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Green book – Quando l’emozione è tutto…

Green book (2018) di Peter Farrelly è un film un road movie con protagonisti l’improbabile coppia composta da Viggo Mortensen e Mahershala Ali.

Un film che riscosse parecchio successo: venne candidato a cinque Oscar e ne vinse tre, fra cui Miglior film. Probabilmente proprio per questo – e per il budget davvero risicato di 23 milioni di dollari – fu un grande successo commerciale: 321 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla Green book?

Per uno strano caso, Don Shirley, importante concertista nero, sceglie Tony come suo autista nel profondo Sud degli Stati Uniti degli Anni Sessanta…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Green book?

Viggo Mortensen in una scena Green book (2018) di Peter Farrelly

In generale, sì.

Nonostante mi abbia leggermente annoiato sul finale, Green book è un prodotto complessivamente piacevole, con un andamento lineare e facile da seguire.

Non il solito buddy movie, ma una sua versione molto più drammatica, con due attori stellari come Viggo Mortensen e Mahershala Ali, che alzano decisamente il livello medio della pellicola.

Insomma, non imperdibile, ma abbastanza consigliato.

Un tema importante

Viggo Mortensen in una scena Green book (2018) di Peter Farrelly

Il tema centrale della pellicola è l’amicizia fra i due protagonisti.

Un’amicizia difficile, nata con i peggiori presupposti. Infatti Tony e Don sono due persone che si trovano veramente agli antipodi: l’uno molto raffinato e impettito, l’altro più guascone e quasi zotico.

Il loro rapporto nascerà incontrandosi a metà strada: Tony supererà i pregiudizi nei confronti di Don e quest’ultimo troverà nel suo autista un amico su cui contare.

Trovo sempre piacevole seguire il racconto di due persone così avanti nella loro vita che riescono comunque a stringere relazioni durature ed importanti.

Un bel messaggio, tutto sommato, raccontato anche con una scrittura complessivamente buona, che mette in scena un rapporto credibile e realistico.

Attori perfetti

Mahershala Ali in una scena Green book (2018) di Peter Farrelly

Gli attori protagonisti alzano di gran lunga il livello della pellicola.

Mahershala Ali riesce a raccontare in maniera piuttosto interessante un personaggio complesso e combattuto, financo anche piuttosto insostenibile. Purtroppo, nonostante gli intenti della pellicola fossero palesi, non sono riuscita a farmi coinvolgere col dramma umano di Don.

Infatti ho preferito di gran lunga il personaggio di Viggo Mortensen, che porta in scena un italo americano degli Anni Sessanta senza mai scadere negli stereotipi – nonostante la sceneggiatura lo spinga molto in quella direzione – anzi impegnandosi molto in una recitazione corporea eloquente e persino in alcune frasi in italiano non del tutto storpiate.

Il razzismo non è il tema ma…

Mahershala Ali in una scena Green book (2018) di Peter Farrelly

Il razzismo non è il tema centrale della pellicola.

Anzi, è un argomento piuttosto di contorno, raccontato per la maggior parte del tempo attraverso il razzismo benevolo di Tony: l’uomo dimostra di aver interiorizzato una serie di pregiudizi nei confronti della comunità nera, e cerca di farli aderire insistentemente alla persona di Don, nonostante lo stesso non vi si ritrovi per nulla.

E la creazione del loro rapporto si basa proprio sul superamento di questi preconcetti.

Non mancano comunque alcuni picchi drammatici – come l’arresto di Don – ma nel complesso, anche nei momenti più tragici, ci si limita ad un razzismo molto più polite, in cui il personaggio in diversi momenti viene escluso da determinati spazi e contesti – ma quasi mai con l’uso della violenza.

Viggo Mortensen in una scena Green book (2018) di Peter Farrelly

E per questo è molto digeribile per il pubblico medio statunitense.

E questo è anche il motivo per cui ha vinto come Miglior film.

Nonostante, a differenza di altri film – come 12 anni schiavo (2014) – non sia un prodotto scritto appositamente per entrare nel cuore dell’Academy attraverso trigger emotivi piuttosto smaccati, nondimeno l’ha fatto.

E così agli Oscar 2019 è stato premiato un film di medio livello, che gareggiava contro opere di invece altissimo valore come Vice (2018) e La favorita (2018)

Ed è successo proprio perché portare in scena un razzismo così light, e in qualche modo più vicino allo spettatore odierno, ha pagato.

Nonostante in quel contesto storico un uomo nero poteva rischiare in ogni momento la sua vita e venir trattato decisamente peggio in molte le situazioni del film, come si vede per esempio in The Help (2011) – prodotto persino edulcorato da questo punto di vista.

Ed è anche il motivo per cui un film più sincero e veritiero sulla tematica come BlacKkKlansman (2018) non avrebbe mai potuto vincere.

Green book meritava di vincere l’Oscar?

Gli Oscar 2019 vengono sopratutto ricordati per la chiacchieratissima interpretazione di Bradley Cooper e Lady Gaga, protagonisti di A star is born (2017). Come dopo dichiararono gli attori stessi, in quel momento si erano molto immedesimati nei personaggi – con tutto quello che ne consegue:

Inoltre, quell’anno, per la prima volta nella storia dell’MCU, venne candidato un prodotto supereroistico: Black Panther (2018), che era ormai diventato un fenomeno mondiale:

Personalmente, gli Oscar 2019 furono la mia epifania.

Dopo aver visto Vice – che tutt’oggi considero uno dei migliori prodotti di Adam McKay insieme a Don’t look up (2021) – andai a vedere con non poco interesse Green book, convinta che indubbiamente sarebbe stato il miglior film dell’anno.

E potete immaginare quanto mi indispettì quando mi resi conto che evidentemente non lo era, ma era stato comunque premiato come tale.

In quel momento compresi cosa muove veramente le premiazioni degli Oscar, che è stato anche il motivo di questa rubrica: accade spesso che, con una lista di film di grande valore candidati, il meno interessante – ma più politicamente orientato – ne esce vincitore.

Quindi direi che la domanda Green book meritava di vincere l’Oscar? ha più possibili risposte: trovate la vostra.

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La forma dell’acqua – Una favola moderna

La forma dell’acqua (2017) di Guillermo del Toro è il film che rilanciò il regista presso il grande pubblico, dopo che era già profondamente apprezzato per prodotti come Il labirinto del fauno (2006).

Anche per questo, incassò piuttosto bene, a fronte di un budget piuttosto contenuto: 195 milioni di dollari in tutto il mondo per un costo di produzione di 19 milioni.

Di cosa parla La forma dell’acqua?

Baltimora, 1962, piena Guerra fredda. Elisa è una giovane donna delle pulizie, muta, che lavora in una base di ricerca scientifica. Proprio lì avverrà un incontro molto particolare…

Vale la pena di vedere La forma dell’acqua?

Sally Hawkins in una scena di La forma dell'acqua (2017) di Guillermo del Toro

Assolutamente sì.

La forma dell’acqua è un film particolarissimo, che riesce a raccontarti una favola con toni molto adulti e maturi, immersa in atmosfere incredibilmente fascinose e suggestive.

Del Toro ancora una volta dimostrò di essere capace di portare in scena storie interessanti in ambienti magici dai toni profondamente gotici e costruiti alla perfezione.

Insomma, da recuperare assolutamente.

La nuova principessa

Sally Hawkins in una scena di La forma dell'acqua (2017) di Guillermo del Toro

La forma dell’acqua è impostata secondo i canoni della favola, con una grande differenza: la protagonista.

Del Toro infatti ha messo in scena un personaggio femminile del tutto atipico. Elisa è un personaggio che avrebbe tutte le carte in regola per essere un simpatico secondario: disabile e non corrispondente ai più classici canoni di bellezza.

E invece Elisa è una protagonista determinata e coraggiosa, che non ha paura di mettersi in prima linea per difendere quello che considera giusto. E, sopratutto, è una donna con un desiderio sessuale forte ed esplicito.

La componente sessuale

Sally Hawkins e Doug Jones in una scena di La forma dell'acqua (2017) di Guillermo del Toro

Quando andai a vedere il film non mi aspettavo per nulla che avrebbe toccato certi tasti – e infatti sulle prime rimasi leggermente contraddetta.

Ad una seconda visione, mi sono resa conto di quanto Del Toro sia stato capace di mettere in scena una donna realistica, che non cerca solamente una storia romantica, ma che vuole anche – e sopratutto – una relazione sessuale.

E, in più, è lei stessa che cerca questo contatto sessuale, mostrandosi nuda in più occasioni senza alcuna vergogna. E, sopratutto, mostrando un corpo femminile vero, né iper sessualizzato né castrato come spesso accade.

Il nostro cinema avrebbe bisogno di più protagoniste di questo tipo…

La costruzione del contesto

Sally Hawkins in una scena di La forma dell'acqua (2017) di Guillermo del Toro

Molto spesso quando si raccontano contesti sociali molto lontani da noi, dove l’emarginazione di molte minoranze sociali era all’ordine del giorno, è facile inciampare in un taglio narrativo pietistico e forzato.

E invece Del Toro è riuscito a mantenere una rara eleganza anche su questo aspetto.

I personaggi positivi della narrazione sono tutti degli emarginati: una persona disabile, una donna nera, un uomo omosessuale, un mostro. E come tali vengono trattati. E questo contesto è ben raccontato da pochi momenti ben posizionati e piuttosto credibili.

Fra tutti, quando Strickland dice che Dio ha l’aspetto dell’uomo, ma poi specifica più probabilmente un uomo bianco – a sottolineare la superiorità della razza bianca. Così anche lo scambio infelice fra Giles e il ragazzo della tavola calda: il giovane non solo lo rifiuta con disprezzo, ma scaccia anche in malo modo una coppia di neri.

Come è stato fatto il mostro in La forma dell’acqua

Uno degli elementi di fascino de La forma dell’acqua – e del cinema di Del Toro in generale – è la sua capacità di creare degli effetti speciali incredibili utilizzando metodi più materiali e poca CGI.

Infatti la creatura della storia non è un attore coperto da un green screen e poi rielaborato in post produzione, ma l’incredibile Doug Jones, attore feticcio del regista che già aveva lavorato con lui ne Il labirinto del fauno nei panni del Fauno e dell’Uomo pallido.

E quello che si vede in scena è stato pochissimo rifinito in seguito, ma è lo stesso attore coperto dal trucco e dal costume:

La forma dell’acqua meritava di vincere l’Oscar?

Gli Oscar 2018 io personalmente me li ricordo soprattutto per la vittoria di Del Toro.

La bellissima reazione del regista una volta ricevuto l’Oscar mi fece definitivamente innamorare di questo autore:

Contro La forma dell’acqua c’erano tanti e diversi concorrenti di valore: fra gli altri Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017) e Il filo nascosto (2017), ma alla fine il film del regista messicano ebbe la meglio, con ben tredici nomination e quattro vittorie – il più grande vincitore della serata.

Ma meritava di vincere?

La mia opinione su questa pellicola è molto positiva e quindi per me la vittoria è meritatissima. Tuttavia, fra tutti i concorrenti, forse io avrei preferito Tre Manifesti, uno dei miei film preferiti.

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Moonlight – La drammaticità mancata

Moonlight (2016) di Barry Jenkins è una pellicola drammatica e un film coming of age nel senso più stretto del termine: la narrazione si divide in tre parti, che coprono le diverse fasi della vita del protagonista.

Nonostante abbia incassato molto bene per i costi di produzione – 65 milioni contro un budget di 1,5 – è, insieme a The Hurt Locker (2008), uno dei peggiori incassi per un film vincitore nella categoria Miglior film.

Di cosa parla Moonlight?

Chiron è un ragazzino nero cresciuto in un contesto piuttosto difficile, circondato dalla droga, il degrado e una madre tossica. La pellicola segue la sua storia dall’infanzia fino all’età adulta.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Moonlight?

Ashton Sanders in una scena di Moonlight (2016) di Barry Jenkins

Dipende.

Personalmente la pellicola non mi ha convinto per niente: l’ho trovata incredibilmente superficiale, senza sapore, con una fotografia per la maggior parte del tempo totalmente fuori contesto. Il protagonista che non mi ha trasmesso nulla, e così neanche la sua storia.

Tuttavia, se riuscirete a farvi trasportare dalla vicenda fortemente drammatica che la pellicola vuole proporre, potrebbe persino piacervi.

E ve lo auguro.

L’evidente finzione

Janelle Monáe in una scena di Moonlight (2016) di Barry Jenkins

L’elemento che mi ha subito colpito è la fotografia.

Potrebbe sembrare strano, ma fin dai primi minuti ero assillata dalla sensazione che le scene fossero così finte. E poi ho capito che era tutta colpa della fotografia: la maggior parte delle sequenze sono dominate da una luce fredda, di un giallo tenue, che tende ad appiattire i personaggi in scena.

Insomma, una fotografia non tanto dissimile da quella di Hairspray (2007) e The Help (2011) – che però in quei casi era giustificata dal contesto e, sopratutto, bilanciata dalle tematiche del film. In questo caso è molto più gelida, avendo il solo effetto di farmi allontanare ancora di più dalla storia.

E mi rendo conto che il fine ultimo era di utilizzare una luce leggera che mimasse quella della luna – da cui il titolo – spaziando poi per i toni più forti e neon in altre scene. E quest’ultime sono anche le poche che hanno guizzi registici un minimo interessanti.

Per il resto, tutto quello che vedevo in scena mi appariva assolutamente poco credibile.

Un racconto vuoto

Naomie Harris in una scena di Moonlight (2016) di Barry Jenkins

Ma quindi?

Questa è la domanda che mi sono fatta in ogni momento della visione.

E il problema non è che la storia sia banale – il nostro cinema è dominato da film splendidi con trame banalissime. Il problema è lo svolgimento della vicenda, l’approfondimento dei personaggi assente, il protagonista che non parla e lascia fin troppo spazio allo spettatore per interpretare quanto portato in scena.

Il risultato per me è un film che non mi stava raccontando nulla, in cui non sapevo fondamentalmente nulla – o nulla di interessante – del protagonista, che non mi dava alcuno spunto di riflessione.

E che, sopratutto, non mi lasciava lo spazio per appassionarmi.

Il finale

Trevante Rhodes in una scena di Moonlight (2016) di Barry Jenkins

Forse l’elemento che mi ha più infastidito della pellicola è il suo trattare un argomento piuttosto importante – la difficoltà di un ragazzo omosessuale in un ambiente machista – senza in realtà aggiungere nulla di nuovo, o provare a portare qualche novità sullo schermo.

I personaggi omosessuali sono già così rari nel cinema contemporaneo che per me Moonlight è veramente un’occasione sprecata.

Alex Hibbert in una scena di Moonlight (2016) di Barry Jenkins

Per quanto non apprezzi Chiamami col tuo nome (2017), ne riconosco assolutamente il valore anche sociale nel rappresentare una relazione omosessuale i cui protagonisti non siano stereotipati e in cui, sopratutto, si mostri abbastanza esplicitamente un rapporto sessuale fra i due.

In questo caso invece ho trovato l’ennesima storia di un ragazzo omosessuale che deve reprimere la sua sessualità, ma che in realtà non arriva a nessun punto, ma subisce solo la situazione in cui si trova.

E se quel finale dovrebbe essere il punto di arrivo del suo arco narrativo, è di una debolezza devastante…

Moonlight meritava di vincere l’Oscar?

Gli Oscar del 2017 vengono ricordati sopratutto per la figuraccia dell’Academy e dei presentatori nel confondere le buste per il vincitore della categoria Miglior film.

Venne infatti annunciato come vincitore La la land (2016), ma poco dopo venne ammesso l’errore, in una scena a dir poco grottesca:

Ed in generale, tutta la premiazione fu qualcosa di incredibile: quella meraviglia di La la land ottenne il record di candidature – ben 14! – arrivando al pari di Titanic (1997) e Eva contro Eva (1950).

E si portò a casa 6 premi.

Purtroppo fra questi non vi fu appunto quella di Miglior film, che andò invece a Moonlight – una delle tre vittorie, con otto nomination.

La mia opinione su questa vittoria si può facilmente immaginare: al di là anche del gusto personale, è evidente che Moonlight scompare davanti alla grandezza della seconda opera di Chazelle.

E, non a caso, il film veramente ricordato nel tempo come capolavoro è La la land, non certo Moonlight

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Il caso Spotlight – Serve un villaggio per…

Il caso Spotlight (2015) di Tom McCarthy è un film che racconta l’inchiesta giornalistica che coinvolse il gruppo giornalistico Spotlight del The Boston Globe, riguardo al famoso caso di pedofilia e omertà nella Chiesa Cattolica.

A fronte di un budget veramente risicato – appena 20 milioni di dollari – incassò piuttosto bene: quasi 100 milioni di dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla Il caso Spotlight?

2001, Boston. Il gruppo di giornalisti d’inchiesta Spotlight si trova improvvisamente coinvolto in un caso di proporzioni inizialmente inimmaginabili: omertà e insabbiamento di tantissimi casi di pedofilia, e non solo a Boston…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Il caso Spotlight?

In generale, sì.

Nonostante non abbia un grande valore artistico né una regia così interessante – e c’è un motivo per cui lo dico – Il caso spotlight è un film davvero avvincente e che riesce ottimamente nel suo lavoro: raccontare un caso con una tematica molto delicata come la pedofilia, riuscendo al contempo a non scadere nel facile dramma e pietismo.

Con, fra l’altro, un cast d’eccezione.

Raccontare il contesto

If it takes a village to raise a child, it takes a village to abuse one.

Se ci vuole un villaggio per crescere un bambino, ce ne vuole anche uno a molestarlo.

Per raccontare la storia de Il caso Spotlight, era fondamentale riuscire a raccontare il contesto.

Avendo in mente film dalla tematica simile, come Bombshell (2019) o il recente She said (2022), questo è a mio parere uno dei prodotti che meglio riesce ad immergere lo spettatore nell’ambiente raccontato.

Infatti, il film ben ci racconta come la problematica non fosse tanto l’omertà, quanto la presenza pressante e onnipresente della Chiesa Cattolica. Questo elemento viene esplicato in vari punti, in particolare nelle battute iniziali, quando Mary Barton, il nuovo direttore, viene invitato ad un colloquio privato con l’Arcivescovo Law.

E già in quel caso l’ambiente parla da sé: l’ufficio è ricco e quasi barocco, Law vi torreggia come un sovrano che si permette di offrire il suo aiuto al giornale, chiudendo l’incontro con un omaggio, che ben racconta le intenzioni del personaggio.

Altrettanto esplicative sono le varie interazioni con i diversi avvocati: tutti raccontano una realtà blindata e inaccessibile, in cui i colpevoli riescono a nascondersi nelle pieghe di un sistema corrotto e che fa leva sul potere inattaccabile della Chiesa.

E in cui un po’ tutti gli attori in scena sono colpevoli.

Non feticizzare

Un classico scivolone in questo tipo di racconti è il cadere nel facile dramma, mettendo esplicitamente in scena i crimini, sopratutto quelli più disturbanti.

Bombshell (2019) è esplicativo in questo senso.

In questo caso sarebbe stato semplicissimo, prendendo le dovute misure, inserire flashback che raccontassero gli abusi subiti dalle vittime. Invece, per la maggior parte, si mettono in scena personaggi già adulti che vogliono raccontare la loro storia, mentre i numerosi colpevoli non si vedono quasi per nulla.

Ma non per questo il film è meno coinvolgente.

Un’altra tensione

Il focus della tensione è tutto sui protagonisti dell’inchiesta.

Lo spettatore è fin da subito coinvolto nel mistero, che tocca una tematica indiscutibilmente delicata e disturbante, anche solo a parole. E per questo viene facilmente da fare il tifo per gli eroi e la loro strenua lotta contro un’istituzione apparentemente inattaccabile.

Al contempo, la tensione è ben distribuita all’interno della pellicola, mentre i protagonisti svelano poco a poco – a se stessi e allo spettatore – l’ampiezza del caso che hanno fra le mani e da cui, alla fine, escono vittoriosi.

Con punte drammatiche – e soddisfacenti – come la scena in cui Matty sbatte il giornale sull’uscio del prete pedofilo vicino di casa, o quando Peter, l’avvocato amico di Walter, cerchia tutti i nomi della lista di presunti pedofili.

Uno studio certosino

Avete notato che molto dei personaggi in scena hanno una loro particolarità che li rende unici e facilmente riconoscibili?

Questo perché la maggior parte degli attori protagonisti si sono premurati di venire – ed essere durante le riprese – in contatto diretto con le persone reali che stavano portando in scena.

In particolare Michael Keaton scoprì casualmente che il vero Walter Robinson abitava vicino a casa tua e lo andò a trovare. Lo stesso dichiarò, dopo aver visto il film:

Guardare Michael Keaton è stato come guardare in uno specchio, senza avere il controllo dell’immagine speculare.

Mark Ruffalo, che nella pellicola interpreta Michael Rezendes, si spinse anche oltre: non solo prese contatti con la persona reale, ma gli faceva anche leggere le battute prima di recitarle. E infatti Rezendes dichiarò:

Vedere Mark Ruffalo rimettere in scena cinque mesi della mia vita è stato come guardare in uno specchio.

Il caso Spotlight meritava di vincere l’Oscar?

Gli Oscar del 2016 sono ricordati principalmente per la vittoria di Leonardo di Caprio come Miglior attore per The Revenant (2015), dopo tantissime candidature andate in fumo.

Ma, più in generale, fu un’annata abbastanza particolare: nonostante Il caso Spotlight vinse Miglior film, non fu quello con maggiori nomination e neanche con le maggiori vittorie. Il grande vincitore della serata fu infatti Mad Max: Fury Road (2015) – che venne candidato a dieci statuette e ne vinse quattro – seguito da The Revenant – con dodici candidature e tre vittorie.

In effetti la pellicola vincitrice di Miglior film fu piuttosto anomala, più che altro perché, a differenza delle altre due sopra nominate, non ha grandi meriti artistici né grande profondità, nonostante sia comunque ben scritta e di grande coinvolgimento.

Infatti penso che vinse principalmente per la tematica trattata.

Non dico che non meritasse di vincere, ma, valutando da un punto di vista più oggettivo possibile, penso che meritasse di gran lunga la vittoria The Revenant – nonostante sia un film che mi annoia profondamente.

Invece, per il mio gusto personale, avrei fatto vincere quella meraviglia di Mad Max: Fury Road.

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Birdman – La dura finzione

Birdman (2014) di Alejandro González Iñárritu è la pellicola che fece veramente conoscere questo regista al grande pubblico, proprio grazie alla sua improvvisa – e inaspettata – vittoria agli Oscar 2015, confermandone la (breve) ascesa l’anno successivo con Revenant.

A fronte di un budget davvero risicato (16,5 milioni di dollari), riscosse un ottimo successo commerciale: 103 milioni di dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla Birdman?

Riggan è un ex-star del cinema supereoristico che sta cercando di riproporsi al pubblico in una veste nuova, portando il suo spettacolo teatrale a Brodway. Ma il passato lo assilla…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Birdman?

Michael Keaton, Naomi Watts e Zach Galifianakis in una scena di Birdman (2014) di Alejandro González Iñárritu

Assolutamente sì.

È davvero difficile parlare in maniera oggettiva di una pellicola che è fra le mie preferite in assoluto. Sono assolutamente innamorata del suo taglio surreale e fantastico perfettamente bilanciato, dell’utilizzo magistrale del piano sequenza e della costruzione della trama davvero avvincente.

Nonostante non abbia visto tutta la filmografia di Iñárritu, è in assoluto la mia preferita delle sue opere, nonché l’inizio di un brevissimo amore, dissipatosi con Revenant (2015) – film artisticamente splendido ma che trovo di una pesantezza immane – e sopratutto col profondo fastidio che ho provato vedendo Bardo (2022).

Ma, anche per questo, vi consiglio caldamente di recuperarlo.

Il nido

Michael Keaton in una scena di Birdman (2014) di Alejandro González Iñárritu

La maggior parte della pellicola si svolge in un claustrofobico piano sequenza all’interno del teatro.

Ed è veramente opprimente per come la macchina da presa inquadra i personaggi, molto spesso quasi schiacciandoli nell’inquadratura e al contempo inseguendoli di spalle nei loro movimenti, con una dinamicità veramente coinvolgente.

Il teatro è come un luogo di incubazione, un nido in cui il protagonista si è rinchiuso per riuscire a rinascere, spiccare il volo. Ma quello che dovrebbe essere un luogo conciliante e stimolante, è invece profondamente angosciante, più simile ad una trappola.

Michael Keaton in una scena di Birdman (2014) di Alejandro González Iñárritu

Il teatro rappresenta profondamente il tentativo di rinascita di Riggan, che si sente totalmente schiavo della sua identità da eroe mascherato, e che non vuole farsi coinvolgere all’interno del vortice perverso di star di alto livello che diventano supereroi.

E si citano casi da poco avvenuti, come Jeremy Renner, AKA Occhio di falco, che si era fatto conoscere poco tempo prima per The Hurt Locker (2008).

E infatti Riggan, appena esce dal teatro, viene ogni volta assalito dall’identità di cui vuole liberarsi, anche se cerca di rifugiarsi in luoghi altrettanto chiusi ed angusti

La verità in scena

Michael Keaton e Edward Norton in una scena di Birdman (2014) di Alejandro González Iñárritu

Nonostante le apparenti differenze e l’aspro antagonismo, Riggan e Mike sono due figure complementari.

Entrambi non riescono ad avere successo nella vita reale, e per questo mostrano la loro vera faccia solo quando sono in scena. Tuttavia, con delle differenze fondamentali: Mike è del tutto consapevole di questa realtà, e anzi la sbandiera quasi con rassegnazione. E infatti diventa tanto più aggressivo sul palco, nella disperazione di voler plasmare l’unica realtà che riesce veramente a controllare: quella scenica.

Al contrario, Riggan si sente oppresso dal palcoscenico, e riconosce solamente col tempo quanto la stesso racconti effettivamente le sue angosce più profonde. Così il suo desiderio di essere apprezzato, i suoi problemi relazionali e il suo arrendersi all’inevitabile…

L’identità strappata

Michael Keaton in una scena di Birdman (2014) di Alejandro González Iñárritu

Il tormento del protagonista per la sua identità si traduce anche materialmente in scena.

In particolare, nella scena in cui si trova chiuso fuori dal teatro viene privato, proprio con uno strappo, della sua identità. E si ritrova confuso, senza una meta, a vagare, nudo, immerso in una folla che lo soffoca e reclama a gran voce che ritorni nei panni che sta cercando di fuggire: quelli di Birdman.

Per questo la tappa successiva è il ritorno al teatro stesso, in questo splendido gioco metanarrativo in cui il protagonista irrompe in scena e mima la finzione scenica, non bussando alla porta ma urlando knock knock, e usando la mano a mo’ di pistola.

Michael Keaton in una scena di Birdman (2014) di Alejandro González Iñárritu

Ed è quello il momento della consapevolezza.

Proprio recitando le parole che ha detto mille volte – ma mai veramente capito – io non sono qui, sono invisibile, accetta finalmente non solo di liberarsi della sua identità, ma anche di portare la sua vera realtà sulla scena, accentandola come spazio per esprimersi.

Finalmente può spiccare il volo.

Cosa succede nel finale di Birdman?

Il finale di Birdman parla di morte e rinascita.

Riggan, in un certo senso, muore due volte: si uccide in scena, ma si uccide anche nella vita reale – in realtà poi solo distruggendosi il naso. Si ritrova così nella stanza dell’ospedale con un’altra maschera addosso – quella delle garze – che gli copre parte del volto e che sembra proprio la maschera di Birdman.

A quel punto, guardandosi allo specchio, vede come il suo nuovo naso lo faccia ben più assomigliare al suo demone, ma decide definitivamente di salutarlo – anche in maniera piuttosto brusca.

Michael Keaton in una scena di Birdman (2014) di Alejandro González Iñárritu

Come sembrava che ci potessero essere solo due identità possibili – o Birdman o l’attore di teatro – Riggan trova una terza via. Il piacere del volo, del poter viaggiare sopra agli altri era all’inizio solamente una fantasia – come ben testimonia la conclusione della sequenza dedicata.

Invece alla fine il protagonista capisce di potersi librare, leggero e senza il peso di nessuna identità ingombrante, e spiccare il volo come un uomo nuovo.

E ridere di felicità insieme alla figlia.

Birdman: quando la realtà supera la finzione

Il caso di Birdman è veramente singolare.

Fin dall’inizio è evidente l’idea di costruire un personaggio su misura per Michael Keaton, pieno di riferimenti al suo vero passato cinematografico. Non a caso Birdman in inglese assomiglia molto nella pronuncia a Batman, personaggio che lo rese effettivamente famoso.

Tuttavia, da lì in poi, non era mai riuscito a spiccare il volo con qualche altro ruolo.

E, in un primo momento, il ruolo nel film di Iñárritu concesse a Keaton di intraprendere pellicole di ampio respiro e di alto livello, come Il caso Spotlight (2015) e poi The Founder (2016). Ma, in poco tempo, prese la strada infausta prospettata dal film.

Infatti nel 2017 prese i panni dell’Avvoltoio nel film Spiderman Homecoming.

E il parallelismo con Birdman è quasi scontato.

Non ho idea di quanta ironia ci fosse nella scelta di Iñárritu in questa pellicola, né se all’epoca sapesse dei progetti di Keaton – che sembra che accettò il ruolo da supervillain solo nel 2016. Tuttavia la coincidenza è impressionante.

Ma lo è ancora di più se si pensa che, da qui a poco, Keaton dovrebbe riprendere i panni di Batman proprio in The Flash (2023), in un ruolo che sembra quasi da coprotagonista, per la gioia dei fan del personaggio…

Edward Norton Birdman

Michael Keaton e Edward Norton in una scena di Birdman (2014) di Alejandro González Iñárritu

Un discorso analogo si può fare per Edward Norton.

Il suo personaggio è stato costruito proprio sulla sua vita e carriera: all’inizio si dice che Mike ha abbandonato un progetto, probabilmente sia perché licenziato sia perché si è fatto cacciare, come suo solito. È interessante perché non molto tempo prima Norton era stata recastato come Hulk dopo la sua performance in L’incredibile Hulk (2008) nei panni del protagonista.

E i motivi sembrano proprio quelli raccontati nella pellicola: sembrerebbe che Norton facesse il bello e cattivo tempo con la sceneggiatura e sul set, e per questo fu cacciato.

Michael Keaton e Edward Norton in una scena di Birdman (2014) di Alejandro González Iñárritu

La sua carriera era già da tempo in declino, dopo i grandi successi che lo avevano reso iconico di La 25ª ora (2002) e Fight club (1999), fra gli altri, partecipando solo sporadicamente ai film di Wes Anderson come cameo, e poco altro. E dovendo anche scontrarsi anche col flop del suo secondo film da regista, Motherless Brooklyn (2019).

Per fortuna ultimamente l’abbiamo rivisto in scena in un film di ampio successo, Glass Onion (2022), in un ruolo che ho personalmente apprezzato e che spero sia il punto di partenza per una sua rinascita attoriale.

Birdman meritava di vincere l’Oscar?

Gli Oscar del 2015 portarono diverse novità.

Per la prima volta in Italia la cerimonia venne trasmessa in chiaro dal Canale Cielo, e, più in generale, tutti i candidati vennero annunciati tramite conferenza stampa – fino a questo momento solo le dieci categorie più importanti erano annunciate in tv.

Un’edizione dove i film con maggiori candidature ebbero anche il maggior numero di premi: nove statuette per Birdman e Grand Budapest Hotel, e quattro vittorie ciascuno. Oltre al film di Wes Anderson, nella categoria Miglior film c’erano altri contendenti forti: American Sniper e La teoria del tutto.

Tuttavia, vinse appunto Birdman.

Per quanto consideri diversi contendenti molto validi – sopratutto Grand Budapest Hotel – non penso che nessun film meritava una vittoria più di Birdman, un film incredibile sotto ogni punto di vista: registico, artistico e interpretativo.

Il miglior film dell’anno, per davvero.

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12 anni schiavo – Un insopportabile pietismo

12 anni schiavo (2013) di Steve McQueen è un dramma storico che fu confezionato appositamente per colpire il cuore dell’Academy, portandosi infatti a casa tre statuette – fra cui il Miglior film – e nove nomination.

Una discreta delusione per un regista che si era dimostrato molto capace…

Come la maggior parte dei film di questo regista, costò pochissimo – appena 22 milioni di dollari -ma, proprio per la sua rilevanza a livello internazionale, incassò benissimo: 187 milioni di dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla 12 anni schiavo?

New York, 1841. Salomon è un uomo nero libero, che lavora come violinista e vive felicemente con la sua famiglia. Una serie di coincidenze sfortunate lo porteranno ad essere rapito e ridotto in schiavitù per più di un decennio.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere 12 anni schiavo?

Chiwetel Ejiofor in una scena di 12 anni schiavo (2013) di Steve McQueen

È molto difficile rispondere oggettivamente per un prodotto che non ti è piaciuto.

Personalmente, non è un film che consiglierei.

Nonostante riesca tutto sommato a raccontare il complesso dell’esperienza dello schiavismo in maniera piuttosto completa, non è particolarmente interessante come dramma storico né presenta qualche riflessione sul tema di qualche rilevanza.

Insomma, se riuscite a farvi commuovere e coinvolgere da una storia molto lacrimevole e fatta apposta per far piangere lo spettatore, che tratta in maniera abbastanza superficiale il tema dello schiavismo, guardatelo.

Ma non fatevi grande aspettative.

12 anni?

Chiwetel Ejiofor in una scena di 12 anni schiavo (2013) di Steve McQueen

Uno dei più grandi problemi della pellicola è la sua incapacità di far sentire il passare del tempo.

Ci sono molti modi per riuscire a raccontare il tempo che passa, ma 12 anni schiavo ci prova una sola volta – e secondo me anche fallendo. Verso la fine del secondo atto, Salomon e gli altri schiavi di Epps vengono mandati a lavorare in un’altra piantagione.

A quel punto vi è un’evidente ellissi temporale: al loro ritorno non solo Patsey ha partorito la figlia del suo padrone, ma la stessa ha già qualche anno di età. Tuttavia, questo passaggio di qualche anno non si percepisce per nulla nella pellicola, che per quel tratto sembra coprire giusto qualche mese.

Allo stesso modo, anche accettando questa ellissi, nella pellicola in generale non sembrano passati più di quattro o cinque anni.

Non avere più nulla da dire

Chiwetel Ejiofor in una scena di 12 anni schiavo (2013) di Steve McQueen

Verso il terzo atto ho avuto la terrificante sensazione che il film non avesse più niente da raccontare.

Ormai aveva raccontato sia il rapimento, il primo periodo di schiavismo, il secondo periodo. Mancava solamente il climax narrativo – che in realtà appare molto anti-climatico – per far piangere lo spettatore e infine lo scioglimento della vicenda.

E infatti tutta la parte finale l’ho trovata incredibilmente insipida, inutilmente allungata, e del tutto mancante di qualcosa di interessante da raccontare.

Un pietismo smisurato

Chiwetel Ejiofor e Lupita Nyong'o in una scena di 12 anni schiavo (2013) di Steve McQueen

Il climax drammatico di 12 anni schiavo è per me anche il punto più basso e meno interessante del film.

Servirebbe teoricamente a concludere la storia di Patsey e Epps, a portarla ad un apice drammatico, con una scena strappalacrime. Io invece per tutto il tempo non ho avuto alcun moto di simpatia o di coinvolgimento per quello che succedeva in scena.

E non sono una che ha problemi a farsi commuovere, anzi.

Vedevo solamente una costruzione fatta apposta per farmi piangere, senza che i personaggi mi fossero stati adeguatamente costruiti, ma sembrandomi solamente delle figure bidimensionali in scena.

L’unica stella

Michael Fassbender in una scena di 12 anni schiavo (2013) di Steve McQueen

Una grave perdita della pellicola è l’utilizzo di Michael Fassbender.

Fra tutti gli attori mi è sembrato l’unico veramente valido – e non a caso è anche l’attore feticcio del regista. Nonostante la scrittura del suo personaggio, come detto, manca di qualsiasi tipo di profondità, questo fantastico attore si è indubbiamente impegnato nel suo ruolo.

Al contrario, non sono mai rimasta colpita né dall’interpretazione di Chiwetel Ejiofor nei panni del protagonista, né, sopratutto, da Lupita Nyong’o – che ho trovato di gran lunga più convincente in Us (2019). Entrambi gli attori mi sono semplicemente sembrati assorbiti nella recitazione al limite del lacrimevole della pellicola, costruita appositamente per entrare nel cuore dell’Academy.

E, purtroppo, riuscendoci.

12 anni schiavo meritava di vincere l’Oscar?

Gli Oscar del 2014 vengono ricordati principalmente per il cosiddetto Ellen selfie:

Una foto che venne postata su Twitter ed ebbe il record di retweet sulla piattaforma. Un semplice scatto che identificò il cambiamento ormai evidente delle star che cominciavano a postare autonomamente contenuti virali sui propri spazi social – con buona pace dei paparazzi.

Quell’anno il grande vincitore fu Gravity (2013) di Alfonso Cuarón: 10 candidature e ben 7 vittorie. Altrettante candidature ebbe American Hustle (2013) di David O. Russell, che sembrava ormai lanciato per Il lato positivo (2012) – ma che alla fine si rivelò un fuoco di paglia.

Ma alla fine la vittoria per Miglior film andò a 12 anni schiavo.

E per me in questo caso possiamo parlare di Oscar rubato.

Ancora una volta emerse il grande valore politico di questi premi, a discapito della qualità, sopratutto dal momento che nella stessa categoria erano candidati prodotti di altissima qualità come Her (2013) e The Wolf of Wall Street (2013).

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Argo – Un egocentrico vittimismo

Argo (2012) di Ben Affleck è un film che racconta un’importante operazione top secret della CIA, diventata nota a quasi vent’anni di distanza.

Un film che avevo già visto al tempo, ma forse con una visione troppo ingenua…

Una pellicola che incassò molto bene (232 milioni di dollari a fronte di un budget 44 milioni), anche grazie alle sue tre vittorie agli Oscar.

Di cosa parla Argo?

Durante la Rivoluzione Islamica del ’79, in Iran un gruppo di rivoluzionari assalta l’Ambasciata Statunitense e prende come ostaggi più di 60 persone. Solo 6 riescono a fuggire, ma uscire dal paese non è così semplice…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Argo?

Ben Affleck e Alan Arkin in una scena di  Argo (2012) di Ben Affleck

In generale, sì.

Da un punto di vista strettamente qualitativo, è un prodotto veramente valido, che riesce con poche mosse indovinate a tenerti sulle spine, soprattutto sul finale. Tuttavia, vedendolo dopo tanti anni, mi rendo conto di quanto possa risultare un film quasi ridicolo al di fuori del panorama statunitense, perché è davvero ubriaco di un certo tipo di mentalità.

E, sopratutto in tempi recenti, è decisamente meno digeribile.

La tensione equilibrata

Uno dei punti di forza della pellicola è indubbiamente la costruzione della tensione.

La tensione nella pellicola è costante, sopratutto nelle battute finali. I protagonisti sono costantemente in pericolo, la situazione potrebbe deragliare da un momento all’altro, e si gioca tutto sul filo dei secondi.

La pellicola riesce a mantenere un giusto equilibrio in questo senso, senza mai scadere nel cattivo gusto del ciclo Alta tensione di Italia 1, riuscendo al contempo a catturare costantemente l’attenzione dello spettatore.

Il protagonista indovinato

Ben Affleck in una scena di  Argo (2012) di Ben Affleck

Un altro meccanismo della trama piuttosto indovinato è la caratterizzazione del protagonista.

Il film gioca con lo spettatore, che in prima battuta si fida dei personaggi in scena, facenti parte di uno degli organi di governo più importanti al mondo. Ma, in un attimo, il protagonista li smentisce, facendo capire di essere diametralmente più abile e intelligente.

E da quel momento lo spettatore ha piena fiducia in lui.

Stemperare

John Goodman e Alan Arkin in una scena di  Argo (2012) di Ben Affleck

La piccola parte centrale dedicata alla costruzione del falso film mi ha sorpresa.

Permette allo spettatore prendersi una breve pausa dalla grande tensione rappresentata dalla vicenda in toto, con risvolti piuttosto divertenti, grazie sopratutto all’irresistibile coppia Alan Armani e John Goodman.

E infatti questi due personaggi escono fondamentalmente di scena nel terzo atto, riapparendo solamente nelle battute finali per chiudere la vicenda.

L’egocentrismo

Il problema principale della pellicola – di cui sinceramente mi ero dimenticata – è quanto sia fortemente filo-statunitense e, di fatto, rappresentante il grottesco egocentrismo del paese di provenienza.

Anzitutto, anche se si dedica ampio spazio al racconto della situazione storica dell’Iran, mai all’interno della pellicola i personaggi si interrogano sulle colpe degli Stati Uniti per la situazione politica iraniana – e, per estensione, per quella che stanno vivendo.

Il focus è tutto sul costante senso di pericolo dei personaggi, che sono le vittime assolute della situazione stessa.

E qui si trova il difetto più importante.

Auspicabile

Vedendo la pellicola e ad una visione più ingenua, potrebbe risultare quasi realistica la caratterizzazione dei personaggi iraniani.

In realtà la stessa, per quanto indubbiamente funzionale alla trama, è del tutto negativa e polarizzata, e nel senso peggiore possibile. I nemici sono per la quasi totalità minacciosi, rumorosi, violenti.

Sembrano odiare i personaggi – e gli statunitensi in genere – quasi senza un motivo. Senza che mai si racconti effettivamente le radici di questa avversione e i dolori che questo popolo dovette soffrire anche per colpa degli Stati Uniti, senza mai problematizzare la situazione raccontata.

E, guardando The Hurt Locker (2008), è abbastanza evidente come la rappresentazione potesse essere più auspicabilmente onesta…

Argo meritava di vincere l’Oscar?

Gli Oscar del 2013 furono piuttosto interessanti per diversi motivi.

Fu la prima volta che gli Oscar vennero chiamati effettivamente The Oscars, e non The Academy Awards, per venire incontro alla denominazione divenuta ormai comune.

Il film che vinse Miglior film, per la prima volta dopo 30 anni, non venne candidato anche per la regia.

Ma gli Oscar 2013 vennero ricordati sopratutto per il capitombolo di Jennifer Lawrence, che quell’anno vinse l’Oscar per Miglior Attrice non protagonista per Il lato positivo (2012):

I film che ottennero le maggiori candidature furono Lincoln (2012) di Spielberg (12 candidature) e Vita di Pi (2012) di Ang Lee (11 candidature). Ma nessuno dei due vinse come Miglior film: la vittoria andò appunto a Argo.

Si meritava di vincere?

La risposta è un po’ diversa dal solito: Argo non si meritava forse di vincere, ma era l’unica pellicola che avrebbe potuto farlo, per i motivi di cui sopra. Forse uno dei momenti nella storia dell’Academy in cui emerse maggiormente lo stampo politico e profondamente statunitense della cerimonia…

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The Artist – Il potere del muto

The Artist (2011) di Michel Hazanavicius più che un film è un sorprendente esperimento cinematografico: provare a riproporre una storia simile a Singing in the rain (1952), ma con la struttura tecnica di una pellicola muta degli Anni Venti.

E il risultato lascia senza parole.

Il film ricevette diversi riconoscimenti, fra cui l’Oscar per Miglior Film, garantendogli anche un buon ritorno economico: a fronte di un budget davvero risicato (15 milioni di dollari), incassò 133 milioni di dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla The Artist?

George è una star del cinema muto, che si ritrova improvvisamente a scontrarsi con il nuovissimo cinema sonoro, che sembra spadroneggiare…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere The Artist?

Assolutamente sì.

Era davvero difficile riuscire a riproporre un film muto nel 2011, con anche le dinamiche tipiche dei prodotti del cinema primigenio, e renderle apprezzabili al pubblico contemporaneo ormai abituato a prodotti totalmente diversi.

Eppure The Artist ci riesce perfettamente.

Per questo vi consiglio di non farvi frenare dal fatto che si tratti di un film muto: con pochi tocchi e grazie ad una messinscena davvero ben pensata, il regista è riuscito a rendere il prodotto assolutamente godibile.

E vale la pena di spendere due parole in più al riguardo.

Come guardare The Artist

Davanti ad un film come The Artist – in 4:3, in bianco e nero, con dinamiche di un cinema lontanissimo da quello attuale e pure muto – ci si potrebbe facilmente scoraggiare.

Come me è stato in parte per me.

Ma la genialità di questa pellicola sta proprio nella sua capacità di alleggerire notevolmente la maggiore pesantezza del cinema muto, ovvero la continua interruzione della scena per mostrare, tramite scritte sullo schermo, cosa si stanno dicendo i personaggi.

Al contrario, The Artist punta molto sulla recitazione corporea e espressiva, mettendo a schermo neanche un quarto dei dialoghi in forma scritta, ma rendendo chiarissime le dinamiche in scena.

Vedere per credere.

Uno spunto prevedibile…

L’incipit è molto simile – e anche volutamente – al classico del Cinema Singing in the rain (1952): una giovane promessa che riesce ad affermarsi nel nuovo cinema sonoro.

E la pellicola racconta anche un finto spunto narrativo che la rende simile al suddetto film: George deve scontrarsi con la sua vanesia co-star, Costance, che fin da subito si irrita per come il divo gli rubi tutta la scena.

In realtà il suo personaggio viene brevemente rimesso in scena quando Al Zimmer, il produttore, mostra al protagonista la prima prova audio dell’attrice. Poi, semplicemente, esce di scena. E lo stesso vale per la presunta storia romantica fra George e Peppy.

…ma uno sviluppo diverso

Dopo appunto questi spunti narrativi che rimangono orfani – totalmente a favore di pubblico – il film prende una strada totalmente diversa, quasi inaspettata.

Si mostra parallelamente il successo di Peppy Miller, la nuova star del cinema sonoro, e gli inutili tentativi di George di riuscire nuovamente a sfondare nel cinema muto ormai morente, finendo per distruggere anche se stesso.

The Artist quindi si propone di raccontare l’altro lato della medaglia di Singing in the rain: la sorte sfortunata dei divi del cinema muto che non riuscirono a stare al passo con la nuova tendenza.

Infatti nel film del 1952 il contrasto era fra i personaggi positivi – che rappresentano il nuovo cinema – e l’insopportabile diva del muto, che ormai non poteva più essere al passo con la nuova tendenza.

Al contrario, qui è George ad essere vittima della situazione.

Un tipico divo?

George è un protagonista perfetto.

In prima battuta, viene presentato come il classico divo molto – troppo – sicuro di se stesso, anche a costo di mettere in ombra gli altri. Ma non si calca troppo sulla negatività del personaggio, non andando quindi a scadere nella classica narrazione del divo vanesio che si redime nel corso della pellicola.

Il nostro protagonista è semplicemente molto sicuro delle sue doti, e non ha il minimo dubbio sul suo futuro attoriale. Ma si deve scontrare con il cambio dei tempi, spendendo moltissimi soldi per produrre il proprio film, e andando in rovina per questo. E solo per la sua ingenuità, molto spesso rappresentata in maniera quasi giocosa.

Ma anche diversi picchi drammatici, quasi inaspettati per un film con un tono quasi da commedia…

Giocare con il suono

Ho trovato assolutamente geniale il gioco metanarrativo sul suono all’interno della pellicola.

Prima di tutto per l’incubo di George, in cui improvvisamente sente tutti i suoni, ma lui rimane muto, incapace di parlare – proprio come per i suoi film. E il suo urlo rimane totalmente inascoltato.

Ma anche con diversi momenti comici, piccole battute che giocano con il tema del film, ad esempio quando George parla con la signora che è piuttosto interessata al suo cane, e dice:

If only he could talk.

Se solo potesse parlare

E con un finale piacevolissimo, che non scade nella banalissima trama romantica, ma anzi mostra il racconto di una dolcissima Peppy Miller che trova un posto a George nel nuovo cinema. Con un finale in cui esplode finalmente il suono, e sentiamo per la prima volta il protagonista parlare.

Con il suo vistoso difetto di provincia.

The Artist meritava di vincere l’Oscar?

Gli Oscar del 2012 furono interessanti per diversi motivi.

Per cercare di rianimare l’interesse intorno alla premiazione, come per gli Oscar del 2010, si decise di portare un numero di nomination fra le cinque e le dieci per la categoria Miglior film, a seconda del risultato delle votazioni interne.

E infatti si ebbero solo nove nomination per quella categoria.

La spartizione dei premi fu molto larga: l’unico film veramente a trionfare nelle categorie principali fu The Artist, affiancato da Hugo Cabret (2011), che però vinse solamente nelle categorie tecniche. Il resto dei premi fu distribuito fra i vari candidati, che acquisirono una statuetta ciascuno.

Purtroppo conosco solamente la metà dei candidati per la categoria Miglior film. Tuttavia, fra quelli che ho visto – Hugo Cabret, Moneyball, The Help, Midnight in Parisa nessuno avrei assegnato la statuetta.

Per questo secondo me la vittoria di The Artist fu non solo la migliore, ma l’unica che veramente avrei accettato.

Fra l’altro la sua vittoria fu molto interessante nella storia dell’Academy: il secondo film muto a vincere in questa categoria – il primo fu Ali (1927), durante la primissima Notte degli Oscar del 1929. Inoltre fu il primo film in bianco e nero a vincere in questa categoria dopo quasi vent’anni – l’ultimo era stato Schindler’s List (1993).

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Il discorso del re – Un film da Oscar

Il discorso del re (2010) di Tom Hooper è un dramma storico, vincitore di diversi premi, fra cui Miglior Film e Miglior Attore protagonista agli Oscar.

Un film che incassò ottimamente, sopratutto davanti ad un budget veramente risicato: appena 15 milioni di dollari, con un incasso di 423 milioni.

Di cosa parla Il discorso del re?

Il principe Alberto, futuro Giorgio VI e padre della compianta Elisabetta II, è balbuziente. Problema non da poco per un reale che deve sostenere dei discorsi in pubblico…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Il discorso del re?

Colin Firth in una scena di Il discorso del re (2010) di Tom Hooper

Assolutamente sì.

Il discorso del re è un film veramente ottimo, sia per la regia, ma sopratutto per le superbe interpretazioni di Colin Firth e Geoffrey Rush – fra i migliori ruoli della loro carriera.

Un prodotto con ritmi lenti e compassati, ma al contempo una costruzione praticamente perfetta della storia, e sopratutto dei personaggi, nei loro turbolenti rapporti.

Un principe debole

Colin Firth e Geoffrey Rush in una scena di Il discorso del re (2010) di Tom Hooper

All’interno di una crisi serpeggiante della Corona Inglese, non era accettabile avere al proprio interno un membro debole e impresentabile.

E Bertie era davvero impresentabile, praticamente una vergogna per la sua famiglia.

Ma era altrettanto difficile abbassarsi ad accettare questa debolezza, così da riuscire a risolverla effettivamente. E infatti, per tutto il tempo, la strategia Lionel è quella di spogliare il futuro re della sua identità regale e di metterlo al suo livello, quasi infantilizzandolo.

Privandolo della sua identità, per dargliene una nuova.

E infatti alla fine lo chiama secondo la sua carica, riconoscendola in maniera definitiva.

Mostruosamente capace

Colin Firth in una scena di Il discorso del re (2010) di Tom Hooper

Portare sullo schermo le balbuzie, lo sforzo, le difficoltà e le paure annesse, non è cosa da tutti.

Ma Colin Firth è stato mostruosamente capace.

Neanche per un momento all’interno della pellicola ho mai pensato stesse recitando, tanto era intensa e convincente la sua interpretazione. E funziona perfettamente anche nel modulare la sua evoluzione nel corso del film, sopratutto nel suo lento ma costante miglioramento.

Ed era fondamentale che ne fosse capace.

La costruzione drammatica

Colin Firth e Helena Bonam Carter in una scena di Il discorso del re (2010) di Tom Hooper

Uno dei motivi del successo di pubblico di questa pellicola è la sua costruzione drammatica – semplice ma vincente.

Il protagonista del film – e così anche Lionel – è la vittima della situazione e ci coinvolge profondamente a livello emotivo perché gli antagonisti – il padre quanto il fratello – sono indifendibili.

Quindi si percorre una strada sicura nel raccontare la famiglia reale come un luogo rigido e opprimente, quasi militarista. La stessa strada che percorre anche The Crown, alternando le vittime a seconda della stagione – prima Margaret, poi Carlo, infine Diana.

Facendo fra l’altro leva su un trigger emotivo che facilmente coinvolge il pubblico: i rapporti familiari difficili.

La vera famiglia reale?

Colin Firth e Helena Bonam Carter in una scena di Il discorso del re (2010) di Tom Hooper

Vedere Il discorso del re oggi, dopo cinque stagioni di The Crown, fa tutto un altro effetto.

La mano dietro ai due prodotti è radicalmente differente, sopratutto nella scelta del casting: come Peter Morgan – per The Crown e The Queen (2006) – punta sulla somiglianza perfetta, Tom Hooper invece predilige i grandi nomi.

Anche se questi assomigliano veramente poco alle loro controparti reali.

Ed in generale forse è l’elemento che mi ha meno convinto dell’intero progetto, con una costante sensazione di messa in scena e dei personaggi molto caricati e un po’ finti, per certi versi. Ma le interpretazioni sono talmente buone che comunque non è niente di eccessivamente condannabile.

Il discorso del re meritava di vincere l’Oscar?

Gli Oscar del 2011 furono piuttosto interessanti per diversi motivi.

Oltre a Toy Story 3 (2010), terzo film d’animazione nominato nella categoria Miglior Film in tutta la storia degli Oscar, Il grinta (2010) fu nominato in dieci categorie. E le perse tutte – la seconda volta in tutta la storia dell’Academy.

Il discorso del re fu la pellicola a ricevere più nomination, ma si divise una buona fetta di premi con Inception (2010): entrambi si portarono a casa quattro statuette.

Le pellicola di Tom Hooper aveva dei contendenti molto forti nella categoria Miglior film, in particolare Inception e The Social Network (2010). Ma, per la qualità del prodotto, mi sento di confermare la scelta dell’Academy.

Tuttavia, devo dire che non è il film che personalmente avrei premiato: il mio voto sarebbe indubbiamente andato alla pellicola di David Fincher.

Ma è anche vero al contempo che Il discorso del re è uno di quei film che, pur essendo artisticamente validi, sono perfettamente confezionati per trionfare a queste premiazioni – per il cast stellare e il tipo di storia raccontata.

Farewell, my dear Hooper…

Il regista, Tom Hooper, ha avuto una sorte veramente infelice.

O meritata, a seconda di come la si guarda.

Ha vissuto degli anni felici come golden boy dell’Academy, a capo di film ampiamente discussi e premiati come Les Misérables (2012) e The Danish Girl (2015). Insomma, si era fatto un nome ad Hollywood e per quasi un decennio sembrava invincibile.

Poi è arrivato Cats (2019).

Cats è ancora oggi un mistero cinematografico: sulla carta sembrava un prodotto incredibile, destinato a far parlare molto di sé, essendo il primo adattamento cinematografico dell’omonimo spettacolo teatrale.

Ed effettivamente fece molto parlare di sé.

Ma non nel modo che Hooper probabilmente si aspettava.

Cats fu infatti un disastro sotto ogni punto di vista: fu un flop disastroso al box office, non riuscendo minimamente a coprire le spese di produzione, venne sbeffeggiato in ogni dove e, sopratutto, fece perdere ogni tipo di credibilità al regista.

Anche a livello umano Hooper fu sotterrato dalle critiche: vennero alla luce una serie di indiscrezioni per cui avrebbe sottoposto gli addetti agli effetti visivi – fra l’altro terribili – a dei ritmi massacranti, comportandosi anche in maniera incredibilmente scorretta nei loro confronti.

E vincendo un Razzie awards come peggior regista dell’anno.

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The Hurt Locker – La guerra infinita

The Hurt Locker (2010) di Kathryn Bigelow è un film di guerra, vincitore di diversi premi Oscar nel 2010, fra cui Miglior Regia e Miglior Film. Viste queste premesse, mi aspettavo un prodotto imbevuto del classico patriottismo statunitense.

Niente di più sbagliato.

Davanti ad un budget molto contenuto – circa 15 milioni di dollari – incassò abbastanza bene: 49 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla The Hurt Locker?

Iraq, 2004. Un nuovo capo della squadra di artificieri si inserisce a fatica all’interno di un contesto già di per sé molto teso…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di guardare The Hurt Locker?

Decisamente sì.

The Hurt Locker è un film che mi ha davvero sorpreso: davanti al genere di appartenenza e alla vittoria agli Oscar, come detto mi aspettavo un film premiato per essere del tutto in linea con il pensiero guerrafondaio molto diffuso negli Stati Uniti.

Al contrario, mi sono trovata davanti ad un racconto profondamente vero, che non vuole portare in scena una storia di eroi e di nemici. Invece, racconta dinamiche sofferte e genuine, con un taglio quasi documentaristico che rende lo spettatore incredibilmente partecipe.

Tuttavia devo ammettere che, visto il genere, la visione non è stata del tutto leggera, complice anche la ripetitività delle dinamiche raccontate – ma che è dovuta ad uno specifico motivo.

Ma ne vale comunque la pena.

Cosa significa hurt locker?

Hurt locker è un termine slang nato in ambito militare: originariamente indicava un luogo particolarmente pericoloso con risvolti imprevedibili.

In seguito, al di fuori dell’ambito militare, ha acquisito il significato di luogo particolarmente doloroso, da cui l’espressione to be put in a hurt locker, che significa proprio essere in una situazione di grave dolore e disagio.

Un protagonista (a)tipico

La caratterizzazione di Will, il protagonista, è tipica e atipica assieme.

Se da una parte rappresenta un facile topos narrativo (in contesto bellico e non) del nuovo arrivato che si dimostra come uno scavezzacollo che mette in pericolo il team per la sua avventatezza, al contempo non è per nulla scontato.

Infatti per tutto il tempo i personaggi vivono una profondissima tensione in tutte le situazione di estremo pericolo, il protagonista dimostra dei nervi d’acciaio e un totale sprezzo per il pericolo.

Ma non è un valore.

Will, per sua stessa ammissione, è totalmente alienato dalla sua vita e dalle situazioni che vive, l’unico modo in cui può effettivamente affrontare un certo tipo di momenti e portare termine la missione.

Né nemici, né eroi

The Hurt Locker non vuole in alcun modo raccontare una guerra fatta di eroi e di nemici.

Nessuno dei personaggi dimostra in alcun modo un attaccamento patriottico alla sua missione, ma al contrario la pellicola racconta quanto sia estenuante ed angosciante la vita al fronte. Infatti in ogni momento si rischia la vita, in ogni momento ci si sente circondati da minacce e mai veramente al sicuro.

Al contempo il nemico non è mai raccontato come tale: non vediamo mai sanguinosi terroristi né vittime lacrimevoli – come tipico del genere – ma semplicemente esseri umani. Moltissime comparse che fanno da sfondo, come spettatori silenziosi e potenzialmente minacciosi, e che raccontano una realtà illeggibile ma profondamente vera.

La ripetitività dovuta

Per molti versi, The Hurt Locker non ha una trama.

È presente indubbiamente un filo conduttore, ma la struttura narrativa è più che altro quella di un insieme di episodi più o meno auto conclusivi.

Ma per un ottimo motivo.

Una struttura che in realtà serve a raccontare l’estenuante ripetitività del lavoro del soldato, all’interno di una guerra che sembra non finire mai. E infatti la conclusione è esplicativa in questo senso…

The Hurt Locker meritava di vincere l’Oscar?

Gli Oscar del 2010 furono piuttosto interessanti per diversi motivi.

La prima vittoria di una regista donna – proprio per The Hurt Locker – e la prima candidatura di Jennifer Lawrence, che cominciava a farsi conoscere ad Hollywood per Un gelido inverno (2011).

Inoltre, dopo tanto tempo, si ritornò a dieci candidature per Miglior film.

The Hurt Locker aveva molti importanti sfidanti – fra gli altri Avatar (2009), Up (2010) e Bastardi senza gloria (2009). Tuttavia mi sento di dire che l’Oscar in questo caso è ampiamente meritato.

Un film che riesce a raccontare in maniera così interessante e genuina la guerra in Iraq quando questa era ancora in corso, mostrandone un lato non sempre raccontato dai media e dalla propaganda politica, meritava indubbiamente di essere premiato.

Un proposta interessante per una regista di grande interesse, che si occupò successivamente anche di Zero Dark Thirty (2012) per raccontare l’uccisione di Osama bin Laden, e per cui ricevette un’altra candidatura.