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Super Mario Galaxy – Una bellissima vetrina

Super Mario Galaxy – Il film (2026) di Aaron Horvath e Michael Jelenic è il secondo capitolo della neonata saga cinematografica dedicata all’omonimo personaggio.

A fronte di un budget medio per un prodotto di animazione – 110 milioni di dollari – ha aperto ottimamente al primo weekend, prospettandosi uno dei titoli più vincenti della stagione.

Di cosa parla Super Mario Galaxy?

Dopo il primo capitolo, ormai Mario e Luigi vivono stabilmente nel regno dei funghi continuando ad essere degli…idraulici molto richiesti. Ma Bowser non è l’unica minaccia dell’universo…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Super Mario Galaxy?

Dipende.

Il problema di Super Mario Galaxy – Il film è il suo essere, paradossalmente, non un film: la pellicola è quanto più palesemente una vetrina per il brand, composta da diversi segmenti quasi autoconclusivi per ingoiare il pubblico più inesperto ed emozionare i fan più accaniti, soffrendo per questo di una debolezza narrativa piuttosto impattante.

Una debolezza che viene però compensata da una particolare attenzione nel rendere in maniera più interessante e diversificata l’esperienza di gioco sullo schermo, con diverse soluzioni visive estremamente creative e che possono concretamente essere una gioia per gli occhi per gli appassionati…

…a discapito di tutto il resto.

Pretesto

La trama di Super Mario Galaxy è intrinsecamente pretestuosa.

La pellicola si va ad incastrare in una delle più classiche trappole dei road movie: non rendere credibili i motivi per cui i personaggi si dividono o restano bloccati in determinate tappe del loro viaggio, rivelando una costante debolezza di fondo in questo senso.

Una fragilità che si nota soprattutto nella partenza della Principessa Peach, che non ha, di fatto, nessun motivo per volersi separare dai Super Mario Bros., ma ne ha invece moltissimi, a livello extra-narrativo, per scegliere di sdoppiare la narrazione su due linee differenti.

E il montaggio non aiuta…

Solitamente, quando si vogliono raccontare due o più storie insieme, la scelta di come incastrare le varie vicende è vitale per dare un buon ritmo alla narrazione, e creare l’illusione scenica che le due storie siano in realtà intersecate e contemporanee, finché non si uniscono effettivamente.

Al contrario, in Super Mario Galaxy le storie di Peach e dei due fratelli vivono separatamente come in scompartimenti stagni, che solo fortuitamente si incontrano infine in scena, come se non avessero entrambe abbastanza spazio per convivere, quasi forzate all’interno di un’alternanza piuttosto macchinosa…

…ma assolutamente funzionale al vero obbiettivo del film.

Vetrina

Come anticipato, Super Mario Galaxy non è un film.

È una vetrina.

La divisione così netta fra le diverse parti della storia e dei personaggi è dovuta ad una precisa scelta di concedere abbastanza spazio ai singoli segmenti di combattimento…che non sono altro che una trasposizione cinematografica di momenti del gioco, che lo spettatore può rivivere sul grande schermo.

E, forse paradossalmente, il film non è mai banale in questi momenti, anzi risulta particolarmente ispirato, trovando le più diverse soluzioni per portare in scena un platform che, per sua natura, nasce in un contesto bidimensionale – e che infatti è richiamato nella scena di “creazione” del percorso da parte di Bowser Junior.

E, ancora di più, queste scene raccontano un aspetto del gameplay che i giocatori conoscono molto bene: i punti più difficili del percorso che possono essere superati solamente con la giusta dose di astuzia e di tempismo – ben rappresentato dalla strategia di Mario per superare il muro di Thwomp.

Eppure, proprio per questa grande concentrazione sull’aspetto visivo, si perde tutto il resto.

Aleatorio

La maggior parte dei personaggi soffre una presenza piuttosto aleatoria e per nulla approfondita.

Questo aspetto va soprattutto a pesare sui personaggi nuovi, che non possono godere neanche di quel minimo di approfondimento concesso nella prima pellicola, in cui l’esempio più eclatante è sicuramente Joshi, simpatica aggiunta al team, ma che viene immediatamente assorbita dal gruppo, con appena un accenno di conflitto con Toad mai veramente esplorato.

Ma chi ne soffre di più è soprattutto Bowser.

Come il film inizialmente sembrava voler fare percorrere all’antagonista principale di Super Mario una parabola di redenzione – pur puntellata da accenni di malvagità ancora non del tutto sopita – la stessa vive unicamente in funzione della prosecuzione della trama per fare dividere Bowser dai due protagonisti…

…senza neanche permettergli quel minimo accenno di rimorso per cui bastavano davvero due righe di sceneggiatura, ma che si perdono invece in un riavvicinamento con il figlio e in una sconfitta che per la maggior parte avviene fuori scena – tanto da essere esplicitata solamente nella scena midcredit.

In maniera analoga, per quanto i dubbi della Principessa Peach fossero derivati dal precedente film, presentano un’evoluzione complessivamente piuttosto debole nei confronti di Rosalinda – dovuta in parte anche al pochissimo approfondimento concesso a quest’ultima…

…per una pellicola che, paradossalmente, avrebbe funzionato molto meglio come antologia di episodi autoconclusivi.

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Avventura Azione Dramma familiare Drammatico Film Horror Scream - Il secondo rilancio

Scream 7 – Cosa resta di noi

Scream 7 (2026) di Kevin Williamson è il settimo capitolo della saga omonima creata da Wes Craven.

A fronte di un budget abbastanza importante per la saga – 45 milioni di dollari – ha aperto molto bene al primo weekend, prospettandosi un buon successo commerciale.

Di cosa parla Scream 7?

Sidney Prescott sembra essersi ricostruita una vita lontana da Woodsboro, il cui maggiore ostacolo è il rapporto con la figlia…oppure no?

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Scream 7?

Dipende.

Scream 7 conferma una direzione che non piacerà agli spettatori che si sono avvicinati ed innamorati della saga per come riusciva a (ri)raccontare il cinema horror tramite una struttura brillantemente metanarrativa.

Tra cui io, fra l’altro.

Se invece questo aspetto è stato per voi di scarso interesse, vi troverete davanti ad uno slasher – o, meglio, un thriller-horror – di medio-basso livello, capace di intrattenere assai superficialmente, come un qualsiasi prodotto commerciale del medesimo genere.

Distruggere

La sequenza introduttiva ha dei significati che a posteriori…risultano dubbi.

In forse le uniche scene effettivamente metanarrative, Scream 7 si apre con il racconto di un fandom ormai saturato intorno ad una serie di concetti ed immagini che sono diventate quasi un culto – ed infatti la casa di Sidney ha proprio quel sapore quasi religioso.

Ma il culto è principalmente focalizzato intorno alla storia originaria, quella di Sidney Prescott nel primo capitolo di Stab – e quindi Scream (1996) – con pochi accenni ai seguiti – fra l’altro fermandosi curiosamente, con i poster, a Stab 6, così da creare una sorta di continuità scenica con il film presente, ma dimenticandosi che in Scream 4 (2011) si parlava persino dell’ottavo capitolo.

Una scena che più che mostrare ci istruisce sul dove guardare: sempre alle spalle dei protagonisti, sempre negli angoli dove i Ghostface appariranno come fantasmi, con una serie di falsi pericoli che si concretizzano poi in un attacco vero e proprio, memore di tutti gli incipit classici della saga, ma che al contempo vuole distruggere tutto quello che è venuto prima.

Ma, in tutta quella distruzione, qual è la parte costruttiva?

Respiro

Lasciare così tanto spazio narrativo fra la prima e la seconda morte è una scelta estremamente significativa.

Infatti, un problema abbastanza comune in ambito slasher è il poco spazio lasciato ai personaggi per raccontarsi, spesso riducendoli a carne da macello da dare in pasto al pubblico.

Al contrario, in questo contesto il focus principale della pellicola, per certi versi, non sono gli omicidi o l’identità del killer, ma bensì l’eredità di Sidney – e in tutte le sue forme: finalmente scopriamo la vita che la protagonista si è costruita al di fuori della sua tragedia, pur rimanendo profondamente influenzata dalla stessa.

Il nodo narrativo principale è infatti la costruzione del rapporto fra madre e figlia, e di come quest’ultima viva all’ombra della genitrice senza neanche conoscere i contorni effettivi della stessa, potendone usufruire solo indirettamente, e finendo così per non poterne fare tesoro come le sarebbe necessario in questo momento così complesso.

In questo senso la costruzione del loro rapporto e il modo in cui Tatum affronta la sua paura di essere al centro della scena – sia in senso stretto che in senso lato – sono interessanti proprio per come la ragazza finisce per inseguire tale ruolo, per quanto la madre cerchi di proteggerla, mantenendola ai lati della scena…

…con una buona crescita del loro rapporto, che ha i suoi picchi sia nella scena del bar – in cui Sidney guida la figlia ad affrontare una battaglia per lei ormai fin troppo nota – quanto nella definitiva uccisione del killer, in cui Tatum dimostra di aver imparato la lezione della madre. 

Il problema è il resto.

Contorno

Un problema minore in Scream 7 è la gestione dei personaggi secondari.

Per quanto, come detto, l’inizio fosse promettente – foriero anche di concetti positivi come la solidarietà fra i personaggi, non scontata in un contesto adolescenziale – ci si ritrova, alla fine del film, a non aver conosciuto quasi nulla – o davvero nulla – dei personaggi di contorno.

Particolarmente sprecato in questo senso è il fidanzato di Tatum – che rimane solo a parole un punto focale di molti discorsi del film, per poi essere facilmente sacrificato nel terzo atto – così come Lucas – anch’esso rievocato solo a parole dalla madre nel finale, senza che la sua morte sia assolutamente spiegabile.

E poco aggiungono anche gli ultimi personaggi sopravvissuti a Scream VI (2023), che sembrano ripetere sostanzialmente dinamiche già viste senza contribuire alla storia – anzi, nel caso di Mindy, a ricordarci come ogni timido accenno di queerness sia bandito…

…così come ogni discorso metanarrativo.

Identità

Scream 7 nasce come film…di Scream?

Il dubbio emerge in quanto per tutta la visione ho avuto la sensazione di assistere ad una storia scritta con scopi totalmente differenti – un thriller psicologico intrecciato con un dramma familiare – a cui solamente in seconda battuta siano stati aggiunti – e con poca convinzione – gli elementi identitari della saga.

Ne consegue che il lato metanarrativo sia sostanzialmente nullo, sistematicamente smentito anche nei suoi più deboli accenni: neanche il momento canonico del raduno dei sospettati e dell’esplicazione delle regole della nuova storia ha alcun valore, tanto che Mindy viene prontamente zittita da Chad.

In quest’ottica nemmeno l’incipit sembra infine significativo, anzi forse appare persino sfacciatamente rivelatorio di una pellicola che sceglie consapevolmente di smentire ogni tratto canonico della saga, finendo però per privarla di ogni suo elemento identitario, e portando in scena il film di Scream meno Scream di sempre.

E, nella sua bruttezza, viene paradossalmente quasi da rimpiangere il precedente capitolo, che almeno era uno slasher…

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28 anni dopo – Memento mori

28 anni dopo (2025) è il terzo capitolo della saga creata da Danny Boyle con 28 giorni dopo (2002) – e che con questo nuovo capitolo torna alla regia.

A fronte di un budget di 60 milioni di dollari, è stato un buon successo commerciale: 150 milioni incassati in tutto il mondo.

Di cosa parla 28 anni dopo?

28 anni dopo lo scoppio della pandemia zombie,il Regno Unito è ormai una terra isolata e in quarantena…con un sistema interno tutto suo.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere 28 anni dopo?

Assolutamente sì.

Con il suo ritorno alla regia, Danny Boyle non solo riesce a stupire ad ogni inquadratura ma, soprattutto, unendosi all’ottima scrittura di Alex Garland, porta in scena un nuovo capitolo della sua saga avvincente quando profondo nei suoi significati.

Infatti, se sulle prime sembra il classico coming of age, nel terzo atto 28 anni dopo rimescola in maniera inedita le sue carte e offre una morale ben più interessante e penetrante – anche a vent’anni di distanza.

Battaglia

28 anni dopo si dipana su tre linee simmetriche.

La prima, la più importante, è quella del padre di Spike.

La prova di forza del ragazzino è l’obbiettivo di tutto il primo atto, e viene scandita ora dalle urla di dolore della madre, persa nei vortici deliranti della sua mente annebbiata, ora – e soprattutto – dal montaggio sincopato che racconta la pesantezza di un’eredità di stampo militare quasi isterica…

…e raccontata nei più diversi quanto opprimenti elementi, dai volti degli antenati del passato alla presenza agli enigmatici rituali presenti, che si alternano alla contemporanea fede militare che introduce la breve quanto necessaria parentesi dell’atto centrale.

Ma la verità è altra.

L’orrore della mainland è ben raccontato dall’improvviso emergere della furia degli infetti tinta di rosso sangue, che ne racconta la vera natura, dietro al loro essere apparentemente solo enormi e disgustosi, ma facilmente annientabili – nonostante persino un’uccisione così semplice sia un dolore insostenibile per il protagonista.

E infatti, da quella tenue prova di coraggio, la figura di Spike è trascinata dal padre in una caccia alla morte, in una caccia ad un’ulteriore prova di forza, che ne racconta invece la grande incertezza, scandita dal timore di essere escluso dalla comunità che si aspetta così tanto da lui.

E il punto finale della caccia – la fuga dall’Alpha – è la perfetta rappresentazione della sua fallibilità.

Visione

La visione di Jamie è già scritta.

E Spike ne è solo una comparsa.

Costretto in una bugia che non gli appartiene, Spike si sente tanto più in trappola tanto più si rende conto che la stessa esiste unicamente in funzione del padre e del suo desiderio di riaffermarsi socialmente, raccogliendo gli onori per il figlio eroe – di cui riscrive le gesta – e lasciandosi facilmente alle spalle la moglie difettosa.

Una limitatezza di vedute che ben si racconta – soprattutto pensandola a posteriori – nella valutazione verso il Dr. Kelson.

Ma non è l’unico.

Riuscendo, con un improvvisato quanto funzionale gioco di astuzia, a portare la madre verso la salvezza, Spike si ritrova immerso in una realtà che altri hanno già scelto come deve essere raccontata, in una divisione estremamente binaria e definitiva: gli infetti e i normali, le minacce e gli eroi, i deboli e i vincenti.

Per questo, nella sua breve parentesi narrativa, l’apparizione di Erik è funzionale per raccontare la visione esterna 28 anni dopo, e di come la terra degli infetti sia semplicemente rimasta isolata, nella sua autodistruzione, senza che nessuno si ponesse realmente il problema di prevenirla.

Ma Spike e sua madre evadono quasi inconsapevolmente questa idea: soprattutto la donna, una volta messa davanti ad un’altra madre come lei e in piena sofferenza, ne dimentica la natura da infetta e si riconnette con lei ad un livello più profondo, accogliendo fra le braccia un neonato che, per Erik, dovrebbe essere già morto.

Un prologo essenziale per l’apparizione del grande convitato di pietra: il Dr. Kelson.

Morire

Le visioni dei personaggi di 28 anni dopo sono, come abbiamo visto, tendenzialmente ristrette.

Altresì, le stesse si basano spesso su una costruzione quasi mitologica della pandemia, che riscrive la realtà a proprio favore, per dare un racconto altro di quella che non è altro che un disastro naturale, non voluto da nessuno se non dall’uomo stesso, che ha riaperto il piacere primitivo del diventare l’eroe di un mondo selvaggio.

In questo contesto il Dottor Kelson si crea la propria nicchia, per celebrare non i vivi, ma bensì i morti, in un tempio che crea una sorta di paradosso nel suo essere un luogo di meditazione quasi religiosa, ma nato dalle pazienti e analitiche capacità di un dottore consapevole della precarietà della vita, soprattutto in tempi così difficili.

Un discorso che si inserisce perfettamente nel racconto più piccolo di Isla, costretta a sofferenze perpetue e senza senso, perché qualcuno ha scelto per lei una vita di sofferenza, riuscendo infine ad abbracciare in una morte serena in cui le viene finalmente concessa la pace…

…ed un posto d’onore nel tempio della morte.

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28 giorni dopo – La scelta è nostra

28 giorni dopo (2002) è il primo capitolo della fortunata saga horror creata da Danny Boyle – alla direzione di questo e di successivi capitoli.

A fronte di un budget molto piccolo – 8 milioni di dollari – è stato un ottimo successo commerciale: 72 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla 28 giorni dopo?

Jim, un corriere irlandese, si risveglia dal coma e scopre…che in meno di un mese il suo mondo è decisamente cambiato.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere 28 giorni dopo?

Assolutamente sì.

Già all’inizio del millennio Danny Boyle riscriveva a suo modo il genere zombie movie raccontando non una semplice storia di sopravvivenza, ma portando in scena una riflessione non scontata sull’umano e sulle sue capacità di adattarsi al cambiamento.

Infatti i momenti strazianti non sono tanto le tragedie che vediamo in scena, ma i significati che le stesse si portano dietro, le agghiaccianti realizzazioni del poco che basta per far regredire l’uomo ad uno stato primordiale, selvaggio…anche senza bisogno di un virus.

Risveglio

28 giorni dopo può essere diviso in tre sezioni tematiche, corrispondenti ai tre atti canonici.

A fronte di un prologo classico quanto incisivo, lo spettatore piomba nel mondo raccontato insieme al protagonista, che si muove nelle rovine dell’umano, a cui sono bastati meno di trenta giorni per perdere ogni briciolo di civiltà e per piombare in un incubo silenzioso.

In questo senso è estremamente significativo che Jim cerchi conforto all’interno di un luogo che dovrebbe, per sua natura, concedergli asilo: una chiesa, spazio spettrale ed inquieto fin dalla prima inquadratura, i cui confini vengono progressivamente definiti con un allargamento dello sguardo scenico, fino ad arrivare alla scritta piuttosto esplicativa sul muro:

The end is fucking nigh

Penetrando questo spazio sacro, Jim prima si trova davanti ad un’umanità sconfitta, mostrata in una massa indistinta di individui morti in sofferenza…ma in realtà pronti a rinascere in un’ultima forma mostruosa, che definisce perfettamente il senso di pericolo sempre in agguato che pervaderà tutta la pellicola.

Ma l’orrore è ben più ampio.

Mentre cerca di sfuggire agli zombie, Jim viene per la prima volta salvato da una coppia di sopravvissuti, che hanno il ruolo di raccontare brevemente quanto sia avvenuto finora fuori scena, e mostrare come ogni speranza di rinascita si sia progressivamente ammutolita, e che non resti loro che un angosciante tentativo di sopravvivenza.

28 giorni dopo inizio

Ma per convincersi fino all’ultimo della realtà della sua nuova condizione, Jim deve guardare negli occhi la morte dell’ultima speranza, di chi ha sperato che il sollievo del sonno eterno davanti ad una realtà totalmente inconcepibile: i suoi genitori, che il protagonista ritrova abbracciati nel letto di morte.

Ed è proprio in questo frangente che Jim è costretto ad assistere a quanto possa essere micidiale questa nuova esistenza: non basta che Mark lo salvi da sbranamento certo perché Selena gli conceda ancora di vivere nella sua inevitabile trasformazione mostruosa…

…ribadendo un cinismo che sarà fondamentale nella parte centrale.

Speranza

Esiste ancora una possibilità di salvezza?

In una scena volutamente e piacevolmente simbolica, Jim e Selena seguono una flebile luce di speranza che ancora splende nelle tenebre di un mondo insopportabilmente cinico: un minuscolo nucleo familiare che, nonostante tutto, è riuscito a sopravvivere, offrendogli una seconda occasione.

Un incontro che, per quanto basato su una reciproca diffidenza – intelligentemente mostrata nella scena del falò, in cui sembra che Frank voglia derubare Jim e scappare – si traduce invece in una sorprendente collaborazione ed unione, che porta persino la più cinica Selena ad ammettere di riuscire a vedere quella flebile speranza.

Ed è una consapevolezza fondamentale, perché riscrive tutti i rapporti in scena al di là di quella freddezza e del puro spirito di sopravvivenza che sembrava guidarli fino a quel momento – e, per questo, a spingerli verso la rinnovata speranza di costruire qualcosa di nuovo e di positivo in un mondo che sembra non esserne più in grado.

Ma il destino ha piani diversi per loro.

Progetto

La morte di Frank è dolorosa quanto significativa.

La sua dipartita avviene, non a caso, non per mano dei protagonisti, ma di quelli che diventano gli antagonisti dell’ultimo atto, in particolare – anche se indirettamente – per mano di Henry, nuova figura di patriarca che vuole riscrivere il mondo con un piano ben preciso, ma ben più cinico di quello del defunto padre.

Le sue intenzioni vengono prima raccontate a parole, tramite una visione piuttosto disincantata dell’umanità e del suo ciclo indissolubile di violenza, che non ha fatto altro che ripetersi, pur in condizioni diverse, anche nel presente della pandemia…

…in cui però una direzione ragionata sembra possibile.

La stessa è ben raccontata da Mailer, che Henry tiene prigioniero della sua eterna sofferenza proprio per trarne il maggior vantaggio possibile, per trasformare una tragedia in una nuova possibilità di un microcosmo sociale in cui lui è il solo despota illuminato…

…l’unico che pensa davvero al futuro della sua gente.

È interessante in questo senso come Henry riscriva la storia di quello che a tutti gli effetti sarebbe uno stupro di gruppo, da una parte in una necessità per dare modo all’umano di proseguire la sua esistenza, dall’altra un momento quasi galante, romantico – pur ancora forzato, con un’ulteriore violenza sui corpi delle due donne.

28 giorni dopo finale

Per questo il finale di 28 giorni dopo ci vuole lasciare con un’ambiguità agrodolce.

Lo scioglimento narrativo è un’esplosione di violenza isterica, incontrollabile, che Jim scatena sul mondo ingiusto di Henry, facendogli pagare sulla sua pelle le ingiustizie che voleva imporre sugli altri, ma diventandone anche protagonista in uno slancio di brutalità mai eroico, mai veramente giustificato…

…anzi facilmente fraintendibile in questo nuovo mondo selvaggio, dove persino un gesto d’amore può sembrare in realtà un atto violento.

E così l’epilogo racconta un futuro positivo (?) in cui i protagonisti non devono più scappare – come sembrerebbe  nella loro corsa scatenata – ma vogliono anzi farsi trovare, temporaneamente protetti nella loro piccola quanto fragile realtà.

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K-Pop Demon Hunters – Diverse, demoniache, unite

K-Pop Demon Hunters (2025) di Maggie Kang e Chris Appelhans è un lungometraggio animato con tecnica mista.

Distribuito da Netflix direttamente in piattaforma, si è rivelato uno dei fenomeni animati più significativi della stagione.

Di cosa parla K-pop Demon Hunters?

Rumi, Mira e Zoey sono tre icone del K-pop la cui voce…serve ad un intento ben più nobile.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere K-pop Demon Hunters?

Assolutamente sì.

Col suo racconto semplice e puntuale K-pop Demon Hunters si propone programmaticamente per essere un prodotto estremamente trasversale per più generazioni e tipi di spettatori, contenendo al suo interno tematiche universali quanto fondamentali.

Ne consegue un racconto piacevolissimo e che riesce ad evadere i più classici pattern narrativi riservati alle protagoniste femminili, portando in scena una femminilità nuova, che si libera di diversi stigmi che la affliggono da fin troppo tempo, diventando un punto di riferimento soprattutto per il pubblico più giovane.

Diverse

Fin dalla loro prima apparizione, è lampante che le Huntrix non siano le solite protagoniste.

Potrebbe sembrare una piccolezza, ma mostrare un terzetto di ragazze canonicamente belle e di successo con un tale amore ed interesse per il cibo – soprattutto all’interno di un panorama già di per sé problematico come quello del K-pop – non è una scelta da poco.

E il desiderio di avere quei tanto agognati ramen percorre tutta la prima parte di How it’s done, e ci racconta come le protagoniste possano essere così attive e pimpanti proprio grazie a quella stessa pietanza – e non solo.

Tutta la prima sezione della canzone vive quindi di questo contrasto fra la loro apparenza di eroine senza macchia, eredi di una tradizione centenaria, e il loro essere delle normalissime ragazze che, dopo una stagione piuttosto impegnativa, non vedono l’ora di godersi il dolce fare niente, fra junk food e video nonsense.

Ma Rumi è ancora diversa.

Sola

Rumi è così sola e isolata nella sua vergogna…

…tanto da non rendersi conto di non essere davvero sola.

L’intera Golden racconta, seppur volutamente in maniera scherzosa e semplicistica, i drammi che affliggono anche le altre due Huntrix: se Zoey era divisa fra due identità geografiche – gli Stati Uniti e la Corea – senza riuscire a trovare il suo posto nel mondo

I lived two lives, tried to play both sides

Vivevo due vite separate, cercando di essere presente in entrambe

Mira proviene da una famiglia in cui si sentiva fuori posto per essere troppo ribelle

Called a problem child ‘cause I got too wild

Dicevano che ero una bambina problematica, perchè ero troppo ribelle

E anche se, appunto, tutta la problematica di fondo viene raccontata in maniera quasi sfrontata

But now that’s how I’m getting paid

Ma questo è quello che oggi mi rende famosa

In realtà è significativa per mostrare come, nelle Huntrix, tutte e tre le protagoniste abbiano trovato un luogo dove sentirsi finalmente accolte per quello che sono.

Ed è un concetto espresso non solo a parole: ad ogni occasione Mira e Zoey mettono Rumi e la sua salute al primo posto, proponendole persino di evitare la fatica degli Idol Awards – il momento più importante sia come Hunters che come gruppo musicale – pur di tenerla al sicuro.

Ma la vergogna di Rumi è ben più profonda.

Eredità

Rumi si porta sulle spalle un’eredità pesantissima.

Il cappello introduttivo della pellicola non è utile solo a raccontare il contesto in cui la storia si muove, ma, soprattutto, a definirne il binarismo concettuale: da una parte i fan, il popolo da proteggere, e le Huntrix, e dall’altra il nemico, Gwi-Ma, e i demoni di cui si serve per nutrirsi – rappresentato infatti come una bocca pronta a divorare ogni cosa.

E non c’è altra possibilità.

Ed è compito – e colpa – di Celine, nella sua ingenuità, trasmettere questi concetti a Rumi, e farla vergognare così profondamente della sua condizione, da costringerla ad inseguire un ideale in sente di doversi rispecchiare

Put these patterns all in the past now / And finally live like the girl they all see

Lascerò queste cicatrici nel passato / e finalmente vivrò come la ragazza che tutti vedono sul palco

In altre parole, contestualizzandolo nella narrazione mitologico-fantastica della pellicola, K-Pop Demon Hunters racconta il peso della vergogna centenaria che pesa sulle spalle di diverse generazioni di donne, da sempre obbligate a sottostare a standard di perfezione spesso opprimenti e senza via di scampo.

Concetto drammaticamente confermato sempre all’interno di Golden, il cui ritornello racconta proprio la necessità di liberarsi di tutto quello che non si confà ad uno specifico ideale, per poter finalmente brillare:

I’m done hidin’, now I’m shinin’ like I’m born to be

Basta nascondersi, ora brillerò / questo è il mio destino

E per Jinu il discorso è simile ma differente.

Passato

Fra Jinu e Rumi sussiste un parallelismo molto forte.

Tralasciando le ovvie considerazioni sul fatto che la loro relazione è tanto più interessante perché non vincolata all’elemento romantico, il rapporto fra Jinu e Gwi-Ma è simmetrico a quello fra Rumi e Celine, seppur in termini differenti.

Entrambe le figure di riferimento sono infatti promotrici della vergogna dei protagonisti.

Se Rumi è ingabbiata in un ruolo in cui non si riconosce, Jinu è messo in trappola nella convinzione di non essere abbastanza – come musicista e come padre di famiglia – prendendo una decisione dolorosissima, che lo segnerà per sempre. 

In altri termini, come per Rumi e Celine, la dinamica fra Jinu e Gwi-Ma può essere traslata in un contesto più contemporaneo alle continue aspettative che vengono messe a capo del maschile le quali, quando non sono soddisfatte, diventano una colpa che ne definisce l’intero essere, costruendo un racconto a due estremamente tridimensionale.

E l’elemento forse più drammatico del personaggio di Jinu è racchiuso in una singola battuta di Gwi-Ma:

I’ve taught you well, Jinu.

Ti ho istruito bene, Jinu

Divorare

Jinu è così meritevole agli occhi del suo padrone perché ne replica gli schemi.

Il protagonista, infatti, si circonda di un quartetto di demoni senza identità – non a caso i nomi ne raccontano le poche e superficiali qualità – e totalmente sottomessi al suo controllo – tanto che li sentiamo parlare pochissime volte – finendo per essere esclusivamente vettori del suo piano.

E infatti Soda pop, dietro al sottile discorso erotico utile a far innamorare il pubblico, racconta invece le vere intenzioni dei Saja Boys, di come abbiano bisogno dei fan per potersi nutrire

Don’t want you, need you, yeah, I need you to fill me up

Io non ti desidero, io ho bisogno di te / sì, ho bisogno che mi soddisfi

in quanto, grazie proprio ai loro fan, i demoni possono soddisfare la fame smisurata del loro padrone.

Ma è anche più interessante come Jinu mimi lo schema di Gwi-Ma nel voler usare Rumi: da scaltro osservatore, si rende conto sia di come le Huntrix stiano cercando di insidiarli – notandole in agguato sul set televisivo – sia di come non solo Rumi porti i suoi stessi segni, ma abbia il terrore di mostrarli alle altre Huntrix.

E, in un gesto che non dovrebbe addirsi né ad un personaggio che ha abbandonato la sua famiglia, né tantomeno ad un demone, Jinu protegge Rumi con un breve abbraccio che la nasconde temporaneamente alle sue amiche e che gli permette di bendarle il braccio rivelatore, segnando una prima apertura nei suoi confronti, che Rumi, purtroppo, non può ignorare.

Per questo la parte centrale della pellicola è definita dal loro incontro-scontro.

Take down

Le Huntrix prendono solo il peggio dai Saja Boys.

La canzone Take Down è estremamente stratificata: ad un livello più superficiale, il terzetto canta la propria frustrazione davanti alla bellezza solo apparente della boy band – da cui l’iconica scena dei popcorn, una delle rare volte in cui si concede ai personaggi femminili di mostrare un desiderio erotico così esplicito.

So sweet, so easy on the eyes,
but hideous on the inside

In apparenza così adorabile, così dolce /
in realtà insidioso

ma, ad un livello più profondo, è il modo in cui Rumi cerca di convincere se stessa che l’unico piano possibile sia la totale disfatta di Jinu:

I finally opened my eyes / It’s time to kick you straight back into the night

FInalmente ho aperto gli occhi
/ ed è arrivato il momento
/ di rispedirti da dove sei venuto

Ma lei stessa è tormentata dai dubbi, trovandosi davanti ad una figura così ambigua: un demone, un macchinatore, ma anche l’unica persona in grado – per quanto lo voglia negare – di capirla profondamente, tanto che, più si prosegue, più Rumi sente come la canzone parli di sé stessa…

….tanto da cambiarne le parole: non più

When your patterns start to show / It makes the hatred wanna
grow out of my veins

Quando mostri la tua vera natura
/ mi fai ribollire il sangue d’odio

ma bensì

When your patterns start to show
I see the pain that lies below

Quando mostri la tua vera natura
/ Vedo il tuo vero dolore

Takedown kpopdemon hunters

Per questo, in altri termini, Rumi ricambia l’aiuto di Jinu accompagnandolo in un percorso di accettazione di un concetto fondamentale anche per se stessa: la natura demoniaca quanto gli errori del passato non definiscono in toto il nostro io, ma possono invece convivere con i lati più luminosi.

Per questo è tanto più significativa Free, la canzone che suggella il loro rapporto, in cui entrambi ammettono di avere trovato nel nemico la soluzione al proprio dramma

You say you’re no good, but you’re good for me

Dici che non sei la persona giusta
/ ma sei la persona giusta per me

e, al contempo, si rendono conto che tramite la collaborazione – e non lo scontro – possono salvarsi a vicenda

I’ve been hoping to change, now I know we can change / But I won’t if you’re not by my side

Speravo di cambiare / Ora so che posso farlo
/ ma solo con te al mio fianco

Eppure, il non aver capito fino in fondo questo concetto è proprio la loro rovina.

Divisi

La paura di Rumi non è mai stata reale.

Come la protagonista riesce a convincere le Huntrix che il pezzo che può realmente farle vincere sia Golden – quindi una canzone di unione, e non di divisione come Take Down – Rumi è al contempo sorda ai vari input delle sue amiche, che pongono costantemente l’accento sull’importanza della loro coesione.

Una coesione che può essere possibile solo se il terzetto è vicendevolmente sincero, mettendosi a nudo anche nelle proprie debolezze inconfessabili – come fanno appunto sia Zoey che Mira prima del concerto – in modo in cui Rumi non è invece capace di fare.

Questo concetto diventa ancora più chiaro nel momento in cui Rumi viene insidiata agli Idol Awards, quando Jinu mette in scena le paure proprie della protagonista – essere una vergogna, un errore – rivoltandole la canzone contro… ma, al contempo, raccontando le sue stesse insicurezze, alimentate dalla voce incessante di Gwi-Ma.

Eppure, quando le Huntrix vedono il suo vero volto, non sono spiazzate tanto dalla sua natura demoniaca, ma dal fatto che Rumi abbia mentito loro tutto questo tempo – puntarle la spada contro per tenerla lontana è solo l’ultimo atto di Mira e l’unico che fa riferimento specifico alla sua condizione come pericolosa.

E questa divisione è esattamente l’obbiettivo di Gwi-Ma: rendere ogni individuo – demone e non – isolato e succube delle proprie paure per potersene servire a proprio vantaggio, riuscendo ad irretire persino Zoey e Mira, private di quel punto di riferimento fondamentale delle Huntrix.

Così l’ultimo atto di consapevolezza di Rumi è confrontarsi direttamente con Celine e rinfacciarle il suo averla resa schiava del suo dolore, costringendola a nascondersi e non amandola veramente nella sua interezza – proiezione della paura che aveva nei confronti delle altre Huntrix, fra l’altro.

Ma è proprio da qui che Rumi deve ripartire.

Idolo

Your Idol è il perfetto contraltare e il punto di partenza necessario per How it sounds like.

La canzone racconta la naturale conseguenza di Soda Pop, quando ormai i Saja Boys non hanno più bisogno di nascondere la loro natura demoniaca, pur riadattandola alla loro facciata da icone pop.

Se infatti la prima canzone del gruppo era una sorta di esca per poter attrarre i nuovi fan e potersene nutrire

Got a feelin’ that, oh-yeah (yeah), you could be everything that
That I need (need), taste so sweet (sweet), every sip makes me want more, yeah

Ho una sensazione, sento che potresti essere / tutto quello che di cui ho bisogno /
hai un sapore così dolce, ho sempre più bisogno di te

in Your Idol ormai la maledizione è avvenuta, e il pubblico è totalmente sotto al giogo dei Saja Boys:

Yeah, I’m all you need, I’ma be your idol / living in your mind now / Too late ‘cause you’re mine now

Sì, sono tutto quello di cui hai bisogno /
sono il tuo unico pensiero /
e ormai non puoi più sfuggirmi

Ma, in realtà il vero idolo è Gwi-Ma e la vera vittima è proprio Jinu, in trappola nella gabbia che il demone ha creato su misura per lui – e da cui non può sfuggire

Keeping you in check (uh), keeping you obsessed (uh) Play me on repeat, 끝없이 in your head

Ti tengo sotto controllo, ti tengo in trappola /
Sono nella tua testa, in continuazione

In altre parole, con Your Idol Jinu racconta come non riesca, nonostante i tentativi di Rumi, a sfuggire alla sua maledizione, considerandola anzi l’unico destino possibile per i suoi peccati:

I’m the only one who’ll love your sins / Feel the way my voice gets underneath your skin

Sono l’unico che ama i tuoi peccati /
senti come la mia voce ti entra sottopelle

Ma un’alternativa è possibile…

…anche se lo scioglimento della vicenda è tanto più sorprendente.

Uniti

La grande forza di Rumi – e del film in generale – è di non rinnegare la propria natura, ma farsi forza della stessa.

Spesso nelle narrazioni con protagoniste femminili – soprattutto in ambito adolescenziale – il percorso seguito dall’eroina prevede lo sconvolgimento dello status quo iniziale tramite una ribellione, che viene infine punita per farla ritornare sui propri passi, benché formata da questa esperienza – Easy A (2010) e Il diavolo veste Prada (2006) sono dei fulgidi esempi in questo senso.

Al contrario, qui la protagonista si fa forza del suo passato, delle sue debolezze, e le abbraccia come parte della tridimensionalità della sua persona, consapevole di non poter tornare indietro

I broke into a million pieces, and I can’t go back

Sono andata in mille pezzi, e non posso tornare indietro

ma anche che il vero problema non era la sua natura demoniaca, ma bensì il non essersi fidata delle Huntrix

I don’t know why I didn’t trust you to be on my side

Non so perché non mi sono fidata di voi

How it sounds like

e di come possa trovare la sua armonia fra il suo lato più oscuro e quello più luminoso

The scars are part of me, darkness and harmony / My voice without the lies, this is what it sounds like

Queste cicatrici sono parte di me, oscurità e armonia / ecco come sono davvero, senza bugie

Ed è tanto più significativo che Rumi venga raggiunta dalle altre Huntrix, che si rendono similmente conto di essere diventate schiave delle proprie paure

Why did I cover up the colors stuck inside my head? / I should’ve let the jagged edges meet the light instead

Perché non mi sono mostrata per come sono? / Avrei dovuto invece mostrarmi anche per le mie debolezze

ritrovandosi, infine, in un’armonia basata propria sulla loro unione, sul sapersi far forza l’un l’altra

The song we couldn’t write, this is what it sounds like

Quella canzone che non riuscivamo a scrivere, ecco come suona

e, ancora più importante, evadono la narrazione di eroine senza macchia e senza paura, definendosi come personaggi maturi e consapevoli

So we’re not heroes, we’re still survivors

Non siamo eroine, ma sopravvissute

Ma questa scena non sarebbe completa se non fosse anche lo stesso Jinu ad unirsi, ispirato dalla ribellione di Rumi e riconoscente nei suoi confronti per avergli fatto ritrovare quell’anima che pensava di aver perduto, in un sacrificio finale che è l’ultimo atto di forza necessario, insieme al supporto del pubblico, per sconfiggere il nemico comune.

Ed è tanto più importante che la chiusura di K-pop Demon Hunters sia focalizzata ancora di più sul valorizzare questa unione umana sia nel micro – le Huntrix – sia nel macro – i loro fan – per cui il gruppo può diventare un’ispirazione.

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Zootropolis 2 – La zampa traditrice

Zootropolis 2 (2025) di a Byron Howard e Jared Bush è il sequel dell’omonimo film del 2016.

A fronte di un budget medio per un film d’animazione – 150 milioni di dollari – ha aperto in maniera scoppiettante al primo weekend.

Di cosa parla Zootropolis 2?

Giusto una settimana dopo la conclusione del primo capitolo, Judy e Nick sono compagni di squadra…ma non veramente uniti.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Zootropolis 2?

Assolutamente sì.

Al netto di qualche debolezza narrativa – già in parte insita all’interno del primo capitolo – il sequel di Zootropolis riesce ad essere ancora più vincente nel suo racconto politico molto più serio e contemporaneo…

…oltre alla costruzione della mitologia interna e dei rapporti fra i protagonisti davvero appassionante, pur andando, per certi versi, a sacrificare l’importanza delle figure più secondarie.

Momento

Dal primo capitolo di Zootropolis è passato un tempo incredibilmente breve.

Ed è una scelta estremamente mirata.

Nick e Judy si ritrovano nuovamente ad essere compagni nella insidiosa lotta contro il crimine quando, nel concreto, non è stato dato veramente loro il permesso di farlo – analogamente ai primi approcci della protagonista nel precedente capitolo.

Ed è una scelta particolarmente vincente perché utile a dare nuovi spunti ai protagonisti per conoscersi e riconoscersi, all’interno di una crescente incapacità di Judy di darsi dei limiti e, più in generale, di riuscire a guardare oltre al mero mistero che sta inseguendo.

E diversi campanelli d’allarme suonano all’interno della pellicola, proprio nel sarcasmo di Nick, una sorta di noioso brusio di sottofondo, una protesta dispettosa che però diventa sempre più insistente, fino ad esplodere nell’atto centrale: un fondamentale problema di incomunicabilità.

La questione di fondo di entrambi i personaggi è di sentire un legame significativo col proprio partner, ma di non saperlo concretizzare all’interno di un lavoro di squadra, invece intestardendosi sull’essere soli contro al mondo: se Judy vive solo per il caso, Nick ci racconta continuamente un’insoddisfazione interiore che non riesce ad esprimere.

Ovvero, vedere la sua amica distruggersi, fisicamente e mentalmente, per un problema troppo grande per lei.

Ma se c’è distruzione, c’è anche rinascita.

Carota

Se la carota si distrugge all’apice del loro scontro, la stessa è in realtà un punto di partenza.

Il registratore infatti si spezza come si spezza la voce, la frase di Nick quando trova il coraggio per comunicare i suoi veri sentimenti, quando cerca di mettere un freno alla corsa suicida di Judy, ma finisce solo per convincerla di essere davvero sola nella sua lotta contro al mondo.

Per questo è tanto più significativo che proprio quello sia il momento della loro divisione: Judy, troppo concentrata sulla risoluzione del mistero, non è capace di rivelare in tempo l’inganno di Pawbert, ma ne rimane vittima – mentre, forse, una mente più scaltra come Nick non si sarebbe fatta giocare così facilmente.

E, infine, l’ammissione delle loro insite debolezze, dopo aver concretamente rischiato la propria vita per salvare quella dell’altro, è un momento di incontro fra le differenti visioni del mondo che racchiude nel micro il macrotema di tutta la pellicola…

…politicamente anche più interessante del primo capitolo.

Diversità

Senza nulla togliere ai fondamentali concetti di Zootropolis, il suo sequel evade gli schemi più classici in maniera davvero inaspettata.

Infatti il primo capitolo, per quanto avesse un racconto politico molto significativo, era altresì inquadrato all’interno di uno schema più strettamente favolistico: riducendo molto del racconto alla sua ossatura, si trattava sostanzialmente del tropo narrativo dell’antagonista che vuole conquistare il mondo e riscriverlo secondo i propri desideri.

Al contrario. in Zootropolis 2 il discorso si allarga notevolmente, passando dall’essere un semplice thriller ad un effettivo thriller politico, in cui gli antagonisti sono inquadrati all’interno di una trama politica piuttosto subdola e con molti echi nella storia statunitense, con una discriminazione sistematica e basata su un pregiudizio così radicato che basta da solo per annullare un intero popolo.

E questa scalata al potere, questa narrazione antagonistica è così pervasiva da far gola ad un personaggio apparentemente positivo come Pawbert, che sceglie consapevolmente di essere il villain della storia a patto di poter far parte di una famiglia che mai l’ha veramente voluto, proprio per la sua inadeguatezza.

In altre parole, il personaggio fa un percorso inverso a quello dei due protagonisti, accettando la sua natura predatoria e non volendosi distinguere positivamente – o, meglio, non volendo rischiare in questo senso, come già tutta la sua oasi così riccamente arredata lascia presupporre.

Ma l’altro lato della medaglia è meno vincente.

Immediato

Per quanto Zootropolis 2 riesca complessivamente a funzionare nei suoi diversi snodi narrativi, anche quelli più rischiosi, meno vincente è nella gestione di Gary.

L’attaccamento del serpente a Pawbert quanto a Judy è fin troppo immediato, e manca del respiro necessario per arrivare ai momenti più drammatici – il tradimento e la definizione di Judy come migliore amica – per un personaggio che soffre molto per il poco minutaggio concesso, nonostante la sua storia sia il fulcro della vicenda. 

Tuttavia, ad una seconda visione posso dire che questo problema è parzialmente riassorbito all’interno della caratterizzazione di Gary, figura estremamente ingenua e assolutamente positiva – estensione, in un certo senso, della sua bisnonna, in una contrapposizione positivo e negativo piuttosto classica.

In questo senso forse Zootropolis in generale pecca in parte nel mettere al centro della storia personaggi parzialmente grigi e i cui dilemmi morali sono ampiamente esplorati – Judy e Nick – e nel circondarli di figure dalla moralità più netta ed immediata – Gary e la famiglia.

Ma c’è un motivo per cui Zootropolis 2 è così speciale.

Perché Zootropolis 2 è così speciale

La bellezza di un’opera sta anche nei suoi dettagli.

In un mercato dell’animazione che ha già più volte percorso le strade degli animali antropomorfi e delle loro città umane, Zootropolis 2 risulta particolarmente vincente nella cura che mette nel definire gli spazi e la lore generale, con non poche accortezze che la rendono una pellicola davvero preziosa.

Due su tutte.

Riguardo ai rettili, quando Judy e Nick arrivano nel locale clandestino, si scoprono a doversi sedere non su sedie, ma su dei rami contorti – proprio adatti agli ospiti serpenteschi – e così, nella casa della bisnonna, i serpentelli non misuravano il procedere della loro crescita in verticale, ma bensì – giustamente – in orizzontale.

Altrettanto piacevole è la cura di molte delle battute e dei giochi di parole: quando Pawbert si presenta a Judy gli tende la zampa – paw, in inglese – e dice appunto “Paw” invece che il suo nome completo, o anche quando Gary si presenta come Gary De’Snake che suona in inglese come Gary The Snake, ovvero Gary Il Serpente.

Piccoli accorgimenti, per un’opera davvero pensata.

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Wicked for Good – Una storia senza fondamenta

Wicked for Good (2025) è il sequel di Wicked (2024), tratto sempre dall’omonimo musical di Broadway.

A fronte di un budget abbastanza importante – ma non eccessivo – ha avuto una buonissima apertura al primo weekend.

Di cosa parla Wicked for Good?

Cinque anni dopo le vicende del primo film, Elphaba e Glinda si ritrova nemiche senza volerlo, in un mondo sempre meno favolistico di quello che sembra…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Wicked for Good?

Dipende.

Purtroppo Wicked for Good risulta decisamente più debole rispetto alla prima parte, sfruttando con meno intelligenza il materiale originale – già di per sé non particolarmente avvincente – e andandosi ad incastrare in un girotondo narrativo ben poco robusto.

Riesce comunque ad essere vincente per un pubblico di appassionati e per chi semplicemente vuole conoscere la conclusione della storia, a fronte anche di un racconto del rapporto delle protagoniste genuinamente commovente e coinvolgente.

Insomma, dipende tutto da quanto vi interessa il progetto in primo luogo.

Premesse

L’incipit di Wicked for Good ha la semplice quanto essenziale finalità di reintrodurre lo spettatore alla situazione politica di Oz.

Di fatto gli animali schiavizzati per costruire la fantomatica strada dai mattoncini dorati sono uno spaccato piuttosto significativo del significato tutto di Wicked: una distorsione della realtà venduta come un sogno dal sapore favolistico.

E così l’intervento di Elphaba racconta altresì chiaramente la sua figura come minaccia incombente, costruita su una struttura sempre più delirante di leggende popolari che si affollano nella mente del popolo, tanto da renderla effettivamente temibile.

E a poco servono i tentativi della Strega dell’Ovest di convincere gli animali a ripopolare una terra in cui ormai sono sistematicamente ghettizzati e subordinati al potere umano, tanto da essere persino avvelenati dalla grottesca presenza del Leone fifone che Elphaba aveva salvato nel precedente capitolo.

Eppure, forse una speranza è possibile?

Promesse

La storia di Glinda è, complessivamente, forse una delle più indovinate della pellicola.

Il suo personaggio ripercorrere i sentieri della memoria per ricordarsi come, fin da bambina, fosse stata circondata da attenzioni che le hanno costruito su misura il ruolo della strega buona e amabile, nonostante questi poteri fossero del tutto inesistenti – o, perlomeno, mai realmente approfonditi per permetterle di brillare concretamente.

E così anche nel presente Glinda non è altro che una facciata – come d’altronde lo stesso Mago – per Madame Morrible e la sua cerchia di potere per costruire un sistematico sistema di caste, con gli umani Oz in cima e tutto il resto sotto a cascata – persino gli innocenti Mastichini – costretta in una situazione che la fa soffrire terribilmente.

In questo contesto quindi è tanto più naturale – per quanto non proprio robusto nella sua gestione – che Glinda provi a portare Elphaba dalla sua parte, facendosi innocentemente anche forza della triste consapevolezza del Mago di essere nient’altro che un burattino con un ruolo che ormai non è più possibile evadere.

Ma, arrivati a questo punto, la trama comincia a girare su se stessa.

Scontro

Per quanto fosse sostanzialmente naturale lo scontro con il Mago, il passaggio alla parte centrale è quanto più debole.

La scena delle gabbie, infatti, proprio per il suo significato di racconto del sommerso, delle reali intenzioni del Mago, manca di un retroterra narrativo abbastanza forte – una problematica complessivamente molto comune in questa pellicola – tanto che Oz, come era scomparso dietro alla definizione di Magnifico…

…tanto più viene appiattito nella sua presunta cattiveria.

Ne consegue che tutta la parte centrale risulta a tratti ridondante, dispersa in questo sogno d’amore che dovrebbe arricchire la scena e il personaggio di Elphaba, ma che finisce inevitabilmente per appiattire Fiyero – che passa dall’essere un’interessante voce rivoluzionaria ad una figurina sullo sfondo.

Di fatto, il fulcro della scena veramente significativo rimane lo scontro fra Elphaba e Glinda, che passano addirittura alle mani quando la strega buona diventa sostanzialmente e definitivamente complice di Madame Morrible, arrivando ad un risveglio di consapevolezza significativo e appassionato…

…quanto lenitivo per tutto il resto.

Eredità

Per la parte della riscrittura de Il mago di Oz è forse quella per cui Wicked for Good ha sofferto di più l’attaccamento al musical.

Lo spettacolo teatrale gioca molto sul mostrare e, soprattutto, non mostrare i personaggi classici della favola, ma nel contesto filmico diventa una scelta scenica quasi pretestuosa, al punto che l’unico personaggio veramente significativo è l’Uomo di Latta – pur in un cambio di umore forse fin troppo repentino e poco credibile.

Al contrario, gli altri personaggi vivono o della conoscenza pregressa dello spettatore o di situazioni al limite veramente del credibile – particolarmente Fiyero, che non ha nessun motivo per unirsi alla lotta contro Elphaba – e scompaiono di fatto davanti all’appassionata canzone di chiusura – For Good.

Ne consegue che molte scelte del finale – la credibilità della botola, di Glinda che crede davvero che Elphaba sia morta con l’acqua, financo la dipartita forzata del mago – risultano fumose e quasi accessorie all’interno di una produzione cinematografica che ha voluto più di tutti puntare sull’unione fittizia quanto reale delle due protagoniste…

…dimenticandosi di dare abbastanza valore a tutto quello che le circondava.

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2025 Avventura Dramma familiare Dramma romantico Drammatico Film Horror

The Ugly Stepsister – Perché non sono bella?

The Ugly Stepsister (2025) di Emilie Blichfeldt è una riscrittura horror di Cenerentola.

A fronte di un budget piccolissimo – circa 5 milioni di dollari – ha pareggiato i costi di produzione.

Di cosa parla The Ugly Stepsister?

E se la storia di Cenerentola fosse raccontata dal punto di vista della sorellastra brutta e…cattiva?

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere The Ugly Stepsister?

In generale, sì.

The Ugly Stepsiter è una buonissima opera prima che, al netto di qualche ingenuità del tutto perdonabile, riesce a portare in scena un retelling horror della classica fiaba di Cenerentola, senza perdersi in quegli abissi di gore e trash che questo tipo di operazioni spesso ricercano.

Al contempo, pur nella sua semplicità, l’esordio registico della regista norvegese riesce anche ad essere piuttosto efficace in un racconto femminista sulla centralità tossica e opprimente del corpo femminile – e in tutte le sue declinazioni.

Differenze

La messinscena dell’incipit di The Ugly Stepsister è già di per sé estremamente rivelatoria.

Elvira si racconta tramite il suo sogno d’amore impossibile con il principe, in cui appare per quello che vorrebbe diventare: una dama con un aspetto ricco, curato ed estremamente appariscente…per poi piombare nella mediocrità del presente, della sua famiglia zotici arrampicatori sociali. 

In questo senso è significativo il paragone visivo fra Elvira, con il suo agghindarsi posticcio e wannabe, e la sorella minore Alma, con il suo aspetto volutamente modesto e rappresentativo della sua classe sociale, e soprattutto Agnes, rappresentazione di una ricchezza modesta, che non ha bisogno di essere ostentata.

Per questo la protagonista affonda avidamente gli occhi nelle ricchezze di Agnes e cerca subito di impossessarsene, quando il corpo del suo patrigno è ancora caldo e la sofferenza della sorellastra ancora pungente, con una ricerca che diventa sempre più pressante a fronte della povertà schiacciante che sembra infestare la sua nuova famiglia.

E cosa non farebbe Elvira per un po’ di bellezza…

Interno

Elvira può pure essere una ragazza piacevole e ricca di talento…

…ma non può non essere bella.

La ripida ascesa verso uno status impossibile comincia dall’iconico nasale, la rottura di quella gobba vergognosa in uno dei tanti ma significativi momenti di body horror del film, che riesce a gestire sapientemente l’elemento orrorifico, intatto nella sua brutalità e rozzezza…

…ma anche perfettamente sotto controllo, grazie a dei tagli di montaggio puntuali, che non mostrano mai più del necessario.

E, proprio per la sua bruttezza, Elvira, nonostante si sforzi in tutti i modi, è costantemente scalzata, messa in ombra dal bellezza disimpegnata di Agnes, soffrendo terribilmente nel vivere ai margini e accettando qualsiasi compromesso pur di essere effettivamente bella

The Ugly Stepsister, in altri termini, racconta la disforia quanto l’inseguimento di un modello di bellezza femminile impossibile, una saturazione del sé nella maniera più brutale, che porta, in questo contesto, Elvira ad essere forse più in linea con quanto la società si aspetta da lei…

…ma, al contempo, intrappolata in una spirale distruttiva assolutamente necessaria per battere Agnes.

E su Agnes c’è da fare un discorso a parte.

Noto

Una delle poche debolezze effettive della pellicola è la gestione della storia originale di Cenerentola.

Così come per la storia della sorellastra si utilizzano solo pochi spunti dalla favola, per la storia di Cenerentola cambia solo il motivo – o, meglio, uno dei motivi – per cui la giovane assume le sembianze del personaggio da cui la sua storia prende il nome – evadendo in maniera funzionale invece la più ovvia e stereotipica purezza e verginità.

Per il resto, la pellicola lascia quasi tutto alle conoscenze pregresse dello spettatore, aggiungendo solamente qualche tocco di originalità – come i bachi da seta che ricuciono il vestito – ma mantenendosi per il resto sostanzialmente aderente alla storia originale, spesso dandola quasi per scontata.

Ne conseguono momenti non del tutto chiari riguardo alla natura dell’elemento magico, totalmente circoscritto al fantasma della madre e alla carrozza che si trasforma in zucca, che quasi stride all’interno di un panorama, al contrario, estremamente e volutamente realistico e brutale.

Similmente, l’innamoramento del principe nei confronti di Cenerentola appare come un momento voluto dal destino, che riprende la questione della scarpetta quasi come un pretesto per costruire l’amaro finale, apparendo quindi quasi pretestuoso, soprattutto nel contesto in cui la storia si muove.

E, al riguardo, è necessario un discorso a parte.

Svendere

Le donne di The Ugly Stepsister sono degli oggetti in vendita.

Tutta la cornice romantica di questa sorta di ballo delle debuttanti è una pura facciata per nascondere la sua vera natura di mercato della carne, in cui le giovani sono presentate come animali al guinzaglio, che i pretendenti osservano come volendosele divorare – e non solamente con lo sguardo.

Capovolgendo le parti, anche il Principe stesso è un mezzo per la protagonista per ottenere la conferma del suo nuovo status, nonostante gli basti uno sguardo su una ragazza più piacente come Cenerentola per cambiare subito compagna di ballo, tanto da farla sprofondare nella disperazione più nera.

…fino ad arrivare alla follia di togliersi persino la capacità di camminare pur di essere accettata dal principe.

Ed è solo l’ultimo atto di una caduta rovinosa – fisica e morale – ma anche catartica: l’altra sorellastra, personaggio di contorno e quasi gender neutral, diventa infine la salvatrice che permette alla sorella di liberarsi di tutto quello che aveva ingoiato per mesi, nell’unica scena di body horror effettivamente esplicito, ma totalmente funzionale alla scena.

Indovinata, infine, la scelta di non fare soffrire ad Elvira un finale punitivo, ma lasciando invece una speranza aperta per un futuro diverso per l’ormai devastata protagonista, chiudendo la pellicola con l’ultima ed eloquente inquadratura dei corvi – che nella favola avevano il ruolo di accecare le sorellastre – che pasteggiano sulla tedia.

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2025 Avventura Drammatico Film Film di guerra

Warfare – La guerra mediocre

Warfare (2025) è un film di guerra diretto e scritto a quattro mani da Ray Mendoza e Alex Garland, racconto di un reale evento avvenuto durante la guerra in Iraq.

A fronte di un budget abbastanza sostanzioso – 20 milioni di dollari – si sta rivelando un discreto flop al botteghino, riuscendo a malapena a coprire i costi di produzione in patria.

Di cosa parla Warfare?

La storia parla della reale tragedia avvenuta ad uno dei due registi, parte del reparto di Navy SEAL statunitense durante la Guerra in Iran il 19 novembre 2006.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Warfare?

In generale, sì.

Se si considera Warfare un film di Garland, probabilmente verrà ricordato fra i minori della sua produzione: interessante nella messinscena, nell’equilibrio dei toni e nel racconto delle emozioni strazianti…

…ma, forse, davanti alle potenzialità che aveva al suo interno, guardando anche alle altre narrazioni proprie del genere, per certi versi sembra un’occasione sprecata per raccontare qualcosa di veramente significativo.

Quotidianità

Proprio nel voler raccontare una storia di ricordi, la quotidianità comica domina il primo atto della pellicola.

L’apertura è fondamentale in questi senso per mostrarci come i soldati protagonisti non siano altro che un gruppo di scapigliati ragazzini addestrati a fare la guerra, che annullano ogni tipo di gerarchia per riunirsi in un rituale quasi edonistico.

E l’eco dell’incipit pervade anche le scene successive, che dovrebbero sulla carta essere più serie e riflessive, e invece il pesante silenzio che domina la sequenza è spezzato dai personaggi che ancora si divertono pensando a quel momento condiviso.

Una quotidianità che stona con l’invasione domestica di un’innocente famiglia locale, la cui casa casa diventa la nuova base per le operazioni militari dell’invasore, del tutto indifferente rispetto al disagio creato dalla sua ingombrante presenza.

Eppure, la stessa continua anche nei piccoli momenti di sciocco divertimento e degli scherzi fra i protagonisti, che si alterna alle operazioni di guerra volte a costruire una sorta di tensione sotterranea per l’esplosione della crudeltà visiva dell’atto centrale.

Ma anche quest’ultimo è del tutto coerente con quanto visto in precedenza.

Emozione

C’è poco di eroico nelle azioni dei personaggi.

Dopo la violenta esplosione, i tentativi di tenere insieme la squadra sono dilaniati dai continui e angoscianti particolari delle sofferenze delle vittime, per cui Garland non eccede in nessuna direzione, ma anzi equilibra i toni nel mostrare semplicemente quanto necessario, e nulla di più.

Ma bastano da soli gli angoscianti scambi fra vittime e soccorritori, in cui i del tutto comprensibili bisogni immediati dei feriti si scontrano con il più freddo – o tentato tale – intervento di chi cerca di tenerli in vita, riuscendo a trasmettere il dolore fisico straziante quanto penetrante provato in questi brevi momenti.

Eppure, forse, manca qualcosa.

Oltre

Non si può fare ad un film una colpa di non aver soddisfatto le aspettative dello spettatore.

Ma il confronto con altre opere di intenti simili è inevitabile.

È evidente che Garland avesse tutta l’intenzione di immergersi in un esperimento visivo che annullasse qualsiasi slancio tematico – di glorificazione o di condanna – per raccontare la mera quotidianità che spesso non è mostrata, per i più diversi motivi, all’interno delle narrazioni belliche.

Spunti di riflessione non sono per questo del tutto assenti – dall’accennato machismo della squadra di soccorso alla totale impotenza della famiglia davanti all’invasione nemica – ma diventano di fatto secondarie all’interno di un discorso con intenti diversi.

Eppure, davanti ad un regista di un’opera come Civil War (2024) e a prodotti che sono stati capaci di rappresentare il racconto del lato umano dell’eroe americano – da Niente di nuovo sul fronte occidentale (1930) fino alle sperimentazioni del nuovo millennio di 1917 (2019)…

…sorge in chi scrive una genuina perplessità davanti ad un’opera complessivamente piuttosto lodevole – ma, visti i nomi coinvolti, non ci si poteva aspettare niente di meno – ma che racchiude al suo interno un potenziale che, visto il pregresso del genere, risulta quasi sprecato nel panorama contemporaneo.

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90s classics Avventura Azione Commedia Drammatico Fantascienza Film Frammenti di sci-fi

Men in Black – Socchiudere le porte

Men in Black (1997) di Barry Sonnenfeld è il capostipite di una delle più importanti saghe sci-fi a cavallo fra i due millenni.

Infatti, a fronte di un budget abbastanza importante – 90 milioni di dollari – è stato un enorme successo commerciale: quasi 600 milioni di dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla Men in Black?

Vi siete mai chiesti chi nasconde le invasioni aliene sulla Terra? Con questo film lo scoprirete – e in una veste che potreste non aspettarvi.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Men in Black?

In generale, sì.

Men in Black si posizionò in maniera piuttosto interessante in un panorama sci-fi in continua evoluzione, confezionando una commedia fantascientifica che, pur nella sua semplicità, riuscì ad essere vincente ed a conquistare diverse generazioni di spettatori.

E riuscì in questo intento soprattutto grazie all’equilibrio dei toni interni alla pellicola, che spaziano dalla comicità più pura – e, spesso, anche piuttosto nera – fino ai toni più profondamente drammatici, riuscendo ancora oggi a risultare un prodotto di intrattenimento di grande piacevolezza.

Contesto

Men in Black agisce come la più classica origin story

…ma con una contestualizzazione piuttosto puntuale.

Le primissime scene funzionano ottimamente sia per definire il contesto del film, sia il tono dello stesso: una semplice tratta di esseri umani si rivela in realtà l’occasione per smascherare il primo colpevole della presenza aliena.

E la totale serenità con cui l’Agente K gestisce la situazione racconta proprio la quasi quotidianità della vicenda, compresa la parte in cui congeda il collega, l’Agente D, tramite l’iconico neutralizzatore, proprio per aprire la strada alla sua nuova spalla.

In questo senso Men in Black procede in due direzioni, riuscendo perfettamente ad intrecciare i primi passi dell’Agente J con la minaccia effettivamente in atto, che comincia a svelarsi prima tramite il suicidio di uno degli adepti della misteriosa società extraterrestre…

…e poi tramite il caotico procedere dell’alieno che prende le sembianze del defunto Edgar, con un incedere che prosegue sullo sfondo, alla ricerca di un non meglio specificato oggetto che cambierà le sorti del pianeta stesso, con un’ironia quasi grottesca, quasi inaspettata.

E, in questo senso si trova un altro elemento di forza della pellicola.

Equilibrio

In una produzione come quella di Men in Black era molto facile cadere in una comicità eccessiva.

Ma, sarà perché non siamo ancora nella follia comica del decennio successivo, sarà perché per fortuna non stiamo guardando Il quinto elemento (1996), la comicità è ben equilibrata in tutte le sue parti, riuscendo a convincere con un atto centrale che ci accompagna alla effettiva scoperta del mondo raccontato.

La stessa in particolare funziona particolarmente bene all’interno del viaggio di James, coinvolto casualmente nelle indagini del suo futuro collega, permettendo allo spettatore prima di scoprire l’altro lato della presenza aliena sulla terra – quello più pacifico, di persone integrate nella società…

…e poi l’effettiva base degli MIB, ombre che si muovono nel dietro le quinte per gestire la massiccia presenza aliena sulla terra, costretti però anche a rinunciare alla propria vita ed identità, come ben mostrato nell’integrazione di James all’interno della squadra.

E il percorso di coppia è indubbiamente il più interessante.

Arrivo

La maturazione di J è funzionale al ritiro del suo collega.

Infatti il giovane agente viene scelto come nuova leva proprio per la sua capacità di pensare fuori dagli schemi, come ben dimostra il test del reclutamento, in cui fa le scarpe a tutte le altre reclute senza macchia, ma capaci solamente di vedere la minaccia immediata e non i sottotesti in scena.

Non a caso, la stessa intelligenza risulta fondamentale all’Agente J anche per sconfiggere l’alieno insettoide, provocandolo nello schiacciare uno dei suoi simili, così da liberare il suo collega e, di conseguenza, dimostrare come la sua turbolenta intraprendenza può essere l’arma vincente del futuro degli MIB…

…che purtroppo non riguarda l’Agente K.

Anche se il discorso rimane più sullo sfondo – anche smorzato spesso dalle gag di J, in particolare nella scena della cancellazione della memoria della moglie di Edgar – vi è un velo di drammaticità nell’importante scelta di vita degli MIB ed il loro abbandono di tutto quello che era venuto prima.

Per questo il punto di arrivo ideale per l’Agente K, ora che la minaccia è stata risolta, è l’essere a sua volta congedato dall’incarico, così da chiudere il cerchio della storia del film, ma lasciando comunque la porta socchiusa per un possibile sequel con la nuova coppia di agenti in azione.