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Dramma storico Drammatico Film Nuove Uscite Film Oscar 2025

A Complete Unknown – E il resto scompare

A Complete Unknown (2024) di James Mangold è un biopic dedicato a Bob Dylan con protagonista Timothée Chalamet.

A fronte di un budget di circa 60 milioni di dollari, ha avuto una partenza non entusiasmante, che lo porterà probabilmente ad essere un discreto flop commerciale.

Candidature Oscar 2025 per A Complete Unknown (2024)

(in nero le vittorie)

Miglior film
Migliore regista
Miglior attore protagonista per Timothée Chalamet
Migliore attore non protagonista per Edward Norton
Miglior attrice non protagonista per Monica Barbaro
Migliore sceneggiatura non originale
Migliori costumi
Miglior sonoro

Di cosa parla A Complete Unknown?

La pellicola ripercorre i primi, turbolenti anni della figura di Bob Dylan, personalità che non ha mai voluto farsi inquadrare.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere A Complete Unknown?

In generale, sì.

Non mi sbilancio nel consigliarvi questa pellicola perché, per quanto mi abbia nel complesso anche molto soddisfatto, mi rendo conto che un discrimine fondamentale è la conoscenza pregressa del personaggio e le aspettative nei confronti di un biopic a lui dedicato.

Infatti, non dovete aspettarvi una dissertazione sulla vita di Dylan, ma bensì un bozzetto sulla sua personalità e sugli inizi della sua carriera, in cui i contorni della sua storia e dei vari personaggi di contorno rimangono, appunto, di contorno, venendo poco approfonditi. 

Ma, se questo elemento non vi disturba, è una visione assolutamente consigliata.

Germoglio

Bobby è un germoglio che va coltivato.

I primi momenti della pellicola raccontano programmaticamente un ragazzo molto riservato e chiuso in se stesso, che parla esclusivamente attraverso la sua musica, e che lascia per questo fin da subito incantati i suoi ascoltatori, soprattutto considerando il genere.

Infatti la musica folk appare già in questo frangente in una posizione piuttosto fragile, in cui ogni tassello, anche il più recente, va documentato e archiviato perché sia mantenuto nella memoria collettiva, proprio perché rischia di cadere nel dimenticatoio.

Per questo Dylan – quanto la sua controparte femminile, Joan – è la figura ideale per far appassionare del genere anche le nuove generazioni, che invece si stavano orientando verso un altro tipo di musica nascente – la nuova musica popolare.

Ma Dylan non può essere ingabbiato.

Miccia

Due sono i momenti fondamentali dell’evoluzione del personaggio.

La pellicola riesce molto bene a raccontare la popolarità improvvisa del protagonista, che lo porta ad essere assolutamente irresistibile per il pubblico, preso continuamente d’assalto dai propri fan, e così impossibilitato a vivere una vita normale, con una visione claustrofobica, quasi soffocante.

Una popolarità che si traduce anche in un senso di oppressione, di essere totalmente nelle mani del pubblico, dei suoi manager che vogliono incasellarlo in un ruolo molto preciso, a cui Dylan è fin da subito insofferente, come ben racconta la scena della festa in cui gli viene chiesto di esibirsi…

…e lui sbotta che non vuole essere assoldato per una gig (volgarmente, spettacolino).

Una dinamica che lo accompagna verso il secondo momento fondamentale.

Consapevolezza

Bob Dylan è estremamente consapevole della sua posizione.

Per questo in un primo momento non si ribella, ma anzi cerca di rimarcarla in occasione del Folk Festival, in cui ritorna nelle vesti della star del momento, osservando da dietro le quinte l’esibizione di Johnny Cash, un tempo suo punto di riferimento, ora un semplice relitto del passato. 

Una dinamica che non ha bisogno di parole, ma solamente di un’inquadratura fissa sul sorriso sornione di Dylan che osserva attento l’esibizione di tutto quello che ormai si è lasciato alle spalle, e che ora è pronto a scalzare con la sua inarrestabile popolarità.

Ma non gli basta.

Focus

A Complete Unknown vuole parlare di Bob Dylan.

E basta.

Il protagonista si muove all’interno di un panorama di fantasmi, in cui i contorni della sua vita e i personaggi che la popolarono vivono unicamente in sua funzione, e per questo sono solamente abbozzati – tanto che di alcuni sappiamo praticamente solo il nome.

In questo senso entrano in gioco le aspettative verso la pellicola: come non esiste un modo giusto o sbagliato per produrre un biopic, se siete fan di Bob Dylan forse sarete rimasti contrariati da questa scelta, che vuole totalmente focalizzarsi sul carattere problematico del suo protagonista, ignorando tutto il resto.

Personalmente, pur comprendendo le critiche nei confronti della pellicola, ho apprezzato questo taglio narrativo, anzi sono rimasta estremamente coinvolta da una narrazione così puntuale nei confronti di un artista così problematico di cui non conoscevo che pochi pezzi.

Ma è tutta questione di aspettative, appunto.

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Avventura Dramma storico Drammatico Film L'altro lato del fronte

L’arpa birmana – Il peso della collettività

L’arpa birmana (1956) di Kon Ichikawa è un dramma storico ambientato alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

A fronte di un budget sconosciuto, ha incassato 33 mila dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla L’arpa birmana?

Mizushima è un soldato parte di un battaglione nipponico fermo in Birmania con una particolarità: essere un superbo suonatore d’arpa.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere L’arpa birmana?

Assolutamente sì.

L’arpa birmana si inserisce nelle produzioni nipponiche che riflettono sul tema della guerra in maniera molto differente da come siamo abituati in ambito occidentale, collegando la tragica sconfitta bellico al sempiterno tema della rinascita del paese.

La particolarità di questo film è che, a differenza di titoli ben più pesanti come City of Life and Death (2009) e La tomba delle lucciole (1886), riesce a riportare la narrazione sul piano più dell’individuo e della pesantezza della responsabilità, verso anche quelle persone che un tempo chiamava amici.

Destino

Mizushima è destinato al suo ruolo.

Il primo contatto con la popolazione locale è ostile quando catartico: viene spogliato sia fisicamente che metaforicamente dei suoi vestiti e quindi della sua identità da soldato e, per estensione, del suo ruolo come portatore di morte che vuole solo fare ritorno in patria.

Elemento ancora più sottolineato dalla inaspettatamente dolcissima scena dell’incontro con l’esercito inglese, che i soldati prima affrontano fingendo di essere in stato di pace e tranquillità, immersi in un momento conviviale senza un pensiero al mondo…

…per poi ritrovarsi immersi in un canto di pace e fratellanza, in cui due popoli così lontani culturalmente e linguisticamente riescono a ritrovarsi nel comune confronto di un conflitto ormai concluso, in un commovente scambio canoro che sembra già da solo chiudere la questione.

Ma non tutti sono d’accordo.

Pace

L’arpa è simbolo di unione…

…o di codardia?

Il protagonista è costantemente scelto nel ruolo di mediatore, proprio forte delle sue melodie che, con un linguaggio non verbale, erano capace di confortare o avvertire i propri compagni, anche nell’incontro con l’altro esercito sicuro della possibilità di una conclusione pacifica.

Eppure proprio in questo frangente emerge un tema ben più doloroso – che sarà poi ampiamente affrontato, fra gli altri, da Lettere da Iwo Jima (2006): il senso di onore di un popolo legato ad una tradizione per cui la vittoria, sia da vivi che da morti, è l’unica via possibile per uscire di scena.

E così, davanti ad una conclusione che sembrava già scritta, Mizushima si scontra violentemente con l’ottusità di questo pensiero, in cui neanche una pace forzata può essere accettata, arrivando inevitabilmente fino al tanto agognato annientamento onorevole.

Eppure, è solo l’inizio.

Rinascita

La rinascita di Mizushima è rappresentativa del Giappone del secondo dopoguerra.

Come all’inizio il protagonista vive ingenuamente nella parentesi bellica con il solo fine di tornare a casa e i suoi compagni si gettano testardamente nel proseguo dello scontro, allo stesso modo il Giappone è intrappolato in sogno di vittoria e onore che è infine costretto a lasciarsi alle spalle.

Infatti, con l’esplosione che segna il fallimento della missione quanto del dramma di Hiroshima, si staglia davanti agli occhi del protagonista la tragedia umana in tutta la sua brutalità, di un popolo inutilmente disperso in un paese straniero.

Per questo, Mizushima non può più tornare indietro.

Prigione

Il protagonista è devastato da una ferita difficilmente sanabile.

Mizushima sceglie consapevolmente di alienarsi dal suo battaglione, dai suoi amici, di cambiare forma e aspetto fino a rendersi irriconoscibile persino a sé stesso, se non fosse per l’elemento che ne ha definito l’identità fino a quel momento, ma ora con un significato totalmente diverso.

L’arpa.

Il fragile strumento sembra l’unico filo che ancora collega il protagonista alla sua vecchia vita, diventando l’eco di una vita a cui non può più tornare, non prima di aver risolto la drammatica responsabilità che senta di portare sulle spalle: rendere giustizia a chi è morto per lui.

E allora per i suoi compagni – e per il suo paese – rimane un’unica, debole testimonianza persa nel tempo: la voce del pappagallo, anzi dei due pappagalli che rappresentano il prima e il dopo, e che restano in mano ai suoi compagni come promessa, forse, un giorno di ricongiungersi…

…o, per un paese, di rinascere.

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Dramma storico Drammatico Film

La caduta – Una guerra fantastica

La caduta (2004) di Oliver Hirschbiegel, anche noto col sottotitolo de Gli ultimi giorni di Hitler, è un dramma storico dedicato agli ultimi momenti della Seconda Guerra Mondiale per la parte tedesca.

A fronte di un budget di 13 milioni di euro, è stato un ottimo successo commerciale: 92 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla La caduta?

Traudl è una giovanissima donna che fa una scelta di carriera piuttosto particolare: diventare l’ultima segretaria di Hitler.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di guardare La caduta?

Bruno Ganz in una scena di La caduta (2004) di Oliver Hirschbiegel

Assolutamente sì.

La caduta è uno di quei titoli che permette di riflettere in maniera inaspettata su personaggi storici su cui sembra che sia già stato raccontato tutto, in un contesto in cui spesso le stesse sono banalizzate nella loro malvagità e ridotte a mere figure mostruose.

Al contrario, l’opera di Hirschbiegel è ottima nel raccontare la figura sfaccettata del dittatore tedesco, che passa da un totale disprezzo nei confronti del suo stesso popolo, perfino con punte di paranoia, ad una inaspettata gentilezza d’animo nei momenti più privati.

Una visione a tratti disturbante, ma che può arricchire molto più di altri titoli analoghi.

Scelta

Per sua stessa ammissione, la scelta di Traudl è bizzarra…

…quanto determinante per la comprensione della pellicola.

La sua figura viaggia in due direzioni: fungere da vettore per rendere tridimensionale la narrazione, dal punto di vista di un personaggio ai margini della scena, e, al contempo, raccontare la a tratti incomprensibile fascinazione della figura del Führer.

La giovane donna infatti si intrappola nel momento di maggiore crisi del Reich, quando ormai il crollo del sogno nazista era alle porte, e si testava il livello di cieca idolatria da parte dell’esercito tedesco fino ai suoi più intimi consiglieri e fautori del Terzo Reich.

Al contempo la sua figura è utile nell’interrogarsi su aspetti del carattere di Hitler che stridono brutalmente con il suo ruolo di sanguinario dittatore, nella sua cura e sensibilità nei confronti dei suoi fedeli seguaci, particolarmente se donne.

Ma anche il resto della personalità è molto meno eclatante di quanto ci si potrebbe aspettare.

Delirio

Bruno Ganz in una scena di La caduta (2004) di Oliver Hirschbiegel

Non esiste una vita oltre al Terzo Reich.

L’Hitler raccontato da La caduta è drasticamente spogliato delle vesti di sgargiante animatore di folle, di spietato fautore di uno dei genocidi più strazianti della storia umana, e ridotto alla mediocrità dei suoi ultimi momenti di vita, definiti dalla sua totale alienazione dalla contemporaneità.

Bruno Ganz in una scena di La caduta (2004) di Oliver Hirschbiegel

La pellicola infatti ci offre un assaggio piuttosto doloroso – per quanto mai eccessivo nei toni – di una Germania ormai stremata da una guerra che sembra impossibile fermare, che deve continuare a dimostrare la sua fedeltà nei confronti del Führer fino alla morte.

E l’atteggiamento di Hitler è ancora più angosciante di quanto ci si potrebbe aspettare.

Mentre osserva il crollo del suo impero, il dittatore cerca strenuamente di far combattere un esercito che non solo è stremato, ma che per certi versi ormai non esiste neanche più, ridotto al minimo delle forze e a dover rimpolpare le sue fila con i civili e persino con ragazzini giovanissimi.

In questo senso Hitler non nasconde il suo disprezzo nei confronti di un popolo da cui si sente tradito, da cui anzi era stato tradito fin dall’inizio, potendo contare solamente sugli ultimi seguaci di un sogno che aveva infiammato una nazione per oltre un decennio.

Ed è un sogno difficile da scalfire.

Sogno

Il nazismo non era una semplice dittatura.

Per quanto la sua forza fosse proprio arrivare nel posto giusto al momento giusto – una Germania distrutta economicamente e socialmente da due guerre fallimentari – al contempo gran parte del suo successo derivò proprio dal sogno che riuscì a costruire.

Bruno Ganz in una scena di La caduta (2004) di Oliver Hirschbiegel

Un sogno non solo di rinascita, ma proprio di riaffermazione umana e di supremazia di una razza – quella ariana – per secoli inquinata da presenze dannose – gli ebrei, ma non solo – che doveva ricostruire il suo spazio vitale per un futuro più glorioso, di cui la guerra era solo il primo atto.

Per questo noi ci riflettiamo nello sguardo sbigottito ora di Traudl, ora del Dottor Schenck, quando assistiamo ai fedelissimi di Hitler che mantengono la loro cieca fedeltà fino all’ultimo momento, a livello più basso con i suicidi a catena dei soldati con l’arrivo di Russi…

…ad un livello più alto con la sistematica autodistruzione dei vertici del Reich, per cui non solo il Führer organizza in maniera attenta la propria uscita di scena, compresa la distruzione del proprio corpo, ma assistiamo persino all’agghiacciante suicidio della famiglia Goebbels…

…che non potrebbe mai vivere al di fuori del sogno del Terzo Reich.

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Dramma storico Drammatico Film Film di guerra L'altro lato del fronte

Flags of our fathers – Un brandello

Flags of our fathers (2006) di Clint Eastwood è l’altra parte di Lettere di Iwo-Jima dello stesso regista.

A fronte di un budget abbastanza importante – 55 milioni di dollari – è stato un pesante insuccesso commerciale: appena 65 milioni di dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla Flags of our fathers?

1945, Giappone. Un gruppo di marines appena arruolati si imbarca nell’importante missione di conquista di Iwo Jima. Ma la realtà del fronte è molto meno eroica di quanto potessero pensare…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Flags of our fathers?

Assolutamente sì.

Se Lettere da Iwo Jima era un interessante spaccato sul valore della guerra per la parte nipponica, Flags of our fathers è una riflessione quanto mai lucida sul concetto fittizio di eroismo statunitense, mettendo in discussione la propaganda bellica che infestò la società statunitense per tutto il Novecento – e oltre.

E la narrazione visiva di Eastwood è precisa e puntuale, rendendo anche registicamente i temi affrontati e non caricando mai eccessivamente la scena di facile pathos, ma raccontando i momenti salienti con grande abilità e consapevolezza.

Insomma, non ve lo potete perdere.

Indizi

La guerra è eroismo…

…oppure no?

Nel loro avvicinarsi al campo di battaglia, i giovani protagonisti cominciano ad allontanarsi dal sogno fittizio dell’eroismo sul campo di battaglia, come si vede nella graduale consapevolezza che li assale quando vedono uno dei loro compagni crollare in acqua:

So much for “No man left behind”.

E poi dicono “Nessuno viene lasciato indietro”.

Questa prima realizzazione li accompagna anche nello sbarco, quando si approcciano su un panorama apparentemente tranquillo, ma che in un istante si trasforma in una baraonda incontrollabile, in cui basta un attimo per passare da futuro eroe a cadavere cannibalizzato dalla propaganda.

E in questo frangente Eastwood brilla particolarmente con una regia dinamica e tridimensionale, che riesce ad abbracciare la scena da ogni punto di vista, raccontando semplicemente un gruppo di giovani che uno dopo l’altro, crollano a terra senza una parola.

In altre parole, delle pedine assolutamente sacrificabili…

…o facilmente vendibili.

Brandello

La bandiera protagonista della storia ha diversi significati.

Di fatto i media strappano da una realtà ben più complessa e dolorosa un brandello del tutto insignificante, vendendolo come la summa dell’esperienza al fronte e dell’impegno dei nostri ragazzi sul campo per tenere alto l’onore della patria.

O, in altro modo, vendendo quello che gli Stati Uniti vorrebbero.

La Seconda Grande Guerra fu un punto di partenza fondamentale per gli States nello scacchiere internazionale, portandoli ad essere protagonisti di diversi conflitti del tutto disinteressati, in realtà funzionali a cementificare il proprio potere militare su scala mondiale.

Per questo quella foto è così significativa: rappresenta il vero obbiettivo dell’intervento statunitense nel conflitto, ovvero riuscire ad imporre la propria importante presenza in una terra che non era la loro, con una bandiera progressivamente sempre più ingombrante e spettacolare…

…ignorando tutto il resto.

Spazio

La bandiera soffoca tutto il resto.

La comprensione dell’importanza simbolica della foto protagonista del film è raccontata fin da subito, quando la prima bandiera, troppo piccola e insignificante, viene presto sostituita da una più importante, che si ingrandisce sempre di pari passo alla progressione della storia

…finendo per soffocare, con i suoi colori vivaci e chiassosi, l’individualità dei suoi stessi portatori.

Un elemento che si nota in particolare nella composizione delle figure umane fotografate: le stesse perdono progressivamente sempre di più colore – come già il fronte è caratterizzato da una fotografia desaturata – fino ad essere sigillate all’interno di un biancore candido della una statua celebrativa…

…ed, infatti uno dei suoi protagonisti fa notare che, se avesse saputo che la foto avrebbe avuto tutta quella importanza, si sarebbe mostrato in volto, e non di spalle.

E questa è la chiave per la comprensione del concetto cardine del film.

Eroe

Gli Stati Uniti hanno bisogno di eroi vuoti.

Infatti, più è sfumata l’identità di queste figure, tanto è più facile utilizzarla per scopi politici, tanto è più facile attribuire meriti inesistenti per riempire il vuoto lasciato dai soldati morti sotto quella stessa bandiera, e, infine, tanto è più facile per il pubblico riconoscersi in quegli eroi.

In una società dominata dall’individualismo più sfrenato, la guerra diventa la promessa di affermazione personale, una possibilità nelle mani di chiunque abbia il coraggio di abbracciare un fucile, e così questi presunti eroi diventano uno spauracchio per ingrossare ancora di più le fila dell’esercito.

Eppure, loro stessi non si sentono eroi.

Una volta lasciatasi alle spalle la propaganda, le false promesse e un’idea di guerra fittizia, il fronte si concretizza in tutta la sua brutalità e immediatezza: non una lotta per la patria, ma una lotta per la sopravvivenza di sé stessi e dei propri compagni.

Insomma, i giovani protagonisti vivono un dramma ulteriore: non solo la tragica impotenza davanti ad un futuro definito dalla pura casualità, ma anche il peso delle aspettative che la società ha nei loro confronti, ma che non si sentono di poter realisticamente soddisfare.

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Dramma storico Drammatico Film Robin Williams

Risvegli – La coscienza in gabbia

Risvegli (1990) di Penny Marshall è un film drammatico con protagonisti Robin Williams e Robert De Niro.

A fronte di un budget abbastanza contenuto – 29 milioni di dollari – è stato un ottimo successo commerciale: 108 milioni di dollari.

Di cosa parla Risvegli?

Malcom Sayer è il nuovo dottore in una clinica specializzata in pazienti affetti da catatonia. Ma forse una speranza c’è per queste statue umane…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Risvegli?

Robin Williams e Robert De Niro in una scena di Risvegli (1990) di Penny Marshall

Assolutamente sì.

Nel suo piccolo, Risvegli è un racconto drammatico molto centrato, che riesce a portare in scena una vicenda reale già di per sé molto struggente, senza però mai eccedere sul lato del pietismo, senza banalizzarla per darla in pasto al pubblico.

Un risultato garantito anche per l’ottima coppia di attori protagonisti, fra cui spicca un superbo Robert De Niro in uno dei ruoli più complessi della sua carriera, anche solo per la responsabilità di non ridicolizzare una malattia così complessa.

Insomma, da riscoprire.

Inquadrare

Robin Williams in una scena di Risvegli (1990) di Penny Marshall

Le prime battute di Risvegli sono tutte dedicate all’inquadrare il protagonista.

In una dinamica piuttosto tipica della sua carriera in questi anni, il personaggio di Robin Williams si immerge in un panorama immobile e cerca di trovare la chiave per sbloccarlo, mentre le altre persone intorno a lui sembrano ormai scoraggiate o, peggio, del tutto indolenti nel risolvere la situazione.

Robin Williams in una scena di Risvegli (1990) di Penny Marshall

E la sua capacità è proprio il riuscire a vedere oltre l’apparentemente definitiva immobilità dei suoi pazienti, cercando di cogliere quella tenue scintilla di consapevolezza che, con i giusti stimoli, può essere risvegliata e alimentata.

Proprio per questo si apre lo spiraglio per una consapevolezza agghiacciante.

Gabbia

Robert De Niro in una scena di Risvegli (1990) di Penny Marshall

I pazienti sono consapevoli?

Nelle sue meticolose quanto disperate ricerche il Dottor Malcolm si interfaccia con una prospettiva disturbante: e se queste figure così apparentemente immobili sia nel corpo che nella mente, fossero in realtà delle coscienze lucidissime intrappolate in un corpo che non risponde più?

Un’idea che è solo accarezzata dallo scambio con il Dottor Ingham, ma che il film ci tiene più volte a smentire dalla bocca di diversi personaggi, forse più per ammorbidire una storia già di per sé piuttosto angosciante, suggerendo piuttosto un’alternativa meno tragica…

Robert De Niro in una scena di Risvegli (1990) di Penny Marshall

…ma forse non così tanto confortante.

I pazienti non sono consapevoli della loro condizione, ma sono piuttosto immersi in un costante stato di dormiveglia, ad un passo dal riprendere il controllo della loro vita e del loro corpo, ma incapaci di avere la consapevolezza e la forza mentale necessaria per farlo.

E, quando il miracolo del risveglio accade, il film sembra finito.

Oppure…

Scostante

Robert De Niro in una scena di Risvegli (1990) di Penny Marshall

Ad una prima visione il ritmo di Risvegli potrebbe sembrare poco pensato.

Il primo atto sembra risolto in maniera piuttosto sbrigativa, con un risveglio improvviso di Leonard che conduce velocemente ad un atto centrale in cui riprende contatto con gli spazi, in un climax crescente che sembrerebbe non aver più niente da dire.

In questo frangente onestamente mi aspettavo un terzo atto che avrebbe funto più da epilogo rincuorante, in cui finalmente Leonard riusciva a trovare l’amore e a ricostruirsi una vita, diventando protagonista di una ribellione che rischiava addirittura di essere smaccata.

Robert De Niro in una scena di Risvegli (1990) di Penny Marshall

E invece Risvegli mi ha sorpreso.

Guardando nel complesso della pellicola, il ritmo è rappresentativo proprio del dramma stesso di Leonard, che fin troppo velocemente riesce a risvegliarsi, sempre più istericamente desideroso di evadere dalla gabbia corporea in cui era stato costretto per interi decenni…

…ma che gradualmente ed inevitabilmente torna alla sua condizione iniziale, proprio quando ormai sia il protagonista che lo spettatore erano certi di questa nuova vita così faticosamente conquistata, creando un’importante connessione emotiva che ci conduce ad un finale agrodolce.

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Niente di nuovo sul fronte occidentale – Le due facce

Niente di nuovo sul fronte occidentale (1930) di Lewis Milestone, anche noto come All’ovest niente di nuovo, è la più nota trasposizione dell’omonimo romanzo di Erich Maria Remarque.

A fronte di un budget di 1.3 milioni (circa 24 oggi), è stato un ottimo successo commerciale: 3.1 milioni in tutto il mondo (circa 56 milioni di dollari oggi).

Di cosa parla Niente di nuovo sul fronte occidentale?

Germania, 1916. Alle porte della Grande Guerra, un gruppo di giovani studenti è spronato a farsi avanti per il proprio paese. Ma la realtà del fronte è molto meno eroica di quanto promessa…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Niente di nuovo sul fronte occidentale?

Una scena di Niente di nuovo sul fronte occidentale (1930) di Lewis Milestone, anche noto come All'ovest niente di nuovo

Assolutamente sì.

Anche se avete visto la versione del 2022, questa trasposizione è un’esperienza completamente diversa: in un’ottica a suo modo più ingenua, il film del 1930 riesce a tratteggiare una quotidianità che alterna il comico e il drammatico, con punte quasi grottesche.

Più che un film, uno spaccato di un nascente sentimento anti-bellico, che cercava di evadere la retorica nazionalista ed eroica della guerra, proprio quando questa si stava prepotentemente per ripresentare con il secondo grande conflitto del Novecento. 

Insomma, da non perdere. 

Sogno

Niente di nuovo sul fronte occidentale si apre un sogno.

Il paese è in festa per una nuova occasione di dimostrare il proprio valore e il proprio eroismo, con i cittadini semplicemente entusiasti per una tale prospettiva, mentre gradualmente la visione si sposta verso una classe apparentemente impegnata in una lezione di greco…

Una scena di Niente di nuovo sul fronte occidentale (1930) di Lewis Milestone, anche noto come All'ovest niente di nuovo

…in realtà presto rivelata come anch’essa parte dell’entusiasmo generale, con il professore che induce nelle menti dei giovanissimi studenti un sogno del tutto fittizio, ma che riesce infine a convincerli ad arruolarsi, forti degli orizzonti di gloria promessi.

Ed è tanto più straziante vederli inseguire questo sogno impossibile quando affermano che in poco tempo saranno coperti di medaglie…

…quando in realtà il più grande regalo del fronte sarà un cambio di prospettiva.

Priorità

Una scena di Niente di nuovo sul fronte occidentale (1930) di Lewis Milestone, anche noto come All'ovest niente di nuovo

Il fronte è un mondo a parte.

I giovani volontari entrano nel microcosmo della trincea forti di capisaldi di una quotidianità civile che non valgono più nulla in un panorama cui il primario obbiettivo di ogni individuo è la semplice sopravvivenza, che sia sul campo di battaglia o nel nutrimento quotidiano.

Infatti presto i giovani protagonisti dovranno fare i conti con una routine in cui la sazietà è messa al bando, in cui un pasto effettivo diventa quasi una concessione, una breve quanto preziosa pausa da un fronte in cui il combattimento non sembra mai cessare.

Una scena di Niente di nuovo sul fronte occidentale (1930) di Lewis Milestone, anche noto come All'ovest niente di nuovo

E in questo contesto anche l’individuo è annullato.

Niente di nuovo sul fronte occidentale ci tiene particolarmente a mostrarci una guerra di uomini e non di paesi, in cui figure dall’appartenenza politica indistinguibile si scontrano crudelmente per la reciproca sopravvivenza.

E così un amico non è più un amico, ma un cadavere troppo pesante, troppo rischioso da portare in salvo, un paio di stivali nuovi non sono un semplice pezzo di abbigliamento, ma una piccola gioia temporanea da sottrarre al cadavere del malcapitato proprietario.

E, infatti, la prospettiva del fronte non è univoca.

Genuino

Una scena di Niente di nuovo sul fronte occidentale (1930) di Lewis Milestone, anche noto come All'ovest niente di nuovo

A differenza della più recente trasposizione, la versione del 1930 non ha una precisa finalità.

Se infatti il film di Edward Berger voleva programmaticamente – e comprensibilmente – spogliare il mito della guerra eroica e svelarne invece gli orrori, questa prima versione cinematografica desiderava semplicemente tratteggiare un fronte di gioie e dolori.

Così accanto a momenti veramente strazianti della trincea, fra la sostanzialmente perdita di senno dei soldati che vivono per giorni sotto al fuoco incrociato e che cercano disperatamente di mantenere in vita il loro compagno, si alternano scene di più semplice quotidianità.

La pellicola anzi non si risparmia nell’utilizzare dei toni più tipici della commedia, per raccontare momenti di leggerezza, che, inseriti all’interno di un contesto così tragico, risultano in realtà destabilizzanti nel mostrare una quotidianità dettata dalla mera sopravvivenza…

…in cui l’individuo non può concedersi neanche per un momento di abbassare la guardia.

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Comico Commedia Dramma storico Drammatico Film di guerra Robin Williams

Good Morning, Vietnam – La guerra bugiarda

Good Morning, Vietnam (1987) di Barry Levinson è un dramma storico con protagonista Robin Williams.

A fronte di un budget abbastanza piccolo – 13 milioni di dollari – è stato un ottimo successo commerciale: 123 milioni di dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla Good Morning, Vietnam?

Saigon, 1965. Adrian Cronauer è la nuova voce della radio locale dell’esercito americano. Ma non è proprio il tipo di persona da lasciarsi minacciare dall’autorità…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Good Morning, Vietnam?

Robin Williams in una scena di Good Morning, Vietnam (1987) di Barry Levinson

In generale, sì.

Good Morning, Vietnam ricorda per molti versi il poco successivo L’attimo fuggente (1989): Robin Williams diede il meglio di sé nel ruolo di voce fuori dal coro che sbaraglia le carte in tavola in un contesto rigido e stringente, venendo per questo osteggiato dalle autorità in carica.

La narrazione circa la Guerra in Vietnam ovviamente non raggiunge i picchi di Vittime di guerra (1989), ma riesce comunque a puntellare un film sostanzialmente comico di momenti piuttosto drammatici e rivelatori sulla mala condotta statunitense durante il conflitto.

Insomma, un’opera meno conosciuta di questo magnetico interprete, ma che merita di essere riscoperta.

Presenza

Robin Williams in una scena di Good Morning, Vietnam (1987) di Barry Levinson

Adrian Cronauer è fin da subito un personaggio fuori dagli schemi.

Introdotto dal neutro bollettino della radio locale, il protagonista sfida subito le autorità locali, dimostrandosi del tutto indifferente davanti alle velate minacce e al tentativo di imbrigliarlo all’interno di un sistema molto fragile e perfettamente calibrato.

E, infatti, fin dalla sua prima apparizione, dimostra di essere una minaccia.

Robin Williams in una scena di Good Morning, Vietnam (1987) di Barry Levinson

Cronauer non ha infatti alcun rispetto nei confronti dei maldestri tentativi del suo esercito di mantenere una certa facciata, ed esplode in un’irresistibile sequela di siparietti comici e irriverenti, conquistando il cuore dei militari in un’inarrestabile popolarità.

Ma questo suo essere fuori dagli schemi si riflette molto anche nei suoi rapporti con la popolazione locale.

Consapevolezza

Robin Williams in una scena di Good Morning, Vietnam (1987) di Barry Levinson

Il protagonista non ha consapevolezza del conflitto e delle sue regole non scritte.

Cronauer si scontra infatti continuamente col feroce razzismo che domina il panorama politico, ma a cui si contrappone sia indirettamente – intrecciando sinceri rapporti con la popolazione locale – sia direttamente – prendendo di petto le ingiustizie, pure a costo di scatenare una rissa.

E, più in generale, il suo comportamento è ben diverso dal resto dei suoi conterranei anche per come affronta l’educazione dei vietnamiti, non limitandosi ad un’istruzione di base, ma fornendo ai suoi nuovi amici degli strumenti effettivi per affrontare la scomoda presenza straniera.

Robin Williams in una scena di Good Morning, Vietnam (1987) di Barry Levinson

In maniera invece ben più irriverente, la sua posizione ribelle è ben raccontata dalla scelta di diffondere ufficiosamente una delle più tristi e recenti realtà del conflitto – l’attentato al bar – proprio a risvegliare le coscienze di un esercito che vive di un sogno filtrato dalle comunicazioni ufficiali.

Ma quindi cosa vuole davvero raccontarci Good Morning, Vietnam?

Speranza

Robin Williams in una scena di Good Morning, Vietnam (1987) di Barry Levinson

Pur nella sua semplicità, Good Morning, Vietnam è un racconto di speranza.

La pellicola non vuole né semplificare né attenuare la gravità del conflitto, ma anzi la vuole sottolineare proprio affiancando ad una piacevole comicità pochi momenti struggenti e significativi, come a rappresentare il sogno fittizio di pace venduto agli statunitensi che viene facilmente svelato. 

E lo fa anche e soprattutto nel rappresentare i rapporti impossibili fra Cronauer e la popolazione locale: come una possibile relazione con Trinh è scoraggiata fin dall’inizio, anche la stessa amicizia con Tuan sembra minata dal profondo risentimento del giovane ragazzo verso la insopportabile presenza straniera.

Eppure, nonostante lo scoraggiamento temporaneo, il protagonista rimane fino all’ultimo una voce libera e irriverente, capace persino di sbeffeggiare il suo stesso presidente, rappresentazione, a più di dieci anni di distanza, della risposta di un paese affranto da una guerra bugiarda.

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Land of mine – Quel che resta del mio nemico

Land of mine (2014) di Martin Zandvliet è un dramma storico che racconta un capitolo piuttosto buio del secondo dopoguerra europeo.

A fronte di un budget piccolino – circa 6 milioni di dollari – nonostante la candidatura agli Oscar come Miglior film straniero, fu un pesante insuccesso commerciale, non riuscendo neanche a coprire le spese di produzione.

Di cosa parla Land of mine?

Danimarca, 1945. Dopo la resa della Germania, un gruppo di prigionieri di guerra tedeschi viene incaricato di ripulire le spiagge danesi dalle mine antiuomo nascoste sotto la sabbia. Ed è solo lo spunto per una riflessione ben più ampia…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Land of mine?

Assolutamente sì.

Land of mine si inserisce in quel tipo di produzioni assolutamente necessarie, riuscendo a riflettere lucidamente su tematiche storiche spesso banalizzate e raccontate faziosamente, affiancandosi invece ad ottimi titoli come La caduta (2004) e Vittime di guerra (1989).

Resta per questo un film estremamente crudele, che, per quanto cerchi di mantenere un sguardo tutto sommato positivo e speranzoso sul futuro, non manca di includere non poche scene che lasciano poco spazio all’immaginazione…

Terra

Il sergente Rasmussen è il punto di partenza.

Basta la primissima sequenza per inquadrare sia il suo personaggio, sia, più in generale il risentimento che dominava il pensiero comune della Danimarca (e non solo): un odio cieco verso qualunque rappresentante di una Germania ormai sconfitta e inerme…

…ma che era stata per un intero lustro promotrice di una guerra destabilizzante e distruttiva.

E, se il vero nemico è irraggiungibile, non resta che prendersela con quello che resta.

Anche se quello che resta non è altro che un pugno di giovani che hanno buttato via la loro giovinezza per le aspirazioni di potere di qualcun altro, e che ora vivono nell’ansia perpetua di dover contribuire alla rinascita di una patria totalmente annichilita.

E, proprio per questo, vanno puniti.

Punizione

I tedeschi non sono più umani.

Sono strumenti.

Strumenti di un percorso di vendetta e, in qualche modo, di catarsi: liberare l’Europa della loro scomoda e odiosa presenza, ripulire ogni traccia della loro colpa, anche a costo di essere coinvolti in un’operazione ancora più assurda e mortale della stessa guerra che hanno appena combattuto.

Per questo non c’è alcun tipo di pietà e di compassione verso questi ragazzini poco più che adolescenti, che possono essere lasciati morire – con una mina in mano o con la pancia vuota – che possono umiliati come le bestie che sono.

Perché questi personaggi si trovano in una zona grigia, in un momento della storia in cui tutto è permesso, dove basta nominare il loro paese d’origine e gli ultimi dieci anni per scusare ogni tipo di azione, di punizione, di disumanizzazione.

E, quando tutto è permesso, siamo solo noi a decidere cosa vogliamo essere.

Ricominciare

Da dove vogliamo ricominciare?

Il percorso di consapevolezza di Rasmussen attraversa vie tortuose e contraddittorie, in cui il personaggio si rende progressivamente conto di come questi innocenti ragazzi siano diventati la valvola di sfogo di un continente stremato e accecato dal desiderio di vendetta.

Perché, anche se li vuole vedere come i colpevoli, come i fautori di una distruzione imperdonabile, in realtà gradualmente i suoi nemici si rivelano per quello che sono: compagni leali, indifesi e pieni di sogni, che possono davvero essere il punto di partenza di una indispensabile riappacificazione fra popoli.

Ma la maggiore consapevolezza è anche di come questi animi gentili possano essere schiacciati e annientati, come la storia si possa in qualche modo ripetere a parti alterne, in cui il nemico diventa la vittima, arrivando ad punto di esasperazione tale da scegliere la strada dell’autodistruzione.

Per questo Land of mine sceglie di lasciarci infine con una nota di speranza, di allungare l’occhio verso un futuro, un presente più consapevole.

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Inu-oh – La sinfonia delle maschere

Inu-oh (2021) di Masaaki Yuasa è un lungometraggio anime ispirato alle reali figure del teatro Sarugaku.

A fronte di un budget sconosciuto, anche per la distribuzione limitata, ha incassato meno di mezzo milione in tutto il mondo.

Di cosa parla Inu-oh?

Giappone, XI sec. Sullo sfondo di una tragica guerra fra clan, due ragazzi estremamente sfortunati saranno capaci di dare nuova linfa al panorama musicale del loro paese…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Inu-oh?

Tomona in una scena di Inu-oh (2021) di Masaaki Yuasa

Assolutamente sì.

Inu-oh è una di quelle perle cinematografiche sostanzialmente sconosciute tranne agli appassionati, capace di distinguersi in maniera significativa dal resto del panorama del genere anime sia per lo stile visivo che per il taglio narrativo scelto.

Per farvi capire, è un po’ come se La storia della Principessa Splendente (2013) e Samurai Champloo (2004) avessero avuto un figlio.

E non vi dirò di più.

Intarsio

Tomona in una scena di Inu-oh (2021) di Masaaki Yuasa

Il primo atto di Inu-oh è un enigmatico intarsio narrativo.

La panoramica sulla scena politica e militare serve solo per darci un’infarinatura del mondo in cui si muovono i protagonisti, portando in scena momenti e personaggi apparentemente scollegati fra loro, accomunati da un taglio fantastico e misterioso insieme.

I due protagonisti sono infatti legati da un comune destino di sofferenza e di marginalizzazione, dovuto in entrambi casi all’avidità di personaggi terzi, che cercano di arricchirsi sulle loro pelle senza che loro neanche lo sappiano fino in fondo.

E, da questa maledizione comune, si sviluppano due temi fondamentali.

Memoria

Tomona in una scena di Inu-oh (2021) di Masaaki Yuasa

La memoria è un elemento fondamentale in Inu-oh.

Infatti, nel contesto culturale in cui il sapere popolare è conservato nel ricordo della comunità, il più grande tesoro in realtà sono proprio le storie da raccontare e da tramandare, capaci di stupire un pubblico che ormai le ha dimenticate.

Per questo i suonatori biwa, i maggiori possessori di questo tesoro, sono due volte puniti: prima dalla tirannia dello shogun, che cerca di assoggettare questo patrimonio di parole ai propri bisogni politici, riducendo gli stessi a meri esecutori del suo potere…

…ma, soprattutto, sono vittime della spietata avidità del padre di Inu-oh, pronto a sacrificare il suo stesso figlio per ottenere il totale controllo su questa inestimabile ricchezza, da utilizzare per sfidare lo stesso governo in carica in una disperata ricerca di popolarità.

E la memoria si intreccia perfettamente con il perno della vicenda.

Identità

Tomona in una scena di Inu-oh (2021) di Masaaki Yuasa

L’identità è il cardine tematico di Inu-oh.

Entrambi i protagonisti sono accomunati da un’identità che li rende dei reietti sociali, ma si ritrovano proprio grazie alle loro comuni sfortune: Tomona è infatti l’unico che riesce a vedere la vera bellezza di Inu-oh, del tutto ignaro delle sua terribile deformazione.

La stessa si intreccia profondamente con le storie che i due scelgono di portare sul palco, che permettono gradualmente ad Inu-oh di liberarsi della sua maledizione, riacquistando ad ogni canzone un aspetto più umano

…ad eccezione del volto.

L'ultima maschera di Inu-oh in una scena di Inu-oh (2021) di Masaaki Yuasa

Dal secondo atto sul palco si avvicendano una serie di maschere, da entrambe le parti: costretto a dover celare il suo aspetto, Inu-oh si nasconde ogni volta dietro ad una nuova faccia, fino ad arrivare allo svelamento del suo vero volto, quando però ormai questo è stato sanato dalla sua ultima canzone.

E lo stesso Tomona vive una ricerca dell’identità costante sia nell’aspetto che nel nome: il passaggio del tempo è infatti scandito, oltre che dalle maschere di Inu-oh, dal progressivo cambio di aspetto del protagonista, che passa da essere un anonimo biwa a vestire sembianze più prettamente femminili e teatrali.

Tomona nel finale di Inu-oh (2021) di Masaaki Yuasa

Ma ancora più significativo è il cambio del nome: rimasto orfano, si sottomette prima al nominativo che lo rende succube dello shogun, per poi scegliere nuovamente di cambiarlo, allontanandosi dalla sua famiglia, e poi dal suo stesso amico da cui viene separato…

… finché il loro incontro non avviene a secoli di distanza, scandito dall’elemento che li aveva resi così affini:

la musica.

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The Tragedy of Macbeth – La consapevole fedeltà

The Tragedy of Macbeth (2021) è la prima opera da solista di Joel Coen, dopo l’ultimo film in compagnia con il fratello.

Il film è stato distribuito limitatamente in poche sale prima di approdare in streaming su Apple TV Plus.

Di cosa parla The Tragedy of Macbeth?

L’opera di Joel Coen riprende passo passo l’opera shakespeariana, pur con qualche cambiamento per renderla appetibile al medium.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere The Tragedy of Macbeth?

Assolutamente sì.

Per quanto non sia un film di facile fruizione, The Tragedy of Macbeth è un’opera sublime sia dal punto di vista registico sia di trasposizione, che, pur tenendo fede al testo shakespeariano sostanzialmente alla lettera, non manca di qualche cambiamento piuttosto indovinato.

In questo senso raramente ho visto un’opera cinematografica che riesce a rendere così propria un testo tanto complesso, riuscendo a muoversi con agilità con una regia disegnata intorno alla storia e un adattamento consapevole e così riuscito.

Insomma, non ve lo potete perdere.

Fedeltà

Denzel Washington e Bertie Carvel in una scena di The Tragedy of Macbeth (2021) è la prima opera da solista di Joel Coen

The Tragedy of Macbeth viaggia in due direzioni.

Da una parte, prendere l’opera shakespeariana e riportarne fedelmente le parole in scena, non volendo in alcun modo semplificare l’inglese poetico e arcaico, ricco di similitudini e metafore piuttosto ardite e non sempre immediate.

Dimostrazione che la prima opera da solista di Joel Coen è anche quella con cui potrebbe chiudere la sua carriera, tanta è la lucidità con cui è riuscito a portare in scena probabilmente il miglior Macbeth cinematografica del nuovo millennio.

Bertie Carvel in una scena di The Tragedy of Macbeth (2021) è la prima opera da solista di Joel Coen

Altrettanto suggestiva nel ricreare le atmosfere shakespeariane sono le scenografie, che fanno sembrare il film più un’opera teatrale che cinematografica, definita dai suoi spazi geometricamente perfetti, tagliati dalle lunghe ombre – fisiche e morali – che infestano gli spazi.

Ma, nondimeno, il regista si è preso le sue libertà.

Interpreti

Denzel Washington in una scena di The Tragedy of Macbeth (2021) è la prima opera da solista di Joel Coen

Un altro elemento che rende The Tragedy of Macbeth più teatrale che cinematografica è la scelta degli interpreti.

Nel teatro è molto comune scegliere interpreti che non rispecchino per forza la fisionomia dei personaggi che portano in scena – quindi, includendo anche attori di etnie diverse da quelle canoniche – ma dare più che altro spazio alle capacità attoriali del singolo.

Denzel Washington e Frances McDormand in una scena di The Tragedy of Macbeth (2021) è la prima opera da solista di Joel Coen

Proprio secondo questa idea, Joel Coen si è affidato alla bravura di un attore afroamericano, Danzel Washington, che è stato capace di portare in scena un climax caratteriale che parte da un Macbeth pensieroso prima dell’omicidio fino al turbato tiranno dell’ultimo atto.

E vi è un’intenzione precisa di includere attori anche più avanti con gli anni nella scelta della strepitosa Francis McDornan, che è riuscita a caricare della giusta drammaticità una delle figure più sanguinarie della letteratura europea, senza mai eccedere come altre prima di lei.

Ma non è l’unica differenza.

Adattare

Kathryn Hunter in una scena di The Tragedy of Macbeth (2021) è la prima opera da solista di Joel Coen

Nonostante The Tragedy of Macbeth sia volutamente fedele all’opera originale, non manca di prendersi qualche libertà.

La più significativa è sicuramente le figure delle streghe, riunite in un unico personaggio che in vari modi si triplica – affiancata da altre figure dal volto sconosciuto, specchiandosi nell’acqua, o semplicemente dialogando con figure fuori scena.

Una parte così complessa affidata ad un’attrice che sembra nata per il ruolo, capace di portare in scena un personaggio al limite dell’umano, grottesco e incomprensibile, caricato di una particolare espressività che la rende sempre più enigmatica.

Denzel Washington in una scena di The Tragedy of Macbeth (2021) è la prima opera da solista di Joel Coen

Altrettanto interessanti sono due momenti cardine dell’opera.

Anzitutto, l’arrivo del fantasma di Banquo, che nell’opera teatrale – anche per convenienza scenica – semplicemente si sedeva al posto di Macbeth al banchetto, mentre qui è un uccellaccio che il protagonista insegue convinto di vederci il suo vecchio amico.

Sempre seguendo la linea del sogno – e del delirio – Macbeth rincontra le streghe non davanti ad un calderone, ma in una stanza del palazzo che si riempie d’acqua, illudendolo con nuove profezie ed apparizioni.

Due scelte che raccontano molto bene la consapevolezza registica di non rimanere troppo vicino all’opera di partenza.

Ma c’è dell’altro.

Presagio

Alex Hassell in una scena di The Tragedy of Macbeth (2021) è la prima opera da solista di Joel Coen

Una delle scelte più peculiari dell’opera di Joel Coen è la figura di Ross.

Come nell’opera shakespeariana era un personaggio contorno, non più che un messaggero, nel film appare come un sottile macchinatore, che intriga alle spalle di tutti, persino dello stesso Macbeth, diventando persino il misterioso terzo assassino di Banquo.

Una scelta che caricare di un significato del tutto differente il finale: per Shakespeare la tragedia di Macbeth era una dolorosa parentesi a fronte di un futuro più felice sotto la dinastia discendente da Banquo – quella degli Stuart, al potere al tempo della pubblicazione dell’opera.

Al contrario, il fatto che Ross nasconda Fleance, il figlio di Banquo, per poi portarlo con sé verso orizzonti sconosciuti non rende il finale rassicurante, ma bensì inquietante, come andando a suggerire che un ulteriore inganno sta venendo tessuto nell’ombra…

…e un nuovo Macbeth potrebbe affacciarsi in futuro nella scena di Scozia.