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Obsession – Il vero mostro

Obsession (2025) di Curry Barker è la prima uscita cinematografica del regista, già noto negli ambienti indie per il suo stile sconvolgente e terrorizzante.

A fronte di un budget minimo – meno di 1 milione di dollari – si sta rivelando probabilmente il più grande successo economico – e di pubblico – dell’anno.

Di cosa parla Obsession?

Bear è un ragazzo molto timido con un unico desiderio: conquistare la ragazza dei suoi sogni. Ma se non si sta attenti a cosa si desidera…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Obsession?

Assolutamente sì.

Obsession è la dimostrazione che il genere horror – soprattutto quello indipendente – ha ancora moltissimo da raccontare: un incontro inaspettato quanto vincente fra diversi generi, capace di creare una paura che non ha bisogno di trucchi scenici o jumpscare per spaventare, ma che è talmente pervasiva da rendere lo spettatore parte della scena.

Ne consegue una storia che comincia come una romcom piuttosto classica, ma che si avventura nel più profondo thriller e horror psicologico, facendosi forte della spettacolare espressività dell’attrice protagonista, che da sola riesce a rendere la pellicola probabilmente l’esperienza cinematografica più terrorizzante dell’anno.

Genere

Uno dei motivi per cui Obsession funziona così bene sul lato della paura è l’incontro fra i diversi generi.

A differenza di altri prodotti analoghi, che vogliono farti immediatamente immergere in un contesto orrorifico e fantastico, al contrario, la pellicola parte quasi come una romcom, con il protagonista che deve riuscire a dichiararsi alla ragazza dei suoi sogni, partendo quindi da un contesto verosimile…

…il cui sconvolgimento è tanto più drammatico.

Una scelta tanto più importante in quanto ci permette di metterci effettivamente nei panni del protagonista, per capirne la psicologia, affezionarci persino al suo piccolo dramma, così da riuscire ad assumerne costantemente il punto di vista, come se diventassimo noi stessi vittime della sua storia.

Così Bear, estremamente frustrato dalla sua incapacità di conquistare le simpatie di Nikki, si affida all’ultima arma a sua disposizione: un bastoncino magico su cui riversa il suo esacerbato desiderio di amore, cadendo inevitabilmente in una trappola di sua stessa fattura.

Ed è qui che Nikki comincia davvero a fare paura.

Paura

Riuscire a spaventare davvero lo spettatore, a portare in scena una paura pervasiva che ti entra sottopelle non è cosa da tutti.

Nel contesto di Obsession, la chiave sta proprio nella bravura dell’attrice nel cambiare improvvisamente espressione, nell’assumere quelle pose grottesche – per cui lo spettatore non sa se ridere o spaventarsi – ma anche nella capacità della regia nel rendere spesso la ragazza nient’altro che un’ombra…

…da cui emerge il biancore degli occhi vitrei e il suo enigmatico sorriso.

Ma, paradossalmente, finché Bear ama davvero Nikki ogni suo strambo comportamento va quasi in secondo piano: le prime fasi della loro relazione si consumano nella più totale tranquillità, in un montaggio che davvero potrebbe essere proprio dell’atto centrale di una commedia romantica.

E, forse, è proprio qui il punto del discorso.

Reale

Il comportamento di Nikki è davvero così irreale?

Al netto ovviamente degli eccessi orrorifici – soprattutto dell’ultimo atto, per cui bisogna fare un discorso a parte – la ragazza per certi versi assume comportamenti purtroppo tipici di una relazione di codipendenza, in cui il partner di turno si ossessiona così tanto per il suo compagno da annullarsi totalmente.

Ed è proprio nel momento in cui Bear smette effettivamente di amare Nikki allo stesso modo, la ragazza comincia a perdere il controllo, sia su se stessa che sul partner, dovendo sfogare in altro modo questo irrefrenabile bisogno non solo di amare, ma di avere la certezza di poter essere altrettanto amata.

E per raccontarci il suo orrore, Obsession non ha bisogno di particolari jumpscare o di altri trucchi scenici, forte di un’angoscia che ha ormai pervaso talmente tanto la mente del protagonista – e, conseguentemente, dello spettatore – da rendere anche solo la prospettiva di doversi interfacciare con Nikki un momento di puro terrore.

Ed è tanto più interessante che la pellicola lasci anche spazio al suo lato più drammatico, in cui il vero mostro è Bear stesso, che, per il suo egoismo e la sua scarsa attenzione, ha portato Nikki a perdere se stessa e a farla diventare ossessionata e violenta… ma mai verso Bear.

Una scelta determinante, arrivati al terzo atto.

Sporcare

Obsession gioca consapevolmente col genere, soprattutto nei suoi prodotti più commerciali…

…non riuscendo però ad evaderlo fino in fondo.

Come infatti la pellicola mantiene l’orrore tipico dei film delle possessioni sotto controllo, contestualizzato all’interno della suddetta componente realistica di cui sopra, che riesce a rendere la storia ben più credibile e vicina allo spettatore, nell’ultimo atto si avventura nel campo del body horror…

…rischiando di fare un passo falso.

Se, infatti, da un lato è scenicamente molto immediato assistere agli effetti della scelta di Bear che degenerano all’interno di un vortice di violenza senza freni, dando quindi anche un peso maggiore alla sua scelta di prendersene in toto la responsabilità…

…d’altro, questo gore così improvviso e  non retto da un retroterra narrativo e visivo abbastanza robusto rischia di sporcare inutilmente una pellicola che invece era compatta proprio all’interno della sua verosimiglianza, rischiando infine di rientrare nelle classiche dinamiche da sanguinoso terzo atto di molti prodotti analoghi.

Nondimeno, risulta coraggiosa la scelta di chiudere il film con un finale così drammatico, lasciandoci solo immaginare gli effetti a lungo termine della storia raccontata.

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2026 Drammatico Fantastico Film Musical Nuove Uscite Film

Mother Mary – Ricucire una ferita

Mother Mary (2026) di David Lowery è un dramma fantastico con protagoniste Anne Hathaway e Michaela Coel.

A fronte di un budget stimato di 20 milioni, si sta rivelando prevedibilmente un insuccesso commerciale.

Di cosa parla Mother Mary?

Mary e Sam si sono allontanati molto tempo fa per un litigio mai avvenuto, ma così profondo che…ricucire i rapporti non è per nulla semplice.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Mother Mary?

In generale, sì.

Se si conosce la filmografia di Lowery, appare chiaro che Mother Mary, a differenza di come potrebbe apparire ad una prima visione, è un film complessivamente onesto, che si fa forte di una simbologia fantastica molto immediata e di facile comprensione —  il modo in cui il regista è solito raccontare le sue storie.

La pesantezza della pellicola potrebbe tuttavia derivare dalla natura quasi da dramma da camera, per cui Mother Mary è sostanzialmente un dialogo continuo e serrato fra le sue protagoniste, con intermezzi di evasioni di flashback contaminate dall’elemento del fantastico e del simbolico.

Arrivo

Sam e Mary non sono mai state veramente divise.

Il breve monologo iniziale sembra quasi quello di una madre che parla ad un figlio non ancora nato, il cui cordone ombelicale non è ancora reciso: una suggestione lontana che la porta ad essere presente in una scena di cui non fa parte, ma di cui diventa inevitabilmente testimone.

Così Mary insegue la vecchia amica, la va quasi a stanare per costringerla a ricucire un rapporto nel modo in cui le ha per tanto tempo negato: dando concretezza al suo essere, a quel nugolo di sentimenti che la protagonista non riesce veramente ad esprimere…

…e non con le sue canzoni.

Ma l’ascolto della stessa è negato, perché racconta delle sensazioni che Sam non vuole più sentire, come un racconto indiretto di una storia da cui è stata esclusa contro la sua volontà.

Ma perché Mary ha scelto di allontanarla, seppur involontariamente?

Identità

L’identità di Mary era davvero sua?

L’angoscia della protagonista, soprattutto a fronte della sua evidente e spericolata ascesa, era di aver costruito un personaggio che non la rappresentava, ma creato su misura da Sam, tanto da spersonalizzarsi sempre più drammaticamente – come testimoniano i diversi abiti sempre più scandalosi che l’amica le ricorda aver indossato negli anni.

Ne consegue una sottile ma lancinante fuga, in cui Mary ha voluto – forse quasi inconsapevolmente – escludere Sam dal suo io, finendo per essere succube di stylist piuttosto mediocri – come spesso Sam le ricorda – che non hanno favorito la riacquisizione del sé tanto ricercata – anzi, tutto il contrario.

Le dinamiche in questo senso non sono del tutto esplicitate dalla pellicola, ma è evidente che si trattasse di più di un sentire di Sam, messa progressivamente alla porta fino a diventare non più protagonista – seppur indiretta – della scena, bensì semplice spettatrice di un trionfo che può avvenire anche senza la sua partecipazione.

Ed è a questo punto che la pellicola si avventura in un terreno pericolosissimo.

Fantasma

Si può serenamente affermare, arrivati a questo punto, che il cinema di David Lowery non può mai mancare dell’elemento soprannaturale.

Tuttavia, lo stesso, a differenza di altri registi, è in realtà di semplice lettura – soprattutto nel caso di Mother Mary.

La simbologia estremamente lineare racconta come Sam si sia liberata di un’angoscia interiore che l’infestava, emersa proprio nel momento in cui si è resa conto che la sua presenza nella vita di Mary non era più così necessaria, andando invece a tormentare la vita dell’amica persa.

In questo senso la simbologia si articola in due colori molto essenziali: l’oro – simbolo del tentativo di Mary di trovare una sua propria individualità, quindi costantemente ricercato ed indossato – ed il rosso – simbolo invece del rimorso, che cerca di fuggire ma che è costantemente presente, in maniera sempre più pressante e pervasiva.

Per questo la simbologia così immediata si risolve in due momenti: l’estrazione del fantasma dalle interiora – e l’interiorità – di Mary, e la conseguente trasformazione dello stesso in un nuovo punto di partenza, che riprende le fila del trascorso – personale ed artistico – della loro amicizia.

Ma, ancora più importante, è il momento in cui Mary, andando verso il palco, si spoglia di tutto quello che ha vissuto finora senza l’amica, dandole la possibilità di rivestirla di nuovi abiti e ricominciando a farle ascoltare la sua musica con una canzone dedicata solamente a lei…

…che suggella definitivamente la ricomposizione del loro rapporto.

  

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2026 Biopic Dramma familiare Drammatico Film Musical Nuove Uscite Film

Michael – Un focus molto ristretto

Michael (2026) di Antoine Fuqua è un biopic musicale dedicato alla storia di Michael Jackson.

Di cosa parla Michael?

La pellicola percorre la prima parte della vita dell’icona del pop: dalle sue primissime apparizioni sul palco fino all’emancipazione dalla figura paterna.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Michael?

Dipende.

Parlo partendo da una conoscenza molto superficiale della figura di Michael Jackson, che, purtroppo, il film non è stato in grado di approfondire in modo interessante e, soprattutto, credibile, finendo per idealizzare il suo protagonista in maniera davvero eccessiva.

E, se considerando i nomi coinvolti, poteva pure essere prevedibile, rimane comunque non giustificabile la totale superficialità della storia, che avrebbe potuto facilmente approfondire i lati più problematici della sua figura, pur inserendola all’interno di un’evoluzione del tutto positiva.

E se si considera che non si tratta neanche della fase più controversa della sua vita…

Oppressione

Michael si concentra quasi esclusivamente su un unico, fondamentale conflitto.

Il protagonista che, fin dalla più tenera infanzia, ha dovuto sottostare al giogo opprimente del padre, che pretendeva da lui una perfezione irraggiungibile e che, appena ne ha avuto l’occasione, ha cominciato a spremere ogni goccia del suo talento a proprio vantaggio.

E, accostando il talento naturale di Michael – che sembra emergere senza che sia richiesto alcun concreto sforzo da parte sua – si crea una precisa narrazione per cui il protagonista ci appare come l’ingiusta vittima della situazione, un prodigio strozzato dall’avidità del genitore.

Ma neanche questo aspetto è raccontato fino in fondo.

Michael sembra, per certi versi, muoversi nel perimetro della narrazione favolistica, in cui il protagonista è l’eroe buono e incompreso, e il padre è l’antagonista assoluto, che trama nell’ombra, mentre il resto del cast è composto da una serie di personaggi col medesimo ruolo: l’aiutante.

Non a caso sono proprio questi yes men a fare da eco ad un concetto che la pellicola ci tiene particolarmente a ribadire ad ogni occasione: il protagonista è un prodigio, è unico ed irripetibile…

…e il resto scompare.

Conflitto

Scegliendo di concentrarsi, almeno per ora, sulla parte meno problematica della vita di Michael Jackson, il film ha vita facile...

…eppure sembra tradirsi continuamente da solo.

Per quanto la pellicola voglia mettere al centro unicamente lo scontro col padre, sullo sfondo emergono altri elementi di conflitto, ma di altro tipo: Michael Jackson era un personaggio piuttosto peculiare, anzitutto per il suo rimanere ancorato alla sfera infantile ed il suo costante rincorrere una perfezione irraggiungibile.

Eppure, se Michael sembra costantemente un bambino troppo cresciuto e profondamente solo – oltre al suo staff e alla famiglia non sembra aver nessun altro intorno – se vediamo costantemente il suo aspetto mutare nel tempo per via della chirurgia plastica…

…progressivamente ogni potenziale problematizzazione del personaggio viene taciuta.

Una precisa scelta narrativa che fa sorgere una domanda…

Identità

Chi è Michael Jackson?

È indubbio che la figura di questo personaggio così rivoluzionario della storia della musica sia stata – a ragione o a torto – inquinata nel tempo da diverse accuse che, anche dopo la morte, non hanno mai veramente perso la loro efficacia, anzi sono fra gli elementi più citati fra i non appassionati.

E, per dare riscatto alla sua figura, la pellicola avrebbe potuto offrire uno sguardo più profondo e tridimensionale, affrontando i principali nodi della sua personalità e della sua persona – il suo “infantilismo” e la malattia – anche con una risoluzione totalmente positiva…

…ma almeno affrontandoli.

Invece Michael sceglie consapevolmente di lasciare tutto in secondo piano, volendo ripulire da ogni ombra la figura di Jackson, ma, al contempo, finendo per appiattirla, dal punto di vista personale ma anche – e soprattutto – dal punto di vista musicale.

Infatti, conoscendo così poco del profilo musicale di Jackson, a fine visione mi sono accorta di aver ottenuto pochissime e irrisorie informazioni al riguardo, tanto che, per certi versi, la sua iconicità musicale sembra nascere dal nulla…

…come se fosse già formata, non godendo di alcun retroterra narrativo che mi faccia effettivamente comprendere il suo percorso artistico.

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2026 Animazione Avventura Azione Fantasy Film Nuove Uscite Film

Super Mario Galaxy – Una bellissima vetrina

Super Mario Galaxy – Il film (2026) di Aaron Horvath e Michael Jelenic è il secondo capitolo della neonata saga cinematografica dedicata all’omonimo personaggio.

A fronte di un budget medio per un prodotto di animazione – 110 milioni di dollari – ha aperto ottimamente al primo weekend, prospettandosi uno dei titoli più vincenti della stagione.

Di cosa parla Super Mario Galaxy?

Dopo il primo capitolo, ormai Mario e Luigi vivono stabilmente nel regno dei funghi continuando ad essere degli…idraulici molto richiesti. Ma Bowser non è l’unica minaccia dell’universo…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Super Mario Galaxy?

Dipende.

Il problema di Super Mario Galaxy – Il film è il suo essere, paradossalmente, non un film: la pellicola è quanto più palesemente una vetrina per il brand, composta da diversi segmenti quasi autoconclusivi per ingoiare il pubblico più inesperto ed emozionare i fan più accaniti, soffrendo per questo di una debolezza narrativa piuttosto impattante.

Una debolezza che viene però compensata da una particolare attenzione nel rendere in maniera più interessante e diversificata l’esperienza di gioco sullo schermo, con diverse soluzioni visive estremamente creative e che possono concretamente essere una gioia per gli occhi per gli appassionati…

…a discapito di tutto il resto.

Pretesto

La trama di Super Mario Galaxy è intrinsecamente pretestuosa.

La pellicola si va ad incastrare in una delle più classiche trappole dei road movie: non rendere credibili i motivi per cui i personaggi si dividono o restano bloccati in determinate tappe del loro viaggio, rivelando una costante debolezza di fondo in questo senso.

Una fragilità che si nota soprattutto nella partenza della Principessa Peach, che non ha, di fatto, nessun motivo per volersi separare dai Super Mario Bros., ma ne ha invece moltissimi, a livello extra-narrativo, per scegliere di sdoppiare la narrazione su due linee differenti.

E il montaggio non aiuta…

Solitamente, quando si vogliono raccontare due o più storie insieme, la scelta di come incastrare le varie vicende è vitale per dare un buon ritmo alla narrazione, e creare l’illusione scenica che le due storie siano in realtà intersecate e contemporanee, finché non si uniscono effettivamente.

Al contrario, in Super Mario Galaxy le storie di Peach e dei due fratelli vivono separatamente come in scompartimenti stagni, che solo fortuitamente si incontrano infine in scena, come se non avessero entrambe abbastanza spazio per convivere, quasi forzate all’interno di un’alternanza piuttosto macchinosa…

…ma assolutamente funzionale al vero obbiettivo del film.

Vetrina

Come anticipato, Super Mario Galaxy non è un film.

È una vetrina.

La divisione così netta fra le diverse parti della storia e dei personaggi è dovuta ad una precisa scelta di concedere abbastanza spazio ai singoli segmenti di combattimento…che non sono altro che una trasposizione cinematografica di momenti del gioco, che lo spettatore può rivivere sul grande schermo.

E, forse paradossalmente, il film non è mai banale in questi momenti, anzi risulta particolarmente ispirato, trovando le più diverse soluzioni per portare in scena un platform che, per sua natura, nasce in un contesto bidimensionale – e che infatti è richiamato nella scena di “creazione” del percorso da parte di Bowser Junior.

E, ancora di più, queste scene raccontano un aspetto del gameplay che i giocatori conoscono molto bene: i punti più difficili del percorso che possono essere superati solamente con la giusta dose di astuzia e di tempismo – ben rappresentato dalla strategia di Mario per superare il muro di Thwomp.

Eppure, proprio per questa grande concentrazione sull’aspetto visivo, si perde tutto il resto.

Aleatorio

La maggior parte dei personaggi soffre una presenza piuttosto aleatoria e per nulla approfondita.

Questo aspetto va soprattutto a pesare sui personaggi nuovi, che non possono godere neanche di quel minimo di approfondimento concesso nella prima pellicola, in cui l’esempio più eclatante è sicuramente Joshi, simpatica aggiunta al team, ma che viene immediatamente assorbita dal gruppo, con appena un accenno di conflitto con Toad mai veramente esplorato.

Ma chi ne soffre di più è soprattutto Bowser.

Come il film inizialmente sembrava voler fare percorrere all’antagonista principale di Super Mario una parabola di redenzione – pur puntellata da accenni di malvagità ancora non del tutto sopita – la stessa vive unicamente in funzione della prosecuzione della trama per fare dividere Bowser dai due protagonisti…

…senza neanche permettergli quel minimo accenno di rimorso per cui bastavano davvero due righe di sceneggiatura, ma che si perdono invece in un riavvicinamento con il figlio e in una sconfitta che per la maggior parte avviene fuori scena – tanto da essere esplicitata solamente nella scena midcredit.

In maniera analoga, per quanto i dubbi della Principessa Peach fossero derivati dal precedente film, presentano un’evoluzione complessivamente piuttosto debole nei confronti di Rosalinda – dovuta in parte anche al pochissimo approfondimento concesso a quest’ultima…

…per una pellicola che, paradossalmente, avrebbe funzionato molto meglio come antologia di episodi autoconclusivi.

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2026 Dramma familiare Dramma romantico Dramma storico Drammatico Film

“Cime Tempestose” – Sottrarre

“Cime Tempestose” (2026) è una libera trasposizione dell’opera omonima di Emily Brontë per la regia di Emerald Fennell.

A fronte di un budget medio – 89 milioni di dollari – ha già quasi coperto le spese di produzione nel suo primo weekend.

Di cosa parla “Cime Tempestose”?

Catherine e Heathcliff sono cresciuti insieme…ma potranno vivere solo divisi.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere “Cime Tempestose”?

Dipende.

“Cime Tempestose” mira ad essere un prodotto estremamente trasversale, quasi popolare, andando a riscrivere un classico della letteratura inglese, una storia sostanzialmente di una vendetta violentissima e intergenerazionale, in un dramma romantico particolarmente tragico e anche sessualmente spinto.

Una scelta che, di per sé, non è illegittima, fintanto che si accetta il tipo di operazione a cui si sta andando incontro, scegliendo o meno di affrontare questa visione, evitando di avvelenarsi davanti ad un’opera che, purtroppo, non ha mai voluto essere nient’altro che quello che è.

Lettura

Per quanto il confronto con l’opera di partenza non debba essere per forza uno strumento critico, in questo caso lo stesso è utile per comprendere le intenzioni della regista.

La storia turbolenta fra Heathcliff e Catherine era nel romanzo estremamente stratificata, proprio nell’ottica di essere frutto di un ambiente sociale disfunzionale e classista.

Infatti i due protagonisti non potevano vivere serenamente il loro amore perché loro stessi erano succubi di un’emotività turbata e distruttiva, derivata prima da un contesto familiare violento e tossico, racchiuso specificatamente nella figura di Hanley, il fratello di Cathy, a tratti persino più malvagio dello stesso Heathcliff…

…e poi dallirrisolvibile posizione sociale di Heathcliff.

Infatti Heathcliff è costantemente punito per il suo essere uno zingaro – con una serie di epiteti e paragoni piuttosto coloriti – destando prima l’invidia del fratellastro – che lo considera indegno delle attenzioni del padre proprio per la sua condizione – e poi diventando lui stesso invidioso della condizione sociale privilegiata di Edgar, che ne rappresenta il perfetto contraltare.

In questo contesto, inevitabilmente – e nonostante il timido intervento di Nelly – il protagonista si incattivisce profondamente, presentando fin da subito comportamenti macchinatori e violenti, e coltiva un amore morboso nei confronti di Catherine, da lei ricambiato, proprio avallando dei suoi comportamenti, e peggiorando drasticamente le sue già chiare tendenze all’isteria e all’egomania.

Per questo eliminare – ed eliminare davvero del tutto – sia l’elemento razziale, sia quello più strettamente sociale è una scelta importante…

…che lascia un vuoto.

Vuoto

Nel caso di “Cime tempestose”, il marketing è molto più rivelatorio di quanto si potrebbe pensare.

Un film confezionato su misura per uno specifico target – adolescenti e preadolescenti – ma che, a differenza di altri prodotti analoghi, ha trovato terreno fertile nella specifica lettura della regista stessa, che si può ben riassumere all’interno della frase utilizzata durante la campagna promozionale:

Basato sulla più grande storia d’amore di tutti i tempi.

Una lettura sicuramente legittima, che sulla carta vorrebbe dare maggior risalto alla componente romantica e sentimentale presente nel romanzo originale, andando quindi a smorzare – o, in questo caso, ad eliminare completamente – la componente politica e il conseguente elemento violento che produceva – di fatto, vero protagonista della storia.

La scelta più importante è sicuramente il riscrivere uno dei personaggi più controversi della storia della letteratura in una luce sfacciatamente positiva, raccontando Heathcliff come un buon selvaggio, un emarginato sociale che compie qualche azione malvagia, ma rimandano di fatto una vittima di buon cuore.

Nello specifico, questa tendenza appare particolarmente lampante nell’esclusione di Hanley, personaggio che funzionava anche come rappresentazione plastica degli effetti della sottile cattiveria macchinatrice del protagonista maschile, e degli esiti delle sue terribili vendette.

Ne consegue che il rapporto con Cathy, ragazzina capricciosa e profondamente egoista – che riesce complessivamente ben a ricalcare, pur in chiave minore, la sua controparte cartacea – sia di protezione dal padre violento – personaggio che assorbe dentro di sé la figura del più violento fratello letterario.

D’altra parte non si può rimanere indifferenti all’idea che una riscrittura, soprattutto di un’opera così importante, può agire sicuramente per sottrazione ma, per essere di qualche interesse, dovrebbe anche essere capace di aggiungere, in un certo senso, colmare quel vuoto che eliminare elementi narrativi così fondamentali potrebbe portare.

Ma è l’intento che manca.

Struttura

Cosa aggiunge “Cime Tempestose” alla sua controparte letteraria?

In realtà, nella sua riscrittura, la regista sembra in un certo senso vivere di echi di qualcosa che ha voluto sopprimere.

Il rincontro con Heathcliff nell’atto centrale contiene al suo interno due elementi che sembrano fuori posto: la minacciata vendetta contro la donna amata e le illazioni nei suoi confronti da parte di Catherine verso Isabella, che la ammonisce dicendole come il suo amante la schiaccerebbe come un uovo di rondine.

Elementi che mal si inseriscono all’interno del racconto del protagonista maschile nel primo atto come sostanzialmente salvatore di Catherine, suo amante tradito – ma mai in un contesto veramente vendicativo – e che viene totalmente smorzato dall’interno del successivo montaggio dei protagonisti che vivono intensamente le loro passioni proibite.

Allo stesso modo, quella che dovrebbe essere l’effettiva vendetta di Heathcliff – il matrimonio di Isabella – in realtà lo rende quasi immediatamente vittima della sua nuova moglie, che lo umilia per il suo analfabetismo e che infine lo asseconda nella sua faida, soddisfando i suoi più repressi desideri sessuali.

Tuttavia è una vendetta molto blanda, che facilmente si incasella invece nella narrazione ricercata dell’amore tormentato, ridotta ad una serie di lettere provocatorie che Catherine non leggerà mai, ma che vanno nuovamente a confermare il racconto dell’amore tragico e impossibile.

Per questo  “Cime Tempestose” risulta, in ultima analisi, non una riscrittura, ma una banalizzazione: toglie ai personaggi – da ricordare anche l’evanescenza di Edgar, nel libro contraltare significativo di Heathcliff, nel film figurina sullo sfondo – e non aggiunge di fatto niente agli stessi…

…facendoli vivere di evocazioni, suggestioni, privandoli di un retroterra narrativo significativo, di una struttura caratterizzante, e rinchiudendoli nel guscio vuoto e puramente estetico, con molte idee sulla carta – come la peculiare scelta dei costumi – ma, concretamente, una resa piuttosto fragile priva di significato.

In altre parole, una storia d’amore già vista fin troppe volte.

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2026 Dramma familiare Dramma romantico Dramma storico Drammatico Film Film sportivo

Marty Supreme – Una storia di sconfitta

Marty Supreme (2025) di Josh Safdie è un biopic sportivo con protagonista Timothée Chalamet, basato sulla vera storia del tennistavolista Marty Reisman.

A fronte di un budget medio – circa 70 milioni di dollari – è stato nel complesso un buon successo commerciale: quasi 150 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla Marty Supreme?

Marty non ha un sogno, ma un obiettivo: essere un vincitore. Ma le possibilità di vittoria sono meno concrete di quanto possa pensare…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Marty Supreme?

Assolutamente sì.

Marty Supreme riesce a raccontare una storia tipica e atipica insieme: se sulle prime coinvolge lo spettatore nella più classica ascesa di un futuro campione, già nel secondo atto si frammenta in un racconto ben più profondo e sentito sull’illusione del sogno americano.

Ne consegue un’opera di grande spessore narrativo e artistico, che travolge con i suoi ritmi frenetici, il suo montaggio sfrenato e i continui primissimi piani che ci immergono nell’emotività e nella follia impetuosa dei suoi personaggi.

Normale

Marty non vuole essere normale.

La prima apparizione del protagonista è anche un sunto della sua persona: ottimamente inserito all’interno di un panorama sociale – il negozio di scarpe – da cui non si sente rappresentato, e in cerca di una doverosa via di fuga, sempre nelle retrovie, sempre con inganni improvvisati – e facilmente fallimentari.

Non a caso, il suo personaggio ruota intorno ad una fuga costante, all’essere  braccato da personaggi che tendenzialmente vogliono punirlo per il suo bene, per rimetterlo in riga e fargli dimenticare il suo scapestrato sogno di successo.

Per questo, il ping-pong non è altro che un pretesto.

Un aspetto particolarmente evidente all’interno di un racconto che comincia già con un punto di arrivo – la potenziale vittoria ai British Open – e che quindi evade fin da subito il racconto classico del genere – solitamente composto da uno spericolato climax ascendente, seguito da una battuta di arresto e una conclusione tipicamente risolutiva.

In questo senso Marty Supreme assomiglia di più ad un ribelle Tonya (2022), ma è ancora più sfacciato nel farci dimenticare facilmente e rapidamente del ping-pong.

Il vero tema, in altri termini, è l’illusione di un successo dovuto.

Successo

Marty deve avere successo.

Il protagonista è come se avesse già scritto la sua storia a discapito di tutto il resto

…e di tutti gli altri.

Non manca mai un momento in cui Marty promette un successo che è quasi dovuto, figlio di un’euforia crescente negli Stati Uniti del Secondo Dopoguerra, in cui tutte le porte sono aperte, il cui l’affermazione del sé deve essere conquistata, a prescindere dai danni di percorso – assolutamente secondari rispetto al successo dirompente a cui porteranno.

In quest’ottica il protagonista si lascia alle spalle una scia di disastri – il pranzo non pagato all’hotel, il cuore spezzato di Rachel, il furto al negozio – che progressivamente vengono a chiedergli il conto in maniera sempre più insistente, nonostante all’inizio sembri che Marty ne sia uscito effettivamente vincente.

Ma ogni vittoria ha il suo contraltare.

Così, se l’insistenza e la performance sfacciata gli fanno ottenere una notte con Kay, un accordo con Rockwell e un mucchio di soldi con la truffa alla sala da bowling, gli portano anche un’amante delusa e che si dimentica facilmente di lui, un’umiliazione pubblica e un cane perso…

…e una generale sequela di insuccessi.

Ma non tutti gli insuccessi sono di egual portata.

Svantaggio

Consapevolmente o meno, Marty parte da una posizione di svantaggio.

I due personaggi con cui si deve scontrare più chiaramente sono Kay e Dion che, per la loro condizione di partenza, possono permettersi di sbagliare.

Se infatti Dion è un giovane artista disoccupato che può permettersi di creare – e distruggere – le folli ambizioni di Marty, potendo contare sulla protezione del padre – che comunque lo considera un mediocre – l’infelicità di Kay viene ripagata da uno spettacolo costruito – e pagato – sulla sua persona da un marito assente e disinteressato…

…potendo permettersi di fallire e di contare comunque sul sostegno di tutti.

Marty, invece, può solo vincere.

Particolarmente significativa in questo senso è la fine del secondo atto, quando il protagonista è ormai pronto per realizzare il suo sogno in Giappone, e racconta il suo successo ai suoi amici della bisca, che si congratulano con lui, del tutto ignari del doloroso prezzo che ha dovuto pagare.

Non a caso, uno dei tanti conti da saldare arriva proprio in quel momento: Mishkin, il motore che ha permesso la trama truffaldina protagonista – con tutte le sue ripercussioni – del secondo atto, e che porta Marty, in un modo o nell’altro, a raggiungere…il suo obbiettivo?

Briciole

Marty ha vinto?

Il terzo atto ci lascia col fiato sospeso fino all’ultimo, mostrandoci un Marty tenuto al guinzaglio da un Rockwell – e da un sistema – che vuole emarginarlo, confinarlo nell’angolo dei buffoni, di chi non ce l’ha veramente fatta, di chi può solo vivere all’ombra dei personaggi realmente meritevoli di attenzione.

Non a caso, in questo contesto Endo è il protagonista che ci aspetteremmo – e che Giappone e Stati Uniti in egual modo vorrebbero in campo: un assiduo lavoratore che ha scoperto quasi per caso la sua bravura, che ha portato lustro al suo paese con una vittoria senza alcun tipo di scorrettezza o secondo fine.

E sembra solo naturale che Marty venga ulteriormente battuto, e conseguentemente umiliato, dal campione in carica…

…e invece non ci sta.

La successiva partita è davvero quella decisiva…ma non rappresenta una vera vittoria: Marty, nel concreto, ottiene solo una piccola, insignificante rivincita personale, dimostra a sé stesso che può farcela, ma rimane al contempo scornato, abbandonato e costretto a tornare in patria con mezzi di fortuna.

Ne consegue un finale ambiguo, in cui Marty sembra effettivamente tornare sui suoi passi, emozionarsi genuinamente – forse anche di più della sua vittoria sportiva – per il figlio appena nato, dopo aver passato tutta la pellicola a mettere ogni cosa – e, soprattutto, persona – in secondo piano rispetto al suo ego.

In altri termini, l’emozione di Marty davanti al figlio appena nato potrebbe non essere una semplice e commovente immagine di un giovane padre, ma piuttosto la visione di un futuro possibile, ancora da scrivere, che sembrava fino a quel momento precluso e continuamente negato.

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2026 Avventura Drammatico Fantascienza Film Nuove Uscite Film

28 Anni Dopo – Il tempio delle ossa – Una visione duale

28 anni dopo – Il tempio delle ossa (2026) di Nia DaCosta è il sequel del rilancio della saga cinematografica creata da Danny Boyle.

È difficile fare una stima dei ricavi, in quanto sia 28 anni dopo (2025) sia il suo sequel sono stati girati insieme: nel complesso, ha guadagnato 58 milioni di dollari.

Di cosa parla 28 Anni Dopo – Il tempio delle ossa?

Dopo le alterne avventure del primo capitolo, il giovane Spike si trova coinvolto in una gang… piuttosto particolare.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere 28 Anni Dopo – Il tempio delle ossa?

Assolutamente sì.

Per quanto Nia DaCosta non riesca, ovviamente, a raggiungere le vette registiche di Boyle col precedente capitolo, nondimeno risulta vincente nell’imprimere la sua impronta artistica, pur in maniera più sottile, preferendo abbracciare la scena piuttosto che farla esplodere.

Al contempo, 28 Anni Dopo – Il tempio delle ossa funziona molto bene sia come capitolo mediano, sia per dare una chiusura tematica e narrativa a personaggi precedentemente introdotti, fungendo sia come pellicola conclusiva che come punto di partenza per un eventuale sequel.

Insomma, da vedere.

Dio

Jimmy è un dio?

Certamente un dio particolarmente indifferente, che vive unicamente per riempire la sua mano di dita pronte ad essere la sua naturale estensione, tanto da riprenderne direttamente il nome e, in parte, l’aspetto, snaturandosi di ogni tipo di personalità propria.

E, infatti, morto un Jimmy, se ne fa un altro.

Per quanto il figlio naturale di Old Nick avrebbe potuto salvare una delle sue dita, preferisce che la stessa faccia il suo naturale corso, scomparendo sotto ai colpi del giovane quanto astuto Spike, che viene suo malgrado inglobato all’interno di quella che si può tranquillamente definire una setta…

…nata da un inevitabile bisogno umano: fare gruppo.

Primitivo

Se nel primo capitolo il bisogno primitivo del maschio dominante – Jaimie – era l’essere l’eroe della storia in senso fisico…

…per Jimmy è un bisogno tutto morale, quasi religioso.

Probabilmente la diagnosi del Dr. Kelson sarebbe che Jimmy soffre di schizofrenia, o di un’altra condizione mentale, per cui è tormentato da voci che gli comandano di compiere gli atti più efferati, che lui associa ad una sorta di coscienza divina che lo guida in un mondo afflitto dal puro caos.

Ma non c’è menzogna nelle convinzioni di Jimmy, bensì una vivace testardaggine nel voler riscrivere il mondo intorno alla sua persona, scaturita da quell’orrenda immagine del padre che si consegna al presunto piano apocalittico del suo dio per essere divorato dall’onda di infetti.

E tanto più l’atto di purificazione è doloroso e efferato, tanto più si confà al mondo della violenza che circonda Jimmy e gli altri personaggi, che riscoprono, a livelli diversi, il piacere della brutalità libera e spietata – che ha la sua massima espressione in Jimmima, unica fra i Jimmy ad avere un nome proprio, per quanto derivativo.

E, in questo contesto, il Dr. Kelson è il perfetto contraltare.

Visione

Il Dr. Kelson si attarda serenamente in una visione del mondo ormai compiuta.

L’anziano dottore, infatti, non può che smussare gli angoli di una realtà che sembra ormai impossibile da salvare, riuscendo temporaneamente ad addomesticare l’alpha Sansone, massima espressione di quel mondo ormai fuori controllo, quasi una naturale evoluzione dello stesso.

Eppure, proprio quando Kelson sembrava ormai pronto a concedere la pace eterna al suo nuovo amico, lo stesso gli offre la chiave per comprendere davvero la natura dell’infezione e come la stessa non ci snaturi, ma semplicemente ci annebbi la mente, tanto da farci vedere il mondo intorno a noi come una realtà da fare a pezzi.

Per questo è tanto più interessante vedere la progressiva presa di coscienza di Sansone, che comincia a vedere il mondo intorno a sé non attraverso gli occhi della malattia, ma bensì del ricordo: il panorama naturale sfreccia davanti al suo sguardo attonito, e in un momento torna ad essere un giovane ragazzo seduto sul treno insieme alla sua famiglia.

Particolarmente azzeccata in questo senso la scena in cui il personaggio mescola il ricordo col presente, tanto da rispondere quasi automaticamente all’approccio di uno degli altri infetti, per poi tornare allo stato primordiale di violenza… ma questa volta non per distruggere, bensì per difendersi.

E il suo paradosso si consuma nel finale.

Incontro

L’incontro fra il Dr. Kelson e Jimmy segna un punto di arrivo fondamentale.

Istigato da un personaggio potenzialmente pure più ossessionato dalla figura di Old Nick di lui – Kelli – Jimmy si avventura nel tempio delle ossa pensando di incontrare finalmente il proprio padre spirituale, scontrandosi invece con una visione del mondo contraria alla propria, che lo costringe a razionalizzare le proprie credenze.

Ed è proprio questa scintilla di razionalità, che dovrebbe portare Jimmy a comprendere la limitatezza delle sue vedute, che invece lo rende ancora più ossessivo nella sua missione divina, resosi comprensibilmente conto di quanto, in mancanza della stessa, la sua esistenza sarebbe ben più miserabile.

A questo punto il racconto sfocia sostanzialmente nel grottesco, alimentato dallo stesso Dr. Kelson, che assume realmente i panni di Old Nick, come voluto da Jimmy, facendosi portavoce della sua esacerbata egomania… ma anche rivoltandogli contro la sua stessa fede per salvare Spike.

E così la chiusura di entrambe le prospettive – quella più razionale del Dr. Kelson e quella invasata di Jimmy – apre le porte ad una più cauta prospettiva positiva, incarnata da Spike e Kelli, che si lasciano alle spalle entrambi – e anche Sansone rinato, che Jimmy vede paradossalmente come il demonio…

…per riconnettersi con le radici della saga e, si spera, con un potenziale terzo capitolo conclusivo.