodiana – dell’antica corte egizia riesce a caricare l’ultimo atto di un particolare fascino, sia nella ribellione degli schiavi, sia negli atteggiamenti pomposi e languidi del villain.

Eppure, nelle ultime battute Stargate sembra incartarsi.

Mentre si sarebbe potuto scegliere uno scioglimento ben più semplice ed immediato, lo stesso viene frazionato in più momenti e situazioni, diventando, per quello che voleva raccontare, fin troppo complesso e stratificato…

…soprattutto a fronte di un racconto già di per sé piuttosto impegnativo da seguire.

Categorie
90s classics Avventura Azione Fantascienza Film

Il quinto elemento – Una storia a parte

Il quinto elemento (1997) di Luc Besson è uno dei più grandi cult di fantascienza del decennio.

A fronte di un budget abbastanza importante per l’epoca – 90 milioni di dollari – fu un discreto flop commerciale – acquisendo notorietà solo successivamente: poco più di 60 milioni di dollari.

Di cosa parla Il quinto elemento?

Un’enorme palla infuocata minaccia la terra e chi può salvarla se non…una donna creata in laboratorio?

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Il quinto elemento?

In generale, sì.

Non mi sento di sbilanciarmi né nel consigliarvi né nello sconsigliarvi questo film, in quanto è talmente particolare che potreste odiarlo quando innamorarvene perdutamente: una storia semplicissima, resa complicata e sovraccaricata in maniere incomprensibili…

…in realtà diventando sfondo di un racconto incentrato su un futuro incredibilmente bizzarro e che si schiude davanti agli occhi dello spettatore in un’infinita serie di scatole cinesi, pronte ogni volta a sorprenderti – o inorridirti.

Introduzione

L’introduzione de Il quinto elemento mi è sembrata infinita.

Solitamente in questo genere di produzioni si tende ad aprire la pellicola con un breve prologo riassuntivo dell’antefatto, per calare lo spettatore all’interno della vicenda, per poi passare concretamente al vivo dall’azione e ai suoi protagonisti, che la scopriranno effettivamente insieme allo spettatore.

Al contrario, in questo caso Luc Besson decide di raccontare una buona porzione della storia all’inizio del film, scelta che non sarebbe assolutamente problematica di per sé, se non fosse per la sensazione, durante il resto della visione, di aver già visto tutta la storia nei suoi primi venti minuti. 

Ma forse, è proprio questo il punto: il regista si libera della storia nella primissima parte della pellicola, perché la stessa è la parte ai suoi occhi minoritaria del progetto, quasi un pretesto per invece imbastire un mondo fantascientifico piuttosto bizzarro, ma assolutamente proprio della fantascienza di quegli anni.

E i suoi due protagonisti ne sono l’assoluta dimostrazione.

Vettori

Korben e Leeloo non sono protagonisti, ma bensì vettori.

Gli stessi vengono infatti costantemente trascinati in scena, diventando per certi versi dei vettori non tanto della storia, ma bensì del mondo raccontato, il vero centro della pellicola, che Besson si compiace di svelare progressivamente nelle sue divertenti e divertite bizzarrie.

Da questo punto di vista, due sono gli esempi emblematici.

Anzitutto, la scena dell’incarico a Korben: altri registi avrebbero reso un monologo rivelatorio il protagonista della scena, e invece Besson rende quel momento solo lo spunto per una serie di gag piuttosto gustose in cui i vari personaggi vengono stipati negli angoli della casa proprio per raccontare la grottesca natura della stessa.

Altrettanto significativa in questo senso è l’apparizione in scena di Ruby Rhod, una parodia su gambe delle popstar del momento, la cui funzione nella storia è totalmente accessoria, ma che, al contempo, è un tocco di colore fondamentale per raccontare il mondo de Il quinto elemento nella sua totale follia.

Ma, in questo senso, Leeloo merita un discorso a parte.

Passivo

Leeloo è, per molti versi, un elemento passivo della storia.

Come sulla carta dovrebbe essere la figura chiave per la sconfitta della minaccia in agguato, nel concreto appare il più delle volte inerme nelle braccia di Korben – nei pochi momenti in cui lui stesso è protagonista della scena – financo strumentale alla definizione dello stesso.

In questo senso stupisce che, invece che caratterizzarla dall’inizio semplicemente come un personaggio inerme, viene anzi caricata di una forza sovrumana e di un’intelligenza fuori dal comune, che le permette – almeno in teoria – di evolvere nel tempo per poter portare a compimento la sua missione.

In questo senso è difficile dare un giudizio netto ad una produzione così lontana nel tempo, ma nondimeno appare abbastanza fuori luogo la centralità del corpo di Leeloo più che altro per il desiderio sessuale maschile fin dalla sua primissima apparizione, financo nel suo essere interesse romantico del protagonista.

Da questo punto di vista la costruzione del loro rapporto non è esattamente centrata, anzi sembra per molti versi forzata al fine di unire i due personaggi nella scena finale, che agli occhi dello spettatore odierno potrebbe apparire di cattivo gusto, ma che non è altro il punto di arrivo della già voyeuristica introduzione dello stesso.

Ma, allora, chi è il vero protagonista attivo?

Ricerca

Paradossalmente, l’unico personaggio veramente attivo è il villain.

L’iconico personaggio di Gary Oldman è in effetti l’unica figura che porta effettivamente cambiamento e vivacità ad una trama che altrimenti sarebbe incredibilmente lineare – anzi, inserire in scena un antagonista ulteriore è una delle scelte più funzionali della pellicola.

Il problema è che, a suo modo, Zorg vive potenzialmente lo stesso dramma dello spettatore.

Se si è interessati al prosieguo e allo scioglimento della vicenda, e quindi molto di meno al vero focus della pellicola – il world building – come il villain si rimane costantemente scornati da una trama che non procede, anzi che si accartoccia in più momenti intorno ad un oggetto del desiderio che sembra impossibile da ottenere.

E, alla terza volta in cui Zorg sbatte il muso contro una scatola vuota, è il momento in cui si può accettare il film per quello che è – un magico excursus in una fantascienza incredibilmente bizzarra e così figlia dei suoi tempi – oppure essere ancora più frustrati di lui.

Soprattutto davanti ad uno scioglimento che, per forza di cose, è una continua corsa per risolvere la storia in pochissime scene.