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Disclosure Day – Vedere…e non vedere

Disclosure Day (2026) è un action-scifi che segna il ritorno al genere di Steven Spielberg dopo quasi dieci anni.

A fronte di un budget abbastanza contenuto per il tipo di progetto – appena 115 milioni di dollari – ha aperto non ottimamente al primo weekend, non prospettandosi un successo commerciale.

Di cosa parla Disclosure Day?

Daniel è un programmatore per la misteriosa associazione paragovernativa, la Wardex, che sembra indagare… o sfruttare risorse di un altro mondo.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Disclosure Day?

In generale, sì.

Per quanto la pellicola presenti dei limiti che potrebbero risultare alla lunga quasi fastidiosi – la poca credibilità di non pochi passaggi narrativi, per cui è davvero difficile, alle volte, immergersi nella scena…

…i concetti raccontati sono non meno interessanti ed attuali, e meritano una visione alla luce di un film che per certi versi sembra dialogare – anche se non sempre in maniera efficace – fra il passato e il presente del genere.

Medias Res

Disclosure Day utilizza il più classico aggancio in medias res.

Con tutte le sue insidie.

Il racconto non ha bisogno di introduzioni esplicite, ma porta subito in scena le sue dinamiche, immediate nella loro esecuzione, più complesse per i loro significati: Daniel è un ribelle e per questo è perseguitato da un gruppo pseudo-governativo piuttosto potente ed organizzato, che non ha paura di sporcarsi le mani per i propri obiettivi.

Il problema è che la pesantezza di rendere la spiegazione della posta in gioco a spizzichi e bocconi può in parte rivoltarsi contro il film stesso, finendo a tratti per risultare quasi ridicola nella sua esecuzione… e forse non venendo neanche tanto compensata dalla spiegazione effettiva successivamente proposta.

In parte più vincente l’evoluzione di Margaret, in questo caso per la scelta di rendere il suo racconto ben più lineare e immediato, del tutto comprensibile a fine pellicola, supportata dalla totale mancanza di consapevolezza del personaggio, che agisce spinto da un istinto che non riesce a controllare.

La stessa è tuttavia in parte guastata dalla presenza di Jackson, che dovrebbe fungere da contraltare della protagonista e tenere coi piedi per terra la narrazione, ma finisce, paradossalmente, per rendere ancora più difficile l’immedesimazione nella storia e nelle sue peculiari dinamiche.

E qui arriva il problema principale della pellicola.

Credibile

La sospensione dell’incredulità è la chiave per la serena fruizione di non pochi prodotti audiovisivi.

Nondimeno la stessa deve essere ad un livello coerente con il tono della pellicola: in termini pratici, farebbe strano se le dinamiche surreali di una pellicola come Bottoms (2023) – permessa dal patto narrativo insito nella pellicola – fossero applicate nella stessa misura ad una commedia dai toni più realistici e terreni.

In questo contesto, la credibilità scenica viene meno all’interno di un contesto narrativo in cui il tono della pellicola è estremamente drammatico e basato sulla presenza di un sistema rigoroso e pervasivo, che riesce a spingersi letteralmente oltre i confini delle possibilità umane…

…ma che si lascia sfuggire più e più volte il bersaglio sotto ai propri occhi, al punto che bastava – per un’organizzazione paramilitare, ricordiamolo, con gli occhi ovunque – allungare lo sguardo di pochi metri per trovare i protagonisti che si nascondono nella maniera più improvvisata e meno credibile possibile.

Una scelta che inficia molto sul risultato complessivo di una pellicola che porta al suo interno un grande potenziale.

Intento

Cosa vuole raccontare Disclosure Day?

All’interno di una pellicola così profondamente ambiziosa, che mischia diversi generi, temi e dinamiche, risulta in ultima analisi difficile per la scrivente arrivare ad un giudizio definitivo sul risultato, proprio perché sembra mancare della volontà di arrivare veramente ad un punto, vivendo più che altro di grandi ed importanti spunti non definitivamente sviluppati.

In un certo senso la pellicola pare voler riprendere dinamiche e storie di genere che si potrebbero definire quasi vetuste, ma quantomeno cercando di renderle contemporanee, toccando un tema estremamente attuale, in cui le informazioni, i dati e la conoscenza, quasi più di ogni altra cosa, sono diventati la merce di scambio più importante.

Un tema che si intreccia anche con l’elemento più prettamente religioso per costruire una sorta di Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977) ma in un presente – o un futuro molto vicino – decisamente più angosciante, potendo essere al contempo un punto di partenza interessante per il genere o uno dei più grandi azzardi registici degli ultimi anni.

Solo il tempo potrà darci una risposta.

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Backrooms – Un insostenibile balzo indietro

Backrooms (2026) di Kane Parsons è un horror ispirato all’omonimo creepy pasta.

A fronte di un budget molto contenuto – 10 milioni di dollari – si sta rivelando uno dei titoli economicamente più di successo della stagione.

Di cosa parla Backrooms?

Clark è il proprietario infelice di un negozio di mobili di scarso livello, che nasconde delle… stanze segrete.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Backrooms?

Dipende.

L’opera prima del regista statunitense può risultare indubbiamente suggestiva se quello che si cerca è limitato, appunto, a suggestioni derivate da una leggenda metropolitana certamente intrigante…

…ma che meritava di essere meglio contestualizzata all’interno di una narrativa che si prende fin troppe libertà nel suo vivere di una sottrazione tale da indebolire inevitabilmente l’intera struttura.

Incipit

Essendo che non sono così avvezza al genere e che ero reduce dalla visione di quel gioiello di Obsession (2025), l’incipit di Backrooms l’ho trovato ancora più deludente.

La pellicola si apre con l’introduzione del mistero e dell’orrore, facendo vagamente intendere una missione di immersione in questi luoghi proibiti e misteriosi, a cui si accompagna il racconto di una presenza che infesta dei luoghi già di per sé estremamente spaventosi.

Il problema è che non è niente di nuovo.

Per quanto Backrooms vorrebbe raccontarsi come un horror indipendente ed originale, in realtà fin da subito ripercorre le tappe del più classico e scontate, proseguendo nella presentazione dei protagonisti della storia, con una scena sicuramente suggestiva e piena di potenzialità…

…ma che è assolutamente insufficiente, da sola, per la valenza narrativa che troviamo nella conclusione del film.

E proprio questa mancanza è il maggior punto interrogativo di Backrooms.

Mancanza

Nella storia del cinema non mancano sicuramente esempi virtuosi di narrazione per sottrazione – un esempio recente è certamente Furiosa (2023).

Ma, per quanto Backrooms vorrebbe abbracciare questo tipo di narrativa, nel concreto finisce per perdersi in una narrazione del tutto insufficiente, che sembra proseguire ad enormi balzi, vivendo principalmente di suggestioni, ma mancando di snodi fondamentali della trama…

…mancanza che il film non ha la forza di sorreggere.

Infatti, per quanto sulla carta l’idea di Clark che si perde in questi luoghi della memoria distorta per riuscire a trovare soddisfazione della sua vita attuale sia abbastanza lampante, risulta incomprensibile come fosse considerabile funzionante l’idea di non mostrare la sua esplorazione – anzi perdita all’interno delle backrooms.

Soprattutto visto che la scena di confronto con Mary vorrebbe essere l’apice del suo arco involutivo, che aveva tutte le basi per funzionare in scena tramite l’ossessione del protagonista di essere la vittima designata di figure esterne che desideravano solamente il suo fallimento e derubarlo di ogni cosa.

E per il resto?

Orrore

Far realmente e visceralmente paura non è cosa da tutti.

Purtroppo, nel caso di Backrooms, il terrore emerge da una messinscena non particolarmente originale, che spaventa per i più classici orrori in agguato e i più ovvi jumpscare, riuscendo a risultare effettivamente vincente ed intrigante solo nei (pochi) momenti di tecnica found footage.

Purtroppo, le presenze incontrate non risultano di fatto veramente spaventose quando emergono dall’ombra: una volta portate alla luce, una volta spiegate, perdono gran parte del loro fascino orrorifico, tanto da sostenersi sulla base principalmente di jumpscare e, più in generale, di dinamiche di inseguimento piuttosto classiche.

Forse più interessante poteva risultare la parte della storia di Mary, le cui suggestioni dell’infanzia problematica con la madre indubbiamente richiamano quelle delle backrooms, ma che anche in quel caso, soprattutto a fronte del cambio improvviso di protagonista, risultano insufficienti per poter effettivamente funzionare.

In quest’ottica, appare possibilmente ancora più frustrante il finale della pellicola, che interrompe bruscamente la storia quando sembrava pronta a dargli un minimo di contesto, scegliendo di chiudersi con un’immagine indubbiamente suggestiva ed evocativa, ma che poco aggiunge alla narrazione complessiva.

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2026 Dramma romantico Drammatico Film Horror Nuove Uscite Film Thriller

Obsession – Il vero mostro

Obsession (2025) di Curry Barker è la prima uscita cinematografica del regista, già noto negli ambienti indie per il suo stile sconvolgente e terrorizzante.

A fronte di un budget minimo – meno di 1 milione di dollari – si sta rivelando probabilmente il più grande successo economico – e di pubblico – dell’anno.

Di cosa parla Obsession?

Bear è un ragazzo molto timido con un unico desiderio: conquistare la ragazza dei suoi sogni. Ma se non si sta attenti a cosa si desidera…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Obsession?

Assolutamente sì.

Obsession è la dimostrazione che il genere horror – soprattutto quello indipendente – ha ancora moltissimo da raccontare: un incontro inaspettato quanto vincente fra diversi generi, capace di creare una paura che non ha bisogno di trucchi scenici o jumpscare per spaventare, ma che è talmente pervasiva da rendere lo spettatore parte della scena.

Ne consegue una storia che comincia come una romcom piuttosto classica, ma che si avventura nel più profondo thriller e horror psicologico, facendosi forte della spettacolare espressività dell’attrice protagonista, che da sola riesce a rendere la pellicola probabilmente l’esperienza cinematografica più terrorizzante dell’anno.

Genere

Uno dei motivi per cui Obsession funziona così bene sul lato della paura è l’incontro fra i diversi generi.

A differenza di altri prodotti analoghi, che vogliono farti immediatamente immergere in un contesto orrorifico e fantastico, al contrario, la pellicola parte quasi come una romcom, con il protagonista che deve riuscire a dichiararsi alla ragazza dei suoi sogni, partendo quindi da un contesto verosimile…

…il cui sconvolgimento è tanto più drammatico.

Una scelta tanto più importante in quanto ci permette di metterci effettivamente nei panni del protagonista, per capirne la psicologia, affezionarci persino al suo piccolo dramma, così da riuscire ad assumerne costantemente il punto di vista, come se diventassimo noi stessi vittime della sua storia.

Così Bear, estremamente frustrato dalla sua incapacità di conquistare le simpatie di Nikki, si affida all’ultima arma a sua disposizione: un bastoncino magico su cui riversa il suo esacerbato desiderio di amore, cadendo inevitabilmente in una trappola di sua stessa fattura.

Ed è qui che Nikki comincia davvero a fare paura.

Paura

Riuscire a spaventare davvero lo spettatore, a portare in scena una paura pervasiva che ti entra sottopelle non è cosa da tutti.

Nel contesto di Obsession, la chiave sta proprio nella bravura dell’attrice nel cambiare improvvisamente espressione, nell’assumere quelle pose grottesche – per cui lo spettatore non sa se ridere o spaventarsi – ma anche nella capacità della regia nel rendere spesso la ragazza nient’altro che un’ombra…

…da cui emerge il biancore degli occhi vitrei e il suo enigmatico sorriso.

Ma, paradossalmente, finché Bear ama davvero Nikki ogni suo strambo comportamento va quasi in secondo piano: le prime fasi della loro relazione si consumano nella più totale tranquillità, in un montaggio che davvero potrebbe essere proprio dell’atto centrale di una commedia romantica.

E, forse, è proprio qui il punto del discorso.

Reale

Il comportamento di Nikki è davvero così irreale?

Al netto ovviamente degli eccessi orrorifici – soprattutto dell’ultimo atto, per cui bisogna fare un discorso a parte – la ragazza per certi versi assume comportamenti purtroppo tipici di una relazione di codipendenza, in cui il partner di turno si ossessiona così tanto per il suo compagno da annullarsi totalmente.

Ed è proprio nel momento in cui Bear smette effettivamente di amare Nikki allo stesso modo, la ragazza comincia a perdere il controllo, sia su se stessa che sul partner, dovendo sfogare in altro modo questo irrefrenabile bisogno non solo di amare, ma di avere la certezza di poter essere altrettanto amata.

E per raccontarci il suo orrore, Obsession non ha bisogno di particolari jumpscare o di altri trucchi scenici, forte di un’angoscia che ha ormai pervaso talmente tanto la mente del protagonista – e, conseguentemente, dello spettatore – da rendere anche solo la prospettiva di doversi interfacciare con Nikki un momento di puro terrore.

Ed è tanto più interessante che la pellicola lasci anche spazio al suo lato più drammatico, in cui il vero mostro è Bear stesso, che, per il suo egoismo e la sua scarsa attenzione, ha portato Nikki a perdere se stessa e a farla diventare ossessionata e violenta… ma mai verso Bear.

Una scelta determinante, arrivati al terzo atto.

Sporcare

Obsession gioca consapevolmente col genere, soprattutto nei suoi prodotti più commerciali…

…non riuscendo però ad evaderlo fino in fondo.

Come infatti la pellicola mantiene l’orrore tipico dei film delle possessioni sotto controllo, contestualizzato all’interno della suddetta componente realistica di cui sopra, che riesce a rendere la storia ben più credibile e vicina allo spettatore, nell’ultimo atto si avventura nel campo del body horror…

…rischiando di fare un passo falso.

Se, infatti, da un lato è scenicamente molto immediato assistere agli effetti della scelta di Bear che degenerano all’interno di un vortice di violenza senza freni, dando quindi anche un peso maggiore alla sua scelta di prendersene in toto la responsabilità…

…d’altro, questo gore così improvviso e  non retto da un retroterra narrativo e visivo abbastanza robusto rischia di sporcare inutilmente una pellicola che invece era compatta proprio all’interno della sua verosimiglianza, rischiando infine di rientrare nelle classiche dinamiche da sanguinoso terzo atto di molti prodotti analoghi.

Nondimeno, risulta coraggiosa la scelta di chiudere il film con un finale così drammatico, lasciandoci solo immaginare gli effetti a lungo termine della storia raccontata.

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2026 Drammatico Fantastico Film Musical Nuove Uscite Film

Mother Mary – Ricucire una ferita

Mother Mary (2026) di David Lowery è un dramma fantastico con protagoniste Anne Hathaway e Michaela Coel.

A fronte di un budget stimato di 20 milioni, si sta rivelando prevedibilmente un insuccesso commerciale.

Di cosa parla Mother Mary?

Mary e Sam si sono allontanati molto tempo fa per un litigio mai avvenuto, ma così profondo che…ricucire i rapporti non è per nulla semplice.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Mother Mary?

In generale, sì.

Se si conosce la filmografia di Lowery, appare chiaro che Mother Mary, a differenza di come potrebbe apparire ad una prima visione, è un film complessivamente onesto, che si fa forte di una simbologia fantastica molto immediata e di facile comprensione —  il modo in cui il regista è solito raccontare le sue storie.

La pesantezza della pellicola potrebbe tuttavia derivare dalla natura quasi da dramma da camera, per cui Mother Mary è sostanzialmente un dialogo continuo e serrato fra le sue protagoniste, con intermezzi di evasioni di flashback contaminate dall’elemento del fantastico e del simbolico.

Arrivo

Sam e Mary non sono mai state veramente divise.

Il breve monologo iniziale sembra quasi quello di una madre che parla ad un figlio non ancora nato, il cui cordone ombelicale non è ancora reciso: una suggestione lontana che la porta ad essere presente in una scena di cui non fa parte, ma di cui diventa inevitabilmente testimone.

Così Mary insegue la vecchia amica, la va quasi a stanare per costringerla a ricucire un rapporto nel modo in cui le ha per tanto tempo negato: dando concretezza al suo essere, a quel nugolo di sentimenti che la protagonista non riesce veramente ad esprimere…

…e non con le sue canzoni.

Ma l’ascolto della stessa è negato, perché racconta delle sensazioni che Sam non vuole più sentire, come un racconto indiretto di una storia da cui è stata esclusa contro la sua volontà.

Ma perché Mary ha scelto di allontanarla, seppur involontariamente?

Identità

L’identità di Mary era davvero sua?

L’angoscia della protagonista, soprattutto a fronte della sua evidente e spericolata ascesa, era di aver costruito un personaggio che non la rappresentava, ma creato su misura da Sam, tanto da spersonalizzarsi sempre più drammaticamente – come testimoniano i diversi abiti sempre più scandalosi che l’amica le ricorda aver indossato negli anni.

Ne consegue una sottile ma lancinante fuga, in cui Mary ha voluto – forse quasi inconsapevolmente – escludere Sam dal suo io, finendo per essere succube di stylist piuttosto mediocri – come spesso Sam le ricorda – che non hanno favorito la riacquisizione del sé tanto ricercata – anzi, tutto il contrario.

Le dinamiche in questo senso non sono del tutto esplicitate dalla pellicola, ma è evidente che si trattasse di più di un sentire di Sam, messa progressivamente alla porta fino a diventare non più protagonista – seppur indiretta – della scena, bensì semplice spettatrice di un trionfo che può avvenire anche senza la sua partecipazione.

Ed è a questo punto che la pellicola si avventura in un terreno pericolosissimo.

Fantasma

Si può serenamente affermare, arrivati a questo punto, che il cinema di David Lowery non può mai mancare dell’elemento soprannaturale.

Tuttavia, lo stesso, a differenza di altri registi, è in realtà di semplice lettura – soprattutto nel caso di Mother Mary.

La simbologia estremamente lineare racconta come Sam si sia liberata di un’angoscia interiore che l’infestava, emersa proprio nel momento in cui si è resa conto che la sua presenza nella vita di Mary non era più così necessaria, andando invece a tormentare la vita dell’amica persa.

In questo senso la simbologia si articola in due colori molto essenziali: l’oro – simbolo del tentativo di Mary di trovare una sua propria individualità, quindi costantemente ricercato ed indossato – ed il rosso – simbolo invece del rimorso, che cerca di fuggire ma che è costantemente presente, in maniera sempre più pressante e pervasiva.

Per questo la simbologia così immediata si risolve in due momenti: l’estrazione del fantasma dalle interiora – e l’interiorità – di Mary, e la conseguente trasformazione dello stesso in un nuovo punto di partenza, che riprende le fila del trascorso – personale ed artistico – della loro amicizia.

Ma, ancora più importante, è il momento in cui Mary, andando verso il palco, si spoglia di tutto quello che ha vissuto finora senza l’amica, dandole la possibilità di rivestirla di nuovi abiti e ricominciando a farle ascoltare la sua musica con una canzone dedicata solamente a lei…

…che suggella definitivamente la ricomposizione del loro rapporto.

  

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2026 Biopic Dramma familiare Drammatico Film Musical Nuove Uscite Film

Michael – Un focus molto ristretto

Michael (2026) di Antoine Fuqua è un biopic musicale dedicato alla storia di Michael Jackson.

Di cosa parla Michael?

La pellicola percorre la prima parte della vita dell’icona del pop: dalle sue primissime apparizioni sul palco fino all’emancipazione dalla figura paterna.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Michael?

Dipende.

Parlo partendo da una conoscenza molto superficiale della figura di Michael Jackson, che, purtroppo, il film non è stato in grado di approfondire in modo interessante e, soprattutto, credibile, finendo per idealizzare il suo protagonista in maniera davvero eccessiva.

E, se considerando i nomi coinvolti, poteva pure essere prevedibile, rimane comunque non giustificabile la totale superficialità della storia, che avrebbe potuto facilmente approfondire i lati più problematici della sua figura, pur inserendola all’interno di un’evoluzione del tutto positiva.

E se si considera che non si tratta neanche della fase più controversa della sua vita…

Oppressione

Michael si concentra quasi esclusivamente su un unico, fondamentale conflitto.

Il protagonista che, fin dalla più tenera infanzia, ha dovuto sottostare al giogo opprimente del padre, che pretendeva da lui una perfezione irraggiungibile e che, appena ne ha avuto l’occasione, ha cominciato a spremere ogni goccia del suo talento a proprio vantaggio.

E, accostando il talento naturale di Michael – che sembra emergere senza che sia richiesto alcun concreto sforzo da parte sua – si crea una precisa narrazione per cui il protagonista ci appare come l’ingiusta vittima della situazione, un prodigio strozzato dall’avidità del genitore.

Ma neanche questo aspetto è raccontato fino in fondo.

Michael sembra, per certi versi, muoversi nel perimetro della narrazione favolistica, in cui il protagonista è l’eroe buono e incompreso, e il padre è l’antagonista assoluto, che trama nell’ombra, mentre il resto del cast è composto da una serie di personaggi col medesimo ruolo: l’aiutante.

Non a caso sono proprio questi yes men a fare da eco ad un concetto che la pellicola ci tiene particolarmente a ribadire ad ogni occasione: il protagonista è un prodigio, è unico ed irripetibile…

…e il resto scompare.

Conflitto

Scegliendo di concentrarsi, almeno per ora, sulla parte meno problematica della vita di Michael Jackson, il film ha vita facile...

…eppure sembra tradirsi continuamente da solo.

Per quanto la pellicola voglia mettere al centro unicamente lo scontro col padre, sullo sfondo emergono altri elementi di conflitto, ma di altro tipo: Michael Jackson era un personaggio piuttosto peculiare, anzitutto per il suo rimanere ancorato alla sfera infantile ed il suo costante rincorrere una perfezione irraggiungibile.

Eppure, se Michael sembra costantemente un bambino troppo cresciuto e profondamente solo – oltre al suo staff e alla famiglia non sembra aver nessun altro intorno – se vediamo costantemente il suo aspetto mutare nel tempo per via della chirurgia plastica…

…progressivamente ogni potenziale problematizzazione del personaggio viene taciuta.

Una precisa scelta narrativa che fa sorgere una domanda…

Identità

Chi è Michael Jackson?

È indubbio che la figura di questo personaggio così rivoluzionario della storia della musica sia stata – a ragione o a torto – inquinata nel tempo da diverse accuse che, anche dopo la morte, non hanno mai veramente perso la loro efficacia, anzi sono fra gli elementi più citati fra i non appassionati.

E, per dare riscatto alla sua figura, la pellicola avrebbe potuto offrire uno sguardo più profondo e tridimensionale, affrontando i principali nodi della sua personalità e della sua persona – il suo “infantilismo” e la malattia – anche con una risoluzione totalmente positiva…

…ma almeno affrontandoli.

Invece Michael sceglie consapevolmente di lasciare tutto in secondo piano, volendo ripulire da ogni ombra la figura di Jackson, ma, al contempo, finendo per appiattirla, dal punto di vista personale ma anche – e soprattutto – dal punto di vista musicale.

Infatti, conoscendo così poco del profilo musicale di Jackson, a fine visione mi sono accorta di aver ottenuto pochissime e irrisorie informazioni al riguardo, tanto che, per certi versi, la sua iconicità musicale sembra nascere dal nulla…

…come se fosse già formata, non godendo di alcun retroterra narrativo che mi faccia effettivamente comprendere il suo percorso artistico.

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Super Mario Galaxy – Una bellissima vetrina

Super Mario Galaxy – Il film (2026) di Aaron Horvath e Michael Jelenic è il secondo capitolo della neonata saga cinematografica dedicata all’omonimo personaggio.

A fronte di un budget medio per un prodotto di animazione – 110 milioni di dollari – ha aperto ottimamente al primo weekend, prospettandosi uno dei titoli più vincenti della stagione.

Di cosa parla Super Mario Galaxy?

Dopo il primo capitolo, ormai Mario e Luigi vivono stabilmente nel regno dei funghi continuando ad essere degli…idraulici molto richiesti. Ma Bowser non è l’unica minaccia dell’universo…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Super Mario Galaxy?

Dipende.

Il problema di Super Mario Galaxy – Il film è il suo essere, paradossalmente, non un film: la pellicola è quanto più palesemente una vetrina per il brand, composta da diversi segmenti quasi autoconclusivi per ingoiare il pubblico più inesperto ed emozionare i fan più accaniti, soffrendo per questo di una debolezza narrativa piuttosto impattante.

Una debolezza che viene però compensata da una particolare attenzione nel rendere in maniera più interessante e diversificata l’esperienza di gioco sullo schermo, con diverse soluzioni visive estremamente creative e che possono concretamente essere una gioia per gli occhi per gli appassionati…

…a discapito di tutto il resto.

Pretesto

La trama di Super Mario Galaxy è intrinsecamente pretestuosa.

La pellicola si va ad incastrare in una delle più classiche trappole dei road movie: non rendere credibili i motivi per cui i personaggi si dividono o restano bloccati in determinate tappe del loro viaggio, rivelando una costante debolezza di fondo in questo senso.

Una fragilità che si nota soprattutto nella partenza della Principessa Peach, che non ha, di fatto, nessun motivo per volersi separare dai Super Mario Bros., ma ne ha invece moltissimi, a livello extra-narrativo, per scegliere di sdoppiare la narrazione su due linee differenti.

E il montaggio non aiuta…

Solitamente, quando si vogliono raccontare due o più storie insieme, la scelta di come incastrare le varie vicende è vitale per dare un buon ritmo alla narrazione, e creare l’illusione scenica che le due storie siano in realtà intersecate e contemporanee, finché non si uniscono effettivamente.

Al contrario, in Super Mario Galaxy le storie di Peach e dei due fratelli vivono separatamente come in scompartimenti stagni, che solo fortuitamente si incontrano infine in scena, come se non avessero entrambe abbastanza spazio per convivere, quasi forzate all’interno di un’alternanza piuttosto macchinosa…

…ma assolutamente funzionale al vero obbiettivo del film.

Vetrina

Come anticipato, Super Mario Galaxy non è un film.

È una vetrina.

La divisione così netta fra le diverse parti della storia e dei personaggi è dovuta ad una precisa scelta di concedere abbastanza spazio ai singoli segmenti di combattimento…che non sono altro che una trasposizione cinematografica di momenti del gioco, che lo spettatore può rivivere sul grande schermo.

E, forse paradossalmente, il film non è mai banale in questi momenti, anzi risulta particolarmente ispirato, trovando le più diverse soluzioni per portare in scena un platform che, per sua natura, nasce in un contesto bidimensionale – e che infatti è richiamato nella scena di “creazione” del percorso da parte di Bowser Junior.

E, ancora di più, queste scene raccontano un aspetto del gameplay che i giocatori conoscono molto bene: i punti più difficili del percorso che possono essere superati solamente con la giusta dose di astuzia e di tempismo – ben rappresentato dalla strategia di Mario per superare il muro di Thwomp.

Eppure, proprio per questa grande concentrazione sull’aspetto visivo, si perde tutto il resto.

Aleatorio

La maggior parte dei personaggi soffre una presenza piuttosto aleatoria e per nulla approfondita.

Questo aspetto va soprattutto a pesare sui personaggi nuovi, che non possono godere neanche di quel minimo di approfondimento concesso nella prima pellicola, in cui l’esempio più eclatante è sicuramente Joshi, simpatica aggiunta al team, ma che viene immediatamente assorbita dal gruppo, con appena un accenno di conflitto con Toad mai veramente esplorato.

Ma chi ne soffre di più è soprattutto Bowser.

Come il film inizialmente sembrava voler fare percorrere all’antagonista principale di Super Mario una parabola di redenzione – pur puntellata da accenni di malvagità ancora non del tutto sopita – la stessa vive unicamente in funzione della prosecuzione della trama per fare dividere Bowser dai due protagonisti…

…senza neanche permettergli quel minimo accenno di rimorso per cui bastavano davvero due righe di sceneggiatura, ma che si perdono invece in un riavvicinamento con il figlio e in una sconfitta che per la maggior parte avviene fuori scena – tanto da essere esplicitata solamente nella scena midcredit.

In maniera analoga, per quanto i dubbi della Principessa Peach fossero derivati dal precedente film, presentano un’evoluzione complessivamente piuttosto debole nei confronti di Rosalinda – dovuta in parte anche al pochissimo approfondimento concesso a quest’ultima…

…per una pellicola che, paradossalmente, avrebbe funzionato molto meglio come antologia di episodi autoconclusivi.

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28 Anni Dopo – Il tempio delle ossa – Una visione duale

28 anni dopo – Il tempio delle ossa (2026) di Nia DaCosta è il sequel del rilancio della saga cinematografica creata da Danny Boyle.

È difficile fare una stima dei ricavi, in quanto sia 28 anni dopo (2025) sia il suo sequel sono stati girati insieme: nel complesso, ha guadagnato 58 milioni di dollari.

Di cosa parla 28 Anni Dopo – Il tempio delle ossa?

Dopo le alterne avventure del primo capitolo, il giovane Spike si trova coinvolto in una gang… piuttosto particolare.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere 28 Anni Dopo – Il tempio delle ossa?

Assolutamente sì.

Per quanto Nia DaCosta non riesca, ovviamente, a raggiungere le vette registiche di Boyle col precedente capitolo, nondimeno risulta vincente nell’imprimere la sua impronta artistica, pur in maniera più sottile, preferendo abbracciare la scena piuttosto che farla esplodere.

Al contempo, 28 Anni Dopo – Il tempio delle ossa funziona molto bene sia come capitolo mediano, sia per dare una chiusura tematica e narrativa a personaggi precedentemente introdotti, fungendo sia come pellicola conclusiva che come punto di partenza per un eventuale sequel.

Insomma, da vedere.

Dio

Jimmy è un dio?

Certamente un dio particolarmente indifferente, che vive unicamente per riempire la sua mano di dita pronte ad essere la sua naturale estensione, tanto da riprenderne direttamente il nome e, in parte, l’aspetto, snaturandosi di ogni tipo di personalità propria.

E, infatti, morto un Jimmy, se ne fa un altro.

Per quanto il figlio naturale di Old Nick avrebbe potuto salvare una delle sue dita, preferisce che la stessa faccia il suo naturale corso, scomparendo sotto ai colpi del giovane quanto astuto Spike, che viene suo malgrado inglobato all’interno di quella che si può tranquillamente definire una setta…

…nata da un inevitabile bisogno umano: fare gruppo.

Primitivo

Se nel primo capitolo il bisogno primitivo del maschio dominante – Jaimie – era l’essere l’eroe della storia in senso fisico…

…per Jimmy è un bisogno tutto morale, quasi religioso.

Probabilmente la diagnosi del Dr. Kelson sarebbe che Jimmy soffre di schizofrenia, o di un’altra condizione mentale, per cui è tormentato da voci che gli comandano di compiere gli atti più efferati, che lui associa ad una sorta di coscienza divina che lo guida in un mondo afflitto dal puro caos.

Ma non c’è menzogna nelle convinzioni di Jimmy, bensì una vivace testardaggine nel voler riscrivere il mondo intorno alla sua persona, scaturita da quell’orrenda immagine del padre che si consegna al presunto piano apocalittico del suo dio per essere divorato dall’onda di infetti.

E tanto più l’atto di purificazione è doloroso e efferato, tanto più si confà al mondo della violenza che circonda Jimmy e gli altri personaggi, che riscoprono, a livelli diversi, il piacere della brutalità libera e spietata – che ha la sua massima espressione in Jimmima, unica fra i Jimmy ad avere un nome proprio, per quanto derivativo.

E, in questo contesto, il Dr. Kelson è il perfetto contraltare.

Visione

Il Dr. Kelson si attarda serenamente in una visione del mondo ormai compiuta.

L’anziano dottore, infatti, non può che smussare gli angoli di una realtà che sembra ormai impossibile da salvare, riuscendo temporaneamente ad addomesticare l’alpha Sansone, massima espressione di quel mondo ormai fuori controllo, quasi una naturale evoluzione dello stesso.

Eppure, proprio quando Kelson sembrava ormai pronto a concedere la pace eterna al suo nuovo amico, lo stesso gli offre la chiave per comprendere davvero la natura dell’infezione e come la stessa non ci snaturi, ma semplicemente ci annebbi la mente, tanto da farci vedere il mondo intorno a noi come una realtà da fare a pezzi.

Per questo è tanto più interessante vedere la progressiva presa di coscienza di Sansone, che comincia a vedere il mondo intorno a sé non attraverso gli occhi della malattia, ma bensì del ricordo: il panorama naturale sfreccia davanti al suo sguardo attonito, e in un momento torna ad essere un giovane ragazzo seduto sul treno insieme alla sua famiglia.

Particolarmente azzeccata in questo senso la scena in cui il personaggio mescola il ricordo col presente, tanto da rispondere quasi automaticamente all’approccio di uno degli altri infetti, per poi tornare allo stato primordiale di violenza… ma questa volta non per distruggere, bensì per difendersi.

E il suo paradosso si consuma nel finale.

Incontro

L’incontro fra il Dr. Kelson e Jimmy segna un punto di arrivo fondamentale.

Istigato da un personaggio potenzialmente pure più ossessionato dalla figura di Old Nick di lui – Kelli – Jimmy si avventura nel tempio delle ossa pensando di incontrare finalmente il proprio padre spirituale, scontrandosi invece con una visione del mondo contraria alla propria, che lo costringe a razionalizzare le proprie credenze.

Ed è proprio questa scintilla di razionalità, che dovrebbe portare Jimmy a comprendere la limitatezza delle sue vedute, che invece lo rende ancora più ossessivo nella sua missione divina, resosi comprensibilmente conto di quanto, in mancanza della stessa, la sua esistenza sarebbe ben più miserabile.

A questo punto il racconto sfocia sostanzialmente nel grottesco, alimentato dallo stesso Dr. Kelson, che assume realmente i panni di Old Nick, come voluto da Jimmy, facendosi portavoce della sua esacerbata egomania… ma anche rivoltandogli contro la sua stessa fede per salvare Spike.

E così la chiusura di entrambe le prospettive – quella più razionale del Dr. Kelson e quella invasata di Jimmy – apre le porte ad una più cauta prospettiva positiva, incarnata da Spike e Kelli, che si lasciano alle spalle entrambi – e anche Sansone rinato, che Jimmy vede paradossalmente come il demonio…

…per riconnettersi con le radici della saga e, si spera, con un potenziale terzo capitolo conclusivo.

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Zootropolis 2 – La zampa traditrice

Zootropolis 2 (2025) di a Byron Howard e Jared Bush è il sequel dell’omonimo film del 2016.

A fronte di un budget medio per un film d’animazione – 150 milioni di dollari – ha aperto in maniera scoppiettante al primo weekend.

Di cosa parla Zootropolis 2?

Giusto una settimana dopo la conclusione del primo capitolo, Judy e Nick sono compagni di squadra…ma non veramente uniti.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Zootropolis 2?

Assolutamente sì.

Al netto di qualche debolezza narrativa – già in parte insita all’interno del primo capitolo – il sequel di Zootropolis riesce ad essere ancora più vincente nel suo racconto politico molto più serio e contemporaneo…

…oltre alla costruzione della mitologia interna e dei rapporti fra i protagonisti davvero appassionante, pur andando, per certi versi, a sacrificare l’importanza delle figure più secondarie.

Momento

Dal primo capitolo di Zootropolis è passato un tempo incredibilmente breve.

Ed è una scelta estremamente mirata.

Nick e Judy si ritrovano nuovamente ad essere compagni nella insidiosa lotta contro il crimine quando, nel concreto, non è stato dato veramente loro il permesso di farlo – analogamente ai primi approcci della protagonista nel precedente capitolo.

Ed è una scelta particolarmente vincente perché utile a dare nuovi spunti ai protagonisti per conoscersi e riconoscersi, all’interno di una crescente incapacità di Judy di darsi dei limiti e, più in generale, di riuscire a guardare oltre al mero mistero che sta inseguendo.

E diversi campanelli d’allarme suonano all’interno della pellicola, proprio nel sarcasmo di Nick, una sorta di noioso brusio di sottofondo, una protesta dispettosa che però diventa sempre più insistente, fino ad esplodere nell’atto centrale: un fondamentale problema di incomunicabilità.

La questione di fondo di entrambi i personaggi è di sentire un legame significativo col proprio partner, ma di non saperlo concretizzare all’interno di un lavoro di squadra, invece intestardendosi sull’essere soli contro al mondo: se Judy vive solo per il caso, Nick ci racconta continuamente un’insoddisfazione interiore che non riesce ad esprimere.

Ovvero, vedere la sua amica distruggersi, fisicamente e mentalmente, per un problema troppo grande per lei.

Ma se c’è distruzione, c’è anche rinascita.

Carota

Se la carota si distrugge all’apice del loro scontro, la stessa è in realtà un punto di partenza.

Il registratore infatti si spezza come si spezza la voce, la frase di Nick quando trova il coraggio per comunicare i suoi veri sentimenti, quando cerca di mettere un freno alla corsa suicida di Judy, ma finisce solo per convincerla di essere davvero sola nella sua lotta contro al mondo.

Per questo è tanto più significativo che proprio quello sia il momento della loro divisione: Judy, troppo concentrata sulla risoluzione del mistero, non è capace di rivelare in tempo l’inganno di Pawbert, ma ne rimane vittima – mentre, forse, una mente più scaltra come Nick non si sarebbe fatta giocare così facilmente.

E, infine, l’ammissione delle loro insite debolezze, dopo aver concretamente rischiato la propria vita per salvare quella dell’altro, è un momento di incontro fra le differenti visioni del mondo che racchiude nel micro il macrotema di tutta la pellicola…

…politicamente anche più interessante del primo capitolo.

Diversità

Senza nulla togliere ai fondamentali concetti di Zootropolis, il suo sequel evade gli schemi più classici in maniera davvero inaspettata.

Infatti il primo capitolo, per quanto avesse un racconto politico molto significativo, era altresì inquadrato all’interno di uno schema più strettamente favolistico: riducendo molto del racconto alla sua ossatura, si trattava sostanzialmente del tropo narrativo dell’antagonista che vuole conquistare il mondo e riscriverlo secondo i propri desideri.

Al contrario. in Zootropolis 2 il discorso si allarga notevolmente, passando dall’essere un semplice thriller ad un effettivo thriller politico, in cui gli antagonisti sono inquadrati all’interno di una trama politica piuttosto subdola e con molti echi nella storia statunitense, con una discriminazione sistematica e basata su un pregiudizio così radicato che basta da solo per annullare un intero popolo.

E questa scalata al potere, questa narrazione antagonistica è così pervasiva da far gola ad un personaggio apparentemente positivo come Pawbert, che sceglie consapevolmente di essere il villain della storia a patto di poter far parte di una famiglia che mai l’ha veramente voluto, proprio per la sua inadeguatezza.

In altre parole, il personaggio fa un percorso inverso a quello dei due protagonisti, accettando la sua natura predatoria e non volendosi distinguere positivamente – o, meglio, non volendo rischiare in questo senso, come già tutta la sua oasi così riccamente arredata lascia presupporre.

Ma l’altro lato della medaglia è meno vincente.

Immediato

Per quanto Zootropolis 2 riesca complessivamente a funzionare nei suoi diversi snodi narrativi, anche quelli più rischiosi, meno vincente è nella gestione di Gary.

L’attaccamento del serpente a Pawbert quanto a Judy è fin troppo immediato, e manca del respiro necessario per arrivare ai momenti più drammatici – il tradimento e la definizione di Judy come migliore amica – per un personaggio che soffre molto per il poco minutaggio concesso, nonostante la sua storia sia il fulcro della vicenda. 

Tuttavia, ad una seconda visione posso dire che questo problema è parzialmente riassorbito all’interno della caratterizzazione di Gary, figura estremamente ingenua e assolutamente positiva – estensione, in un certo senso, della sua bisnonna, in una contrapposizione positivo e negativo piuttosto classica.

In questo senso forse Zootropolis in generale pecca in parte nel mettere al centro della storia personaggi parzialmente grigi e i cui dilemmi morali sono ampiamente esplorati – Judy e Nick – e nel circondarli di figure dalla moralità più netta ed immediata – Gary e la famiglia.

Ma c’è un motivo per cui Zootropolis 2 è così speciale.

Perché Zootropolis 2 è così speciale

La bellezza di un’opera sta anche nei suoi dettagli.

In un mercato dell’animazione che ha già più volte percorso le strade degli animali antropomorfi e delle loro città umane, Zootropolis 2 risulta particolarmente vincente nella cura che mette nel definire gli spazi e la lore generale, con non poche accortezze che la rendono una pellicola davvero preziosa.

Due su tutte.

Riguardo ai rettili, quando Judy e Nick arrivano nel locale clandestino, si scoprono a doversi sedere non su sedie, ma su dei rami contorti – proprio adatti agli ospiti serpenteschi – e così, nella casa della bisnonna, i serpentelli non misuravano il procedere della loro crescita in verticale, ma bensì – giustamente – in orizzontale.

Altrettanto piacevole è la cura di molte delle battute e dei giochi di parole: quando Pawbert si presenta a Judy gli tende la zampa – paw, in inglese – e dice appunto “Paw” invece che il suo nome completo, o anche quando Gary si presenta come Gary De’Snake che suona in inglese come Gary The Snake, ovvero Gary Il Serpente.

Piccoli accorgimenti, per un’opera davvero pensata.

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2025 Avventura Commedia Drammatico Fantastico Film Musical Nuove Uscite Film

Wicked for Good – Una storia senza fondamenta

Wicked for Good (2025) è il sequel di Wicked (2024), tratto sempre dall’omonimo musical di Broadway.

A fronte di un budget abbastanza importante – ma non eccessivo – ha avuto una buonissima apertura al primo weekend.

Di cosa parla Wicked for Good?

Cinque anni dopo le vicende del primo film, Elphaba e Glinda si ritrova nemiche senza volerlo, in un mondo sempre meno favolistico di quello che sembra…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Wicked for Good?

Dipende.

Purtroppo Wicked for Good risulta decisamente più debole rispetto alla prima parte, sfruttando con meno intelligenza il materiale originale – già di per sé non particolarmente avvincente – e andandosi ad incastrare in un girotondo narrativo ben poco robusto.

Riesce comunque ad essere vincente per un pubblico di appassionati e per chi semplicemente vuole conoscere la conclusione della storia, a fronte anche di un racconto del rapporto delle protagoniste genuinamente commovente e coinvolgente.

Insomma, dipende tutto da quanto vi interessa il progetto in primo luogo.

Premesse

L’incipit di Wicked for Good ha la semplice quanto essenziale finalità di reintrodurre lo spettatore alla situazione politica di Oz.

Di fatto gli animali schiavizzati per costruire la fantomatica strada dai mattoncini dorati sono uno spaccato piuttosto significativo del significato tutto di Wicked: una distorsione della realtà venduta come un sogno dal sapore favolistico.

E così l’intervento di Elphaba racconta altresì chiaramente la sua figura come minaccia incombente, costruita su una struttura sempre più delirante di leggende popolari che si affollano nella mente del popolo, tanto da renderla effettivamente temibile.

E a poco servono i tentativi della Strega dell’Ovest di convincere gli animali a ripopolare una terra in cui ormai sono sistematicamente ghettizzati e subordinati al potere umano, tanto da essere persino avvelenati dalla grottesca presenza del Leone fifone che Elphaba aveva salvato nel precedente capitolo.

Eppure, forse una speranza è possibile?

Promesse

La storia di Glinda è, complessivamente, forse una delle più indovinate della pellicola.

Il suo personaggio ripercorrere i sentieri della memoria per ricordarsi come, fin da bambina, fosse stata circondata da attenzioni che le hanno costruito su misura il ruolo della strega buona e amabile, nonostante questi poteri fossero del tutto inesistenti – o, perlomeno, mai realmente approfonditi per permetterle di brillare concretamente.

E così anche nel presente Glinda non è altro che una facciata – come d’altronde lo stesso Mago – per Madame Morrible e la sua cerchia di potere per costruire un sistematico sistema di caste, con gli umani Oz in cima e tutto il resto sotto a cascata – persino gli innocenti Mastichini – costretta in una situazione che la fa soffrire terribilmente.

In questo contesto quindi è tanto più naturale – per quanto non proprio robusto nella sua gestione – che Glinda provi a portare Elphaba dalla sua parte, facendosi innocentemente anche forza della triste consapevolezza del Mago di essere nient’altro che un burattino con un ruolo che ormai non è più possibile evadere.

Ma, arrivati a questo punto, la trama comincia a girare su se stessa.

Scontro

Per quanto fosse sostanzialmente naturale lo scontro con il Mago, il passaggio alla parte centrale è quanto più debole.

La scena delle gabbie, infatti, proprio per il suo significato di racconto del sommerso, delle reali intenzioni del Mago, manca di un retroterra narrativo abbastanza forte – una problematica complessivamente molto comune in questa pellicola – tanto che Oz, come era scomparso dietro alla definizione di Magnifico…

…tanto più viene appiattito nella sua presunta cattiveria.

Ne consegue che tutta la parte centrale risulta a tratti ridondante, dispersa in questo sogno d’amore che dovrebbe arricchire la scena e il personaggio di Elphaba, ma che finisce inevitabilmente per appiattire Fiyero – che passa dall’essere un’interessante voce rivoluzionaria ad una figurina sullo sfondo.

Di fatto, il fulcro della scena veramente significativo rimane lo scontro fra Elphaba e Glinda, che passano addirittura alle mani quando la strega buona diventa sostanzialmente e definitivamente complice di Madame Morrible, arrivando ad un risveglio di consapevolezza significativo e appassionato…

…quanto lenitivo per tutto il resto.

Eredità

Per la parte della riscrittura de Il mago di Oz è forse quella per cui Wicked for Good ha sofferto di più l’attaccamento al musical.

Lo spettacolo teatrale gioca molto sul mostrare e, soprattutto, non mostrare i personaggi classici della favola, ma nel contesto filmico diventa una scelta scenica quasi pretestuosa, al punto che l’unico personaggio veramente significativo è l’Uomo di Latta – pur in un cambio di umore forse fin troppo repentino e poco credibile.

Al contrario, gli altri personaggi vivono o della conoscenza pregressa dello spettatore o di situazioni al limite veramente del credibile – particolarmente Fiyero, che non ha nessun motivo per unirsi alla lotta contro Elphaba – e scompaiono di fatto davanti all’appassionata canzone di chiusura – For Good.

Ne consegue che molte scelte del finale – la credibilità della botola, di Glinda che crede davvero che Elphaba sia morta con l’acqua, financo la dipartita forzata del mago – risultano fumose e quasi accessorie all’interno di una produzione cinematografica che ha voluto più di tutti puntare sull’unione fittizia quanto reale delle due protagoniste…

…dimenticandosi di dare abbastanza valore a tutto quello che le circondava.

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2025 Dramma romantico Drammatico Film Luca Guadagnino Nuove Uscite Film Thriller

After The Hunt – Mano mangia mano

After the Hunt (2025) è un thriller psicologico con protagonisti Julia Roberts, Andrew Garfield e Ayo Edebiri, per la regia di Luca Guadagnino.

A fronte di un budget sconosciuto, ha aperto con un riscontro abbastanza ridotto – per quanto prevedibile – al box office.

Di cosa parla After the hunt?

Alma è una stimata professoressa di Yale, che ha nella sua corte due personaggi piuttosto ambigui che si incontrano…come non avrebbero voluto.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere After the hunt?

Assolutamente sì.

After the hunt è uno dei ritratti più spietati quanto lucidi dell’evoluzione degli Stati Uniti contemporanei, partendo da un momento di massima radicalizzazione – gli anni finali del #MeToo – fino ad arrivare ad un presente forse anche peggiore.

Un racconto che si snoda in un terzetto di personaggi estremamente ambigui, che segue ed al contempo evade un copione sociale già scritto, a cui viene assegnato un ruolo, che però crolla su se stesso in un panorama ben più fumoso ed inafferrabile.

Insomma, dopo un racconto molto più pop come Challengers (2024), un’opera che mi ha decisamente più convinto.

Scandito

La vita di Alma è meticolosamente scandita.

I primissimi momenti della pellicola sono utili ad inquadrare a grandi linee il personaggio e le figure che la circondano, pochi ma fondamentali tasselli – il marito ombra, la pupilla, l’amante impossibile – che l’accompagnano verso il punto di partenza della sua storia: la cena.

Guadagnino introduce brevemente la situazione per poi penetrarla con lo sguardo registico in medias res, quando dinamiche apparentemente ripetitive e scontate hanno già preso piede: illazioni nei confronti di Maggie e, pur in maniera diversa, nei confronti di Alma.

Viene, in altre parole, raccontato il panorama sociale in cui la storia si muove – intorno alla fine degli Anni Dieci – in cui, mentre Hank si sposta furbescamente al fianco e in difesa di Alma, Maggie ha già svelato una delle tante contraddizioni del suo personaggio, rappresentata dalla misteriosa busta.

Ma una figura ulteriore ha un ruolo fondamentale in questo scenario…

…pur occupandone i margini.

Frederick entra e esce programmaticamente di scena, la osserva e l’analizza, e dà il suo fondamentale commento quando la stessa si sta per concludere, mettendo un punto fondamentale alla caratterizzazione della moglie: Alma vive soprattutto dell’approvazione e dell’adorazione degli altri, a prescindere dal loro valore.

Ma le attenzioni di qualcuno vogliono essere assolutamente esclusive.

Rapace

Maggie è una figura rapace.

L’incipit della sua macchinazione è ben rappresentato dalla falsa soggettiva sui due bicchieri sul tavolo, che osserva pensierosa nella penombra, prima di uscire di scena per lunghissimi momenti, ricomparendo solamente nel primo atto della sua tragedia.

E, quando riappare, è rannicchiata in una posizione meccanica e innaturale, che dovrebbe raccontare la sua sofferenza, facendola sembrare invece in agguato per l’arrivo di Alma, che costringe fuori dalla sua abitazione, dove è sicura – e infatti così succederà – che verrebbe invece insidiata da Frederick.

E qui comincia un importante gioco di mani e di non detti.

Il racconto di Maggie è volutamente lacunoso, lascia intendere quello che dovrebbe essere successo dopo le attenzioni di Hank, ma non lo dice mai esplicitamente, preferendo invece concentrarsi sul creare una connessione emotiva e fisica nei confronti di Alma, scegliendo con attenzione parole e gesti.

La ragazza cerca infatti di ritrovarsi con la donna in un terreno comune di violenza subita, azzardandosi ad introdurre un’informazione che non dovrebbe avere, sottolineando il momento con una mano poggiata vicino a quella di Alma con il palmo verso l’esterno, pronta ad essere afferrata…

…ma senza che questo succeda.

Mani

Si sviluppa così una trama profondamente rapace, che ha il suo primo apice – e apparente punto di arrivo – nella riapparizione violenta di Hank, che riesce a dare ulteriore margine di manovra al racconto vittimistico di Maggie, che ritorna nella sua posa strategica per essere finalmente raccolta da Alma.

Anche in questo caso sono fondamentali le inquadrature sulle mani di personaggi – e il loro contrasto: Alma mostra un tocco consolatorio ma incerto, mentre Maggie inarca le dita proprio come un rapace, svela la sua lucidità sgranando gli occhi e osservando un convitato di pietra – letteralmente – con cui il suo sguardo si scontra.

Un momento chiave che definisce anche gli attimi successivi fra le due, una continua rincorsa, soprattutto a fronte della cena risolutiva, che dovrebbe confermare il supporto di Alma, che cerca persino di raggiungere fisicamente Maggie, aggrappandosi al suo lato del tavolo…

…ma scontrandosi con una chiusura categorica della ragazza, anche a fronte dello smascheramento – pur prevedibile – di Frederick, che non solo la sbeffeggia, facendole indirettamente ammettere di essere una figura accademicamente inconsistente, ma minando anche il suo momento di confronto con le sue programmatiche interruzioni.

Ma Alma ha una battaglia tutta sua.

Facciata

Alma vive di molte facciate.

Dopo un ritiro non voluto dalle scene, la donna vive rinchiusa nei suoi obiettivi a breve termine – e forse anche nel fascino della corsa per ottenerli: da una parte le attenzioni di Hank, che la seduce e la glorifica costantemente, dall’altra la cattedra, punto di arrivo che ormai dà quasi per scontato.

In altri termini ad Alma piace raccontarsi come una donna piacente e di successo, che si circonda di ammiratori all’interno del suo tempio di ricchezza, che in realtà non è altro che una facciata ben costruita che racconta un’interiorità ben più divisa e ambigua, che preferisce rifugiarsi in ambienti spogli ed insospettabili.

Col proseguo della narrazione ci avviciniamo sempre di più ad un racconto di una vita fatta di rimorsi, di un essere costantemente legata a qualcosa che non può avere – o che non vuole veramente avere – piuttosto che a quanto già possiede, prima di tutto con il rapporto distaccato col marito, un fantasma della sua esistenza.

In questo senso è significativo come Alma ignori sistematicamente le attenzioni di Frederick, unica persona realmente onesta e leale della sua vita, sia quando cucina per lei – e neanche le risponde – sia quando cerca le sue attenzioni sessuali, risultando come l’ennesimo personaggio in adorazione.

Lo sconvolgimento della vita di Alma, insomma, riguarda ogni cosa possa disturbare i suoi meri interessi.

Stanato

Qual è la verità?

Guadagnino sottolinea a più riprese come la stessa non sia il punto del discorso, quanto più il tipo di narrazione che vi è costruita intorno, ma che suggerisce comunque sotterfugi, vendette e, forse, un tentativo di approccio finito male, che si ripresenta nell’ultima scena con Hank.

Un punto di arrivo in cui tutti i personaggi si sentono in qualche modo delle vittime del sistema, continuando ad urlare il loro dissenso, la loro insoddisfazione e la loro sconfitta, fino a cadere preda di loro stessi e privati di quelli che sembravano i loro obbiettivi di una vita…

…eppure non lo erano.

Il presente dei cinque anni successivi mette un punto ad una storia di un terzetto di figure egoiste e approfittatrici, che si nascondono dietro alle blande scuse di un sistema ingiusto per lamentarsi di non raggiungere i loro traguardi, facendosi portatori di battaglie che scelgono facilmente di abbandonare alla prima occasione, per riproporsi in una veste nuova.

Per questo il finale è tanto più significativo per raccontare un assolutismo passeggero, che non cambia realmente la fondamentale incomunicabilità insita in un’umanità alla disperata ricerca di vittime da lodare, eroi da glorificare e nemici da sconfiggere…

…in un individualismo sfrenato che ha solo bisogno del giusto palco per potersi mostrare.