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“Cime Tempestose” – Sottrarre

“Cime Tempestose” (2026) è una libera trasposizione dell’opera omonima di Emily Brontë per la regia di Emerald Fennell.

A fronte di un budget medio – 89 milioni di dollari – ha già quasi coperto le spese di produzione nel suo primo weekend.

Di cosa parla “Cime Tempestose”?

Catherine e Heathcliff sono cresciuti insieme…ma potranno vivere solo divisi.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere “Cime Tempestose”?

Dipende.

“Cime Tempestose” mira ad essere un prodotto estremamente trasversale, quasi popolare, andando a riscrivere un classico della letteratura inglese, una storia sostanzialmente di una vendetta violentissima e intergenerazionale, in un dramma romantico particolarmente tragico e anche sessualmente spinto.

Una scelta che, di per sé, non è illegittima, fintanto che si accetta il tipo di operazione a cui si sta andando incontro, scegliendo o meno di affrontare questa visione, evitando di avvelenarsi davanti ad un’opera che, purtroppo, non ha mai voluto essere nient’altro che quello che è.

Lettura

Per quanto il confronto con l’opera di partenza non debba essere per forza uno strumento critico, in questo caso lo stesso è utile per comprendere le intenzioni della regista.

La storia turbolenta fra Heathcliff e Catherine era nel romanzo estremamente stratificata, proprio nell’ottica di essere frutto di un ambiente sociale disfunzionale e classista.

Infatti i due protagonisti non potevano vivere serenamente il loro amore perché loro stessi erano succubi di un’emotività turbata e distruttiva, derivata prima da un contesto familiare violento e tossico, racchiuso specificatamente nella figura di Hanley, il fratello di Cathy, a tratti persino più malvagio dello stesso Heathcliff…

…e poi dallirrisolvibile posizione sociale di Heathcliff.

Infatti Heathcliff è costantemente punito per il suo essere uno zingaro – con una serie di epiteti e paragoni piuttosto coloriti – destando prima l’invidia del fratellastro – che lo considera indegno delle attenzioni del padre proprio per la sua condizione – e poi diventando lui stesso invidioso della condizione sociale privilegiata di Edgar, che ne rappresenta il perfetto contraltare.

In questo contesto, inevitabilmente – e nonostante il timido intervento di Nelly – il protagonista si incattivisce profondamente, presentando fin da subito comportamenti macchinatori e violenti, e coltiva un amore morboso nei confronti di Catherine, da lei ricambiato, proprio avallando dei suoi comportamenti, e peggiorando drasticamente le sue già chiare tendenze all’isteria e all’egomania.

Per questo eliminare – ed eliminare davvero del tutto – sia l’elemento razziale, sia quello più strettamente sociale è una scelta importante…

…che lascia un vuoto.

Vuoto

Nel caso di “Cime tempestose”, il marketing è molto più rivelatorio di quanto si potrebbe pensare.

Un film confezionato su misura per uno specifico target – adolescenti e preadolescenti – ma che, a differenza di altri prodotti analoghi, ha trovato terreno fertile nella specifica lettura della regista stessa, che si può ben riassumere all’interno della frase utilizzata durante la campagna promozionale:

Basato sulla più grande storia d’amore di tutti i tempi.

Una lettura sicuramente legittima, che sulla carta vorrebbe dare maggior risalto alla componente romantica e sentimentale presente nel romanzo originale, andando quindi a smorzare – o, in questo caso, ad eliminare completamente – la componente politica e il conseguente elemento violento che produceva – di fatto, vero protagonista della storia.

La scelta più importante è sicuramente il riscrivere uno dei personaggi più controversi della storia della letteratura in una luce sfacciatamente positiva, raccontando Heathcliff come un buon selvaggio, un emarginato sociale che compie qualche azione malvagia, ma rimandano di fatto una vittima di buon cuore.

Nello specifico, questa tendenza appare particolarmente lampante nell’esclusione di Hanley, personaggio che funzionava anche come rappresentazione plastica degli effetti della sottile cattiveria macchinatrice del protagonista maschile, e degli esiti delle sue terribili vendette.

Ne consegue che il rapporto con Cathy, ragazzina capricciosa e profondamente egoista – che riesce complessivamente ben a ricalcare, pur in chiave minore, la sua controparte cartacea – sia di protezione dal padre violento – personaggio che assorbe dentro di sé la figura del più violento fratello letterario.

D’altra parte non si può rimanere indifferenti all’idea che una riscrittura, soprattutto di un’opera così importante, può agire sicuramente per sottrazione ma, per essere di qualche interesse, dovrebbe anche essere capace di aggiungere, in un certo senso, colmare quel vuoto che eliminare elementi narrativi così fondamentali potrebbe portare.

Ma è l’intento che manca.

Struttura

Cosa aggiunge “Cime Tempestose” alla sua controparte letteraria?

In realtà, nella sua riscrittura, la regista sembra in un certo senso vivere di echi di qualcosa che ha voluto sopprimere.

Il rincontro con Heathcliff nell’atto centrale contiene al suo interno due elementi che sembrano fuori posto: la minacciata vendetta contro la donna amata e le illazioni nei suoi confronti da parte di Catherine verso Isabella, che la ammonisce dicendole come il suo amante la schiaccerebbe come un uovo di rondine.

Elementi che mal si inseriscono all’interno del racconto del protagonista maschile nel primo atto come sostanzialmente salvatore di Catherine, suo amante tradito – ma mai in un contesto veramente vendicativo – e che viene totalmente smorzato dall’interno del successivo montaggio dei protagonisti che vivono intensamente le loro passioni proibite.

Allo stesso modo, quella che dovrebbe essere l’effettiva vendetta di Heathcliff – il matrimonio di Isabella – in realtà lo rende quasi immediatamente vittima della sua nuova moglie, che lo umilia per il suo analfabetismo e che infine lo asseconda nella sua faida, soddisfando i suoi più repressi desideri sessuali.

Tuttavia è una vendetta molto blanda, che facilmente si incasella invece nella narrazione ricercata dell’amore tormentato, ridotta ad una serie di lettere provocatorie che Catherine non leggerà mai, ma che vanno nuovamente a confermare il racconto dell’amore tragico e impossibile.

Per questo  “Cime Tempestose” risulta, in ultima analisi, non una riscrittura, ma una banalizzazione: toglie ai personaggi – da ricordare anche l’evanescenza di Edgar, nel libro contraltare significativo di Heathcliff, nel film figurina sullo sfondo – e non aggiunge di fatto niente agli stessi…

…facendoli vivere di evocazioni, suggestioni, privandoli di un retroterra narrativo significativo, di una struttura caratterizzante, e rinchiudendoli nel guscio vuoto e puramente estetico, con molte idee sulla carta – come la peculiare scelta dei costumi – ma, concretamente, una resa piuttosto fragile priva di significato.

In altre parole, una storia d’amore già vista fin troppe volte.

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2026 Dramma familiare Dramma romantico Dramma storico Drammatico Film Film sportivo

Marty Supreme – Una storia di sconfitta

Marty Supreme (2025) di Josh Safdie è un biopic sportivo con protagonista Timothée Chalamet, basato sulla vera storia del tennistavolista Marty Reisman.

A fronte di un budget medio – circa 70 milioni di dollari – è stato nel complesso un buon successo commerciale: quasi 150 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla Marty Supreme?

Marty non ha un sogno, ma un obiettivo: essere un vincitore. Ma le possibilità di vittoria sono meno concrete di quanto possa pensare…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Marty Supreme?

Assolutamente sì.

Marty Supreme riesce a raccontare una storia tipica e atipica insieme: se sulle prime coinvolge lo spettatore nella più classica ascesa di un futuro campione, già nel secondo atto si frammenta in un racconto ben più profondo e sentito sull’illusione del sogno americano.

Ne consegue un’opera di grande spessore narrativo e artistico, che travolge con i suoi ritmi frenetici, il suo montaggio sfrenato e i continui primissimi piani che ci immergono nell’emotività e nella follia impetuosa dei suoi personaggi.

Normale

Marty non vuole essere normale.

La prima apparizione del protagonista è anche un sunto della sua persona: ottimamente inserito all’interno di un panorama sociale – il negozio di scarpe – da cui non si sente rappresentato, e in cerca di una doverosa via di fuga, sempre nelle retrovie, sempre con inganni improvvisati – e facilmente fallimentari.

Non a caso, il suo personaggio ruota intorno ad una fuga costante, all’essere  braccato da personaggi che tendenzialmente vogliono punirlo per il suo bene, per rimetterlo in riga e fargli dimenticare il suo scapestrato sogno di successo.

Per questo, il ping-pong non è altro che un pretesto.

Un aspetto particolarmente evidente all’interno di un racconto che comincia già con un punto di arrivo – la potenziale vittoria ai British Open – e che quindi evade fin da subito il racconto classico del genere – solitamente composto da uno spericolato climax ascendente, seguito da una battuta di arresto e una conclusione tipicamente risolutiva.

In questo senso Marty Supreme assomiglia di più ad un ribelle Tonya (2022), ma è ancora più sfacciato nel farci dimenticare facilmente e rapidamente del ping-pong.

Il vero tema, in altri termini, è l’illusione di un successo dovuto.

Successo

Marty deve avere successo.

Il protagonista è come se avesse già scritto la sua storia a discapito di tutto il resto

…e di tutti gli altri.

Non manca mai un momento in cui Marty promette un successo che è quasi dovuto, figlio di un’euforia crescente negli Stati Uniti del Secondo Dopoguerra, in cui tutte le porte sono aperte, il cui l’affermazione del sé deve essere conquistata, a prescindere dai danni di percorso – assolutamente secondari rispetto al successo dirompente a cui porteranno.

In quest’ottica il protagonista si lascia alle spalle una scia di disastri – il pranzo non pagato all’hotel, il cuore spezzato di Rachel, il furto al negozio – che progressivamente vengono a chiedergli il conto in maniera sempre più insistente, nonostante all’inizio sembri che Marty ne sia uscito effettivamente vincente.

Ma ogni vittoria ha il suo contraltare.

Così, se l’insistenza e la performance sfacciata gli fanno ottenere una notte con Kay, un accordo con Rockwell e un mucchio di soldi con la truffa alla sala da bowling, gli portano anche un’amante delusa e che si dimentica facilmente di lui, un’umiliazione pubblica e un cane perso…

…e una generale sequela di insuccessi.

Ma non tutti gli insuccessi sono di egual portata.

Svantaggio

Consapevolmente o meno, Marty parte da una posizione di svantaggio.

I due personaggi con cui si deve scontrare più chiaramente sono Kay e Dion che, per la loro condizione di partenza, possono permettersi di sbagliare.

Se infatti Dion è un giovane artista disoccupato che può permettersi di creare – e distruggere – le folli ambizioni di Marty, potendo contare sulla protezione del padre – che comunque lo considera un mediocre – l’infelicità di Kay viene ripagata da uno spettacolo costruito – e pagato – sulla sua persona da un marito assente e disinteressato…

…potendo permettersi di fallire e di contare comunque sul sostegno di tutti.

Marty, invece, può solo vincere.

Particolarmente significativa in questo senso è la fine del secondo atto, quando il protagonista è ormai pronto per realizzare il suo sogno in Giappone, e racconta il suo successo ai suoi amici della bisca, che si congratulano con lui, del tutto ignari del doloroso prezzo che ha dovuto pagare.

Non a caso, uno dei tanti conti da saldare arriva proprio in quel momento: Mishkin, il motore che ha permesso la trama truffaldina protagonista – con tutte le sue ripercussioni – del secondo atto, e che porta Marty, in un modo o nell’altro, a raggiungere…il suo obbiettivo?

Briciole

Marty ha vinto?

Il terzo atto ci lascia col fiato sospeso fino all’ultimo, mostrandoci un Marty tenuto al guinzaglio da un Rockwell – e da un sistema – che vuole emarginarlo, confinarlo nell’angolo dei buffoni, di chi non ce l’ha veramente fatta, di chi può solo vivere all’ombra dei personaggi realmente meritevoli di attenzione.

Non a caso, in questo contesto Endo è il protagonista che ci aspetteremmo – e che Giappone e Stati Uniti in egual modo vorrebbero in campo: un assiduo lavoratore che ha scoperto quasi per caso la sua bravura, che ha portato lustro al suo paese con una vittoria senza alcun tipo di scorrettezza o secondo fine.

E sembra solo naturale che Marty venga ulteriormente battuto, e conseguentemente umiliato, dal campione in carica…

…e invece non ci sta.

La successiva partita è davvero quella decisiva…ma non rappresenta una vera vittoria: Marty, nel concreto, ottiene solo una piccola, insignificante rivincita personale, dimostra a sé stesso che può farcela, ma rimane al contempo scornato, abbandonato e costretto a tornare in patria con mezzi di fortuna.

Ne consegue un finale ambiguo, in cui Marty sembra effettivamente tornare sui suoi passi, emozionarsi genuinamente – forse anche di più della sua vittoria sportiva – per il figlio appena nato, dopo aver passato tutta la pellicola a mettere ogni cosa – e, soprattutto, persona – in secondo piano rispetto al suo ego.

In altri termini, l’emozione di Marty davanti al figlio appena nato potrebbe non essere una semplice e commovente immagine di un giovane padre, ma piuttosto la visione di un futuro possibile, ancora da scrivere, che sembrava fino a quel momento precluso e continuamente negato.

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Dramma romantico Dramma storico Drammatico Film Il dramma della storia Paul Thomas Anderson

Licorice Pizza – I miei uomini terribili

Licorice Pizza (2022) è il terzo film storico di Paul Thomas Anderson – quasi, per certi versi, un sequel spirituale di Vizio di forma (2014) – nonché l’esordio attoriale di Alana Haim.

A fronte di un budget medio per il regista – 40 milioni di dollari – è stato un pesante flop commerciale, non riuscendo a raggiungere neanche i costi di produzione.

Di cosa parla Licorice Pizza?

California, 1973. Gary e Alama sono due sognatori…nell’epoca sbagliata in cui sognare.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea.

Vale la pena di vedere Licorice Pizza?

Assolutamente sì.

Anche se probabilmente non rientra tra le pellicole più significative della carriera di Anderson, Licorice Pizza è, ancora una volta, il racconto di un’epoca di sogni perduti, di speranze spezzate e di un cambiamento che nessuno si aspettava – nè desiderava.

E, se in Vizio di forma ci trovavamo alle porte dei più cinici Anni Settanta, qui i due giovani protagonisti si immergono totalmente in quest’epoca angosciante e piena di inquietudini, ma ancora carichi delle promesse dei decenni del dopoguerra.

Ambizioso

Gary è spregiudicatamente ambizioso.

Appena vede una donna di suo interesse – Alana – decide immediatamente che dovrà essere sua, e la corteggia sfacciatamente e senza preoccuparsi né dell’importante differenza di età, né delle sue legittime proteste, arrivando fino a dichiarare poco dopo che è la donna che sposerà.

Una situazione che potrebbe sembrare un classico comportamento di un adolescente che vuole fare la voce grossa, trattando sostanzialmente Alma come un trofeo per raccontare il suo status, ma in realtà la donna è solo l’ultimo capitolo di un racconto di ambizione sfacciato quanto ingenuo.

In altre parole, Gary è cresciuto in seno al sogno americano per cui tutto è possibile, per cui la carriera da giovane attore è solo un punto di partenza per avviare il suo brillante percorso da imprenditore, rincorrendo le mode del momento per realizzare affari immediatamente vincenti…

…ma anche sicuramente fallimentari.

Ma tutto è possibile quando ti puoi permettere di fallire grazie ad una famiglia che ti copre continuamente le spalle – dettaglio che molto spesso si dimentica nelle narrazioni dei grandi imprenditori americani – e che per questo ti permette di passare senza problemi da un fallimento ad un altro.

E così ogni oggetto può essere il prossimo grande trionfo – che siano i materassi ad acqua o il pinball – e così vale tutto – persino fare inside trading – l’importante è avere il successo, i soldi, lo status…e soprattutto una bella donna da mostrare al proprio fianco.

Ma Alana non è una donna qualsiasi.

Limbo

Alana è bloccata in un limbo.

Anche se inizialmente dà l’impressione di essere una giovane donna con i piedi per terra che si può permettere di guardare dall’alto al basso un ragazzino così sfrontato, in realtà, più la protagonista prosegue la pellicola, più si rivela per la sua incertezza e insicurezza, soprattutto mettendosi in confronto con Gary.

Infatti, a differenza di quello sbarbato quindicenne, Alana non ha una famiglia facoltosa alle spalle, anzi deve vivere nella continua competizione con le sorelle, continuamente osteggiata dal padre e faticando a smarcarsi da un’esistenza con orizzonti ben più limitati…

…e con uno slancio del tutto fallimentare.

A suo modo, anche Alama è una sognatrice, e, per quanto possa criticare Gary per i suoi metodi ed i suoi obbiettivi, rimane fortemente legata al un sogno di cambio di status, il cui primo passo imprescindibile è trovarsi un compagno, rincorrendo ambizioni romantiche sempre più impossibili, nonostante i buoni intenti.

E fallisce continuamente, e viene continuamente svalutata.

Ambizioni

Qual è l’ambizione di Alama?

Per quanto screditi il capriccioso percorso di Gary, la protagonista è altrettanto caotica nel suo agire, nonostante – soprattutto nel finale, quando partecipa alla campagna elettorale di Joel – si faccia forte di una morale che invece il ragazzino ignora totalmente, mostrandosi interessato unicamente al successo e al guadagno.

E altrettanto capricciosa è nel cercare di riappropriarsi di un corpo che non è mai veramente suo, ma di tutti gli uomini – prima di tutto Gary – che se ne vogliono impossessare per motivi anche non sessuali – come sempre Joel, usandola come copertura per la sua relazione clandestina ed inconfessabile…

…ma, soprattutto, come trofeo da esibire e di cui disfarsi a piacimento – come nel caso di Jack Holden – arrivando fino esasperare la situazione per puro gusto della vendetta – o forse per volontà di riappropriazione – quando improvvisa una seduzione telefonica per vendere un materasso, al solo fine di indispettire Gary.

Ma Gary è davvero migliore?

Lo scioglimento della vicenda sembra quello tipico della rom-com – fra gli altri, Harry ti presento Sally (1989) – ma, in realtà, osservando momenti che rischiano di sfuggire ad uno sguardo più superficiale, ci si rende conto che lo stesso è tutt’altro che felice: fino all’ultimo Alama è un trofeo da esibire nella sala giochi…

…e Gary è, infine, l’ennesimo uomo che tradirà la sua fiducia, tanto che, immersa nel suo sogno romantico, nel finale la protagonista è l’unica che dichiara sentimenti che probabilmente il suo nuovo compagno non ha mai provato realmente nei suoi confronti.

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Dramma romantico Dramma storico Drammatico Film Il dramma della storia Noir Paul Thomas Anderson Surreale

Vizio di forma – Un sogno a perdere

Vizio di forma (2014) è la seconda collaborazione di Paul Thomas Anderson con Joaquin Phoenix dopo The Master (2012).

A fronte di un budget ridotto rispetto ad altre produzioni del medesimo autore – 21 milioni di dollari – è stato un discreto disastro commerciale, non riuscendo neanche a coprire i costi di produzione.

Di cosa parla Vizio di forma?

Doc, un investigatore privato hippie, viene coinvolto nel misterioso rapimento del magnate Mickey Wolfmann…o almeno così sembra.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Vizio di forma?

In generale, sì.

Mi risulta onestamente difficile scegliere se consigliare o sconsigliare questa pellicola, in quanto si tratta, senza ombra di dubbio, dell’opera più complessa di Paul Thomas Anderson, proprio perché vuole essere complessa.

Infatti il senso della pellicola si comprende solo ad un livello metanarrativo, andando ad indagare le scelte espositive del regista, che costruisce una sorta di pastiche noir per raccontare un periodo di transizione piuttosto travagliato per gli Stati Uniti.

Sogno

Shasta è un sogno da riconquistare.

Proprio come la voce narrante ci spiega, la donna riappare nella vita del protagonista all’improvviso, inaspettata ma ancora seducente, e introduce Doc in un caso che si rivela poco a poco come un labirinto, il cui esito è incerto e volutamente insoddisfacente.

Doc è infatti rappresentazione della morente culturale hippie e di un’epoca piena di promesse e di illusioni che si scontrarono con la straziante era della Guerra in Vietnam, della speculazione edilizia e, più in generale, di un capitalismo rampante in un mondo sempre più disilluso.

Eppure, proprio all’alba di questo angosciante panorama, il protagonista crede ancora di poter riconquistare quel sogno non ancora perduto, ma che gli scompare più volte fra le mani, mentre cerca di trovare il filo giusto da tirare per risolvere il mistero e, così, riconquistare Shasta.

Ma Shasta non è più sua da molto tempo…

Potere

Wolfman è a sua volta vittima.

L’internamento del magnate è la perfetta rappresentazione del cambio del sogno e, anzi, dell’adattamento dello stesso ad un nuovo panorama: la cultura hippie non è più una realtà alternativa e libera da ogni controllo, ma bensì una forma di business raccontata attraverso la clinica Chryskylodon, apparentemente luogo spirituale new age…

…in realtà spazio di controllo e di rieducazione.

Così, paradossalmente, Shasta stava cercando di salvare la cultura hippie da lei incarnata in una nuova forma, seppur paradossale, di un capitalista che va contro se stesso, che voleva dare via tutto il suo denaro e tenere intatte le comunità senza lanciarsi una speculazione selvaggia.

Ma la realtà è quella del Channel View Estate, una futura mostruosità edilizia che appare come una città fantasma – perfetta rappresentazione della successiva cultura del non-luogo – e le cui dinamiche sono volutamente sibilline, costruite per nascondere qualcos’altro.

E la sensazione di non detto è dominante nella pellicola.

Paranoia

La trama di Vizio di forma è talmente labirintica da risultare quasi paranoica.

Doc raccoglie – ma non riesce a spiegare – una serie di indizi che sembrano puntare da una parte in un’unica direzione – l’onnipresente Gold Fang – e, al contempo, in direzioni del tutto diverse, raccontando un panorama confuso, in continua trasformazione e di difficile comprensione.

Proprio per questo spesso le indagini di Doc vengono derubricate a pura paranoia hippie proprio da quella che dovrebbe essere la massima espressione dell’ordine – Bigfoot – ma che invece rema continuamente contro al protagonista e alla sua ricerca della verità.

In altri termini, Doc è continuamente incastrato in una situazione che non comprende o che vuole renderlo colpevole, e i vari rappresentanti della presunta giustizia – la polizia quanto l’FBI – gli sono spesso ostili e dichiarano apertamente i loro metodi poco ortodossi.

E, infine, nulla viene veramente risolto, ma invece quel problema, quel vizio di forma, intrinseco nel cambiamento del nuovo decennio continua ad essere in agguato, vanificando la reale riconnessone fra Doc e Shasta…

…e mostrandoli dirigersi verso un orizzonte indefinito, ricco di inquietudini appena emerse.

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Commedia Dramma familiare Dramma romantico Dramma storico Drammatico Film Film Primavera 2022

Emma. – Un quadro affollato

Emma. (2020) di Autumn de Wilde è la più recente trasposizione dell’omonimo romanzo di Jane Austen.

A fronte di un budget piuttosto contenuto – 10 milioni di dollari – nonostante il periodo di uscita piuttosto sfortunato, è riuscito quantomeno a pareggiare i costi di produzione.

Di cosa parla Emma.?

Emma è giovane e ricca, e senza un pensiero al mondo…se non organizzare i matrimoni degli altri.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Emma.?

Assolutamente sì.

Emma. riesce, in un periodo storico dominato dal dramma storico trash dato in pasto al pubblico, a portare in scena un’ottima trasposizione del romanzo di Jane Austen, risultando vincente sopratutto nell’affrontare il suo ostacolo più importante: tratteggiare un contesto storico-sociale credibile.

Infatti la pellicola si prende poche libertà rispetto al romanzo, e le stesse sono comunque del tutto giustificate per necessità di economia narrativa – che fatica in qualche tratto a rendere la tridimensionalità dell’ampio ventaglio di personaggi.

Insomma, da riscoprire.

Nella seguente recensione quando si parlerà del romanzo di Jane Austen, lo stesso sarà chiamato “Emma”, mentre per il film si farà riferimento al titolo completo, “Emma.”

Profilo

La sfida più ardua per una transizione di Emma di Jane Austen è il racconto della protagonista.

All’interno di un romanzo piuttosto denso di eventi e di dialoghi, Emma ne emerge come una figura femminile estremamente tridimensionale quanto atipica nel suo rifiutare l’amore e il matrimonio grazie alla sua posizione sociale, ma anche capace di evolvere grazie ai diversi errori ed inciampi durante il percorso.

Ma, per caratterizzarla, ad Emma. bastano poche inquadrature.

Emma viene presentata mentre si fa raccogliere dei fiori, quasi capricciosa nel suo desiderio che venga raccolto esattamente il bocciolo di suo gradimento, ma viene riscritta un momento dopo, quando si scopre che i fiori non erano per lei ma bensì per Miss Taylor, la sua ex governante ormai prossima al matrimonio.

Da qui si snoda una trama piuttosto complessa in cui Emma viene raccontata, pur con le sue stranezze e capricci, come una benefattrice a tempo perso, che tira le fila delle diverse parti in gioco in un panorama di cui lei è la totale matrona.

Emerge in questo senso con particolare importanza la differenza sociale fra Emma e la maggior parte degli altri personaggi, in un connubio di estetica – anche solo per il continuo cambio d’abito – e di scrittura – che riprende pedissequamente lo stile peculiare del romanzo. 

Ma, proprio a partire da questo elemento, il film si prende delle comprensibili libertà.

Differenza

Il racconto del classismo interno ad Emma è alienante quanto necessario.

Infatti, togliendo importanza all’imponente e punitivo sistema sociale della Regency inglese, risulterebbe del tutto incomprensibile la difficoltà di Harriet di trovare marito all’interno di una sfera sociale così fuori dalla sua portata, proprio ammaliata dalle promesse di Emma.

E, proprio su questa linea, risulta significativo tanto lo screzio di Emma con la petulante Miss Bates, quanto il matrimonio con Mr. Martin, che avviene sotto il segno dell’amore quanto soprattutto della consapevolezza finale di Harriet davanti alla scoperta delle sue reali origini…non nobiliari.

Ma, per parlare della giovane protetta della protagonista, Emma. sceglie una strada meno alienante.

Sarebbe stato  fin troppo disturbante assistere al medesimo trattamento della protagonista di Austen nei confronti di Miss Smith, i cui rapporti si dissipano con la stessa velocità con cui si erano creati, a fronte della rottura più difficilmente riassorbita della seconda delusione d’amore di Harriet.

Al contrario, la pellicola rende il loro rapporto ben più affettuoso e appassionato, a partire dal cambio estetico progressivo di Harriet – che passa da essere una umile signorina nessuno a una piacevole dama – fino alla proattiva presa di posizione di Emma sul finale, che utilizza la sua posizione per ricomporre quel matrimonio che aveva contribuito a vanificare.

E, proprio sul versante matrimoniale, Emma. riesce a colmare una mancanza, per così dire, del romanzo.

Sottintesi

Emma è un romanzo ricco di sottintesi e di orizzonti narrativi ristretti al punto di vista della sua protagonista.

Per questo, in mancanza di un ricco volume di più di quattrocento pagine, sarebbe risultato alquanto straniante sia la rivelazione della relazione di Jane Fairfax con Frank Churchill – per cui il libro dissemina pochissimi indizi – sia il matrimonio fra Emma e Mr Knightley – frutto di una intensa rete di dialoghi che si susseguono all’interno del romanzo.

Ma per questo fine Emma. trova delle soluzioni narrative e visive molto intelligenti.

Da una parte, lascia abilmente sotto l’occhio dello spettatore il gioco di sguardi fra Frank e Jane, in dei campi e controcampi spezzati in cui la reazione di uno o dell’altro non è mai chiaramente mostrata, ma al più suggerita e subito strozzata dall’intervento di altri personaggi all’interno della scena.

Dall’altra, anticipa l’attrazione fra Emma e Mr Knightley di diversi momenti, mettendola a sfondo della comune maturazione di entrambi i personaggi, in cui si mostrano concretamente interessanti a fare del bene alla loro comunità data la loro posizione sociale, per poi ritrovarsi inevitabilmente innamorati l’uno dell’altro.

E per il resto?

Contorno

Emma gode – e soffre – di un’ampia rete di personaggi comprimari.

Nella consapevolezza di non poter rubare minutaggio prezioso alla protagonista, la pellicola sceglie di calcare la mano sulla bizzarria delle figure secondarie, con dei casting particolarmente indovinati e una conduzione scenica che riesce perfettamente a definire ora l’ingenua invadenza di Miss Bates – particolarmente nell’inseguimento ad Emma nel negozio…

…ora la insostenibile riservatezza di Jane Fairfax, fino ad arrivare ai pochi ma precisi tocchi di colore che caratterizzano perfettamente le comiche paranoie di Mr. Woodhouse, quanto le tensioni interne alla famiglia della sorella di Emma, Isabella, e del marito John, particolarmente suscettibile ad ogni tipo di cambiamento.

Forse, in questo contesto, i più sacrificati sono gli Elton, gli effettivi villain della pellicola, che riescono particolarmente a brillare nelle interpretazioni perfettamente in parte di Josh O’Connor e di Tanya Reynolds, una perfettamente insopportabile Augusta Elton, sia per l’estetica che per il comportamento…

…ma che avrebbero avuto bisogno di maggiore respiro per esprimersi, soprattutto mancando la tappa fondamentale della insistente protezione di Mrs Elton su Jane Fairfax – che avrebbe giovato anche alla caratterizzazione di quest’ultima – e che avrebbe completato l’insostenibile carattere invadente e altezzoso di entrambi.

Ma, con poco più di due ore a disposizione, non c’era spazio per tutti

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Commedia Dramma romantico Dramma storico Drammatico Film I racconti corali Paul Thomas Anderson

Boogie Nights – Intrappolati nello sguardo

Boogie Nights (1997) è il secondo film della cinematografia di Paul Thomas Anderson.

A fronte abbastanza piccolo – 15 milioni di dollari – fu nel complesso un buon successo commerciale: 47 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla Boogie Nights?

Nel film si intrecciano le diverse e angoscianti vicende di un gruppo di attori del cinema per adulti, fra promesse mancate e sogni distrutti.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Boogie Nights?

Assolutamente sì.

Già con Boogie Nights Paul Thomas Anderson fece già un significativo passo avanti, ampliando il discorso già affrontato in Hard Eight (1996), allungando lo sguardo e puntandolo, pur indirettamente, in un panorama in cui aveva appena messo piede.

Infatti, nonostante si parli specificatamente del cinema per adulti, lo stesso discorso può essere traslato in una critica feroce alla crudeltà delle fortune alterne di Hollywood, in un racconto che, ancora una volta, potrebbe risultare incredibilmente banale…

…e invece sorprende nella sua agghiacciante profondità.

Promessa

La pornografia è una promessa…

… allettante?

Le prime battute di Boogie Nights si impostano sul racconto intrigante, quasi godurioso delle possibilità del cinema per adulti, concentrando tutta l’attenzione su quello che sembra l’elemento fondamentale del discorso: il sesso.

Un sesso semplice, facile da ottenere, una via di fuga da un’esistenza altrimenti insoddisfacente e degradante – come ben racconta l’acceso litigio fra Dirk e la madre quanto il licenziamento di Buck – per ritrovarne i simboli e le certezze altrove.

Se infatti sia Rollergirl che Dirk falliscono nei ruoli sociali in cui provano ad affermarsi e ricostruiscono l’ambiente familiare all’interno del rapporto con Jack – un surrogato della figura paterna e protettiva, che li lancia verso il successo – e poi con Amber – che ritrova il figlio perduto proprio nelle loro due figure.

Ma se il discorso fosse concluso qui, non ci sarebbe altro da aggiungere.

E, invece, l’occhio registico racconta molto di più.

Trappola

La pornografia è una trappola.

E se fosse una trappola semplice, immediata e prevedibile come apripista ad una vita più caotica e libertina, fra droghe, relazioni instabili e sfruttamento, i personaggi avrebbero la possibilità di riscattarsi nel finale della pellicola.

E, invece, la vera trappola è l’occhio.

Nella maggior parte delle scene il sesso o è filtrato dalla macchina da presa o direttamente specchiato nel controcampo della spettatore, e, spesso, lo stesso non ha parte attiva nella scena, ma, proprio penetrandola con lo sguardo, infine la possiede.

E così il sesso diventa una merce che chiunque può consumare a suo piacimento, come ben racconta il continuo esibizionismo della moglie di Bill, che arriva persino a inscenare un rapporto carnale per strada, con una folla di spettatori che la circonda e che così si appropria della sua immagine…

…e che, anzi, proprio come lo sfortunato ragazzo coinvolto nel filmino di Rollergirl e Jack, pretende di avere controllo sul corpo.

Ed è una trappola ineludibile.

Cerchio

I protagonisti di Boogie Nights sono dei divi fragili.

Dati facilmente in pasto al pubblico, pensano di potersi rilanciare all’interno delle più diverse attività, provando una serie di sbocchi per cui si rivelano o del tutto incapaci – come Dirk e Reed con la musica e il cinema commerciale…

…oppure proprio impossibilitati a percorrerle per il tipo di vita che hanno scelto, che ne ha definito tutta la personalità: così se Amber non potrà mai più rivedere il figlio, Buck ottiene la sua rivalsa solamente grazie ad un sanguinoso colpo di fortuna.

In questo senso la chiusura più significativa è quella di Dirk.

Ritornato fra le braccia accoglienti di Jack per riabbracciare quella che sembra l’unica carriera percorribile, il protagonista chiude la pellicola con un aggressivo monologo verso se stesso, con cui si sprona a diventare il protagonista di una scena che è già stata rubata da qualcun’altro

Ovvero, il suo enorme ed ingombrante fallo, che entra nella scena e domina lo sguardo della macchina da presa, tagliando il volto di Dirk, di fatto, riducendone drasticamente l’importanza, dovuta esclusivamente all’enorme membro…

…che si rivela, infine, l’unica vera star.

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Amarcord – La famiglia fragile

Amarcord (1973) è uno dei film più particolari di questa ultima fase della carriera di Fellini, che ritorna al neorealismo ormai carico di una nuova consapevolezza surrealista e onirica.

A fronte di un budget sconosciuto, ha incassato 197 mila dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla Amarcord?

Fra il sogno e il surreale, Fellini ripropone i suoi ricordi di infanzia durante il Ventennio, fra i primi calori e i segreti della famiglia borghese.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Amarcord?

In generale, sì.

Amarcord è un film forse meno complesso rispetto ad altre produzioni di questa fase – come Giulietta degli spiriti (1965) – ma comunque, nel suo bozzetto grottesco e surreale della provincia italiana del Ventennio, fra pettegolezzi e segreti inconfessabili, non è una visione semplice.

Infatti da una parte sembra un ritorno al neorealismo dei primi anni della sua carriera, ma rimane innegabile tutta l’esperienza surreale e onirica che ormai definì le sue pellicole da (1963), tanto da risultare un esperimento quantomeno straniante…

…eppure, nella sua particolarità, una visione la merita.

Ricordo

La storia di Amarcord si articola fra il ricordo e il sogno.

In questo senso Fellini sembra in qualche misura ritornare al neorealismo della sua prima produzione – specificatamente a I vitelloni (1953) – ma con un taglio totalmente differente, ormai definito dal suo più recente gusto per il surreale e il grottesco – che, anche in questo caso, non manca.

Per questo, la narrazione del nutrito gruppo di personaggi in scena assume dei contorni surreali, financo esasperati da un contesto provinciale le cui figure perdono la loro umanità e diventano esseri quasi mitologici, con le loro storie fra la verità e il pettegolezzo.

Ma, il tema di fondo è, di fatto, sempre lo stesso.

Borghese

Fin dagli albori della sua produzione, Fellini ha sempre avuto un certo interesse nel deridere e distruggere la famiglia borghese.

Ma se in prodotti come Lo sceicco bianco (1952) la stessa era immersa in un’ironia più leggera e sognante, nel caso di Amarcord il regista la fa esplodere dall’interno, mettendo in scena un drammatico panorama di ostilità costituito da improbabili personaggi e situazioni…

…e dal racconto di un tentativo di mantenere intatte le apparenze anche davanti ai più evidenti scandali e alle più innegabili vergogne – nello specifico lo zio con evidenti turbe psichiche che viene portato a fare una scampagnata come se si trattasse di una domenica in famiglia come tante.

E, invece, progressivamente, tutta la verità di quella polvere nascosta sotto al tappeto prende piede, rivelandosi alla luce del sole.

Così, nell’urlo disperato dello Zio Teo troviamo un altro protagonista fondamentale della pellicola.

La donna.

Desiderio

Uno dei lati più iconici della filmografia felliniana è il suo rapporto con le donne.

Anche per la sua complessa situazione matrimoniale, progressivamente le donne felliniane diventarono sempre più esagerate e caricate, sempre più figure tipizzate e con specifici ruoli – la donna di classe, la prostituta, l’amore impossibile – ma con un punto in comune.

Ovvero, essere oggetto di uno sfrenato desiderio maschile.

Infatti le principali figure protagoniste della scena – la gradisca, Volpina e, soprattutto, la tabaccaia – sono sempre presentate come in una passerella fatta su misura dello sguardo maschile, che le desidera ma non le può mai davvero ottenere, con l’apice della tragedia di Titta, che lo costringe delirante a letto.

Insomma Fellini, forse sentendosi anche più libero in un panorama cinematografico mutato, mette in scena una sessualità esplosiva e proibita, punto di arrivo (?) di un climax ascendente già proprio di film come La dolce vita (1960), in questo filtrata dalla ingenua visione dei primi calori adolescenziali.

Eppure infine tutto si ricompone, tutto viene assorbito in una festa di paese che celebra la ricomposizione della famiglia borghese e che si lascia alle spalle come un sogno di fantasmi dispersi nella nebbia…

…in una panorama così surreale da non riuscire, paradossalmente, a capire neanche di essere davanti alla propria casa.

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Sinners – Un brandello di orribile libertà

Sinners (2025) di Ryan Coogler, in Italia noto anche come I peccatori, è un western horror con protagonista Michael Jordan.

A fronte di un budget piuttosto importante, è stata una delle rivelazioni del box office di quest’anno, riuscendo quasi a quadruplicare il suo budget.

Di cosa parla Sinners?

Mississippi, 1932. I gemelli Smokestack tornano dopo sette anni nel loro paese natale, sicuri di poter diventare padroni della vita notturna locale. Ma il loro più grande ostacolo è ancora tutto da scoprire…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Sinners?

Assolutamente sì.

Sinners è uno di quei film che riesce a sorprenderti in un panorama cinematografico che sembra ormai saturo del tema, ma che invece lo reinterpreta in una chiave piuttosto brillante, che prende l’eredità dal nuovo horror sociale di Jordan Peele e lo rimescola con altri generi del tutto inaspettati.

A questo si aggiunge una scrittura piuttosto sottile ma ben strutturata, che fa sue le dinamiche del più classico whodunit, ma le esprime con grande abilità in un ultimo atto definito dalla ricerca del colpevole, che sfocia in una riflessione dolorosa e inaspettata nelle sue ultime battute.

Antefatto

Per Sinners l’antefatto è di assoluta importanza.

E non solo perché per questo tipo di pellicole è fondamentale creare una tensione iniziale per mostrare un intrigante punto di arrivo, ma anche perché definisce già il peculiare incontro fra generi molto diversi: un dramma in costume ma con dei tratti western, a cui si aggiunge un enigmatico taglio orrorifico…

…e, a giudicare dall’emblematica inquadratura sul volto di Sammie, anche non poco violento.

A questo punto la pellicola ci trasporta bruscamente un giorno indietro, facendo entrare in scena i veri protagonisti della storia, i gemelli Smokestack, che si distinguono immediatamente dal resto dei personaggi afroamericani per il loro vestirsi da bianchi.

E già solamente questo elemento definisce l’importanza sociale del loro ritorno: dopo essersi messi al servizio dei padroni in mete apparentemente più accoglienti, sono tornati sui loro passi per crearsi un angolo di effettiva libertà in un panorama in cui, anche se la schiavitù è stata abolita, la guerra razziale non ha mai veramente avuto fine.

Per questo è tanto più significativo notare come il racconto sia già perfettamente definito nei suoi contorni: i gemelli si fanno strada nel mondo oppressivo dei bianchi a colpi di pistola e mazzette, ma questo non impedisce loro di essere costantemente insidiati da minacce più o meno evidenti…

… per cui l’uccisione del serpente è solo una cieca illusione di poterla avere vinta facilmente.

Ordine

Nel suo atto centrale, Sinners diventa ancora qualcosa di diverso.

La dinamica sembra quella propria di un heist movie, in cui i gemelli formano una banda per il loro progetto, andando così a definirsi nelle loro diverse sfaccettature, anche in qualche modo contrastanti fra loro, ma ben salde nel raccontarne la tridimensionalità.

Così all’apparenza i protagonisti si pongono come i padroni della scena, pronti a far valere la loro autorità all’interno di un panorama sociale a pezzi, con una classe di immigrati ed emarginati ai limiti della povertà assoluta, da cui pretendono servizi e rispetto, agendo anche violentemente quando questo non avviene…

…ma, al contempo, il loro reale obbiettivo è offrire a questi personaggi un riscatto, uno spazio felice e sicuro lontano dalle angherie dei padroni bianchi, che li opprimono sia direttamente – schiavismo mascherato, aperto razzismo e segregazione – sia indirettamente – con blande accettazioni della loro presenza se non troppo neri.

Così il passato si va progressivamente a comporre pezzo per pezzo dalla bocca dei diversi personaggi, raccontando una realtà sfumata e ambigua di abbandono della loro classe sociale per rivalersi altrove, lasciandosi tutto alle spalle per diversi anni, per poi dover tornare con la coda fra le gambe e pretese di ripristinare tutto com’era all’inizio.

Ma non è questo il vero ostacolo.

Orrore

L’elemento orrorifico era potenzialmente il più rischioso della pellicola.

A livello proprio generale, non è semplice imbastire un horror credibile e che non ricada in cliché ridondanti all’interno di un panorama cinematografico estremamente saturo, in cui, fra l’altro, il ritorno al cinema dei mostri classici sta avvenendo con risultati altalenanti.

Ma ancora più arduo è indubbiamente comporre un racconto orrorifico all’interno di un dramma in costume – o western, o entrambi – senza scadere nel ridicolo.

Eppure, Sinners riesce anche e soprattutto in questo.

Non a caso, la scheggia impazzita viene introdotta in scena quando la stessa sembra essersi ricomposta in un quadro di generale serenità, dove i drammi sembrano essere risolti o in procinto di sciogliersi, incastrandosi abilmente in una dinamica di pregiudizio razziale che porta la coppia bianca ad accettare uno sconosciuto in casa fidandosi solo delle sue parole.

E proprio in questo frangente la scrittura della pellicola è particolarmente brillante, in quanto riesce a rendere straniante il comportamento dei vampiri senza che sia effettivamente così plateale la differenza, ma anzi sfruttando questa ambiguità nell’atto finale, in cui diventa sempre più difficile capire la vera identità dei personaggi.

Eppure, c’è qualcosa di più.

Libertà

La trama orrorifica poteva essere secondaria, quasi accessoria.

E, invece, è fondamentale per il senso generale della pellicola.

Più si ingrossano le fila dei vampiri, più appare evidente che il loro desiderio non sia quello semplicemente di dare sfogo ai loro istinti omicidi, ma bensì di riunire gli oppressi – e, paradossalmente, anche gli oppressori – all’interno di una comunità effettivamente accogliente e capace di contrastare il potere dominante ad armi pari…

...o anche superiori.

Per questo il significato effettivo della pellicola si comprende effettivamente solo nella scena post credit, quando la riformata coppia di Stack e Mary incontra Sammie, rivivendo uno dei momenti più significativi della loro esistenza.

Infatti la musica di Sammie aveva il potere di unire una comunità anche in generazioni e tempi diversi e, ancora decenni dopo, di ricordare un momento in cui i protagonisti non si sono creduti semplicemente liberi, ma lo sono stati effettivamente.

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Commedia Dramma romantico Dramma storico Drammatico Federico Fellini Film

La dolce vita – L’età dell’amarezza

La dolce vita (1960) è probabilmente il titolo più famoso della filmografia di Federico Fellini, che ne definì la popolarità non solo in Italia, ma anche oltreoceano.

A fronte di un budget di 800 milioni di lire – circa 400 mila euro – è stato un enorme successo commerciale: 19 milioni di dollari in tutto il mondo, compresi gli incassi per il noleggio.

Di cosa parla La dolce vita?

Marcello è un giornalista di costume che sembra vivere la vita dei sogni, fra feste, VIPS e amori impossibili…o forse no?

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere La dolce vita?

Federico Fellini e Marcello Mastroianni nel backstage de La dolce vita (1960) di Federico Fellini

Assolutamente sì.

Nonostante il titolo – e tutto l’immaginario che si è creato intorno – possa far credere ad uno spaccato dell’Italia del Boom dai toni ironici, in realtà, al pari del poco successivo Il sorpasso (1962), La dolce vita racconta la profonda tragedia del sogno inconsistente e passeggero della sua epoca.

Infatti, se ci si ferma ad ascoltare la pellicola nei momenti in cui davvero ci parla, si può cogliere l’amarezza crescente dei suoi personaggi, immersi in un sogno che sembra non finire mai, ma che li rende anche privi di un punto di arrivo, di uno scopo, di un motivo per essere vivi.

Idolo

L'inizio de La dolce vita (1960) di Federico Fellini

L’apertura della pellicola racconta tutto di sé stessa.

Un grottesco quanto attraente Gesù in oro massiccio sorvola le cime di Roma, attraendo prima lo sguardo della strato sociale più basso, e poi giungendo alla vetta, e cercando brevemente di dialogare con la sua classe di rappresentanza, ma senza riuscirci.

In altre parole, La dolce vita ci parla di idoli…

…e di idoli passeggeri, interscambiabili, per nulla legati ad una morale cristiana – come racconta bene il passaggio dal Gesù d’oro alla divinità esotica rappresentata dal danzatore nel club – ma anzi con lo sguardo sempre puntato altrove, specificatamente verso gli Stati Uniti.

Per questo l’avvenente stella del cinema, Sylvia, è davvero il simbolo della pellicola.

Marcello Mastroianni e Anita Ekberg in una scena de La dolce vita (1960) di Federico Fellini

In un primo momento Marcello la disdegna – quantomeno a parole – proprio come il suo paese in parte si faceva forte di non essere influenzato dalla cultura d’oltreoceano, ma finendo infine per essere inevitabilmente innamorato, seguendola nella sua sciocca esplorazione dei simboli nostrani.

Infatti, il personaggio di Anita Ekberg prima si appropria delle vesti religiose per salire sulle guglie del Vaticano e quasi prendere il posto del Papa, poi si immerge nel suo abito vaporoso e avvenente nello scenario posticcio dell’Antica Roma, più volte protagonista dei peplum statunitensi.

Marcello Mastroianni e Anita Ekberg in una scena de La dolce vita (1960) di Federico Fellini

E il sogno si autoalimenta nella sua crescente bellezza, finendo per immergersi nelle acque intoccabili della Fontana di Trevi, dove lo schiocco del bacio fra Marcello e Sylvia è al contempo il punto d’arrivo del climax di passione e il momento del risveglio dal sogno.

Così infine il protagonista si trova nell’imbarazzo dell’essere scoperto in pieno giorno, finendo malmenato per strada dalla Grande America.

E l’avventura finisce così…

…o no?

Circo

Marcello Mastroianni in una scena de La dolce vita (1960) di Federico Fellini

Lo spettacolo non può mai finire.

La sensazione di un circo infinito domina la pellicola in ogni sua parte, sia nella sua scansione narrativa – che ci porta da una situazione all’altra senza soluzione di continuità – sia nel suo atto centrale, nella sequenza del Cha Cha, in cui ad uno spettacolo ne segue immediatamente un altro, e poi un altro ancora…

E la fugacità del sogno è rappresentato proprio dalla sua immediata attrattiva: che si tratti dell’ultimo scandalo di celebrità o del supposto miracolo popolare, i media – che siano i paparazzi o la televisione – sono sempre pronti all’assalto della notizia, per darla in pasto ad un pubblico immerso in un’euforia apparentemente senza fine.

Marcello Mastroianni e Alain Cuny 
in una scena de La dolce vita (1960) di Federico Fellini

Ma è proprio nel secondo quadro de La dolce vita – quello dedicato alla festa a casa di Steiner – che emerge effettivamente il dramma della pellicola, impersonato dalla figura del futuro suicida, che racconta prima la sua volontà di ridimensionarsi – come persona e come sogno:

Se mi vedessi bene, sapresti che persona piccola che sono.

…e poi con il suo angosciante tentativo di fuga, rappresentato dai suoni ambientali di cui ormai si è privato, troppo immerso nel fracasso costante a cui la vita mondana lo costringe, troppo intrappolato in quel quadro felice da esserne incapace di fermarsi e di coglierne la vera natura:

Mi sembra che sia solo un’apparenza e che nasconda l’inferno.

E proprio nella mancanza di punti fermi si trova una delle maggiori angosce della pellicola.

Legami

Marcello Mastroianni e Yvonne Furneaux in una scena de La dolce vita (1960) di Federico Fellini

Marcello non può legarsi a nessuno.

La sua vita è scandita da amori passeggeri e scostanti, dall’incapacità di amare la donna che lo ricambia – Emma – e dall’impossibilità di ottenere la donna che desidera – Maddalena – con cui finisce solo per inseguirsi, persino appartarsi nella segretezza della casa di una prostituta.

Entrambe le figure femminili sono sfuggenti, desiderate, respinte e respingenti, in una dinamica di inseguimento che non riesce mai a concludersi, dove vengono dette parole importanti, sia ingiuriose – come nel caso di Emma – sia appassionate – nei confronti di Maddalena…

…per trovarsi sempre al punto di partenza, in un’insopportabile stasi.

Marcello è quindi solo e inascoltato, vive sempre in potenza di qualcosa che potrà succedere – da cui l’emblematica spiegazione della sua vita al padre – e, quando si ferma, riscopre la sua immobilità e solitudine, come proprio nella scena della stanza del Castello, in cui infine Maddalena scompare fra le braccia di un altro uomo.

Infatti, proprio come a teatro, i personaggi entrano ed escono di scena, a volte senza un reale motivo, ma causando la reale sofferenza del protagonista, che si rende conto di non avere un rapporto concreto e significativo con nessuno, nemmeno col padre che prima viene assorbito dalla vita del figlio…

…ma che, infine, senza nessun motivo, deve abbandonarlo.

E proprio in questa occasione si introduce il tema della incomunicabilità.

Comunicare

Marcello Mastroianni e Yvonne Furneaux in una scena de La dolce vita (1960) di Federico Fellini

I personaggi non possono cambiare anche perché non possono comunicare.

La baraonda delle loro vite è troppo importante, troppo imprevedibile perché possa essere evasa, la parata in cui vengono coinvolti per entrare e uscire di scena è troppo travolgente per non farne parte, per non essere rinchiusi in una vita perfetta, in realtà profondamente disconnessa e senza significato.

Per questo, le strade possibili sono solo due.

L’uscita di scena, quella definitiva, di Steiner, che, consapevole di non poter mai essere ascoltato, di non poter mai pretendere una vita differente, se la toglie, lasciando Marcello nella consapevolezza di non aver veramente ascoltato l’amico, di non averlo mai veramente conosciuto nel suo profondo ed incompreso dolore.

Oppure, lasciarsi sopraffare.

Marcello Mastroianni nella scena finale de La dolce vita (1960) di Federico Fellini

La profonda tragedia della perdita di Steiner spinge Marcello ancora più al centro della scena, sempre più inconsistente e frivolo, quasi folle nel suo agire, nel suo voler comporre la scena a suo piacimento, per continuare in eterno una festa da cui non può fuggire.

Per questo, ormai in ginocchio sulla spiaggia, non riesce ad ascoltare niente di diverso, nemmeno la voce innocente e forse alternativa di Paola, che lo distanzia solo di pochi metri eppure che non riesce a penetrare la bolla in cui Marcello si è rinchiuso…

…in cui sceglie infine di ritornare, con un mezzo sorriso sornione di cui ormai ha accettato un’infelice esistenza.

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Robin Hood – Definire l’eroe

Robin Hood (1973) di Wolfgang Reitherman è il ventunesimo Classico Disney basato sulla leggenda dell’omonimo eroe popolare.

A fronte di un budget medio per i prodotti animati del periodo – 5 milioni di dollari – è stato un enorme successo commerciale: 33 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla Robin Hood?

In un medioevo occidentale dominato da animali antropomorfi, Robin Hood e la sua gente devono vivere sotto lo scacco dell’avido principe Giovanni, usurpatore al trono. Ma una ribellione è ancora possibile…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Robin Hood?

Robin Hood in una scena di Robin Hood (1973) di Wolfgang Reitherman

Assolutamente sì.

La versione animalesca di Robin Hood riesce ad essere particolarmente vincente grazie al viscerale e irresistibile umorismo della pellicola, che vivacizza una storia che in realtà è tutt’altro che felice, non mancando anzi di frangenti piuttosto drammatici e angoscianti.

Ma Robin Hood è soprattutto vincente nel riuscire a dare la giusta importanza ad ogni momento della pellicola: anche quelli che potevano essere semplici siparietti comici, sono invece perfettamente integrati all’interno di una storia avvincente e ben strutturata, popolata da personaggi divenuti iconici.

Insomma, da riscoprire.

Parti

Robin Hood in una scena di Robin Hood (1973) di Wolfgang Reitherman

Robin Hood è un ottimo esempio di come gestire i caratteri in scena. 

Infatti fin da subito vengono introdotte le parti in gioco, con un antagonismo fra l’eroe e il villain che si esplica ancora prima che si incontrino: Robin Hood, nelle vesti di un’agile e furbissima volpe, è piuttosto abile nel mutare aspetto e nell’adattarsi alle diverse situazioni ed insidie.

Il Principe Giovanni si succhia il pollice in una scena di Robin Hood (1973) di Wolfgang Reitherman

Al contrario, il principe Giovanni, una versione felina di Giovanni Senzaterra, è un leone che non ha alcuna caratteristica tipica della sua specie: il corpo fragile e sottile affoga nei suoi vestiti regali e regge a malapena una corona che evidentemente non è fatta per lui.

E infatti basta pochissimo per gabbarlo.

Con un facile gioco di costumi, Robin e Little John diventano due avvenenti chiromanti che predicono il futuro che il principe si aspetta, ovvero quello di una vittoria sconfinata della sua persona e della sua dinastia…

…che lo distrae dal presente in cui viene sistematicamente derubato.

Irresistibile la dinamica che si esplica già da questo frangente, con il serpentesco consigliere, unico personaggio capace di vedere gli inganni di Robin Hood, che viene costantemente maltrattato e zittito, spesso persino confinato in spazi minuscoli che gli tolgono ogni accesso alla scena.

Ma se questo è il lato più giocoso…

Pugno

Lo sceriffo di Notthingam ruba la moneta a Scheggia in una scena di Robin Hood (1973) di Wolfgang Reitherman

Da solo, il Principe Giovanni non può essere un villain credibile.

Infatti la malvagità del suo personaggio è definita dalle figure che gli stanno intorno: oltre alla ben sorvegliata carrozza da animali imponenti e minacciosi, l’effettiva negatività del Principe si esplica nella figura dello Sceriffo di Nottingham, un lupo proponente e borioso.

Robin Hood come mendicante in una scena di Robin Hood (1973) di Wolfgang Reitherman

Viene così dipinta la tragicità di un regnante che riduce allo stremo la sua popolazione, come ben racconta la scena del compleanno del piccolo Saetta, che non può neanche godersi la minuscola moneta in regalo, perché per lo Sceriffo ogni occasione è buona per far cassa e per rivalersi sui più deboli.

Ma questa dinamica permette allo stesso Robin di definirsi definitivamente come protagonista positivo: non solo un abile furfante che fa le scarpe all’usurpatore di turno, ma bensì un eroe popolare che cerca di contrastare la fragile condizione dei suoi compaesani, regalandogli tutte le ricchezze che riesce a sottrarre.

Ma ancora non basta.

Obbiettivo

Lady Marian guarda il manifesto di Robin Hood in una scena di Robin Hood (1973) di Wolfgang Reitherman

Se la storia si fosse fermata qui, Robin Hood sarebbe stato fin troppo ripetitivo .

Infatti l’idea di salvare il suo popolo è vincente come obbiettivo, ma altrettanto importante che lo stesso si intrecci con altri obbiettivi secondari: in particolare, conquistare il cuore di Marian, personaggio quasi trascinato in scena dall’intrufolarsi maldestro della freccia di Scheggia nel suo castello.

Una piccola introduzione essenziale anche per dare maggior valore alla successiva gara di tiro con l’arco, che altrimenti poteva sembrare una sequenza fine a sé stessa, ma che invece non solo conferma le abilità del protagonista come teatrante – cambiando perfino specie di appartenenza – ma anche il suo ruolo centrale nella salvezza del regno.

Ed è arrivato il momento di farlo davvero.

Conferma

Fino a questo Robin non aveva fatto che grattare la superficie del problema…

…finché questo non diventa ben più incisivo di quanto anticipato.

La tristissima sequenza delle segrete del castello, accompagnata dalla melanconica melodia di Cantagallo, è l’occasione perfetta per Robin per dare una chiusura degna alla vicenda, per riuscire davvero ad umiliare Giovanni, di cui ormai è diventato il nemico designato.

Robin Hood ruba il sacchetto dei soldi al Principe Giovanni in una scena di Robin Hood (1973) di Wolfgang Reitherman

Così la pellicola mette in scena un divertentissimo teatrino che replica sostanzialmente le stesse dinamiche di Giovanni e Sir Bliss, con il borioso sceriffo che è così sicuro di sè da non voler dare ascolto alle giuste proteste delle sue guardie, che lo avvertono del pericolo imminente.

E così la liberazione fisica della popolazione si accompagna ad una liberazione sociale, con ogni soldo sottratto che viene recuperato, con un Robin disposto persino a rischiare la sua stessa vita per mettere tutti in salvo, portando alla angosciosa sequenza della sua presunta morte…

…che invece ci accompagna alla definitiva sconfitta del Principe Giovanni, ultimo atto di una tirannia ormai giunta al termine, come conferma il lieto finale, in cui il sogno d’amore di Robin e Marian riesce definitivamente a coronarsi…

…benedetto anche dal ritorno dal tanto sospirato Giovanni Cuor di Leone, che, con la sua robustezza e bonarietà, anticipa un futuro luminoso per Nottingham.