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Exit 8 – Il labirinto mentale

Exit 8 (2025) è un horror psicologico diretto da Genki Kawamura, tratto dall’omonimo videogioco indie.

A fronte di un budget piccolissimo – meno di 2 milioni di dollari stimati – è stato un ottimo successo commerciale: 43 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla Exit 8?

Un giovane uomo sta percorrendo la sua normale strada per andare al lavoro… quando si trova intrappolato in un incubo di sua stessa fattura.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Exit 8?

Assolutamente sì.

Exit 8, oltre ad essere un ottimo thriller psicologico, indaga in maniera veramente interessante sulla rigidità della società giapponese, fatta di riti e di consuetudini fragili quanto intoccabili, definiti da una sostanziale indifferenza.

L’orrore si manifesta quindi su diversi livelli, creando una sorta di paradosso fra l’angosciante claustrofobia del labirinto e la realtà ancora più opprimente a cui ritornare, risultando vincente con pochi tocchi di messinscena di grande interesse.

Insomma, da vedere.

Bolla

L’uomo perso… è perso nella sua quotidianità.

Exit 8 si apre con un piccolo ma significativo spaccato della società giapponese, rappresentato da uno dei suoi luoghi più tipici: la metropolitana, dove è più facile violare l’inviolabile serenità del prossimo e dove ogni anomalia è più facilmente punita.

Un luogo dove il primo protagonista si obbliga effettivamente ad essere indifferente, per la sua incapacità di fare diversamente, per la sua mancanza di coraggio nell’essere proattivo e, di fatto, attivo nella sua stessa vita, proprio nel momento in cui è più chiamato ad esserlo.

E, proprio con questo incipit, si consuma il paradosso del loop.

Le regole del gioco sono, in altra maniera, le stesse regole sociali in cui il protagonista è costretto a vivere: seguire pedissequamente l’ordinarietà degli spazi, ma, proprio nel controllarla, scoprire le anomalie e, ignorandole, rendersi conto della propria indifferenza. 

Soprattutto perché le anomalie, essendo spesso un’esasperazione di realtà quotidiane – come il pianto del bambino rinchiuso negli armadietti o la misteriosa chiamata dell’ex fidanzata – che il protagonista si è costretto ad ignorare ma che, in questo contesto, lo rendono tanto più consapevole.

Per questo, l’uomo che cammina e il bambino sono tanto più significativi.

Inumano

L’uomo che cammina è una proiezione del protagonista?

Il passaggio da figura di sfondo, quasi parte del paesaggio, a protagonista della scena è sulle prime disorientante, ma si ricompone facilmente nella consapevolezza che tutti i personaggi, a loro modo, stanno giocando la stessa partita, anche se con esiti diversi.

Infatti molti sono gli indizi di quello che sarà, in ultimo, il suo destino: nel suo procedere nervoso, l’uomo che cammina pensa di essere arrivato all’uscita e di aver sconfitto il gioco, per poi ritrovarsi sgomento di nuovo al punto di partenza…

…dopo che la ragazza gli ha urlato in faccia un problema che non vuole comprendere.

Ed infatti l’uomo che cammina è convinto di uscire dal loop in cui era imprigionato, finendo invece per ritrovarvisi in maniera del tutto inconsapevole, diventando proprio parte del paesaggio, e perdendo, come ci racconta lo stesso protagonista, ogni suo tratto umano.

In questo senso, il bambino è la chiave.

Futuro

Il protagonista si trova ad un letterale bivio.

Nel suo iniziale e spregiudicato tentativo di essere passivo alla situazione, non può di fatto ignorare il messaggio dell’ex fidanzata e del bambino in arrivo, perdendosi proprio in quel momento nel loop, che diventa tanto più significativo proprio nell’incontro con il bambino, che inizialmente considera come un’anomalia…

…nella sua vita ripetitiva e statica e, di conseguenza, anche nel labirinto.

In questo senso, prendendo il bambino con sé, di fatto il protagonista percorre gli stessi iniziali passi dell’uomo che cammina, anche con dinamiche sceniche abbastanza similari – il modo in cui lo coinvolge nel gioco – ma, infine, sceglie diversamente, diversamente dal futuro che lo stesso bambino gli racconta.

In questo senso la conchiglia – di un hermit crab, niente di meno – è il primo nesso fra il presente del loop – del gioco e della vita – e il futuro che il protagonista può ancora scegliere per sé stesso, soprattutto quando smette di riconoscersi in quell’uomo disperso nella metro di inizio film, incapace di evadere la propria indifferenza.

Per questo il finale, nella sua semplicità e, per certi versi, prevedibilità, racconta come il protagonista riesca, infine, a non essere più passivo, ma proattivo…anche permettendosi di sbagliare: l’esitazione e il conseguente dubbio di come potrà intervenire in un’anomalia ci raccontano un eroe imperfetto…

…ma capace, infine, di fare il primo passo.