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Backrooms – Un insostenibile balzo indietro

Backrooms (2026) di Kane Parsons è un horror ispirato all’omonimo creepy pasta.

A fronte di un budget molto contenuto – 10 milioni di dollari – si sta rivelando uno dei titoli economicamente più di successo della stagione.

Di cosa parla Backrooms?

Clark è il proprietario infelice di un negozio di mobili di scarso livello, che nasconde delle… stanze segrete.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Backrooms?

Dipende.

L’opera prima del regista statunitense può risultare indubbiamente suggestiva se quello che si cerca è limitato, appunto, a suggestioni derivate da una leggenda metropolitana certamente intrigante…

…ma che meritava di essere meglio contestualizzata all’interno di una narrativa che si prende fin troppe libertà nel suo vivere di una sottrazione tale da indebolire inevitabilmente l’intera struttura.

Incipit

Essendo che non sono così avvezza al genere e che ero reduce dalla visione di quel gioiello di Obsession (2025), l’incipit di Backrooms l’ho trovato ancora più deludente.

La pellicola si apre con l’introduzione del mistero e dell’orrore, facendo vagamente intendere una missione di immersione in questi luoghi proibiti e misteriosi, a cui si accompagna il racconto di una presenza che infesta dei luoghi già di per sé estremamente spaventosi.

Il problema è che non è niente di nuovo.

Per quanto Backrooms vorrebbe raccontarsi come un horror indipendente ed originale, in realtà fin da subito ripercorre le tappe del più classico e scontate, proseguendo nella presentazione dei protagonisti della storia, con una scena sicuramente suggestiva e piena di potenzialità…

…ma che è assolutamente insufficiente, da sola, per la valenza narrativa che troviamo nella conclusione del film.

E proprio questa mancanza è il maggior punto interrogativo di Backrooms.

Mancanza

Nella storia del cinema non mancano sicuramente esempi virtuosi di narrazione per sottrazione – un esempio recente è certamente Furiosa (2023).

Ma, per quanto Backrooms vorrebbe abbracciare questo tipo di narrativa, nel concreto finisce per perdersi in una narrazione del tutto insufficiente, che sembra proseguire ad enormi balzi, vivendo principalmente di suggestioni, ma mancando di snodi fondamentali della trama…

…mancanza che il film non ha la forza di sorreggere.

Infatti, per quanto sulla carta l’idea di Clark che si perde in questi luoghi della memoria distorta per riuscire a trovare soddisfazione della sua vita attuale sia abbastanza lampante, risulta incomprensibile come fosse considerabile funzionante l’idea di non mostrare la sua esplorazione – anzi perdita all’interno delle backrooms.

Soprattutto visto che la scena di confronto con Mary vorrebbe essere l’apice del suo arco involutivo, che aveva tutte le basi per funzionare in scena tramite l’ossessione del protagonista di essere la vittima designata di figure esterne che desideravano solamente il suo fallimento e derubarlo di ogni cosa.

E per il resto?

Orrore

Far realmente e visceralmente paura non è cosa da tutti.

Purtroppo, nel caso di Backrooms, il terrore emerge da una messinscena non particolarmente originale, che spaventa per i più classici orrori in agguato e i più ovvi jumpscare, riuscendo a risultare effettivamente vincente ed intrigante solo nei (pochi) momenti di tecnica found footage.

Purtroppo, le presenze incontrate non risultano di fatto veramente spaventose quando emergono dall’ombra: una volta portate alla luce, una volta spiegate, perdono gran parte del loro fascino orrorifico, tanto da sostenersi sulla base principalmente di jumpscare e, più in generale, di dinamiche di inseguimento piuttosto classiche.

Forse più interessante poteva risultare la parte della storia di Mary, le cui suggestioni dell’infanzia problematica con la madre indubbiamente richiamano quelle delle backrooms, ma che anche in quel caso, soprattutto a fronte del cambio improvviso di protagonista, risultano insufficienti per poter effettivamente funzionare.

In quest’ottica, appare possibilmente ancora più frustrante il finale della pellicola, che interrompe bruscamente la storia quando sembrava pronta a dargli un minimo di contesto, scegliendo di chiudersi con un’immagine indubbiamente suggestiva ed evocativa, ma che poco aggiunge alla narrazione complessiva.