Scream 7 (2026) di Kevin Williamson è il settimo capitolo della saga omonima creata da Wes Craven.
A fronte di un budget abbastanza importante per la saga – 45 milioni di dollari – ha aperto molto bene al primo weekend, prospettandosi un buon successo commerciale.
Di cosa parla Scream 7?
Sidney Prescott sembra essersi ricostruita una vita lontana da Woodsboro, il cui maggiore ostacolo è il rapporto con la figlia…oppure no?
Vi lascio il trailer per farvi un’idea:
Vale la pena vedere Scream 7?
Dipende.
Scream 7 conferma una direzione che non piacerà agli spettatori che si sono avvicinati ed innamorati della saga per come riusciva a (ri)raccontare il cinema horror tramite una struttura brillantemente metanarrativa.
Tra cui io, fra l’altro.
Se invece questo aspetto è stato per voi di scarso interesse, vi troverete davanti ad uno slasher – o, meglio, un thriller-horror – di medio-basso livello, capace di intrattenere assai superficialmente, come un qualsiasi prodotto commerciale del medesimo genere.
Distruggere
La sequenza introduttiva ha dei significati che a posteriori…risultano dubbi.
In forse le uniche scene effettivamente metanarrative, Scream 7 si apre con il racconto di un fandom ormai saturato intorno ad una serie di concetti ed immagini che sono diventate quasi un culto – ed infatti la casa di Sidney ha proprio quel sapore quasi religioso.
Ma il culto è principalmente focalizzato intorno alla storia originaria, quella di Sidney Prescott nel primo capitolo di Stab – e quindi Scream (1996) – con pochi accenni ai seguiti – fra l’altro fermandosi curiosamente, con i poster, a Stab 6, così da creare una sorta di continuità scenica con il film presente, ma dimenticandosi che in Scream 4 (2011) si parlava persino dell’ottavo capitolo.
Una scena che più che mostrare ci istruisce sul dove guardare: sempre alle spalle dei protagonisti, sempre negli angoli dove i Ghostface appariranno come fantasmi, con una serie di falsi pericoli che si concretizzano poi in un attacco vero e proprio, memore di tutti gli incipit classici della saga, ma che al contempo vuole distruggere tutto quello che è venuto prima.
Ma, in tutta quella distruzione, qual è la parte costruttiva?
Respiro
Lasciare così tanto spazio narrativo fra la prima e la seconda morte è una scelta estremamente significativa.
Infatti, un problema abbastanza comune in ambito slasher è il poco spazio lasciato ai personaggi per raccontarsi, spesso riducendoli a carne da macelloda dare in pasto al pubblico.
Al contrario, in questo contesto il focus principale della pellicola, per certi versi, non sono gli omicidi o l’identità del killer, ma bensì l’eredità di Sidney – e in tutte le sue forme: finalmente scopriamo la vita che la protagonista si è costruita al di fuori della sua tragedia, pur rimanendo profondamente influenzata dalla stessa.
Il nodo narrativo principale è infatti la costruzione del rapporto fra madre e figlia, e di come quest’ultima viva all’ombra della genitrice senza neanche conoscere i contorni effettivi della stessa, potendone usufruire solo indirettamente, e finendo così per non poterne fare tesoro come le sarebbe necessario in questo momento così complesso.
In questo senso la costruzione del loro rapporto e il modo in cui Tatum affronta la sua paura di essere al centro della scena – sia in senso stretto che in senso lato – sono interessanti proprio per come la ragazza finisce per inseguire tale ruolo, per quanto la madre cerchi di proteggerla, mantenendola ai lati della scena…
…con una buona crescita del loro rapporto, che ha i suoi picchi sia nella scena del bar – in cui Sidney guida la figlia ad affrontare una battaglia per lei ormai fin troppo nota – quanto nella definitiva uccisione del killer, in cui Tatum dimostra di aver imparato la lezione della madre.
Il problema è il resto.
Contorno
Un problema minore in Scream 7 è la gestione dei personaggi secondari.
Per quanto, come detto, l’inizio fosse promettente – foriero anche di concetti positivi come la solidarietà fra i personaggi, non scontata in un contesto adolescenziale – ci si ritrova, alla fine del film, a non aver conosciuto quasi nulla – o davvero nulla – dei personaggi di contorno.
Particolarmente sprecato in questo senso è il fidanzato di Tatum – che rimane solo a parole un punto focale di molti discorsi del film, per poi essere facilmente sacrificato nel terzo atto – così come Lucas – anch’esso rievocato solo a parole dalla madre nel finale, senza che la sua morte sia assolutamente spiegabile.
E poco aggiungono anche gli ultimi personaggi sopravvissuti a Scream VI (2023), che sembrano ripetere sostanzialmente dinamiche già viste senza contribuire alla storia – anzi, nel caso di Mindy, a ricordarci come ogni timido accenno di queerness sia bandito…
…così come ogni discorso metanarrativo.
Identità
Scream 7 nasce come film…di Scream?
Il dubbio emerge in quanto per tutta la visione ho avuto la sensazione di assistere ad una storia scritta con scopi totalmente differenti – un thriller psicologico intrecciato con un dramma familiare – a cui solamente in seconda battuta siano stati aggiunti – e con poca convinzione – gli elementi identitari della saga.
Ne consegue che il lato metanarrativo sia sostanzialmente nullo, sistematicamente smentito anche nei suoi più deboli accenni: neanche il momento canonico del raduno dei sospettati e dell’esplicazione delle regole della nuova storia ha alcun valore, tanto che Mindy viene prontamente zittita da Chad.
In quest’ottica nemmeno l’incipit sembra infine significativo, anzi forse appare persino sfacciatamente rivelatorio di una pellicola che sceglie consapevolmente di smentire ogni tratto canonico della saga, finendo però per privarla di ogni suo elemento identitario, e portando in scena il film di Scream meno Scream di sempre.
E, nella sua bruttezza, viene paradossalmente quasi da rimpiangere il precedente capitolo, che almeno era uno slasher…
“Cime Tempestose” (2026) è una libera trasposizione dell’opera omonima di Emily Brontë per la regia di Emerald Fennell.
A fronte di un budget medio – 89 milioni di dollari – ha già quasi coperto le spese di produzione nel suo primo weekend.
Di cosa parla “Cime Tempestose”?
Catherine e Heathcliff sono cresciuti insieme…ma potranno vivere solo divisi.
Vi lascio il trailer per farvi un’idea:
Vale la pena vedere “Cime Tempestose”?
Dipende.
“Cime Tempestose” mira ad essere un prodotto estremamente trasversale, quasi popolare, andando a riscrivere un classico della letteratura inglese, una storia sostanzialmente di una vendetta violentissima e intergenerazionale, in un dramma romantico particolarmente tragico e anche sessualmente spinto.
Una scelta che, di per sé, non è illegittima, fintanto che si accetta il tipo di operazione a cui si sta andando incontro, scegliendo o meno di affrontare questa visione, evitando di avvelenarsi davanti ad un’opera che, purtroppo, non ha mai voluto essere nient’altro che quello che è.
Lettura
Per quanto il confronto con l’opera di partenza non debba essere per forza uno strumento critico, in questo caso lo stesso è utile per comprendere le intenzioni della regista.
La storia turbolenta fra Heathcliff e Catherine era nel romanzo estremamente stratificata, proprio nell’ottica di essere frutto di un ambiente sociale disfunzionale e classista.
Infatti i due protagonisti non potevano vivere serenamente il loro amore perché loro stessi erano succubi di un’emotività turbata e distruttiva, derivata prima da un contesto familiare violento e tossico, racchiuso specificatamente nella figura di Hanley, il fratello di Cathy, a tratti persino più malvagio dello stesso Heathcliff…
…e poi dallirrisolvibile posizione sociale di Heathcliff.
Infatti Heathcliff è costantemente punito per il suo essere uno zingaro – con una serie di epiteti e paragoni piuttosto coloriti – destando prima l’invidia del fratellastro – che lo considera indegno delle attenzioni del padre proprio per la sua condizione – e poi diventando lui stesso invidioso della condizione sociale privilegiata di Edgar, che ne rappresenta il perfetto contraltare.
In questo contesto, inevitabilmente – e nonostante il timido intervento di Nelly – il protagonista si incattivisce profondamente, presentando fin da subito comportamenti macchinatori e violenti, e coltiva un amore morboso nei confronti di Catherine, da lei ricambiato, proprio avallando dei suoi comportamenti, e peggiorando drasticamente le sue già chiare tendenze all’isteria e all’egomania.
Per questo eliminare – ed eliminare davvero del tutto – sia l’elemento razziale, sia quello più strettamente sociale è una scelta importante…
…che lascia un vuoto.
Vuoto
Nel caso di “Cime tempestose”, il marketing è molto più rivelatorio di quanto si potrebbe pensare.
Un film confezionato su misura per uno specifico target – adolescenti e preadolescenti – ma che, a differenza di altri prodotti analoghi, ha trovato terreno fertile nella specifica lettura della regista stessa, che si può ben riassumere all’interno della frase utilizzata durante la campagna promozionale:
Basato sulla più grande storia d’amore di tutti i tempi.
Una lettura sicuramente legittima, che sulla carta vorrebbe dare maggior risalto alla componente romantica e sentimentale presente nel romanzo originale, andando quindi a smorzare – o, in questo caso, ad eliminare completamente – la componente politica e il conseguente elemento violento che produceva – di fatto, vero protagonista della storia.
La scelta più importante è sicuramente il riscrivere uno dei personaggi più controversi della storia della letteratura in una luce sfacciatamente positiva, raccontando Heathcliff come un buon selvaggio, un emarginato sociale che compie qualche azione malvagia, ma rimandano di fatto una vittima di buon cuore.
Nello specifico, questa tendenza appare particolarmente lampante nell’esclusione di Hanley, personaggio che funzionava anche come rappresentazione plastica degli effetti della sottile cattiveria macchinatrice del protagonista maschile, e degli esiti delle sue terribili vendette.
Ne consegue che il rapporto con Cathy, ragazzina capricciosa e profondamente egoista – che riesce complessivamente ben a ricalcare, pur in chiave minore, la sua controparte cartacea – sia di protezione dal padre violento – personaggio che assorbe dentro di sé la figura del più violento fratello letterario.
D’altra parte non si può rimanere indifferenti all’idea che una riscrittura, soprattutto di un’opera così importante, può agire sicuramente per sottrazione ma, per essere di qualche interesse, dovrebbe anche essere capace di aggiungere, in un certo senso, colmare quel vuoto che eliminare elementi narrativi così fondamentali potrebbe portare.
Ma è l’intento che manca.
Struttura
Cosa aggiunge “Cime Tempestose” alla sua controparte letteraria?
In realtà, nella sua riscrittura, la regista sembra in un certo senso vivere di echi di qualcosa che ha voluto sopprimere.
Il rincontro con Heathcliff nell’atto centrale contiene al suo interno due elementi che sembrano fuori posto: la minacciata vendetta contro la donna amata e le illazioni nei suoi confronti da parte di Catherine verso Isabella, che la ammonisce dicendole come il suo amante la schiaccerebbecome un uovo di rondine.
Elementi che mal si inseriscono all’interno del racconto del protagonista maschile nel primo atto come sostanzialmente salvatore di Catherine, suo amante tradito – ma mai in un contesto veramente vendicativo – e che viene totalmente smorzato dall’interno del successivo montaggio dei protagonisti che vivono intensamente le loro passioni proibite.
Allo stesso modo, quella che dovrebbe essere l’effettiva vendetta di Heathcliff – il matrimonio di Isabella – in realtà lo rende quasi immediatamente vittima della sua nuova moglie, che lo umilia per il suo analfabetismo e che infine lo asseconda nella sua faida, soddisfando i suoi più repressi desideri sessuali.
Tuttavia è una vendetta molto blanda, che facilmente si incasella invece nella narrazione ricercata dell’amore tormentato, ridotta ad una serie di lettere provocatorie che Catherine non leggerà mai, ma che vanno nuovamente a confermare il racconto dell’amore tragico e impossibile.
Per questo “Cime Tempestose” risulta, in ultima analisi, non una riscrittura, ma una banalizzazione: toglie ai personaggi – da ricordare anche l’evanescenza di Edgar, nel libro contraltare significativo di Heathcliff, nel film figurina sullo sfondo – e non aggiunge di fatto niente agli stessi…
…facendoli vivere di evocazioni, suggestioni, privandoli di un retroterra narrativo significativo, di una struttura caratterizzante, e rinchiudendoli nel guscio vuoto e puramente estetico, con molte idee sulla carta – come la peculiare scelta dei costumi – ma, concretamente, una resa piuttosto fragile priva di significato.
In altre parole, una storia d’amore già vista fin troppe volte.
Will e Agnes sembrano avere il destino segnato dal loro essere reietti…ma potendolo invece essere insieme.
Vi lascio il trailer per farvi un’idea:
Vale la pena vedere Hamnet?
Assolutamente sì.
Dopo la dolcissima delicatezza di Nomadland(2020), Chloé Zhao torna alla regia con una pellicola capace di portare in scena una piccola storia familiare che si intreccia in maniera brillante con l’elemento magico e onirico che pervade la storia.
Un racconto fatto di presagi, segni e predizioni, che si insinuano negli sguardi, nei pensieri e nelle parole dei personaggi in maniera estremamente sottile e capace di essere compresa nella sua interezza solo visione dopo visione.
Fuori
Il percorso di Will è inevitabilmente rivolto verso l’esterno.
La pellicola si apre con la visione di Agnes avvolta nel contesto naturale – selvaggio e, per questo, temuto – in cui Will si specchia nella scena successiva, con il paesaggio che si riflette nella sua gabbia – le finestre della casa in cui è costretto.
Si crea quindi subito questa dicotomia fra lo spazio chiuso e opprimente – definito da colori freddi, desaturati, financo binari nella casa di Will – in cui è tutto o bianco, o nero – e invece lo spazio aperto, di colori pieni e brillanti, che Agnes porta con sé anche quando rientra nel grigiore domestico.
Si crea quindi questo movimento in cui i due si ritrovano in una sorta di terra di confine, in cui Agnes benedice Will promettendogli un futuro ben al di là dei ristretti orizzonti a cui è stato costretto, per poi rientrare entrambi nel contesto familiare opprimente, all’interno di una forte simmetria in cui entrambi raccontano il loro ruolo di emarginati.
Il loro secondo approccio è in questo senso fondamentale, in quanto Will sceglie consapevolmente di penetrare quella natura disarmonica, rifugio e condanna di Agnes, e riesce così a conquistarla, dimostrandosi estraneo alle grettezze sociali a cui è costretto…
…raccontandogli una novella fuori dagli schemi del mero matrimonio borghese.
Ed è a quel punto che comincia la loro storia.
Destino
Agnes è consapevole del proprio destino e di quello di Will.
Per questo si fa costantemente vettore dello stesso, prima accettando il ruolo di genitrice ma non – come pensa la famiglia di Will – per incastrarlo all’interno del matrimonio, ma per porre il primo tassello della sua storia: Will riesce ad evadere le opprimenti mura domestiche proprio perché Agnes lo spinge in quella direzione…
…consapevole, anche avendolo visto con i propri occhi, di come invece perderebbe il marito se lo continuasse ad ingabbiare.
Ed è in questo momento che la protagonista assiste alla prima tappa di un destino dai contorni più sfumati, inafferrabili, che ha il suo apice nel parto gemellare, in cui il marito non è presente, ma comunque la sua presenza è evocata dallo straripare del fiume che invade la casa, come un richiamo di un mondo esterno da cui Agnese è esclusa…
…e in cui il marito potrebbe essere vivo come perso.
Un’apparente calma è riconquistata con la rinascita della figlia, per cui è come se la madre dimostrasse i suoi poteri generativi anche al difuori del suo ambiente naturale, che ci accompagna verso un presente pervaso da una serenità totale e appagante, in cui ognuno sembra aver assunto la propria parte in scena.
Infatti in questo contesto familiare così piacevolmente intrecciato con l’arte lontana del padre – di cui comunque i figli si nutrono profondamente, sognando un giorno anche loro di cavalcare le scene – la divisione così netta fra i due ambienti – urbano e naturale – non è distruttiva, ma armonica.
Agnes e Will vivono di un’armonia silente, smettendo serenamente di mentirsi sulle possibilità di avvicinare i due mondi, la cui lontananza è in realtà sentita solamente dai figli, che soffrono l’assenza di un padre che amano ed ammirano profondamente – tutti elementi che ritorneranno in qualche modo rovesciati nella seconda parte.
Infatti la colpa di Will è ancora tuttada scrivere.
Omen
L’inizio dell’atto centrale è scandito da due omen estremamente significativi.
L’inizio del presagio della morte che sopraggiungerà di lì a breve avviene nel funerale del falco di Agnes, agli occhi di tutti i presenti un’occasione per riconnettersi con il ciclo eterno della natura…tranne per Hamnet, che non si perde nel rassicurante sogno del falco che solca i cieli in eterno, ma in una visione altra.
La stessa non è esplicata fino all’effettiva morte del personaggio, ma è ricalcata nella sua enigmaticità dalle visioni parallele di Agnes e Will: entrambi avvertono un sentore disturbante – il padre nel lugubre spettacolo delle ombre, la madre nell’agitazione delle api – ed entrambi, in inquadrature quasi simmetriche, si fermano ad osservare l’orizzonte incerto.
Così la peste – ormai parte della quotidianità urbana di Will – serpeggia fino alla sua famiglia, in cui Agnes si prende il peso di essere l’unica veramente capace di risolvere la malattia con il suo ingegno quasi stregonesco, del tutto ignara dei veri protagonisti della scena, totalmente fuori dal suo controllo: Hamnet e la morte.
Così la morte del figlio si intreccia perfettamente sul piano realistico – Hamnet si lascia infettare dalla sorella, come se ne assorbisse la malattia – e quello strettamente simbolico – si scambia con la stessa come su un palcoscenico, e così riesce ad ingannare la morte, che rapisce lui invece che Judith.
Ed è ancora più straziante la sua dipartita non tanto per la morte in sé stessa, ma per come Hamnet viene rappresentato in questa sorta di limbo – che poi scoprirà essere lo stesso palco dell’atto finale – separato dalla realtà dei vivi da un velo oscuro, alla disperata ricerca di un elemento familiare – e di fuga.
Ma non è la morte il problema.
Spettatore
Will non può essere solo spettatore.
Negli anni evidentemente Agnes aveva tollerato, anzi forse proprio accettato, la presenza scostante del marito, proprio perché la stessa garantiva un affetto sincero e significativo nei confronti dei figli, che colmava in qualche modo quel vuoto lasciato durante l’assenza.
Ma l’assenza non è più giustificabile quando Agnes si trova completamente sola a dover affrontare le morti prima di Judith, poi di Hamnet – anche se la prima è scampata – portando ad un’implosione del nucleo familiare, per cui i tentativi di risoluzione di Will risultano non solo fallimentari, ma concretamente deleteri.
E infatti Agnes, scena dopo scena, è sempre più infelice, scostante…e visibilmente invecchiata, come non lo era mai stata nei precedenti anni in cui il suo nucleo emotivo era vivo e pulsante, rinfacciando al marito i suoi tentativi di pacificazione che sembrano solo una conferma di un ascolto e di una presenza che non c’è mai stata.
E la tragedia di Hamlet potrebbe essere davvero l’insulto finale.
La protagonista si trova costretta davanti ad un personaggio che ricalca l’aspetto e la storia del figlio defunto, e ritrova contegno solamente quando vede finalmente il padre prendere posto in scena, ritirandosi però presto dalla stessa nel ruolo, ancora una volta, di spettatore.
In altre parole, Will affronta la tragedia della morte del figlio nell’unico modo in cui è capace di farlo: riraccontandola, riportandola in scena e dando quasi l’occasione al defunto di vivere una vita, un’avventura che da vivo ha solo sognato, concretizzazione di quelle fantasie che la madre ha solo potuto ascoltare.
E, nello sguardo silente del marito, nella vita fittizia di Hamnet, finalmente Agnes trova riscatto per il suo dolore, non più sola, ma circondata da un pubblico che la vive insieme a lei, potendo toccare per l’ultima volta la mano del figlio, e salutandolo mentre abbandona la vita…
…passando dalla stessa strada per cui aveva trovato la vita.
Marty Supreme (2025) di Josh Safdie è un biopic sportivo con protagonista Timothée Chalamet, basato sulla vera storia del tennistavolista Marty Reisman.
A fronte di un budget medio – circa 70 milioni di dollari – è stato nel complesso un buon successo commerciale: quasi 150 milioni in tutto il mondo.
Di cosa parla Marty Supreme?
Marty non ha un sogno, ma un obiettivo: essere un vincitore. Ma le possibilità di vittoria sono meno concrete di quanto possa pensare…
Vi lascio il trailer per farvi un’idea:
Vale la pena vedere Marty Supreme?
Assolutamente sì.
Marty Supreme riesce a raccontare una storia tipica e atipica insieme: se sulle prime coinvolge lo spettatore nella più classica ascesa di un futuro campione, già nel secondo atto si frammenta in un racconto ben più profondo e sentito sull’illusione del sogno americano.
Ne consegue un’opera di grande spessore narrativo e artistico, che travolge con i suoi ritmi frenetici, il suo montaggio sfrenato e i continui primissimi piani che ci immergono nell’emotività e nella follia impetuosa dei suoi personaggi.
Normale
Marty non vuole essere normale.
La prima apparizione del protagonista è anche un sunto della sua persona: ottimamente inserito all’interno di un panorama sociale – il negozio di scarpe – da cui non si sente rappresentato, e in cerca di una doverosa via di fuga, sempre nelle retrovie, sempre con inganni improvvisati – e facilmente fallimentari.
Non a caso, il suo personaggio ruota intorno ad una fuga costante, all’essere braccato da personaggi che tendenzialmente vogliono punirlo per il suo bene, per rimetterlo in riga e fargli dimenticare il suo scapestrato sogno di successo.
Per questo, il ping-pong non è altro che un pretesto.
Un aspetto particolarmente evidente all’interno di un racconto che comincia già con un punto di arrivo – la potenziale vittoria ai British Open – e che quindi evade fin da subito il racconto classico del genere – solitamente composto da uno spericolato climax ascendente, seguito da una battuta di arresto e una conclusione tipicamente risolutiva.
In questo senso Marty Supreme assomiglia di più ad un ribelle Tonya (2022), ma è ancora più sfacciato nel farci dimenticare facilmente e rapidamente del ping-pong.
Il vero tema, in altri termini, è l’illusione di un successo dovuto.
Successo
Marty deve avere successo.
Il protagonista è come se avesse già scritto la sua storia a discapito di tutto il resto
…e di tutti gli altri.
Non manca mai un momento in cui Marty promette un successo che è quasi dovuto, figlio di un’euforia crescente negli Stati Uniti del Secondo Dopoguerra, in cui tutte le porte sono aperte, il cui l’affermazione del sé deve essere conquistata, a prescindere dai danni di percorso – assolutamente secondari rispetto al successo dirompente a cui porteranno.
In quest’ottica il protagonista si lascia alle spalle una scia di disastri – il pranzo non pagato all’hotel, il cuore spezzato di Rachel, il furto al negozio – che progressivamente vengono a chiedergli il conto in maniera sempre più insistente, nonostante all’inizio sembri che Marty ne sia uscito effettivamente vincente.
Ma ogni vittoria ha il suo contraltare.
Così, se l’insistenza e la performance sfacciata gli fanno ottenere una notte con Kay, un accordo con Rockwell e un mucchio di soldi con la truffa alla sala da bowling, gli portano anche un’amante delusa e che si dimentica facilmente di lui, un’umiliazione pubblica e un cane perso…
…e una generale sequela di insuccessi.
Ma non tutti gli insuccessisono di egual portata.
Svantaggio
Consapevolmente o meno, Marty parte da una posizione di svantaggio.
I due personaggi con cui si deve scontrare più chiaramente sono Kay e Dion che, per la loro condizione di partenza, possono permettersi di sbagliare.
Se infatti Dion è un giovane artista disoccupato che può permettersi di creare – e distruggere – le folli ambizioni di Marty, potendo contare sulla protezione del padre – che comunque lo considera un mediocre – l’infelicità di Kay viene ripagata da uno spettacolo costruito – e pagato – sulla sua persona da un marito assente e disinteressato…
…potendo permettersi di fallire e di contare comunque sul sostegno di tutti.
Marty, invece, può solo vincere.
Particolarmente significativa in questo senso è la fine del secondo atto, quando il protagonista è ormai pronto per realizzare il suo sogno in Giappone, e racconta il suo successo ai suoi amici della bisca, che si congratulano con lui, del tutto ignari del doloroso prezzo che ha dovuto pagare.
Non a caso, uno dei tanti conti da saldare arriva proprio in quel momento: Mishkin, il motore che ha permesso la trama truffaldina protagonista – con tutte le sue ripercussioni – del secondo atto, e che porta Marty, in un modo o nell’altro, a raggiungere…il suo obbiettivo?
Briciole
Marty ha vinto?
Il terzo atto ci lascia col fiato sospeso fino all’ultimo, mostrandoci un Marty tenuto al guinzaglio da un Rockwell – e da un sistema – che vuole emarginarlo, confinarlo nell’angolo dei buffoni, di chi non ce l’ha veramente fatta, di chi può solo vivere all’ombra dei personaggi realmente meritevoli di attenzione.
Non a caso, in questo contesto Endo è il protagonista che ci aspetteremmo – e che Giappone e Stati Uniti in egual modo vorrebbero in campo: un assiduo lavoratore che ha scoperto quasi per caso la sua bravura, che ha portato lustro al suo paese con una vittoria senza alcun tipo di scorrettezza o secondo fine.
E sembra solo naturale che Marty venga ulteriormente battuto, e conseguentemente umiliato, dal campione in carica…
…e invece non ci sta.
La successiva partita è davvero quella decisiva…ma non rappresenta una vera vittoria: Marty, nel concreto, ottiene solo una piccola, insignificante rivincita personale, dimostra a sé stesso che può farcela, ma rimane al contempo scornato, abbandonato e costretto a tornare in patria con mezzi di fortuna.
Ne consegue un finale ambiguo, in cui Marty sembra effettivamente tornare sui suoi passi, emozionarsi genuinamente – forse anche di più della sua vittoria sportiva – per il figlio appena nato, dopo aver passato tutta la pellicola a mettere ogni cosa – e, soprattutto, persona – in secondo piano rispetto al suo ego.
In altri termini, l’emozione di Marty davanti al figlio appena nato potrebbe non essere una semplice e commovente immagine di un giovane padre, ma piuttosto la visione di un futuro possibile, ancora da scrivere, che sembrava fino a quel momento precluso e continuamente negato.
28 anni dopo lo scoppio della pandemia zombie,il Regno Unito è ormai una terra isolata e in quarantena…con un sistema interno tutto suo.
Vi lascio il trailer per farvi un’idea:
Vale la pena vedere 28 anni dopo?
Assolutamente sì.
Con il suo ritorno alla regia, Danny Boyle non solo riesce a stupire ad ogni inquadratura ma, soprattutto, unendosi all’ottima scrittura di Alex Garland, porta in scena un nuovo capitolo della sua saga avvincente quando profondo nei suoi significati.
Infatti, se sulle prime sembra il classico coming of age, nel terzo atto 28 anni dopo rimescola in maniera inedita le sue carte e offre una morale ben più interessante e penetrante – anche a vent’anni di distanza.
Battaglia
28 anni dopo si dipana su tre linee simmetriche.
La prima, la più importante, è quella del padre di Spike.
La prova di forza del ragazzino è l’obbiettivo di tutto il primo atto, e viene scandita ora dalle urla di dolore della madre, persa nei vortici deliranti della sua mente annebbiata, ora – e soprattutto – dal montaggio sincopato che racconta la pesantezza di un’eredità di stampo militare quasi isterica…
…e raccontata nei più diversi quanto opprimenti elementi, dai volti degli antenati del passato alla presenza agli enigmatici rituali presenti, che si alternano alla contemporanea fede militare che introduce la breve quanto necessaria parentesi dell’atto centrale.
Ma la verità è altra.
L’orrore della mainland è ben raccontato dall’improvviso emergere della furia degli infetti tinta di rosso sangue, che ne racconta la vera natura, dietro al loro essere apparentemente solo enormi e disgustosi, ma facilmente annientabili – nonostante persino un’uccisione così semplice sia un dolore insostenibile per il protagonista.
E infatti, da quella tenue prova di coraggio, la figura di Spike è trascinata dal padre in una caccia alla morte, in una caccia ad un’ulteriore prova di forza, che ne racconta invece la grande incertezza, scandita dal timore di essere escluso dalla comunità che si aspetta così tanto da lui.
E il punto finale della caccia – la fuga dall’Alpha – è la perfetta rappresentazione della sua fallibilità.
Visione
La visione di Jamie è già scritta.
E Spike ne è solo una comparsa.
Costretto in una bugia che non gli appartiene, Spike si sente tanto più in trappola tanto più si rende conto che la stessa esiste unicamente in funzione del padre e del suo desiderio di riaffermarsi socialmente, raccogliendo gli onori per il figlio eroe – di cui riscrive le gesta – e lasciandosi facilmente alle spalle la moglie difettosa.
Una limitatezza di vedute che ben si racconta – soprattutto pensandola a posteriori – nella valutazione verso il Dr. Kelson.
Ma non è l’unico.
Riuscendo, con un improvvisato quanto funzionale gioco di astuzia, a portare la madre verso la salvezza, Spike si ritrova immerso in una realtà che altri hanno già scelto come deve essere raccontata, in una divisione estremamente binaria e definitiva: gli infetti e i normali, le minacce e gli eroi, i deboli e i vincenti.
Per questo, nella sua breve parentesi narrativa, l’apparizione di Erik è funzionale per raccontare la visione esterna 28 anni dopo, e di come la terra degli infetti sia semplicemente rimasta isolata, nella sua autodistruzione, senza che nessuno si ponesse realmente il problema di prevenirla.
Ma Spike e sua madre evadono quasi inconsapevolmente questa idea: soprattutto la donna, una volta messa davanti ad un’altra madre come lei e in piena sofferenza, ne dimentica la natura da infetta e si riconnette con lei ad un livello più profondo, accogliendo fra le braccia un neonato che, per Erik, dovrebbe essere già morto.
Un prologo essenziale per l’apparizione del grande convitato di pietra: il Dr. Kelson.
Morire
Le visioni dei personaggi di 28 anni dopo sono, come abbiamo visto, tendenzialmente ristrette.
Altresì, le stesse si basano spesso su una costruzione quasi mitologica della pandemia, che riscrive la realtà a proprio favore, per dare un racconto altro di quella che non è altro che un disastro naturale, non voluto da nessuno se non dall’uomo stesso, che ha riaperto il piacere primitivo del diventare l’eroe di un mondo selvaggio.
In questo contesto il Dottor Kelson si crea la propria nicchia, per celebrare non i vivi, ma bensì i morti, in un tempio che crea una sorta di paradosso nel suo essere un luogo di meditazione quasi religiosa, ma nato dalle pazienti e analitiche capacità di un dottore consapevole della precarietà della vita, soprattutto in tempi così difficili.
Un discorso che si inserisce perfettamente nel racconto più piccolo di Isla, costretta a sofferenze perpetue e senza senso, perché qualcuno ha scelto per lei una vita di sofferenza, riuscendo infine ad abbracciare in una morte serena in cui le viene finalmente concessa la pace…
28 giorni dopo (2002) è il primo capitolo della fortunata saga horror creata da Danny Boyle – alla direzione di questo e di successivi capitoli.
A fronte di un budget molto piccolo – 8 milioni di dollari – è stato un ottimo successo commerciale:72 milioni in tutto il mondo.
Di cosa parla 28 giorni dopo?
Jim, un corriere irlandese, si risveglia dal coma e scopre…che in meno di un mese il suo mondo è decisamente cambiato.
Vi lascio il trailer per farvi un’idea:
Vale la pena vedere 28 giorni dopo?
Assolutamente sì.
Già all’inizio del millennio Danny Boyle riscriveva a suo modo il genere zombie movie raccontando non una semplice storia di sopravvivenza, ma portando in scena una riflessione non scontata sull’umano e sulle sue capacità di adattarsi al cambiamento.
Infatti i momenti strazianti non sono tanto le tragedie che vediamo in scena, ma i significati che le stesse si portano dietro, le agghiaccianti realizzazioni del poco che basta per far regredire l’uomo ad uno stato primordiale, selvaggio…anche senza bisogno di un virus.
Risveglio
28 giorni dopo può essere diviso in tre sezioni tematiche, corrispondenti ai tre atti canonici.
A fronte di un prologo classico quanto incisivo, lo spettatore piomba nel mondo raccontato insieme al protagonista, che si muove nelle rovine dell’umano, a cui sono bastati meno di trenta giorni per perdere ogni briciolo di civiltà e per piombare inun incubo silenzioso.
In questo senso è estremamente significativo che Jim cerchi conforto all’interno di un luogo che dovrebbe, per sua natura, concedergli asilo: una chiesa, spazio spettrale ed inquieto fin dalla prima inquadratura, i cui confini vengono progressivamente definiti con un allargamento dello sguardo scenico, fino ad arrivare alla scritta piuttosto esplicativa sul muro:
The end is fucking nigh
Penetrando questo spazio sacro, Jim prima si trova davanti ad un’umanità sconfitta, mostrata in una massa indistinta di individui morti in sofferenza…ma in realtà pronti a rinascere in un’ultima forma mostruosa, che definisce perfettamente il senso di pericolo sempre in agguato che pervaderà tutta la pellicola.
Ma l’orrore è ben più ampio.
Mentre cerca di sfuggire agli zombie, Jim viene per la prima volta salvato da una coppia di sopravvissuti, che hanno il ruolo di raccontare brevemente quanto sia avvenuto finora fuori scena, e mostrare come ogni speranza di rinascita si sia progressivamente ammutolita, e che non resti loro che un angosciante tentativo di sopravvivenza.
28 giorni dopo inizio
Ma per convincersi fino all’ultimo della realtà della sua nuova condizione, Jim deve guardare negli occhi la morte dell’ultima speranza, di chi ha sperato che il sollievo del sonno eterno davanti ad una realtà totalmente inconcepibile: i suoi genitori, che il protagonista ritrova abbracciati nel letto di morte.
Ed è proprio in questo frangente che Jim è costretto ad assistere a quanto possa essere micidiale questa nuova esistenza: non basta che Mark lo salvi da sbranamento certo perché Selena gli conceda ancora di vivere nella sua inevitabile trasformazione mostruosa…
…ribadendo un cinismo che sarà fondamentale nella parte centrale.
Speranza
Esiste ancora una possibilità di salvezza?
In una scena volutamente e piacevolmente simbolica, Jim e Selena seguonouna flebile luce di speranza che ancora splende nelle tenebre di un mondo insopportabilmente cinico: un minuscolo nucleo familiare che, nonostante tutto, è riuscito a sopravvivere, offrendogli una seconda occasione.
Un incontro che, per quanto basato su una reciproca diffidenza – intelligentemente mostrata nella scena del falò, in cui sembra che Frank voglia derubare Jim e scappare – si traduce invece in una sorprendente collaborazione ed unione, che porta persino la più cinica Selena ad ammettere di riuscire a vedere quella flebile speranza.
Ed è una consapevolezza fondamentale, perché riscrive tutti i rapporti in scena al di là di quella freddezza e del puro spirito di sopravvivenza che sembrava guidarli fino a quel momento – e, per questo, a spingerli verso la rinnovata speranza di costruire qualcosa di nuovo e di positivo in un mondo che sembra non esserne più in grado.
Ma il destino ha piani diversi per loro.
Progetto
La morte di Frank è dolorosa quanto significativa.
La sua dipartita avviene, non a caso, non per mano dei protagonisti, ma di quelli che diventano gli antagonisti dell’ultimo atto, in particolare – anche se indirettamente – per mano di Henry, nuova figura di patriarca che vuole riscrivere il mondo con un piano ben preciso, ma ben più cinico di quello del defunto padre.
Le sue intenzioni vengono prima raccontate a parole, tramite una visione piuttosto disincantata dell’umanità e del suo ciclo indissolubile di violenza, che non ha fatto altro che ripetersi, pur in condizioni diverse, anche nel presente della pandemia…
…in cui però una direzione ragionata sembra possibile.
La stessa è ben raccontata da Mailer, che Henry tiene prigioniero della sua eterna sofferenza proprio per trarne il maggior vantaggio possibile, per trasformare una tragedia in una nuova possibilità di un microcosmo sociale in cui lui è il solo despota illuminato…
…l’unico che pensa davvero al futuro della sua gente.
È interessante in questo senso come Henry riscriva la storia di quello che a tutti gli effetti sarebbe uno stupro di gruppo, da una parte in una necessità per dare modo all’umano di proseguire la sua esistenza, dall’altra un momento quasi galante, romantico – pur ancora forzato, con un’ulteriore violenza sui corpi delle due donne.
28 giorni dopo finale
Per questo il finale di 28 giornidopo ci vuole lasciare con un’ambiguità agrodolce.
Lo scioglimento narrativo è un’esplosione di violenza isterica, incontrollabile, che Jim scatena sul mondo ingiusto di Henry, facendogli pagare sulla sua pelle le ingiustizie che voleva imporre sugli altri, ma diventandone anche protagonista in uno slancio di brutalità mai eroico, mai veramente giustificato…
…anzi facilmente fraintendibile in questo nuovo mondo selvaggio, dove persino un gesto d’amore può sembrare in realtà un atto violento.
E così l’epilogo racconta un futuro positivo (?) in cui i protagonisti non devono più scappare – come sembrerebbe nella loro corsa scatenata – ma vogliono anzi farsi trovare, temporaneamente protetti nella loro piccola quanto fragile realtà.
E il sequel?
28 settimane dopo, pur non raggiungendo le vette del suo predecessore, è un film complessivamente godibile.
Come mi aspettavo una mediocre continuazione della storia di Danny Boyle, al contrario il film di Juan Carlos Fresnadillo si propone in una chiave diversa: la pandemia è stata sconfitta e bisogna tornare alle vite di prima, rincorrendo anche la regia del primo capitolo con risultati che, nel complesso, non ho disdegnato.
Purtroppo, nel suo svolgimento, il secondo capitolo di questa ormai piccola saga ripercorre in maniera non particolarmente brillante – almeno sul lato narrativo – delle strade già ampiamente battute del genere, risultando per certi versi quasi pretestuosa nel suo incipit – che avrebbe potuto dare molto di più.
Insomma, non un prodotto tutto da buttare, ma sicuramente meno incisivo del capostipite.
K-Pop Demon Hunters (2025) di Maggie Kang e Chris Appelhans è un lungometraggio animato con tecnica mista.
Distribuito da Netflix direttamente in piattaforma, si è rivelato uno dei fenomeni animati più significativi della stagione.
Di cosa parla K-pop Demon Hunters?
Rumi, Mira e Zoey sono tre icone del K-pop la cui voce…serve ad un intento ben più nobile.
Vi lascio il trailer per farvi un’idea:
Vale la pena vedere K-pop Demon Hunters?
Assolutamente sì.
Col suo racconto semplice e puntuale K-pop Demon Hunters si propone programmaticamente per essere un prodotto estremamente trasversale per più generazioni e tipi di spettatori, contenendo al suo interno tematiche universali quanto fondamentali.
Ne consegue un racconto piacevolissimo e che riesce ad evadere i più classici pattern narrativi riservati alle protagoniste femminili, portando in scena una femminilità nuova, che si libera di diversi stigmi che la affliggono da fin troppo tempo, diventando un punto di riferimento soprattutto per il pubblico più giovane.
Diverse
Fin dalla loro prima apparizione, è lampante che le Huntrix non siano le solite protagoniste.
Potrebbe sembrare una piccolezza, ma mostrare un terzetto di ragazze canonicamente belle e di successo con un tale amore ed interesse per il cibo – soprattutto all’interno di un panorama già di per sé problematico come quello del K-pop – non è una scelta da poco.
E il desiderio di avere quei tanto agognati ramen percorre tutta la prima parte di How it’s done, e ci racconta come le protagoniste possano essere così attive e pimpanti proprio grazie a quella stessa pietanza – e non solo.
Tutta la prima sezione della canzone vive quindi di questo contrasto fra la loro apparenza di eroine senza macchia, eredi di una tradizione centenaria, e il loro essere delle normalissime ragazze che, dopo una stagione piuttosto impegnativa, non vedono l’ora di godersi il dolce fare niente, fra junk food e video nonsense.
Ma Rumi è ancora diversa.
Sola
Rumi è così sola e isolata nella sua vergogna…
…tanto da non rendersi conto di non essere davvero sola.
L’intera Golden racconta, seppur volutamente in maniera scherzosa e semplicistica, i drammi che affliggono anche le altre due Huntrix: se Zoey era divisa fra due identità geografiche – gli Stati Uniti e la Corea – senza riuscire a trovare il suo posto nel mondo
I lived two lives, tried to play both sides
Vivevo due vite separate, cercando di essere presente in entrambe
Mira proviene da una famiglia in cui si sentiva fuori posto per essere troppo ribelle
Called a problem child ‘cause I got too wild
Dicevano che ero una bambina problematica, perchè ero troppo ribelle
E anche se, appunto, tutta la problematica di fondo viene raccontata in maniera quasi sfrontata
But now that’s how I’m getting paid
Ma questo è quello che oggi mi rende famosa
In realtà è significativa per mostrare come, nelle Huntrix, tutte e tre le protagoniste abbiano trovato un luogo dove sentirsi finalmente accolte per quello che sono.
Ed è un concetto espresso non solo a parole: ad ogni occasione Mira e Zoey mettono Rumi e la sua salute al primo posto, proponendole persino di evitare la fatica degli Idol Awards – il momento più importante sia come Hunters che come gruppo musicale – pur di tenerla al sicuro.
Ma la vergogna di Rumi è ben più profonda.
Eredità
Rumi si porta sulle spalle un’eredità pesantissima.
Il cappello introduttivo della pellicola non è utile solo a raccontare il contesto in cui la storia si muove, ma, soprattutto, a definirne il binarismo concettuale: da una parte i fan, il popolo da proteggere, e le Huntrix, e dall’altra il nemico, Gwi-Ma, e i demoni di cui si serve per nutrirsi – rappresentato infatti come una bocca pronta a divorare ogni cosa.
E non c’è altra possibilità.
Ed è compito – e colpa – di Celine, nella sua ingenuità, trasmettere questi concetti a Rumi, e farla vergognare così profondamente della sua condizione, da costringerla ad inseguire un ideale in sente di doversi rispecchiare
Put these patterns all in the past now / And finally live like the girl they all see
Lascerò queste cicatrici nel passato / e finalmente vivrò come la ragazza che tutti vedono sul palco
In altre parole, contestualizzandolo nella narrazione mitologico-fantastica della pellicola, K-Pop Demon Hunters racconta il peso della vergogna centenaria che pesa sulle spalle di diverse generazioni di donne, da sempre obbligate a sottostare a standard di perfezione spesso opprimenti e senza via di scampo.
Concetto drammaticamente confermato sempre all’interno di Golden, il cui ritornello racconta proprio la necessità di liberarsi di tutto quello che non si confà ad uno specifico ideale, per poter finalmente brillare:
I’m done hidin’, now I’m shinin’ like I’m born to be
Basta nascondersi, ora brillerò / questo è il mio destino
E per Jinu il discorso è simile ma differente.
Passato
Fra Jinu e Rumi sussiste un parallelismo molto forte.
Tralasciando le ovvie considerazioni sul fatto che la loro relazione è tanto più interessante perché non vincolata all’elemento romantico, il rapporto fra Jinu e Gwi-Ma è simmetrico a quello fra Rumi e Celine, seppur in termini differenti.
Entrambe le figure di riferimento sono infatti promotrici della vergogna dei protagonisti.
Se Rumi è ingabbiata in un ruolo in cui non si riconosce, Jinu è messo in trappola nella convinzione di non essere abbastanza – come musicista e come padre di famiglia – prendendo una decisione dolorosissima, che lo segnerà per sempre.
In altri termini, come per Rumi e Celine, la dinamica fra Jinu e Gwi-Ma può essere traslata in un contesto più contemporaneo alle continue aspettative che vengono messe a capo del maschile le quali, quando non sono soddisfatte, diventano una colpa che ne definisce l’intero essere, costruendo un racconto a due estremamente tridimensionale.
E l’elemento forse più drammatico del personaggio di Jinu è racchiuso in una singola battuta di Gwi-Ma:
I’ve taught you well, Jinu.
Ti ho istruito bene, Jinu
Divorare
Jinu è così meritevole agli occhi del suo padrone perché ne replica gli schemi.
Il protagonista, infatti, si circonda di un quartetto di demoni senza identità – non a caso i nomi ne raccontano le poche e superficiali qualità – e totalmente sottomessi al suo controllo – tanto che li sentiamo parlare pochissime volte – finendo per essere esclusivamente vettori del suo piano.
E infatti Soda pop, dietro al sottile discorso erotico utile a far innamorare il pubblico, racconta invece le vere intenzioni dei Saja Boys, di come abbiano bisogno dei fan per potersi nutrire
Don’t want you, need you, yeah, I need you to fill me up
Io non ti desidero, io ho bisogno di te / sì, ho bisogno che mi soddisfi
in quanto, grazie proprio ai loro fan, i demoni possono soddisfare la fame smisurata del loro padrone.
Ma è anche più interessante come Jinu mimi lo schema di Gwi-Ma nel voler usare Rumi: da scaltro osservatore, si rende conto sia di come le Huntrix stiano cercando di insidiarli – notandole in agguato sul set televisivo – sia di come non solo Rumi porti i suoi stessi segni, ma abbia il terrore di mostrarli alle altre Huntrix.
E, in un gesto che non dovrebbe addirsi né ad un personaggio che ha abbandonato la sua famiglia, né tantomeno ad un demone, Jinu protegge Rumi con un breve abbraccio che la nasconde temporaneamente alle sue amiche e che gli permette di bendarle il braccio rivelatore, segnando una prima apertura nei suoi confronti, che Rumi, purtroppo, non può ignorare.
Per questo la parte centrale della pellicola è definita dal loro incontro-scontro.
Take down
Le Huntrix prendono solo il peggio dai Saja Boys.
La canzone Take Down è estremamente stratificata: ad un livello più superficiale, il terzetto canta la propria frustrazione davanti alla bellezza solo apparente della boy band – da cui l’iconica scena dei popcorn, una delle rare volte in cui si concede ai personaggi femminili di mostrare un desiderio erotico così esplicito.
So sweet, so easy on the eyes, but hideous on the inside
In apparenza così adorabile, così dolce / in realtà insidioso
ma, ad un livello più profondo, è il modo in cui Rumi cerca di convincere se stessa che l’unico piano possibile sia la totale disfatta di Jinu:
I finally opened my eyes / It’s time to kick you straight back into the night
FInalmente ho aperto gli occhi / ed è arrivato il momento / di rispedirti da dove sei venuto
Ma lei stessa è tormentata dai dubbi, trovandosi davanti ad una figura così ambigua: un demone, un macchinatore, ma anche l’unica persona in grado – per quanto lo voglia negare – di capirla profondamente, tanto che, più si prosegue, più Rumi sente come la canzone parli di sé stessa…
….tanto da cambiarne le parole: non più
When your patterns start to show / It makes the hatred wanna grow out of my veins
Quando mostri la tua vera natura / mi fai ribollire il sangue d’odio
ma bensì
When your patterns start to show I see the pain that lies below
Quando mostri la tua vera natura / Vedo il tuo vero dolore
Takedown kpopdemon hunters
Per questo, in altri termini, Rumi ricambia l’aiuto di Jinu accompagnandolo in un percorso di accettazione di un concetto fondamentale anche per se stessa: la natura demoniaca quanto gli errori del passato non definiscono in toto il nostro io, ma possono invece convivere con i lati più luminosi.
Per questo è tanto più significativa Free, la canzone che suggella il loro rapporto, in cui entrambi ammettono di avere trovato nel nemicola soluzione al proprio dramma
You say you’re no good, but you’re good for me
Dici che non sei la persona giusta / ma sei la persona giusta per me
e, al contempo, si rendono conto che tramite la collaborazione – e non lo scontro – possono salvarsi a vicenda
I’ve been hoping to change, now I know we can change / But I won’t if you’re not by my side
Speravo di cambiare / Ora so che posso farlo / ma solo con te al mio fianco
Eppure, il non aver capito fino in fondo questo concetto è proprio la loro rovina.
Divisi
La paura di Rumi non è mai stata reale.
Come la protagonista riesce a convincere le Huntrix che il pezzo che può realmente farle vincere sia Golden – quindi una canzone di unione, e non di divisione come Take Down – Rumi è al contempo sorda ai vari input delle sue amiche, che pongono costantemente l’accento sull’importanza della loro coesione.
Una coesione che può essere possibile solo se il terzetto è vicendevolmente sincero, mettendosi a nudo anche nelle proprie debolezze inconfessabili – come fanno appunto sia Zoey che Mira prima del concerto – in modo in cui Rumi non è invece capace di fare.
Questo concetto diventa ancora più chiaro nel momento in cui Rumi viene insidiata agli Idol Awards, quando Jinu mette in scena le paure proprie della protagonista – essere una vergogna, un errore – rivoltandole la canzone contro… ma, al contempo, raccontando le sue stesse insicurezze, alimentate dalla voce incessante di Gwi-Ma.
Eppure, quando le Huntrix vedono il suo vero volto, non sono spiazzate tanto dalla sua natura demoniaca, ma dal fatto che Rumi abbia mentito loro tutto questo tempo – puntarle la spada contro per tenerla lontana è solo l’ultimo atto di Mira e l’unico che fa riferimento specifico alla sua condizione come pericolosa.
E questa divisione è esattamente l’obbiettivo di Gwi-Ma: rendere ogni individuo – demone e non – isolato e succube delle proprie paure per potersene servire a proprio vantaggio, riuscendo ad irretire persino Zoey e Mira, private di quel punto di riferimento fondamentale delle Huntrix.
Così l’ultimo atto di consapevolezza di Rumi è confrontarsi direttamente con Celine e rinfacciarle il suo averla resa schiava del suo dolore, costringendola a nascondersi e non amandola veramente nella sua interezza – proiezione della paura che aveva nei confronti delle altre Huntrix, fra l’altro.
Ma è proprio da qui che Rumi deve ripartire.
Idolo
YourIdol è il perfetto contraltare e il punto di partenza necessario per How it sounds like.
La canzone racconta la naturale conseguenza di Soda Pop, quando ormai i Saja Boys non hanno più bisogno di nascondere la loro natura demoniaca, pur riadattandola alla loro facciata da icone pop.
Se infatti la prima canzone del gruppo era una sorta di escaper poter attrarre i nuovi fan e potersene nutrire
Got a feelin’ that, oh-yeah (yeah), you could be everything that That I need (need), taste so sweet (sweet), every sip makes me want more, yeah
Ho una sensazione, sento che potresti essere / tutto quello che di cui ho bisogno / hai un sapore così dolce, ho sempre più bisogno di te
in Your Idol ormai la maledizione è avvenuta, e il pubblico è totalmente sotto al giogo dei Saja Boys:
Yeah, I’m all you need, I’ma be your idol / living in your mind now / Too late ‘cause you’re mine now
Sì, sono tutto quello di cui hai bisogno / sono il tuo unico pensiero / e ormai non puoi più sfuggirmi
Ma, in realtà il vero idolo è Gwi-Ma e la vera vittima è proprio Jinu, in trappola nella gabbia che il demone ha creato su misura per lui – e da cui non può sfuggire
Keeping you in check (uh), keeping you obsessed (uh) Play me on repeat, 끝없이 in your head
Ti tengo sotto controllo, ti tengo in trappola / Sono nella tua testa, in continuazione
In altre parole, con Your Idol Jinu racconta come non riesca, nonostante i tentativi di Rumi, a sfuggire alla sua maledizione, considerandola anzi l’unico destino possibile per i suoi peccati:
I’m the only one who’ll love your sins / Feel the way my voice gets underneath your skin
Sono l’unico che ama i tuoi peccati / senti come la mia voce ti entra sottopelle
Ma un’alternativa è possibile…
…anche se lo scioglimento della vicenda è tanto più sorprendente.
Uniti
La grande forza di Rumi – e del film in generale – è di non rinnegare la propria natura, ma farsi forza della stessa.
Spesso nelle narrazioni con protagoniste femminili – soprattutto in ambito adolescenziale – il percorso seguito dall’eroina prevede lo sconvolgimento dello status quo iniziale tramite una ribellione, che viene infine punita per farla ritornare sui propri passi, benché formata da questa esperienza – Easy A (2010) e Il diavolo veste Prada (2006) sono dei fulgidi esempi in questo senso.
Al contrario, qui la protagonista si fa forza del suo passato, delle sue debolezze, e le abbraccia come parte della tridimensionalità della sua persona, consapevole di non poter tornare indietro
I broke into a million pieces, and I can’t go back
Sono andata in mille pezzi, e non posso tornare indietro
ma anche che il vero problema non era la sua natura demoniaca, ma bensì il non essersi fidata delle Huntrix
I don’t know why I didn’t trust you to be on my side
Non so perché non mi sono fidata di voi
How it sounds like
e di come possa trovare la sua armonia fra il suo lato più oscuro e quello più luminoso
The scars are part of me, darkness and harmony / My voice without the lies, this is what it sounds like
Queste cicatrici sono parte di me, oscurità e armonia / ecco come sono davvero, senza bugie
Ed è tanto più significativo che Rumi venga raggiunta dalle altre Huntrix, che si rendono similmente conto di essere diventate schiave delle proprie paure
Why did I cover up the colors stuck inside my head? / I should’ve let the jagged edges meet the light instead
Perché non mi sono mostrata per come sono? / Avrei dovuto invece mostrarmi anche per le mie debolezze
ritrovandosi, infine, in un’armonia basata propria sulla loro unione, sul sapersi far forza l’un l’altra
The song we couldn’t write, this is what it sounds like
Quella canzone che non riuscivamo a scrivere, ecco come suona
e, ancora più importante, evadono la narrazione di eroine senza macchia e senza paura, definendosi come personaggi maturi e consapevoli
So we’re not heroes, we’re still survivors
Non siamo eroine, ma sopravvissute
Ma questa scena non sarebbe completa se non fosse anche lo stesso Jinu ad unirsi, ispirato dalla ribellione di Rumi e riconoscente nei suoi confronti per avergli fatto ritrovare quell’anima che pensava di aver perduto, in un sacrificio finale che è l’ultimo atto di forza necessario, insieme al supporto del pubblico, per sconfiggere il nemico comune.
Ed è tanto più importante che la chiusura di K-pop Demon Hunters sia focalizzata ancora di più sul valorizzare questa unione umana sia nel micro – le Huntrix – sia nel macro – i loro fan – per cui il gruppo può diventare un’ispirazione.
E se la storia di Cenerentola fosse raccontata dal punto di vista della sorellastra brutta e…cattiva?
Vi lascio il trailer per farvi un’idea:
Vale la pena di vedere The Ugly Stepsister?
In generale, sì.
The Ugly Stepsiter è una buonissima opera prima che, al netto di qualche ingenuità del tutto perdonabile, riesce a portare in scena un retelling horror della classica fiaba di Cenerentola, senza perdersi in quegli abissi di gore e trash che questo tipo di operazioni spesso ricercano.
Al contempo, pur nella sua semplicità, l’esordio registico della regista norvegese riesce anche ad essere piuttosto efficace in un racconto femminista sulla centralità tossica e opprimente del corpo femminile – e in tutte le sue declinazioni.
Differenze
La messinscena dell’incipit di The Ugly Stepsister è già di per sé estremamente rivelatoria.
Elvira si racconta tramite il suo sogno d’amore impossibile con il principe, in cui appare per quello che vorrebbe diventare: una dama con un aspetto ricco, curato ed estremamente appariscente…per poi piombare nella mediocrità del presente, della sua famiglia zotici arrampicatori sociali.
In questo senso è significativo il paragone visivo fra Elvira, con il suo agghindarsi posticcio e wannabe, e la sorella minore Alma, con il suo aspetto volutamente modesto e rappresentativo della sua classe sociale, e soprattutto Agnes, rappresentazione di una ricchezza modesta, che non ha bisogno di essere ostentata.
Per questo la protagonista affonda avidamente gli occhi nelle ricchezze di Agnes e cerca subito di impossessarsene, quando il corpo del suo patrigno è ancora caldo e la sofferenza della sorellastra ancora pungente, con una ricerca che diventa sempre più pressante a fronte della povertà schiacciante che sembra infestare la sua nuova famiglia.
E cosa non farebbe Elvira per un po’ di bellezza…
Interno
Elvira può pure essere una ragazza piacevole e ricca di talento…
…ma non può non essere bella.
La ripida ascesa verso uno status impossibile comincia dall’iconico nasale, la rottura di quella gobba vergognosa in uno dei tanti ma significativi momenti di body horror del film, che riesce a gestire sapientemente l’elemento orrorifico, intatto nella sua brutalità e rozzezza…
…ma anche perfettamente sotto controllo, grazie a dei tagli di montaggio puntuali, che non mostrano mai più del necessario.
E, proprio per la sua bruttezza, Elvira, nonostante si sforzi in tutti i modi, è costantemente scalzata, messa in ombra dal bellezza disimpegnata di Agnes, soffrendo terribilmente nel vivere ai margini e accettando qualsiasi compromesso pur di essere effettivamente bella.
The Ugly Stepsister, in altri termini, racconta la disforia quanto l’inseguimento di un modello di bellezza femminile impossibile, una saturazione del sé nella maniera più brutale, che porta, in questo contesto, Elvira ad essere forse più in linea con quanto la società si aspetta da lei…
…ma, al contempo, intrappolata in una spirale distruttiva assolutamente necessaria per battere Agnes.
E su Agnes c’è da fare un discorso a parte.
Noto
Una delle poche debolezze effettive della pellicola è la gestione della storia originale di Cenerentola.
Così come per la storia della sorellastra si utilizzano solo pochi spunti dalla favola, per la storia di Cenerentola cambia solo il motivo – o, meglio, uno dei motivi – per cui la giovane assume le sembianze del personaggio da cui la sua storia prende il nome – evadendo in maniera funzionale invece la più ovvia e stereotipica purezza e verginità.
Per il resto, la pellicola lascia quasi tutto alle conoscenze pregresse dello spettatore, aggiungendo solamente qualche tocco di originalità – come i bachi da seta che ricuciono il vestito – ma mantenendosi per il resto sostanzialmente aderente alla storia originale, spesso dandola quasi per scontata.
Ne conseguono momenti non del tutto chiari riguardo alla natura dell’elemento magico, totalmente circoscritto al fantasma della madre e alla carrozza che si trasforma in zucca, che quasi stride all’interno di un panorama, al contrario, estremamente e volutamente realistico e brutale.
Similmente, l’innamoramento del principe nei confronti di Cenerentola appare come un momento voluto dal destino, che riprende la questione della scarpetta quasi come un pretesto per costruire l’amaro finale, apparendo quindi quasi pretestuoso, soprattutto nel contesto in cui la storia si muove.
E, al riguardo, è necessario un discorso a parte.
Svendere
Le donne di The Ugly Stepsister sono degli oggetti in vendita.
Tutta la cornice romantica di questa sorta di ballo delle debuttanti è una pura facciata per nascondere la sua vera natura di mercato della carne, in cui le giovani sono presentate come animali al guinzaglio, che i pretendenti osservano come volendosele divorare – e non solamente con lo sguardo.
Capovolgendo le parti, anche il Principe stesso è un mezzo per la protagonista per ottenere la conferma del suo nuovo status, nonostante gli basti uno sguardo su una ragazza più piacente come Cenerentola per cambiare subito compagna di ballo, tanto da farla sprofondare nella disperazione più nera.
…fino ad arrivare alla follia di togliersi persino la capacità di camminare pur di essere accettata dal principe.
Ed è solo l’ultimo atto di una caduta rovinosa – fisica e morale – ma anche catartica: l’altra sorellastra, personaggio di contorno e quasi gender neutral, diventa infine la salvatrice che permette alla sorella di liberarsi di tutto quello che aveva ingoiato per mesi, nell’unica scena di body horror effettivamente esplicito, ma totalmente funzionale alla scena.
Indovinata, infine, la scelta di non fare soffrire ad Elvira un finale punitivo, ma lasciando invece una speranza aperta per un futuro diverso per l’ormai devastata protagonista, chiudendo la pellicola con l’ultima ed eloquente inquadratura dei corvi – che nella favola avevano il ruolo di accecare le sorellastre – che pasteggiano sulla tedia.
Justine è una giovane ragazza pronta ad unirsi alla sorella nella scuola di veterinaria…ma forse non per studiare gli animali.
Vi lascio il trailer per farvi un’idea:
Vale la pena di vedere Raw?
In generale, sì.
Raw risulta complessivamente vincente nel suo essere un coming of age in tinta orrorifica, che riesce ben a controllare l’elemento violento, mettendolo sostanzialmente al servizio del simbolismo del sottotesto filmico…
…ma risultando forse meno compatto dal punto di vista narrativo e veramente interessante nel tipo di storia che vuole raccontare, perdendosi talvolta troppo nella messinscena scioccante – per quanto funzionale.
Rito
Il simbolismo iniziale di Raw è estremamente esplicativo.
Justine, da ligia vegetariana – e, su un piano più simbolico, ragazzina non ancora turbata dai fuochi della pubertà – è costretta in una serie di riti che le fanno temere per qualcosa di spaventoso, violento…mentre infine sono solo una scusa per organizzare dei rave selvaggi.
Questo primo, timido approccio alla caotica vita della nuova scuola ha il suo apice nella costrizione, da parte della sua stessa sorella, di nutrirsi dello stomaco di un animale, quindi un alimento atipico e bestiale che racconta un fondamentale momento di passaggio.
Infatti il simbolismo animale permea anche i momenti successivi in cui Justine è come se cambiasse pelle, mentre racconta all’infermiera le sue angosce per non aver ancora sperimentato con la sua sessualità, proprio a mostrare un corpo e una mente in attivo mutamento.
E, infatti, è solo l’atto primo di una involuzione totalmente istintuale.
Istinto
Justine finisce per vivere di istinti.
Per quanto se ne vergogni, la protagonista sente crescere dentro di sé un bisogno inconfessabile della carne: prima carne animale cotta – ordinaria quanto vergognosa – che cerca di rubare in mensa e di cui si nutre alla chetichella grazie ad Adrien…
…poi effettivamente ritornando alla delizia della carne cruda, viva, impossessandosene avidamente, senza alcun controllo, venendo definitivamente tentata dalla carne umana proprio in un altro momento di passaggio fondamentale sempre per mano della sorella: la depilazione.
In questo frangente si racconta forse il momento più concettualmente debole della pellicola: l’incidente stradale, con cui Alexia vuole istruire la sorella all’effettivo cannibalismo, il primo atto di un tira e molla fra i personaggi che poteva essere molto più significativo…
…e che invece finisce quasi per indebolire l’ultimo atto della pellicola.
Eppure, nel finale emergono le immagini più significative.
Animale
Avendo ormai abbandonato ogni tipo di remora verso i propri istinti, Justine è un tutto e per tutto un animale.
Il suo primo apice è, ovviamente, la sperimentazione sessuale, che costringe Adrian a doverla domare perché non lo divori, per cui la penetrazione non è sufficiente a soddisfare ilsuo desiderio carnale, che finisce per mordere avidamente se stessa pur di raggiungere l’orgasmo.
E, a quel punto, la pervasività dell’istinto animale si scatena in quella stessa festa di cui prima Justine aveva paura, diventando suo malgrado l’attrattiva principale della stessa, mostrandosi nella sua forma primordiale che la sorella alimenta e incoraggia, proprio per portarla al suo livello.
Così l’incontro – scontro fra le due si manifesta infine quando si scagliano l’una contro l’altra come due cani rabbiosi, che vengono presi al laccio mentre si mordono selvaggiamente, per poi liberarsi dalle corde che cercano di domarle per riunirsi nella medesima indole animale…
…e isolarsi da tutto il resto.
Cane
La solidarietà fra sorelle non si spegne nemmeno nell’atto finale.
Infatti, nel momento di rivelazione più barbara della loro natura, in cui Alexia caccia e si nutre del corpo di Adrien, Justine mette a tacere il suo naturale istinto di abbattere la bestia, e si prende cura di lei, ritornando ad indossare vesti più ordinariamente umane.
Anche per questo tanto più sconvolgente è la chiusura della pellicola: dopo aver confermato il primordiale affetto con la sorella, la protagonista è costretta ad una rieducazione forzata per tornare a cibarsi come un umano, cercando quindi di sopire gli istinti selvaggi a cui si era lasciata andare fino a quel momento.
Invece la pellicola si chiude con una consapevolezza schiacciante quanto fondamentale: gli istinti di Justine non sono un caso isolato, ma bensì impressi nella sua genetica, come dimostra il corpo martoriato del padre, su cui la madre si è avidamente nutrita.
Swallow (2019) è un horror-thriller e l’opera prima di Carlo Mirabella-Davis.
A fronte di un budget molto piccolo – 3.5 milioni di dollari – ha avuto un riscontro veramente minuscolo al box office:neanche 300 mila dollari.
Di cosa parla Swallow?
Hunter è imprigionata in una gabbia dorata orchestrata dal marito, Richie, che però è interessato ben poco a lei come persona…
Vi lascio il trailer per farvi un’idea:
Vale la pena di vedere Swallow?
Assolutamente sì.
Swallow è un’opera capace di veicolare un messaggio piuttosto puntuale sul controllo del corpo femminile utilizzando un’immagine altrettanto disturbante, ma senza mai eccedere in un body horror fine a sé stesso.
Ne consegue un racconto piuttosto straziante di una protagonista che cerca il suo posto nel mondo quando qualcuno l’ha già scelto per lei, con uno scioglimento della vicenda veramente sorprendente e ricco di significati ulteriori.
Soprammobile
Hunter è un soprammobile.
Fin dalla loro prima cena insieme, Hunter sembra solo un ornamento nella vita di Richie, che il padrone di casa può ignorare a suo piacimento ed usare solamente quando gli è utile, specificatamente per raccontare la sua futura paternità, unico elemento di interesse di una moglie da esposizione.
Infatti, come emerge molto chiaramente anche dai dialoghi con i genitori, prima di sposare il Richie, la protagonista era una mediocre commessa senza grandi prospettive, anzi con un passato tumultuoso alle spalle, per finire intrappolata nella più classica gabbia dorata.
Da qui il desiderio di riprendere il controllo.
Controllo
Ormai Hunter non ha controllo né sul suo corpo né, per estensione, sul figlio che porta in grembo.
Per questo cominciare un sorta di rituale segreto – l’ingoiare della biglia – in cui può dimostrare a sé stessa di controllare ancora cosa entra e cosa esce dal sé, per riavere una sorta di padronanza sul suo essere, anche se potenzialmente dannosa per lo stesso – e per quello che contiene.
E questa sensazione di non subire realmente ripercussioni si traduce in un’escalation del picacismo che la porta per la prima volta a vergognarsi dello stesso, finendo per assumere una delle tante forme che Richie desidera – la servetta che pulisce il bagno – e ad avere conferma di quanto la sua volontà sia annullata.
Infatti, nella prima delle tante occasioni in cui Richie sceglie di fare penetrare il mondo esterno – o, meglio, il suo mondo esterno – nella loro casa, Hunter si rende conto di essere una proprietà non solo del marito, ma di chiunque voglia farne uso – anche del collega che le chiede un innocuo abbraccio.
Ma cosa fa veramente più male?
Radici
Il problema di Hunter ha radici profonde.
Il suo essere prodotto di una relazione non voluta, quindi su cui neanche sua madre aveva il controllo, l’ha portata nel presente ad una ricerca disperata di un potere che non possiede, portandosi dietro la faccia del suo vero padre come una sorta di santino – o memento della sua reale condizione.
E, nel presente, la perdita di controllo si accompagna ad una sensazione di totale marginalità: per gli altri personaggi Hunter è una donna che può essere comprata, controllata e, infine, anche rinchiusa – e che può esistere in scena solo nel posto che è stato deciso per lei.
In questo senso è estremamente significativa la scena in cui la protagonista, il marito e la sua guardia compongono una sorta di trinità: in primo piano Richie, che osserva la moglie da una posizione innalzata mentre lei è accovacciata in giardino e rinuncia a riempire nuovamente un vuoto nel suo essere, mentre è sorvegliata alle spalle da Luay.
Ma è una calma apparente, che si sbriciola in un attimo davanti alla totale mancanza di interesse di Richie nei suoi confronti, lasciandola in uno stato di profondo ed evidente shock con la promessa di poterla ripagare con l’unica forma di amore che conosce: i vuoti oggetti materiali.
E, più si prosegue verso il finale, più appare evidente come per Richie la protagonista sia solo uno oggetto, uno strumento e un simbolo valoriale, con cui tenta solo brevemente di riconciliarsi sul piano dei sentimenti, per esplodere nella rivelazione della sua vera natura da manipolatore unicamente interessato al figlio che porta in grembo.
E allora Hunter deve salvarsi da sola.
Comune
Hunter deve riempire un vuoto.
Nel suo momento più basso di ulteriore picacismo con la terra e della concreta sensazione di sentirsi braccata, abbandonata ormai persino dalla sua famiglia, la protagonista sceglie infine di affrontare il suo vero nemico, la vera radice di tutti i suoi turbamenti presenti: il padre.
Penetrando nella casa come uno spettro, Hunter accompagna il genitore verso la presa di consapevolezza, con un grido d’aiuto che racconta tutto la sua angoscia – qui faccio io le regole! – ma che spinge anche l’uomo ad una profonda confessione, che riracconta lo stupro come un delirante senso di onnipotenza verso un corpo non suo.
E, anche se in termini diversi, Hunter si riconosce in questo schema e prega il padre di scindere per sempre il loro rapporto.
Ma ancora più interessante è la chiusura di Swallow.
O, meglio, la non chiusura.
Hunter sceglie infine consapevolmente di non dare alla luce un altro figlio non voluto – come lei – e recide ogni connessione che l’avrebbe resa ancora interessante per Richie – ingoiando finalmente qualcosa che, in qualche modo, è veramente liberatorio e salvifico, e che le permette di cominciare una vita diversa.
Eppure, anche quando lei esce di scena, la macchina da presa indugia per lunghi minuti con una ripresa fissa sul bagno, a raccontare l’avvicendarsi di tante storie di donne diverse, forse non così lontane da quelle della protagonista, anche solo nei minimi termini di perdita di controllo e di riacquisizione del proprio essere.