Supergirl (2026) di Craig Gillespie è il secondo film del neonato DC Universe, inaugurato appena un anno prima da Superman (2025).
A fronte di un budget medio per questo tipo di produzioni, ha aperto in maniera a dir poco disastrosa al primo weekend.
Di cosa parla Supergirl?
Kara (Supergirl) e Clark (Superman) non potrebbero essere più diversi, ma entrambi sono alla ricerca di un posto da chiamare casa. Ma per la cugina il percorso sarà ben più tortuoso e tormentato…
Vi lascio il trailer per farvi un’idea:
Vale la pena vedere Supergirl?

In generale, sì.
Supergirl è nel complesso un prodotto piacevole, che si guarda volentieri, con una struttura narrativa a tappe che nel complesso funziona, pur mancando sostanzialmente di qualsiasi originalità e di guizzo che ci si aspetterebbe da un macroprogetto così importante.
Forse, se fosse uscito in un altro contesto, avrebbe avuto un’accoglienza molto diversa, in parte guastata dal successo di pubblico del film precedente e dalla grande aspettativa pluriennale che questo universo si porta dietro.

Potenza

Il principale nodo di Supergirl risiede nella sua protagonista.
Il personaggio di Milly Alcock si posiziona pericolosamente sul precipizio di una Mary Sue che deve ancora scoprire di esserlo, col rischio di abbracciare i modelli maschili in maniera ben poco ispirata ed incredibilmente banale – in altre parole, un’altra Captain Marvel.
E invece Kara riesce a sorprenderci, caricando il suo personaggio di un realismo che sulle prime appare sostanzialmente comico, ma che assume delle tinte inevitabilmente drammatiche quando viene contestualizzato nel racconto del suo passato – elemento complessivamente ben inserito all’interno della narrazione.

Ed infatti è in questo aspetto così indovinato che si sospetta la maggiore presenza della mano di James Gunn: Supergirl è il perfetto contraltare di Superman, potendo godere, a differenza del cugino, del privilegio di aver conosciuto la sua famiglia, ma anche del dramma di averla persa in giovane età…
…e di essere costretta ad un pianeta che non riconosce come proprio.
Ma se tanta ricercatezza non dialoga efficacemente con la scena…
Pretestuosa

I personaggi intorno a Supergirl vivono totalmente in sua funzione…
…e non sarebbe di per sé un malus, se non fosse che finiscono, alla lunga, per diventare quasi pretestuosi, financo macchiettistici.
L’elemento di dialogo principale – in un contesto in cui ovviamente la protagonista non può raccontarsi storie che conosce già ed è altresì necessario un minimo di variazione nella gestione dei flashback – è sicuramente Ruthye, uno specchio in cui Kara vede sé stessa in potenza, non volendo farla ricadere nei suoi stessi errori…

…ma mancando della stessa profondità.
Ruthye è, in ultima analisi, un personaggio estremamente abbozzato, che non compie mai il passo necessario per raccontarsi effettivamente in modo interessante – nonostante ce ne fossero tutti i presupposti – diventando l’eco di molti giovani personaggi degli Anni Novanta, testardi e, alla lunga, insopportabili.
In altre parole, un Anakin di Episodio I, ma leggermente meno irritante.
E l’antagonista?
Ruolo

Krem è, se possibile, pure più pretestuoso.
Il suo personaggio, nonostante l’attore ci abbia messo molto del suo per farlo parlare in scena, è un antagonista come tanti, che ha l’unica funzione di essere il motore della storia ed il motivo per cui la protagonista decide di mettersi in gioco, offrendo effettivamente uno spunto significativo – Krypto – per raccontare la sua storia.
Per questo, per molti versi, Krem potrebbe essere sostituito da uno qualsiasi dei tanti antagonisti della Marvel delle prime fasi, non apportando nessun contributo significativo alla storia, ma anzi perdendosi in un racconto che per molti versi appare estremamente derivativo – sono diverse le occasioni in cui sembra di stare vedendo Mad Max: Fury Road (2015).

In ultima analisi, il problema di Supergirl non è tanto essere un film piatto di per sé: nella composizione di un multiverso cinematografico come quello che Gunn sta cercando di creare è inevitabile la presenza di prodotti minori, ma che complessivamente – come in questo caso – dialogano in maniera efficace con il resto dei prodotti.
Ma Supergirl arriva un anno dopo un Superman che sembrava davvero poter essere un punto di partenza straordinario e fuori dagli schemi per una nuova DC, caduta negli anni in disgrazia sotto i colpi di prodotti sconclusionati e poco coerenti, ora pronta a sfidare l’altra major – e gli incassi in questo senso di Superman rispetto a Fantastici 4 parlano da soli.
Ma, proprio per questo, vedere in questa fase un prodotto al più gradevole, ma incapace di emergere, non lascia un buon sapore in bocca…


































































































