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Supergirl – Un sapore amaro

Supergirl (2026) di Craig Gillespie è il secondo film del neonato DC Universe, inaugurato appena un anno prima da Superman (2025).

A fronte di un budget medio per questo tipo di produzioni, ha aperto in maniera a dir poco disastrosa al primo weekend.

Di cosa parla Supergirl?

Kara (Supergirl) e Clark (Superman) non potrebbero essere più diversi, ma entrambi sono alla ricerca di un posto da chiamare casa. Ma per la cugina il percorso sarà ben più tortuoso e tormentato…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Supergirl?

In generale, sì.

Supergirl è nel complesso un prodotto piacevole, che si guarda volentieri, con una struttura narrativa a tappe che nel complesso funziona, pur mancando sostanzialmente di qualsiasi originalità e di guizzo che ci si aspetterebbe da un macroprogetto così importante.

Forse, se fosse uscito in un altro contesto, avrebbe avuto un’accoglienza molto diversa, in parte guastata dal successo di pubblico del film precedente e dalla grande aspettativa pluriennale che questo universo si porta dietro.

Potenza

Il principale nodo di Supergirl risiede nella sua protagonista.

Il personaggio di Milly Alcock si posiziona pericolosamente sul precipizio di una Mary Sue che deve ancora scoprire di esserlo, col rischio di abbracciare i modelli maschili in maniera ben poco ispirata ed incredibilmente banale – in altre parole, un’altra Captain Marvel.

E invece Kara riesce a sorprenderci, caricando il suo personaggio di un realismo che sulle prime appare sostanzialmente comico, ma che assume delle tinte inevitabilmente drammatiche quando viene contestualizzato nel racconto del suo passato – elemento complessivamente ben inserito all’interno della narrazione.

Ed infatti è in questo aspetto così indovinato che si sospetta la maggiore presenza della mano di James Gunn: Supergirl è il perfetto contraltare di Superman, potendo godere, a differenza del cugino, del privilegio di aver conosciuto la sua famiglia, ma anche del dramma di averla persa in giovane età…

…e di essere costretta ad un pianeta che non riconosce come proprio.

Ma se tanta ricercatezza non dialoga efficacemente con la scena…

Pretestuosa

I personaggi intorno a Supergirl vivono totalmente in sua funzione…

…e non sarebbe di per sé un malus, se non fosse che finiscono, alla lunga, per diventare quasi pretestuosi, financo macchiettistici.

L’elemento di dialogo principale – in un contesto in cui ovviamente la protagonista non può raccontarsi storie che conosce già ed è altresì necessario un minimo di variazione nella gestione dei flashback – è sicuramente Ruthye, uno specchio in cui Kara vede sé stessa in potenza, non volendo farla ricadere nei suoi stessi errori…

…ma mancando della stessa profondità.

Ruthye è, in ultima analisi, un personaggio estremamente abbozzato, che non compie mai il passo necessario per raccontarsi effettivamente in modo interessante – nonostante ce ne fossero tutti i presupposti – diventando l’eco di molti giovani personaggi degli Anni Novanta, testardi e, alla lunga, insopportabili.

In altre parole, un Anakin di Episodio I, ma leggermente meno irritante.

E l’antagonista?

Ruolo

Krem è, se possibile, pure più pretestuoso.

Il suo personaggio, nonostante l’attore ci abbia messo molto del suo per farlo parlare in scena, è un antagonista come tanti, che ha l’unica funzione di essere il motore della storia ed il motivo per cui la protagonista decide di mettersi in gioco, offrendo effettivamente uno spunto significativo – Krypto – per raccontare la sua storia.

Per questo, per molti versi, Krem potrebbe essere sostituito da uno qualsiasi dei tanti antagonisti della Marvel delle prime fasi, non apportando nessun contributo significativo alla storia, ma anzi perdendosi in un racconto che per molti versi appare estremamente derivativo – sono diverse le occasioni in cui sembra di stare vedendo Mad Max: Fury Road (2015).

In ultima analisi, il problema di Supergirl non è tanto essere un film piatto di per sé: nella composizione di un multiverso cinematografico come quello che Gunn sta cercando di creare è inevitabile la presenza di prodotti minori, ma che complessivamente – come in questo caso – dialogano in maniera efficace con il resto dei prodotti.

Ma Supergirl arriva un anno dopo un Superman che sembrava davvero poter essere un punto di partenza straordinario e fuori dagli schemi per una nuova DC, caduta negli anni in disgrazia sotto i colpi di prodotti sconclusionati e poco coerenti, ora pronta a sfidare l’altra major – e gli incassi in questo senso di Superman rispetto a Fantastici 4 parlano da soli.

Ma, proprio per questo, vedere in questa fase un prodotto al più gradevole, ma incapace di emergere, non lascia un buon sapore in bocca…

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Exit 8 – Il labirinto mentale

Exit 8 (2025) è un horror psicologico diretto da Genki Kawamura, tratto dall’omonimo videogioco indie.

A fronte di un budget piccolissimo – meno di 2 milioni di dollari stimati – è stato un ottimo successo commerciale: 43 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla Exit 8?

Un giovane uomo sta percorrendo la sua normale strada per andare al lavoro… quando si trova intrappolato in un incubo di sua stessa fattura.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Exit 8?

Assolutamente sì.

Exit 8, oltre ad essere un ottimo thriller psicologico, indaga in maniera veramente interessante sulla rigidità della società giapponese, fatta di riti e di consuetudini fragili quanto intoccabili, definiti da una sostanziale indifferenza.

L’orrore si manifesta quindi su diversi livelli, creando una sorta di paradosso fra l’angosciante claustrofobia del labirinto e la realtà ancora più opprimente a cui ritornare, risultando vincente con pochi tocchi di messinscena di grande interesse.

Insomma, da vedere.

Bolla

L’uomo perso… è perso nella sua quotidianità.

Exit 8 si apre con un piccolo ma significativo spaccato della società giapponese, rappresentato da uno dei suoi luoghi più tipici: la metropolitana, dove è più facile violare l’inviolabile serenità del prossimo e dove ogni anomalia è più facilmente punita.

Un luogo dove il primo protagonista si obbliga effettivamente ad essere indifferente, per la sua incapacità di fare diversamente, per la sua mancanza di coraggio nell’essere proattivo e, di fatto, attivo nella sua stessa vita, proprio nel momento in cui è più chiamato ad esserlo.

E, proprio con questo incipit, si consuma il paradosso del loop.

Le regole del gioco sono, in altra maniera, le stesse regole sociali in cui il protagonista è costretto a vivere: seguire pedissequamente l’ordinarietà degli spazi, ma, proprio nel controllarla, scoprire le anomalie e, ignorandole, rendersi conto della propria indifferenza. 

Soprattutto perché le anomalie, essendo spesso un’esasperazione di realtà quotidiane – come il pianto del bambino rinchiuso negli armadietti o la misteriosa chiamata dell’ex fidanzata – che il protagonista si è costretto ad ignorare ma che, in questo contesto, lo rendono tanto più consapevole.

Per questo, l’uomo che cammina e il bambino sono tanto più significativi.

Inumano

L’uomo che cammina è una proiezione del protagonista?

Il passaggio da figura di sfondo, quasi parte del paesaggio, a protagonista della scena è sulle prime disorientante, ma si ricompone facilmente nella consapevolezza che tutti i personaggi, a loro modo, stanno giocando la stessa partita, anche se con esiti diversi.

Infatti molti sono gli indizi di quello che sarà, in ultimo, il suo destino: nel suo procedere nervoso, l’uomo che cammina pensa di essere arrivato all’uscita e di aver sconfitto il gioco, per poi ritrovarsi sgomento di nuovo al punto di partenza…

…dopo che la ragazza gli ha urlato in faccia un problema che non vuole comprendere.

Ed infatti l’uomo che cammina è convinto di uscire dal loop in cui era imprigionato, finendo invece per ritrovarvisi in maniera del tutto inconsapevole, diventando proprio parte del paesaggio, e perdendo, come ci racconta lo stesso protagonista, ogni suo tratto umano.

In questo senso, il bambino è la chiave.

Futuro

Il protagonista si trova ad un letterale bivio.

Nel suo iniziale e spregiudicato tentativo di essere passivo alla situazione, non può di fatto ignorare il messaggio dell’ex fidanzata e del bambino in arrivo, perdendosi proprio in quel momento nel loop, che diventa tanto più significativo proprio nell’incontro con il bambino, che inizialmente considera come un’anomalia…

…nella sua vita ripetitiva e statica e, di conseguenza, anche nel labirinto.

In questo senso, prendendo il bambino con sé, di fatto il protagonista percorre gli stessi iniziali passi dell’uomo che cammina, anche con dinamiche sceniche abbastanza similari – il modo in cui lo coinvolge nel gioco – ma, infine, sceglie diversamente, diversamente dal futuro che lo stesso bambino gli racconta.

In questo senso la conchiglia – di un hermit crab, niente di meno – è il primo nesso fra il presente del loop – del gioco e della vita – e il futuro che il protagonista può ancora scegliere per sé stesso, soprattutto quando smette di riconoscersi in quell’uomo disperso nella metro di inizio film, incapace di evadere la propria indifferenza.

Per questo il finale, nella sua semplicità e, per certi versi, prevedibilità, racconta come il protagonista riesca, infine, a non essere più passivo, ma proattivo…anche permettendosi di sbagliare: l’esitazione e il conseguente dubbio di come potrà intervenire in un’anomalia ci raccontano un eroe imperfetto…

…ma capace, infine, di fare il primo passo.

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2026 Dramma familiare Drammatico Film Horror Nuove Uscite Film

Backrooms – Un insostenibile balzo indietro

Backrooms (2026) di Kane Parsons è un horror ispirato all’omonimo creepy pasta.

A fronte di un budget molto contenuto – 10 milioni di dollari – si sta rivelando uno dei titoli economicamente più di successo della stagione.

Di cosa parla Backrooms?

Clark è il proprietario infelice di un negozio di mobili di scarso livello, che nasconde delle… stanze segrete.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Backrooms?

Dipende.

L’opera prima del regista statunitense può risultare indubbiamente suggestiva se quello che si cerca è limitato, appunto, a suggestioni derivate da una leggenda metropolitana certamente intrigante…

…ma che meritava di essere meglio contestualizzata all’interno di una narrativa che si prende fin troppe libertà nel suo vivere di una sottrazione tale da indebolire inevitabilmente l’intera struttura.

Incipit

Essendo che non sono così avvezza al genere e che ero reduce dalla visione di quel gioiello di Obsession (2025), l’incipit di Backrooms l’ho trovato ancora più deludente.

La pellicola si apre con l’introduzione del mistero e dell’orrore, facendo vagamente intendere una missione di immersione in questi luoghi proibiti e misteriosi, a cui si accompagna il racconto di una presenza che infesta dei luoghi già di per sé estremamente spaventosi.

Il problema è che non è niente di nuovo.

Per quanto Backrooms vorrebbe raccontarsi come un horror indipendente ed originale, in realtà fin da subito ripercorre le tappe del più classico e scontate, proseguendo nella presentazione dei protagonisti della storia, con una scena sicuramente suggestiva e piena di potenzialità…

…ma che è assolutamente insufficiente, da sola, per la valenza narrativa che troviamo nella conclusione del film.

E proprio questa mancanza è il maggior punto interrogativo di Backrooms.

Mancanza

Nella storia del cinema non mancano sicuramente esempi virtuosi di narrazione per sottrazione – un esempio recente è certamente Furiosa (2023).

Ma, per quanto Backrooms vorrebbe abbracciare questo tipo di narrativa, nel concreto finisce per perdersi in una narrazione del tutto insufficiente, che sembra proseguire ad enormi balzi, vivendo principalmente di suggestioni, ma mancando di snodi fondamentali della trama…

…mancanza che il film non ha la forza di sorreggere.

Infatti, per quanto sulla carta l’idea di Clark che si perde in questi luoghi della memoria distorta per riuscire a trovare soddisfazione della sua vita attuale sia abbastanza lampante, risulta incomprensibile come fosse considerabile funzionante l’idea di non mostrare la sua esplorazione – anzi perdita all’interno delle backrooms.

Soprattutto visto che la scena di confronto con Mary vorrebbe essere l’apice del suo arco involutivo, che aveva tutte le basi per funzionare in scena tramite l’ossessione del protagonista di essere la vittima designata di figure esterne che desideravano solamente il suo fallimento e derubarlo di ogni cosa.

E per il resto?

Orrore

Far realmente e visceralmente paura non è cosa da tutti.

Purtroppo, nel caso di Backrooms, il terrore emerge da una messinscena non particolarmente originale, che spaventa per i più classici orrori in agguato e i più ovvi jumpscare, riuscendo a risultare effettivamente vincente ed intrigante solo nei (pochi) momenti di tecnica found footage.

Purtroppo, le presenze incontrate non risultano di fatto veramente spaventose quando emergono dall’ombra: una volta portate alla luce, una volta spiegate, perdono gran parte del loro fascino orrorifico, tanto da sostenersi sulla base principalmente di jumpscare e, più in generale, di dinamiche di inseguimento piuttosto classiche.

Forse più interessante poteva risultare la parte della storia di Mary, le cui suggestioni dell’infanzia problematica con la madre indubbiamente richiamano quelle delle backrooms, ma che anche in quel caso, soprattutto a fronte del cambio improvviso di protagonista, risultano insufficienti per poter effettivamente funzionare.

In quest’ottica, appare possibilmente ancora più frustrante il finale della pellicola, che interrompe bruscamente la storia quando sembrava pronta a dargli un minimo di contesto, scegliendo di chiudersi con un’immagine indubbiamente suggestiva ed evocativa, ma che poco aggiunge alla narrazione complessiva.

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2026 Biopic Dramma familiare Drammatico Film Musical Nuove Uscite Film

Michael – Un focus molto ristretto

Michael (2026) di Antoine Fuqua è un biopic musicale dedicato alla storia di Michael Jackson.

Di cosa parla Michael?

La pellicola percorre la prima parte della vita dell’icona del pop: dalle sue primissime apparizioni sul palco fino all’emancipazione dalla figura paterna.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Michael?

Dipende.

Parlo partendo da una conoscenza molto superficiale della figura di Michael Jackson, che, purtroppo, il film non è stato in grado di approfondire in modo interessante e, soprattutto, credibile, finendo per idealizzare il suo protagonista in maniera davvero eccessiva.

E, se considerando i nomi coinvolti, poteva pure essere prevedibile, rimane comunque non giustificabile la totale superficialità della storia, che avrebbe potuto facilmente approfondire i lati più problematici della sua figura, pur inserendola all’interno di un’evoluzione del tutto positiva.

E se si considera che non si tratta neanche della fase più controversa della sua vita…

Oppressione

Michael si concentra quasi esclusivamente su un unico, fondamentale conflitto.

Il protagonista che, fin dalla più tenera infanzia, ha dovuto sottostare al giogo opprimente del padre, che pretendeva da lui una perfezione irraggiungibile e che, appena ne ha avuto l’occasione, ha cominciato a spremere ogni goccia del suo talento a proprio vantaggio.

E, accostando il talento naturale di Michael – che sembra emergere senza che sia richiesto alcun concreto sforzo da parte sua – si crea una precisa narrazione per cui il protagonista ci appare come l’ingiusta vittima della situazione, un prodigio strozzato dall’avidità del genitore.

Ma neanche questo aspetto è raccontato fino in fondo.

Michael sembra, per certi versi, muoversi nel perimetro della narrazione favolistica, in cui il protagonista è l’eroe buono e incompreso, e il padre è l’antagonista assoluto, che trama nell’ombra, mentre il resto del cast è composto da una serie di personaggi col medesimo ruolo: l’aiutante.

Non a caso sono proprio questi yes men a fare da eco ad un concetto che la pellicola ci tiene particolarmente a ribadire ad ogni occasione: il protagonista è un prodigio, è unico ed irripetibile…

…e il resto scompare.

Conflitto

Scegliendo di concentrarsi, almeno per ora, sulla parte meno problematica della vita di Michael Jackson, il film ha vita facile...

…eppure sembra tradirsi continuamente da solo.

Per quanto la pellicola voglia mettere al centro unicamente lo scontro col padre, sullo sfondo emergono altri elementi di conflitto, ma di altro tipo: Michael Jackson era un personaggio piuttosto peculiare, anzitutto per il suo rimanere ancorato alla sfera infantile ed il suo costante rincorrere una perfezione irraggiungibile.

Eppure, se Michael sembra costantemente un bambino troppo cresciuto e profondamente solo – oltre al suo staff e alla famiglia non sembra aver nessun altro intorno – se vediamo costantemente il suo aspetto mutare nel tempo per via della chirurgia plastica…

…progressivamente ogni potenziale problematizzazione del personaggio viene taciuta.

Una precisa scelta narrativa che fa sorgere una domanda…

Identità

Chi è Michael Jackson?

È indubbio che la figura di questo personaggio così rivoluzionario della storia della musica sia stata – a ragione o a torto – inquinata nel tempo da diverse accuse che, anche dopo la morte, non hanno mai veramente perso la loro efficacia, anzi sono fra gli elementi più citati fra i non appassionati.

E, per dare riscatto alla sua figura, la pellicola avrebbe potuto offrire uno sguardo più profondo e tridimensionale, affrontando i principali nodi della sua personalità e della sua persona – il suo “infantilismo” e la malattia – anche con una risoluzione totalmente positiva…

…ma almeno affrontandoli.

Invece Michael sceglie consapevolmente di lasciare tutto in secondo piano, volendo ripulire da ogni ombra la figura di Jackson, ma, al contempo, finendo per appiattirla, dal punto di vista personale ma anche – e soprattutto – dal punto di vista musicale.

Infatti, conoscendo così poco del profilo musicale di Jackson, a fine visione mi sono accorta di aver ottenuto pochissime e irrisorie informazioni al riguardo, tanto che, per certi versi, la sua iconicità musicale sembra nascere dal nulla…

…come se fosse già formata, non godendo di alcun retroterra narrativo che mi faccia effettivamente comprendere il suo percorso artistico.

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Avventura Azione Dramma familiare Drammatico Film Horror Scream - Il secondo rilancio

Scream 7 – Cosa resta di noi

Scream 7 (2026) di Kevin Williamson è il settimo capitolo della saga omonima creata da Wes Craven.

A fronte di un budget abbastanza importante per la saga – 45 milioni di dollari – ha aperto molto bene al primo weekend, prospettandosi un buon successo commerciale.

Di cosa parla Scream 7?

Sidney Prescott sembra essersi ricostruita una vita lontana da Woodsboro, il cui maggiore ostacolo è il rapporto con la figlia…oppure no?

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Scream 7?

Dipende.

Scream 7 conferma una direzione che non piacerà agli spettatori che si sono avvicinati ed innamorati della saga per come riusciva a (ri)raccontare il cinema horror tramite una struttura brillantemente metanarrativa.

Tra cui io, fra l’altro.

Se invece questo aspetto è stato per voi di scarso interesse, vi troverete davanti ad uno slasher – o, meglio, un thriller-horror – di medio-basso livello, capace di intrattenere assai superficialmente, come un qualsiasi prodotto commerciale del medesimo genere.

Distruggere

La sequenza introduttiva ha dei significati che a posteriori…risultano dubbi.

In forse le uniche scene effettivamente metanarrative, Scream 7 si apre con il racconto di un fandom ormai saturato intorno ad una serie di concetti ed immagini che sono diventate quasi un culto – ed infatti la casa di Sidney ha proprio quel sapore quasi religioso.

Ma il culto è principalmente focalizzato intorno alla storia originaria, quella di Sidney Prescott nel primo capitolo di Stab – e quindi Scream (1996) – con pochi accenni ai seguiti – fra l’altro fermandosi curiosamente, con i poster, a Stab 6, così da creare una sorta di continuità scenica con il film presente, ma dimenticandosi che in Scream 4 (2011) si parlava persino dell’ottavo capitolo.

Una scena che più che mostrare ci istruisce sul dove guardare: sempre alle spalle dei protagonisti, sempre negli angoli dove i Ghostface appariranno come fantasmi, con una serie di falsi pericoli che si concretizzano poi in un attacco vero e proprio, memore di tutti gli incipit classici della saga, ma che al contempo vuole distruggere tutto quello che è venuto prima.

Ma, in tutta quella distruzione, qual è la parte costruttiva?

Respiro

Lasciare così tanto spazio narrativo fra la prima e la seconda morte è una scelta estremamente significativa.

Infatti, un problema abbastanza comune in ambito slasher è il poco spazio lasciato ai personaggi per raccontarsi, spesso riducendoli a carne da macello da dare in pasto al pubblico.

Al contrario, in questo contesto il focus principale della pellicola, per certi versi, non sono gli omicidi o l’identità del killer, ma bensì l’eredità di Sidney – e in tutte le sue forme: finalmente scopriamo la vita che la protagonista si è costruita al di fuori della sua tragedia, pur rimanendo profondamente influenzata dalla stessa.

Il nodo narrativo principale è infatti la costruzione del rapporto fra madre e figlia, e di come quest’ultima viva all’ombra della genitrice senza neanche conoscere i contorni effettivi della stessa, potendone usufruire solo indirettamente, e finendo così per non poterne fare tesoro come le sarebbe necessario in questo momento così complesso.

In questo senso la costruzione del loro rapporto e il modo in cui Tatum affronta la sua paura di essere al centro della scena – sia in senso stretto che in senso lato – sono interessanti proprio per come la ragazza finisce per inseguire tale ruolo, per quanto la madre cerchi di proteggerla, mantenendola ai lati della scena…

…con una buona crescita del loro rapporto, che ha i suoi picchi sia nella scena del bar – in cui Sidney guida la figlia ad affrontare una battaglia per lei ormai fin troppo nota – quanto nella definitiva uccisione del killer, in cui Tatum dimostra di aver imparato la lezione della madre. 

Il problema è il resto.

Contorno

Un problema minore in Scream 7 è la gestione dei personaggi secondari.

Per quanto, come detto, l’inizio fosse promettente – foriero anche di concetti positivi come la solidarietà fra i personaggi, non scontata in un contesto adolescenziale – ci si ritrova, alla fine del film, a non aver conosciuto quasi nulla – o davvero nulla – dei personaggi di contorno.

Particolarmente sprecato in questo senso è il fidanzato di Tatum – che rimane solo a parole un punto focale di molti discorsi del film, per poi essere facilmente sacrificato nel terzo atto – così come Lucas – anch’esso rievocato solo a parole dalla madre nel finale, senza che la sua morte sia assolutamente spiegabile.

E poco aggiungono anche gli ultimi personaggi sopravvissuti a Scream VI (2023), che sembrano ripetere sostanzialmente dinamiche già viste senza contribuire alla storia – anzi, nel caso di Mindy, a ricordarci come ogni timido accenno di queerness sia bandito…

…così come ogni discorso metanarrativo.

Identità

Scream 7 nasce come film…di Scream?

Il dubbio emerge in quanto per tutta la visione ho avuto la sensazione di assistere ad una storia scritta con scopi totalmente differenti – un thriller psicologico intrecciato con un dramma familiare – a cui solamente in seconda battuta siano stati aggiunti – e con poca convinzione – gli elementi identitari della saga.

Ne consegue che il lato metanarrativo sia sostanzialmente nullo, sistematicamente smentito anche nei suoi più deboli accenni: neanche il momento canonico del raduno dei sospettati e dell’esplicazione delle regole della nuova storia ha alcun valore, tanto che Mindy viene prontamente zittita da Chad.

In quest’ottica nemmeno l’incipit sembra infine significativo, anzi forse appare persino sfacciatamente rivelatorio di una pellicola che sceglie consapevolmente di smentire ogni tratto canonico della saga, finendo però per privarla di ogni suo elemento identitario, e portando in scena il film di Scream meno Scream di sempre.

E, nella sua bruttezza, viene paradossalmente quasi da rimpiangere il precedente capitolo, che almeno era uno slasher…

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2026 Dramma familiare Dramma romantico Dramma storico Drammatico Film

“Cime Tempestose” – Sottrarre

“Cime Tempestose” (2026) è una libera trasposizione dell’opera omonima di Emily Brontë per la regia di Emerald Fennell.

A fronte di un budget medio – 89 milioni di dollari – ha già quasi coperto le spese di produzione nel suo primo weekend.

Di cosa parla “Cime Tempestose”?

Catherine e Heathcliff sono cresciuti insieme…ma potranno vivere solo divisi.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere “Cime Tempestose”?

Dipende.

“Cime Tempestose” mira ad essere un prodotto estremamente trasversale, quasi popolare, andando a riscrivere un classico della letteratura inglese, una storia sostanzialmente di una vendetta violentissima e intergenerazionale, in un dramma romantico particolarmente tragico e anche sessualmente spinto.

Una scelta che, di per sé, non è illegittima, fintanto che si accetta il tipo di operazione a cui si sta andando incontro, scegliendo o meno di affrontare questa visione, evitando di avvelenarsi davanti ad un’opera che, purtroppo, non ha mai voluto essere nient’altro che quello che è.

Lettura

Per quanto il confronto con l’opera di partenza non debba essere per forza uno strumento critico, in questo caso lo stesso è utile per comprendere le intenzioni della regista.

La storia turbolenta fra Heathcliff e Catherine era nel romanzo estremamente stratificata, proprio nell’ottica di essere frutto di un ambiente sociale disfunzionale e classista.

Infatti i due protagonisti non potevano vivere serenamente il loro amore perché loro stessi erano succubi di un’emotività turbata e distruttiva, derivata prima da un contesto familiare violento e tossico, racchiuso specificatamente nella figura di Hanley, il fratello di Cathy, a tratti persino più malvagio dello stesso Heathcliff…

…e poi dallirrisolvibile posizione sociale di Heathcliff.

Infatti Heathcliff è costantemente punito per il suo essere uno zingaro – con una serie di epiteti e paragoni piuttosto coloriti – destando prima l’invidia del fratellastro – che lo considera indegno delle attenzioni del padre proprio per la sua condizione – e poi diventando lui stesso invidioso della condizione sociale privilegiata di Edgar, che ne rappresenta il perfetto contraltare.

In questo contesto, inevitabilmente – e nonostante il timido intervento di Nelly – il protagonista si incattivisce profondamente, presentando fin da subito comportamenti macchinatori e violenti, e coltiva un amore morboso nei confronti di Catherine, da lei ricambiato, proprio avallando dei suoi comportamenti, e peggiorando drasticamente le sue già chiare tendenze all’isteria e all’egomania.

Per questo eliminare – ed eliminare davvero del tutto – sia l’elemento razziale, sia quello più strettamente sociale è una scelta importante…

…che lascia un vuoto.

Vuoto

Nel caso di “Cime tempestose”, il marketing è molto più rivelatorio di quanto si potrebbe pensare.

Un film confezionato su misura per uno specifico target – adolescenti e preadolescenti – ma che, a differenza di altri prodotti analoghi, ha trovato terreno fertile nella specifica lettura della regista stessa, che si può ben riassumere all’interno della frase utilizzata durante la campagna promozionale:

Basato sulla più grande storia d’amore di tutti i tempi.

Una lettura sicuramente legittima, che sulla carta vorrebbe dare maggior risalto alla componente romantica e sentimentale presente nel romanzo originale, andando quindi a smorzare – o, in questo caso, ad eliminare completamente – la componente politica e il conseguente elemento violento che produceva – di fatto, vero protagonista della storia.

La scelta più importante è sicuramente il riscrivere uno dei personaggi più controversi della storia della letteratura in una luce sfacciatamente positiva, raccontando Heathcliff come un buon selvaggio, un emarginato sociale che compie qualche azione malvagia, ma rimandano di fatto una vittima di buon cuore.

Nello specifico, questa tendenza appare particolarmente lampante nell’esclusione di Hanley, personaggio che funzionava anche come rappresentazione plastica degli effetti della sottile cattiveria macchinatrice del protagonista maschile, e degli esiti delle sue terribili vendette.

Ne consegue che il rapporto con Cathy, ragazzina capricciosa e profondamente egoista – che riesce complessivamente ben a ricalcare, pur in chiave minore, la sua controparte cartacea – sia di protezione dal padre violento – personaggio che assorbe dentro di sé la figura del più violento fratello letterario.

D’altra parte non si può rimanere indifferenti all’idea che una riscrittura, soprattutto di un’opera così importante, può agire sicuramente per sottrazione ma, per essere di qualche interesse, dovrebbe anche essere capace di aggiungere, in un certo senso, colmare quel vuoto che eliminare elementi narrativi così fondamentali potrebbe portare.

Ma è l’intento che manca.

Struttura

Cosa aggiunge “Cime Tempestose” alla sua controparte letteraria?

In realtà, nella sua riscrittura, la regista sembra in un certo senso vivere di echi di qualcosa che ha voluto sopprimere.

Il rincontro con Heathcliff nell’atto centrale contiene al suo interno due elementi che sembrano fuori posto: la minacciata vendetta contro la donna amata e le illazioni nei suoi confronti da parte di Catherine verso Isabella, che la ammonisce dicendole come il suo amante la schiaccerebbe come un uovo di rondine.

Elementi che mal si inseriscono all’interno del racconto del protagonista maschile nel primo atto come sostanzialmente salvatore di Catherine, suo amante tradito – ma mai in un contesto veramente vendicativo – e che viene totalmente smorzato dall’interno del successivo montaggio dei protagonisti che vivono intensamente le loro passioni proibite.

Allo stesso modo, quella che dovrebbe essere l’effettiva vendetta di Heathcliff – il matrimonio di Isabella – in realtà lo rende quasi immediatamente vittima della sua nuova moglie, che lo umilia per il suo analfabetismo e che infine lo asseconda nella sua faida, soddisfando i suoi più repressi desideri sessuali.

Tuttavia è una vendetta molto blanda, che facilmente si incasella invece nella narrazione ricercata dell’amore tormentato, ridotta ad una serie di lettere provocatorie che Catherine non leggerà mai, ma che vanno nuovamente a confermare il racconto dell’amore tragico e impossibile.

Per questo  “Cime Tempestose” risulta, in ultima analisi, non una riscrittura, ma una banalizzazione: toglie ai personaggi – da ricordare anche l’evanescenza di Edgar, nel libro contraltare significativo di Heathcliff, nel film figurina sullo sfondo – e non aggiunge di fatto niente agli stessi…

…facendoli vivere di evocazioni, suggestioni, privandoli di un retroterra narrativo significativo, di una struttura caratterizzante, e rinchiudendoli nel guscio vuoto e puramente estetico, con molte idee sulla carta – come la peculiare scelta dei costumi – ma, concretamente, una resa piuttosto fragile priva di significato.

In altre parole, una storia d’amore già vista fin troppe volte.

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Dramma familiare Dramma romantico Drammatico Fantastico Film

Hamnet – Un labirinto vuoto

Hamnet (2026) di Chloé Zhao è un dramma familiare tratto dall’omonimo romanzo di Maggie O’Farrell, qui nel ruolo di co-sceneggiatrice.

A fronte di un budget medio – 35 milioni di dollari – si è rivelato nel complesso un buon successo commerciale.

Di cosa parla Hamnet?

Will e Agnes sembrano avere il destino segnato dal loro essere reietti…ma potendolo invece essere insieme.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Hamnet?

Assolutamente sì.

Dopo la dolcissima delicatezza di Nomadland (2020), Chloé Zhao torna alla regia con una pellicola capace di portare in scena una piccola storia familiare che si intreccia in maniera brillante con l’elemento magico e onirico che pervade la storia.

Un racconto fatto di presagi, segni e predizioni, che si insinuano negli sguardi, nei pensieri e nelle parole dei personaggi in maniera estremamente sottile e capace di essere compresa nella sua interezza solo visione dopo visione.

Fuori

Il percorso di Will è inevitabilmente rivolto verso l’esterno.

La pellicola si apre con la visione di Agnes avvolta nel contesto naturale – selvaggio e, per questo, temuto – in cui Will si specchia nella scena successiva, con il paesaggio che si riflette nella sua gabbia – le finestre della casa in cui è costretto.

Si crea quindi subito questa dicotomia fra lo spazio chiuso e opprimente – definito da colori freddi, desaturati, financo binari nella casa di Will – in cui è tutto o bianco, o nero – e invece lo spazio aperto, di colori pieni e brillanti, che Agnes porta con sé anche quando rientra nel grigiore domestico.

Si crea quindi questo movimento in cui i due si ritrovano in una sorta di terra di confine, in cui Agnes benedice Will promettendogli un futuro ben al di là dei ristretti orizzonti a cui è stato costretto, per poi rientrare entrambi nel contesto familiare opprimente, all’interno di una forte simmetria in cui entrambi raccontano il loro ruolo di emarginati.

Il loro secondo approccio è in questo senso fondamentale, in quanto Will sceglie consapevolmente di penetrare quella natura disarmonica, rifugio e condanna di Agnes, e riesce così a conquistarla, dimostrandosi estraneo alle grettezze sociali a cui è costretto…

…raccontandogli una novella fuori dagli schemi del mero matrimonio borghese.

Ed è a quel punto che comincia la loro storia.

Destino

Agnes è consapevole del proprio destino e di quello di Will.

Per questo si fa costantemente vettore dello stesso, prima accettando il ruolo di genitrice ma non – come pensa la famiglia di Will – per incastrarlo all’interno del matrimonio, ma per porre il primo tassello della sua storia: Will riesce ad evadere le opprimenti mura domestiche proprio perché Agnes lo spinge in quella direzione…

…consapevole, anche avendolo visto con i propri occhi, di come invece perderebbe il marito se lo continuasse ad ingabbiare.

Ed è in questo momento che la protagonista assiste alla prima tappa di un destino dai contorni più sfumati, inafferrabili, che ha il suo apice nel parto gemellare, in cui il marito non è presente, ma comunque la sua presenza è evocata dallo straripare del fiume che invade la casa, come un richiamo di un mondo esterno da cui Agnese è esclusa…

…e in cui il marito potrebbe essere vivo come perso.

Un’apparente calma è riconquistata con la rinascita della figlia, per cui è come se la madre dimostrasse i suoi poteri generativi anche al di fuori del suo ambiente naturale, che ci accompagna verso un presente pervaso da una serenità totale e appagante, in cui ognuno sembra aver assunto la propria parte in scena.

Infatti in questo contesto familiare così piacevolmente intrecciato con l’arte lontana del padre – di cui comunque i figli si nutrono profondamente, sognando un giorno anche loro di cavalcare le scene – la divisione così netta fra i due ambienti – urbano e naturale – non è distruttiva, ma armonica.

Agnes e Will vivono di un’armonia silente, smettendo serenamente di mentirsi sulle possibilità di avvicinare i due mondi, la cui lontananza è in realtà sentita solamente dai figli, che soffrono l’assenza di un padre che amano ed ammirano profondamente – tutti elementi che ritorneranno in qualche modo rovesciati nella seconda parte.

Infatti la colpa di Will è ancora tutta da scrivere.

Omen

L’inizio dell’atto centrale è scandito da due omen estremamente significativi.

L’inizio del presagio della morte che sopraggiungerà di lì a breve avviene nel funerale del falco di Agnes, agli occhi di tutti i presenti un’occasione per riconnettersi con il ciclo eterno della natura…tranne per Hamnet, che non si perde nel rassicurante sogno del falco che solca i cieli in eterno, ma in una visione altra.

La stessa non è esplicata fino all’effettiva morte del personaggio, ma è ricalcata nella sua enigmaticità dalle visioni parallele di Agnes e Will: entrambi avvertono un sentore disturbante – il padre nel lugubre spettacolo delle ombre, la madre nell’agitazione delle api – ed entrambi, in inquadrature quasi simmetriche, si fermano ad osservare l’orizzonte incerto.

Così la peste – ormai parte della quotidianità urbana di Will – serpeggia fino alla sua famiglia, in cui Agnes si prende il peso di essere l’unica veramente capace di risolvere la malattia con il suo ingegno quasi stregonesco, del tutto ignara dei veri protagonisti della scena, totalmente fuori dal suo controllo: Hamnet e la morte.

Così la morte del figlio si intreccia perfettamente sul piano realistico – Hamnet si lascia infettare dalla sorella, come se ne assorbisse la malattia – e quello strettamente simbolico – si scambia con la stessa come su un palcoscenico, e così riesce ad ingannare la morte, che rapisce lui invece che Judith.

Ed è ancora più straziante la sua dipartita non tanto per la morte in sé stessa, ma per come Hamnet viene rappresentato in questa sorta di limbo – che poi scoprirà essere lo stesso palco dell’atto finale – separato dalla realtà dei vivi da un velo oscuro, alla disperata ricerca di un elemento familiare – e di fuga.

Ma non è la morte il problema.

Spettatore

Will non può essere solo spettatore.

Negli anni evidentemente Agnes aveva tollerato, anzi forse proprio accettato, la presenza scostante del marito, proprio perché la stessa garantiva un affetto sincero e significativo nei confronti dei figli, che colmava in qualche modo quel vuoto lasciato durante l’assenza.

Ma l’assenza non è più giustificabile quando Agnes si trova completamente sola a dover affrontare le morti prima di Judith, poi di Hamnet – anche se la prima è scampata – portando ad un’implosione del nucleo familiare, per cui i tentativi di risoluzione di Will risultano non solo fallimentari, ma concretamente deleteri.

E infatti Agnes, scena dopo scena, è sempre più infelice, scostante…e visibilmente invecchiata, come non lo era mai stata nei precedenti anni in cui il suo nucleo emotivo era vivo e pulsante, rinfacciando al marito i suoi tentativi di pacificazione che sembrano solo una conferma di un ascolto e di una presenza che non c’è mai stata.

E la tragedia di Hamlet potrebbe essere davvero l’insulto finale.

La protagonista si trova costretta davanti ad un personaggio che ricalca l’aspetto e la storia del figlio defunto, e ritrova contegno solamente quando vede finalmente il padre prendere posto in scena, ritirandosi però presto dalla stessa nel ruolo, ancora una volta, di spettatore.

In altre parole, Will affronta la tragedia della morte del figlio nell’unico modo in cui è capace di farlo: riraccontandola, riportandola in scena e dando quasi l’occasione al defunto di vivere una vita, un’avventura che da vivo ha solo sognato, concretizzazione di quelle fantasie che la madre ha solo potuto ascoltare.

E, nello sguardo silente del marito, nella vita fittizia di Hamnet, finalmente Agnes trova riscatto per il suo dolore, non più sola, ma circondata da un pubblico che la vive insieme a lei, potendo toccare per l’ultima volta la mano del figlio, e salutandolo mentre abbandona la vita…

…passando dalla stessa strada per cui aveva trovato la vita.

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2026 Dramma familiare Dramma romantico Dramma storico Drammatico Film Film sportivo

Marty Supreme – Una storia di sconfitta

Marty Supreme (2025) di Josh Safdie è un biopic sportivo con protagonista Timothée Chalamet, basato sulla vera storia del tennistavolista Marty Reisman.

A fronte di un budget medio – circa 70 milioni di dollari – è stato nel complesso un buon successo commerciale: quasi 150 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla Marty Supreme?

Marty non ha un sogno, ma un obiettivo: essere un vincitore. Ma le possibilità di vittoria sono meno concrete di quanto possa pensare…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Marty Supreme?

Assolutamente sì.

Marty Supreme riesce a raccontare una storia tipica e atipica insieme: se sulle prime coinvolge lo spettatore nella più classica ascesa di un futuro campione, già nel secondo atto si frammenta in un racconto ben più profondo e sentito sull’illusione del sogno americano.

Ne consegue un’opera di grande spessore narrativo e artistico, che travolge con i suoi ritmi frenetici, il suo montaggio sfrenato e i continui primissimi piani che ci immergono nell’emotività e nella follia impetuosa dei suoi personaggi.

Normale

Marty non vuole essere normale.

La prima apparizione del protagonista è anche un sunto della sua persona: ottimamente inserito all’interno di un panorama sociale – il negozio di scarpe – da cui non si sente rappresentato, e in cerca di una doverosa via di fuga, sempre nelle retrovie, sempre con inganni improvvisati – e facilmente fallimentari.

Non a caso, il suo personaggio ruota intorno ad una fuga costante, all’essere  braccato da personaggi che tendenzialmente vogliono punirlo per il suo bene, per rimetterlo in riga e fargli dimenticare il suo scapestrato sogno di successo.

Per questo, il ping-pong non è altro che un pretesto.

Un aspetto particolarmente evidente all’interno di un racconto che comincia già con un punto di arrivo – la potenziale vittoria ai British Open – e che quindi evade fin da subito il racconto classico del genere – solitamente composto da uno spericolato climax ascendente, seguito da una battuta di arresto e una conclusione tipicamente risolutiva.

In questo senso Marty Supreme assomiglia di più ad un ribelle Tonya (2022), ma è ancora più sfacciato nel farci dimenticare facilmente e rapidamente del ping-pong.

Il vero tema, in altri termini, è l’illusione di un successo dovuto.

Successo

Marty deve avere successo.

Il protagonista è come se avesse già scritto la sua storia a discapito di tutto il resto

…e di tutti gli altri.

Non manca mai un momento in cui Marty promette un successo che è quasi dovuto, figlio di un’euforia crescente negli Stati Uniti del Secondo Dopoguerra, in cui tutte le porte sono aperte, il cui l’affermazione del sé deve essere conquistata, a prescindere dai danni di percorso – assolutamente secondari rispetto al successo dirompente a cui porteranno.

In quest’ottica il protagonista si lascia alle spalle una scia di disastri – il pranzo non pagato all’hotel, il cuore spezzato di Rachel, il furto al negozio – che progressivamente vengono a chiedergli il conto in maniera sempre più insistente, nonostante all’inizio sembri che Marty ne sia uscito effettivamente vincente.

Ma ogni vittoria ha il suo contraltare.

Così, se l’insistenza e la performance sfacciata gli fanno ottenere una notte con Kay, un accordo con Rockwell e un mucchio di soldi con la truffa alla sala da bowling, gli portano anche un’amante delusa e che si dimentica facilmente di lui, un’umiliazione pubblica e un cane perso…

…e una generale sequela di insuccessi.

Ma non tutti gli insuccessi sono di egual portata.

Svantaggio

Consapevolmente o meno, Marty parte da una posizione di svantaggio.

I due personaggi con cui si deve scontrare più chiaramente sono Kay e Dion che, per la loro condizione di partenza, possono permettersi di sbagliare.

Se infatti Dion è un giovane artista disoccupato che può permettersi di creare – e distruggere – le folli ambizioni di Marty, potendo contare sulla protezione del padre – che comunque lo considera un mediocre – l’infelicità di Kay viene ripagata da uno spettacolo costruito – e pagato – sulla sua persona da un marito assente e disinteressato…

…potendo permettersi di fallire e di contare comunque sul sostegno di tutti.

Marty, invece, può solo vincere.

Particolarmente significativa in questo senso è la fine del secondo atto, quando il protagonista è ormai pronto per realizzare il suo sogno in Giappone, e racconta il suo successo ai suoi amici della bisca, che si congratulano con lui, del tutto ignari del doloroso prezzo che ha dovuto pagare.

Non a caso, uno dei tanti conti da saldare arriva proprio in quel momento: Mishkin, il motore che ha permesso la trama truffaldina protagonista – con tutte le sue ripercussioni – del secondo atto, e che porta Marty, in un modo o nell’altro, a raggiungere…il suo obbiettivo?

Briciole

Marty ha vinto?

Il terzo atto ci lascia col fiato sospeso fino all’ultimo, mostrandoci un Marty tenuto al guinzaglio da un Rockwell – e da un sistema – che vuole emarginarlo, confinarlo nell’angolo dei buffoni, di chi non ce l’ha veramente fatta, di chi può solo vivere all’ombra dei personaggi realmente meritevoli di attenzione.

Non a caso, in questo contesto Endo è il protagonista che ci aspetteremmo – e che Giappone e Stati Uniti in egual modo vorrebbero in campo: un assiduo lavoratore che ha scoperto quasi per caso la sua bravura, che ha portato lustro al suo paese con una vittoria senza alcun tipo di scorrettezza o secondo fine.

E sembra solo naturale che Marty venga ulteriormente battuto, e conseguentemente umiliato, dal campione in carica…

…e invece non ci sta.

La successiva partita è davvero quella decisiva…ma non rappresenta una vera vittoria: Marty, nel concreto, ottiene solo una piccola, insignificante rivincita personale, dimostra a sé stesso che può farcela, ma rimane al contempo scornato, abbandonato e costretto a tornare in patria con mezzi di fortuna.

Ne consegue un finale ambiguo, in cui Marty sembra effettivamente tornare sui suoi passi, emozionarsi genuinamente – forse anche di più della sua vittoria sportiva – per il figlio appena nato, dopo aver passato tutta la pellicola a mettere ogni cosa – e, soprattutto, persona – in secondo piano rispetto al suo ego.

In altri termini, l’emozione di Marty davanti al figlio appena nato potrebbe non essere una semplice e commovente immagine di un giovane padre, ma piuttosto la visione di un futuro possibile, ancora da scrivere, che sembrava fino a quel momento precluso e continuamente negato.

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2025 Avventura Dramma familiare Drammatico Film Horror

28 anni dopo – Memento mori

28 anni dopo (2025) è il terzo capitolo della saga creata da Danny Boyle con 28 giorni dopo (2002) – e che con questo nuovo capitolo torna alla regia.

A fronte di un budget di 60 milioni di dollari, è stato un buon successo commerciale: 150 milioni incassati in tutto il mondo.

Di cosa parla 28 anni dopo?

28 anni dopo lo scoppio della pandemia zombie,il Regno Unito è ormai una terra isolata e in quarantena…con un sistema interno tutto suo.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere 28 anni dopo?

Assolutamente sì.

Con il suo ritorno alla regia, Danny Boyle non solo riesce a stupire ad ogni inquadratura ma, soprattutto, unendosi all’ottima scrittura di Alex Garland, porta in scena un nuovo capitolo della sua saga avvincente quanto profondo nei suoi significati.

Infatti, se sulle prime sembra il classico coming of age, nel terzo atto 28 anni dopo rimescola in maniera inedita le sue carte e offre una morale ben più interessante e penetrante – anche a vent’anni di distanza.

Battaglia

28 anni dopo si dipana su tre linee simmetriche.

La prima, la più importante, è quella del padre di Spike.

La prova di forza del ragazzino è l’obiettivo di tutto il primo atto, e viene scandita ora dalle urla di dolore della madre, persa nei vortici deliranti della sua mente annebbiata, ora – e soprattutto – dal montaggio sincopato che racconta la pesantezza di un’eredità di stampo militare quasi isterica…

…e raccontata nei più diversi quanto opprimenti elementi, dai volti degli antenati del passato alla presenza agli enigmatici rituali presenti, che si alternano alla contemporanea fede militare che introduce la breve quanto necessaria parentesi dell’atto centrale.

Ma la verità è altra.

L’orrore della mainland è ben raccontato dall’improvviso emergere della furia degli infetti tinta di rosso sangue, che ne racconta la vera natura, dietro al loro essere apparentemente solo enormi e disgustosi, ma facilmente annientabili – nonostante persino un’uccisione così semplice sia un dolore insostenibile per il protagonista.

E infatti, da quella tenue prova di coraggio, la figura di Spike è trascinata dal padre in una caccia alla morte, in una caccia ad un’ulteriore prova di forza, che ne racconta invece la grande incertezza, scandita dal timore di essere escluso dalla comunità che si aspetta così tanto da lui.

E il punto finale della caccia – la fuga dall’Alpha – è la perfetta rappresentazione della sua fallibilità.

Visione

La visione di Jamie è già scritta.

E Spike ne è solo una comparsa.

Costretto in una bugia che non gli appartiene, Spike si sente tanto più in trappola tanto più si rende conto che la stessa esiste unicamente in funzione del padre e del suo desiderio di riaffermarsi socialmente, raccogliendo gli onori per il figlio eroe – di cui riscrive le gesta – e lasciandosi facilmente alle spalle la moglie difettosa.

Una limitatezza di vedute che ben si racconta – soprattutto pensandola a posteriori – nella valutazione verso il Dr. Kelson.

Ma non è l’unico.

Riuscendo, con un improvvisato quanto funzionale gioco di astuzia, a portare la madre verso la salvezza, Spike si ritrova immerso in una realtà che altri hanno già scelto come deve essere raccontata, in una divisione estremamente binaria e definitiva: gli infetti e i normali, le minacce e gli eroi, i deboli e i vincenti.

Per questo, nella sua breve parentesi narrativa, l’apparizione di Erik è funzionale per raccontare la visione esterna 28 anni dopo, e di come la terra degli infetti sia semplicemente rimasta isolata, nella sua autodistruzione, senza che nessuno si ponesse realmente il problema di prevenirla.

Ma Spike e sua madre evadono quasi inconsapevolmente questa idea: soprattutto la donna, una volta messa davanti ad un’altra madre come lei e in piena sofferenza, ne dimentica la natura da infetta e si riconnette con lei ad un livello più profondo, accogliendo fra le braccia un neonato che, per Erik, dovrebbe essere già morto.

Un prologo essenziale per l’apparizione del grande convitato di pietra: il Dr. Kelson.

Morire

Le visioni dei personaggi di 28 anni dopo sono, come abbiamo visto, tendenzialmente ristrette.

Altresì, le stesse si basano spesso su una costruzione quasi mitologica della pandemia, che riscrive la realtà a proprio favore, per dare un racconto altro di quella che non è altro che un disastro naturale, non voluto da nessuno se non dall’uomo stesso, che ha riaperto il piacere primitivo del diventare l’eroe di un mondo selvaggio.

In questo contesto il Dottor Kelson si crea la propria nicchia, per celebrare non i vivi, ma bensì i morti, in un tempio che crea una sorta di paradosso nel suo essere un luogo di meditazione quasi religiosa, ma nato dalle pazienti e analitiche capacità di un dottore consapevole della precarietà della vita, soprattutto in tempi così difficili.

Un discorso che si inserisce perfettamente nel racconto più piccolo di Isla, costretta a sofferenze perpetue e senza senso, perché qualcuno ha scelto per lei una vita di sofferenza, riuscendo infine ad abbracciare una morte serena in cui le viene finalmente concessa la pace…

…ed un posto d’onore nel tempio della morte.

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Avventura Azione Dramma familiare Dramma romantico Drammatico Film Horror Postapocalittico

28 giorni dopo – La scelta è nostra

28 giorni dopo (2002) è il primo capitolo della fortunata saga horror creata da Danny Boyle – alla direzione di questo e di successivi capitoli.

A fronte di un budget molto piccolo – 8 milioni di dollari – è stato un ottimo successo commerciale: 72 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla 28 giorni dopo?

Jim, un corriere irlandese, si risveglia dal coma e scopre…che in meno di un mese il suo mondo è decisamente cambiato.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere 28 giorni dopo?

Assolutamente sì.

Già all’inizio del millennio Danny Boyle riscriveva a suo modo il genere zombie movie raccontando non una semplice storia di sopravvivenza, ma portando in scena una riflessione non scontata sull’umano e sulle sue capacità di adattarsi al cambiamento.

Infatti i momenti strazianti non sono tanto le tragedie che vediamo in scena, ma i significati che le stesse si portano dietro, le agghiaccianti realizzazioni del poco che basta per far regredire l’uomo ad uno stato primordiale, selvaggio…anche senza bisogno di un virus.

Risveglio

28 giorni dopo può essere diviso in tre sezioni tematiche, corrispondenti ai tre atti canonici.

A fronte di un prologo classico quanto incisivo, lo spettatore piomba nel mondo raccontato insieme al protagonista, che si muove nelle rovine dell’umano, a cui sono bastati meno di trenta giorni per perdere ogni briciolo di civiltà e per piombare in un incubo silenzioso.

In questo senso è estremamente significativo che Jim cerchi conforto all’interno di un luogo che dovrebbe, per sua natura, concedergli asilo: una chiesa, spazio spettrale ed inquieto fin dalla prima inquadratura, i cui confini vengono progressivamente definiti con un allargamento dello sguardo scenico, fino ad arrivare alla scritta piuttosto esplicativa sul muro:

The end is fucking nigh

Penetrando questo spazio sacro, Jim prima si trova davanti ad un’umanità sconfitta, mostrata in una massa indistinta di individui morti in sofferenza…ma in realtà pronti a rinascere in un’ultima forma mostruosa, che definisce perfettamente il senso di pericolo sempre in agguato che pervaderà tutta la pellicola.

Ma l’orrore è ben più ampio.

Mentre cerca di sfuggire agli zombie, Jim viene per la prima volta salvato da una coppia di sopravvissuti, che hanno il ruolo di raccontare brevemente quanto sia avvenuto finora fuori scena, e mostrare come ogni speranza di rinascita si sia progressivamente ammutolita, e che non resti loro che un angosciante tentativo di sopravvivenza.

28 giorni dopo inizio

Ma per convincersi fino all’ultimo della realtà della sua nuova condizione, Jim deve guardare negli occhi la morte dell’ultima speranza, di chi ha sperato che il sollievo del sonno eterno davanti ad una realtà totalmente inconcepibile: i suoi genitori, che il protagonista ritrova abbracciati nel letto di morte.

Ed è proprio in questo frangente che Jim è costretto ad assistere a quanto possa essere micidiale questa nuova esistenza: non basta che Mark lo salvi da sbranamento certo perché Selena gli conceda ancora di vivere nella sua inevitabile trasformazione mostruosa…

…ribadendo un cinismo che sarà fondamentale nella parte centrale.

Speranza

Esiste ancora una possibilità di salvezza?

In una scena volutamente e piacevolmente simbolica, Jim e Selena seguono una flebile luce di speranza che ancora splende nelle tenebre di un mondo insopportabilmente cinico: un minuscolo nucleo familiare che, nonostante tutto, è riuscito a sopravvivere, offrendogli una seconda occasione.

Un incontro che, per quanto basato su una reciproca diffidenza – intelligentemente mostrata nella scena del falò, in cui sembra che Frank voglia derubare Jim e scappare – si traduce invece in una sorprendente collaborazione ed unione, che porta persino la più cinica Selena ad ammettere di riuscire a vedere quella flebile speranza.

Ed è una consapevolezza fondamentale, perché riscrive tutti i rapporti in scena al di là di quella freddezza e del puro spirito di sopravvivenza che sembrava guidarli fino a quel momento – e, per questo, a spingerli verso la rinnovata speranza di costruire qualcosa di nuovo e di positivo in un mondo che sembra non esserne più in grado.

Ma il destino ha piani diversi per loro.

Progetto

La morte di Frank è dolorosa quanto significativa.

La sua dipartita avviene, non a caso, non per mano dei protagonisti, ma di quelli che diventano gli antagonisti dell’ultimo atto, in particolare – anche se indirettamente – per mano di Henry, nuova figura di patriarca che vuole riscrivere il mondo con un piano ben preciso, ma ben più cinico di quello del defunto padre.

Le sue intenzioni vengono prima raccontate a parole, tramite una visione piuttosto disincantata dell’umanità e del suo ciclo indissolubile di violenza, che non ha fatto altro che ripetersi, pur in condizioni diverse, anche nel presente della pandemia…

…in cui però una direzione ragionata sembra possibile.

La stessa è ben raccontata da Mailer, che Henry tiene prigioniero della sua eterna sofferenza proprio per trarne il maggior vantaggio possibile, per trasformare una tragedia in una nuova possibilità di un microcosmo sociale in cui lui è il solo despota illuminato…

…l’unico che pensa davvero al futuro della sua gente.

È interessante in questo senso come Henry riscriva la storia di quello che a tutti gli effetti sarebbe uno stupro di gruppo, da una parte in una necessità per dare modo all’umano di proseguire la sua esistenza, dall’altra un momento quasi galante, romantico – pur ancora forzato, con un’ulteriore violenza sui corpi delle due donne.

28 giorni dopo finale

Per questo il finale di 28 giorni dopo ci vuole lasciare con un’ambiguità agrodolce.

Lo scioglimento narrativo è un’esplosione di violenza isterica, incontrollabile, che Jim scatena sul mondo ingiusto di Henry, facendogli pagare sulla sua pelle le ingiustizie che voleva imporre sugli altri, ma diventandone anche protagonista in uno slancio di brutalità mai eroico, mai veramente giustificato…

…anzi facilmente fraintendibile in questo nuovo mondo selvaggio, dove persino un gesto d’amore può sembrare in realtà un atto violento.

E così l’epilogo racconta un futuro positivo (?) in cui i protagonisti non devono più scappare – come sembrerebbe  nella loro corsa scatenata – ma vogliono anzi farsi trovare, temporaneamente protetti nella loro piccola quanto fragile realtà.