Categorie
2026 Avventura Cinecomic DCU Dramma familiare Drammatico Fantascienza Film

Supergirl – Un sapore amaro

Supergirl (2026) di Craig Gillespie è il secondo film del neonato DC Universe, inaugurato appena un anno prima da Superman (2025).

A fronte di un budget medio per questo tipo di produzioni, ha aperto in maniera a dir poco disastrosa al primo weekend.

Di cosa parla Supergirl?

Kara (Supergirl) e Clark (Superman) non potrebbero essere più diversi, ma entrambi sono alla ricerca di un posto da chiamare casa. Ma per la cugina il percorso sarà ben più tortuoso e tormentato…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Supergirl?

In generale, sì.

Supergirl è nel complesso un prodotto piacevole, che si guarda volentieri, con una struttura narrativa a tappe che nel complesso funziona, pur mancando sostanzialmente di qualsiasi originalità e di guizzo che ci si aspetterebbe da un macroprogetto così importante.

Forse, se fosse uscito in un altro contesto, avrebbe avuto un’accoglienza molto diversa, in parte guastata dal successo di pubblico del film precedente e dalla grande aspettativa pluriennale che questo universo si porta dietro.

Potenza

Il principale nodo di Supergirl risiede nella sua protagonista.

Il personaggio di Milly Alcock si posiziona pericolosamente sul precipizio di una Mary Sue che deve ancora scoprire di esserlo, col rischio di abbracciare i modelli maschili in maniera ben poco ispirata ed incredibilmente banale – in altre parole, un’altra Captain Marvel.

E invece Kara riesce a sorprenderci, caricando il suo personaggio di un realismo che sulle prime appare sostanzialmente comico, ma che assume delle tinte inevitabilmente drammatiche quando viene contestualizzato nel racconto del suo passato – elemento complessivamente ben inserito all’interno della narrazione.

Ed infatti è in questo aspetto così indovinato che si sospetta la maggiore presenza della mano di James Gunn: Supergirl è il perfetto contraltare di Superman, potendo godere, a differenza del cugino, del privilegio di aver conosciuto la sua famiglia, ma anche del dramma di averla persa in giovane età…

…e di essere costretta ad un pianeta che non riconosce come proprio.

Ma se tanta ricercatezza non dialoga efficacemente con la scena…

Pretestuosa

I personaggi intorno a Supergirl vivono totalmente in sua funzione…

…e non sarebbe di per sé un malus, se non fosse che finiscono, alla lunga, per diventare quasi pretestuosi, financo macchiettistici.

L’elemento di dialogo principale – in un contesto in cui ovviamente la protagonista non può raccontarsi storie che conosce già ed è altresì necessario un minimo di variazione nella gestione dei flashback – è sicuramente Ruthye, uno specchio in cui Kara vede sé stessa in potenza, non volendo farla ricadere nei suoi stessi errori…

…ma mancando della stessa profondità.

Ruthye è, in ultima analisi, un personaggio estremamente abbozzato, che non compie mai il passo necessario per raccontarsi effettivamente in modo interessante – nonostante ce ne fossero tutti i presupposti – diventando l’eco di molti giovani personaggi degli Anni Novanta, testardi e, alla lunga, insopportabili.

In altre parole, un Anakin di Episodio I, ma leggermente meno irritante.

E l’antagonista?

Ruolo

Krem è, se possibile, pure più pretestuoso.

Il suo personaggio, nonostante l’attore ci abbia messo molto del suo per farlo parlare in scena, è un antagonista come tanti, che ha l’unica funzione di essere il motore della storia ed il motivo per cui la protagonista decide di mettersi in gioco, offrendo effettivamente uno spunto significativo – Krypto – per raccontare la sua storia.

Per questo, per molti versi, Krem potrebbe essere sostituito da uno qualsiasi dei tanti antagonisti della Marvel delle prime fasi, non apportando nessun contributo significativo alla storia, ma anzi perdendosi in un racconto che per molti versi appare estremamente derivativo – sono diverse le occasioni in cui sembra di stare vedendo Mad Max: Fury Road (2015).

In ultima analisi, il problema di Supergirl non è tanto essere un film piatto di per sé: nella composizione di un multiverso cinematografico come quello che Gunn sta cercando di creare è inevitabile la presenza di prodotti minori, ma che complessivamente – come in questo caso – dialogano in maniera efficace con il resto dei prodotti.

Ma Supergirl arriva un anno dopo un Superman che sembrava davvero poter essere un punto di partenza straordinario e fuori dagli schemi per una nuova DC, caduta negli anni in disgrazia sotto i colpi di prodotti sconclusionati e poco coerenti, ora pronta a sfidare l’altra major – e gli incassi in questo senso di Superman rispetto a Fantastici 4 parlano da soli.

Ma, proprio per questo, vedere in questa fase un prodotto al più gradevole, ma incapace di emergere, non lascia un buon sapore in bocca…

Categorie
Avventura Cinecomic DCU Dramma familiare Dramma romantico Drammatico Fantascienza Fantastici 4 Film MCU

I Fantastici 4 – Respira, inspira

I Fantastici 4 (2005) di Tim Story è il più noto prodotto dedicato al quartetto supereroistico del nuovo millennio. 

A fronte di un budget medio per un cinecomic di quel periodo – 100 milioni di dollari – è stato un ottimo successo commerciale: 333 milioni di dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla Fantastici 4?

Quattro amici dai caratteri molto diversi partono all’avventura nello spazio. Ma forse le conseguenze non saranno delle più felici…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere I Fantastici 4?

In generale, sì.

Negli anni ho sentito pareri anche estremamente negativi riguardo a questa pellicola – e al suo sequel – forse anche perché, al confronto con altri prodotti superoistici più o meno contemporanei – come Spider Man (2002) e Batman Begins (2005) – effettivamente tendeva a sfigurare.

Eppure, a diversi anni di distanza, ho trovato la versione del quartetto di Tim Story una visione complessivamente piacevole, assolutamente da inquadrare nel periodo d’uscita, ma anche vincente nella costruzione dei personaggi in scena.

Insomma, dategli un’occasione.

Fondamenta

Un grande valore de I Fantastici 4 è il respiro che lascia ai suoi personaggi.

Il primo atto della pellicola è tutto dedicato alla presentazione dei protagonisti e delle loro tensioni, particolarmente quelle del terzetto Richards – Storm – Von Doom, di cui l’infelice passato dei primi due si riflette nell’invidia presente di Victor.

A lati emergono non meno importanti le figure di Grimm e Johnny Storm, totalmente opposti nei loro caratteri – e infatti principali protagonisti degli scontri interni alla pellicola – perfettamente inquadrati proprio quando la missione che gli cambierà la vita è ormai alle porte.

E proprio qui si pone uno snodo fondamentale.

Taglio

Con uno sguardo più contemporaneo – come ben racconterà il successivo Fantastic 4 (2015) – non era semplice rendere in maniera digeribile l’acquisizione dei poteri dei protagonisti.

La stessa avviene all’interno di un contesto prettamente umoristico, in cui le scoperte più felici di Sue e Reed – chiudendo un occhio davanti alla inutile sessualizzazione di Jessica Alba – che hanno il loro apice comico intorno alla figura di Johnny Storm e la sua divertita scoperta dei poteri.

Ben più drammatica è invece la realizzazione della Cosa, anticipata dallo scherzo di Johnny ai danni di Ben nel letto di ospedale, ma caricata di una quasi inaspettata drammaticità nel goffo e disperato tentativo del personaggio di ricongiungersi con la moglie, ultimo atto dell’effettiva rivelazione del gruppo.

E l’atto centrale ha toni alterni.

Evoluzione

La fase di transazione del film parla di evoluzione…

…ma anche di involuzione.

Ed entrambe si incontrano nei differenti percorsi dei personaggi.

Da una parte troviamo la neonata squadra costretta in un solo luogo, vivendo con la promessa di potersi liberare da una nuova condizione, con spinte interne molto diverse: dal profondo desiderio di liberazione – La Cosa – alla volontà di abbracciare questa nuova, ideale identità – La Torcia.

In questo frangente particolarmente significativa è l’evoluzione del rapporto fra Sue e Reed, che riescono finalmente a rincontrarsi in un frangente in cui il secondo riesce infine a metterla al primo posto nella propria vita, prendendosi un momento per reincontrarsi e riscoprirsi.

Ma questo stesso percorso è la causa dell’involuzione per Victor.

Dopo l’incidente, Von Doom crolla in un vortice distruttivo in cui vede l’oggetto del desiderio – Sue – scivolargli dalle dita, esplodendo di rabbia e di invidia verso una situazione verso cui non ha più il controllo, e da cui rimane inevitabilmente escluso.

Da questo punto di vista, il racconto della follia di Victor è ben rappresentato dal percorso di perdita della propria identità, nel suo continuo confrontarsi con il suo riflesso – forte anche dell’ottimo phisique du role di Julian McMahon – fino a  rinchiudersi totalmente nella nuova identità di Doctor Doom.

Per questo, il finale è così significativo.

Arrivo

Un grande problema dei film supereroistici è il ruolo del villain.

Spesso lo stesso non è che una prova finale del protagonista, financo semplicemente una chiusura di pellicola per garantire al prodotto l’elemento spettacolare e drammatico – ne è un fulgido esempio Thor: Ragnarok (2016), dove Clea rimane totalmente distaccata dal protagonista per buona parte del film.

Ed è una scelta piuttosto pigra – e piuttosto tipica di molti film MCU successivi – per non togliere importanza al protagonista, ma finendo così per privare del giusto peso il villain in questione, che diventa quasi un banale ostacolo nel percorso dell’eroe – e nulla di più.

Al contrario, il Von Doom di questa pellicola vive in funzione dei protagonisti e la sua involuzione, come detto, è strettamente correlata all’evoluzione degli stessi, tanto che il suo piano parte proprio dalla volontà di distruggere internamente un gruppo già di per sé molto fragile.

Per questo, nonostante lo scontro finale non sia particolarmente originale e degno di nota, rimane fondamentale per raccontare il punto di arrivo di un gruppo di personaggi che, a differenza di Doom, non cadono vittima del proprio egoismo e delle proprie invidie interne.

I Fantastici 4 e Silver Surfer

Il sequel, purtroppo, perde gran parte del mordente del primo.

Anzi, è forse ancora più grave perché fallisce dove il primo era risultato particolarmente vincente.

Infatti la pellicola si apre con un contrasto interno semplice ma complessivamente efficace, in cui Sue si trova ancora una volta in contrasto con Reed per la sua ossessione per il lavoro e per il voler salvare il mondo, finendo più volte per rimandare il loro matrimonio, non sembrando così veramente intenzionato ad una vita insieme.

Lo stesso, soprattutto nella decisione egoistica di Reed di rinunciare al suo ruolo di eroe, potevano intrecciarsi perfettamente al dramma di Silver Surfer, che rimane un’incomprensibile minaccia in agguato abbastanza a lungo per creare tensione, ma venendo gestito fin troppo sbrigativamente per risultare infine interessante.

Infatti sembra che bastino solo le parole di Sue per poter convincere il personaggio a ritornare sui suoi passi, con la medesima velocità con cui Reed fa un passo indietro rispetto alla sua decisione di cambiare vita – dramma che sembrava essersi sostanzialmente dimenticato da un certo punto della pellicola in poi.

Una passo falso che purtroppo ha tagliato le gambe ad una narrazione che nel suo piccolo poteva dare molto, ma che infine, insieme ad altre scelte infelici – come il fumoso character design di un personaggio così iconico come Galactus – è risultata ben poco soddisfacente anche negli stessi incassi.

Categorie
2025 Avventura Cinecomic Comico DCU Dramma familiare Dramma romantico Drammatico Fantascienza Fantastico Film Nuove Uscite Film Racconto di formazione Superman

Superman – Ancora più in alto

Superman (2025) di James Gunn è una delle più grandi scommesse cinematografiche e produttive degli ultimi anni: sfidare un colosso come la Marvel al suo stesso gioco.

A fronte di un budget piuttosto impegnativo – 225 milioni di dollari – ha aperto molto bene nella prima settimana, riuscendo già quasi a pareggiare i costi produttivi.

Di cosa parla Superman?

Come può un superumano che vuole solo il bene e la giustizia scontrarsi con una società interessata solo al profitto e all’immagine pubblica? Con qualche difficoltà…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Superman?

David Corenswet (Superman) e Krypto in una scena di Superman (2025) di James Gunn

Assolutamente sì.

Gunn si è posto una sfida via via sempre più difficile, riuscendola a superare brillantemente in ogni sua parte, forte di una profonda consapevolezza del mercato attuale e dell’evoluzione del genere negli ultimi decenni, vincendo, in in certo senso, dove The Boys ha più volte fallito.

E così, come il suo Superman prende le mosse da nientedimeno che il classico del ’78, ereditandone la capacità di equilibrare i toni più fumettosi – e, per certi versi, ormai tipici di Gunn – riesce a rendersi attuale in un contesto geopolitico anche fin troppo reale, che quasi spaventa nella sua puntualità e potenza.

Insomma, non ve lo potete perdere.

Medias res

David Corenswet (Superman) in una scena di Superman (2025) di James Gunn

Se Gunn non aveva già una sfida abbastanza ardua nel riportare l’Azzurrone al cinema dopo gli scempi di snyderiana memoria...

…se n’è posto uno ancora più importante: non voler raccontare un’origin story.

Infatti, al pari al grande colpo di genio di Spiderman: Homecoming (2016), il Kal-El di Gunn arriva in scena come eroe già formato, anzi che fa fatica ad inserirsi all’interno di un panorama di metaumani già piuttosto affollato, e si trova già nel mirino del signore della guerra di turno: Luthor.

Eppure, non gli manca niente.

David Corenswet (Superman) in una scena di Superman (2025) di James Gunn

L’eroe kryptoniano è raccontato fin da subito nei suoi tratti essenziali – la bontà innata, il senso di giustizia – sempre con uno sguardo al suo passato, alle sagge figure dei genitori che accompagnano il suo viaggio sulla Terra e che lo portano a battersi per la stessa…

…anche contro il proprio stesso governo, non avendo conoscenza, anzi proprio dimostrandosi molto ingenuo davanti ad un mondo scandito dagli interessi del potente di turno, in un delicato equilibrio politico che porta inevitabilmente alla distruzione del paese con meno armi da imbracciare.

E, proprio nella sua imperfezione, Superman vince.

Umano

David Corenswet (Superman) in una scena di Superman (2025) di James Gunn

Il Superman di Corenswet è più Klark che Kal-El.

Ed è una scelta fondamentale.

Potenzialmente un motivo di scarsa attrattiva del pubblico per il personaggio era – al pari del noto disastro mediatico di Captain Marvel – il suo essere fondamentale invincibile e fin troppo buono per riuscire a conquistare le simpatie di un pubblico che avrebbe visto un eroe fin troppo lontano dal suo quotidiano.

David Corenswet (Superman) in una scena di Superman (2025) di James Gunn

E, proprio per questo, Gunn opera in due direzioni fondamentali.

Da una parte, rende Superman un personaggio facilmente fallibile: il protagonista crolla, si spezza, viene costantemente insidiato da piani omicidi devastanti e, non poche volte, Kryptonite o non Kryptonite, ha bisogno di riposo e di rigenerarsi per scendere nuovamente in campo.

In questo modo la sua vittoria non è affatto scontata, anzi viene continuamente messa in discussione, rendendo per questo fondamentale l’aiuto di altri personaggi che, anche se meno forti di lui, si rivelano fondamentali, portandolo al vittorioso scontro finale contro i super soldati di Luthor.

Dall’altra, Gunn vuole parlare soprattutto di Clark, non di Kal-El.

Infatti, nella visione di Gunn la maschera umana del Superman di Reeves diventa l’effettiva personalità di Corenswet, che, poteri permettendo, è una persona molto comune e profondamente buona, che agisce secondo la propria morale, senza lasciarsi scalfire da interessi altri.

Non a caso, Superman vuole salvare tutti, e viene anzi rimproverato da Mr. Terrific per il suo perdere tempo a salvare singoli civili e non avere l’occhio puntato sull’insieme della minaccia complessiva, diventando, a suo modo, l’emblema dell’eroe della porta accanto.

Per questo, il contrasto con Luthor è così fondamentale.

Strati

Nicolas Hoult (Luthor) in una scena di Superman (2025) di James Gunn

Quando pensi di aver capito il Luthor di Nicholas Hoult…

…Gunn ha appena cominciato a sorprenderti.

Il villain appare fin da subito nella sua profonda – e, apparentemente, ingiustificata – avversione nei confronti del protagonista, che inizialmente pare scaturita unicamente dal fatto che l’Azzurrone gli ha messo i bastoni fra le ruote nelle sue spietate – e, purtroppo, molto attuali – mire politiche ed economiche.

Questo aspetto viene anzi esasperato sia nel racconto della prigione personale nel Mondo Tasca, sia, soprattutto, nel progressivo svelarsi del suo piano, che sembra fare il verso a Luthor del ’78 – con anche una nota particolarmente fumettosa nell’idea che voglia diventare il re di un’utopia di sua stessa creazione.

E, invece, Luthor è molto più di questo.

Nicolas Hoult (Luthor) e David Corenswet (Superman) in una scena di Superman (2025) di James Gunn

Il magnate racconta un’invidia profondamente umana, di non potersi confrontare ad armi pari con una potenza sconosciuta ed apparentemente invincibile, che lo rende così impotente e incattivito dal voler creare dei metaumani in provetta fatti apposta per poterlo fronteggiare e, possibilmente, sconfiggere definitivamente…

…al punto da rendersi protagonista di un angosciante conflitto geopolitico, giusto per darsi un motivo più terreno e comprensibile per potersi illudere di avere ancora il pieno controllo su un mondo popolato da mutanti che superano di diverse lunghezze ogni possibile invenzione umana.

Superman 2025 Luthor

Nicolas Hoult (Luthor)) in una scena di Superman (2025) di James Gunn

Per questo, la sua sconfitta è morale, non fisica.

Luthor si impunta fino all’ultimo per battere moralmente e mentalmente Superman, tanto che, anche quando è ormai sconfitto, si imbarca in un sentitissimo monologo in cui cerca di ribadire la sua posizione politica superiore rispetto al metaumano, la sua possibilità ancora di poterlo schiacciare…

…per essere invece interrotto dall’aggressione di Krypto, apparentemente solo una gag, in realtà il primo atto della completa umiliazione di Luthor, che appare infine scornato sia fisicamente sia, soprattutto, moralmente, sconfitto dalle sue stesse armi mediatiche che gli si rivoltano contro.

Ma, tutto il resto?

Affollamento

Una delle più grande critiche alla pellicola è il sovraffollamento della scena…

…che invece, metanarrativamente, io ho trovato perfetto.

Superman infatti non è solamente un film sul primo supereroe, ma bensì il primo film di un universo in divenire, per cui Gunn sparge abbondantemente i primi semi, raccontandoci un mondo già formato che si dischiude davanti ai nostri occhi, ricchissimo di personaggi da scoprire e riscoprire.

Nathan Fillion (Guy Gardner) e David Corenswet (Superman) in una scena di Superman (2025) di James Gunn

Fra le note di merito indubbiamente la Justice Gang, versione ancora in nuce della futura Justice League – punto di arrivo fondamentale per un reboot DC – in cui spicca il mio personaggio preferito probabilmente del film: Guy Gardner, la prima Lanterna Verde, che comincia a mettere le basi per un personaggio cinematograficamente in passato fin troppo bistrattato.

Oltre a questo, l’affollamento della scena è fondamentale per definire Superman stesso.

Proprio nel suo poter essere sconfitto e messo alla prova, Superman ha bisogno del costante aiuto degli altri personaggi, che non sono semplici figurine sullo sfondo, ma fondamentali tasselli del quadro più grande della scena, ognuno con la propria – anche piccola – funzione che porta al definitivo trionfo del protagonista.

E, arrivati a questo punto, per un nuovo Superman non ci si poteva sperare in nulla di più grandioso.

Categorie
Avventura Cinecomic Comico Commedia Commedia nera Commedia romantica DCU Drammatico Fantascienza Film Superman

Superman – Lo slancio iniziale

Superman (1978) di Richard Donner con protagonista Christopher Reeve non è solo un film supereroistico, ma un punto di svolta per il genere tutto.

Non a caso, a fronte di un budget importante per l’epoca – 55 milioni di dollari – fu un enorme successo commerciale: 134 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla Superman?

Nel lontano pianeta di Krypton, il visionario scienziato Jor-El vede l’ormai prossima distruzione del suo mondo, e decide di mandare il suo unico figlio su un pianeta sconosciuto: la Terra.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Superman?

Superman e Lois in una scena di Superman (1978) di Richard Donner con protagonista Christopher Reeve

Assolutamente sì.

Pur nella sua semplicità ed ingenuità in alcuni punti, il Superman di Richard Donner rappresentò un ottimo esempio di sintesi fra uno stile prettamente fumettistico ed una certa epicità e drammaticità con cui il genere nel tempo cominciò a farsi prendere sul serio.

Ne risulta un esperimento particolarmente riuscito che, ancora a diversi decenni di distanza, riesce a colpire col suo piacevole umorismo e il suo toccante dramma familiare ed esistenziale, facendo fra l’altro sfoggio di un reparto tecnico di prim’ordine ed una regia con non pochi guizzi.

Insomma, da riscoprire. 

Protagonista

Per certi versi, Jor-El è il vero protagonista del primo atto.

Superman dedica infatti ampio spazio al racconto della figura del padre dell’eroe – per certi versi, più del figlio stesso – andando a definirlo nel suo ambiguo rapporto con il Consiglio, dal quale viene immediatamente messo alla prova per la condanna dei tre ribelli.

Ma proprio la punizione degli stessi e la subito successiva opposizione ad un governo miope davanti ai pericoli imminenti per Kripton, racconta un eroe silenzioso e lungimirante, che riesce a trovare nella salvezza dell’erede una possibilità per conservare intatte le conoscenze del suo mondo.

Ne consegue un lunghissimo antefatto che ha il suo apice, per certi versi, con l’arrivo di Kal-El sulla Terra, subito accolto fra le braccia dei suoi amorevoli genitori terrestri, la cui tragica sorte definisce il protagonista in questa fase chiave della sua formazione.

Ovvero, essere un eroe in potenza.

Bozzolo

Superman da adolescente in una scena di Superman (1978) di Richard Donner con protagonista Christopher Reeve

Se si vuole fare una critica al film, si può dire che l’atto centrale è fin troppo sbrigativo – quantomeno, nella versione cinematografica.

Superman in effetti lascia poco spazio al suo protagonista per definirsi nel suo contrasto con il mondo terrestre, raccontandolo come un ingenuo ragazzino che vorrebbe dare il meglio di sé, ma che è stato – giustamente – educato a non dare troppo sfoggio dei suoi poteri.

Questa impotenza raggiunge il suo apice con la morte improvvisa del padre adottivo, che fa comprendere a Kal-El i limiti del suo campo di azione, apparentemente illimitato, in realtà drammaticamente limitato da situazioni in cui non ha nessuna possibilità di vincere.

Superman nella fortezza della solitudine in Superman (1978) di Richard Donner con protagonista Christopher Reeve

Ed il rapido ed inevitabile sopraggiungere del funerale spinge infine il protagonista a cercare un nuovo punto di partenza per definirsi come eroe, grazie alle cure tardive – ma essenziali – del padre perduto – uno dei momenti, fra l’altro, che ho trovato personalmente più toccanti e coinvolgenti dell’intera pellicola.

Quindi se, ancora, si vuole rimproverare il poco respiro che ha Clark in questo snodo narrativo fondamentale, è altresì vero che lo stesso è un trampolino per abbracciare la seconda parte della pellicola, in cui il film dà davvero il suo meglio e in cui Christopher Reeve può finalmente brillare.

E, proprio qui, si trova un interessante equilibrio di toni.

Superfice

Superman in una scena di Superman (1978) di Richard Donner con protagonista Christopher Reeve

Ad uno sguardo più superficiale, il Superman di Reeve potrebbe essere un tedioso esempio dell’eroe senza macchia – ma con mantello.

In realtà, la sua costruzione non è così scontata.

Entrando infine in scena come eroe formato, Kal-El ci spiazza nella sua forma umana, un’abile maschera dietro cui si nasconde: Klark Kent è infatti un giovane impacciato e alle prime armi, che l’ormai navigata Lois Lane sembra subito inquadrare – e, per certi versi, disprezzare – nella sua inadeguatezza.

Superman e Lois in una scena di Superman (1978) di Richard Donner con protagonista Christopher Reeve

Ma la sottile ironia della pellicola si scopre immediatamente nella scena della rapina, in cui Kal-El fa di tutto – almeno a parole – per evitare lo scontro fisico, lasciando spazio a Lois per raccontarsi come personaggio attivo e fondamentale, ma che segretamente ha in mano tutta la situazione…

…ammiccando al pubblico con il proiettile fatale stretto fra le dita.

Superman, invece, è un’altra storia.

Superman e Lois volano insieme in una scena di Superman (1978) di Richard Donner con protagonista Christopher Reeve

Quando infine il protagonista indossa le vesti eroiche, non rappresenta l’opposto della sua versione umana, ma bensì una sua naturale evoluzione: un eroe che non vuole mettere in mostra le sue spropositate capacità sovrannaturali, ma bensì limitarsi a fare il suo dovere.

Infatti, soprattutto all’occhio dello spettatore contemporaneo, potrebbe risultare quasi fuori luogo che l’arma più tagliente di Superman sia la sua ironia: raramente arriva allo scontro fisico e, il più delle volte, si limita ad acchiappare i furfanti e a consegnarli illesi alla giustizia.

E con Lex Luthor non è da meno.

Ombra

Lex Luthor è un irresistibile paradosso.

Tutto nel suo personaggio racconta un contrasto interno: si dichiara una sublime mente criminale, ma è ridotto ad un covo nelle fogne di Metropolis, si racconta crudele e spietato contro i suoi nemici, ma il suo sidekick lo inquadra perfettamente come villain da operetta…

…eppure, il contrasto con Superman ha un lato nondimeno inquietante.

Superman e Lex Luthor in una scena di Superman (1978) di Richard Donner con protagonista Christopher Reeve

Riuscendo a trasmettere un messaggio che solo il protagonista può sentire, Luthor riesce a stanare Kal-El, intrappolandolo nella sua abile rete di esche che, una dopo l’altra, illudono il protagonista di poterlo facilmente sconfiggere, per poi trovarsi lui stesso vinto dal suo unico punto debole: la Kryptonite.

Fra l’altro, il piano di Luthor viaggia in un equilibrio piuttosto interessante fra la più classica macchinazione da villain fumettistico e un taglio realistico abbastanza inaspettato – visti i toni della pellicola – la spietata speculazione edilizia.

In realtà Luthor è solo una miccia che scatena dei profondi complessi morali del protagonista, ancora una volta impotente davanti alla morte di una persona amata, in una sequenza anche piuttosto angosciante in cui Lois Lane, di fatto, viene sepolta viva.

Una sofferenza troppo grande per essere sopportata due volte, e che getta le basi per un’evoluzione ulteriore del personaggio che, insieme al secondo villain più volte – Zod – aprì le porte ad un altro, scintillante successo: Superman II (1980).

Categorie
Avventura Avventura Azione Azione Cinecomic Commedia nera Cult rivisti oggi DCU Drammatico Drammatico Fantascienza Fantascienza Film HBO Max Mistero Satira sociale Serie tv Thriller Watchmen

Watchmen – Trasporre un capolavoro

Watchmen è una graphic novel cult ad opera di Alan Moore, uno dei più grandi fumettisti viventi, autore anche di altri prodotti di culto come V per Vendetta e Batman – The Killing Joke.

Non conoscevo la sua opera se non per i prodotti derivativi, ma per anni ho avuto il desiderio di leggere il suo fumetto più importante: Watchmen, appunto. E da questa lettura è nata la necessità di una più ampia riflessione in merito alla possibilità di trasporre un prodotto già così perfetto di per sé.

E ho avuto anche la fortuna di potermi confrontare con un’opinione diversa dalla mia.

Per questo ringrazio Simone di Storie e Personaggi (@storie_e_personaggi) per il prezioso contributo.

Perché Watchmen è un’opera fondamentale

Prima di cominciare la valutazione delle trasposizioni del fumetto, è fondamentale chiarire l’importanza dell’opera di partenza.

I dodici albi che compongono l’opera uscirono fra il 1986 e il 1987, ovvero agli sgoccioli della Guerra Fredda. E, infatti, una delle tematiche principali dell’opera è proprio il conflitto nucleare stesso, una minaccia costante e onnipresente.

Una paura vera, reale.

Al contempo, anche confrontando l’opera con prodotti più recenti, non esiste niente di paragonabile, nessun prodotto che abbia saputo raccontare una storia apparentemente supereroistica nella maniera meno convenzionale possibile, uscendo da tutti i canoni e raccontando davvero cosa significherebbe l’esistenza di supereroi nella società statunitense.

Insomma, prodotti come The Boys e Invincible sono solo la pallida ombra di Watchmen.

Il resto, lo lascio alla vostra lettura.

Watchmen di Snyder

Per anni ho avuto un rapporto molto altalenante e conflittuale con il film di Snyder del 2009: inizialmente, per la troppa violenza, non riuscivo neanche a guardarlo fino in fondo. Poi ho cominciato ad apprezzarlo, e, ad oggi, non lo sopporto.

Questa analisi vuole essere il più equilibrata possibile, riconoscendo i meriti, i difetti e i limiti di una trasposizione così complessa, partendo dalla chiosa di Simone, persona molto più esperta di me in materia:

L’opera di Moore è talmente un capolavoro che neanche Snyder poteva rovinarla.

Iniziare col botto

Una scena dal film Watchmen (2009) di Zack Snyder

Un elemento abbastanza incriticabile – persino per me – sono i titoli di testa.

È ormai iconica la sequenza di immagini che racconta la gloria e la caduta del Minutemen, riesce subito a farti immergere nello spirito della storia di Moore: eroi che sembrano una carnevalata in un modo duro e sanguinoso.

Altrettanto d’impatto l’inizio vero e proprio e, più in generale, le scene dedicate all’indagine di Rorschach – le uniche per me veramente funzionanti all’interno della pellicola – che riescono effettivamente a rendere adeguatamente la controparte fumettistica.

Oltre ad essere anche quelle più ricordate e citate.

Ma se di Rorschach possiamo parlar bene…

Un casting bello a metà

Jackie Earle Haley nei panni di Rorschach in una scena dal film Watchmen (2009) di Zack Snyder

Il casting dei personaggi del film mi ha convinto a metà.

Sia per quanto riguarda le capacità recitative degli attori, sia per l’estetica in generale.

Per come sono rimasta positivamente convinta del casting di Rorschach, del Comico e del Gufo – sia per il loro physique du rôle, sia per le loro capacità recitative, due sono invece gli attori che non mi hanno convinto.

A livello più estetico che interpretativo, ho trovato poco convincente la scelta di Matthew Goode come Ozymandias: nel fumetto il suo aspetto da adone, una figura quasi eterea che si paragona al mitico Alessandro Magno, era fondamentale anche per la sua caratterizzazione.

Un ruolo poco calzante purtroppo per questo attore.

Malin Åkerman nei panni di Spettro di Seta in una scena dal film Watchmen (2009) di Zack Snyder

Invece è stata veramente una scelta pessima da ogni punto di vista castare Malin Åkerman come Spettro di Seta.

Per quanto non apprezzi neanche particolarmente la controparte cartacea, le capacità recitative di questa attrice me l’hanno fatta quasi rivalutare: Laurie non era semplicemente una ragazzina isterica e senza sapore come appare nel film.

E si collega anche il primo grande problema della pellicola.

Attualizzare i costumi?

Jeffrey Dean Morgan nei panni del Comico e Matthew Goode nei panni di Ozymantis in una scena dal film Watchmen (2009) di Zack Snyder

Bisogna ammetterlo: i costumi del fumetto potevano apparire quasi ridicoli in un film con questo tono.

Infatti, sembrano molto più vicini a quelli dei titoli di testa: banalmente, molto fumettosi. Tuttavia, arrivare nella maggioranza dei casi a banalizzarli e a renderli simili al costume di Batman – e non uno qualsiasi, ma proprio quello di Snyder – è stata una scelta al limite del ridicolo.

E mi interessano sinceramente poco le motivazioni che ci possono essere state.

Il picco di bruttezza è ovviamente Laurie, che appare come una Vedova Nera ante-litteram, con la sua tutina provocante in latex che non fa altro che amplificare la poca cura e profondità del suo personaggio nel film.

L’eccesso

Patrick Wilson nei panni del Gufo Notturno Malin Åkerman nei panni di Spettro di Seta in una scena dal film Watchmen (2009) di Zack Snyder

Il secondo grande problema del film, almeno per quanto mi riguarda, è che comunque l’ha diretto Snyder, autore – ricordiamolo sempre – di capolavori come 300 (2006) e Sucker Punch (2011).

Un regista che a livello tecnico sa comunque il fatto suo, che sa mettere la sua impronta nei progetti di cui si occupa, ma che proprio per questo è capace di raggiungere delle vette di bruttezza inimmaginabili.

Billy Crudup nei panni di Dr. Manhattan in una scena dal film Watchmen (2009) di Zack Snyder

In questo caso non so se abbia voluto fare il suo compitino attraverso il citazionismo esasperato o se sia stato tenuto al guinzaglio: in ogni caso, rendere alla lettera un’opera non rende un prodotto bello – come Ghost in the shell (2017) in parte ci dimostra.

E l’impronta di Snyder si percepisce nei continui ed estenuanti slow-motion, nella assoluta mancanza di comicità, nelle scene soft porn che non hanno un briciolo dell’eleganza di quelle del fumetto, e nella scelta piuttosto dozzinale della colonna sonora.

Insomma, poteva anche andare peggio, ma non significa che in questo meno peggio ne emerga un buon prodotto.

Il finale (e oltre)

 Matthew Goode nei panni di Ozymantis in una scena dal film Watchmen (2009) di Zack Snyder

Il finale mi ha non poco innervosito.

Non perché di per sé non funzioni o non abbia senso, ma perché di fatto cambia e banalizza quello che, nell’opera di Moore, era una conclusione magistralmente pensata e che ha lasciato un segno indelebile nella storia del fumetto.

La chiusa invece del film la posso paragonare a molte altre e, come concetto, a quello che si vede in Batman vs Superman (2016), proprio per dirne una.

Per costruire un finale al pari dell’opera originale, semplicemente, non si sarebbe dovuto provare a comprimere una storia di così ampio respiro come quella di Watchmen in un film di appena due ore e mezza – impresa che neanche l’autore più abile sarebbe riuscito a compiere.

Infatti, così ne viene fuori un prodotto veramente pesantissimo e che non lascia il giusto spazio né la giusta dignità ad un’opera così immensa.

Insomma, Snyder non ha rovinato Watchmen, ma è stato totalmente incapace di eguagliarlo.

La miniserie Watchmen

Quando uscì la serie nel 2019 la guardai avendo solo una vaga conoscenza del mondo di Watchmen, tramite proprio il ricordo del film di Snyder.

E, seppur con le dovute differenze, le mie conoscenze fumettistiche non hanno più di tanto mutato le mie opinioni originali.

Is this a requel?

Regina King nei panni di Sister Night in una scena della miniserie Watchmen

Cominciamo mettendo da parte le dichiarazioni degli autori del fumetto, viziate da interessi probabilmente del tutto estranei ad un puro giudizio artistico.

Come Scream 5 (2022) ben ci insegna, di fatto la serie di Watchmen è un requel, ovvero un sequel reboot: una riproposizione della medesima storia prendendo direzioni diverse.

E per me è un ottimo requel.

Fondamentalmente, è tutto quello che io vorrei vedere quando un autore, soprattutto se un autore di talento, prende in mano un’opera e la fa sua, scegliendo strade diverse, ma senza mai tradirne lo spirito originario della materia prima.

Per fortuna Lindeloff, lo showrunner, ha deciso sapientemente di prendere totalmente le distanze dalla trasposizione di Snyder, in primo luogo mettendo il vero finale del fumetto e dando decisamente maggior dignità ai personaggi rispetto al film, in particolare per Laurie.

Purtroppo, ha fatto un unico, grosso, buco nell’acqua.

Il Dr. Manhattan.

Un dio in pigiama

Yahya Abdul-Mateen II nei panni di Dr Manhattan in una scena della miniserie Watchmen

Partiamo col dire che il Dr. Manhattan della serie non è tutto da buttare: i suoi punti forti sono l’interpretazione di Yahya Abdul-Mateen II e la prima apparizione del personaggio.

Il momento in cui Manhattan entra per la prima volta in scena è davvero incredibile: rimane per tutto il tempo di spalle per non svelarne il vero volto. Infatti, proprio come un dio, il suo aspetto esterno è utile solamente per mostrarsi agli uomini. Inoltre, tutta quella scena riprende evidentemente lo splendido Capitolo IX, Nelle tenebre del puro essere.

E in generale l’attore è riuscito davvero a calarsi nella parte, portando in scena un personaggio per la maggior parte del tempo apatico e freddo, con un intenso sguardo vitreo davvero affascinante e convincente.

Il problema è il resto del tempo.

Yahya Abdul-Mateen II nei panni di Dr Manhattan in una scena della miniserie Watchmen

Purtroppo si è scelto rendere il personaggio più accessibile ed emotivo, legandolo sentimentalmente ad Angela. Tuttavia, si tratta del tutto di una scelta out of character, che esce proprio dai principi fondanti del Dr. Manhattan e del suo totale distacco dalle vicende umane.

Inoltre – come ben mi ha fatto notare Simone – è problematica anche la messinscena: scegliere di non far brillare il personaggio, di tenerlo vestito per la maggior parte del tempo, ovvero renderlo così umano ha il solo esito di non trasmettere per nulla l’imponenza della sua figura.

Purtroppo, su questo devo dire che Snyder ha fatto meglio.

Un mistero stratificato

Watchmen è una serie che vive di tensioni.

Il mistero è complesso, intricato, ben stratificato e, in ultimo, torna per tutte le sue parti – anche per quelle di Manhattan. Infatti, per quanto il suo personaggio non sia sé stesso, all’interno della reinterpretazione – pur sbagliata – della serie, ha perfettamente senso.

Inoltre, il suo legame emotivo non è così determinante per la storia nel complesso: sarebbero bastati pochi tocchi di sceneggiatura e una maggiore fedeltà al personaggio per far tornare comunque tutto: semplicemente, Manhattan sapeva di dover morire perchè era la cosa migliore nel complesso degli eventi.

Yahya Abdul-Mateen II nei panni di Dr Manhattan e Regina King nei panni di Sister Night in una scena della miniserie Watchmen

Tuttavia, per la questione dell’uovo c’è da fare un discorso a parte.

A livello strettamente narrativo, il cliffhanger finale è per me una delle scelte migliori mai viste in una serie tv – soprattutto a fronte della giusta e ferma decisione di non fare un’inutile seconda stagione. È una splendida chiusura, che lascia per sempre il dubbio sullo svolgimento futuro della storia.

Tuttavia, a livello invece più canonico, mi ha poco convinto.

L’idea che Dr. Manhattan possa trasferire i suoi poteri ad un altro, nonostante la logica interna della serie, depotenzia tantissimo il personaggio e la sua origine, rendendo potenzialmente il suo potere accessibile a chiunque.

E privandolo della sua fantastica unicità.

La ridicolizzazione dei villain

Hong Chau nei panni di Lady Trieu in una scena della miniserie Watchmen

Un altro elemento che ho semplicemente amato del finale è la ridicolizzazione dei villain, nessuno escluso.

Per tutto il tempo infatti gli stessi vogliono farsi passare come intelligenti e onnipotenti, in realtà nel finale si rivelano per tutte le loro debolezze. Al minimo imprevisto sembrano infatti dei bambini capricciosi che vogliono avere il pubblico per il loro spettacolo di magia.

E per cui non avevano neanche considerato tutte le conseguenze.

Jeremy Irons nei panni di Ozymantis in una scena della miniserie Watchmen

Soprattutto, finalmente, Adrian viene punito come non era possibile invece nel fumetto.

E viene fatto in un contesto del tutto credibile: come ai tempi della Guerra Fredda era del tutto plausibile la sua scelta, nel contesto sociopolitico mutato contemporaneo queste manie di onnipotenza e di voler risolvere tutto con uno schiocco di dita non hanno più spazio.

E quindi, per lui come gli altri, i discorsi da villain dei fumetti sono più volte smentiti e interrotti.

Come è giusto che sia.

Costumi terreni

Regina King nei panni di Sister Night in una scena della miniserie Watchmen

Sui costumi e gli interpreti ci sarebbe un enorme discorso da fare.

In breve, adoro ogni scelta che è stata fatta.

Gli interpreti sono tutti perfetti, perfettamente in parte, carismatici, bucano lo schermo. Particolarmente ho apprezzato moltissimo Jeremy Irons come Ozymandias e Jean Smart come Laurie – le perfette controparti anziane dei personaggi del fumetto. E finalmente degli attori che abbiano un physique du rôle credibile.

Discorso a parte per Regina King come Angela, perfetta nella sua parte e con uno dei costumi più belli di tutta la serie, che si integra perfettamente in un’idea di maschere terrene ed attuali – insomma, tutto il contrario di quelle di Snyder.

E già solo il costume è un discorso a parte.

Una rete di riferimenti

La serie è piena di riferimenti al fumetto.

Solo per citarne alcuni: il gufo di Laurie che richiama Gufo Notturno, l’inquadratura sul sangue che cola da sotto la porta dopo il pestaggio di uno dei Seventh Cavalry che richiama la scena del pestaggio di Rorschach nella prigione, lo schizzo di sangue sul distintivo di Judd Crawford quando muore…

Dei richiami ben contestualizzati che si distanziano molto dal puro e pigro citazionismo del film, ma più che altro dei piccoli easter egg per gli appassionati.

Inoltre, la serie ha una serie di citazioni interne, che rendono il tutto perfettamente collegato: si parte dal cappuccio bianco del Ku Klux Klan che l’allora Hooded Justice cerca di combattere, mettendosi a sua volta un cappuccio nero, ma in realtà la cui vera maschera è la tinta bianca sugli occhi.

La stessa tinta, però nera, della nipote quando si traveste da Sister Night.

In chiusura, il prezioso contributo di Simone Storie e Personaggi (@storie_e_personaggi) riguardo alla serie.

Guardai la serie per la prima volta nel 2019 e l’ho riguardata in occasione di questa recensione. Esattamente come quell’anno, ho cercato di abbandonare tutti i pregiudizi, ma rimango comunque dell’idea che all’inizio sembri un prodotto molto interessante, ma che le ultime tre puntate facciano crollare tutto come un castello di carta.

Per questa recensione voglio dire tre cose che mi sono piaciute, e tre che trovo quasi delle bestemmie in confronto al prodotto di partenza.

E spiegare soprattutto il perché.

Serie tv Watchmen

Premetto che le colpe delle ultime tre puntate non vanno solo affibbiate allo showrunner – la writer’s room era piuttosto ampia – ma piuttosto si può parlare di un concorso di colpa.

Soprattutto perché all’interno della serie ci sono tantissimi e ripetuti ammiccamenti allo spettatore, continuando a sottolineare la conoscenza dell’opera di partenza. Tuttavia, questo diventa totalmente inutile quando non si rispettano i canoni dell’opera stessa che si cita.

Anzi, li si stravolge.

Ma partiamo dai pro.

La sequenza iniziale

La serie si apre con una sequenza dedicata ai disordini di Tulsa del 1921 – fatto storico avvenuto realmente – ponendo le basi per il tema di fondo di tutta la serie.

Il razzismo.

Se infatti la graphic novel rifletteva sulle paure della società di metà degli Anni Ottanta – l’Olocausto Nucleare e la minaccia della Guerra Fredda – nella società contemporanea la paura più grande è il razzismo, la xenofobia, la circolazione delle armi degli Stati Uniti.

Quindi la serie punta su temi molto attuali.

Seventh Kavalry

Per questo mi sento di fare – l’unico – plauso agli sceneggiatori, per essere riusciti a capire perfettamente la frangia di estremisti, nazionalisti e anarchici trumpiani e prevedere in qualche misura in cosa sarebbe sfociata.

E l’assalto al Campidoglio del 2021 non era ancora successo…

In particolare nella seconda puntata si mette in scena il raid alla baraccopoli della Seventh Cavalry, mostrando questi redneck con la camicia di flanella e la maschera di Rorschach, con il pupazzone di Nixon – ma che potrebbe facilmente essere quello di Trump.

Insomma, la rappresentazione di quella che negli Stati Uniti è una paura reale e concreta.

I poliziotti come vigilanti

Mi ha altrettanto positivamente colpito la scelta di raccontare la polizia di Tulsa che diventa sostanzialmente un gruppo di vigilanti: la polizia mascherata è il sogno di ogni società fascista, in cui le forze dell’ordine possono agire senza paura delle conseguenze.

Nell’opera originale il Decreto Keene, che mette al bando i vigilanti, deriva dal malcontento e dagli scioperi della polizia, mentre nella serie i poliziotti diventano i vigilanti stessi, con tanto di nomi da battaglia.

Un sovvertimento del canone che ho davvero apprezzato.

La scrittura della serie

La scrittura della serie è molto buona.

Gli incastri sono ottimi, la protagonista, Angela, è un personaggio ben scritto, sempre in bilico fra il concetto di giustizia e vendetta, che riflette sul peso della sua maschera, anche riscoprendo le sue radici. E, soprattutto, non ci sono buchi di trama, e si riparte dal finale del fumetto e non del film.

Ma non basta.

Non basta dare coerenza alla trama, se poi si stravolge il cuore dell’operazione e non si rende giustizia al prodotto originale. E purtroppo non possiamo neanche avere un confronto credibile con gli autori del fumetto.

Gibbons, il disegnatore, è stato consulente della serie e ha dichiarato che il prodotto l’ha reso molto contento, ma non possiamo ovviamente sapere quanto il denaro che gli è stato offerto abbia viziato la sua opinione. Moore, dal canto suo, ha bocciato il prodotto – ma lo avrebbe fatto a prescindere.

Passiamo quindi ai contro.

L’incoerenza di Laurie

Il personaggio di Laurie è per molti versi sprecato.

Nella serie ha per la maggior parte un ruolo importante, forte, da spietata detective dell’FBI che ha sempre la risposta pronta e il polso fermo. Finché non cade in una botola, finisce legata ad una sedia, e lì si esaurisce il suo personaggio.

Ma non è neanche quello il problema peggiore.

La genialità di Moore in Watchmen stava proprio nella sua satira contro le maschere: nel fumetto si raccontava cosa sarebbe successo in una società reale dove per cinquant’anni si vedevano eroi scendere per strada e picchiare i cattivi. E quello che sarebbe successo è la paura delle persone, proprio per la presenza della maschera – e tutto quello che ne consegue.

Il Comico, come anche Laurie, rappresentava questo paradosso, in un contesto sociale con un sentimento popolare ben preciso. Quindi, anzitutto, perché Laurie fa parte di una task force contro i vigilanti, ma soprattutto perché sembra che il sentimento sia cambiato?

Infatti, nella scena in cui Laurie arresta un vigilante, la folla sembra essere contro l’FBI, mentre dovrebbe essere totalmente il contrario. Insomma, si va a distruggere un elemento portante della trama di Watchmen, che era anche il punto di partenza delle vicende dei protagonisti.

Questo non è Manhattan

La gestione di Manhattan è uno dei problemi maggiori della serie.

Il Dottor Manhattan è uno dei personaggi meglio scritti nella letteratura del XX sec.: come viene raccontato il suo distacco dall’umanità, la sua percezione del tempo, la narrazione della sua vita sono tutti elementi che hanno contribuito a rendere Watchmen un capolavoro.

Considerato il fatto che la serie è sequel di Watchmen e con tutti i riferimenti al fumetto, ci si aspetterebbe come minimo una certa sensibilità e rispetto del canone del personaggio. Invece è tutto il contrario: Dr. Manhattan – chiamato fin troppe volte Jon – è totalmente umanizzato e porta lo spettatore a dimenticarsi che si tratta praticamente di un dio.

Anzitutto è problematica l’idea che ritorni sulla terra: nel fumetto la sua storia è chiusa perfettamente e il personaggio non avrebbe nessun motivo per comportarsi così. Invece si è deciso di piegare la sua figura alle necessità della serie, banalmente perché non si poteva fare un prodotto di Watchmen senza il Dr. Manhattan.

Ma se si doveva fare così, meglio non farlo.

Soprattutto davanti ad una serie di sequenze assurde e totalmente fuori dal personaggio, in particolare la scena dell’incontro con Angela: Manhattan sembra in difficoltà davanti alle domande di questa donna e sembra volerle fare la corte.

Lo stesso personaggio che, ricordiamolo, durante la Guerra in Vietnam aveva lasciato che il Comico sparasse ad una donna incinta.

Giusto per fare un esempio del suo distacco dall’umanità.

Dr. Manahttan Watchmen serie

Questo non è il Dr. Manhattan.

Anche se per assurdo dovessimo accettare questa rappresentazione, il make-up e gli effetti sono ingiustificabili. Stiamo parlando di una serie da milioni di dollari e che ha vinto diversi Emmy, dove il personaggio è ridotto ad un trucco posticcio, finto, che lo umanizza terribilmente e che gli toglie tutta l’aura divina.

E, soprattutto, non brilla.

Come se tutto questo non bastasse, si sono anche permessi di ucciderlo. E, soprattutto, Gibbons ha detto sì a questa idea.

La distruzione di Adrian

Non voglio dare colpe a Jeremy Irons: è anche accettabile che non abbia mai letto il fumetto e si sia semplicemente rifatto alla sceneggiatura che si è trovato ad interpretare.

Il problema è che Adrian Veidt viene ridotto alla sottotrama comica della serie: siamo passati dalla mente dietro ad un piano machiavellico, responsabile di tre milioni di morti, che si paragona ad Alessandro Magno…a Rick Sanchez di Rick & Morty – una sorta di patetico scienziato pazzo.

Tutta la sua storia poteva essere raccontata mantenendo il carattere del personaggio: un cattivo furbo e abile che pianificava la sua fuga dal suo pianeta di prigionia, senza doverlo esasperare in gag comiche improponibili.

Adrian Veidt Watchmen

In più, Adrian non ci sarebbe mai andato nel paradiso di Manhattan: semplicemente, perché non se l’è conquistato lui. E invece lo stesso uomo che si rivede in Alessandro Magno quasi si commuove davanti all’offerta di andare in quell’utopia.

E ancora peggio il finale.

Tutta la maestosità del personaggio viene totalmente distrutta da una semplice chiave inglese e si banalizza il concetto finale del fumetto: se con questo arresto verrà rivelato il suo inganno che ha salvato l’umanità, allo stesso modo così si vanifica il senso del finale stesso.

Infatti l’intento dell’opera di Moore era di permettere ai lettori di scegliere quale fosse la proposta moralmente più giusta, senza prendere posizione. Invece, la serie toglie questa possibilità e decide quale finale giusto dare alla storia.

La scelta più abietta di tutta la serie.

Categorie
Batman Cinecomic DCU The Batman

The Batman 2

Coming soon…

Categorie
2022 Avventura Azione Batman Cinecomic DCU Film Noir Nuove Uscite Film Oscar 2023 The Batman Thriller

The Batman – Il noir inaspettato

The Batman (2022) di Matt Reeves è il nuovo film dedicato ad uno dei personaggi più iconici della DC, dopo le ottime prove di Nolan e la poca simpatia invece per quello di Ben Affleck.

Un film che, soprattutto per il periodo, ha incassato benissimo: 770 milioni di dollari a fronte di un budget di 200 milioni.

Il cinema semplice road to oscar 2022 che si svolgeranno il 28 marzo 2022

Candidature Oscar 2023 per The Batman (2022)

(in nero i premi vinti)

Miglior sonoro
Miglior
trucco e acconciatura
Migliori effetti visivi

Di cosa parla The Batman?

Batman è in attività da soli due anni e collabora strettamente con Jim Gordon, uno dei pochi poliziotti non corrotti. Si affaccia improvvisamente il caso del misterioso Enigmista…

Vi lascio il trailer per farmi un’idea:

Vale la pena di vedere The Batman?

Matt Reeves ce l’ha fatta.

Potrei anche chiudere direttamente la recensione qui.

The Batman è un film che riesce a portare sulla scena un’investigazione noir, a citare due capisaldi della storia cinematografica di Batman, ovvero Nolan e Burton, e ad ispirarsi splendidamente ai fumetti, con continui riferimenti. Il tutto in soli tre ore.

Cosa vi posso dire di più?

Un Batman diverso

Robert Pattinson nei panni di Batman in una scena del film The Batman 2022 diretto da Matt Reeves

Reeves invece porta in scena un Batman acerbo, profondamente violento e fallibile, in una Gotham sporca e cattiva.

La sporcizia la percepiamo in ogni inquadratura, che gioca appunto su questa regia e fotografia sporcate, che paiono quasi amatoriali. The Batman è un noir di tutto rispetto, con delle scene thriller anche abbastanza disturbanti, degli antagonisti di prima categoria e un amore sentito per il personaggio.

Infatti Reeves non solo è debitore a Nolan, che è cita parecchio, ma anche a Burton e soprattutto ai cicli fumettistici de Il lungo Halloween (1998, cui si ispirò anche Nolan per Il cavaliere oscuro) e Batman: Hush (2003) – di cui parlerò alla fine della recensione.

Il Batman contemporaneo

Robert Pattinson nei panni di Batman in una scena del film The Batman 2022 diretto da Matt Reeves

Fin dall’inizio The Batman introduce ad un noir che si ispira profondamente al ciclo fumettistico cult de Il lungo Halloween.

La costruzione dell’indagine è ben condotta e ti guida passo passo nella scoperta del mistero. Tornano anche in scena alcuni degli antagonisti politici più interessanti di Batman, ovvero il Pinguino, interpretato dall’ottimo Colin Farrell, e Carmine Falcone, interpretato da John Turturro.

Un elemento davvero vincente della pellicola è la totale assenza di tempi morti.

Anche le parti meno interessanti – come la storia di Catwoman – hanno un suo ruolo importante nello svelamento della vicenda, che riesce a tenerti attaccato allo schermo per tre ore, pur soffrendo di qualche discontinuità di ritmo, soprattutto fra la prima e la seconda parte.

Riscoprire Paul Dano

Paul Dano nei panni di dell'Enigmista in una scena del film The Batman 2022 diretto da Matt Reeves

Il cast è la vera punta di diamante

Non vorrei dire che io amavo Paul Dano ben prima che fosse di moda, ma permettetemi almeno di consigliarvi di recuperare al più presto una delle sue prove attoriali giovanili, ovvero Little miss sunshine (2006) e il suo esordio registico, Wildlife (2018), un dramma familiare piuttosto tipico ma con una mano registica veramente capace.

Paul Dano ci ha regalato una performance davvero incredibile, con e senza maschera.

Con la maschera è un killer sanguinario e spietato, completamente allucinato e davvero pauroso. Il suo monologo ad Arkham rivela tutta la sua potenza recitativa con cui è riuscito a regalarci un villain pazzo ma non sopra le righe, con un piano ben costruito e una profonda sofferenza interiore.

Non dico che possa essere paragonato al Joker di Heath Ledger, ma ci va molto vicino.

Sad Batman

Robert Pattinson nei panni di Batman in una scena del film The Batman 2022 diretto da Matt Reeves

Pattinson ha portato in scena un Batman acerbo.

Ma per davvero questa volta: nonostante il Batman di Christian Bale fosse comunque fallibile, si dimostrava fin da subito padrone della situazione. In questo caso è invece un Batman profondamente depresso e insicuro in cerca ancora una sua identità, lugubre e tenebroso con o senza maschera.

E per me Pattinson ha fatto veramente centro.

Spero che tutti i suoi detrattori si siano finalmente ricreduti.

Un perfetto Pinguino

Colin Farrel nei panni del Pinguino in una scena del film The Batman 2022 diretto da Matt Reeves

Il Pinguino ha uno screen time abbastanza ridotto, ma si fa notare.

Un uomo viscido, avido e, a suo modo, anche abbastanza ridicolo. Come spiegherò più avanti, per me è una delle maggiori citazioni a Burton. Un Colin Farrell perfettamente in parte, che è riuscito a portare in scena un Pinguino praticamente perfetto, grottesco al punto giusto, regalandoci anche un sorriso in una pellicola complessivamente piuttosto tragica.

I secondari minori

Catwoman non mi ha stregato.

Temevo un personaggio molto più sopra le righe e vicino a concetti ormai stantii di girl power e simili. Invece mi sono trovata davanti ad un personaggio complessivamente interessante, che però non è riuscito a catturarmi.

E per quando riguarda Alfred…

Sono consapevole che riuscire ad eguagliare la classe di Michael Caine è quasi impossibile, però questo Alfred, fra lo screen time ridottissimo e l’interpretazione poco interessante, non mi ha detto proprio nulla.

Matt Reeves si porta Andy Serkis dietro dalla trilogia de Il pianeta delle scimmie, dove interpretava – o, meglio, dava le movenze – alla scimmia protagonista Cesare. Un’ottima prova attoriale, probabilmente Serkis è il miglior interprete in circolazione a saper padroneggiare questa tecnica.

Ma oltre a quello non mi ha mai convinto.

Questa voglia pazza di politicizzare tutto

Robert Pattinson nei panni di Batman e Jayme Lawson nei panni di Bella Reàl futura sindaca di Gotham in una scena del film The Batman 2022 diretto da Matt Reeves

La saga di Batman, per come è raccontata nei fumetti, ha un problema abbastanza pesante: è dominata da personaggi maschili e bianchi.

Per questo va, anche giustamente, attualizzata.

Quindi niente di male, anzi, a cambiare etnia dei personaggi di Catwoman e Gordon, fra l’altro con due attori di livello. Meno bello è inserire messaggi smaccati, fra cui l’unico teppista non violento all’inizio che è afroamericano e così l’unica politica buona della situazione che è una donna nera.

Non so se si può parlare in questo caso di token, ma sicuramente una simpatica strizzata d’occhio ad un pubblico molto spesso poco rappresentato. Però questa non è rappresentazione, ma un messaggio politico molto preciso e veramente ingenuo.

Ma di questo non posso incolpare Reeves: è un andamento generale delle grandi produzioni, quindi facilissimo che abbia ricevuto certe indicazioni dall’alto.

Alcune inezie…

Avrei voluto un finale diverso, più maestoso e di impatto.

Avrei quasi preferito che finisse con Joker e l’Enigmista, mentre il finale l’ho trovato abbastanza banale.

Il ritmo, come detto, è un po’ discontinuo, e la prima parte del film è più interessante della seconda per molte cose, ma nel complesso ti tiene. Questo film mi ha confermato i miei problemi con gli inseguimenti in auto, che purtroppo non riescono mai a catturarmi.

Non proprio un’inezia è la sensazione della mancanza di una origin story strutturata come era quella di Nolan in Batman Begins, visto che mi ha un po’ stranito il rapporto fra Gordon e Batman, per nulla introdotto.

Ma sono difetti su cui posso assolutamente soprassedere.

Perché ho paura per Joker di The Batman

La presenza di Joker interpretato da Barry Keoghan era già stata praticamente confermata, quindi non è stata una grande sorpresa.

Tuttavia io ho molta paura.

Per quanto l’attore mi piaccia moltissimo (e per questo vi consiglio di recuperare American Animals, uno dei migliori heist movie degli ultimi anni), Joker è un personaggio pericoloso da portare in scena.

È un attimo cadere nello squallido con interpretazioni da galera come quella di Jared Leto in Suicide Squad (2016). Si possono anche avere delle ottime prove come quella più recente di Joaquin Phoenix, ma il livello che è stato messo da lui e da Ledger a suo tempo è veramente alto e difficile da raggiungere.

Oltre a questo, sarebbe anche ora di dire basta a Joker. È un personaggio veramente incredibile, ma a questo punto siamo anche un po’ saturi: nel giro di dieci anni abbiamo avuto tre interpretazioni.

Staremo a vedere.

Aggiornamento postumo

Dopo aver visto questa meraviglia di scena, mi sento di ritirare tutto quello di cui sopra. Sono già innamorata.

I riferimenti in The Batman

Il film è pregno di riferimenti a Nolan, ai fumetti e in parte anche a Burton.

Da qui in poi parlerò di alcuni cicli fumettistici e dei film di Nolan e Burton, senza però fare spoiler importanti. Però se non volete sapere niente non proseguite con la lettura.

I riferimenti a Nolan

Christian Bale in una scena di Il cavaliere oscuro (2008) diretto da Christopher Nolan

Tutta la storia in un certo senso si ispira a Il cavaliere oscuro, con un killer fuori controllo che uccide personaggi importanti di Gotham per mandare un messaggio. In particolare il primo video che l’Enigmista fa vedere in diretta televisiva è praticamente quello del Joker di Nolan, anche se molto più cruento.

Poi la scena di Batman inseguito dalla polizia che sale le scale col rampino è identica ad una analoga scena di Batman Begins. E infine tutto l’inseguimento del Pinguino, che, per quanto sia coerente al personaggio, è veramente simile a quando Joker cerca di farsi colpire da Batman in macchina.

E, ovviamente, la Bat Caverna che è letteralmente una caverna con pipistrelli dentro.

I riferimenti a Burton

Burton è citato più sottilmente, ma secondo me si può ritrovare nelle caratterizzazioni fortemente gotiche di alcuni ambienti, come Villa Wayne e la chiesa del funerale del sindaco Mitchell.

Ma secondo me Burton è vivo soprattutto nel Pinguino, unico personaggio vagamente umoristico, ma anche e soprattutto grottesco, esattamente come in quello di Batman Returns (1992):

Ovviamente si tratta di due stili registici e di un design differente, ma le somiglianze sono innegabili.

I riferimenti fumettistici

The Batman si ispira fondamentalmente a due cicli fumettistici: Il lungo Halloween e Batman: Hush.

Anzitutto, ovviamente, il primo delitto avvenga ad Halloween, come ne Il lungo Halloween, così anche come tutta l’impostazione noir e hard boiled, che permea le pagine del fumetto. Inoltre Catwoman che ferisce Falcone sul viso richiama l’aspetto caratteristico del personaggio nel fumetto:

E così anche la parentela di Catwoman con Falcone, che è lasciata in sospesa in questo ciclo, ma viene rivelata nel suo sequel, Batman: vittoria oscura (1999)

Per quanto riguarda Hush, l’Enigmista riprende molto il suo aspetto:

E ad un certo punto quando parla del Caso Wayne utilizza proprio la parola Hush, che è fondamentalmente un’onomatopea come il nostro shh.

Più sottilmente, quando Catwoman vuole uccidere il poliziotto corrotto e Batman la ferma, la macchina da presa indugia su Gordon. Nel fumetto infatti Batman si trovava in una situazione analoga e Gordon interveniva per fermarlo proprio con le stesse parole del film.

Non credo di aver mai visto un amore così profondo per i fumetti e per il personaggio come The Batman, che riesce a battere quasi Nolan.

Categorie
2021 Avventura Azione Cinecomic DCU Film

The Suicide Squad, un capolavoro ignorato

Per la regia di James Gunn, in quella strana estate del 2021 è uscito The Suicide Squad. Un progetto nato da un’ingiustizia: il visionario regista, uscito a sorpresa dal cinema indie, aveva firmato i due Guardiani della Galassia (2014) e Guardiani della galassia Vl.2 (2017), ricevendo un’ottima risposta di pubblico e critica.

E, poco dopo, il dramma. Riemergono una serie di tweet del regista un po’ salty (sinceramente anche poco divertenti), e, praticamente da un giorno all’altro, James Gunn è fatto fuori dalla Disney. E la DC, ancora in una gestione molto fumosa del suo universo, decide di buttarsi a pesce. Prende Gunn e gli dà carta bianca. E lui, grande appassionato di fumetti, recupera i più improbabili personaggi, i più secondari, secondarissimi, e li porta sullo schermo in maniera convincente ed azzeccata.

Di cosa parla The Suicide Squad

The Suicide Squad ha una trama non troppo complessa: riprende l’idea del fumetto e del disastroso Suicide Squad (2016), di una squadra di supercattivi (se così vogliamo chiamarli), in questo caso più avanzi di galera con capacità eccezionali, che dovranno imbarcarsi in una missione suicida appunto, sotto la guida della severissima Amanda Waller, interpretata dalla esplosiva Viola Davis, che riprende il suo ruolo del precedente film.

The Suicide Squad è non è quindi un requel: fa riferimento ad alcuni avvenimenti del film del 2016 e anche a Birds of Prey (2020), ma è di fatto un reboot, perché si può vedere il film e comprenderlo anche senza aver visto i precedenti.

Per il resto, lascio la parola al trailer.

Questo film fa per me?

Probabilmente no. Ancora mi stupisco che abbiano potuto lasciare così carta bianca al Gunn. Il film può essere tremendo o stupendo, a seconda dei vostri gusti. Aspettatevi di digerire molto sangue, membra, squartamenti estremamente grafici che troverete raramente nel cinema commerciale. Oltre a questo, battute davvero cattive e pesanti, nonché parecchio volgari.

Ripeto, non per tutti.

E, per favore, tenete lontani i bambini da questo film. Si, perché in Italia il film non è stato vietato e famiglie ignare si sono recate in sala, per fuggire a gambe levate dopo pochi minuti.

Una recensione onesta

Non sarò mai oggettiva su questo film. Ieri sera l’ho visto per la terza volta in meno di un anno. Mi ha entusiasmato fin dalla prima visione e i motivi sono presto detti: la storia è ben strutturata, per nulla banale (anche se a prima vista potrebbe non sembrare), i personaggi sono esplosivi.

Ha degli elementi veramente strani per un il cinema mainstream statunitense: propone un ritratto degli USA ferocemente realistico, ben incarnato dal personaggio di Peacemaker (interpretato dall’ex-wrestrer John Cena), il cui nome è tutto un programma. E in un momento in cui il sogno americano si sta lentamente deteriorando, colpire dove fa più male (le presunte guerre di pace e per portare la democrazia) fa male, malissimo.

La violenza non è facilmente digeribile, anche per me, che sono una grande fan dello splatter: veramente tanta, veramente esplicita, veramente costante. In dei momenti l’ho trovata in parte anche rivoltante.

L’umorismo è veramente da spanciarsi nella maggior parte dei momenti: si ride tanto, e di gusto. Unica nota dolente, per me: Harley Quinn l’ho trovata noiosa. Non mi ha fatto mai ridere, nonostante ci provi costantemente. E forse non è un caso che la battuta che mi ha fatto meno ridere di tutto il film è sua (quella della pioggia, che si vede anche nel trailer).

Verdetto finale.

Lo promuovo a pienissimi voti. Nonostante ci siano delle cose che ho trovato troppo estreme persino per me, è un film veramente incredibile, e che, probabilmente non avrà un futuro.

Non per cuori sensibili.