Categorie
Avventura Biopic Commedia Dramma familiare Drammatico Film L'eredità Nuove Uscite Film Oscar 2023 Racconto di formazione

The Fabelmans – La magia del cinema povero

The Fabelmans (2022) è l’ultima opera di Spielberg, e quella più personale della sua produzione.

Più che un film, un commosso e sentito omaggio alla sua famiglia.

Purtroppo, a fronte di un budget di 40 milioni di dollari, ne ha incassati appena 45…

Il cinema semplice road to oscar 2022 che si svolgeranno il 28 marzo 2022

Candidature Oscar 2023 per The Fabelmans (2022)

(in nero i premi vinti)

Miglior film
Miglior regista
Migliore sceneggiatura originale
Miglior attore non protagonista a Judd Hirsch
Migliore attrice non protagonista a Michelle Williams
Migliore colonna sonora
Migliore
scenografia

Di cosa parla The Fabelmans?

Un giovanissimo Sammy viene portato per la prima volta al cinema. Un’esperienza che lo segnerà per sempre…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere The Fabelmans?

Gabriel LaBelle in una scena di The Fabelmans (2022) di Steven Spielberg

Assolutamente sì.

Prima di vedere The Fabelmans, avevo dei grossi dubbi, dal momento che fa parte di un genere – quello del biopic – molto standardizzato nelle tematiche e nelle dinamiche, che gioca spesso su trigger emotivi facili e scontati, e che per questo non apprezzo particolarmente.

Non è il caso di The Fabelmans.

Vedendo questa pellicola si ha la costante sensazione di trovarsi davanti al racconto di una storia vera, che non cerca di farti piangere o emozionare per forza, ma piuttosto di coinvolgerti e intrattenerti attraverso dinamiche piacevoli, divertenti e genuine.

E con la splendida mano autoriale di Spielberg.

Una storia vera…

Paul Dano e Michelle Williams in una scena di The Fabelmans (2022) di Steven Spielberg

Ovviamente non potremo mai sapere quanto Spielberg abbia inventato e quanto ci sia di vero in The Fabelmans.

Ma, se si è inventato tutto, ci ha ingannati perfettamente.

La pellicola è quasi una raccolta di aneddoti, senza focus così forte sull’aspirazione del protagonista di diventare un regista, né foreshadowing volti a celebrare il suo genio. Al contrario, un racconto vero e sentito della nascita della sua passione, ma all’interno di una storia più ampia e sentita su una famiglia imperfetta.

Per tutta la durata non sapevo cosa aspettarmi, perché non c’era niente di veramente scontato.

…per un cinema vero

Gabriel LaBelle in una scena di The Fabelmans (2022) di Steven Spielberg

Nonostante appunto non sia del tutto il punto centrale della pellicola, il racconto dello sbocciare della passione del cinema per il protagonista è la parte più affascinante della storia.

Spielberg è riuscito a mostrarci, attraverso dinamiche credibili e interessanti, come riusciva a girare piccoli film muti, facendo leva sulla sua incredibile creatività e ingegnosità per creare degli effetti speciali caserecci, ma di grande effetto.

E mostrando già la sua capacità nel dirigere gli attori e l’occhio registico che stava sviluppando per i particolari da mettere in risalto, riuscendo a dare tridimensionalità e profondità alle scene e alle storie che portava in scena.

Fra l’altro con una perfetta corrispondenza fra la tecnica mostrata nei film amatoriali, e quella che caratterizza il film stesso.

Raccontarsi

Gabriel LaBelle in una scena di The Fabelmans (2022) di Steven Spielberg

Raccontare sé stessi non è mai facile.

Tanto più quando sei uno dei più grandi maestri del cinema.

Tuttavia, mai nella pellicola ho sentito che Spielberg volesse in qualche modo autocelebrarsi. Al contrario, mi è sembrato che volesse mettere in scena proprio lo sbocciare della sua passione e di come effettivamente avesse cominciato a guardare il mondo con l’occhio della macchina da presa.

Davanti a questo ottimo risultato, non posso che fare un paragone con un’altra opera di taglio autobiografico di recente produzione: Bardo (2022) di Alejandro Iñárritu. Per quanto mi renda conto che si tratta di due film molto diversi, in entrambi il regista si propone di mettere in scena la sua vita e la sua arte.

E, come Iñárritu si è decisamente troppo sbilanciato in una fragile – e pomposa – celebrazione della sua opera, Spielberg ha meglio raccontato la sua passione, lasciando al pubblico il giudizio.

A dimostrazione proprio di come raccontarsi in maniera genuina e senza stare sulla difensiva era non solo fattibile, ma auspicabile…

Una madre (troppo vera)

Michelle Williams in una scena di The Fabelmans (2022) di Steven Spielberg

Come fondamentalmente tutto il film è assolutamente godibile, ho trovato leggermente più pesanti le sequenze dedicate a Mitzi, la madre del protagonista. Più che altro perché la stessa, ad uno spettatore esterno, appare un personaggio molto egoista e di fatto negativo, e non così facilmente perdonabile.

Al contrario, Sam – e di conseguenza il regista – la perdona totalmente.

Sicuramente un indizio del sentimento profondo e sincero di Spielberg verso la madre – fra l’altro venuta a mancare qualche anno fa. Tuttavia, una rappresentazione che ho trovato poco credibile e interessante, con uno scioglimento quasi troppo semplicistico.

Ridiamoci su

Paul Dano, Michelle Williams e Mateo Zoryon Francis-DeFord in una scena di The Fabelmans (2022) di Steven Spielberg

The Fabelmans presenta diversi elementi di ironia che scherzano anche su tematiche non facilissime da gestire: la morte e l’ebraismo.

Si ironizza facilmente e in maniera molto genuina sulla morte della nonna a metà film, e altrettanto sulle tradizioni ebraiche e le loro stranezze – che appaiono tali a chi non ne fa parte. Sulla stessa linea, appaiono quasi grotteschi – ma molto credibili – i comportamenti dei compagni di scuola di Sam verso la sua religione, l’assurda relazione con Monica, l’esilarante personaggio del prozio Boris…

Oltre a questo, assolutamente indovinata la scena su del colloquio con John Ford, con una simpatica trovata metanarrativa a chiusura della pellicola.

Categorie
Biopic Dramma familiare Dramma romantico Dramma storico Drammatico Film Oscar 2024

Maestro – Virtuoso

Maestro (2023) è la seconda opera, dopo A Star Is Born, in cui Bradley Cooper si cimenta come regista.

Il film è stato distribuito limitatamente negli Stati Uniti, per poi essere rilasciato direttamente su Netflix.

Il cinema semplice road to oscar 2022 che si svolgeranno il 28 marzo 2022

Candidature Oscar 2024 per Maestro (2023)

in neretto le vittorie

Miglior film
Migliore attore protagonista a Bradley Cooper
Miglior attrice protagonista a Carey Mulligan
Miglior sceneggiatura originale
Migliori fotografia
Migliore trucco
Migliore sonoro

Di cosa parla Maestro?

La pellicola ripercorre per sommi capi la vita di Leonard Bernstein, importantissimo direttore d’orchestra e compositore di brani iconici, fra cui spicca West Side Story.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Maestro?

Bradley Cooper in una scena di Maestro (2023) di Bradley Cooper

In generale, sì.

Bradley Cooper si cimenta in una regia ambiziosa, con interessanti tocchi e sperimentazioni artistiche, a fronte di una storia non particolarmente interessante, anzi che rappresenta dinamiche piuttosto comuni di un classico dramma familiare.

Oltre alla regia, l’attore statunitense si impegna anche in un‘interpretazione estremamente varia e coinvolgente, che riesce a portare sullo schermo in maniera verosimile un uomo dal carattere esplosivo quando estremamente imprevedibile.

Il sogno

Bradley Cooper in una scena di Maestro (2023) di Bradley Cooper

Il primo atto di Maestro è il momento del sogno.

Il protagonista si sveglia improvvisamente, appena visibile nelle tenebre della stanza, e comincia a parlare sommesso e ansioso al telefono, immerso in un’atmosfera quasi lugubre, che farebbe pensare a tutto tranne che ad una buona notizia…

…e invece la scena si rianima improvvisamente, immersa in una luce e in un’atmosfera festosa in cui il Leonard comincia a parlare concitato ed eccitato, correndo verso l’occasione della vita: condurre la sua prima orchestra in pubblico.

Bradley Cooper e Carey Mulligan in una scena di Maestro (2023) di Bradley Cooper

Questa atmosfera festosa si trascina fino all’incontro con Felicia.

Per le loro sequenze Cooper sperimenta in maniera piuttosto equilibrata con l’elemento metanarrativo, per cui il protagonista e la futura moglie entrano ed escono più volte come dal palcoscenico…

…fino al momento in cui Leonard prende parte ad uno dei suoi brani più famosiNew York, New York – che racconta proprio il futuro che gli si apre davanti agli occhi e la crescente creatività ed emozione che accompagna la sua arte.

Ma non mancano gli elementi di disturbo…

Il risveglio

Bradley Cooper in una scena di Maestro (2023) di Bradley Cooper

Il secondo atto è visivamente contraddittorio.

Negli ultimi momenti della prima parte già si intravedevano le prime ombre sia del personaggio, sia del suo rapporto con Felicia – il discorso sul desiderio di morte del padre e la malinconica chiusura della relazione con David.

Degli elementi che ben si integravano all’interno del rigoroso e romantico bianco e nero, ma che risultano davvero fuori posto nelle tinte piene della seconda parte, con un protagonista ormai incanutito, ma ancora del tutto incapace di rimanere fedele alla moglie.

Infatti, Leonard si sente in una gabbia.

Da un lato non è del tutto sicuro della sua prossima avventura artistica, sentendo la passione e la creatività che si spengono, vedendo che l’estate che non gli parla più come un tempo, mentre si districa in un mare di appuntamenti e riconoscimenti da cui non si sente rappresentato.

Al contempo, per quanto il protagonista cerca di chiudere gli occhi davanti alla ruggine che emerge con Felicia, la donna è sempre più evidentemente stanca ed insoddisfatta, quasi esasperata dal comportamento infantile del marito.

L’apice è raggiunto dall’angosciante confronto con la figlia, dopo essere stato comandato a bacchetta dalla moglie di non rivelare il suo segreto, una parte di sé che si sente sempre più esasperato nel dover nascondere…

Ritorno

Bradley Cooper in una scena di Maestro (2023) di Bradley Cooper

A questo punto, si apre una breve parentesi di smarrimento.

Con il concerto successivo, finalmente Leonard si apre al mondo e si sottrae alla sua famiglia, diventando sempre più assente con gli affetti e incontrollato nei comportamenti, cercando ancora costantemente di scappare dai suoi legami.

Ma il ricongiungimento è possibile ancora tramite la musica: pur essendosi convinta di star bene da sola, in realtà Felicia cova una profonda tristezza nell’essersi separata dal marito, rianimandosi quando lo vede condurre con incontenibile passione l’orchestra che tanto ama.

Così, finalmente, capisce e apprezza il lato buono della sua personalità.

Bradley Cooper in una scena di Maestro (2023) di Bradley Cooper

I momenti conclusivi sono profondamente malinconici.

La chiusura di Felicia è la sezione più drammatica, con la regia che indugia costantemente sul suo volto provato, e non ci nasconde il suo struggimento, il suo desiderio di isolarsi, ormai inevitabilmente pronta alla morte.

Leonard dal canto suo riflette mestamente sugli ultimi anni della sua vita, in cui non si è mai veramente lasciato alle spalle le avventure sentimentali, riuscendo anche al contempo a mettersi da parte e a lasciare il posto ai futuri talenti.

Ma nel suo discorso commosso capiamo che l’unica parte della sua vita che ricorda davvero con felicità è quella con Felicia.

Categorie
2023 Biopic Dramma familiare Dramma storico Drammatico Film

Ferrari – L’incontrollabile

Ferrari (2023) di Michael Mann è un biopic dedicato ad uno specifico momento della vita di Enzo Ferrari, storico fondatore di una delle aziende italiane più famose al mondo.

A fronte di un budget piuttosto ingente – 95 milioni di dollari – è probabile che si rivelerà un importante flop: nella prima settimana ha incassato appena 9 milioni in tutto il mondo…

Di cosa parla Ferrari?

Modena, 1957. Alle porte dell’importantissima Millemiglia, Enzo Ferrari deve fare i conti con la bancarotta prossima dell’azienda e con diversi problemi familiari…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Ferrari?

Adam Driver in una scena di Ferrari (2023) di Michael Mann

In generale, sì.

La particolarità di Ferrari è la scelta di non portare in scena tutta la storia personale e imprenditoriale del protagonista, ma piuttosto di concentrarsi su uno specifico momento della sua vita, risultando una sorta di spaccato della stessa.

Così Mann evita di cadere in molte banalità tipiche del genere, regalandoci invece una pellicola con una regia precisa e curiosamente anche piuttosto claustrofobica, che riesce a bilanciare i due lati della personalità del suo protagonista, grazie anche alle ottime interpretazioni di Adam Driver e Penelope Cruz.

Sotto controllo…

Adam Driver in una scena di Ferrari (2023) di Michael Mann

In prima battuta Ferrari vuole farci credere che il suo protagonista abbia tutto sotto controllo.

Anche troppo.

Nonostante diversi personaggi cerchino di trascinarlo altrove, Enzo Ferrari ha gli occhi costantemente puntati in una sola direzione: la pista dove le sue macchine correranno, districandosi fra le diverse insidie e imprevedibilità sempre in agguato.

Patrick Dempsey in una scena di Ferrari (2023) di Michael Mann

Così la sua personalità sfuggente dedica il giusto tempo ad ogni elemento esterno alla pista: i nuovi e fin troppo intraprendenti piloti, i giornalisti sciacalli da comandare a bacchetta, il giro di soldi sempre più vorticoso…

E, sorprendentemente, Mann riesce a portare in scena un’Italia del boom economico piuttosto credibile, facendo muovere Enzo in ambienti familiari e autentici, in cui il cibo è un accessorio onnipresente e assolutamente fondamentale per rendere le situazioni verosimili.

…e fuori controllo

Patrick Dempsey in una scena di Ferrari (2023) di Michael Mann

Ma Ferrari non può controllare tutto.

Come anticipato, Mann riesce a mantenere costantemente una regia attenta al risultare il più possibile claustrofobica, persino nelle scene teoricamente aperte della corsa: le poche inquadrature ampie e ariose sono schiacciate dalla quantità di soggettive su panorami stretti e angoscianti, alternati da primi piani strettissimi e tormentati.

Adam Driver in una scena di Ferrari (2023) di Michael Mann

Questa regia si accompagna perfettamente a questa costante e angosciosa urgenza che scandisce le dinamiche della pellicola, che raccontano come gli eventi sulla pista siano di fatto fuori dal controllo del protagonista: Enzo può solamente dare dei fulminei ammonimenti ai suoi piloti…

…ma non può controllare la loro intraprendenza e l’imprevedibilità della strada.

E, soprattutto, non può evitare la tragedia.

Fra due mondi

Penelope Cruz in una scena di Ferrari (2023) di Michael Mann

La vicenda familiare del protagonista è raccontata con peculiare equilibrio.

Il punto di partenza della pellicola stessa è il panorama bucolico e apparentemente rilassante – in realtà ancora estremamente chiuso e angosciante – della seconda moglie, in una realtà in cui Enzo sembra star ricostruendo una vita familiare alternativa.

Ma tanto più preoccupante è la relazione con Laura, interpretata da una magnetica Penelope Cruz, che porta in scena una donna avvelenata, del tutto incapace di accettare la rottura del suo matrimonio e della sua vita familiare…

Adam Driver e Penelope Cruz in una scena di Ferrari (2023) di Michael Mann

…che cerca di tenere sotto controllo il marito con l’unico strumento che le rimane: i soldi.

L’unico esito positivo della pellicola è la risoluzione del loro rapporto, con la drammatica rivelazione della seconda vita di Enzo, che non poteva passare per sempre inosservata ad una donna così attenta e calcolatrice come Laura…

…la stessa che mostra in più momenti un’insostenibile testardaggine e incapacità di relazionarsi col marito.

Così, anche se i loro continui scontri appaiono leggermente didascalici, riescono a raccontare in maniera piuttosto tridimensionale il loro dramma relazionale – in cui la morte del figlio ne è stato solamente l’apice – che infine si risolve con l’ultima richiesta di Laura:

Finché lei resterà in vita, Enzo non avrà altro figlio se non quello defunto.

Categorie
2023 Avventura Azione Biopic Dramma familiare Dramma romantico Dramma storico Drammatico Film Film di guerra Nuove Uscite Film Oscar 2024

Napoleon – Distruggere un mito

Napoleon (2023) è un biopic dedicato alla figura del mitico condottiero che portò la storia europea ad una nuova era politica e militare, ma con un taglio piuttosto inaspettato…

A fronte di un budget assai ingente – 200 milioni di dollari – è stato un importante insuccesso commerciale, con solo 218 milioni di dollari di incasso, anche se meno da quel disastro chiamato The Killers of the Flower Moon...

Il cinema semplice road to oscar 2022 che si svolgeranno il 28 marzo 2022

Candidature Oscar 2024 per Napoleon (2023)

in neretto le vittorie

Migliore scenografia
Migliori costumi
Migliori effetti speciali

Di cosa parla Napoleon?

La pellicola ripercorre le più importanti tappe della vita di Napoleone Bonaparte, con un particolare focus sulla turbolenta relazione con la prima moglie, Joséphine.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Napoleon?

Joaquin Phoenix in una scena di Napoleon (2023) di Ridley Scott

Dipende.

Se vi aspettate un racconto preciso e documentaristico della vita politica e della strategia militare di Napoleone, non è il film che fa per voi: anche per via di un obbiettivo squilibrio fra le parti, il film di Ridley Scott si propone di raccontarne solo le tappe più importanti – e spesso in maniera neanche molto approfondita.

Al contrario, se vi può interessare una visione più brutalmente verosimile del dietro le quinte, un’effettiva distruzione del mito di uno dei personaggi più importanti della storia europea, potrebbe essere una visione gratificante.

A voi la scelta.

L’uomo

Joaquin Phoenix in una scena di Napoleon (2023) di Ridley Scott

La parte più strettamente umana di Napoleon è quella più discussa.

Il Napoleone presentato è piuttosto lontano dal mito creato da lui stesso e dai vari storici nel corso dei secoli, andando invece a tratteggiare un uomo quasi ridicolo, pieno di debolezze e piccole e grandi ossessioni.

Ma, a differenza di quanto potrebbe sembrare, il ritratto del Napoleone di Scott è molto credibile.

Per quanto fosse un abile stratega e osservatore – come viene fra l’altro rappresentato – è altrettanto vero che, agli occhi delle grandi case aristocratiche europee, Napoleone non era altro che un buzzurro con un’origine non particolarmente brillante – la tristissima Corsica.

Joaquin Phoenix in una scena di Napoleon (2023) di Ridley Scott

Allo stesso modo, Bonaparte era profondamente legato alla tradizione corsa, nello specifico al suo stringente tradizionalismo – infatti non fece certamente sue grandi battaglie sociali – e mosso da una strabordante ambizione.

In questo senso, per quanto sia d’accordo sul fatto che Phoenix sembri un po’ imbrigliato in una recitazione a tratti limitante, allo stesso modo la performance che ci porta in scena racconta perfettamente questo carattere ambiguo, con le sue luci e ombre…

Lo stratega e…

Joaquin Phoenix in una scena di Napoleon (2023) di Ridley Scott

In Napoleon Scott si impegna a rappresentare lodevolmente la parte più meritevole dell’opera di Napoleone.

Ovvero, la sua capacità da stratega.

Bonaparte visse una carriera militare piuttosto lampante, che gli permise di collocarsi nel solco della Rivoluzione Francese, e così acquisire una posizione di grande potere politico, fino a diventare l’Imperatore della Francia post-rivoluzionaria.

Pur piegando date ed eventi a suo favore, in particolare nella scena della decapitazione di Maria Antonietta – storicamente inesatta – l’occhio attento di Bonaparte sull’apice della Rivoluzione ne racconta indirettamente la consapevolezza del mutato scenario politico tutto da riscrivere.

Joaquin Phoenix in una scena di Napoleon (2023) di Ridley Scott

Per questo si impegnò in diverse campagne militari, sempre necessarie per riuscire a mantenere il potere politico, con una serie di guerre lampo – forse in questo caso anche troppo frettolosamente raccontate – che lo portarono agilmente al successo.

Per questo la scena del bombardamento in Egitto e dell’incendio in Russia sono complementari: in entrambi i casi Scott racconta in maniera molto semplice ed immediata per uno spettatore inesperto due momenti fondamentali della carriera militare del protagonista.

Infatti come l’Egitto fu una vittoria schiacciante e determinante per la sua popolarità, allo stesso modo l’incendio a Mosca – nella realtà storica solo accidentale – rappresenta il fuoco distruttivo di tutte le altre potenze europee che, infine, lo schiacciarono.

E, nondimeno, quell’incendio fu anche rappresentazione di un successo molto precario e momentaneo: anche a fronte di ambiziose conquiste come una capitale così simbolica, allo stesso modo le fondamenta del suo potere erano fin troppo fragili…

Concetto raccontato anche, con un simbolismo piuttosto calzante, nella scena del faccia a faccia con la mummia, a cui un Napoleone ancora all’inizio della sua ascesa pone in testa il suo capello, quasi si rivedesse in quella rappresentazione di una gloria assai passeggera…

Josephine o…

Vanessa Kirby in una scena di Napoleon (2023) di Ridley Scott

Il focus fondamentale di Napoleon è il rapporto con Josephine.

Lo stesso, ha più funzioni.

Anzitutto, un racconto abbastanza naturale del proseguire degli eventi: tramite le lettere appassionate all’amata, Napoleone riesce a raccontare lo svolgersi degli eventi militari e politici, soprattutto quando era lontano dalla Francia.

In secondo luogo, rappresenta la grande debolezza del personaggio: anche se appassionatamente innamorato – come dimostrano le varie lettere a lei dedicate – Napoleone era anche un personaggio piuttosto opprimente dal punto di vista relazionale.

Joaquin Phoenix e Vanessa Kirby in una scena di Napoleon (2023) di Ridley Scott

Se da una parte si dimostrò più volte un genitore e un amante affettuoso, è altrettanto vero che aveva una visione molto tradizionalista della donna, da cui l’atteggiamento oppressivo nei confronti di Josephine, e lo squallore delle scene di sesso, finalizzate unicamente ad un consolidamento della sua posizione.

E infine, Napoleone arrivò a soffocare la sua amante, tenendola da parte in un cassetto e portandola solamente ad essere più sola e triste, impedendole di vivere veramente una seconda vita relazionale al di fuori di lui.

Ma è possibile anche una seconda interpretazione.

…la Francia?

L’importanza del personaggio di Josephine all’interno della pellicola permette una seconda interpretazione.

In questa visione, la donna amata di Napoleone simboleggia la Francia stessa: qualcosa di cui Bonaparte, nonostante le sue origini, era profondamente innamorato, ma che gli portò anche diversi dispiaceri e angosce.

In questo senso il brusco ritorno in patria dall’Egitto – del tutto reale e documentato – per via del tradimento della moglie – non altrettanto veritiero – può essere letto come una sorta di presa di consapevolezza dello stato deplorevole della Francia in sua assenza – come testimoniato dal suo stesso scambio col Direttorio.

E così, la necessità di rimetterla in riga.

Joaquin Phoenix in una scena di Napoleon (2023) di Ridley Scott

Allo stesso modo, la conclusione del matrimonio racconta un’altra tendenza del personaggio.

Napoleone non si accontentò mai di rendere sicura e compatta la Francia, ma aspirò sempre ad avere il controllo su molti altri territori, rivaleggiando con le diverse potenze europee, tanto da finire per utilizzare milizie non francesi per il suo esercito.

Una scelta spesso considerata motivo del fallimento finale della sua avventura, e che potrebbe essere proprio traslato nella scelta di abbandonare l’amore per Francia – Josephine – per conseguire le sue ambizioni politiche, proprio sposando una straniera – Maria Luisa d’Austria.

La riscrittura del mito

Joaquin Phoenix in una scena di Napoleon (2023) di Ridley Scott

Questa riscrittura storica potrebbe turbare molti spettatori.

Ma è proprio questo il punto.

La vera vittoria di Napoleone non è stata tanto l’aver incarnato il cambiamento della Rivoluzione e l’aver fatto tremare l’intera Europa per vent’anni, ma l’essere riuscito a costruire e a mantenere un mito personale che perdura tutt’oggi.

Questo elemento si nota particolarmente nell’ultima scena, che fa riferimento al fondamentale Memoriale di Sant’Elena: Napoleone fu, fino all’ultimo, attivo nel tramandare una storia e un’immagine di sé stesso il più vantaggiosa possibile, anche se deviata.

Non a caso, se si vanno meglio ad indagare i singoli eventi fondamentali – fra tutti, la possibile disfatta al Parlamento, salvata in extremis dal fratello Luciano – si scopre tutta la fragilità del mito e della quantità di momenti in cui la fortuna salvò la sua ascesa.

Per questo, è così sbagliato provare a mettere in bocca allo spettatore una storia che non ha mai sentito, piuttosto che la solita celebrazione di cui siamo ormai ubriachi?

Categorie
2023 Biopic Dramma familiare Drammatico Film Oscar 2024

Oppenheimer – Una bomba per tutte

Oppenheimer (2023) è il film forse più ambizioso della filmografia di Christopher Nolan, già costellata di pellicole di grande successo, che si distinguono ogni volta per la loro superba qualità tecnica.

La pellicola si è rivelata uno dei più grandi incassi del 2023 – al terzo posto nella classifica mondiale – con quasi un miliardo di incasso in tutto il mondo a fronte di appena 100 milioni di dollari di budget.

Il cinema semplice road to oscar 2022 che si svolgeranno il 28 marzo 2022

Candidature Oscar 2024 per Oppenheimer (2023)

in neretto le vittorie

Miglior film
Migliore regista

Miglior sceneggiatura non originale
Miglior attore protagonista a Cillian Murphy
Migliore attore non protagonista a Robert Downey Jr.

Migliore attrice non protagonista a Emily Blunt
Miglior colonna sonora
Miglior fotografia
Migliori costumi
Miglior montaggio
Migliore trucco e acconciatura
Migliore scenografia
Miglior sonoro

Di cosa parla Oppenheimer?

La pellicola segue la storia di Robert Oppenheimer, considerato impropriamente padre della bomba atomica, ma sicuramente una delle figure più interessanti e complesse del secolo scorso.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Oppenheimer?

Cillian Murphy in una scena di Oppenheimer (2023) di Christopher Nolan

Assolutamente sì.

Oppenheimer è un film che mi ha letteralmente travolto, per il suo ritmo frenetico e incalzante, il suo apparato tecnico elegantissimo e sublime, oltre ad una scelta di interpreti di prim’ordine, a partire dell’attore feticcio di Nolan – ma mai protagonista finora – Cillian Murphy.

Anche se le tre ore di durata possono far paura, personalmente non riesco a considerare questa pellicola pesante, proprio per la scelta di far proseguire la trama spedita e su più piani temporali: al più la definirei una pellicola complessa, ma in generale anche comprensibile dagli spettatori meno esperti.

Per me, Nolan ha finalmente raggiunto il suo capolavoro.

In questa recensione ho scelto di seguire la scansione temporale cronologica del film, così da fare chiarezza circa eventi raccontati.

Il profeta acerbo

Cillian Murphy in una scena di Oppenheimer (2023) di Christopher Nolan

Sulle prime, Oppenheimer è un profeta acerbo.

Immerso nelle visioni di un mondo spaventoso e incomprensibile – la realtà quantica – ma incapace per questo di applicare le sue conoscenze al mondo reale e pragmatico – da cui i suoi fallimenti in laboratorio.

Disprezzato da compagni e professori, Oppenheimer infine si decide a tornare in America per esportare il bagaglio di conoscenze acquisito, non arrendendosi neanche davanti alla presenza di un unico studente al suo primo giorno di corso.

Ma in poco tempo l’aula si riempie di nuovi volti, di seguaci che gli permettono di far conoscere le sue teorie, che beneficiano anche dell’impossibilità di essere dimostrate pragmaticamente, rimanendo ancora limitate ad un mondo astratto e puramente concettuale.

Ma la guerra è alle porte.

La corsa cieca

Cillian Murphy e Matt Damon in una scena di Oppenheimer (2023) di Christopher Nolan

Davanti alla sua crescente popolarità nel mondo accademico, il protagonista viene scelto come salvatore del mondo libero.

Los Alamos nel suo piccolo rappresenta il sentimento statunitense durante la Grande Guerra: una corsa sfrenata verso la vittoria, malamente smorzata da tentativi fin troppo deboli di tenere a freno l’ambizioso Progetto Manhattan.

Infatti, al tempo ancora incapaci di comprendere l’immensità della loro creazione, le menti dell’Atomica si ribellano coscientemente alle più basilari direttive governative volte al mantenimento della segretezza del progetto, limitate in realtà da un controllo fin troppo clemente.

Se nel dopoguerra le simpatie comuniste e i sospetti di tradimento riemergeranno in tutta la loro gravità, durante la corsa alla bomba molte macchie sul curriculum vengono celate, molti timori vengono nascosti sotto al tappeto.

Ma l’atomica è ancora una bomba di carta.

Finché si spazia nella pura teoria, in un mondo di fatto amorale, Oppenheimer può sentirsi al sicuro. Ma una più angosciosa previsione smorza momentaneamente l’entusiasmo: la possibilità di diventare il tanto temuto distruttore di mondi.

E non bastano i più semplici e saggi consigli di Einstein circa l’idea abbandonare il progetto, ma è sufficiente abbassare la possibilità di un’apocalisse a quasi uno zero per dimenticarsi quasi del tutto dell’assennato consiglio di Niels Bohr:

You can’t lift a stone without being ready for the snake that’s revealed.

Non puoi sollevare una pietra senza essere pronto al serpente che nasconde.

Ma l’angoscia permane.

L’epifania

Cillian Murphy in una scena di Oppenheimer (2023) di Christopher Nolan

E infine anche la realtà materiale viene a bussare alla porta.

Se fino a quel momento il protagonista – e i suoi colleghi – erano quasi dei cani sciolti, quando gli Stati Uniti vedono un’occasione per raggiungere la pace e la fine della guerra tramite la loro invenzione, cominciano a metterli alle strette con dei frettolosi ultimatum.

Pur fuori posto per molti versi nella realtà politica del suo paese, Oppenheimer ritrova comunque conforto nell’astrattismo dei numeri che raccontano le vite salvate grazie all’uso dell’atomica, intestardendosi quasi fino all’ultimo sull’efficacia della stessa per la pace eterna.

 They won’t fear it until they understand it. And they won’t understand it until they’ve used it. Theory will take you only so far.

Non la temeranno finché non la capiranno. E non la capiranno finché non l’avranno usata. La teoria può portarti fino ad un certo punto.
Cillian Murphy in una scena di Oppenheimer (2023) di Christopher Nolan

Ma la vera epifania avviene durante il test.

Se fino a quel momento la bomba era una realtà astratta, al pari di una stella morente visibile solamente nei sogni più sfrenati, con l’approcciarsi della messa in atto l’angosciosa consapevolezza della pericolosità dell’operazione riaffiora nel suo creatore.

Non a caso, durante Trinity Oppenheimer organizza una sorta di via di fuga, ascoltando finalmente i saggi consigli di Einstein dell’abbandonare il progetto qualora la distruzione mondiale si rivelasse qualcosa di effettivamente reale.

Ma a poco serve scegliere il giovane Kenneth Bainbridge come guardiano dell’umanità: la bomba infine si mostra nella sua immensità, con un interminabile silenzio punteggiato dai respiri ansiosi degli astanti, per poi rivelare infine la sua forza distruttiva in un assordante boato.

Così quella tesa quiete rappresenta gli anni della riflessione e ideazione, lo scoppio la nuova realtà inarrestabile che prende piede.

Contro la bomba

Cillian Murphy in una scena di Oppenheimer (2023) di Christopher Nolan

Dopo un’euforia iniziale per il successo del progetto, Oppenheimer comincia ad essere divorato da una bruciante angoscia, scatenata in primo luogo dall’impossibilità di avere ulteriore voce in capitolo sull’uso della sua creatura.

E così il mondo materiale comincia a mutare: richiamato a confermare il suo successo, il protagonista si limita a vuoti slogan ad effetto, oppresso da quella verità sempre più concreta che non riesce a togliersi da davanti agli occhi, ma che sembra invisibile al resto del mondo.

Non riuscendo fra l’altro a concepire l’effettiva immensità della tragedia solo per la limitatezza della sua fantasia…

Cillian Murphy e Robert Downey Jr. in una scena di Oppenheimer (2023) di Christopher Nolan

E quando comincia a combattere contro la bomba, entra in scena Strauss.

La visione di questo ambizioso politico è del tutto opposta a quella del protagonista: un mondo dominato dal bianco e nero, simbolicamente rappresentativo della sua ristrettezza di vedute, il mondo di un bambino che capricciosamente non vuole rinunciare al suo giocattolo – o bomba che sia.

Nel mondo di Strauss, Oppenheimer non è più l’eroe che ha salvato l’America, ma invece l’antagonista, il guastafeste, la voce sempre più fastidiosa che vuole mettere a tacere la folle prospettiva di creazione di un mondo atomico ormai pericolosamente vicino.

Lewis Strauss Oppenheimer

Robert Downey Jr. in una scena di Oppenheimer (2023) di Christopher Nolan

Così Oppenheimer capisce la ristrettezza delle sue vedute.

Durante la creazione dell’atomica, il protagonista pensava di poterne definire i limiti d’uso.

La realtà della Guerra Fredda è ben diversa: un mondo del tutto politico, materialistico, in cui gli Stati Uniti ambiscono a diventare la più grande potenza mondiale e sbaragliare ancora una volta il nemico, con lo sguardo fisso unicamente sulle tensioni dello scacchiere internazionale.

Un mondo in cui il vero colpevole di una delle più grandi tragedie dell’umanità – il presidente Truman – offre ad Oppenheimer un fazzoletto per pulirsi il sangue di centinaia di migliaia di vittime, rivendicando con orgoglio la sua scelta, e anzi disprezzando il protagonista per le sue infantili proteste.

Ormai Oppenheimer è un personaggio da mettere da parte.

Punizione…

Cillian Murphy in una scena di Oppenheimer (2023) di Christopher Nolan

Who’d want to justify their whole life?

Chi vorrebbe giustificare la sua intera esistenza?

La punizione di Oppenheimer è subdola.

Un personaggio già di per sé così problematico, ma che, soprattutto, si rifiuta di accettare il meraviglioso passo avanti del nuovo mondo atomico – la Bomba H – va distrutto dalle fondamenta.

Oppenheimer viene riportato sui banchi di scuola, in uno spazio angusto e claustrofobico, per la resa dei conti, per riuscire a giustificare l’ingiustificabile: la sua opposizione instancabile alla sua stessa creazione.

Cillian Murphy in una scena di Oppenheimer (2023) di Christopher Nolan

Gli uomini malediranno il nome di Los Alamos e Hiroshima

Un caso costruito ad arte, una vendetta personale non solo da parte di Strauss, ma di tutti gli Stati Uniti, per mettere finalmente a tacere le sciocche opposizioni di una parte del mondo accademico così geniale nelle creazioni, ma così poco pragmatico sul piano del reale.

Le motivazioni – anche per portare ad un’idea folle come la collaborazione con i Sovietici – non mancano: le simpatie comuniste, la pochezza della gestione della sicurezza a Los Alamos, un pensiero troppo contraddittorio e poco ambizioso per essere accettato.

E tanto basta per mettere Oppenheimer da parte.

…e riscatto

Cillian Murphy in una scena di Oppenheimer (2023) di Christopher Nolan

Ma bastano cinque anni per ottenere il riscatto.

Come Einstein gli aveva predetto, quando gli Stati Uniti lo hanno punito abbastanza da renderlo un martire, lo fanno ritornare ad essere l’eroe americano.

Uno scenario grottesco, dove finalmente l’America sceglie di mettersi un freno e accettare quella dolorosa macchia sul curriculum, intraprendendo la via più ragionevole – e pacifica – per evitare l’Apocalisse nucleare.

E per liberarsi dei propri peccati, è necessario un eroe, una Cassandra per tanto tempo rimasta inascoltata, che viene riportata alla ribalta come simbolo del cambio di passo, con un Oppenheimer fin troppo felice di lasciarsi usare.

Robert Downey Jr. in una scena di Oppenheimer (2023) di Christopher Nolan

Ma come ci sono i vincitori, ci sono anche i vinti.

Per un crudele gioco del destino, pochi anni dopo Strauss viene punito nella stessa maniera con cui aveva punito Oppenheimer: rimesso davanti alla sua vita e alle sue scelte, svelato per la sua vera natura e per i suoi preziosi altarini.

E, nella furia amara per la sconfitta, questo politico ormai decaduto si mostra ancora una volta cieco davanti ad una realtà più profonda, e derubrica la sua disfatta ad una vendetta personale di Oppenheimer e del mondo scientifico, da sempre contro di lui.

Ma il Nuovo Mondo è molto più complesso.

La distruzione silenziosa

Tom Conti in una scena di Oppenheimer (2023) di Christopher Nolan

Il vero significato di Oppenheimer viene rivelato nelle sue ultime battute.

Il protagonista dà finalmente sfogo alle sue crescenti paure, davanti all’unica persona che sembra capace di comprenderle – nonché l’autore della miccia iniziale (pur inconsapevole) che ha portato al Mondo Atomico.

I believe we did.

Penso che sia successo.

La distruzione è avvenuta, ma è invisibile: dalla creazione dell’atomica l’uomo ha perso la sua natura umana, ha smesso di combattere con delle mere armi mortali, ascendendo ad essere divino, e potenziale responsabile della sua stessa distruzione.

È diventato onnipotente, ma mai davvero consapevole della sua incapacità di esserlo.

Categorie
2023 Biopic Commedia Drammatico Film Nuove Uscite Film

Air – Soldi, soldi, soldi

Air (2023), noto in Italia col sottotitolo di La storia del grande salto, è la nuova pellicola di Ben Affleck – che è anche interprete – con protagonista Matt Damon.

A fronte di un budget medio – fra i 70 e i 90 milioni – ha aperto abbastanza bene nel primo weekend: 30 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla Air?

Sonny Vaccaro sta cercando di rilanciare la Nike nel mercato del basket: il brand fino alla metà degli Anni Ottanta era molto molto popolare nel mercato dei bianchi statunitensi appassionati di jogging, e non altrove. E quale migliore sponsor se non la giovane promessa Michael Jordan?

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Air?

Matt Damon e Viola Davis in una scena di Air (2023) di Ben Affleck

In generale, sì.

Air è tutto quello che potreste immaginarvi da questo tipo di prodotto: la storia di un grande successo imprenditoriale, di un fantastico boom commerciale derivato dall’intraprendenza di un uomo – il nostro eroe – che ha avuto il coraggio di scontrarsi con un ambiente ostile.

Ma è anche un prodotto con un alto livello tecnico.

La fotografia è ottima, la regia l’ho trovata molto solida e mai banale, e le interpretazioni sono di alto livello, grazie anche al proficuo sodalizio fra Ben Affleck e Matt Damon. Inoltre, product placement a parte, è una pellicola che riesce a far immergere ottimamente lo spettatore nella realtà storica raccontata.

Insomma, se avete l’occasione e vi piacciono questo tipo di film, vale una visione.

Un tuffo nel passato

Ben Affleck in una scena di Air (2023) di Ben Affleck

L’immersione nel contesto storico raccontato è indovinata fin dal primo frame.

Nell’incipit ci troviamo davanti ad una carrellata di immagini che raccontano la cultura popolare del 1984 negli Stati Uniti, dai Ghostbusters a Mr. T. Niente di diverso da tanti altri prodotti analoghi, se non fosse che la fotografia è talmente tanto indovinata che, quando il film comincia effettivamente, sembra di essere ancora davanti ad un video originale dell’epoca rappresentata.

Inoltre, appare molto evidente il tipo di sforzo produttivo e di ricerca che Ben Affleck ha compiuto sulla sua pellicola, inserendo tutti i piccoli e strani comportamenti dei personaggi – come l’abitudine di Phil Knight di stare senza scarpe e calzini – oltre a descrizioni incredibilmente specifiche degli ambienti di lavoro delle compagnie concorrenti.

Vivere un sogno

Matt Damon in una scena di Air (2023) di Ben Affleck

Sapere già la conclusione di una storia prima di cominciarla potrebbe essere fastidioso per molti.

Non per me.

Riesco piuttosto facilmente ad appassionarmi alle storie di successi imprenditoriali, soprattutto perché solitamente le conosco piuttosto superficialmente. E riesco ad essere davvero coinvolta quando sono ben raccontate – come nel caso di Air, appunto.

Le dinamiche sono piuttosto classiche: un uomo con un sogno e una passione, che si trova osteggiato su tutti i fronti. E quindi osa dove nessuno avrebbe osato, andando persino a scavalcare l’aggressivo agente di Michael Jordan per parlare direttamente con la madre dell’atleta.

Matt Damon in una scena di Air (2023) di Ben Affleck

Nonostante anche in questo caso è un racconto abbastanza didascalico, ho comunque apprezzato la scelta di mostre il protagonista che impara da quello che lo circonda, anche da conversazioni che riguardano solo marginalmente con la sua missione – come il fondamentale dialogo con George Raveling.

Diciamo che da questo tipo di racconti preferisco trarre il meglio del messaggio, ripulendolo di una retorica che invece non apprezzo particolarmente…

Air – La storia del grande salto

Guardando Air ho avuto una sorta di déjà-vu.

Mi sono sentita in maniera abbastanza simile alla mia recente visione di Top Gun – Maverick (2022): per quanto nel complesso il prodotto mi stesse piacendo e intrattenendo, mi sentivo veramente lontana dalla morale raccontata.

Nel caso di Air, la pellicola mette in scena una mentalità estremamente statunitense, incentrata sull’idea dell’impegnarsi fino allo sfinimento per raggiungere i propri obiettivi, correndo anche grandi rischi, il tutto per arrivare al successo e, soprattutto, al guadagno.

E infatti tutta la parte conclusiva parla quasi esclusivamente di soldi, soldi, soldi…

Michal Jordan Air Jordan 2023

Michael Jordan non si vede mai nel film.

Non è la prima volta che vedo la scelta di nascondere il personaggio di punta della storia – per esempio in Bobby (2006) e nel recente She said (2022) – e in questo caso personalmente mi ha convinto a metà.

Capisco le intenzioni: sarebbe stato sostanzialmente impossibile portare in scena un giovane Michael Jordan, un mito per diverse generazioni, preferendo invece lasciarlo sempre in ombra, raccontandolo tramite video reali.

Tuttavia, Jordan è comunque presente in numerose scene che lo coinvolgono in prima persona, dove però non parla mai, comportamento obiettivamente poco credibile e non costruito in maniera davvero ottimale…

Categorie
Biopic David Fincher Drammatico Film I miei comfort movie Legal drama

The Social Network – Unfriend?

The Social Network (2010) di David Fincher, nonostante non sia magari il suo film migliore, è in assoluto il mio preferito della sua produzione. Sarà per la regia impeccabile, l’eleganza della messinscena, la scrittura perfetta di Aaron Sorkin…comunque io lo rivedo sempre con estremo piacere.

A fronte di un budget non indifferente – 40 milioni di dollari – incassò piuttosto bene: quasi 225 milioni di dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla The Social Network?

Dietro ogni grande uomo, c’è un grande dramma: il racconto della creazione del più importante (?) social media, Facebook, e della turbolenta storia di Mark Zuckerberg. Ovviamente, piuttosto romanzata.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere The Social Network?

Jesse Eisenberg in una scena di The Social Network (2010) di David Fincher

Assolutamente sì.

Ovviamente sono molto di parte, ma è innegabile che The Social Network goda di una scrittura sublime e di una regia attenta e curata, con un approfondimento interessantissimo dei personaggi – pur nel suo voler romanzare moltissimo la vicenda.

Un casting praticamente perfetto, con attori che sembrano essere nati per il ruolo – in particolare Andrew Garfield in una delle sue migliori interpretazioni. Una vicenda appassionante, che non vive di divisioni nette, ma di un’interessantissima scala di grigi che, arrivati alla conclusione, lascia uno strano sapore amaro in bocca…

Una fredda cornice

Andrew Garfield in una scena di The Social Network (2010) di David Fincher

Uno degli elementi che apprezzo di più della pellicola è la scelta della cornice.

Apparentemente è la parte più fredda del film, in cui i protagonisti devono ripercorrere le loro vicende davanti a dei rigidi burocrati. Ed invece è proprio qui che si dà un maggiore spazio alla loro emotività più profonda.

Infatti, nei flashback per la maggior parte del tempo i personaggi, nonostante abbiano davanti agli occhi tutti i segni della distruzione imminente, continuano ad essere speranzosi e propositivi.

Sembra infatti esserci sempre lo spazio per tornare sui propri passi, per tenere in piedi un rapporto che si sta lentamente sgretolando…

Nel presente è tutto il contrario.

Jesse Eisenberg in una scena di The Social Network (2010) di David Fincher

Nel presente del processo ormai tutti i giochi sono fatti, tutte le carte sono state svelate: non c’è possibilità di risolvere nulla, ma piuttosto di sfogarsi, e fare in modo che questi sfoghi e questi torti trovino un riconoscimento legale.

E questa stessa emotività porta anche ad una fantastica costruzione della suspense, in particolare nelle battute finali: per gli ultimi momenti della testimonianza di Wardo si parla di trappola e di condanna a morte. Termini forti, che colpiscono al cuore, e che raccontano tutta la drammaticità della vicenda.

Emblematica in questo senso una delle ultime battute della giovane avvocatessa:

When there’s emotional testimony, I assume 85% of it is exaggeration.

In una testimonianza emotiva, do per scontato che l’85% delle dichiarazioni siano esagerate.

La spietatezza

Jesse Eisenberg in una scena di The Social Network (2010) di David Fincher

Nonostante, per le parole dello stesso film, Mark non sia una cattiva persona, è quasi inconsciamente spietato nel suo agire. Il futuro multimiliardario vuole portare avanti le proprie idee fondamentalmente mettendo al primo posto il successo, e solo dopo le persone.

E questo comportamento si trova fin dalle battute iniziali: dopo essere stato scaricato da Erica, Mark crea un sistema umiliante per catalogare le ragazze, andando fra l’altro ad usare le immagini senza il loro consenso.

Jesse Eisenberg in una scena di The Social Network (2010) di David Fincher

Quella che potrebbe essere un’azione da condannare diventa invece un successo, che lo mette in contatto con i fratelli Winklevoss, che gli forniscono l’idea primaria per la sua futura e proficua azienda.

Ma, quasi per pura antipatia, il protagonista li inganna e sviluppa il progetto alle loro spalle.

L’ultima e più importante vittima della sua spietatezza è Wardo: nonostante senza il suo sostegno non avrebbe potuto in alcun modo creare Facebook, Mark non ci mette poi tanto a scaricarlo a favore di Sean, quando questo si dimostra ben più intraprendente e calzante con il suo progetto.

E lo stesso Sean, quando si dimostra inaffidabile, viene escluso dal progetto.

Una persona difficile?

Jesse Eisenberg in una scena di The Social Network (2010) di David Fincher

Insomma, Mark è un personaggio problematico.

Una persona creativa e estremamente intelligente, ma fin troppo consapevole delle sue capacità e della sua superiorità rispetto agli altri, con un comportamento anche alimentato dalla stessa istituzione di cui fa parte: Harvard, considerata una delle università migliori degli Stati Uniti.

Tuttavia, Mark vorrebbe avere tutto: l’intelligenza e il successo anche in un contesto sociale che gli sembra precluso. E, soprattutto, vorrebbe essere attraente e desiderabile: vorrebbe, insomma, essere un po’ più simile a Wardo e ai Winklevoss.

Nel suo non riuscirci, si incattivisce e diventa sempre più chiuso in sé stesso e nella sua creazione, andando ad escludere appunto tutte quelle persone con un fascino desiderabile, ma è cui è indubitabilmente superiore dal punto di vista intellettivo.

Ma fanno tutti parte del problema.

Un mondo maschile

Il mondo di The Social Network è un mondo a predominanza maschile.

Se ci fate caso, tutte le persone coinvolte nel progetto di Facebook sono uomini, e i personaggi femminili sono sempre di contorno, oltre a ritrovarsi, molto spesso, esplicitamente esclusi dall’attività al centro della scena.

La scena più emblematica in questo senso è quando Sean scopre che Mark si è trasferito in California, e lo va a trovare con la ragazza di turno. Il protagonista quindi lancia a Parker e alla ragazza delle birre: Sean le afferra senza problemi, mentre la ragazza per due volte non riesce a prenderle e si dimostra piuttosto imbarazzata.

Poi, rimane in silenzio per il resto della scena.

Rooney Mara in una scena di The Social Network (2010) di David Fincher

Discorso diverso per Erica.

La scena di apertura del film è già di per sé rivelatoria: ci racconta immediatamente il protagonista nel suo egocentrismo e la sua presunta superiorità. Ma la stessa gli si rivolta contro, andando a negargli appunto quell’unica conferma sociale che una ragazza avrebbe potuto dargli.

La stessa ragazza che, anche se probabilmente involontariamente, umilia.

E, nonostante Mark ci provi in diverse occasioni, in nessuna di queste Erica gli permette di risolvere il danno che ha fatto – o, più che altro, non gli permette di ricucire il loro rapporto, la cui conclusione è stata per lui un vero smacco.

L’altro rapporto che racconta la sottile misoginia del protagonista è Marylin Delpy, la giovane avvocata con cui dialoga sul finale.

Più volte Mark si confronta con lei in brevi momenti durante il processo, e per la maggior parte del tempo la tratta con distacco e sufficienza, come se non meritasse la sua attenzione. Ma è alla fine la stessa che lo rimette al suo posto, facendogli capire qual è la cosa migliore.

Mettere da parte la sua arroganza e accettare la sconfitta.

E sempre Marylin gli nega la possibilità di intraprendere una nuova relazione, portando Mark a cercare di riconciliarsi ancora una volta – evidentemente inutilmente – con Erica, in maniera sconsolata e insistente…

Categorie
Accadde quella notte... Biopic Dramma familiare Drammatico Film Notte degli Oscar Racconto di formazione

Moonlight – La drammaticità mancata

Moonlight (2016) di Barry Jenkins è una pellicola drammatica e un film coming of age nel senso più stretto del termine: la narrazione si divide in tre parti, che coprono le diverse fasi della vita del protagonista.

Nonostante abbia incassato molto bene per i costi di produzione – 65 milioni contro un budget di 1,5 – è, insieme a The Hurt Locker (2008), uno dei peggiori incassi per un film vincitore nella categoria Miglior film.

Di cosa parla Moonlight?

Chiron è un ragazzino nero cresciuto in un contesto piuttosto difficile, circondato dalla droga, il degrado e una madre tossica. La pellicola segue la sua storia dall’infanzia fino all’età adulta.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Moonlight?

Ashton Sanders in una scena di Moonlight (2016) di Barry Jenkins

Dipende.

Personalmente la pellicola non mi ha convinto per niente: l’ho trovata incredibilmente superficiale, senza sapore, con una fotografia per la maggior parte del tempo totalmente fuori contesto. Il protagonista che non mi ha trasmesso nulla, e così neanche la sua storia.

Tuttavia, se riuscirete a farvi trasportare dalla vicenda fortemente drammatica che la pellicola vuole proporre, potrebbe persino piacervi.

E ve lo auguro.

L’evidente finzione

Janelle Monáe in una scena di Moonlight (2016) di Barry Jenkins

L’elemento che mi ha subito colpito è la fotografia.

Potrebbe sembrare strano, ma fin dai primi minuti ero assillata dalla sensazione che le scene fossero così finte. E poi ho capito che era tutta colpa della fotografia: la maggior parte delle sequenze sono dominate da una luce fredda, di un giallo tenue, che tende ad appiattire i personaggi in scena.

Insomma, una fotografia non tanto dissimile da quella di Hairspray (2007) e The Help (2011) – che però in quei casi era giustificata dal contesto e, sopratutto, bilanciata dalle tematiche del film. In questo caso è molto più gelida, avendo il solo effetto di farmi allontanare ancora di più dalla storia.

E mi rendo conto che il fine ultimo era di utilizzare una luce leggera che mimasse quella della luna – da cui il titolo – spaziando poi per i toni più forti e neon in altre scene. E quest’ultime sono anche le poche che hanno guizzi registici un minimo interessanti.

Per il resto, tutto quello che vedevo in scena mi appariva assolutamente poco credibile.

Un racconto vuoto

Naomie Harris in una scena di Moonlight (2016) di Barry Jenkins

Ma quindi?

Questa è la domanda che mi sono fatta in ogni momento della visione.

E il problema non è che la storia sia banale – il nostro cinema è dominato da film splendidi con trame banalissime. Il problema è lo svolgimento della vicenda, l’approfondimento dei personaggi assente, il protagonista che non parla e lascia fin troppo spazio allo spettatore per interpretare quanto portato in scena.

Il risultato per me è un film che non mi stava raccontando nulla, in cui non sapevo fondamentalmente nulla – o nulla di interessante – del protagonista, che non mi dava alcuno spunto di riflessione.

E che, sopratutto, non mi lasciava lo spazio per appassionarmi.

Il finale

Trevante Rhodes in una scena di Moonlight (2016) di Barry Jenkins

Forse l’elemento che mi ha più infastidito della pellicola è il suo trattare un argomento piuttosto importante – la difficoltà di un ragazzo omosessuale in un ambiente machista – senza in realtà aggiungere nulla di nuovo, o provare a portare qualche novità sullo schermo.

I personaggi omosessuali sono già così rari nel cinema contemporaneo che per me Moonlight è veramente un’occasione sprecata.

Alex Hibbert in una scena di Moonlight (2016) di Barry Jenkins

Per quanto non apprezzi Chiamami col tuo nome (2017), ne riconosco assolutamente il valore anche sociale nel rappresentare una relazione omosessuale i cui protagonisti non siano stereotipati e in cui, sopratutto, si mostri abbastanza esplicitamente un rapporto sessuale fra i due.

In questo caso invece ho trovato l’ennesima storia di un ragazzo omosessuale che deve reprimere la sua sessualità, ma che in realtà non arriva a nessun punto, ma subisce solo la situazione in cui si trova.

E se quel finale dovrebbe essere il punto di arrivo del suo arco narrativo, è di una debolezza devastante…

Moonlight meritava di vincere l’Oscar?

Gli Oscar del 2017 vengono ricordati sopratutto per la figuraccia dell’Academy e dei presentatori nel confondere le buste per il vincitore della categoria Miglior film.

Venne infatti annunciato come vincitore La la land (2016), ma poco dopo venne ammesso l’errore, in una scena a dir poco grottesca:

Ed in generale, tutta la premiazione fu qualcosa di incredibile: quella meraviglia di La la land ottenne il record di candidature – ben 14! – arrivando al pari di Titanic (1997) e Eva contro Eva (1950).

E si portò a casa 6 premi.

Purtroppo fra questi non vi fu appunto quella di Miglior film, che andò invece a Moonlight – una delle tre vittorie, con otto nomination.

La mia opinione su questa vittoria si può facilmente immaginare: al di là anche del gusto personale, è evidente che Moonlight scompare davanti alla grandezza della seconda opera di Chazelle.

E, non a caso, il film veramente ricordato nel tempo come capolavoro è La la land, non certo Moonlight

Categorie
2022 Biopic Drammatico Film Musical Oscar 2023

Elvis – Il divo in vendita

Elvis (2022) di Baz Luhrmann è un biopic dedicato alla figura immortale di Elvis Presley, icona assoluta della musica rock. Un prodotto che avrebbe potuto seguire le vie più semplici e monotone tipiche del genere.

E invece, nonostante tutto, mi ha sorpreso.

Un buon incasso per una pellicola sicuramente ambiziosa: 85 milioni di dollari di budget e un incasso di 287 milioni di dollari in tutto il mondo.

Il cinema semplice road to oscar 2022 che si svolgeranno il 28 marzo 2022

Candidature Oscar 2023 per Elvis (2022)

(in nero i premi vinti)

Miglior film
Miglior attore protagonista per Austin Butler
Migliori costumi
Miglior sonoro
Migliore trucco e acconciatura
Miglior scenografia
Migliore fotografia
Miglior montaggio

Di cosa parla Elvis?

La pellicola è dedicata alla parabola di crescita e rovina di una delle più importanti star della storia della musica, raccontata attraverso lo sguardo del suo manager, accusato di averlo sfiancato fisicamente ed emotivamente...

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Elvis?

Austin Butler come Elvis Presley in una scena di Elvis (2022) di Baz Luhrmann

Assolutamente sì.

Elvis sicuramente non è un film perfetto, indubbiamente basa la sua trama su una costruzione emotiva molto – forse troppo – polarizzata, forse anche a discapito della realtà storica della vicenda.

Tuttavia, tutta la costruzione tecnica e artistica è spettacolare.

Dopo avermi ampiamente emozionato con Il Grande Gatsby (2013), a dieci anni di distanza Baz Luhrmann continua a sorprendermi con la sua creatività esplosiva, la sua cura nei dettagli, la sua perfetta conduzione degli attori.

Senza parlare poi dell’incredibile performance attoriale di Austin Butler.

Un nuovo divo?

Austin Butler come Elvis Presley in una scena di Elvis (2022) di Baz Luhrmann

Parlando di Elvis, non si può non elogiare l’incredibile performance di Austin Butler – per cui fra l’altro è stato candidato per Miglior attore protagonista agli Oscar 2023.

Non solamente questo promettente attore ricalca in maniera assolutamente credibile la fisionomia della star che interpreta, ma è riuscito a stupire il pubblico spingendo i limiti della sua recitazione al massimo delle sue possibilità.

E per un ruolo tutt’altro che semplice.

È davvero meraviglioso vedere attori che si sono fatti la gavetta per anni in prodotti di seconda (se non terza) categoria – nel caso di Butler in The Carrie Diaries e The Shannara Chronicles, fra gli altri – sbocciare fra le mani di un capacissimo regista.

Ma già in Once upon a time in Hollywood (2019) si era fatto conoscere…

Il potere del make-up

Tom Hanks e Austin Butler come Elvis Presley in una scena di Elvis (2022) di Baz Luhrmann

Per Tom Hanks è praticamente impossibile interpretare personaggi negativi.

Infatti, con quel suo volto rassicurante, non sarebbe mai credibile nel ruolo di villain. Ma Luhrmann non si è sicuramente fatto frenare, utilizzando sapientemente tutto il potere trasformativo del make-up e lasciando il resto in mano a questo fantastico interprete.

E, nella sua follia, Tom Hanks è stato perfetto nel ruolo dell’avido approfittatore, della serpe in seno, riuscendo, con le sue grandi capacità retoriche, ad ingabbiare il divo per tutta la sua vita.

Ma, al contempo, è anche un difetto della pellicola.

La polarizzazione

Tom Hanks e Austin Butler come Elvis Presley in una scena di Elvis (2022) di Baz Luhrmann

Un difetto della pellicola è l’eccessiva polarizzazione dei personaggi.

Personalmente non conosco nei dettagli la biografia di Elvis Presley. Tuttavia, mi viene anche facile pensare che la sua storia fosse meno netta di come il film la racconta. In Elvis il protagonista è la totale vittima della situazione, senza che venga messo in scena nessun suo possibile – e probabile – difetto.

Anzi, il problema più importante – la mancata presenza in famiglia – è ridimensionato proprio raccontandolo come vittima, anche di se stesso.

Un difetto, se così vogliamo chiamarlo, che non mi ha guastato la godibilità della pellicola, né che in realtà va eccessivamente a rovinare la bellezza del prodotto. Tanto più che non spinge troppo l’acceleratore su un altro problema tipico di questo tipo di pellicole.

La drammatizzazione.

Non drammatizzare

Austin Butler come Elvis Presley in una scena di Elvis (2022) di Baz Luhrmann

Le storie di questi personaggi, queste icone, è facilmente puntellata da grandi e piccole tragedie.

E fin troppo spesso si tende a creare dei prodotti molto standardizzati, il cui andamento è assolutamente prevedibile: la star viene scoperta, raggiunge l’apice, vive un momento di dramma, sipario. Anche andando ampiamente ad inventare, come era stato per esempio con il recente Bohemian Rapsody (2018).

Non è il caso di Elvis.

Nonostante la vita del protagonista sia stata indubbiamente molto tragica, non si è voluto eccessivamente raccontare una tragedia, né seguire un percorso già rodato. Al contrario il film racconta più che altro una vicenda di alti e bassi, che era drammatica fin dall’inizio.

E con una chiusura senza sbavature.

L’erotizzazione del maschile in Elvis

Un focus interessante della pellicola è sull’erotismo di Elvis come chiave del suo successo (e insuccesso).

All’interno di un contesto come quello degli Anni Cinquanta – Sessanta in cui la sessualità – sopratutto quella femminile – era molto limitata, financo castrata, vedere un certo tipo di movenze e di atteggiamenti non poteva che far perdere la testa.

E si mostra bene la naturalezza del personaggio in questi atteggiamenti, lasciando anche il giusto spazio ad una sorta di queerness, che divenne poi col tempo tipica delle star della musica rock, ma che al tempo era considerata scandalosa.

Un elemento non solo ottimamente trattato, ma che mi permesso di scoprire qualcosa di nuovo sul suo personaggio.

Categorie
Accadde quella notte... Biopic Dramma familiare Dramma storico Drammatico Film Notte degli Oscar Racconto di formazione

Il discorso del re – Un film da Oscar

Il discorso del re (2010) di Tom Hooper è un dramma storico, vincitore di diversi premi, fra cui Miglior Film e Miglior Attore protagonista agli Oscar.

Un film che incassò ottimamente, sopratutto davanti ad un budget veramente risicato: appena 15 milioni di dollari, con un incasso di 423 milioni.

Di cosa parla Il discorso del re?

Il principe Alberto, futuro Giorgio VI e padre della compianta Elisabetta II, è balbuziente. Problema non da poco per un reale che deve sostenere dei discorsi in pubblico…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Il discorso del re?

Colin Firth in una scena di Il discorso del re (2010) di Tom Hooper

Assolutamente sì.

Il discorso del re è un film veramente ottimo, sia per la regia, ma sopratutto per le superbe interpretazioni di Colin Firth e Geoffrey Rush – fra i migliori ruoli della loro carriera.

Un prodotto con ritmi lenti e compassati, ma al contempo una costruzione praticamente perfetta della storia, e sopratutto dei personaggi, nei loro turbolenti rapporti.

Un principe debole

Colin Firth e Geoffrey Rush in una scena di Il discorso del re (2010) di Tom Hooper

All’interno di una crisi serpeggiante della Corona Inglese, non era accettabile avere al proprio interno un membro debole e impresentabile.

E Bertie era davvero impresentabile, praticamente una vergogna per la sua famiglia.

Ma era altrettanto difficile abbassarsi ad accettare questa debolezza, così da riuscire a risolverla effettivamente. E infatti, per tutto il tempo, la strategia Lionel è quella di spogliare il futuro re della sua identità regale e di metterlo al suo livello, quasi infantilizzandolo.

Privandolo della sua identità, per dargliene una nuova.

E infatti alla fine lo chiama secondo la sua carica, riconoscendola in maniera definitiva.

Mostruosamente capace

Colin Firth in una scena di Il discorso del re (2010) di Tom Hooper

Portare sullo schermo le balbuzie, lo sforzo, le difficoltà e le paure annesse, non è cosa da tutti.

Ma Colin Firth è stato mostruosamente capace.

Neanche per un momento all’interno della pellicola ho mai pensato stesse recitando, tanto era intensa e convincente la sua interpretazione. E funziona perfettamente anche nel modulare la sua evoluzione nel corso del film, sopratutto nel suo lento ma costante miglioramento.

Ed era fondamentale che ne fosse capace.

La costruzione drammatica

Colin Firth e Helena Bonam Carter in una scena di Il discorso del re (2010) di Tom Hooper

Uno dei motivi del successo di pubblico di questa pellicola è la sua costruzione drammatica – semplice ma vincente.

Il protagonista del film – e così anche Lionel – è la vittima della situazione e ci coinvolge profondamente a livello emotivo perché gli antagonisti – il padre quanto il fratello – sono indifendibili.

Quindi si percorre una strada sicura nel raccontare la famiglia reale come un luogo rigido e opprimente, quasi militarista. La stessa strada che percorre anche The Crown, alternando le vittime a seconda della stagione – prima Margaret, poi Carlo, infine Diana.

Facendo fra l’altro leva su un trigger emotivo che facilmente coinvolge il pubblico: i rapporti familiari difficili.

La vera famiglia reale?

Colin Firth e Helena Bonam Carter in una scena di Il discorso del re (2010) di Tom Hooper

Vedere Il discorso del re oggi, dopo cinque stagioni di The Crown, fa tutto un altro effetto.

La mano dietro ai due prodotti è radicalmente differente, sopratutto nella scelta del casting: come Peter Morgan – per The Crown e The Queen (2006) – punta sulla somiglianza perfetta, Tom Hooper invece predilige i grandi nomi.

Anche se questi assomigliano veramente poco alle loro controparti reali.

Ed in generale forse è l’elemento che mi ha meno convinto dell’intero progetto, con una costante sensazione di messa in scena e dei personaggi molto caricati e un po’ finti, per certi versi. Ma le interpretazioni sono talmente buone che comunque non è niente di eccessivamente condannabile.

Il discorso del re meritava di vincere l’Oscar?

Gli Oscar del 2011 furono piuttosto interessanti per diversi motivi.

Oltre a Toy Story 3 (2010), terzo film d’animazione nominato nella categoria Miglior Film in tutta la storia degli Oscar, Il grinta (2010) fu nominato in dieci categorie. E le perse tutte – la seconda volta in tutta la storia dell’Academy.

Il discorso del re fu la pellicola a ricevere più nomination, ma si divise una buona fetta di premi con Inception (2010): entrambi si portarono a casa quattro statuette.

Le pellicola di Tom Hooper aveva dei contendenti molto forti nella categoria Miglior film, in particolare Inception e The Social Network (2010). Ma, per la qualità del prodotto, mi sento di confermare la scelta dell’Academy.

Tuttavia, devo dire che non è il film che personalmente avrei premiato: il mio voto sarebbe indubbiamente andato alla pellicola di David Fincher.

Ma è anche vero al contempo che Il discorso del re è uno di quei film che, pur essendo artisticamente validi, sono perfettamente confezionati per trionfare a queste premiazioni – per il cast stellare e il tipo di storia raccontata.

Farewell, my dear Hooper…

Il regista, Tom Hooper, ha avuto una sorte veramente infelice.

O meritata, a seconda di come la si guarda.

Ha vissuto degli anni felici come golden boy dell’Academy, a capo di film ampiamente discussi e premiati come Les Misérables (2012) e The Danish Girl (2015). Insomma, si era fatto un nome ad Hollywood e per quasi un decennio sembrava invincibile.

Poi è arrivato Cats (2019).

Cats è ancora oggi un mistero cinematografico: sulla carta sembrava un prodotto incredibile, destinato a far parlare molto di sé, essendo il primo adattamento cinematografico dell’omonimo spettacolo teatrale.

Ed effettivamente fece molto parlare di sé.

Ma non nel modo che Hooper probabilmente si aspettava.

Cats fu infatti un disastro sotto ogni punto di vista: fu un flop disastroso al box office, non riuscendo minimamente a coprire le spese di produzione, venne sbeffeggiato in ogni dove e, sopratutto, fece perdere ogni tipo di credibilità al regista.

Anche a livello umano Hooper fu sotterrato dalle critiche: vennero alla luce una serie di indiscrezioni per cui avrebbe sottoposto gli addetti agli effetti visivi – fra l’altro terribili – a dei ritmi massacranti, comportandosi anche in maniera incredibilmente scorretta nei loro confronti.

E vincendo un Razzie awards come peggior regista dell’anno.