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Dramma familiare Drammatico Film Horror Racconto di formazione

Raw – La fame di crescere

Raw (2016) è un film horror e di formazione, nonché l’opera prima di Julia Ducournau.

A fronte di un budget piccolino – 3.5 milioni di dollari – è riuscito quasi a pareggiare i costi di produzione.

Di cosa parla Raw?

Justine è una giovane ragazza pronta ad unirsi alla sorella nella scuola di veterinaria…ma forse non per studiare gli animali.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Raw?

In generale, sì.

Raw risulta complessivamente vincente nel suo essere un coming of age in tinta orrorifica, che riesce ben a controllare l’elemento violento, mettendolo sostanzialmente al servizio del simbolismo del sottotesto filmico…

…ma risultando forse meno compatto dal punto di vista narrativo e veramente interessante nel tipo di storia che vuole raccontare, perdendosi talvolta troppo nella messinscena scioccante – per quanto funzionale.

Rito

Il simbolismo iniziale di Raw è estremamente esplicativo.

Justine, da ligia vegetariana – e, su un piano più simbolico, ragazzina non ancora turbata dai fuochi della pubertà – è costretta in una serie di riti che le fanno temere per qualcosa di spaventoso, violento…mentre infine sono solo una scusa per organizzare dei rave selvaggi.

Questo primo, timido approccio alla caotica vita della nuova scuola ha il suo apice nella costrizione, da parte della sua stessa sorella, di nutrirsi dello stomaco di un animale, quindi un alimento atipico e bestiale che racconta un fondamentale momento di passaggio.

Infatti il simbolismo animale permea anche i momenti successivi in cui Justine è come se cambiasse pelle, mentre racconta all’infermiera le sue angosce per non aver ancora sperimentato con la sua sessualità, proprio a mostrare un corpo e una mente in attivo mutamento.

E, infatti, è solo l’atto primo di una involuzione totalmente istintuale.

Istinto

Justine finisce per vivere di istinti.

Per quanto se ne vergogni, la protagonista sente crescere dentro di sé un bisogno inconfessabile della carne: prima carne animale cotta – ordinaria quanto vergognosa – che cerca di rubare in mensa e di cui si nutre alla chetichella grazie ad Adrien…

…poi effettivamente ritornando alla delizia della carne cruda, viva, impossessandosene avidamente, senza alcun controllo, venendo definitivamente tentata dalla carne umana proprio in un altro momento di passaggio fondamentale sempre per mano della sorella: la depilazione.

In questo frangente si racconta forse il momento più concettualmente debole della pellicola: l’incidente stradale, con cui Alexia vuole istruire la sorella all’effettivo cannibalismo, il primo atto di un tira e molla fra i personaggi che poteva essere molto più significativo…

…e che invece finisce quasi per indebolire l’ultimo atto della pellicola.

Eppure, nel finale emergono le immagini più significative.

Animale

Avendo ormai abbandonato ogni tipo di remora verso i propri istinti, Justine è un tutto e per tutto un animale.

Il suo primo apice è, ovviamente, la sperimentazione sessuale, che costringe Adrian a doverla domare perché non lo divori, per cui la penetrazione non è sufficiente a soddisfare il suo desiderio carnale, che finisce per mordere avidamente se stessa pur di raggiungere l’orgasmo.

E, a quel punto, la pervasività dell’istinto animale si scatena in quella stessa festa di cui prima Justine aveva paura, diventando suo malgrado l’attrattiva principale della stessa, mostrandosi nella sua forma primordiale che la sorella alimenta e incoraggia, proprio per portarla al suo livello.

Così l’incontro – scontro fra le due si manifesta infine quando si scagliano l’una contro l’altra come due cani rabbiosi, che vengono presi al laccio mentre si mordono selvaggiamente, per poi liberarsi dalle corde che cercano di domarle per riunirsi nella medesima indole animale…

…e isolarsi da tutto il resto.

Cane

La solidarietà fra sorelle non si spegne nemmeno nell’atto finale.

Infatti, nel momento di rivelazione più barbara della loro natura, in cui Alexia caccia e si nutre del corpo di Adrien, Justine mette a tacere il suo naturale istinto di abbattere la bestia, e si prende cura di lei, ritornando ad indossare vesti più ordinariamente umane.

Anche per questo tanto più sconvolgente è la chiusura della pellicola: dopo aver confermato il primordiale affetto con la sorella, la protagonista è costretta ad una rieducazione forzata per tornare a cibarsi come un umano, cercando quindi di sopire gli istinti selvaggi a cui si era lasciata andare fino a quel momento.

Invece la pellicola si chiude con una consapevolezza schiacciante quanto fondamentale: gli istinti di Justine non sono un caso isolato, ma bensì impressi nella sua genetica, come dimostra il corpo martoriato del padre, su cui la madre si è avidamente nutrita.

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Dramma familiare Drammatico Film Horror

Swallow – Il controllo vuoto

Swallow (2019) è un horror-thriller e l’opera prima di Carlo Mirabella-Davis.

A fronte di un budget molto piccolo – 3.5 milioni di dollari – ha avuto un riscontro veramente minuscolo al box office: neanche 300 mila dollari.

Di cosa parla Swallow?

Hunter è imprigionata in una gabbia dorata orchestrata dal marito, Richie, che però è interessato ben poco a lei come persona…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Swallow?

Assolutamente sì.

Swallow è un’opera capace di veicolare un messaggio piuttosto puntuale sul controllo del corpo femminile utilizzando un’immagine altrettanto disturbante, ma senza mai eccedere in un body horror fine a sé stesso.

Ne consegue un racconto piuttosto straziante di una protagonista che cerca il suo posto nel mondo quando qualcuno l’ha già scelto per lei, con uno scioglimento della vicenda veramente sorprendente e ricco di significati ulteriori.

Soprammobile

Hunter è un soprammobile.

Fin dalla loro prima cena insieme, Hunter sembra solo un ornamento nella vita di Richie, che il padrone di casa può ignorare a suo piacimento ed usare solamente quando gli è utile, specificatamente per raccontare la sua futura paternità, unico elemento di interesse di una moglie da esposizione.

Infatti, come emerge molto chiaramente anche dai dialoghi con i genitori, prima di sposare il Richie, la protagonista era una mediocre commessa senza grandi prospettive, anzi con un passato tumultuoso alle spalle, per finire intrappolata nella più classica gabbia dorata.

Da qui il desiderio di riprendere il controllo.

Controllo

Ormai Hunter non ha controllo né sul suo corpo né, per estensione, sul figlio che porta in grembo.

Per questo cominciare un sorta di rituale segreto – l’ingoiare della biglia – in cui può dimostrare a sé stessa di controllare ancora cosa entra e cosa esce dal sé, per riavere una sorta di padronanza sul suo essere, anche se potenzialmente dannosa per lo stesso – e per quello che contiene.

E questa sensazione di non subire realmente ripercussioni si traduce in un’escalation del picacismo che la porta per la prima volta a vergognarsi dello stesso, finendo per assumere una delle tante forme che Richie desidera – la servetta che pulisce il bagno – e ad avere conferma di quanto la sua volontà sia annullata.

Infatti, nella prima delle tante occasioni in cui Richie sceglie di fare penetrare il mondo esterno – o, meglio, il suo mondo esterno – nella loro casa, Hunter si rende conto di essere una proprietà non solo del marito, ma di chiunque voglia farne uso – anche del collega che le chiede un innocuo abbraccio.

Ma cosa fa veramente più male?

Radici

Il problema di Hunter ha radici profonde.

Il suo essere prodotto di una relazione non voluta, quindi su cui neanche sua madre aveva il controllo, l’ha portata nel presente ad una ricerca disperata di un potere che non possiede, portandosi dietro la faccia del suo vero padre come una sorta di santino – o memento della sua reale condizione.

E, nel presente, la perdita di controllo si accompagna ad una sensazione di totale marginalità: per gli altri personaggi Hunter è una donna che può essere comprata, controllata e, infine, anche rinchiusa – e che può esistere in scena solo nel posto che è stato deciso per lei.

In questo senso è estremamente significativa la scena in cui la protagonista, il marito e la sua guardia compongono una sorta di trinità: in primo piano Richie, che osserva la moglie da una posizione innalzata mentre lei è accovacciata in giardino e rinuncia a riempire nuovamente un vuoto nel suo essere, mentre è sorvegliata alle spalle da Luay.

Ma è una calma apparente, che si sbriciola in un attimo davanti alla totale mancanza di interesse di Richie nei suoi confronti, lasciandola in uno stato di profondo ed evidente shock con la promessa di poterla ripagare con l’unica forma di amore che conosce: i vuoti oggetti materiali.

E, più si prosegue verso il finale, più appare evidente come per Richie la protagonista sia solo uno oggetto, uno strumento e un simbolo valoriale, con cui tenta solo brevemente di riconciliarsi sul piano dei sentimenti, per esplodere nella rivelazione della sua vera natura da manipolatore unicamente interessato al figlio che porta in grembo.

E allora Hunter deve salvarsi da sola.

Comune

Hunter deve riempire un vuoto.

Nel suo momento più basso di ulteriore picacismo con la terra e della concreta sensazione di sentirsi braccata, abbandonata ormai persino dalla sua famiglia, la protagonista sceglie infine di affrontare il suo vero nemico, la vera radice di tutti i suoi turbamenti presenti: il padre.

Penetrando nella casa come uno spettro, Hunter accompagna il genitore verso la presa di consapevolezza, con un grido d’aiuto che racconta tutto la sua angosciaqui faccio io le regole! – ma che spinge anche l’uomo ad una profonda confessione, che riracconta lo stupro come un delirante senso di onnipotenza verso un corpo non suo.

E, anche se in termini diversi, Hunter si riconosce in questo schema e prega il padre di scindere per sempre il loro rapporto.

Ma ancora più interessante è la chiusura di Swallow.

O, meglio, la non chiusura.

Hunter sceglie infine consapevolmente di non dare alla luce un altro figlio non voluto – come lei – e recide ogni connessione che l’avrebbe resa ancora interessante per Richie – ingoiando finalmente qualcosa che, in qualche modo, è veramente liberatorio e salvifico, e che le permette di cominciare una vita diversa.

Eppure, anche quando lei esce di scena, la macchina da presa indugia per lunghi minuti con una ripresa fissa sul bagno, a raccontare l’avvicendarsi di tante storie di donne diverse, forse non così lontane da quelle della protagonista, anche solo nei minimi termini di perdita di controllo e di riacquisizione del proprio essere.

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Commedia Dramma familiare Dramma romantico Drammatico Film Le Novelle Teen Teen Movie

The To Do List – Riscoprirsi

The To Do List (2013) è un teen movie con protagonista Audrey Plaza e diretto da Maggie Carey.

A fronte di un budget piccolissimo – 1.5 milioni di dollari – anche per la distribuzione molto limitata, ha avuto un riscontro veramente minimo.

Di cosa parla The To Do List?

Nell’estate prima dell’inizio del collage, Aubrey scopre qualcosa che non si sarebbe mai aspettata: la sua sessualità.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere The To Do List?

Assolutamente sì.

The To Do List è stata una grande sorpresa all’interno di un genere che era rimasto per molti versi stagnante dopo le sfavillanti proposte da Mean Girls (2004) a She’s the man (2006), fino a picchi di orrore di Easy A (2010).

E proprio con quest’ultimo, in un certo senso, la pellicola apre un dialogo per scardinare molta della narrazione demonizzante della sessualità femminile e, più in generale, del voler prendere una strada diversa da quella già tracciata.

Insomma, una piccola perla, ancora troppo sconosciuta.

Presupposti

I presupposti per scrivere un secondo Easy A a pochi anni di distanza c’erano tutti.

La protagonista nerd e maniaca del controllo apparentemente allergica al sesso, la sorella che invece ne ha fatto una malattia, e l’amico sfigato di turno che stravede per lei – quasi un Pretty in Pink (1986) a trent’anni di distanza.

Allo stesso modo, sembra quasi scontato l’interesse amoroso di turno, il bello e impossibile, con cui Brandy ha un breve intercorso sessuale, stroncato sul nascere da una battuta di troppo, che è anche il momento epifanico in cui la protagonista si rende conto di essere finalmente pronta alla pubertà.

Ma si cominciano a vedere i primi segnali della particolarità della pellicola proprio quando la protagonista muove i primi passi verso la scoperta sessuale, andando a stilare una lista per nulla scontata, che le permette di esplorare in tutte le direzioni, sia per dare che per ricevere.

Ma un altro elemento è assolutamente significativo per mettere un punto al senso della pellicola.

Stigma

Un elemento molto tipico della narrazione femminile, soprattutto nei primi anni del Nuovo Millennio, è lo stigma per il cambiamento.

Che sia per motivi sessuali – come nel già citato Easy A – che per scelte di altro tipo – come il più classico Il diavolo veste Prada (2006) – non è raro che la protagonista esca dal seminato e venga per questo punita dalla comunità, entrando in una spirale involutiva che la porta infine a tornare sui suoi passi.

Non è il caso di The To Do List – e per fortuna.

Per quanto ci sia sicuramente una certa curiosità e qualche sopracciglio alzato nei confronti del suo progetto, la protagonista è per la maggior parte incoraggiata nello stesso, particolarmente dalle sue amiche – che la vedono finalmente sbocciare – e, a sorpresa, anche dalla madre e dalla sorella.

Ma per lo stesso è necessario un discorso a parte.

Eredità

Il dialogo fra genitore e figlio in ambito sessuale è sempre stato estremamente complesso.

E una dinamica che tipicamente viene messa in scena da questo tipo di prodotti è lo sguardo apprensivo del regista quanto del genitore nel valutare la disordinata vita sessuale dei protagonisti, che solitamente corrisponde anche alla morale del film stesso.

Ma, ancora una volta, non è il caso di The To Do List.

La madre è per tutta la durata della pellicola il personaggio di supporto che rappresenta quello che il genitore dovrebbe essere: una guida senza imbarazzo in tutti gli aspetti della scoperta sessuale, cercando anche di rendere la stessa il più sicura e piacevole possibile.

E, anche se sembra una spinta contraria, il padre racconta – o, meglio, esaspera in maniera programmatica – un’altra faccia della genitorialità: quella genuinamente preoccupata per la salvezza della prole, tanto da diventare paranoico e sperare di utilizzare il divieto come arma.

Ma Brandy – per fortuna – è una forza inarrestabile.

Scoperta

L’esplorazione della sfera erotica è una maturazione molto più profonda di quanto potrebbe sembrare.

Forse anche per il suo essere stata estranea all’argomento per così tanto tempo, Brandy affronta il tema senza lasciarsi frenare da quelli che sono i tipici pregiudizi sulla sessualità femminile – che è meglio che sia modesta e passiva, se non totalmente assente.

E, in particolare, la ricerca di Brandy mette al centro la scoperta di un elemento spesso lasciato ai margini: il piacere femminile, non subordinato a quello maschile, e, per questo, quasi spaventoso agli occhi di molti personaggi…

…e che parte proprio da un argomento incredibilmente tabù: la masturbazione.

Ma sono tutti mattoncini che compongono una crescita personale della protagonista assolutamente inaspettata, che la porta al momento del confronto con Rusty in un modo che neanche il ragazzo si aspettava: Brandy sceglie di avere una posizione dominante perché vuole avere il controllo della sua sessualità.

Ed è tanto più interessante che la conclusione del rapporto sia positiva solo per Rusty, che racconta da solo tutta la mediocrità maschile nel vedere il sesso anche e soprattutto come un’affermazione sociale, del tutto annullata dalla presa di posizione di Brandy, che invece rivendica con forza il suo diritto ad essere soddisfatta.

Ma il vero finale è un altro.

Soddisfazione

Cameron è, possibilmente, ancora più mediocre.

Nelle narrazioni più classiche sarebbe il punto di arrivo del percorso della protagonista per la consapevolezza dell’importanza dei sentimenti rispetto al puro piacere carnale, che invece qui si risolve con un rimettere tutto in prospettiva.

Infatti il problema non è aver scoperto la sessualità e non aver dato a Cameron quello che voleva, ma bensì aver sottovalutato l’importanza dei suoi sentimenti e aver agito in maniera molto sistematica ed egoista: errori lungo il percorso, che verranno riassorbiti nel puntualissimo finale.

È importante sottolineare come per Brandy la storia raccontata nel film sia una parentesi della propria vita, come ben racconta il rincontro con un Cameron molto più consapevole sessualmente e pronto a continuare la scoperta sessuale ad armi pari.

Ed infatti entrambi si dimostrano ben più consapevoli in quello che è finalmente un intercorso che soddisfa entrambi, e che si conclude con un atto in cui solitamente il piacere femminile è precluso: la tanto temuta back door che non si poteva aprire…

…e che invece, sfacciatamente, è il punto di arrivo di una protagonista finalmente soddisfatta.

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Ari Aster Dramma familiare Dramma romantico Drammatico Film Horror

Midsommar – Riscrivere il trauma

Midsommar (2019) è la seconda opera di Ari Aster con protagonista Florence Pugh.

A fronte di un budget piccolino – appena 9 milioni di dollari – è stato nel complesso un ottimo successo commerciale: 47 milioni di dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla Midsommar?

Dani ha appena subito un profondo lutto, ma la risoluzione…non è quella che si aspetta.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Midsommar?

Assolutamente sì.

Con Midsommar Ari Aster gioca ancora una volta con i topos di genere, riuscendo a portare in scena un horror veramente peculiare, girato quasi totalmente alla luce del sole, in cui l’orrore è quanto più visibile e scioccante.

Ma il vero terrore è più profondo, legato all’evoluzione – o involuzione? – della protagonista, che rivive per certi versi il suo trauma, ma legato ad una risoluzione del tutto diversa, e più…confortante?

Aggrapparsi

Dani ha solo bisogno di un sostegno, di qualcosa a cui aggrapparsi.

E quel qualcosa – purtroppo – è Christian.

Il ragazzo appare fin da subito circondato da persone che gli consigliano spassionatamente di lasciarsi alle spalle la sua attuale fidanzata, rea di essere sempre alla ricerca di attenzioni per la sua tumultuosa situazione familiare, legata in particolare all’ambigua figura della sorella.

E ancora di più Christian appare inadatto nel gestire la situazione, soprattutto quando la stessa esplode nello straziante omicidio-suicidio di Terri, per cui Dani si perde in una comprensibile spirale depressiva per la perdita, quanto, soprattutto, per la sua impotenza.

In altre parole, Dani sentiva di poter agire, ma di non aver agito.

E la sua inerzia è il motore che porta avanti una relazione tenuta insieme solamente dal senso di colpa del fidanzato, che però, in maniera più o meno consapevole, continua a condurre la sua vita oltre a Dani, specificatamente nell’organizzazione del viaggio in Svezia…

…in cui coinvolge la ragazza solamente nella convinzione che non verrà.

Ma c’è in agguato un elemento che il ragazzo non aveva previsto.

Trappola

Dani finisce…in trappola?

Anche se ad una prima visione Pelle sembra un personaggio innocuo, che vuole semplicemente fare le sue condoglianze alla protagonista, si rivela infine un adescatore, che ha scelto consapevolmente di mettere un dito nella piaga quando la ferita del lutto era ancora aperta…

…convincendo così Dani, sull’onda dell’emotività, a seguire effettivamente il gruppo in Svezia.

La stessa dinamica, in altri termini, è anche propria della sezione introduttiva alla comunità, in cui la droga assunta dal gruppo getta Dani in un totale delirio che esaspera i suoi sotterranei timori: la sensazione di isolamento, di esclusione e di sostanziale perdita del sé.

Ed è fondamentale per il contrasto invece con la pace delle scene successive.

Ruolo

Ogni personaggio, a suo modo, acquisisce un ruolo all’interno della nuova comunità.

E servono sia eroi che antagonisti.

Infatti, anche se il gruppo cerca di mantenersi ai margini della scena e di trattare la situazione come se fosse quasi un’attrazione turistica, inevitabilmente ne risulta attratto, ma nella maniera più sbagliata: Mark desacralizza l’albero degli antenati, Josh cerca di rubare i segreti della comunità e Simon, semplicemente, cerca di andarsene prima del tempo.

Christian invece ha un doppio ruolo.

La funzione del ragazzo è puramente strumentale, sia per l’evoluzione di Dani – che merita un discorso a parte – sia per la comunità stessa, che usa – letteralmente – il suo corpo per compiere il rito di accoppiamento e garantire la proliferazione della comunità stessa.

Ma, proprio essendo solo un corpo, il suo valore è limitato.

Proprio come doveva essere quello di Dani.

Mimo

Con la nuova comunità, Dani rivive il suo lutto…

…ma riscrivendolo in positivo.

La radice del problema è quantomai evidentemente il suo attaccamento a Christian, unico appoggio, pur passivo, che le è rimasto in una vita definita esclusivamente dal lutto e dal rimorso, a cui è capace di perdonare tutto, persino l’essere così negligente da dimenticarsi il suo compleanno, da dimenticarsi sostanzialmente di lei.

Eppure Dani continua a giustificarlo, continua a cercarlo, continua a sentirsi sola e dispersa persino nei momenti in cui è più accolta, persino quando la comunità cerca di alienarla con la droga per includerla all’interno del gruppo, e anzi farla risaltare rispetto allo stesso come nuova Regina di Maggio.

E allora, deve rivivere il trauma.

Midsommar finale

Anche se realisticamente la colpa non è di Christian, totalmente e ingenuamente sottomesso alla volontà di altri, il suo diventare strumento sessuale è espressione della sua continua negligenza e disattenzione, del suo essere totalmente passivo alle situazioni.

E così Dani deve rivivere ancora una volta una situazione di turbamento che in qualche modo sospettava, ma che non era pronta ad affrontare…

…con la differenza che ora non è più ridotta alle attenzioni disattente di un fidanzato assente, ma è avvolta dalle cure di un intero gruppo di donne pronte a soffrire insieme a lei, a davvero farla sentire compresa e accolta, permettendole così finalmente di rendersi conto della situazione che stava testardamente subendo.

Ed è proprio in questa dinamica che si sviluppa il lato forse più grottescamente sorprendente della pellicola: come Dani sembra sempre più abbracciata e immersa nel suo nuovo ruolo, più sembra anche divorata da una rabbia cieca che la porta infine a condannare a morte il suo ormai ex fidanzato.

Eppure, davanti a quella chiusura così tragica di tutti i personaggi divorati dalle fiamme e ridonati alla terra contro la loro volontà, di un Christian ormai totalmente inerme e rinchiuso nella rappresentazione del suo ruolo meschino e divoratore – l’orso – infine Dani sorride…

…felice di aver finalmente e realmente risolto il suo trauma.

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Ari Aster Dramma familiare Drammatico Film Grottesco Horror

Hereditary – Un dolore familiare

Hereditary (2018) è l’opera prima di Ari Aster con protagonista Toni Collette.

A fronte di un budget piccolino – 10 milioni di dollari – è stato un ottimo successo commerciale: 79 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla Hereditary?

Lutto dopo lutto, mentre cerca di riprendere il controllo della propria famiglia, Annie finisce solo per scoprire qualcosa che forse era meglio rimanesse nascosto…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Hereditary?

Assolutamente sì.

Fin dall’inizio, Ari Aster è stata una delle proposte più interessanti in ambito di horror indie potenzialmente alternativo rispetto alla saturazione del mercato di genere più strettamente commerciale.

Ed Hereditary gioca proprio sui topoi narrativi più classici, scardinandoli alla base per un racconto estremamente enigmatico e cupo, per cui lo spettatore vive la perdita di controllo al pari dei suoi protagonisti.

Occulto

L’identità della matriarca ormai defunta è occulta per più motivi.

Come Annie ammette nel suo monologo, Ellen era una donna che viveva circondata da segreti, avvolta da un sistema impenetrabile di riti che emergono progressivamente dalla bocca della stessa figlia, da sempre vittima di uno schema di difficile comprensione.

Ed è tanto più snervante che la protagonista non sia mai stata veramente protagonista della vita della madre, ma solo uno strumento all’interno della stessa, particolarmente nel suo ruolo generativo – da cui l’inquietante interesse nei confronti della prole.

E infatti Annie, quando passa dal ruolo passivo di genitrice al ruolo attivo di distruttrice inconsapevole, diventa il nemico nella storia, proprio per il suo insito desiderio di ribellarsi dal controllo materno tramite il tentare di riportare in vita la figlia, il cui ruolo da agnello sacrificale era assolutamente necessario.

Ma la ribellione stessa è parte di un piano.

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Annie cerca di avere un punto di vista diverso.

La riproduzione di eventi canonici del rapporto con la genitrice in piccola scala servono alla protagonista per rimettere tutto in prospettiva, per cercare il filo giusto da tirare per comprendere il suo complesso schema, ma finendo solo per essere più confusa davanti alla grottesca dinamica degli eventi. 

Ma delle miniature non possono colmare una mancanza.

Joan, nell’inconsapevolezza di Annie, fa leva sul suo rimorso per non essere stata una madre abbastanza presente, sentendosi quindi colpevole della morte di Charlie, quasi come se fosse prodotto della sua negligenza e di suo desiderio di distruzione della prole.

Da qui i tentativi di richiamare la figlia defunta, che si trasforma presto in una maledizione per il figlio, che probabilmente Charlie vede come il suo sostituto nelle attenzioni della nonna, cercando per questo di distruggerlo, possedendone il corpo e costringendolo ad episodi di autolesionismo.

E, infatti, Peter è un discorso a parte.

Focus

Se Annie è inconsapevolmente vittima degli eventi, Peter è semplicemente inconsapevole.

Il film ci tiene fin da subito a raccontarlo come un normale adolescente con mire molto limitate ed immediate – le ragazze e le feste, il divertimento spicciolo – che, come era stata la capostipite delle scream queen – Laurie in Halloween (1978) – dovrebbe assumere il ruolo di eroe attivo nella sconfitta del nemico.

E invece rimane programmaticamente inconsapevole fino alla fine.

La rivelazione finale di Annie come personaggio passivo e di Peter come vittima della situazione ci racconta come anche il giovane nipote non fosse altro che una pedina nelle mani di Ellen, vera protagonista e burattinaia nell’ombra…

…che voleva solamente portare a termine il suo piano persino da defunta.

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Dramma familiare Dramma romantico Drammatico Film Il peso della solitudine Paul Thomas Anderson

Il filo nascosto – Il cerchio impossibile

Il filo nascosto (2017) è la seconda collaborazione di Paul Thomas Anderson con Daniel Day-Lewis dopo Il petroliere (2007).

A fronte di un budget tipico per questo autore – 35 milioni di dollari – è stato un discreto disastro commerciale, riuscendo di poco a superare il budget di partenza.

Di cosa parla Il filo nascosto?

Reynolds Woodcock è uno stilista affermato che sembra interessato solamente ai suoi modelli e al trovare la sua prossima musa. Ma forse la sua prossima vittima non sarà così…sottomessa.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Il filo nascosto?

Assolutamente sì.

Per quanto non sia personalmente fra i miei preferiti della sua produzione, con Il filo nascosto Paul Thomas Anderson continua il racconto di codipendenza distruttiva iniziato con The Master (2012) e poi continuato con Licorice Pizza (2022).

Ne risulta una pellicola di assoluta raffinatezza, che rende il racconto solo apparentemente prevedibile fin dalla prima inquadratura, e invece sorprendendoci nell’intreccio di un rapporto velenoso e senza via d’uscita.

Capriccio

Reynolds è un uomo capriccioso e insofferente.

La scena di apertura, in cui quella che scopriremo essere la sua ennesima conquista lamenta la mancanza di attenzioni nei suoi confronti, perseguiterà la nostra percezione per la maggior parte del film, facendoci credere che quello sarà indubbiamente anche il destino di Alma.

In effetti, il ciclo sembra piuttosto ripetitivo: Reynolds si impossessa di donne perfette da manipolare per renderle le sue prossime modelle per abiti da sogno, coprendole di attenzioni anche ossessive, per poi svuotarle di importanza, rendendole dei meri manichini sullo sfondo. 

E proprio Alma, la giovane e ingenua cameriera, viene facilmente rapita dall’interesse di Reynolds, vantando di poter essere lei – e solamente lei – la modella perfetta ed insostituibile, capace di sottostare alle sue manie e alle sue esigenze, raccontandolo anche con una punta di arroganza e, persino, di vanità.

Eppure è proprio lei la prima a scomparire nello sfondo, passando progressivamente dall’essere la musa, la modella di primo piano, ad una grigia osservatrice della scena, che cerca di ribellarsi con dei vaghi capricci e di riconquistare le attenzioni di Reynolds con tentativi a vuoto…

…oppure no?

Controllo

L’unico modo per avere le attenzioni di Reynolds è annientandolo.

Comprendendo che le sue attenzioni come musa ispiratrice si sono ormai esaurite, Alma sceglie invece di amplificare quei brevi momenti di vulnerabilità del compagno avvelenandolo e costringendolo a letto, prendendo quasi il ruolo della madre che Reynolds continua a sognare.

Ed effettivamente la malattia ha il suo eco anche successivamente, facendo mettere all’uomo tutto in prospettiva e accettando Alma nella sua vita non più come interesse passeggero, ma come compagna con cui vuole condividere la sua vita, sottoponendosi a quel matrimonio che aveva sempre rifuggito.

Ma basta poco perché il marito si rinchiuda nuovamente in sé stesso, sottraendosi alle sue richieste di turbare la routine costruita e persino andando a recuperare dal suo insensato capriccio della testa del Dr. Hardy, fino a sentirla come un peso insopportabile, financo la causa del suo fallimento.

E se il finale poteva essere prevedibile…

Gioco

Reynolds è consapevole del gioco di Alma?

La risposta sembrerebbe emergere dal loro scontro durante la festa di Natale, in cui Alma si lamenta della loro partita e Reynolds la rimbecca dicendole che, se stesse vincendo, non si lamenterebbe tanto, invitando a lasciare il posto ad una nuova giocatrice.

Ed è proprio poche scene dopo che, sotto gli occhi attenti dell’uomo, Alma gli serve il pasto avvelenato, che Reynolds accetta in maniera giocosa e provocatoria di inghiottire, lasciando che la donna gli riveli il piano che probabilmente aveva già intuito, ma di cui è solo che felice di far parte.

E così i due si ritrovano intrappolati in un gioco perverso di avvelenamento e di inganni svelati, in cui l’uno si bea degli stimoli continui, per quanto mortiferi, della donna nel presente, mentre Alma sogna un futuro impossibile in cui Reynolds sarà totalmente assoggettato ai suoi desideri.

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Dramma familiare Dramma romantico Drammatico Film Paul Thomas Anderson

The Master – Una prigione per un’altra

The Master (2012) è forse uno dei film più intrinsecamente complessi di Paul Thomas Anderson, e il primo con protagonista Joaquin Phoenix – che tornerà a collaborare con il cineasta per il successivo Vizio di forma (2014).

A fronte di un budget abbastanza impegnativo – 35 milioni di dollari – non è riuscito neanche a coprire i costi produttivi.

Di cosa parla The Master?

Freddie è un veterano di guerra che non riesce a riconnettersi al mondo materiale e reale per una serie di psicosi di difficile risoluzione. Ma forse quello che gli serve veramente è una nuova famiglia…?

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere The Master?

Assolutamente sì.

Nonostante, come detto, The Master sia probabilmente uno dei film più complessi della filmografia di Paul Thomas Anderson, anche per questo vale una o, meglio, più visioni per comprenderne la complessa simbologia e struttura.

Se, infatti, a primo impatto la pellicola apparirà sostanzialmente incomprensibile, ad una successiva visione, appena se ne sarà interiorizzata la complessità, comincerà a svelarsi davanti ai nostri occhi nella sua spettacolare meraviglia.

Simbolo

Freddie vive in una prigione di simboli vuoti.

Lo stress postraumatico non è il ricordo della trincea, ma bensì l’essere costretto ad abbandonare una realtà accogliente, costruita sui simboli più immediati e selvaggi del machismo, della sfacciata oggettificazione del femminile, e della conseguente convinzione di poterlo possedere a proprio piacimento.

Ne è chiara immagine la sequenza sulla spiaggia – che, non a caso, chiuderà anche la pellicola – in cui il protagonista mima l’atto sessuale su una sagoma di donna ricreata proprio per questo fine, tanto da apparire quasi come una bambola gonfiabile posticcia.

Eppure, l’atto sessuale, come si vede subito dopo, è solitario e ambiguo: Freddie non possiede effettivamente una donna e il suo è semplicemente un modo per dare sfoggio di un’identità da uomo dominante e sicuro di sé nel manipolare un femminile che in realtà non possiede.

Chiude il cerchio la sequenza dell’annuncio radiofonico della fine della guerra, in cui assistiamo ad un Freddie intrappolato in un sottomarino che continua a lavorare per trovare conforto – l’acqua – in una realtà – la guerra – che l’ha intrappolato, ma che al contempo gli ha permesso di esprimersi nella sua forma più semplice ed istintuale.

E la costrizione è continua.

Costrizione

Freddie è costretto ad essere l’uomo che non vuole essere…

…e che non riesce ad essere.

Il passaggio dal mondo militare al mondo reale è definito da due sedute psicologiche, in cui la società cerca di inquadrarlo e quindi di spezzare la facciata machista, fallendo al primo tentativo – le macchie di Rorschach sono solo un’ulteriore occasione di ostentazione – ma riuscendo, con la seconda, a penetrare la radice del problema.

L’identità di Freddie è così fragile proprio perché cerca un rifugio immediato dopo la perdita del punto di riferimento fondamentale: la famiglia, che sogna riunita intorno ad un tavolo a celebrare un momento quotidiano che gli sarà per sempre precluso, portandolo ad un’opprimente solitudine che è incapace di contrastare.

E la via d’uscita è rappresentata da Doris, giovane donna che prenderà una forma fisica solamente nel secondo atto, ma che in questo primo frangente è un convitato di pietra nel racconto, anzi nella giustificazione del pianto improvviso per la lettera da lei ricevuta, a cui Freddie non ha mai avuto il coraggio di rispondere.

E allora non resta che scappare, in eterno.

Ruolo

Freddie cerca costantemente di piegare il mondo alle sue necessità, ma fallisce continuamente.

Dalla fine del primo atto di The Master assistiamo ad un intersecarsi più intelligibile fra realtà e sogno, a cominciare dalla presunta relazione con la donna intravista al centro commerciale, che si intrufola nell’immaginario di Freddie come un fantasma per vivere una storia d’amore clandestina…

…che però si scontra con una realtà ben più insoddisfacente, come racconta la scena di chiusura al ristorante.

A quel punto, vivendo il suo insuccesso come colpa del ruolo che Freddie non può assumere – compagno e marito – cerca fisicamente di distruggere il presunto consorte della donna, scoppiando in una rissa da cui si immagina di uscire vincitore, portandosi dietro la donna fantasma che, almeno nel sogno, ha ormai conquistato.

E la distruzione del maschile nemico ha il suo apice nell’ultima scena del primo atto, quando Freddie viene accusato di aver avvelenato quell’uomo che aveva proprio le sembianze del padre, che Freddie sente come di aver la colpa e il rimorso di aver distrutto, scatenando così anche la distruzione del nucleo familiare e la sua conseguente solitudine.

Per questo, in un certo senso, Freddie ha bisogno di un nuovo padre.

Famiglia

Per Freddie è incredibilmente facile farsi assorbire da Don.

Il capo del culto tuttavia non lo internalizza immediatamente, ma piuttosto lo rende silenziosamente parte di una scena che Freddie può solo ammirare come spettatore, ovvero la composizione di un ulteriore nucleo familiare sotto alla propria guida…

…proprio come il sogno di Freddie stesso.

E così il protagonista osserva anche le sedute oniriche senza riuscire veramente a comprenderle, anzi cercando di comunicare con gli unici mezzi che possiede – le richieste di sesso – venendo tormentato dalla nuova moglie del figlio di Don, che ha le medesime sembianze ora di Doris, ora della sua proiezione – la donna del primo atto.

La manipolazione di Don è quindi più sottile e controllata, e attira il protagonista nella sua trappola facendogli credere di essere stato lui stesso a volerla, e costringendolo in una serie di regole apparentemente insensate, in realtà utili per costringerlo sotto al suo magistrale controllo, come a volerlo domare.

La prima seduta diventa così strumento per Don per comprendere fino in fondo la profondità del trauma di Freddie, che sembrava aver concretamente la possibilità di intraprendere un percorso relazionale, anzi insistendo a questo fine, per poi vederselo strappare da una realtà – quella militare – in cui si era felicemente rinchiuso.

E la chiusura di quella scena, con un brindisi del distillato di Freddie, suggella il loro rapporto all’interno della concretizzazione del sogno iniziale del protagonista – la famiglia che beve intorno ad un tavolo – che definisce la totale dipendenza di Freddie da Don e dal suo sogno.

Ed è un sogno veramente allettante…

Identità

Don e Freddie sono codipendenti.

Anche se inizialmente potrebbe sembrare che Don sia un guru da manuale, in realtà, più la storia prosegue, più appare evidente la sua estrema convinzione verso la Causa, verso questa idea di liberazione dal presente e dal corpo materiale, abbracciando le infinite possibilità del corpo immateriale e atemporale.

Infatti, accettare il presente come realtà solo temporanea, permette di aprirsi alle infiniti scenari passati e futuri, così da non essere schiavi di un tempo che sembra che ci definisce in maniera stringente, aprendoci invece a nuovi panorami, più fluidi e dalle infinite potenzialità.

Per questo Freddie è la preda perfetta.

Il protagonista è infatti estremamente definito dal suo presente e della sue scelte passate, bloccato in un sistema di simboli netti e senza via di fuga, che lo rendono solo e caotico nel suo agire, eternamente spinto verso la ricostruzione di un nucleo familiare con la donna amata – Doris – che gli è precluso per le sue stesse scelte.

Non a caso Don è l’unico che realmente crede nella possibilità di salvezza di Freddie, nonostante le proteste di tutti gli altri personaggi – specificatamente di Peggy – ed è l’unico che lo insegue anche nella sua continua fuga da una gabbia che crede solo di poter evadere, e in cui ritorna ciclicamente.

Questo concetto è ben raccontato dalla lunga sessione finale, soprattutto quando Freddie vaga da una parete all’altra, come a riconoscere la prigione in cui è intrappolato, ma sostenendo di poterne uscire quando vuole, cercando anche di sforzarsi oltre l’immediato – come nel cambio di colore degli occhi di Peggy.

E, quando infine Don crede di averlo domato, Freddie sfugge totalmente al suo controllo.

Tornare

La conclusione di The Master è una non-conclusione.

Freddie scappa dalla Causa e cerca di tornare alla realizzazione di quel sogno che si era negato – Doris – per vederlo sfumare davanti ai suoi occhi, davanti ad un ulteriore uomo che ha preso il posto che il protagonista ha sempre ricercato, ma mai raggiunto, in un’opprimente circolarità che lo porta inevitabilmente ad essere di nuovo solo.

Come un oracolo, Don cerca nuovamente di penetrare nella sua vita, cerca di ingannarlo raccontagli una vita passata in cui erano compagni di guerra, mettendolo quindi sul suo stesso piano e illudendolo – e forse illudendo anche se stesso – di una relazione non di master e pupil, ma bensì di comune impegno per la causa comune…

…sempre illudendolo di una possibile scelta.

Ma, a sorpresa, Freddie sceglie di irridere Don e la sua causa, fingendo ulteriori possibilità in una vita futura, dove invece Don dichiara che saranno nemici eterni, concludendo il loro incontro con una crudele canzone che racconta il sogno d’amore che Freddie non ha mai potuto realizzare.

E così infine si ritorna agli stessi simboli, alle stesse donne facilmente e sessualmente conquistate – che siano reali o meno, a questo punto, ha poca importanza – con cui Freddie cerca di mimare la sessione di Don, volendo dimostrare a sé stesso di averla ormai assorbita, di saperla facilmente replicare…

…finendo, infine, costretto di nuovo alla situazione iniziale, accanto ad un simbolo scarnificato.

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The Life of Chuck – L’attesa

The Life of Chuck (2025) è un film drammatico diretto da Mike Flanagan con protagonista Tom Hiddleston.

A fronte di un budget sconosciuto, per ora ha avuto un incasso piuttosto misero.

Di cosa parla The Life of Chuck?

La Terra per come la conosciamo rischia di cadere a pezzi, simbolo per simbolo…ma se fosse qualcosa di più personale?

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere The Life of Chuck?

Assolutamente sì.

Con The Life of Chuck, dopo una lunga parentesi orrorifica, Flanagan intraprende un racconto drammatico e riflessivo veramente inaspettato, andando a ricalcare una filosofia non estranea alla sua filmografia, ma arricchita da un taglio più speranzoso che mancava nelle sue recenti più recenti produzioni.

Non manca uno spaesamento iniziale verso una storia che sembra raccontare tutt’altro, ma che merita di essere scoperta  atto dopo atto, diventando limpida solamente nelle sue ultime, fondamentali, battute che riescono perfettamente a chiudere il cerchio.

Didascalia

Tutta la prima parte della pellicola è una incomprensibile didascalia…

…finché non diventa comprensibile.

Flanagan sulle prime sembra portare in scena un film sci-fi dal sapore post-apocalittico, costellato da scomparse improvvise e dal graduale decadimento delle connessioni interne e delle certezze che componevano l’universo umano, con un gruppo di personaggi che sembra vivere solo per raccontarsi.

Eppure, arrivati al finale, il primo atto acquista un significato del tutto diverso.

L’universo rappresentato in realtà non è altro che l’immensità contenuta internamente da Chuck, che progressivamente si sgretola insieme al suo corpo e alla sua memoria – come testimoniano i personaggi che progressivamente scompaiono di scena.

Gli stessi comunque emergono come ricordi flebili nel tempo, massime che hanno definito la vita del protagonista e modellato la sua esistenza in qualcosa di straordinario, che merita di essere celebrato, pur consapevole della fine imminente e del suo essere un personaggio sostanzialmente anonimo.

O, meglio, un personaggio bloccato nell’attesa.

Attesa

Chuck non può controllare la propria esistenza.

La sua pallida vita adulta è stata matematicamente ordinata in un lavoro che il protagonista ha sempre rigettato in favore di una vita dedita ad un movimento più spontaneo e incontrollato – la danza – ma in cui infine si è trovato intrappolato, seguendo le medesime impronte del nonno.

La tragica visione della sua morte imprime evidentemente in Chuck un senso di impotenza, che rende imperativo riprendere il controllo sulla propria esistenza tramite i numeri, lasciandosi alle spalle il sogno danzante e chiudendosi in un controllato grigiore…

…ma non senza una via d’uscita.

La straziante attesa della fine viene spezzata da uno – ma forse non l’unico – momento in cui Chuck ha abbracciato una felice imprevedibilità, in cui si è ricordato degli insegnamenti della nonna, di quel momento in cui l’ha vista rinascere nonostante anche lei, inconsapevolmente, fosse in attesa della propria morte.

In questo modo il protagonista fa suo l’insegnamento di entrambe le figure genitoriali: da un lato si adegua all’idea di attesa e di controllo della stessa, al guardare oltre ai meri numeri per vedere l’immensità che gli stessi nascondono, dall’altra ad abbracciare una vita, nel suo piccolo, semplicemente meravigliosa.

E qui, alla fine, sta tutto il punto della pellicola.

Anonimo

Chi è Chuck?

È una domanda che si rincorre per le bocche dei protagonisti per tutto il primo atto, specchio proprio di un senso di mediocrità che il protagonista sente di soffrire, ma splendidamente incorniciata da una consapevolezza di grandiosità che esiste solo se Chuck stesso accetta che esista.

Nella lezione della sua maestra infatti il protagonista scopre come nel suo essere non contiene solo carne, ossa e un cervello pensante, ma un’immensità di persone, ricordi, oggetti, situazioni che formano un prezioso universo interiore, dotato di una propria vita ed importanza.

Così, in questa piccola ma significativa riflessione a sorpresa dopo produzione più recente segnata dall’orrore e dal rimorso, Flanagan ci racconta come fare propria la meraviglia del piccolo, del quotidiano, come siamo noi stessi padroni di una vita meravigliosa e che vale assolutamente la pena di essere vissuta…

…e non come un’attesa dolorosa della dipartita che arriva inevitabilmente per tutti, ma come una grande, meravigliosa occasione.

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Senior Year – Cosa abbiamo imparato?

Senior Year (2022) di Alex Hardcastle è il suo esordio alla regia ed è un teen movie che ripercorre diversi stereotipi del genere di inizio del Millennio.

Il film è stato distribuito direttamente su Netflix.

Di cosa parla Senior Year?

Steph è all’ultimo anno del liceo e sembra pronta a fare il botto…finché qualcuno non lo fa per lei.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Senior Year?

In generale, sì.

Senior Year forse non si può annoverare fra i prodotti più brillanti del genere teen movie post-Anni Duemila, ma offre comunque degli spunti interessanti per raccontare come i prodotti dell’inizio del Millennio abbiano influito sull’immaginario generazionale.

E così, anche nel suo impianto narrativo semplicistico e la sua morale fin troppo buonista, riesce a dare un insegnamento non banale, ma che, paradossalmente, è più pensato per gli adulti attuali che le nuove generazioni.

Schema

Il racconto del passato di Senior Year è uno specchio perfetto del genere all’inizio del millennio.

Le sciocche manie di protagonismo e la continua competizione fra Stephanie e Tiffany potrebbero essere proprie di un qualunque teen movie del periodo, e sono racconto di un sistema distorto finalizzato unicamente all’apparenza e al divorarsi a vicenda…

…basando la propria esistenza su dei miopi sogni di un futuro perfetto come naturale eco del successo presente, basando la propria felicità sulle esigenze più immediate di approvazione, appartenenza e popolarità – pena rimanere infelicemente ai margini.

Ma è un sogno fragile, derivato da un’esigenza immediata.

Stephanie ricerca nella popolarità una via di fuga da una vita di cui ha già subito abbastanza per la sua giovane età – dal cambio forzato di panorama sociale alla morte prematura della madre – andando a ricercare così una vita apparentemente perfetta che possa cancellare tutti i suoi problemi.

Ma il presente è davvero migliore?

Ideale

Il racconto del presente di Senior Year sembra non giungere davvero al punto.

Da una parte rappresenta il racconto di una società i cui problemi del passato sembrano essersi trasmessi al presente solamente dietro una facciata diversa, senza cancellare le inquietudini che gli adulti ora al comando soffrono ancora.

Per questo la gestione della popolarità di Bri sembra da un lato derivata effettivamente dalle sue azioni lodevoli, dall’altra del tutto montata da sua madre, l’ormai adulta Tiffany, che non ha mai veramente abbandonato le vesti da reginetta del ballo, portando così a delle rappresentazioni incerte sul piano narrativo.

In alcuni frangenti la figlia sembra agire di propria sponte e con gli stessi atteggiamenti della madre – dal non voler seguire Stephanie su Instagram al fare delle feste per VIP a cui né Janet né Jaz sono invitati – altre volte sembra ribellarsi a lei e al suo inseguimento di un sogno che non le appartiene.

Allo stesso modo, la cancellazione di ogni possibilità della discriminazione che Martha ha dovuto subire da adolescente è un evidente nonché maldestro tentativo di aggirare un problema, quando in realtà lo stesso – in maniera ben poco credibile – non sembra proprio esistere, in quanto tutti gli studenti sembrano incredibilmente positivi nel loro agire.

Forse perché la lezione non è per chi vive l’adolescenza oggi, ma per adulti che l’hanno dovuta subire ieri?

Focus

Nella sua semplicità, la morale di Senior Year è un insegnamento intergenerazionale.

La pellicola ci racconta oggi come ieri che l’inseguimento di questo fantomatico successo – ancora più amplificato dall’esposizione sui social media – non sia la reale chiave per la felicità come spesso si pensa, ma anzi che questa folle corsa ad essere i protagonisti della scena può essere più stancante che premiante.

Infatti emerge chiaramente nel corso della pellicola come Stephanie si sia esaurita all’interno di un’effettiva ossessione che l’ha portata a dare più importanza a qualcosa di insignificante e passeggero piuttosto che all’affetto delle persone effettivamente importanti per la sua vita.

Un’ossessione che, fra l’altro, l’ha portata a non rendersi conto della pluralità delle esperienze dei suoi amici, che hanno vissuto in tutt’altra direzione la sua felicità perfetta, e che ne pagano le conseguenze nella vita adulta, nella loro insoddisfazione e inquietudine – mai realmente risolta neanche nel finale.

Ma, paradossalmente, il personaggio più importante è quello di Deanna Russo, che racconta come le possibilità di una giovane donna possano andare molto più in là di una semplice gara di popolarità – la stessa che Tiffany sta vivendo nel presente…

…proprio per bocca di un’attrice come Alicia Silverstone, diva degli Anni Novanta per Clueless (1995), mai riuscita ad affermarsi realmente altrove.

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Punch-Drunk Love – Una prigione incomprensibile

Punch-Drunk Love (2002), noto in Italia come Ubriaco d’Amore, è uno dei film più sconosciuti della filmografia di Paul Thomas Anderson.

A fronte di un budget abbastanza importante per il tipo di film – 25 milioni di dollari – non è riuscito neanche a coprire i costi di produzione.

Di cosa parla Punch-Drunk Love?

Barry è un piccolo imprenditore intrappolato in una vita senza significato dove tutti sembrano decidere per lui. Ma sarà l’amore (?) a fargli cambiare idea…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Punch-Drunk Love?

Assolutamente sì.

Punch-Drunk Love è una piccola perla dimenticata, probabilmente per la sua complessità di lettura, che lo rende al pari di sfide di lynchiana memoria – particolarmente, Velluto blu (1986) e Mulholland Drive (2001) – lasciando ad una prima visione con più domande che risposte.

Tuttavia, revisione dopo revisione la pellicola si apre davanti agli occhi nel suo plateale enigma, definendosi nei suoi dettagli, indizi e sguardi sparsi per un racconto pronto a farsi leggere e scoprire.

Insomma, dategli una possibilità.

Scatole

Barry è come costretto in una prigione incomprensibile.

Non a caso nell’apertura della scena lo vediamo isolato all’interno di una stanza vuota, avidamente intento a cercare conferma di aver trovato il filo giusto da tirare per svelare la trama sotterranea, la trappola di cui tutti gli altri sembrano ignari.

Ma il paradosso del pudding sta proprio nell’essere una soluzione inutile.

La stessa è presto svelata da uno dei primi dialoghi con Lena, in cui il protagonista ammette di non aver mai viaggiato – anzi, come si scoprirà nel terzo atto, non ha mai preso neanche un aereo – quindi il suo acume nello svelare l’assurdità del sistema di premi è di fatto una vittoria fine a sé stessa.

Un paradosso che però racconta perfettamente questa tendenza a cercare un dettaglio risolutivo che sembra sempre come ad essere ad un passo dall’essere svelato, come nascosto dietro un velo, comprensibile a tutti tranne che al protagonista stesso.

Infatti tutti sembrano padroni un preciso ordine, tranne lui.

Ordine

Barry cerca di seguire un ordine, anche solo presunto.

La sua confusione, i suoi continui dubbi rispetto a scelte che sembrano del tutto casuali – come quella di indossare un completo – raccontano una totale mancanza di controllo, e, al contempo, una continua ricerca dello stesso, a fronte del costante subire il soffocante controllo esterno.

Il party stesso è il racconto del controllo esterno che Barry deve sopportare, proprio a partire dall’appuntamento al buio che una delle sorelle cerca di organizzare per lui, da cui il protagonista fugge con scuse blande e quasi infantili, ritrovandosi comunque intrappolato dalla sua numerosa famiglia.

Una situazione talmente insidiosa che neanche il suo tentativo di chiedere debolmente aiuto ha effetto, ma bensì lo bolla ancora di più come uno spostato, come le sue sorelle ci tengono più volte a ribadire – persino davanti a Lena.

E, allora, come si può scappare?

Subire

Barry è pronto ad accettare qualunque aiuto…

…persino quello di una hot line.

La scena dell’introduzione al servizio è talmente paradossale da risultare quasi grottesca: Barry è così disperato e distaccato dalla realtà che accetta di svendere i suoi dati sensibili solo per la promessa di una riservatezza che non potrebbe mai essere credibile.

Ancora più bizzarro è il dialogo con la centralinista, che cerca di portarlo verso il vero obbiettivo di quella chiamata, ma che Barry rifugge, ma senza sapere effettivamente in che direzione stia andando: pronto a sfruttare effettivamente quella situazione a suo vantaggio, ma senza mai esserne davvero capace.

Eppure, qual è l’alternativa?

Sfondare

Non riuscendo a trovare un ordine nella realtà, Barry cerca di distruggerla

Non sono infatti pochi i momenti in cui il protagonista esplode in una rabbia incontrollata, distruggendo l’ambiente che lo circonda, particolarmente i confini, come a voler creare una breccia per potersi finalmente liberare.

Un tentativo di sfondare una sorta di immaginaria prigione di vetro con un moto distruttivo che, in maniera piuttosto peculiare, si manifesta persino nel dialogo del terzo atto con Lena, in cui i due è come se volessero aprirsi a vicenda:

I’m looking at your face and I just want to smash it / I want to chew up your face and I want to scoop out your eyes

Guardo il tuo viso e vorrei solo sfondarlo / Vorrei spremerti il viso [tra le mani] e cavarti gli occhi

Ma la fuga è soprattutto dalla sua inerzia.

Dirigere

La vera vittoria di Barry è riuscire a ritrovare il controllo.

In altre parole, saper reagire prima alle costanti pressioni delle sorelle per avere controllo sulla sua esistenza, scegliendo invece di autodeterminarsi in quella che, sulla carta, è un’ulteriore macchinazione nei suoi confronti: fino al terzo atto, è esclusivamente Lena a tirare le fila del loro rapporto, anche con piccolo sotterfugi

E infatti Barry quando urla prima contro sua sorella, poi contro Dean Trumbell, sta in realtà gridando contro se stesso, spronandosi ad essere finalmente capace di spostare i pezzi sulla scacchiera a suo vantaggio, come racconta perfettamente l’ultima scena.

Infatti il misterioso piano, elemento intruso ed esterno, su cui Barry per tutto il film non era stato capace di suonare più di qualche nota, diventa invece strumento con cui dimostra di sapere procedere secondo una via precisa ed ordinata, su cui ha totalmente e finalmente il controllo.

E, finalmente, non da solo.