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The Life of Chuck – L’attesa

The Life of Chuck (2025) è un film drammatico diretto da Mike Flanagan con protagonista Tom Hiddleston.

A fronte di un budget sconosciuto, per ora ha avuto un incasso piuttosto misero.

Di cosa parla The Life of Chuck?

La Terra per come la conosciamo rischia di cadere a pezzi, simbolo per simbolo…ma se fosse qualcosa di più personale?

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere The Life of Chuck?

Assolutamente sì.

Con The Life of Chuck, dopo una lunga parentesi orrorifica, Flanagan intraprende un racconto drammatico e riflessivo veramente inaspettato, andando a ricalcare una filosofia non estranea alla sua filmografia, ma arricchita da un taglio più speranzoso che mancava nelle sue recenti più recenti produzioni.

Non manca uno spaesamento iniziale verso una storia che sembra raccontare tutt’altro, ma che merita di essere scoperta  atto dopo atto, diventando limpida solamente nelle sue ultime, fondamentali, battute che riescono perfettamente a chiudere il cerchio.

Didascalia

Tutta la prima parte della pellicola è una incomprensibile didascalia…

…finché non diventa comprensibile.

Flanagan sulle prime sembra portare in scena un film sci-fi dal sapore post-apocalittico, costellato da scomparse improvvise e dal graduale decadimento delle connessioni interne e delle certezze che componevano l’universo umano, con un gruppo di personaggi che sembra vivere solo per raccontarsi.

Eppure, arrivati al finale, il primo atto acquista un significato del tutto diverso.

L’universo rappresentato in realtà non è altro che l’immensità contenuta internamente da Chuck, che progressivamente si sgretola insieme al suo corpo e alla sua memoria – come testimoniano i personaggi che progressivamente scompaiono di scena.

Gli stessi comunque emergono come ricordi flebili nel tempo, massime che hanno definito la vita del protagonista e modellato la sua esistenza in qualcosa di straordinario, che merita di essere celebrato, pur consapevole della fine imminente e del suo essere un personaggio sostanzialmente anonimo.

O, meglio, un personaggio bloccato nell’attesa.

Attesa

Chuck non può controllare la propria esistenza.

La sua pallida vita adulta è stata matematicamente ordinata in un lavoro che il protagonista ha sempre rigettato in favore di una vita dedita ad un movimento più spontaneo e incontrollato – la danza – ma in cui infine si è trovato intrappolato, seguendo le medesime impronte del nonno.

La tragica visione della sua morte imprime evidentemente in Chuck un senso di impotenza, che rende imperativo riprendere il controllo sulla propria esistenza tramite i numeri, lasciandosi alle spalle il sogno danzante e chiudendosi in un controllato grigiore…

…ma non senza una via d’uscita.

La straziante attesa della fine viene spezzata da uno – ma forse non l’unico – momento in cui Chuck ha abbracciato una felice imprevedibilità, in cui si è ricordato degli insegnamenti della nonna, di quel momento in cui l’ha vista rinascere nonostante anche lei, inconsapevolmente, fosse in attesa della propria morte.

In questo modo il protagonista fa suo l’insegnamento di entrambe le figure genitoriali: da un lato si adegua all’idea di attesa e di controllo della stessa, al guardare oltre ai meri numeri per vedere l’immensità che gli stessi nascondono, dall’altra ad abbracciare una vita, nel suo piccolo, semplicemente meravigliosa.

E qui, alla fine, sta tutto il punto della pellicola.

Anonimo

Chi è Chuck?

È una domanda che si rincorre per le bocche dei protagonisti per tutto il primo atto, specchio proprio di un senso di mediocrità che il protagonista sente di soffrire, ma splendidamente incorniciata da una consapevolezza di grandiosità che esiste solo se Chuck stesso accetta che esista.

Nella lezione della sua maestra infatti il protagonista scopre come nel suo essere non contiene solo carne, ossa e un cervello pensante, ma un’immensità di persone, ricordi, oggetti, situazioni che formano un prezioso universo interiore, dotato di una propria vita ed importanza.

Così, in questa piccola ma significativa riflessione a sorpresa dopo produzione più recente segnata dall’orrore e dal rimorso, Flanagan ci racconta come fare propria la meraviglia del piccolo, del quotidiano, come siamo noi stessi padroni di una vita meravigliosa e che vale assolutamente la pena di essere vissuta…

…e non come un’attesa dolorosa della dipartita che arriva inevitabilmente per tutti, ma come una grande, meravigliosa occasione.

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Men in Black – Socchiudere le porte

Men in Black (1997) di Barry Sonnenfeld è il capostipite di una delle più importanti saghe sci-fi a cavallo fra i due millenni.

Infatti, a fronte di un budget abbastanza importante – 90 milioni di dollari – è stato un enorme successo commerciale: quasi 600 milioni di dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla Men in Black?

Vi siete mai chiesti chi nasconde le invasioni aliene sulla Terra? Con questo film lo scoprirete – e in una veste che potreste non aspettarvi.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Men in Black?

In generale, sì.

Men in Black si posizionò in maniera piuttosto interessante in un panorama sci-fi in continua evoluzione, confezionando una commedia fantascientifica che, pur nella sua semplicità, riuscì ad essere vincente ed a conquistare diverse generazioni di spettatori.

E riuscì in questo intento soprattutto grazie all’equilibrio dei toni interni alla pellicola, che spaziano dalla comicità più pura – e, spesso, anche piuttosto nera – fino ai toni più profondamente drammatici, riuscendo ancora oggi a risultare un prodotto di intrattenimento di grande piacevolezza.

Contesto

Men in Black agisce come la più classica origin story

…ma con una contestualizzazione piuttosto puntuale.

Le primissime scene funzionano ottimamente sia per definire il contesto del film, sia il tono dello stesso: una semplice tratta di esseri umani si rivela in realtà l’occasione per smascherare il primo colpevole della presenza aliena.

E la totale serenità con cui l’Agente K gestisce la situazione racconta proprio la quasi quotidianità della vicenda, compresa la parte in cui congeda il collega, l’Agente D, tramite l’iconico neutralizzatore, proprio per aprire la strada alla sua nuova spalla.

In questo senso Men in Black procede in due direzioni, riuscendo perfettamente ad intrecciare i primi passi dell’Agente J con la minaccia effettivamente in atto, che comincia a svelarsi prima tramite il suicidio di uno degli adepti della misteriosa società extraterrestre…

…e poi tramite il caotico procedere dell’alieno che prende le sembianze del defunto Edgar, con un incedere che prosegue sullo sfondo, alla ricerca di un non meglio specificato oggetto che cambierà le sorti del pianeta stesso, con un’ironia quasi grottesca, quasi inaspettata.

E, in questo senso si trova un altro elemento di forza della pellicola.

Equilibrio

In una produzione come quella di Men in Black era molto facile cadere in una comicità eccessiva.

Ma, sarà perché non siamo ancora nella follia comica del decennio successivo, sarà perché per fortuna non stiamo guardando Il quinto elemento (1996), la comicità è ben equilibrata in tutte le sue parti, riuscendo a convincere con un atto centrale che ci accompagna alla effettiva scoperta del mondo raccontato.

La stessa in particolare funziona particolarmente bene all’interno del viaggio di James, coinvolto casualmente nelle indagini del suo futuro collega, permettendo allo spettatore prima di scoprire l’altro lato della presenza aliena sulla terra – quello più pacifico, di persone integrate nella società…

…e poi l’effettiva base degli MIB, ombre che si muovono nel dietro le quinte per gestire la massiccia presenza aliena sulla terra, costretti però anche a rinunciare alla propria vita ed identità, come ben mostrato nell’integrazione di James all’interno della squadra.

E il percorso di coppia è indubbiamente il più interessante.

Arrivo

La maturazione di J è funzionale al ritiro del suo collega.

Infatti il giovane agente viene scelto come nuova leva proprio per la sua capacità di pensare fuori dagli schemi, come ben dimostra il test del reclutamento, in cui fa le scarpe a tutte le altre reclute senza macchia, ma capaci solamente di vedere la minaccia immediata e non i sottotesti in scena.

Non a caso, la stessa intelligenza risulta fondamentale all’Agente J anche per sconfiggere l’alieno insettoide, provocandolo nello schiacciare uno dei suoi simili, così da liberare il suo collega e, di conseguenza, dimostrare come la sua turbolenta intraprendenza può essere l’arma vincente del futuro degli MIB…

…che purtroppo non riguarda l’Agente K.

Anche se il discorso rimane più sullo sfondo – anche smorzato spesso dalle gag di J, in particolare nella scena della cancellazione della memoria della moglie di Edgar – vi è un velo di drammaticità nell’importante scelta di vita degli MIB ed il loro abbandono di tutto quello che era venuto prima.

Per questo il punto di arrivo ideale per l’Agente K, ora che la minaccia è stata risolta, è l’essere a sua volta congedato dall’incarico, così da chiudere il cerchio della storia del film, ma lasciando comunque la porta socchiusa per un possibile sequel con la nuova coppia di agenti in azione.

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Independence Day – Un patriottismo inquieto

Independence Day (1996) è uno dei film di fantascienza più noti della ormai piuttosto ricca filmografia di Roland Emmerich.

A fronte di un budget decisamente importante – 75 milioni di dollari – è stato un enorme successo commerciale, superando gli 800 milioni di incasso.

Di cosa parla Independence Day?

Una navicella aliena si avvicina alla terra con intenzioni…tutte da scoprire. E un nutrito gruppo di personaggi è pronto ad accoglierla.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Independence Day?

In generale, sì.

L’unica colpa che – forse – si può imputare ad Independence day è la grande ingenuità con cui mette in scena un patriottismo americano piuttosto classico e che, ad oggi, con la consapevolezza delle successive evoluzioni del genere, può risultare poco digeribile.

Tuttavia, il classico di Emmerich ha anche il merito di portare avanti un tipo di fantascienza più riflessiva e negativa, che prese le mosse da Alien (1979) per mantenere vivo un filone che altrimenti rischiava di soccombere – e che, non a caso, nello stesso anno, Mars Attacks scelse di parodiare

Disastro

La costruzione del disastro di Independence Day è assolutamente puntuale.

Le prime battute della pellicola sono dedicate ad una breve carrellata dei personaggi, con anche una scrittura più indiretta per presentarli nei loro caratteri e nelle differenti dinamiche, mentre percorrono esistenze così diverse ma anche così evidentemente destinate ad intrecciarsi.

Infatti l’elemento fondamentale della pellicola – e di tutte le altre che derivarono dalla stessa – è proprio la scelta di garantire ad ognuno dei protagonisti un ruolo significativo nella vicenda, rendendoli un tassello fondamentale all’interno di un racconto corale di sforzo comune verso il medesimo obbiettivo.

Allo stesso modo, tutto il primo atto è finalizzato a raccontare i contorni di una minaccia che, concretamente, rimane per lungo tempo fuori scena, rappresentata quasi esclusivamente dalle imponenti astronavi che si posizionano strategicamente in tutto il pianeta.

E le motivazioni oscure – così come è oscuro per gran parte del tempo l’aspetto dei nemici – riescono a dare un valore tutto diverso ad un film che avrebbe facilmente potuto perdersi negli eccessi tipici del disaster movie, ma che sceglie invece una distruzione misurata e totalmente funzionale al racconto del disastro in essere.

E, proprio nella definizione dello stesso, il film è particolarmente vincente.

Parassita

Con tutti i suoi limiti, Independence Day va ad inserirsi all’interno della cosiddetta fantascienza negativa.

Ovvero, un racconto sci-fi in cui gli alieni sono tutt’altro che pacifici, anzi che risultano particolarmente minacciosi nei confronti degli umani e nelle modalità di invasione – in questo caso non una penetrazione silenziosa, ma una colonizzazione su larga scala.

Per questo la scoperta del nemico risulta quasi angosciante nel suo prendere, per certi versi, le mosse da Alien per raccontare alieni complessi nella forma quanto negli intenti, che possono essere compresi solamente tramite una tragica connessione mentale…

…grazie al quale è lo stesso presidente a scoprirne la natura di parassiti, locuste che viaggiano di pianeta in pianeta per assorbirne tutte le risorse, e con i quali è impossibile riuscire a stabilire una collaborazione pacifica e a comune vantaggio, rendendo possibile solo la distruzione reciproca.

E, proprio qui, Independence Day mostra la sua più grande debolezza.

Sogno

Independence Day racconta una tendenza forse mai veramente scomparsa.

Ovvero, la celebrazione statunitense attraverso la sconfitta della minaccia aliena.

Pur trattandosi di una celebrazione molto ingenua, la stessa è diventata quasi archetipica nel tempo, al punto da ridimensionarsi molto all’interno delle evoluzioni successive del genere, ampliando lo sguardo a livello effettivamente globale – come esempi successivi quali Arrival (2016) e Don’t Look Up (2021) dimostrano.

Nel caso del classico di Emmerich questa tendenza può risultare molto poco digeribile, ma nel complesso è anche abbastanza vincente nell’ottica di raccontare uno sforzo comune e quasi disperato di sgominare la minaccia aliena, fra l’altro con solo una manciata di minuti a disposizione.

Tuttavia, pur all’interno di un terzo atto complessivamente ben bilanciato, poteva potenzialmente essere ben più interessante approfondire la storia e la natura della minaccia aliena, magari penetrandola effettivamente nelle sue strutture, piuttosto che concentrarsi quasi unicamente sulla sua distruzione.

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Mars Attacks! – Sottrai che ti sottrai…

Mars Attacks! (1996) di Tim Burton è uno dei più grandi cult della fantascienza Anni Novanta.

Tuttavia, a fronte di un budget che si calcola essere arrivato fino a 100 milioni di dollari, è stato un enorme insuccesso commerciale, riuscendo a malapena a coprire i costi complessivi.

Di cosa parla Mars Attacks?

Una flotta di marziani sembra giungere sulla Terra con intenti pacifici, e così accolta a braccia aperte…oppure no?

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Mars Attacks?

In generale, sì.

Mars Attacks è un film apparentemente anomalo all’interno della filmografia di Tim Burton, ma in realtà mantiene tutti i tratti caratteristici della sua poetica, a cominciare dall’umorismo grottesco e dalle bizzarrie sceniche che l’hanno reso così iconico.

Per il resto, la pellicola è un racconto sostanzialmente parossistico della più classica fantascienza statunitense, con i suoi eroi di guerra senza macchia, riuscendo allo stesso tempo a sorprendere e a deludere – a seconda di quale sia la vostra predisposizione a questa pellicola.

Pedine

I personaggi di Mars Attacks sono, per certi versi, nient’altro che delle pedine.

Il nutrito gruppo di protagonisti – con volti più o meno famosi al tempo – viene raccontato all’interno di situazioni molto diverse fra loro, ma accomunate da un taglio comune: la loro bizzarria, punto di partenza perfetto per l’umorismo grottesco che farà da padrone alla pellicola.

Un anche ampio intreccio di relazioni che viene quasi immediatamente vanificato dall’arrivo in scena della presenza distruttiva dei marziani, che prendono di mira sostanzialmente tutti, senza avere particolare remore verso la plot armor che lo spettatore si potrebbe aspettare che avessero.

Al contrario, la maggior parte di loro o diventa protagonista di morti piuttosto drammatiche – ma, paradossalmente, anche molto dimenticabili – o dei surreali esperimenti degli alieni nei loro confronti, degni del miglior Doctor Frankenstein che si rispetti.

Infatti, in Mars Attacks non c’è spazio per l’eroismo.

Distruzione

La distruzione di Mars Attacks ha un significato più ampio della mera carneficina scenica.

Burton si inserì all’interno di un panorama fantascientifico in cui – come anche nel contemporaneo Independence Day (996) – il cinema statunitense cercava nuovi spazi narrativi per un eroismo che aveva solo bisogno di nuovi nemici – gli alieni – e di nuovi modi di raccontarsi – anche con meno rimorsi, trattandosi di antagonisti immaginari.

E, proprio per questo, costruisce abilmente un racconto parossistico davvero sorprendente, che vanifica ogni possibilità non solo di controllo – con tentativi di ambasceria inutilmente pomposi – ma anche di rivalsa verso questi nuovi nemici, che appaiono semplicemente cattivi nella loro azione distruttiva.

E così in scena non è mai presente un effettivo dramma, ma anzi la stessa è dominata da una comicità grottesca che ha il suo apice nel salvataggio effettivo della Terra, ad opera dei due personaggi più improbabili e meno eroici possibili: il giovane Richie e la nonna, i classici emarginati protagonisti di Burton.

Ma, forse, proprio in tutta questa sottrazione e distruzione, risiede la grande debolezza del film.

Vuoto

Mars Attacks! è costantemente sottrattivo e distruttivo…

…e mai effettivamente costruttivo.

È indubbio che Burton si sia ampiamente divertito nel raccontare i suoi alieni così improbabili e grotteschi già solo per il loro aspetto, inutilmente crudeli nei loro esperimenti e genuinamente malvagi nei loro continui inganni, artefici di carneficine senza scampo.

Altrettanto certo è l’intento parodico, che pesca sia dai B-Movie del genere, sia da una tendenza del cinema statunitense che poteva risultare – e risulterà – alla lunga quasi ridicola, con un racconto genuinamente dissacrante, in cui gli alieni non hanno altra motivazione se non il puro gusto della distruzione, e in cui non vi è spazio per eroi di sorta.

Ma, per il resto?

Anche se molto probabilmente non era l’intento della pellicola, sembra mancare un punto di arrivo di tutto il discorso, un’antitesi davvero graffiante che potesse non solo distruggere dei concetti, ma crearne di nuovi – o anche solo dare degli spunti per gli stessi.

Al contrario, mancando di questo elemento, la pellicola potrebbe risultare alla lunga stancante, un grande – e iconico – esperimento dissacrante e divertito che conquistò intere generazioni, ma che vanificò il grande potenziale che racchiudeva al suo interno.

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I Fantastici 4 – Respira, inspira

I Fantastici 4 (2005) di Tim Story è il più noto prodotto dedicato al quartetto supereroistico del nuovo millennio. 

A fronte di un budget medio per un cinecomic di quel periodo – 100 milioni di dollari – è stato un ottimo successo commerciale: 333 milioni di dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla Fantastici 4?

Quattro amici dai caratteri molto diversi partono all’avventura nello spazio. Ma forse le conseguenze non saranno delle più felici…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere I Fantastici 4?

In generale, sì.

Negli anni ho sentito pareri anche estremamente negativi riguardo a questa pellicola – e al suo sequel – forse anche perché, al confronto con altri prodotti superoistici più o meno contemporanei – come Spider Man (2002) e Batman Begins (2005) – effettivamente tendeva a sfigurare.

Eppure, a diversi anni di distanza, ho trovato la versione del quartetto di Tim Story una visione complessivamente piacevole, assolutamente da inquadrare nel periodo d’uscita, ma anche vincente nella costruzione dei personaggi in scena.

Insomma, dategli un’occasione.

Fondamenta

Un grande valore de I Fantastici 4 è il respiro che lascia ai suoi personaggi.

Il primo atto della pellicola è tutto dedicato alla presentazione dei protagonisti e delle loro tensioni, particolarmente quelle del terzetto Richards – Storm – Von Doom, di cui l’infelice passato dei primi due si riflette nell’invidia presente di Victor.

A lati emergono non meno importanti le figure di Grimm e Johnny Storm, totalmente opposti nei loro caratteri – e infatti principali protagonisti degli scontri interni alla pellicola – perfettamente inquadrati proprio quando la missione che gli cambierà la vita è ormai alle porte.

E proprio qui si pone uno snodo fondamentale.

Taglio

Con uno sguardo più contemporaneo – come ben racconterà il successivo Fantastic 4 (2015) – non era semplice rendere in maniera digeribile l’acquisizione dei poteri dei protagonisti.

La stessa avviene all’interno di un contesto prettamente umoristico, in cui le scoperte più felici di Sue e Reed – chiudendo un occhio davanti alla inutile sessualizzazione di Jessica Alba – che hanno il loro apice comico intorno alla figura di Johnny Storm e la sua divertita scoperta dei poteri.

Ben più drammatica è invece la realizzazione della Cosa, anticipata dallo scherzo di Johnny ai danni di Ben nel letto di ospedale, ma caricata di una quasi inaspettata drammaticità nel goffo e disperato tentativo del personaggio di ricongiungersi con la moglie, ultimo atto dell’effettiva rivelazione del gruppo.

E l’atto centrale ha toni alterni.

Evoluzione

La fase di transazione del film parla di evoluzione…

…ma anche di involuzione.

Ed entrambe si incontrano nei differenti percorsi dei personaggi.

Da una parte troviamo la neonata squadra costretta in un solo luogo, vivendo con la promessa di potersi liberare da una nuova condizione, con spinte interne molto diverse: dal profondo desiderio di liberazione – La Cosa – alla volontà di abbracciare questa nuova, ideale identità – La Torcia.

In questo frangente particolarmente significativa è l’evoluzione del rapporto fra Sue e Reed, che riescono finalmente a rincontrarsi in un frangente in cui il secondo riesce infine a metterla al primo posto nella propria vita, prendendosi un momento per reincontrarsi e riscoprirsi.

Ma questo stesso percorso è la causa dell’involuzione per Victor.

Dopo l’incidente, Von Doom crolla in un vortice distruttivo in cui vede l’oggetto del desiderio – Sue – scivolargli dalle dita, esplodendo di rabbia e di invidia verso una situazione verso cui non ha più il controllo, e da cui rimane inevitabilmente escluso.

Da questo punto di vista, il racconto della follia di Victor è ben rappresentato dal percorso di perdita della propria identità, nel suo continuo confrontarsi con il suo riflesso – forte anche dell’ottimo phisique du role di Julian McMahon – fino a  rinchiudersi totalmente nella nuova identità di Doctor Doom.

Per questo, il finale è così significativo.

Arrivo

Un grande problema dei film supereroistici è il ruolo del villain.

Spesso lo stesso non è che una prova finale del protagonista, financo semplicemente una chiusura di pellicola per garantire al prodotto l’elemento spettacolare e drammatico – ne è un fulgido esempio Thor: Ragnarok (2016), dove Clea rimane totalmente distaccata dal protagonista per buona parte del film.

Ed è una scelta piuttosto pigra – e piuttosto tipica di molti film MCU successivi – per non togliere importanza al protagonista, ma finendo così per privare del giusto peso il villain in questione, che diventa quasi un banale ostacolo nel percorso dell’eroe – e nulla di più.

Al contrario, il Von Doom di questa pellicola vive in funzione dei protagonisti e la sua involuzione, come detto, è strettamente correlata all’evoluzione degli stessi, tanto che il suo piano parte proprio dalla volontà di distruggere internamente un gruppo già di per sé molto fragile.

Per questo, nonostante lo scontro finale non sia particolarmente originale e degno di nota, rimane fondamentale per raccontare il punto di arrivo di un gruppo di personaggi che, a differenza di Doom, non cadono vittima del proprio egoismo e delle proprie invidie interne.

I Fantastici 4 e Silver Surfer

Il sequel, purtroppo, perde gran parte del mordente del primo.

Anzi, è forse ancora più grave perché fallisce dove il primo era risultato particolarmente vincente.

Infatti la pellicola si apre con un contrasto interno semplice ma complessivamente efficace, in cui Sue si trova ancora una volta in contrasto con Reed per la sua ossessione per il lavoro e per il voler salvare il mondo, finendo più volte per rimandare il loro matrimonio, non sembrando così veramente intenzionato ad una vita insieme.

Lo stesso, soprattutto nella decisione egoistica di Reed di rinunciare al suo ruolo di eroe, potevano intrecciarsi perfettamente al dramma di Silver Surfer, che rimane un’incomprensibile minaccia in agguato abbastanza a lungo per creare tensione, ma venendo gestito fin troppo sbrigativamente per risultare infine interessante.

Infatti sembra che bastino solo le parole di Sue per poter convincere il personaggio a ritornare sui suoi passi, con la medesima velocità con cui Reed fa un passo indietro rispetto alla sua decisione di cambiare vita – dramma che sembrava essersi sostanzialmente dimenticato da un certo punto della pellicola in poi.

Una passo falso che purtroppo ha tagliato le gambe ad una narrazione che nel suo piccolo poteva dare molto, ma che infine, insieme ad altre scelte infelici – come il fumoso character design di un personaggio così iconico come Galactus – è risultata ben poco soddisfacente anche negli stessi incassi.

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Stargate – Un’ossessione lunga un decennio

Stargate (1994) è stato il primo cult della fantascienza diretto da Roland Emmerich – autore, pochi anni dopo, di Indipendence Day (1996).

A fronte di un budget comunque non poco importante – 55 milioni di dollari – è stato un enorme successo commerciale, guadagnando quasi quattro volte tanto il budget.

Di cosa parla Stargate?

Daniel Jackson è uno studioso di lingua egizia con delle teorie piuttosto particolari: le piramidi sono ben più antiche degli egizi e di origine alinea. Eppure, forse non è così lontano dalla realtà…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Stargate?

In generale, sì.

Stargate si posiziona, insieme a La Mummia (1999) e, in parte, a Il quinto elemento (1997) nel trend del decennio di ambientare avventure sci-fi nelle misteriose atmosfere dell’antico egizio, spunto per storie di grande fascino, in bilico fra fantascienza e fantasy.

Nello specifico Stargate si presenta come un buon punto di incontro fra il film di avventura e una fantascienza abbastanza classica, apparendo forse in certi momenti fin troppo sovraccaricato, ma risultando nel complesso un prodotto di intrattenimento piacevole ed avvincente.

Stratificazione

Il primo atto di Stargate è piuttosto stratificato…

…ma mai eccessivo.

A differenza del poco successivo Il quinto elemento, dove tutta la trama è raccontata nei primi venti minuti, il primo atto del film di Emmerich offre un ben dosato assaggio della storia, seminando i primi indizi riguardo al mistero della pellicola, ma senza mai svelarsi eccessivamente.

Allo stesso modo, estremamente funzionale alla solidità della trama è l’introduzione parallela dei due protagonisti.

Da un lato, Jackson – che presenta dei parallelismi probabilmente non casuali con il protagonista di Atlantis (2001): il classico topos del protagonista sognatore incompreso, che lo spettatore, anche nella consapevolezza della natura della pellicola, è pronto a seguire nelle sue apparentemente strampalate teorie.

Ben pensata è anche l’introduzione di Jack, rinchiuso all’interno del suo più grande pentimento – la morte accidentale del figlio – evento che l’ha profondamente indurito e fatto chiudere in se stesso, tanto da apparire, nei primi momenti della pellicola, quasi come un antagonista.

Eppure, niente è come sembra.

Accompagnare

Un elemento di grande valore della pellicola è come accompagna lo spettatore.

La scoperta del mistero, per quanto sia in parte nota alla maggior parte dei personaggi, passa soprattutto attraverso il suo protagonista, che viene come messo alla prova prima di accedere alla vera sfida – lo Stargate – che solo col suo ingegno riesce ad attivare.

Così tutto il primo atto ci conduce in questa graduale scoperta, e, tramite le intuizioni del protagonista e le sue correzioni al lavoro precedente, riesce a farla digerire molto meglio ad uno spettatore che non si sente così sopraffatto dalla mole di informazioni.

Una tendenza che caratterizza in parte anche l’atto secondo.

L’entrata in un mondo sconosciuto e l’immediata scoperta dei suoi misteri è minata dall’inevitabile barriera linguistica fra i personaggi umani e gli abitanti del pianeta – scelta non scontata per un film di questo periodo – e che contribuisce ad alimentare il senso di inquietudine…

…ancora di più grazie alle enigmatiche scene di attacco di alcuni dei soldati del gruppo, che diventano prede di quelli che sembrano a tutti gli effetti degli dei egizi particolarmente spietati nel loro agire, diventando un’immediata minaccia per i protagonisti.

E infine, lo scioglimento funziona…e non funziona.

Sovrabbondanza

Vi è un solo elemento che ho trovato veramente centrato dello scioglimento di Stargate.

Ovvero, il racconto dell’antefatto.

Jackson è come se fosse stanato da Jack mentre ripercorre i passi della storia pianeta, e riesce a svelarne le complesse origini in cui la mitologia egizia si intreccia perfettamente con una trama scifi anche piuttosto dark, che ha il suo pieno compimento estetico nello svelamento di Ra.

Infatti, la scelta di abbracciare in tutto e per tutto l’estetica – pur molto hollywoodiana – dell’antica corte egizia riesce a caricare l’ultimo atto di un particolare fascino, sia nella ribellione degli schiavi, sia negli atteggiamenti pomposi e languidi del villain.

Eppure, nelle ultime battute Stargate sembra incartarsi.

Mentre si sarebbe potuto scegliere uno scioglimento ben più semplice ed immediato, lo stesso viene frazionato in più momenti e situazioni, diventando, per quello che voleva raccontare, fin troppo complesso e stratificato…

…soprattutto a fronte di un racconto già di per sé piuttosto impegnativo da seguire.

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Il quinto elemento – Una storia a parte

Il quinto elemento (1997) di Luc Besson è uno dei più grandi cult di fantascienza del decennio.

A fronte di un budget abbastanza importante per l’epoca – 90 milioni di dollari – fu un discreto flop commerciale – acquisendo notorietà solo successivamente: poco più di 60 milioni di dollari.

Di cosa parla Il quinto elemento?

Un’enorme palla infuocata minaccia la terra e chi può salvarla se non…una donna creata in laboratorio?

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Il quinto elemento?

In generale, sì.

Non mi sento di sbilanciarmi né nel consigliarvi né nello sconsigliarvi questo film, in quanto è talmente particolare che potreste odiarlo quando innamorarvene perdutamente: una storia semplicissima, resa complicata e sovraccaricata in maniere incomprensibili…

…in realtà diventando sfondo di un racconto incentrato su un futuro incredibilmente bizzarro e che si schiude davanti agli occhi dello spettatore in un’infinita serie di scatole cinesi, pronte ogni volta a sorprenderti – o inorridirti.

Introduzione

L’introduzione de Il quinto elemento mi è sembrata infinita.

Solitamente in questo genere di produzioni si tende ad aprire la pellicola con un breve prologo riassuntivo dell’antefatto, per calare lo spettatore all’interno della vicenda, per poi passare concretamente al vivo dall’azione e ai suoi protagonisti, che la scopriranno effettivamente insieme allo spettatore.

Al contrario, in questo caso Luc Besson decide di raccontare una buona porzione della storia all’inizio del film, scelta che non sarebbe assolutamente problematica di per sé, se non fosse per la sensazione, durante il resto della visione, di aver già visto tutta la storia nei suoi primi venti minuti. 

Ma forse, è proprio questo il punto: il regista si libera della storia nella primissima parte della pellicola, perché la stessa è la parte ai suoi occhi minoritaria del progetto, quasi un pretesto per invece imbastire un mondo fantascientifico piuttosto bizzarro, ma assolutamente proprio della fantascienza di quegli anni.

E i suoi due protagonisti ne sono l’assoluta dimostrazione.

Vettori

Korben e Leeloo non sono protagonisti, ma bensì vettori.

Gli stessi vengono infatti costantemente trascinati in scena, diventando per certi versi dei vettori non tanto della storia, ma bensì del mondo raccontato, il vero centro della pellicola, che Besson si compiace di svelare progressivamente nelle sue divertenti e divertite bizzarrie.

Da questo punto di vista, due sono gli esempi emblematici.

Anzitutto, la scena dell’incarico a Korben: altri registi avrebbero reso un monologo rivelatorio il protagonista della scena, e invece Besson rende quel momento solo lo spunto per una serie di gag piuttosto gustose in cui i vari personaggi vengono stipati negli angoli della casa proprio per raccontare la grottesca natura della stessa.

Altrettanto significativa in questo senso è l’apparizione in scena di Ruby Rhod, una parodia su gambe delle popstar del momento, la cui funzione nella storia è totalmente accessoria, ma che, al contempo, è un tocco di colore fondamentale per raccontare il mondo de Il quinto elemento nella sua totale follia.

Ma, in questo senso, Leeloo merita un discorso a parte.

Passivo

Leeloo è, per molti versi, un elemento passivo della storia.

Come sulla carta dovrebbe essere la figura chiave per la sconfitta della minaccia in agguato, nel concreto appare il più delle volte inerme nelle braccia di Korben – nei pochi momenti in cui lui stesso è protagonista della scena – financo strumentale alla definizione dello stesso.

In questo senso stupisce che, invece che caratterizzarla dall’inizio semplicemente come un personaggio inerme, viene anzi caricata di una forza sovrumana e di un’intelligenza fuori dal comune, che le permette – almeno in teoria – di evolvere nel tempo per poter portare a compimento la sua missione.

In questo senso è difficile dare un giudizio netto ad una produzione così lontana nel tempo, ma nondimeno appare abbastanza fuori luogo la centralità del corpo di Leeloo più che altro per il desiderio sessuale maschile fin dalla sua primissima apparizione, financo nel suo essere interesse romantico del protagonista.

Da questo punto di vista la costruzione del loro rapporto non è esattamente centrata, anzi sembra per molti versi forzata al fine di unire i due personaggi nella scena finale, che agli occhi dello spettatore odierno potrebbe apparire di cattivo gusto, ma che non è altro il punto di arrivo della già voyeuristica introduzione dello stesso.

Ma, allora, chi è il vero protagonista attivo?

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Paradossalmente, l’unico personaggio veramente attivo è il villain.

L’iconico personaggio di Gary Oldman è in effetti l’unica figura che porta effettivamente cambiamento e vivacità ad una trama che altrimenti sarebbe incredibilmente lineare – anzi, inserire in scena un antagonista ulteriore è una delle scelte più funzionali della pellicola.

Il problema è che, a suo modo, Zorg vive potenzialmente lo stesso dramma dello spettatore.

Se si è interessati al prosieguo e allo scioglimento della vicenda, e quindi molto di meno al vero focus della pellicola – il world building – come il villain si rimane costantemente scornati da una trama che non procede, anzi che si accartoccia in più momenti intorno ad un oggetto del desiderio che sembra impossibile da ottenere.

E, alla terza volta in cui Zorg sbatte il muso contro una scatola vuota, è il momento in cui si può accettare il film per quello che è – un magico excursus in una fantascienza incredibilmente bizzarra e così figlia dei suoi tempi – oppure essere ancora più frustrati di lui.

Soprattutto davanti ad uno scioglimento che, per forza di cose, è una continua corsa per risolvere la storia in pochissime scene.

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2025 Avventura Cinecomic Comico DCU Dramma familiare Dramma romantico Drammatico Fantascienza Fantastico Film Nuove Uscite Film Racconto di formazione Superman

Superman – Ancora più in alto

Superman (2025) di James Gunn è una delle più grandi scommesse cinematografiche e produttive degli ultimi anni: sfidare un colosso come la Marvel al suo stesso gioco.

A fronte di un budget piuttosto impegnativo – 225 milioni di dollari – ha aperto molto bene nella prima settimana, riuscendo già quasi a pareggiare i costi produttivi.

Di cosa parla Superman?

Come può un superumano che vuole solo il bene e la giustizia scontrarsi con una società interessata solo al profitto e all’immagine pubblica? Con qualche difficoltà…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Superman?

David Corenswet (Superman) e Krypto in una scena di Superman (2025) di James Gunn

Assolutamente sì.

Gunn si è posto una sfida via via sempre più difficile, riuscendola a superare brillantemente in ogni sua parte, forte di una profonda consapevolezza del mercato attuale e dell’evoluzione del genere negli ultimi decenni, vincendo, in in certo senso, dove The Boys ha più volte fallito.

E così, come il suo Superman prende le mosse da nientedimeno che il classico del ’78, ereditandone la capacità di equilibrare i toni più fumettosi – e, per certi versi, ormai tipici di Gunn – riesce a rendersi attuale in un contesto geopolitico anche fin troppo reale, che quasi spaventa nella sua puntualità e potenza.

Insomma, non ve lo potete perdere.

Medias res

David Corenswet (Superman) in una scena di Superman (2025) di James Gunn

Se Gunn non aveva già una sfida abbastanza ardua nel riportare l’Azzurrone al cinema dopo gli scempi di snyderiana memoria...

…se n’è posto uno ancora più importante: non voler raccontare un’origin story.

Infatti, al pari al grande colpo di genio di Spiderman: Homecoming (2016), il Kal-El di Gunn arriva in scena come eroe già formato, anzi che fa fatica ad inserirsi all’interno di un panorama di metaumani già piuttosto affollato, e si trova già nel mirino del signore della guerra di turno: Luthor.

Eppure, non gli manca niente.

David Corenswet (Superman) in una scena di Superman (2025) di James Gunn

L’eroe kryptoniano è raccontato fin da subito nei suoi tratti essenziali – la bontà innata, il senso di giustizia – sempre con uno sguardo al suo passato, alle sagge figure dei genitori che accompagnano il suo viaggio sulla Terra e che lo portano a battersi per la stessa…

…anche contro il proprio stesso governo, non avendo conoscenza, anzi proprio dimostrandosi molto ingenuo davanti ad un mondo scandito dagli interessi del potente di turno, in un delicato equilibrio politico che porta inevitabilmente alla distruzione del paese con meno armi da imbracciare.

E, proprio nella sua imperfezione, Superman vince.

Umano

David Corenswet (Superman) in una scena di Superman (2025) di James Gunn

Il Superman di Corenswet è più Klark che Kal-El.

Ed è una scelta fondamentale.

Potenzialmente un motivo di scarsa attrattiva del pubblico per il personaggio era – al pari del noto disastro mediatico di Captain Marvel – il suo essere fondamentale invincibile e fin troppo buono per riuscire a conquistare le simpatie di un pubblico che avrebbe visto un eroe fin troppo lontano dal suo quotidiano.

David Corenswet (Superman) in una scena di Superman (2025) di James Gunn

E, proprio per questo, Gunn opera in due direzioni fondamentali.

Da una parte, rende Superman un personaggio facilmente fallibile: il protagonista crolla, si spezza, viene costantemente insidiato da piani omicidi devastanti e, non poche volte, Kryptonite o non Kryptonite, ha bisogno di riposo e di rigenerarsi per scendere nuovamente in campo.

In questo modo la sua vittoria non è affatto scontata, anzi viene continuamente messa in discussione, rendendo per questo fondamentale l’aiuto di altri personaggi che, anche se meno forti di lui, si rivelano fondamentali, portandolo al vittorioso scontro finale contro i super soldati di Luthor.

Dall’altra, Gunn vuole parlare soprattutto di Clark, non di Kal-El.

Infatti, nella visione di Gunn la maschera umana del Superman di Reeves diventa l’effettiva personalità di Corenswet, che, poteri permettendo, è una persona molto comune e profondamente buona, che agisce secondo la propria morale, senza lasciarsi scalfire da interessi altri.

Non a caso, Superman vuole salvare tutti, e viene anzi rimproverato da Mr. Terrific per il suo perdere tempo a salvare singoli civili e non avere l’occhio puntato sull’insieme della minaccia complessiva, diventando, a suo modo, l’emblema dell’eroe della porta accanto.

Per questo, il contrasto con Luthor è così fondamentale.

Strati

Nicolas Hoult (Luthor) in una scena di Superman (2025) di James Gunn

Quando pensi di aver capito il Luthor di Nicholas Hoult…

…Gunn ha appena cominciato a sorprenderti.

Il villain appare fin da subito nella sua profonda – e, apparentemente, ingiustificata – avversione nei confronti del protagonista, che inizialmente pare scaturita unicamente dal fatto che l’Azzurrone gli ha messo i bastoni fra le ruote nelle sue spietate – e, purtroppo, molto attuali – mire politiche ed economiche.

Questo aspetto viene anzi esasperato sia nel racconto della prigione personale nel Mondo Tasca, sia, soprattutto, nel progressivo svelarsi del suo piano, che sembra fare il verso a Luthor del ’78 – con anche una nota particolarmente fumettosa nell’idea che voglia diventare il re di un’utopia di sua stessa creazione.

E, invece, Luthor è molto più di questo.

Nicolas Hoult (Luthor) e David Corenswet (Superman) in una scena di Superman (2025) di James Gunn

Il magnate racconta un’invidia profondamente umana, di non potersi confrontare ad armi pari con una potenza sconosciuta ed apparentemente invincibile, che lo rende così impotente e incattivito dal voler creare dei metaumani in provetta fatti apposta per poterlo fronteggiare e, possibilmente, sconfiggere definitivamente…

…al punto da rendersi protagonista di un angosciante conflitto geopolitico, giusto per darsi un motivo più terreno e comprensibile per potersi illudere di avere ancora il pieno controllo su un mondo popolato da mutanti che superano di diverse lunghezze ogni possibile invenzione umana.

Superman 2025 Luthor

Nicolas Hoult (Luthor)) in una scena di Superman (2025) di James Gunn

Per questo, la sua sconfitta è morale, non fisica.

Luthor si impunta fino all’ultimo per battere moralmente e mentalmente Superman, tanto che, anche quando è ormai sconfitto, si imbarca in un sentitissimo monologo in cui cerca di ribadire la sua posizione politica superiore rispetto al metaumano, la sua possibilità ancora di poterlo schiacciare…

…per essere invece interrotto dall’aggressione di Krypto, apparentemente solo una gag, in realtà il primo atto della completa umiliazione di Luthor, che appare infine scornato sia fisicamente sia, soprattutto, moralmente, sconfitto dalle sue stesse armi mediatiche che gli si rivoltano contro.

Ma, tutto il resto?

Affollamento

Una delle più grande critiche alla pellicola è il sovraffollamento della scena…

…che invece, metanarrativamente, io ho trovato perfetto.

Superman infatti non è solamente un film sul primo supereroe, ma bensì il primo film di un universo in divenire, per cui Gunn sparge abbondantemente i primi semi, raccontandoci un mondo già formato che si dischiude davanti ai nostri occhi, ricchissimo di personaggi da scoprire e riscoprire.

Nathan Fillion (Guy Gardner) e David Corenswet (Superman) in una scena di Superman (2025) di James Gunn

Fra le note di merito indubbiamente la Justice Gang, versione ancora in nuce della futura Justice League – punto di arrivo fondamentale per un reboot DC – in cui spicca il mio personaggio preferito probabilmente del film: Guy Gardner, la prima Lanterna Verde, che comincia a mettere le basi per un personaggio cinematograficamente in passato fin troppo bistrattato.

Oltre a questo, l’affollamento della scena è fondamentale per definire Superman stesso.

Proprio nel suo poter essere sconfitto e messo alla prova, Superman ha bisogno del costante aiuto degli altri personaggi, che non sono semplici figurine sullo sfondo, ma fondamentali tasselli del quadro più grande della scena, ognuno con la propria – anche piccola – funzione che porta al definitivo trionfo del protagonista.

E, arrivati a questo punto, per un nuovo Superman non ci si poteva sperare in nulla di più grandioso.

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Superman – Lo slancio iniziale

Superman (1978) di Richard Donner con protagonista Christopher Reeve non è solo un film supereroistico, ma un punto di svolta per il genere tutto.

Non a caso, a fronte di un budget importante per l’epoca – 55 milioni di dollari – fu un enorme successo commerciale: 134 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla Superman?

Nel lontano pianeta di Krypton, il visionario scienziato Jor-El vede l’ormai prossima distruzione del suo mondo, e decide di mandare il suo unico figlio su un pianeta sconosciuto: la Terra.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Superman?

Superman e Lois in una scena di Superman (1978) di Richard Donner con protagonista Christopher Reeve

Assolutamente sì.

Pur nella sua semplicità ed ingenuità in alcuni punti, il Superman di Richard Donner rappresentò un ottimo esempio di sintesi fra uno stile prettamente fumettistico ed una certa epicità e drammaticità con cui il genere nel tempo cominciò a farsi prendere sul serio.

Ne risulta un esperimento particolarmente riuscito che, ancora a diversi decenni di distanza, riesce a colpire col suo piacevole umorismo e il suo toccante dramma familiare ed esistenziale, facendo fra l’altro sfoggio di un reparto tecnico di prim’ordine ed una regia con non pochi guizzi.

Insomma, da riscoprire. 

Protagonista

Per certi versi, Jor-El è il vero protagonista del primo atto.

Superman dedica infatti ampio spazio al racconto della figura del padre dell’eroe – per certi versi, più del figlio stesso – andando a definirlo nel suo ambiguo rapporto con il Consiglio, dal quale viene immediatamente messo alla prova per la condanna dei tre ribelli.

Ma proprio la punizione degli stessi e la subito successiva opposizione ad un governo miope davanti ai pericoli imminenti per Kripton, racconta un eroe silenzioso e lungimirante, che riesce a trovare nella salvezza dell’erede una possibilità per conservare intatte le conoscenze del suo mondo.

Ne consegue un lunghissimo antefatto che ha il suo apice, per certi versi, con l’arrivo di Kal-El sulla Terra, subito accolto fra le braccia dei suoi amorevoli genitori terrestri, la cui tragica sorte definisce il protagonista in questa fase chiave della sua formazione.

Ovvero, essere un eroe in potenza.

Bozzolo

Superman da adolescente in una scena di Superman (1978) di Richard Donner con protagonista Christopher Reeve

Se si vuole fare una critica al film, si può dire che l’atto centrale è fin troppo sbrigativo – quantomeno, nella versione cinematografica.

Superman in effetti lascia poco spazio al suo protagonista per definirsi nel suo contrasto con il mondo terrestre, raccontandolo come un ingenuo ragazzino che vorrebbe dare il meglio di sé, ma che è stato – giustamente – educato a non dare troppo sfoggio dei suoi poteri.

Questa impotenza raggiunge il suo apice con la morte improvvisa del padre adottivo, che fa comprendere a Kal-El i limiti del suo campo di azione, apparentemente illimitato, in realtà drammaticamente limitato da situazioni in cui non ha nessuna possibilità di vincere.

Superman nella fortezza della solitudine in Superman (1978) di Richard Donner con protagonista Christopher Reeve

Ed il rapido ed inevitabile sopraggiungere del funerale spinge infine il protagonista a cercare un nuovo punto di partenza per definirsi come eroe, grazie alle cure tardive – ma essenziali – del padre perduto – uno dei momenti, fra l’altro, che ho trovato personalmente più toccanti e coinvolgenti dell’intera pellicola.

Quindi se, ancora, si vuole rimproverare il poco respiro che ha Clark in questo snodo narrativo fondamentale, è altresì vero che lo stesso è un trampolino per abbracciare la seconda parte della pellicola, in cui il film dà davvero il suo meglio e in cui Christopher Reeve può finalmente brillare.

E, proprio qui, si trova un interessante equilibrio di toni.

Superfice

Superman in una scena di Superman (1978) di Richard Donner con protagonista Christopher Reeve

Ad uno sguardo più superficiale, il Superman di Reeve potrebbe essere un tedioso esempio dell’eroe senza macchia – ma con mantello.

In realtà, la sua costruzione non è così scontata.

Entrando infine in scena come eroe formato, Kal-El ci spiazza nella sua forma umana, un’abile maschera dietro cui si nasconde: Klark Kent è infatti un giovane impacciato e alle prime armi, che l’ormai navigata Lois Lane sembra subito inquadrare – e, per certi versi, disprezzare – nella sua inadeguatezza.

Superman e Lois in una scena di Superman (1978) di Richard Donner con protagonista Christopher Reeve

Ma la sottile ironia della pellicola si scopre immediatamente nella scena della rapina, in cui Kal-El fa di tutto – almeno a parole – per evitare lo scontro fisico, lasciando spazio a Lois per raccontarsi come personaggio attivo e fondamentale, ma che segretamente ha in mano tutta la situazione…

…ammiccando al pubblico con il proiettile fatale stretto fra le dita.

Superman, invece, è un’altra storia.

Superman e Lois volano insieme in una scena di Superman (1978) di Richard Donner con protagonista Christopher Reeve

Quando infine il protagonista indossa le vesti eroiche, non rappresenta l’opposto della sua versione umana, ma bensì una sua naturale evoluzione: un eroe che non vuole mettere in mostra le sue spropositate capacità sovrannaturali, ma bensì limitarsi a fare il suo dovere.

Infatti, soprattutto all’occhio dello spettatore contemporaneo, potrebbe risultare quasi fuori luogo che l’arma più tagliente di Superman sia la sua ironia: raramente arriva allo scontro fisico e, il più delle volte, si limita ad acchiappare i furfanti e a consegnarli illesi alla giustizia.

E con Lex Luthor non è da meno.

Ombra

Lex Luthor è un irresistibile paradosso.

Tutto nel suo personaggio racconta un contrasto interno: si dichiara una sublime mente criminale, ma è ridotto ad un covo nelle fogne di Metropolis, si racconta crudele e spietato contro i suoi nemici, ma il suo sidekick lo inquadra perfettamente come villain da operetta…

…eppure, il contrasto con Superman ha un lato nondimeno inquietante.

Superman e Lex Luthor in una scena di Superman (1978) di Richard Donner con protagonista Christopher Reeve

Riuscendo a trasmettere un messaggio che solo il protagonista può sentire, Luthor riesce a stanare Kal-El, intrappolandolo nella sua abile rete di esche che, una dopo l’altra, illudono il protagonista di poterlo facilmente sconfiggere, per poi trovarsi lui stesso vinto dal suo unico punto debole: la Kryptonite.

Fra l’altro, il piano di Luthor viaggia in un equilibrio piuttosto interessante fra la più classica macchinazione da villain fumettistico e un taglio realistico abbastanza inaspettato – visti i toni della pellicola – la spietata speculazione edilizia.

In realtà Luthor è solo una miccia che scatena dei profondi complessi morali del protagonista, ancora una volta impotente davanti alla morte di una persona amata, in una sequenza anche piuttosto angosciante in cui Lois Lane, di fatto, viene sepolta viva.

Una sofferenza troppo grande per essere sopportata due volte, e che getta le basi per un’evoluzione ulteriore del personaggio che, insieme al secondo villain più volte – Zod – aprì le porte ad un altro, scintillante successo: Superman II (1980).

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Animazione Avventura Dramma familiare Drammatico Fantascienza Film Pixar Racconto di formazione

Elio – La trappola delle aspettative.

Elio (2025) di Domee Shi è un’avventura fantascientifica di produzione Pixar.

Di cosa parla Elio?

Dopo la perdita dei suoi genitori, Elio è disposto a tutto per avere un’altra occasione…davvero a tutto.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Elio?

Elio in una scena di Elio (2025) di Domee Shi

In generale, sì.

Pur con qualche momento più debole – sopratutto gli snodi narrativi fondamentali, dovuti ad evidenti rimaneggiamenti in corsa – Elio è un film che ha davvero toccato tutti i punti giusti: un racconto non semplice sulla genitorialità e il senso di costante inadeguatezza…

…che riesce ad essere estremamente trasversale nel riuscire a raccontare entrambi i punti di vista: sia quello dello spettatore più giovane, sia quello dell’adulto che l’ha accompagnato alla visione, per un arricchimento comune di cui solo la Pixar è capace.

Fuga

Elio in una scena di Elio (2025) di Domee Shi

Fin dalla prima scena, Elio è in fuga.

La primissima scena è particolarmente potente nel raccontare l’angoscia del protagonista: nonostante i diversi e diversificati tentativi della zia di trovargli un’alternativa soddisfacente nel menù – e, per estensione, nella sua vita – Elio rimane fuori scena, nascosto sotto al tavolo.

Elio in una scena di Elio (2025) di Domee Shi

L’introduzione del personaggio si chiude con poche battute di circostanza che suggellano la dinamica appena introdotta, per accompagnare Elio nel primo atto della fuga che ne definirà il percorso per tutto il film: la convinzione e speranza che ci sia qualcos’altro oltre alla sua mera esperienza terrestre…

…che deve assolutamente evadere.

In questo senso, Elio e sua zia Olga viaggiano su due visioni del mondo inconciliabili.

Prospettiva

Il paradosso di Elio è nelle prospettive dei personaggi.

Entrambi infatti hanno lo sguardo rivolto nella stessa direzione – lo spazio – ma con due visioni dello stesso totalmente opposte: Olga vede nell’ignoto solamente un cumulo di dati e di detriti da sbrogliare, per un lavoro poco emozionante ed ridotto nei termini militareschi, rigidi e ben poco appassionanti.

Elio in una scena di Elio (2025) di Domee Shi

Al contrario, Elio vede nelle stelle una possibilità di riscatto, di vivere delle emozioni che sulla Terra, dove si sente profondamente solo ed incompreso, non riesce a ritrovare, richiedendo insistentemente di essere salvato, in un modo – mettersi al centro di un cerchio sulla sabbia con un messaggio piuttosto esplicito – sulle prime può provocare ilarità…

…ma nella realtà è un grido d’aiuto davvero straziante di un bambino incompreso.

Per questo la scelta più semplice per la zia sembra quella di riportare Elio sul suo stesso tracciato, ovvero quello della scuola militare, in realtà nient’altro che l’occasione per ulteriore bullismo ed emarginazione – e infatti basta pochissimo perché Olga ci ripensi, anche se a quel punto è troppo tardi.

E proprio in questa disparità di visioni sta il nodo del problema.

Inutile

Elio e Glordon in una scena di Elio (2025) di Domee Shi

Né Olga né Grigon hanno avuto i figli che desideravano.

Infatti involontariamente Elio e Glordon si ritrovano così bene fra di loro proprio perché condividono il medesimo dramma: avere delle strade tracciata dai genitori che non si sentono pronti a percorrere.

Una sensazione che emerge particolarmente nel assai amaro siparietto in cui Glordon ammette di essere stato definito in tanti modi, elencando una serie di epiteti poco piacevoli – un’emicrania, un errore… – che l’hanno portato ad essere, proprio come Elio, intrappolato in un irrisolvibile senso di inadeguatezza.

E, paradossalmente, entrambe le figure genitoriali sono legate dalla mancanza di un personaggio fondamentale – i veri genitori di Elio e la madre di Glordon – apparendo per questo inadatti nel loro ruolo e quasi prepotenti nel loro agire, quando in realtà sono semplicemente limitati dal loro poco coraggio nell’accettare compromessi.

Una sensazione che ha il suo apice nel confrontarsi di Elio con la sua copia perfetta, che rispecchia i desideri più egoisti della zia nei suoi confronti, come se questo bastasse per renderla appagata, dimenticandosi del vero ed imperfetto nipote.

E invece proprio qui sta la maggiore forza dei due personaggi.

Conoscere

Elio e Glordon in una scena di Elio (2025) di Domee Shi

Olga e Grigon conoscono i loro figli…

…fin troppo.

Nello specifico risulta particolarmente sorprendente la velocità con cui Glordon si rende conto che Grigon non sia quello vero: proprio lui che sembrava così intrappolato in uno schema impossibile evadere, e che invece si libera dello stesso per salvare la vita al figlio, cullandolo in una scena genuinamente straziante.

In altri termini anche Elio e Olga intraprendono la strada della riappacificazione, anche se più complessa – e, anche per questo, inciampando in non pochi snodi narrativi fin troppo veloci e semplificati – con cui riescono a ritrovarsi nonostante le loro diverse visioni del mondo.

Così l’ultima avventura insieme raccoglie sia le nuove conoscenze di Elio, sia l’esperienza di Olga, che porta infine il protagonista a ritornare sui suoi passi – anche qui, forse fin troppo bruscamente e senza dargli abbastanza respiro – nel trovare nell’affetto della zia un’altra occasione per essere felice…

…persino sulla Terra.