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Mare of Easttown – Un caso umano?

Mare of Easttown (2021) è una miniserie mistery di produzione HBO con protagonista Kate Winslet, che divenne molto popolare nella stagione dei premi di quell’anno, vincendo quattro Emmy e un Golden Globe.

In Italia è nota col titolo di Omicidio a Easttown ed è disponibile su NOW.

Di cosa parla Mare of Easttown?

Dopo un anno, un misterioso caso di scomparsa di una ragazza nella piccola città di Easttown è ancora irrisolto. E cominciano ad accumularsi altri casi riguardanti altre giovani della comunità…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Mare of Easttown?

Kate Winslet in una scena di Mare of Easttown (2021), miniserie mistery di produzione HBO

Sì e no.

Personalmente, da una serie di cui si era parlato così tanto mi aspettavo qualcosa di più: è un prodotto complessivamente buono, con un’ottima Kate Winslet e una costruzione narrativa che riesce a tenere col fiato sospeso fino all’ultimo minuto.

Tuttavia, è anche una serie che si può definire mistery fino ad un certo punto, dal momento che per certi versi il caso diventa un elemento accessorio di una storia, che risulta invece molto più focalizzata sui personaggi.

E certe volte sembra voler prioritizzare l’elemento scioccante rispetto alla coerenza narrativa…

Poco amabile, ma necessaria

Kate Winslet in una scena di Mare of Easttown (2021), miniserie mistery di produzione HBO

La protagonista ci viene subito presentata come una donna dura e scorbutica.

Ha un rapporto fortemente antagonistico sia con la madre che con l’ex-marito, proprio quando questo si sta per risposare, oltre ad essere incline alla scorrettezza e alle scorciatoie pur di togliersi da situazioni scomode.

Tuttavia, fin dalla prima puntata cominciamo a conoscerla anche come una detective che regge sulle sue spalle un enorme peso, soprattutto emotivo, fra casi impossibili e situazioni familiari complesse.

Kate Winslet in una scena di Mare of Easttown (2021), miniserie mistery di produzione HBO

E col tempo scopriamo anche i traumi del suo passato.

La difficile vita familiare, che avuto il suo picco drammatico con il suicidio del figlio, l’ha fortemente indurita, portandola a gettarsi su casi apparentemente insolvibili, portandola ad un tormento interiore ancora più profondo.

Non mi ha del tutto entusiasmato la gestione del suo personaggio: si punta moltissimo dal punto di vista emotivo sui suoi traumi, ma poi questi vengono risolti fin troppo sbrigativamente, in particolare la morte di Colin.

Inoltre, la sua temporanea sospensione dalla polizia, che poteva portare ad una maggiore riflessione sul personaggio e ad una gestione della trama più interessante, in realtà si rivela fondamentalmente inutile, e anche troppo facilmente risolta.

E non è l’unico caso…

L’effetto Barnaby

Enid Graham in una scena di Mare of Easttown (2021), miniserie mistery di produzione HBO

In moltissime serie analoghe, i misteri si svolgono in piccole comunità che fino a quel momento non erano mai state toccate da tragedie, anzi dove era improbabile che accadessero.

Tuttavia, la loro forza sta proprio nell’unicità del caso, che porta i detective ad investigare personaggi che appaiono del tutto innocui e insospettabili.

Quest’ultima dinamica non manca all’interno della serie, ma diventa davvero poco credibile quando i membri della comunità non solo hanno comportamenti sospetti, ma commettono pure svariati crimini.

Ruby Cruz in una scena di Mare of Easttown (2021), miniserie mistery di produzione HBO

Di fatto, all’interno di una comunità abbastanza piccola, sembra che ci sia la maggiore concentrazione di criminali che all’interno del resto degli Stati Uniti – e neanche tutti vengono denunciati o puniti.

Insomma, si scade nell’effetto Barnaby: all’interno di una cittadina minuscola accadono tantissimi e improbabili casi di omicidio, e chiunque può essere potenzialmente un criminale.

Tanti casi, nessun caso

Pur di tenere alta la tensione, la serie si perde in tante, troppe storyline.

Già l’idea di mettere due casi in un’unica serie è stato un azzardo, ma lo è tanto più se fondamentalmente i casi vengono risolti e messi nel cassetto, senza che si approfondisca più di tanto il caso stesso o le motivazioni che vi erano dietro.

E scegliere come uno dei colpevoli un personaggio sconosciuto è stato un incredibile autogol che ha vanificato del tutto il mio interesse al riguardo.

Julianne Nicholson in una scena di Mare of Easttown (2021), miniserie mistery di produzione HBO

Anche peggio scegliere di trascinare così lungamente invece l’omicidio di Erin, utilizzando una messinscena che puzzava fin da subito di fake: la scelta di non mostrare la notte dell’omicidio mentre John Ross la raccontava è un indizio fin troppo palese della falsità della sua confessione.

Al contempo ho poco apprezzato la scelta di Ryan come colpevole: un ragazzino di appena tredici anni che fondamentalmente lo spettatore non conosce e che serve solo per costruire l’inaspettato colpo di scena finale, che però appare veramente poco credibile…

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The last of us – Il miglior adattamento?

The Last of Us (2023 – …) è una serie tratta dall’omonimo videogioco, di cui condivide showrunner e creatore – Neil Druckmann. Un elemento che è stata la forza e la sconfitta della serie…

Nonostante evidentemente non ci fosse sicurezza al riguardo, The Last of Us è stata una serie da record: se si guardano gli indici degli ascolti, gli stessi sono raddoppiati nel corso della messa in onda degli episodi.

Di cosa parla The Last of Us?

Un virus parassita si diffonde all’improvviso, a macchia d’olio, distruggendo la società dalle fondamenta. Vent’anni dopo, ancora non si trova una cura e il mondo è a pezzi…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale pena di vedere The last of Us?

In generale, sì.

Non ho (ancora) giocato al videogioco, ma la mia ignoranza non mi ha portato alcun reale problema: la storia è perfettamente fruibile anche senza avere la minima idea del mondo di gioco, forte anche della fedeltà e della coerenza delle trame raccontate rispetto al prodotto originale.

Tuttavia, non manca di difetti e potrebbe essere meno attraente di quello che il trailer suggerisce: di fatto è un road movie, concentrato più sulle relazioni fra i personaggi che sul mondo di gioco, con un focus molto forte sui suoi protagonisti

In più – ed è il principale problema – non ha una narrazione effettivamente organica, ma piuttosto episodica. Insomma, non aspettatevi una grande serie con una storia unitaria di zombie, ma piuttosto un buddy movie ambientato in un mondo post apocalittico, cadenzato con la cosiddetta avventura della settimana.

Insomma, apprezzabile, ma da approcciare con la giusta forma mentis.

Un inizio troppo vicino

Bella Ramsey in una scena di The Last of Us

L’inizio di The Last of Us è forse la parte più azzeccata.

La serie si apre con una sequenza che getta le basi per farci comprendere la natura dei fungi e quindi dell’epidemia che presto prenderà piede. Segue una lunga sequenza dedicata a mostrarci i personaggi nel passato, che vivono la loro vita ignari di quello che sta già succedendo intorno a loro.

Con una tensione palpabile e perfetta per trenta lunghissimi minuti.

Pedro Pascal in una scena di The Last of Us

E poi tutto crolla: in un attimo la società è distrutta alle fondamenta. Non ci sono più uomini o donne, non ci sono più esseri umani, ma solo potenziali infetti. E capiamo – e sentiamo – profondamente il trauma di Joel…

E il salto in avanti di vent’anni riesce, in pochi minuti, a raccontare perfettamente quanto la situazione sia persino peggiorata: un innocente bambino viene accolto in una QZ, ma è infetto. Nella scena successiva lo troviamo nella pila di cadaveri che Joel sta raccogliendo…

E quei cartelli di avvertenze su come comportarsi vi ricordano qualcosa?

Costruire una relazione

Pedro Pascal e Bella Ramsey in una scena di The Last of Us

Il cuore della narrazione è la relazione fra Joel e Ellie.

Spesso il resto della storia viene sacrificato per dare sempre maggior spazio al costituirsi del loro rapporto. Rapporto che, soprattutto sulle prime, è fortemente antagonistico: Joel vive Ellie come un peso.

Infatti l’uomo è stato indurito dalla vita, dalla morte della figlia e dai venti durissimi anni dove ha visto il mondo crollare. E infatti la loro relazione si costruisce a poco a poco: per un terzo degli episodi Joel tratta la ragazzina anche piuttosto sgarbatamente, cercando di domare la sua sfacciataggine.

Pedro Pascal e Bella Ramsey in una scena di The Last of Us

Ma Ellie è un personaggio talmente frizzante e piacevole che per Joel è impossibile non affezionarsi e ritrovare in lei la figlia perduta. E, il misto di piccoli momenti che strappano una risata inaspettata – le terribili barzellette – e delle grandi sfide davanti alle quali i protagonisti vengono messi, costruisce un rapporto importante ed intenso.

E questo è possibile soprattutto per i due attori protagonisti.

Anche senza conoscere il videogioco, posso sicuramente dire che Pedro Pascal e Bella Ramsey siano stati due ottimi protagonisti, che sono riusciti a portare in scena una coppia intrigante e in continua evoluzione, per quanto opposta nel carattere.

Ma l’importanza della loro storia è anche parte del problema.

Un mondo senza pericoli

La totale centralità della loro relazione è soffocante per tutto il resto.

Non che manchi in realtà un buon world building: vengono raccontate le varie facce di questo nuovo e spietato mondo post apocalittico, frantumato in piccole comunità che pensano solo a se stesse, per cui il resto del mondo è il nemico.

Tuttavia, si sente la mancanza di una minaccia.

Gli infetti ci sono e quando ci sono sempre terrificanti, rubano la scena persino ai protagonisti, in particolare nel picco del quinto episodio, con la terrificante orda che azzanna, distrugge e smembra tutto quello che gli capita a tiro.

E gli attori degli infetti sono stati veramente ottimi.

Tuttavia la loro presenza è troppo sporadica: manca un numero sufficiente di scene che riesca a giustificare la continua tensione che dovremmo provare quando i personaggi escono dalle zone sicure.

Anzi, spesso viene anche detto che in determinate luoghi gli infetti non ci sono proprio…

La mancanza di organicità

Melanie Lynskey in una scena di The Last of Us

The Last of Us sembra voler raccontare una storia unitaria e un viaggio piuttosto lineare, con alcune deviazioni lungo il percorso.

Tuttavia, manca di un’effettiva organicità.

Ci sono fin troppe puntate in cui il viaggio si ferma per fin troppo tempo, con episodi che non sono semplici deviazioni, ma intere storie a parte o occasioni per approfondire meglio la psicologia dei personaggi.

Pedro Pascal in una scena di The Last of Us

Nonostante molte di queste storie siano indubbiamente interessanti e introducano personaggi indimenticabili – fra cui la bellissima storia di Bill e Frank – al contempo rovinano inevitabilmente il ritmo della storia principale, che risulta eccessivamente spezzettata e troppo sbrigativa in alcuni snodi cruciali.

Lo svolgimento sembra voler portare una storia unitaria e completamente focalizzata sul mondo e soprattutto i protagonisti, ma al contempo si perde appunto in molte altre storie tangenziali. Non sarebbe stato per questo più onesto portare una serie con una struttura verticale – ovvero episodica – senza sforzarsi nell’altro senso?

Il finale

Pedro Pascal in una scena di The Last of Us

Il finale di The Last of Us è stato molto discusso.

Si è criticato soprattutto il minutaggio troppo ridotto per portare in scena un momento così importante della storia di Joel e Ellie. Personalmente io ho trovato la durata dell’episodio più che giusta, e non ho sentito il bisogno di avere a disposizione più tempo per raccontare questo importante momento conclusivo.

Al contrario, accolgo la critica circa la mancanza di introduzione di questo finale: niente nell’episodio precedente racconta l’approcciarsi ad una conclusione – e sarebbe bastato veramente poco. E l’episodio stesso non sembra una conclusione, se non quando effettivamente i protagonisti arrivano al punto di arrivo.

Tuttavia, ho trovato estremamente interessante il dubbio morale che il finale vuole trasmettere: stiamo dalla parte di Joel o la sua è solamente una scelta egoistica? Un tema che sarà indubbiamente esplorato nella seconda stagione, e che rivela la precarietà del rapporto fra i protagonisti…

Recensione The Last of Us

Il prezioso contributo di Cristiano (@cristianodalianera), con un’opinione forse non tanto diversa dalla mia, ma sicuramente più colorita…

Il preambolo

Pedro Pascal in una scena di The Last of Us

L’attesa di The Last of Us era vincolata all’aspettativa, altissima, che il progetto videoludico aveva instillato.

Una videogame action-survival horror tutto trama, con complicate digressioni emotive e un sottobosco di non detto ad arricchire la narrazione. Praticamente Resident Evil diretto da Alejandro González Iñárritu (anche grazie alle suggestioni sonore di Gustavo Santaolalla), cosa poteva andare storto?

Pedro Pascal in una scena di The Last of Us


Infatti il gioco – uscito nel 2013 – è stato devastante sul fronte pubblico e critica, alzando l’asticella della qualità e diventando, a tutti gli effetti, il canto del cigno della PlayStation 3. Naughty Dog, nella persona dell’ideatore Neil Druckmann, deve aver pensato: ho un prodotto cinematografico fatto e finito!

Ed è partito subito il progetto per un lungometraggio che, in origine, prevedeva la regia di Sam Raimi ed un cortometraggio animato sotto l’egida Sony Pictures.

Ma qualcosa è andato storto.

L’adattamento

Pedro Pascal in una scena di The Last of Us

Una produzione che ha preso piede con un cattivo auspicio: la critica al casting di Bella Ramsey per il personaggio di Ellie. L’accusa è stata di non essere bella abbastanza per interpretare la protagonista. Su Pedro Pascal un dubbioso assenso: alla fine Joel è musone quanto basta.

Risolto il problema delle facce, bisognava affrontare il problema della storia.

Come affrontare la trasposizione del videogame?

Pedro Pascal e Bella Ramsey in una scena di The Last of Us

Le vie maestre sono due: quella lunga e quella corta.

La via lunga prevede un approfondimento costante, lo sviluppo di una trama orizzontale complessa, avvincente, appassionante. Una sorta di soap-opera con un substrato di apocalisse che aromatizzi il tutto, lasciando sedimentare l’affetto per i personaggi in una crosta cementizia inscalfibile.

La via breve prevede una serie di episodi dalla trama pressoché verticale, rifacendo shot-for-shot intere sequenze del videogame, ad uso e consumo del videogiocatore incallito (e un po’ tossico) che opera la metà della magia della messa in scena: lo dimo ma non lo famo, e la fantasia dello spettatore ci mette il resto.

Il risultato

Spaparanzati davanti al primo episodio, già assaporavamo la lentezza della costruzione narrativa di una serie di spessore, un lungo viaggio nell’abisso e nella risalita. Una collocazione da manuale per tempi tecnici e narrativi, condito dalla necessaria crudeltà che è ingrediente imprescindibile a far montare la rabbia che ci tiene incollati allo schermo: vogliamo tutto e lo vogliamo ORA.

Il secondo episodio prosegue, un po’ in sordina, ma è preparatorio. Ci sfreghiamo le mani in attesa del bagno di sangue, della fuga rocambolesca, del salvataggio all’ultimo minuto.

Episodio tre: La Casa nella Prateria prepper edition.

Beh, sono scelte narrative. Il review bombing dell’episodio a causa dei temi LGBTQ+ me l’ha fatto stare persino simpatico, anche se realizzato in maniera eccessivamente ruffiana. Vabbè, alla fine ci sta una battuta d’arresto.

Magari non è uscita proprio come uno s’aspettava.

Bella Ramsey in una scena di The Last of Us

Quattro e Cinque, con uno straccio di orizzontalità, sembrano andare troppo a rilento ed in maniera abbastanza inconcludente. La quinta è tipo la versione tamarra di Zombie di Romero, con un finale wtf che riporta la speranza alla quota di sicurezza.

È il giro di boa – uno pensa – da qui in poi è il delirio.

Episodio sei: latte alle ginocchia feat. cameo del cane Chopper di Stand by me.

Episodio sette: sismance in flashback feat. UNO DI NUMERO infetti. Grossa suspense.

Episodio otto: Ellie ingoia Hannibal Lecter, ah-ah-ah.

Episodio nove: Joel ingoia Chuck Norris.

La critica

Bella Ramsey in una scena di The Last of Us

La qualità del prodotto, tecnicamente parlando, è sopraffina.

Inquadrature, sequenze, fotografia, scenografia, recitazione. Tutto, davvero eccellente. La narrativa, presa per singolo episodio, è superiore alla media per tantissimi versi.

Nell’insieme, invece, è sconclusionata e, come dicono quelli bravi, anti-climatica.

La gestione dei tempi, relativamente coerente col singolo episodio, è stata gravemente sottostimata nell’ottica della serialità. Si iniziava a sentire il prurito alle corna dall’episodio tre, che nella prospettiva della serie completa risulta essere una colossale perdita di tempo, preziosissimo tempo da investire nella costruzione del rapporto fra i protagonisti.

Bella Ramsey in una scena di The Last of Us

E non è stata l’unica.

L’episodio sei è una serie di montagne russe in accelerazione e decelerazione su cose essenziali, se la serie avesse avuto davanti altre dodici puntate. Il tutto si traduce in un filler-spiegone dall’effetto soporifero che ammazza una tensione emotiva già moribonda.

L’inseguimento dei tempi videoludici si è fatto, tra l’episodio cinque e sei, insostenibile. E mentre il giocatore incallito si è esaltato nella riproposizione pedissequa delle sequenze di gioco, lo spettatore medio si infilata schegge di bambù sotto le unghie.

Pedro Pascal in una scena di The Last of Us

La costruzione del rapporto padre-figlia si risolve in un vortice di frasi fatte e ripescaggio di formule abusate. Il ruolo del cattivo poggia tutto sulle spalle del genere umano – homo homini lupus – che occhei vabbene abbiamo capito.

Gli infetti compaiono quattro volte in nove puntate, livello di pericolosità: li elimina una donna in travaglio con un temperamatite.

Alla fine The Last Of Us si è rivelato un enorme equivoco.

Bella Ramsey in una scena di The Last of Us

Chi si aspettava il taglio epico del videogame ha dovuto fare i conti con l’assenza della componente interattiva, che trasporta lentamente il videogiocatore nella storia e gode di un lusso che questa serie non si è concessa: il tempo.

Chi si aspettava la narrazione autoriale di La Guerra Mondiale degli Zombi – il libro di Max Brooks, non il film – attraverso gli occhi di due anime perse nella fine del mondo ha dovuto fare i conti con una realizzazione confusionaria e frammentata che pecca nell’unica cosa di cui si senta davvero la mancanza: il tempo.

La conclusione

Pedro Pascal in una scena di The Last of Us

Una promessa mancata che si divide tra chi la difenderà a spada tratta – Guarda! L’hanno rifatta uguale! – e chi l’ha subita maturando lo spegnimento per ogni forma di entusiasmo.

Personalmente ho ravvisato una fortissima componente riempitiva, sia emotiva che sostanziale, da chi conosceva la trama e chi era pieno di aspettative. In realtà il migliore adattamento da un videogame non c’è stato, e la serie ondeggia fra la mediocrità e la sufficienza.

L’esperimento mentale necessario sarebbe quello di togliere dal prodotto il brand The Last of Us e darlo in pasto allo spettatore qualunque: si toccherebbero vette di disinteresse che sono la cifra di un prodotto tenuto in vita da un pernicioso fungo parassita che assomiglia all’accanimento terapeutico.

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The White Lotus – La società al vetriolo

The White Lotus (2021 – …) di Mike White è una serie tv di genere drammatico e satirico, dal taglio semi-antologico. Un prodotto che è stato ampiamente premiato agli Emmy, ma che ha avuto un riscontro abbastanza tiepido in Italia.

È distribuita da HBO e in Italia è disponibile su NOW.

Di cosa parla The White Lotus?

Ogni stagione la serie racconta le intricate vicende di un gruppo piuttosto vario e colorito di personaggi, accomunati dall’essere ricchi e dall’alloggiare presso uno dei resort del White Lotus, appunto.

Vi lascio il trailer della prima stagione per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere The White Lotus?

Meghann Fahy in una scena della seconda stagione di The White Lotus

Assolutamente sì.

Ho cominciato questa serie con poco interesse, attirata principalmente dal passaparola positivo intorno al prodotto – e dal fatto che è stato paragonato al mio adorato Triangle of Sadness (2022). E ne sono rimasta assolutamente rapita: è difficile anche spiegare perché questa serie sia così tanto coinvolgente.

Sarò perché la scrittura dei personaggi e delle loro relazioni è sublime, mai banale, nonostante i temi trattati potrebbero facilmente appartenere a qualsiasi drama di terza categoria. Senza contare dell’interessantissima e sempre attuale riflessione sulla società odierna.

Insomma, non ve la potete proprio perdere.

Ogni sezione parla solamente della stagione di riferimento.

The White Lotus 1

La prima stagione è ambientata nel resort White Lotus alle Hawaii.

La moglie trofeo

Alexandra Daddario in una scena della prima stagione di The White Lotus

La storia forse più drammatica è quella di Rachel.

Si percepisce fin da subito il disagio della sua relazione: la ragazza è intrappolata con un uomo che è in realtà solo un bambino viziato, che pretende di mettere i piedi in testa a tutti e di avere sempre l’ultima parola.

Ma Shane ha pescato la donna sbagliata.

Rachel non è la classica donna immagine e arrampicatrice sociale da mettere in mostra all’occorrenza: è una donna che ha cercato faticosamente di farsi strada in una realtà piena di insidie, continuando imperterrita nel suo lavoro.

Alexandra Daddario in una scena della prima stagione di The White Lotus

Ma, al contempo, è anche vittima della sua grande insicurezza: accetta le pressioni del marito e i suoi capricci senza una parola, se non qualche timida protesta, che però viene sotterrata dalle continue urla lagnose di Shane.

E vive con molto disagio la sua condizione – evidente ed esplicitata anche dalla madre del marito – di moglie trofeo, cercando di crearsi un proprio spazio di autonomia, non riducendosi a portare avanti lavori senza significato solo per riempire il tempo e acquisire uno status.

Ma il tentativo di emancipazione fallisce: Rachel, troppo spaventata di questo ulteriore grande passo che sta compiendo, torna con la coda dalle gambe dal marito, promettendogli con voce spezzata che sarà felice.

Le paladine di carta

Sydney Sweeney e Brittany O'Grady in una scena della prima stagione di The White Lotus

Olivia e Paula sono apparentemente due ragazze viziate di buona famiglia, superficiali e vuote.

Tuttavia, più la narrazione prosegue, più vengono svelati i loro conflitti sepolti, con al centro la possessività e la gelosia di Olivia, motivo per cui Paula le nasconde la sua relazione con Kai.

Ed entrambe raccontano un conflitto generazionale profondo, ben rappresentato dai vari discorsi fra loro e i genitori: gli adulti vivono ancora delle vergogne e dei principi della vecchia generazione, in particolare di quello dell’omosessualità come demascolinizzante.

Sydney Sweeney e Brittany O'Grady in una scena della prima stagione di The White Lotus

Anche più interessante è il racconto del colonialismo 2.0, ben rappresentato dal resort stesso.

Tuttavia, entrambe le parti sbagliano: se i genitori se ne lavano le mani e negano tutte le loro colpe, chiosando che non possono farci nulla, d’altra parte le due ragazze prendono strade più estreme – e comunque non risolutive.

Infatti, oltre alla condanna aggressiva nei confronti della generazione precedente, non è affatto risolutiva l’idea di Paula, che sceglie di aiutare Kai e la sua famiglia a riconquistare quanto gli è stato tolto improvvisandosi come un’improbabile Robin Hood.

Un atto che porta paradossalmente vantaggio ai conquistatori e che distrugge definitivamente la vita a quelle che erano le vittime in primo luogo.

Il capriccio del momento

Jennifer Coolidge in una scena della prima stagione di The White Lotus

Il personaggio di Tanya racconta forse una figura più stereotipata, ma la cui storia ha dei significati molto interessanti.

Infatti la donna è il classico personaggio ricco e pieno di stranezze, che può permettersi di inseguire ogni capriccio, per quanto temporaneo. E in questo gioco perverso ci finisce di mezzo Belinda, che per un breve periodo diventa la sua favorita, illudendosi di promesse presto smentite.

Natasha Rothwell in una scena della prima stagione di The White Lotus

Inizialmente la donna ha evidentemente la sensazione di starsene approfittando, ma mette presto da parte questi suoi scrupoli per andare fino in fondo, e guadagnarci qualcosa. Ma la sua finestra temporale è brevissima, e in un attimo Tanya è passata al capriccio successivo.

Ed è estremamente interessante come il cambio di idea di questa ricca ereditiera, che la stessa vive con così tanta leggerezza ed egoismo, determina così profondamente il destino di Belinda…

Le belle apparenze

 Murray Bartlett in una scena della prima stagione di The White Lotus

Armond, il manager del White lotus, è forse il personaggio che meglio rappresenta il tema di fondo della serie.

Apparentemente il resort è un luogo idilliaco e paradisiaco, ma è solo un’apparenza, appunto: un’apparenza che nasconde in realtà tutto il marcio, tutti i capricci impossibili degli ospiti, i loro segreti, e i loro peccati.

E Armond, assolutamente stufo di questa situazione, comincia sempre di più a dirigersi verso la sua autodistruzione, utilizzando contemporaneamente le droghe rubate alle due ragazze e inimicandosi Shane, che sempre più insistentemente vuole punirlo.

E, come per Kai e Belinda, è l’unico che veramente ci perde, addirittura con la sua vita.

La vera liberazione

Fred Hechinger in una scena della prima stagione di The White Lotus

Il vero vincitore della serie è Quinn.

Inizialmente ci viene raccontato come un adolescente dissociato, del tutto dipendente dalla tecnologia e dalla pornografia – in maniera quasi stereotipica. Sarà un’onda fortunata a privarlo di tutto, con una funzione quasi catartica.

Anche in questo caso è una costruzione passo passo: prima viene esiliato sulla spiaggia e vede per la prima volta una balena, poi comincia ad unirsi agli atleti ogni mattina, fino a rendersi conto della fumosità e l’inutilità della vita che aveva condotto fino a quel momento.

Ed è l’unico che davvero sceglie di abbandonare quel mondo, e remare felice verso l’orizzonte.

The White Lotus 2

La seconda stagione è ambientata nel resort White Lotus in Sicilia.

Il gioco delle coppie

Meghann Fahy,  Aubrey Plaza, Theo James e Will Sharpe in una scena della seconda stagione di The White Lotus

Uno degli elementi centrali della stagione è il gioco delle relazioni, che si articola in ben quattro coppie e un triangolo amoroso.

Sulle prime, sembra che Harper e Ethan siano una coppia infelice, sopratutto per via della freddezza e dell’ossessione del controllo della donna, in totale contrasto con l’apparente felicità di Cameron e Daphne.

Tuttavia la stessa viene presto svelata come tutta apparenza: Cameron si intrattiene con diverse donne alle spalle della moglie, che ne è tuttavia consapevole, ma che decide comunque di mantenere in piedi la facciata.

Meghann Fahy e Will Sharpe in una scena della seconda stagione di The White Lotus

Al contrario, la coppia più solida si rivela infine quella di Ethan e Harper, basata sulla totale fiducia e sincerità. E questo, nonostante la stessa fiducia venga meno sul finale, quando il marito è convinto che la donna l’abbia tradito con Cameron – come viene anche suggerito nel primo episodio.

Entrambe le storie – anzi proprio il loro contrasto – offrono diversi spunti di riflessione riguardo alla fragilità delle relazioni e di come spesso si decida di continuare a mantenere il quieto vivere delle stesse, pur avendo consapevolezza di tutte le bugie che vi stanno dietro…

Dove sta la morale?

 Beatrice Grannò e Simona Tabasco in una scena della seconda stagione di The White Lotus

Altrettanto interessante sono le vicende di Lucia e Mia.

Per quanto riguarda Lucia, non è ben chiaro fino alla fine quanto e se la ragazza stia mentendo riguardo ad Alessio e quanto si sia effettivamente approfittato di Albie, con cui si intrattiene diverse volte e con cui sembra costruire un’effettiva relazione.

Eppure alla fine decide comunque di costruirsi una vita alle spalle del ragazzo, con un tradimento che neanche sembra toccarlo più di tanto, in quanto è subito pronto a tornare da Portia. È forse la realizzazione felice del disastroso piano di Kia e Paula nella prima stagione, derubando i ricchi per dare ai poveri?

E noi, da che parte stiamo?

Beatrice Grannò in una scena della seconda stagione di The White Lotus

Molto più netta è la situazione di Mia.

La ragazza capisce che l’unico modo in cui – purtroppo – può fare carriera come cantante è concedendosi all’uomo di potere di turno. Tuttavia, appare chiaro fin dal principio che Giuseppe si voglia solamente approfittare di Mia.

E per questo viene punito.

Alla fine la ragazza riesce ad ottenere il tanto ambito posto è perché convince con tante belle parole Valentina e dimostra effettivamente di essere capace e di ottenere il favore del pubblico, a differenza appunto di Giuseppe.

E molto delicata è anche la relazione con Valentina.

Un sottile equilibrio

Sabrina Impacciatore in una scena della seconda stagione di The White Lotus

La storia di Valentina è quella con lo svolgimento più interessante.

La donna si invaghisce di Isabella e confonde la sua gentilezza con delle avance, andandole anche contro, togliendo un possibile spasimante dalla sua vita – ovvero Rocco. Tuttavia, nel momento della rivelazione del loro prossimo matrimonio, Valentina decide di non cedere alla cattiveria e all’abuso di potere.

Infatti, forse anche ammorbidita dalla relazione con Mia che le permette di esprimere finalmente i suoi desideri sessuali, la donna accetta la relazione di Isabella e Rocco, e sceglie consapevolmente di non punirla per averla rifiutata romanticamente.

Fra il thriller e il grottesco

Jennifer Coolidge e Jon Gries in una scena della seconda stagione di The White Lotus

Tanya è l’unico personaggio che appare in entrambe le stagioni e che regala al secondo ciclo di episodi quel taglio thriller che lo rende per certi versi anche più interessante.

Tanya e Greg sembrano avere una relazione piuttosto infelice, da ogni punto di vista: sessualmente non sembrano riuscire a ritrovarsi, e così sentimentalmente Greg non ha più interesse per la donna, con cui si è unito probabilmente solo perché pensava di essere in fin di vita.

Jennifer Coolidge in una scena della seconda stagione di The White Lotus

Infatti, anche se non viene esplicitamente confermato, Greg avrebbe instaurato un intrigato piano per eliminare la moglie e guadagnarci il più possibile. Così entra in scena questo gruppetto di personaggi quasi macchiettistici, che sembrano regalare a Tanya la più bella vacanza possibile.

In realtà, mettendo a poco a poco insieme i pezzi, la donna si dimostra molto meno ingenua di quanto sembri e capisce di essere in pericolo. E il suo personaggio è talmente goffo e grottesco che ci regala un gustosissimo finale fra il thriller e il comico, in cui Tanya fa disordinatamente strage dei suoi potenziali assassini, ma perde lei stessa la vita.

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Avventura Avventura Azione Azione Cinecomic Commedia nera Cult rivisti oggi DCU Drammatico Drammatico Fantascienza Fantascienza Film HBO Max Mistero Satira sociale Serie tv Thriller Watchmen

Watchmen – Trasporre un capolavoro

Watchmen è una graphic novel cult ad opera di Alan Moore, uno dei più grandi fumettisti viventi, autore anche di altri prodotti di culto come V per Vendetta e Batman – The Killing Joke.

Non conoscevo la sua opera se non per i prodotti derivativi, ma per anni ho avuto il desiderio di leggere il suo fumetto più importante: Watchmen, appunto. E da questa lettura è nata la necessità di una più ampia riflessione in merito alla possibilità di trasporre un prodotto già così perfetto di per sé.

E ho avuto anche la fortuna di potermi confrontare con un’opinione diversa dalla mia.

Per questo ringrazio Simone di Storie e Personaggi (@storie_e_personaggi) per il prezioso contributo.

Perché Watchmen è un’opera fondamentale

Prima di cominciare la valutazione delle trasposizioni del fumetto, è fondamentale chiarire l’importanza dell’opera di partenza.

I dodici albi che compongono l’opera uscirono fra il 1986 e il 1987, ovvero agli sgoccioli della Guerra Fredda. E, infatti, una delle tematiche principali dell’opera è proprio il conflitto nucleare stesso, una minaccia costante e onnipresente.

Una paura vera, reale.

Al contempo, anche confrontando l’opera con prodotti più recenti, non esiste niente di paragonabile, nessun prodotto che abbia saputo raccontare una storia apparentemente supereroistica nella maniera meno convenzionale possibile, uscendo da tutti i canoni e raccontando davvero cosa significherebbe l’esistenza di supereroi nella società statunitense.

Insomma, prodotti come The Boys e Invincible sono solo la pallida ombra di Watchmen.

Il resto, lo lascio alla vostra lettura.

Watchmen di Snyder

Per anni ho avuto un rapporto molto altalenante e conflittuale con il film di Snyder del 2009: inizialmente, per la troppa violenza, non riuscivo neanche a guardarlo fino in fondo. Poi ho cominciato ad apprezzarlo, e, ad oggi, non lo sopporto.

Questa analisi vuole essere il più equilibrata possibile, riconoscendo i meriti, i difetti e i limiti di una trasposizione così complessa, partendo dalla chiosa di Simone, persona molto più esperta di me in materia:

L’opera di Moore è talmente un capolavoro che neanche Snyder poteva rovinarla.

Iniziare col botto

Una scena dal film Watchmen (2009) di Zack Snyder

Un elemento abbastanza incriticabile – persino per me – sono i titoli di testa.

È ormai iconica la sequenza di immagini che racconta la gloria e la caduta del Minutemen, riesce subito a farti immergere nello spirito della storia di Moore: eroi che sembrano una carnevalata in un modo duro e sanguinoso.

Altrettanto d’impatto l’inizio vero e proprio e, più in generale, le scene dedicate all’indagine di Rorschach – le uniche per me veramente funzionanti all’interno della pellicola – che riescono effettivamente a rendere adeguatamente la controparte fumettistica.

Oltre ad essere anche quelle più ricordate e citate.

Ma se di Rorschach possiamo parlar bene…

Un casting bello a metà

Jackie Earle Haley nei panni di Rorschach in una scena dal film Watchmen (2009) di Zack Snyder

Il casting dei personaggi del film mi ha convinto a metà.

Sia per quanto riguarda le capacità recitative degli attori, sia per l’estetica in generale.

Per come sono rimasta positivamente convinta del casting di Rorschach, del Comico e del Gufo – sia per il loro physique du rôle, sia per le loro capacità recitative, due sono invece gli attori che non mi hanno convinto.

A livello più estetico che interpretativo, ho trovato poco convincente la scelta di Matthew Goode come Ozymandias: nel fumetto il suo aspetto da adone, una figura quasi eterea che si paragona al mitico Alessandro Magno, era fondamentale anche per la sua caratterizzazione.

Un ruolo poco calzante purtroppo per questo attore.

Malin Åkerman nei panni di Spettro di Seta in una scena dal film Watchmen (2009) di Zack Snyder

Invece è stata veramente una scelta pessima da ogni punto di vista castare Malin Åkerman come Spettro di Seta.

Per quanto non apprezzi neanche particolarmente la controparte cartacea, le capacità recitative di questa attrice me l’hanno fatta quasi rivalutare: Laurie non era semplicemente una ragazzina isterica e senza sapore come appare nel film.

E si collega anche il primo grande problema della pellicola.

Attualizzare i costumi?

Jeffrey Dean Morgan nei panni del Comico e Matthew Goode nei panni di Ozymantis in una scena dal film Watchmen (2009) di Zack Snyder

Bisogna ammetterlo: i costumi del fumetto potevano apparire quasi ridicoli in un film con questo tono.

Infatti, sembrano molto più vicini a quelli dei titoli di testa: banalmente, molto fumettosi. Tuttavia, arrivare nella maggioranza dei casi a banalizzarli e a renderli simili al costume di Batman – e non uno qualsiasi, ma proprio quello di Snyder – è stata una scelta al limite del ridicolo.

E mi interessano sinceramente poco le motivazioni che ci possono essere state.

Il picco di bruttezza è ovviamente Laurie, che appare come una Vedova Nera ante-litteram, con la sua tutina provocante in latex che non fa altro che amplificare la poca cura e profondità del suo personaggio nel film.

L’eccesso

Patrick Wilson nei panni del Gufo Notturno Malin Åkerman nei panni di Spettro di Seta in una scena dal film Watchmen (2009) di Zack Snyder

Il secondo grande problema del film, almeno per quanto mi riguarda, è che comunque l’ha diretto Snyder, autore – ricordiamolo sempre – di capolavori come 300 (2006) e Sucker Punch (2011).

Un regista che a livello tecnico sa comunque il fatto suo, che sa mettere la sua impronta nei progetti di cui si occupa, ma che proprio per questo è capace di raggiungere delle vette di bruttezza inimmaginabili.

Billy Crudup nei panni di Dr. Manhattan in una scena dal film Watchmen (2009) di Zack Snyder

In questo caso non so se abbia voluto fare il suo compitino attraverso il citazionismo esasperato o se sia stato tenuto al guinzaglio: in ogni caso, rendere alla lettera un’opera non rende un prodotto bello – come Ghost in the shell (2017) in parte ci dimostra.

E l’impronta di Snyder si percepisce nei continui ed estenuanti slow-motion, nella assoluta mancanza di comicità, nelle scene soft porn che non hanno un briciolo dell’eleganza di quelle del fumetto, e nella scelta piuttosto dozzinale della colonna sonora.

Insomma, poteva anche andare peggio, ma non significa che in questo meno peggio ne emerga un buon prodotto.

Il finale (e oltre)

 Matthew Goode nei panni di Ozymantis in una scena dal film Watchmen (2009) di Zack Snyder

Il finale mi ha non poco innervosito.

Non perché di per sé non funzioni o non abbia senso, ma perché di fatto cambia e banalizza quello che, nell’opera di Moore, era una conclusione magistralmente pensata e che ha lasciato un segno indelebile nella storia del fumetto.

La chiusa invece del film la posso paragonare a molte altre e, come concetto, a quello che si vede in Batman vs Superman (2016), proprio per dirne una.

Per costruire un finale al pari dell’opera originale, semplicemente, non si sarebbe dovuto provare a comprimere una storia di così ampio respiro come quella di Watchmen in un film di appena due ore e mezza – impresa che neanche l’autore più abile sarebbe riuscito a compiere.

Infatti, così ne viene fuori un prodotto veramente pesantissimo e che non lascia il giusto spazio né la giusta dignità ad un’opera così immensa.

Insomma, Snyder non ha rovinato Watchmen, ma è stato totalmente incapace di eguagliarlo.

La miniserie Watchmen

Quando uscì la serie nel 2019 la guardai avendo solo una vaga conoscenza del mondo di Watchmen, tramite proprio il ricordo del film di Snyder.

E, seppur con le dovute differenze, le mie conoscenze fumettistiche non hanno più di tanto mutato le mie opinioni originali.

Is this a requel?

Regina King nei panni di Sister Night in una scena della miniserie Watchmen

Cominciamo mettendo da parte le dichiarazioni degli autori del fumetto, viziate da interessi probabilmente del tutto estranei ad un puro giudizio artistico.

Come Scream 5 (2022) ben ci insegna, di fatto la serie di Watchmen è un requel, ovvero un sequel reboot: una riproposizione della medesima storia prendendo direzioni diverse.

E per me è un ottimo requel.

Fondamentalmente, è tutto quello che io vorrei vedere quando un autore, soprattutto se un autore di talento, prende in mano un’opera e la fa sua, scegliendo strade diverse, ma senza mai tradirne lo spirito originario della materia prima.

Per fortuna Lindeloff, lo showrunner, ha deciso sapientemente di prendere totalmente le distanze dalla trasposizione di Snyder, in primo luogo mettendo il vero finale del fumetto e dando decisamente maggior dignità ai personaggi rispetto al film, in particolare per Laurie.

Purtroppo, ha fatto un unico, grosso, buco nell’acqua.

Il Dr. Manhattan.

Un dio in pigiama

Yahya Abdul-Mateen II nei panni di Dr Manhattan in una scena della miniserie Watchmen

Partiamo col dire che il Dr. Manhattan della serie non è tutto da buttare: i suoi punti forti sono l’interpretazione di Yahya Abdul-Mateen II e la prima apparizione del personaggio.

Il momento in cui Manhattan entra per la prima volta in scena è davvero incredibile: rimane per tutto il tempo di spalle per non svelarne il vero volto. Infatti, proprio come un dio, il suo aspetto esterno è utile solamente per mostrarsi agli uomini. Inoltre, tutta quella scena riprende evidentemente lo splendido Capitolo IX, Nelle tenebre del puro essere.

E in generale l’attore è riuscito davvero a calarsi nella parte, portando in scena un personaggio per la maggior parte del tempo apatico e freddo, con un intenso sguardo vitreo davvero affascinante e convincente.

Il problema è il resto del tempo.

Yahya Abdul-Mateen II nei panni di Dr Manhattan in una scena della miniserie Watchmen

Purtroppo si è scelto rendere il personaggio più accessibile ed emotivo, legandolo sentimentalmente ad Angela. Tuttavia, si tratta del tutto di una scelta out of character, che esce proprio dai principi fondanti del Dr. Manhattan e del suo totale distacco dalle vicende umane.

Inoltre – come ben mi ha fatto notare Simone – è problematica anche la messinscena: scegliere di non far brillare il personaggio, di tenerlo vestito per la maggior parte del tempo, ovvero renderlo così umano ha il solo esito di non trasmettere per nulla l’imponenza della sua figura.

Purtroppo, su questo devo dire che Snyder ha fatto meglio.

Un mistero stratificato

Watchmen è una serie che vive di tensioni.

Il mistero è complesso, intricato, ben stratificato e, in ultimo, torna per tutte le sue parti – anche per quelle di Manhattan. Infatti, per quanto il suo personaggio non sia sé stesso, all’interno della reinterpretazione – pur sbagliata – della serie, ha perfettamente senso.

Inoltre, il suo legame emotivo non è così determinante per la storia nel complesso: sarebbero bastati pochi tocchi di sceneggiatura e una maggiore fedeltà al personaggio per far tornare comunque tutto: semplicemente, Manhattan sapeva di dover morire perchè era la cosa migliore nel complesso degli eventi.

Yahya Abdul-Mateen II nei panni di Dr Manhattan e Regina King nei panni di Sister Night in una scena della miniserie Watchmen

Tuttavia, per la questione dell’uovo c’è da fare un discorso a parte.

A livello strettamente narrativo, il cliffhanger finale è per me una delle scelte migliori mai viste in una serie tv – soprattutto a fronte della giusta e ferma decisione di non fare un’inutile seconda stagione. È una splendida chiusura, che lascia per sempre il dubbio sullo svolgimento futuro della storia.

Tuttavia, a livello invece più canonico, mi ha poco convinto.

L’idea che Dr. Manhattan possa trasferire i suoi poteri ad un altro, nonostante la logica interna della serie, depotenzia tantissimo il personaggio e la sua origine, rendendo potenzialmente il suo potere accessibile a chiunque.

E privandolo della sua fantastica unicità.

La ridicolizzazione dei villain

Hong Chau nei panni di Lady Trieu in una scena della miniserie Watchmen

Un altro elemento che ho semplicemente amato del finale è la ridicolizzazione dei villain, nessuno escluso.

Per tutto il tempo infatti gli stessi vogliono farsi passare come intelligenti e onnipotenti, in realtà nel finale si rivelano per tutte le loro debolezze. Al minimo imprevisto sembrano infatti dei bambini capricciosi che vogliono avere il pubblico per il loro spettacolo di magia.

E per cui non avevano neanche considerato tutte le conseguenze.

Jeremy Irons nei panni di Ozymantis in una scena della miniserie Watchmen

Soprattutto, finalmente, Adrian viene punito come non era possibile invece nel fumetto.

E viene fatto in un contesto del tutto credibile: come ai tempi della Guerra Fredda era del tutto plausibile la sua scelta, nel contesto sociopolitico mutato contemporaneo queste manie di onnipotenza e di voler risolvere tutto con uno schiocco di dita non hanno più spazio.

E quindi, per lui come gli altri, i discorsi da villain dei fumetti sono più volte smentiti e interrotti.

Come è giusto che sia.

Costumi terreni

Regina King nei panni di Sister Night in una scena della miniserie Watchmen

Sui costumi e gli interpreti ci sarebbe un enorme discorso da fare.

In breve, adoro ogni scelta che è stata fatta.

Gli interpreti sono tutti perfetti, perfettamente in parte, carismatici, bucano lo schermo. Particolarmente ho apprezzato moltissimo Jeremy Irons come Ozymandias e Jean Smart come Laurie – le perfette controparti anziane dei personaggi del fumetto. E finalmente degli attori che abbiano un physique du rôle credibile.

Discorso a parte per Regina King come Angela, perfetta nella sua parte e con uno dei costumi più belli di tutta la serie, che si integra perfettamente in un’idea di maschere terrene ed attuali – insomma, tutto il contrario di quelle di Snyder.

E già solo il costume è un discorso a parte.

Una rete di riferimenti

La serie è piena di riferimenti al fumetto.

Solo per citarne alcuni: il gufo di Laurie che richiama Gufo Notturno, l’inquadratura sul sangue che cola da sotto la porta dopo il pestaggio di uno dei Seventh Cavalry che richiama la scena del pestaggio di Rorschach nella prigione, lo schizzo di sangue sul distintivo di Judd Crawford quando muore…

Dei richiami ben contestualizzati che si distanziano molto dal puro e pigro citazionismo del film, ma più che altro dei piccoli easter egg per gli appassionati.

Inoltre, la serie ha una serie di citazioni interne, che rendono il tutto perfettamente collegato: si parte dal cappuccio bianco del Ku Klux Klan che l’allora Hooded Justice cerca di combattere, mettendosi a sua volta un cappuccio nero, ma in realtà la cui vera maschera è la tinta bianca sugli occhi.

La stessa tinta, però nera, della nipote quando si traveste da Sister Night.

In chiusura, il prezioso contributo di Simone Storie e Personaggi (@storie_e_personaggi) riguardo alla serie.

Guardai la serie per la prima volta nel 2019 e l’ho riguardata in occasione di questa recensione. Esattamente come quell’anno, ho cercato di abbandonare tutti i pregiudizi, ma rimango comunque dell’idea che all’inizio sembri un prodotto molto interessante, ma che le ultime tre puntate facciano crollare tutto come un castello di carta.

Per questa recensione voglio dire tre cose che mi sono piaciute, e tre che trovo quasi delle bestemmie in confronto al prodotto di partenza.

E spiegare soprattutto il perché.

Serie tv Watchmen

Premetto che le colpe delle ultime tre puntate non vanno solo affibbiate allo showrunner – la writer’s room era piuttosto ampia – ma piuttosto si può parlare di un concorso di colpa.

Soprattutto perché all’interno della serie ci sono tantissimi e ripetuti ammiccamenti allo spettatore, continuando a sottolineare la conoscenza dell’opera di partenza. Tuttavia, questo diventa totalmente inutile quando non si rispettano i canoni dell’opera stessa che si cita.

Anzi, li si stravolge.

Ma partiamo dai pro.

La sequenza iniziale

La serie si apre con una sequenza dedicata ai disordini di Tulsa del 1921 – fatto storico avvenuto realmente – ponendo le basi per il tema di fondo di tutta la serie.

Il razzismo.

Se infatti la graphic novel rifletteva sulle paure della società di metà degli Anni Ottanta – l’Olocausto Nucleare e la minaccia della Guerra Fredda – nella società contemporanea la paura più grande è il razzismo, la xenofobia, la circolazione delle armi degli Stati Uniti.

Quindi la serie punta su temi molto attuali.

Seventh Kavalry

Per questo mi sento di fare – l’unico – plauso agli sceneggiatori, per essere riusciti a capire perfettamente la frangia di estremisti, nazionalisti e anarchici trumpiani e prevedere in qualche misura in cosa sarebbe sfociata.

E l’assalto al Campidoglio del 2021 non era ancora successo…

In particolare nella seconda puntata si mette in scena il raid alla baraccopoli della Seventh Cavalry, mostrando questi redneck con la camicia di flanella e la maschera di Rorschach, con il pupazzone di Nixon – ma che potrebbe facilmente essere quello di Trump.

Insomma, la rappresentazione di quella che negli Stati Uniti è una paura reale e concreta.

I poliziotti come vigilanti

Mi ha altrettanto positivamente colpito la scelta di raccontare la polizia di Tulsa che diventa sostanzialmente un gruppo di vigilanti: la polizia mascherata è il sogno di ogni società fascista, in cui le forze dell’ordine possono agire senza paura delle conseguenze.

Nell’opera originale il Decreto Keene, che mette al bando i vigilanti, deriva dal malcontento e dagli scioperi della polizia, mentre nella serie i poliziotti diventano i vigilanti stessi, con tanto di nomi da battaglia.

Un sovvertimento del canone che ho davvero apprezzato.

La scrittura della serie

La scrittura della serie è molto buona.

Gli incastri sono ottimi, la protagonista, Angela, è un personaggio ben scritto, sempre in bilico fra il concetto di giustizia e vendetta, che riflette sul peso della sua maschera, anche riscoprendo le sue radici. E, soprattutto, non ci sono buchi di trama, e si riparte dal finale del fumetto e non del film.

Ma non basta.

Non basta dare coerenza alla trama, se poi si stravolge il cuore dell’operazione e non si rende giustizia al prodotto originale. E purtroppo non possiamo neanche avere un confronto credibile con gli autori del fumetto.

Gibbons, il disegnatore, è stato consulente della serie e ha dichiarato che il prodotto l’ha reso molto contento, ma non possiamo ovviamente sapere quanto il denaro che gli è stato offerto abbia viziato la sua opinione. Moore, dal canto suo, ha bocciato il prodotto – ma lo avrebbe fatto a prescindere.

Passiamo quindi ai contro.

L’incoerenza di Laurie

Il personaggio di Laurie è per molti versi sprecato.

Nella serie ha per la maggior parte un ruolo importante, forte, da spietata detective dell’FBI che ha sempre la risposta pronta e il polso fermo. Finché non cade in una botola, finisce legata ad una sedia, e lì si esaurisce il suo personaggio.

Ma non è neanche quello il problema peggiore.

La genialità di Moore in Watchmen stava proprio nella sua satira contro le maschere: nel fumetto si raccontava cosa sarebbe successo in una società reale dove per cinquant’anni si vedevano eroi scendere per strada e picchiare i cattivi. E quello che sarebbe successo è la paura delle persone, proprio per la presenza della maschera – e tutto quello che ne consegue.

Il Comico, come anche Laurie, rappresentava questo paradosso, in un contesto sociale con un sentimento popolare ben preciso. Quindi, anzitutto, perché Laurie fa parte di una task force contro i vigilanti, ma soprattutto perché sembra che il sentimento sia cambiato?

Infatti, nella scena in cui Laurie arresta un vigilante, la folla sembra essere contro l’FBI, mentre dovrebbe essere totalmente il contrario. Insomma, si va a distruggere un elemento portante della trama di Watchmen, che era anche il punto di partenza delle vicende dei protagonisti.

Questo non è Manhattan

La gestione di Manhattan è uno dei problemi maggiori della serie.

Il Dottor Manhattan è uno dei personaggi meglio scritti nella letteratura del XX sec.: come viene raccontato il suo distacco dall’umanità, la sua percezione del tempo, la narrazione della sua vita sono tutti elementi che hanno contribuito a rendere Watchmen un capolavoro.

Considerato il fatto che la serie è sequel di Watchmen e con tutti i riferimenti al fumetto, ci si aspetterebbe come minimo una certa sensibilità e rispetto del canone del personaggio. Invece è tutto il contrario: Dr. Manhattan – chiamato fin troppe volte Jon – è totalmente umanizzato e porta lo spettatore a dimenticarsi che si tratta praticamente di un dio.

Anzitutto è problematica l’idea che ritorni sulla terra: nel fumetto la sua storia è chiusa perfettamente e il personaggio non avrebbe nessun motivo per comportarsi così. Invece si è deciso di piegare la sua figura alle necessità della serie, banalmente perché non si poteva fare un prodotto di Watchmen senza il Dr. Manhattan.

Ma se si doveva fare così, meglio non farlo.

Soprattutto davanti ad una serie di sequenze assurde e totalmente fuori dal personaggio, in particolare la scena dell’incontro con Angela: Manhattan sembra in difficoltà davanti alle domande di questa donna e sembra volerle fare la corte.

Lo stesso personaggio che, ricordiamolo, durante la Guerra in Vietnam aveva lasciato che il Comico sparasse ad una donna incinta.

Giusto per fare un esempio del suo distacco dall’umanità.

Dr. Manahttan Watchmen serie

Questo non è il Dr. Manhattan.

Anche se per assurdo dovessimo accettare questa rappresentazione, il make-up e gli effetti sono ingiustificabili. Stiamo parlando di una serie da milioni di dollari e che ha vinto diversi Emmy, dove il personaggio è ridotto ad un trucco posticcio, finto, che lo umanizza terribilmente e che gli toglie tutta l’aura divina.

E, soprattutto, non brilla.

Come se tutto questo non bastasse, si sono anche permessi di ucciderlo. E, soprattutto, Gibbons ha detto sì a questa idea.

La distruzione di Adrian

Non voglio dare colpe a Jeremy Irons: è anche accettabile che non abbia mai letto il fumetto e si sia semplicemente rifatto alla sceneggiatura che si è trovato ad interpretare.

Il problema è che Adrian Veidt viene ridotto alla sottotrama comica della serie: siamo passati dalla mente dietro ad un piano machiavellico, responsabile di tre milioni di morti, che si paragona ad Alessandro Magno…a Rick Sanchez di Rick & Morty – una sorta di patetico scienziato pazzo.

Tutta la sua storia poteva essere raccontata mantenendo il carattere del personaggio: un cattivo furbo e abile che pianificava la sua fuga dal suo pianeta di prigionia, senza doverlo esasperare in gag comiche improponibili.

Adrian Veidt Watchmen

In più, Adrian non ci sarebbe mai andato nel paradiso di Manhattan: semplicemente, perché non se l’è conquistato lui. E invece lo stesso uomo che si rivede in Alessandro Magno quasi si commuove davanti all’offerta di andare in quell’utopia.

E ancora peggio il finale.

Tutta la maestosità del personaggio viene totalmente distrutta da una semplice chiave inglese e si banalizza il concetto finale del fumetto: se con questo arresto verrà rivelato il suo inganno che ha salvato l’umanità, allo stesso modo così si vanifica il senso del finale stesso.

Infatti l’intento dell’opera di Moore era di permettere ai lettori di scegliere quale fosse la proposta moralmente più giusta, senza prendere posizione. Invece, la serie toglie questa possibilità e decide quale finale giusto dare alla storia.

La scelta più abietta di tutta la serie.

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His Dark Materials – Un bilancio complessivo

His Dark Materials (2019 – 2022) è una serie tv di genere fantasy e avventura tratta dall’omonimo ciclo di romanzi di Philip Pullman, uno dei più importanti autori della letteratura fantastica. La seconda trasposizione, dopo la dimenticabilissima trilogia mancata, iniziata con il film del 2007, La bussola d’oro.

Un esperimento riuscito?

Di cosa parla His Dark Materials?

Ambientato (inizialmente) in un mondo immaginario – che a grandi linee corrisponde ad una Londra di fine Ottocento in stile cyberpunk – la serie segue le avventure della giovane Lyra, una bambina con capacità fuori dal comune…

Vi lascio il trailer della prima stagione per farvi un’idea:

Vale pena vedere His Dark Materials?

Dafne Keen in una scena di His Dark Materials (2019 - 2022) è una serie tv HBO

In generale, sì.

Per quanto il mio interesse per la serie sia leggermente calato col passare delle stagioni, rimane comunque un prodotto veramente di alta qualità, a livello di scrittura, effetti speciali e ambientazione. Ma era difficile fare qualcosa di pessimo avendo alla base un’opera così immensa come quella di Pullman, che fra l’altro è produttore esecutivo della serie.

E la sua presenza è stata fondamentale.

In generale se vi piacciono le storie fantasy che si intersecano profondamente con l’elemento fantascientifico, con mondi immensi da scoprire e con poche sbavature, non ve la potete perdere.

Perché il film di His dark Materials era un disastro

Questa sezione è doverosa, perché non vorrei che alcuni spettatori che non hanno conoscenza dell’opera di Pullman, si lascino frenare dalla cattiva qualità di questa pellicola.

I problemi del film erano di fatto due: la mancanza di aderenza all’estetica dell’opera e la scelta della trattazione del materiale.

Anzitutto, l’estetica del film era incredibilmente e inutilmente patinata, in primo luogo facendo sembrare la protagonista, Lyra, che era una ragazzina ribelle e di origini abbastanza umili, una piccola principessa. Senza contare che hanno cercato di puntare su attori di grido come Nicole Kidman e Daniel Craig, una scelta, in ultima analisi, davvero poco indovinata.

Inoltre – e questo quasi per forza di cose – si è tagliato molto dall’opera originale, confezionando un prodotto di meno di due ore, che arriva a spezzare la trama del primo volume.

Per fortuna si sono fermati – e per forza di cose, dato lo scarso successo.

Da qui in poi farò spoiler stagione per stagione.

La prima stagione di His Dark Materials

La prima stagione copre il primo libro, La bussola d’oro (1995).

Una protagonista diversa

Dafne Keen in una scena di His Dark Materials (2019 - 2022) è una serie tv HBO

Un elemento che potrebbe un po’ allontanare il pubblico è la poca simpatia di Lyra.

Lyra è in effetti un personaggio complesso, che corrisponde perfettamente alla sua controparte cartacea, e che però è del tutto funzionale alla trama e che la differenzia molto da altre protagoniste femminili di prodotti analoghi.

Non un’insopportabile Mary Sue, ma una protagonista molto determinata, irriverente e coraggiosa, e il cui carattere impetuoso è anche motore delle vicende. E, al contempo, è avventata e per questo spesso fallibile – nella maniera migliore possibile.

Prendersi i propri tempi

Proprio secondo questo stesso ragionamento, Lyra non impara subito ad usare l’Aletiometro (la bussola d’oro), ma ci mette quasi metà della stagione.

Ed è parte di una tendenza complessiva della serie: davanti ad un materiale di base piuttosto corposo, si prende i propri tempi e dedica intere puntate anche ad un unico argomento. È il caso della storia di Iorek e del ritrovamento di Roger, quest’ultimo un primo assaggio che ci porta alla pazzesca penultima puntata, dedicata a Bolvangar.

L’unico momento in cui la serie corre moltissimo è fra la prima e la seconda puntata: nel giro di poco tempo, Lyra salva Lord Asriel e conosce Mrs. Coulter. Non una scelta che mi abbia dato fastidio, anzi piuttosto funzionale a far immergere immediatamente lo spettatore nella storia.

L’indiscutibile superiorità di Mrs. Coulter

Ruth Wilson in una scena di His Dark Materials (2019 - 2022) è una serie tv HBO

Il mio personaggio preferito della stagione è stata indubbiamente Mrs. Coulter, la cui interprete, Ruth Wilson, supera ad ampie falcate l’interpretazione di Nicole Kidman nel film.

Ruth Wilson è proprio il caso di un’attrice che oltre ad essere bravissima, ha proprio il physique du role: appare sempre come una donna infida e macchinatrice, ma anche piuttosto fascinosa.

E infatti è ben rappresentata dal suo daimon: molto bello e affascinante da vedere, ma imprevedibilmente violento e feroce.

E raggiunge il suo apice quando Tony Costa si introduce nella sua casa e lei, con incredibile eleganza e capacità, si comporta esattamente come il suo daimon, a dimostrazione di quanto siano profondamente complementari.

Ampliare il mondo

Il villain principale della stagione – e della storia in generale – è rappresentato dal Magisterium, ben poco esplorato nel film dedicato.

Grave errore, ottimamente superato in questo caso.

Non solo questa diabolica istituzione è raccontata attraverso diversi personaggi, tutti ugualmente iconici e interessanti, ma è anche rappresentato nella sua imponenza e rigidezza attraverso i suoi edifici e interni dalle linee dritte e taglienti, immerse in un bianco e nero molto netto.

Al contempo un altro ampliamento interessante è stato quello di Bulvangar, che va a spiegare un elemento che non era chiarito neanche nel libro: cosa succede ai bambini tagliati?

Il problema di Will

Amir Wilson in una scena di His Dark Materials (2019 - 2022) è una serie tv HBO

L’unico errore che mi sento di segnalare di questa stagione è la gestione di Will.

Per come sia stato giusto introdurlo più ampiamente già nella prima stagione – nel libro aveva solo un capitolo all’inizio del secondo volume – purtroppo è l’elemento più debole della narrazione.

Durante la visione, come ero incredibilmente coinvolta nella narrazione di una storia dai toni fantastici e avventurosi di Lyra, di contrasto mi interessava davvero poco la vicenda più terrena di Will.

E secondo me non avrebbero neanche dovuto dedicargli tutto quello spazio…

La seconda stagione di His Dark Materials

La seconda stagione copre il secondo libro, La lama sottile (1997).

La materia di partenza

Dafne Keen in una scena di His Dark Materials (2019 - 2022) è una serie tv HBO

Il materiale di partenza era piuttosto limitato – un libro di meno di 300 pagine, contro le 350 del primo volume e le 450 del terzo.

Tuttavia, questa stagione è ben riuscita ad ampliare la trama in due direzioni: Lord Boreal e Mary Malone

Per quanto mi sia complessivamente piaciuta, è indubbio che la storyline di Boreal serve principalmente per aggiungere materiale alla trama, anche se comunque offre diversi spunti per ampliare i personaggi, sopratutto Mrs. Coulter.

Altro discorso è Mary Malone.

Simone Kirby in una scena di His Dark Materials (2019 - 2022) è una serie tv HBO

Mary Malone è uno dei miei personaggi preferiti della serie.

Una bellissima introduzione, che poi prende strade altrettanto interessanti nella stagione successiva e serve a rendere meglio il lato più scientifico della storia, andando a contestualizzare ottimamente il discorso della Polvere nel più vicino concetto della Materia Oscura.

E serve anche per dare maggiore tridimensionalità a Mrs. Coulter.

Ampliare il personaggio

Ruth Wilson in una scena di His Dark Materials (2019 - 2022) è una serie tv HBO

In questa stagione il personaggio di Marisa Coulter viene ampiamente approfondito, e vengono anche chiariti alcuni dubbi che erano sorti nella prima stagione.

Si capisce definitivamente che questa donna incredibilmente intelligente ha per tutta la vita inseguito il sogno di essere riconosciuta per quello che era, sempre limitata dal suo essere donna in un mondo dominato dal maschile.

E questo ben si capisce con il confronto con Mary Malone, che rappresenta quello che lei non ha mai potuto essere.

Inoltre, si capisce perché riesce a stare così lontana dal suo daimon: una sfida che si è autoimposta per riuscire a mantenere un controllo su se stessa, diventando così invincibile, riuscendo anche a controllare poi gli Spettri.

Troppo?

Dafne Keen in una scena di His Dark Materials (2019 - 2022) è una serie tv HBO

Come abbiamo detto per la prima stagione, il personaggio di Lyra può risultare facilmente antipatico.

Ho fatto un po’ fatica ad apprezzarla in questo ciclo di episodi, perché, sopratutto nel rapporto con Will, risulta a tratti veramente sgradevole. Tuttavia, si è riuscito anche a bilanciare questo elemento. Infatti, il personaggio viene costantemente punito per la avventatezza.

Al contempo, nonostante volessero imbastire una trama del tipo enemy to lovers con Will, questo aspetto l’ha un po’ guastata.

Delusione?

Amire Wilson in una scena di His Dark Materials (2019 - 2022) è una serie tv HBO

Fin dalla prima stagione, per me era chiarissimo che il padre di Will non era morto e che sarebbe stato importante per la serie.

Infatti gran parte di questa stagione è dedicata al suo personaggio, andando a costruire la suspense per il ricongiungimento con il figlio. Tuttavia, lo stesso è veramente troppo veloce, troppo improvviso e si conclude in un attimo, senza che sia stato minimamente esplorato.

Un elemento che ho sofferto veramente tanto, uno dei pochi momenti in cui la serie corre tantissimo, quando avrei voluto almeno una puntata dedicata…

La terza stagione di His Dark Materials

La terza stagione copre il terzo libro, Il cannocchiale d’ambra (2000).

Il primo impatto

James Mackavoy in una scena di His Dark Materials (2019 - 2022) è una serie tv HBO

Nonostante la qualità sia rimasta sostanzialmente invariata, la terza stagione è stata quella che ho meno apprezzato.

E in parte è dovuto anche al primo impatto che ho avuto.

Ho visto la prima puntata appena uscita, e mi sono sentita molto delusa perché le ambientazioni e le tecnologie utilizzate mi sembravano davvero fuori luogo rispetto a quello che avevo visto finora.

In realtà, guardando nel complesso gli episodi a posteriori, riconosco che si mantenga un equilibrio e una coerenza per tutto il tempo. Quindi forse, alla lunga, mi ha meno coinvolto anche per lo sviluppo delle vicende – davvero lento – che mi hanno catturato di meno rispetto ai precedenti episodi.

La questione degli angeli

Dopo due stagioni in cui avevo adorato ogni elemento dell’estetica e degli effetti speciali di His Dark Materials, gli angeli non mi hanno del tutto convinto.

Niente da dire per le loro versioni immateriali – davvero suggestive – ma non mi hanno convinto nella loro forma umana, per il modo in cui sono truccati e sopratutto per gli occhi estremamente azzurri, che dovrebbero apparire molto strani, ma che a me sono sembrati solo posticci.

Ancora meno mi ha convinto Metatron: per quanto sia interessante la scelta dell’attore – lo splendido Alex Hassell, visto recentemente in Macbeth (2021) – la cui fisicità piuttosto arcigna crea un interessante contrasto con il suo personaggio, nel complesso anche la sua estetica mi è sembrata molto dozzinale.

Peccato.

La bellezza di Mary

La storyline di Mary Malone, sopratutto sul finale, è stata la mia isola felice.

Il suo personaggio e la sua storia li ho trovati davvero soddisfacenti, anche con il piccolo racconto del suo passato che ha reso molto tridimensionale un personaggio già piacevolissimo.

Oltre a questo, assolutamente adorabile il suo rapporto con i Mulefa, di cui impara passo passo la lingua e che riesce infine a salvare, capendo finalmente la questione che l’aveva assillata per tutta la sua vita.

Unica pecca: avrei voluto che fosse raccontato meglio il cannocchiale d’ambra – che non viene mai chiamato così nella serie, anche perché non assume mai quella forma.

Caos

Ruth Wilson in una scena di His Dark Materials (2019 - 2022) è una serie tv HBO

La vicenda di Marisa e Asriel mi è piaciuta a tratti.

Secondo me per certi versi si spinge troppo sull’imprevedibilità e le macchinazioni di Marisa, che cambia continuamente fazione e che, alla fine, pensa solamente a se stessa, pur con un colpo di scena finale piuttosto indovinato.

Al contempo, per quanto mi sia piaciuta tutta la storia di Asriel – il grande assente della scorsa stagione – meno mi ha convinto il suo modo di relazionarsi sia con Lyra che con Marisa: per la prima la costruzione del rapporto è davvero monca, per la seconda i suoi continui perdoni sono troppo poco credibili.

E ad Asriel si lega anche il problema di Will.

Il problema di Will (ancora)

Amir Wilson in una scena di His Dark Materials (2019 - 2022) è una serie tv HBO

Come per la prima stagione, Will si è rivelato un personaggio molto difettoso, e per più motivi.

Anzitutto, purtroppo, più si andava avanti con la storia e, sopratutto quando si confrontava con Lyra, si vedeva l’abisso di capacità recitative fra i due attori: come Dafne Keen si dimostra molto capace nonostante la giovane età, Amir Wilson non riesce andare oltre a poche espressioni accigliate.

Ed è un grande problema quando è il coprotagonista, se non il protagonista della scena.

In secondo luogo, si dimostra sostanzialmente inutile al piano di Asriel: fino all’ultimo mi aspettavo che uccidesse l’Autorità e che fosse utile al progetto di distruzione del Regno dei Cieli.

Al contrario, la vittoria contro Metatron è per mano di Asriel e Marisa, senza che Will neanche abbia mai parlato con Asriel.

L’amore non costruito

Dafne Keen e Amir Wilson in una scena di His Dark Materials (2019 - 2022) è una serie tv HBO

Un altro problema che riguarda Will è la costruzione del rapporto con Lyra.

Da certi punti di vista è un problema a metà: il rapporto fra Lyra e Will non è tanto un amore romantico, ma un amore che verte sopratutto sulla maturazione sessuale dei due personaggi, particolarmente quello di Lyra.

Tuttavia, sul finale si spinge molto l’acceleratore sul dramma puramente romantico, volendo creare una conclusione molto lacrimevole. Purtroppo, complice la costruzione poco vincente e le scarse capacità recitative di Amir Wilson, mi ha coinvolto veramente poco.

Per capirci, mi sono commossa molto di più vedendo Mary che scopriva il suo daimon…

Il finale

Dafne Keen e Amir WIlson in una scena di His Dark Materials (2019 - 2022) è una serie tv HBO

Il finale era il mio grande dubbio.

Non ero sicura che volessero ricalcare l’esatto finale del libro – che era davvero tremendo e tristissimo. E invece l’hanno fatto eccome.

Per fortuna hanno avuto quantomeno il buon gusto di ammorbidirlo un minimo, facendo capire che comunque Lyra e Will sono riusciti a vivere delle vite piacevoli e soddisfacenti.

E, sopratutto, hanno tolto la parte più dolorosa del finale: nella serie si dice che comunque Lyra, nel tempo, ha di nuovo imparato a leggere l’Aletiometro. Nel libro lei doveva allenarsi ogni giorno per il resto della sua vita, riuscendo a leggerlo solamente nel giorno della sua morte.

In effetti, veramente troppo.

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House of the dragon – L’altro lato del fantasy

House of the dragon è una serie tv prequel spin-off di Game of Thrones prodotta da HBO. Un prodotto accolto con tanta (anche giusta) diffidenza, dopo il disastro unanimemente riconosciuto del finale della serie madre.

Ma secondo me molti hanno dovuto ricredersi.

Fra l’altro una serie che è uscita in contemporanea con un’altra grande serie fantasy, Rings of power, rappresentandone la perfetta alternativa.

Di cosa parla House of the dragon?

Circa 200 anni prima di Game of thrones, i Targaryen dominato la scena politica di Westeros, monopolizzando il Trono di Spade e la conseguente discendenza. Il re in carica è Viserys, uomo pacato e pacifico, che si trova a dover gestire la complicata discendenza con la primogenita, Rhaenyra, mentre il trono è insidiato da ogni parte…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere House of the dragon?

Emma D'Arcy in una scena di House of The Dragon, serie tv HBO prequel di Game of Thrones

Premetto che sono molto di parte: al di là di tutti i difetti che può avere, è una serie che ho semplicemente adorato.

Ma, parlando più obiettivamente, se vi piace un fantasy più dark, con rimi molto concitati, pochi personaggi protagonisti e una robusta storyline principale, probabilmente vi piacerà. Se al contrario, preferite una serie più corale, con un fantasy più classico e ritmi più compassati, è ora di vedere Rings of Power.

Oppure vedetele entrambe.

Ma sopratutto House of the dragon.

L’ho detto che sono di parte.

Il percorso di Rhaenyra

Emma D'Arcy in una scena di House of The Dragon, serie tv HBO prequel di Game of Thrones

Rhaenyra è l’indiscussa protagonista della scena, e la sua maturazione è di fatto il perno della narrazione. Nella prima parte della stagione è di fatto una principessa ribelle, del tutto allergica al suo ruolo da donna di corte, che a Westeros significa di fatto supportare la discendenza della propria casata sfornando infinita prole.

E il padre tenta in tutto i modi di domare il suo spirito, ma Rhaenyra è indomabile: nonostante indubbiamente col tempo ritorni sui suoi passi, accetti il matrimonio e le gravidanze, comunque continua ad agire praticamente sempre con la sua testa: con la tresca con Ser Criston Cole e poi con Lord Strong, da cui lo scandalo di corte, e poi il matrimonio con Daemon.

Tuttavia indubbiamente Rhaenyra dimostra col tempo una grande maturità, sopratutto sul finale, quando si trova ad un passo dalla guerra, ma decide di agire con prudenza.

E invece Aemond deve rovinare tutto.

Alicent: lasciarsi trasportare dagli eventi?

Olivia Cook in una scena di House of The Dragon, serie tv HBO prequel di Game of Thrones

Alicent è un altro personaggio che mostra un interessante cambiamento nel tempo, con un’evoluzione del tutto organica. Infatti fin dalla prima scena Alicent è subito raccontata come una giovane donna del tutto ligia al dovere, tanto che accetta in maniera abbastanza obbediente l’invito del padre ad intrattenersi con Viserys dopo la morte della moglie.

Tuttavia già da qui si capisce come Alicent sia una donna che non si appiattisce nel ruolo di arpia e arrampicatrice sociale: non ha mai il ruolo di seduttrice, ma, in un altro contesto, si sarebbe intrattenuta abbastanza felicemente con il suo futuro marito senza neanche essere obbligata.

E così accetta a testa bassa anche il matrimonio, facendosi negli anni avvelenare dal padre, Otto, che la mette più volte in guardia sulla minaccia della successione ai suoi figli e la incoraggia più o meno malignamente a prendersi sempre più spazio a corte per ottenere il trono. E tanto peggio quando si affida alle cure di Larys Strong.

Ed è quasi commovente come fino alla fine e nonostante tutto, Alicent cerca una via pacifica con la vecchia amica…

Viserys: la pace a tutti i costi

Paddy Considine in una scena di House of The Dragon, serie tv HBO prequel di Game of Thrones

Sarebbe riduttivo definire Viserys un inetto, ma indubbiamente è un personaggio che si trova al centro di una situazione che è incapace di gestire con il pugno di ferro, o, meglio, come gli altri si aspetterebbero da lui.

E per certi versi Viserys non è tanto dissimile dalla figlia: la maggior parte delle volte segue la sua testa e non quello che gli dicono gli altri. Anche se alla fine accetta di mettere sulle spalle della figlia il peso del trono, non si piega l’agghiacciante possibilità del matrimonio con la giovanissima Laena, per quanto fosse la cosa migliore da fare per mantenere la solidità della discendenza.

E cosi continua a difendere strenuamente la figlia davanti alle accuse di adulterio, unicamente perché vuole mantenere questa pace impossibile e di fatto fittizia che si è creato intorno. E nonostante tutto riesce ad andarsene in pace, guardando negli occhi la moglie perduta…

Daemon: l’eterna invidia

Matt Smith in una scena di House of The Dragon, serie tv HBO prequel di Game of Thrones

Daemon è un personaggio per certi versi più fumoso, anche se sembra complessivamente guidato sempre dallo stesso sentimento: l’invidia.

Invidioso prima del fratello e poi della nipote e moglie per la loro ascesa al trono, che non è mai riuscito ad ottenere. Un personaggio che per fortuna non ha cambiamenti da una puntata all’altra: rimane sempre un uomo violento e iroso, che alza le mani contro gli altri, sopratutto gli innocenti, la maggior parte delle volte solo per sfogare la sua rabbia cieca.

E penso infatti che sarà interessante se approfondiranno meglio la relazione con Rhaenyra, che è molto meno intima e felice di quanto lei stessa potesse pensare. Perché è così evidente come Daemon viva per attaccar briga e mettersi a capo di battaglie non tanto perché ci crede, ma perché deve dimostrare qualcosa a se stesso.

E a questo aggiungiamo la sua possibile impotenza che viene più volte suggerita, sembra il classico caso del personaggio maschile che si sente demascolinizzato e risponde con violenza.

Ma, come tutti i personaggi di questa serie, non è mai appiattito su un solo concetto.

Un finale perfetto

Emma D'Arcy in una scena di House of The Dragon, serie tv HBO prequel di Game of Thrones

Per quanto il finale non sia forse stato l’incredibile, fantastica e scioccante conclusione che alcuni si aspettavano, io l’ho trovato perfetto così.

Nell’ultima puntata Rhaenyra dimostra la sua maturità politica, evitando di correre subito alle armi nonostante ce ne fossero tutti i motivi. In generale la protagonista sembra aver in parte interiorizzare quello che il padre aveva cercato di portate avanti fino alla fine della sua vita.

Ed è altrettanto interessante che l’effettivo casus belli, o la famosa goccia che fra traboccare il vaso, sia di fatto un incidente che però non sarà mai dimostrabile, anzi indubbiamente nessuno crederà mai veramente che Aemond non abbia ucciso volutamente Lucerys.

E questa è effettivamente la scintilla che fa scoppiare la guerra, in maniera anche storicamente credibile e interessantissima.

Il femminile tridimensionale

Emma D'Arcy in una scena di House of The Dragon, serie tv HBO prequel di Game of Thrones

Un elemento che ho decisamente preferito rispetto a Rings of Power è la gestione dei personaggi femminili.

Se infatti in Rings of Power in generale tutti i personaggi sono un po’ appiattiti dagli schemi narrativi in cui sono incasellati, House of the dragon sceglie di rinunciare a a qualsiasi tipo di veridicità storica e mette al centro l’emotività dei personaggi.

E così ne derivano personaggi femminili molto tridimensionali, che prendono però strade diverse: Rhaenyra che è appunto la ragazza ribelle, che però non è banalizzata né all’essere edgy senza motivo né nell’essere una Mary Sue altrettanto senza motivo.

Invece la sua ribellione è ben contestualizzata all’interno di contesto politico complesso ed intricato.

Il momento migliore al riguardo è la scena del suo debutto sessuale con Ser Criston: una sequenza diretta con particolare eleganza, che mette al centro il piacere e il desiderio femminile, senza drammatizzare il momento.

Meglio di cosi difficilmente avrebbero potuto farlo.

Una strada diversa quella di Alicent, che racconta invece un femminile plagiato dal maschile, a cui il personaggio si sottomette più o meno obbedientemente. Il momento cardine è quando Alicent deve concedersi in tarda notte al marito, con un montaggio alternato che mette in luce il grande divario fra lei e Rhaenyra.

Verso il finale della stagione mostra un minimo di ribellione e rivalsa, ma in realtà da questo punto di vista secondo me Alicent ha ancora molto da raccontare.

Il problema dei time skip

Personalmente non ho trovato particolarmente problematici i time skip, che nella serie abbondano. Ho preferito per certi versi che la vicenda politica non avvenisse in un lasso di tempo ristretto, ma che si prolungasse più realisticamente all’interno di periodo più ampio.

Per quanto riguarda i personaggi, è tutto un altro discorso.

Sulle prime i rapporti e caratteri dei personaggi non mi avevano dato particolare fastidio, anche perché banalmente mi emozionavo a vedere i nuovi casting ogni puntata. Tuttavia, alla lunga mi sono resa conto dei problemi. I rapporti fra i personaggi forse non sono così tanto problematici, perché sforzandosi un attimo si possono capire, meno credibile è il fatto che alcuni non invecchino di un giorno in vent’anni di narrazione.

Se per esempio fate un confronto fra il Daemon della prima puntata e quello dell’ultima, non sembra passato neanche un anno. E con tutto che nel finale c’è stato un lavoro oculato sulla fotografia per dare al suo volto delle luci più drammatiche che lo fanno apparire più invecchiato. Tuttavia nel complesso il lavoro da questo punto di vista non è stato particolarmente intelligente.

L’eccesso

Matt Smith in una scena di House of The Dragon, serie tv HBO prequel di Game of Thrones

Per quanto sia stata una delle più strenue difenditrici della serie, è innegabile che ci siano dei momenti in cui la abbiano portato alcuni elementi all’eccesso.

Per quanto mi abbia emozionato la scena, è stato al limite del trash il momento in cui Daemon decapitata Vaemond nell’ottava puntata, complice anche una CGI veramente scarsa. Forse anche peggio l’ormai famosa scena della nona puntata in cui Larys si masturba guardando i piedi di Alicent. Infatti, per quando il concetto fosse anche interessante nel complesso della caratterizzazione di Alicent, la messa in scena è stata veramente di cattivo gusto.

In generale la combo fra CGI scarsa, che purtroppo è un problema abbastanza evidente di tutte le puntate, e il tentativo di sconvolgere lo spettatore è stato in più momenti una combo micidiale.

Tuttavia in generale non sto dalla parte di chi in generale condanna in toto il cosiddetto wow-effect: per me, semplicemente, dipende da come viene fatto.

E raramente ho visto momenti in questa serie che mi hanno davvero dato fastidio.

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Peacemaker: storia di un eroe ridicolo

Peacemaker (2022) è la serie sequel del poco fortunato film The Suicide Squad (2021), sempre nelle mani del brillante James Gunn. Proprio per il flop economico del film, probabilmente non ci si aspettava molto da questo prodotto. Invece il riscontro del pubblico è stato ottimo, portando in poco tempo ad un rinnovo per una seconda (e meritatissima) stagione.

Peacemaker è una serie ben realizzata, con una trama semplice ma funzionale, personaggio indovinati, un umorismo geniale ma mai ingombrante, oltre ad un ottimo comparto tecnico. Di fatto Gunn si conferma un eccellente autore e regista, anche capace di reinventarsi: probabilmente per non dover sottostare ad un rating castrante come era stato per The Suicide Squad, la violenza è molto più castigata e l’umorismo meno pesante. Non di meno è sempre una violenza abbastanza fortina e per nulla patinata come per la maggior parte delle serie di questo genere.

Al momento la serie non è arrivata in Italia e non si sa quando arriverà, ma probabilmente sarà trasmessa su Sky.

Di cosa parla Peacemaker

Chris Smith, anche conosciuto come Peacemaker, in ospedale dopo gli eventi di The Suicide Squad, viene nuovamente coinvolto in una missione governativa. Infatti, per evitare di tornare in galera, Peacemaker dovrà collaborare con la Squadra Speciale X, per il misterioso Project Butterfly.

Non aggiungo altro per evitare di spoilerare troppo e vi lascio al trailer.

Perché Peacemaker funziona

Anzitutto, io credo che James Gunn abbiamo imparato la lezione: per quanto non penso fosse quello il motivo principale dell’insuccesso della pellicola, il rating molto alto e la smisurata violenza di The Suicide Squad sicuramente ha allontanato una parte del pubblico. Io, come ho già spiegato, ho amato il film e vorrei che Gunn fosse libero di mettere tutti gli smembramenti che vuole, ma riconosco anche che, se avesse cominciato ad inanellare un flop dietro l’altro, sarebbe probabilmente stato escluso dalle future grosse produzioni. E per il genere sarebbe stata una perdita enorme. Quindi va bene così.

Il reale e il paradosso si incontrano

Il grande punto di forza di questa serie è il suo realismo: James Gunn porta in scena supereroi credibili ed umani, con problemi reali, che spesso vanno oltre al loro ruolo di eroi. Non sono divinità incorruttibili come i personaggi snyderiani, ma persone comuni che hanno scelto una strada diversa dagli altri, non per forza per via di capacità eccezionali. E il fatto che Gunn prediliga o personaggi senza poteri o personaggi con poteri assurdi rende il tutto, incredibilmente, ancora più credibile.

Gunn porta infatti sulla scena situazioni strane e paradossali, ma che in realtà appaiono estremamente realistiche e spogliate di quella narrazione idealizzante che molto spesso permea le narrazioni supereroistiche. La serie gioca molto con gli stereotipi del genere, ma al contempo cerca appunto di riportarle coi piedi per terra, spesso facendo uso di un umorismo parecchio riuscito e che rende la narrazione estremamente credibile nelle sue dinamiche.

L’insospettabile John Cena

Nella mia vita vorrei avere anche solo la metà della convinzione che ha John Cena in questo ruolo. L’ex-wrestler, divenuto per un certo periodo fenomeno della cultura pop all’inizio degli anni 2000, è riuscito splendidamente reinventarsi come attore, sotto l’ottima guida di Gunn, dopo essersi già fatto notare per Fast and furios 9 (2021). Il suo personaggio è stato in parte riscritto rispetto alla pellicola, cercando di renderlo più tridimensionale.

Peacemaker è infatti un eroe ridicolo, nel senso più positivo del termine: è ridicolo perché rappresenta un personaggio fragile, insicuro, fortemente ingenuo, che cerca di fare la cosa migliore secondo lui e spesso per i motivi più sbagliati possibili. È quindi un personaggio assolutamente fallibile e criticabile. E, per questo, una figura in cui possiamo immedesimarci.

La scena è abbastanza divorata da lui e da Vigilante, la sua spalla comica (e non solo), ma anche il resto del cast dà il meglio di sé, anche se talvolta indugia su una recitazione abbastanza stereotipata.

Una trama semplice ma vincente

La trama di per sé non andrebbe neanche esaltata in tempi normali: è piuttosto semplice, con una costruzione da manuale, anche se portata avanti in maniera molto sapiente. Tuttavia, davanti a praticamente tutte le serie della Marvel fatte di buchi di trama, puntate filler e vicende noiose ed inconcludenti, direi che è un aspetto che va riconosciuto.

In generale è una serie pensata per il rilascio settimanale, con costanti cliff-hanger che vengono un po’ depotenziati da una visione in binge watching.

L’inclusività fatta bene

John Cena, Danielle Brooks, Steve Agee e Chukwudi Iwuji in una scena della serie Peacemaker 2022 HBO Max

Ormai da anni le case di produzione cercano di inseguire il pubblico sulla (giustissima) questione dell’inclusività. Purtroppo molto spesso si tratta di operazioni fatte con grande superficialità, solamente per non essere accusati di alcunché, includendo quelli che non sono altro che dei token, ovvero dei personaggi non bianchi, non uomini e non eterosessuali per fare presenza (ne abbiamo un esempio recente in The King’s Man).

In Peacemaker (come prima anche in The Suicide Squad) la questione è ben diversa. Anzitutto Gunn è solito mettere in scena moltissimo i corpi maschili, sessualizzandoli anche in maniera ridicola, piuttosto che quelli femminili. È il caso del protagonista della serie, che sia qui che nella pellicola è molto spesso spogliato.

Inoltre in una scena in particolare Gunn dà finalmente l’idea di ascoltare le donne, e non portare sulla scena, come spesso appunto succede, una rappresentazione assolutamente irrealistiche delle stesse. Dal momento che la scena in questione è interpretata dalla sua fidanzata, non escludo che sia stata lei stessa a portare avanti questa idea.

Oltre a questo, i personaggi non bianchi sono ben contestualizzati all’interno di una serie che non vuole portare la narrazione di una società idealistica e totalmente inclusiva come spesso accade, ma include anche le fasce più estreme (ma anche estremamente reali) della società americana, dando voce ai problemi reali ed alle situazioni reali in cui appunto le POC (People of color) si trovano a vivere quotidianamente.

Posso guardare Peacemaker senza aver visto The Suicide Squad?

In generale, sì: all’inizio viene fatto un piccolo recap del film. Però è veramente un peccato, perché vi spoilera i momenti salienti della pellicola e, se siete fan di Gunn, dovreste assolutamente recuperarla. Se avete ancora bisogno di essere convinti su Gunn e non ve ne importa nulla degli spoiler, allora guardatela.

La maggior parte dei personaggi erano presenti anche nel film, ma erano molto secondari, quindi in realtà la pellicola non aggiunge molto su di loro. Anche Peacemaker come personaggio si può cominciare a conoscere direttamente da questa serie. Le vicende fanno riferimento ad alcuni elementi della pellicola, ma in generale è una serie che si può guardare anche da sola.

Soft Gunn

Se non vi è piaciuto The Suicide squad, non è detto che questa serie non vi possa piacere. Dipende da quale sia il vostro problema con il film: se vi ha dato fastidio la violenza eccessiva e l’umorismo troppo pesante, in questo caso entrambi gli aspetti sono molto più castigati, soprattutto il primo.

C’è molta violenza e anche molto pesante, ma è molto meno ostentata e visibile in scena. Quindi se il vostro problema era quello e in generale apprezzate il Gunn col freno a mano tirato come in Guardiani della galassia, allora può piacervi anche questa serie.

Se invece non vi piace Gunn, né come tipo di umorismo né come tipo di scrittura e preferite un tipo di cinecomic più classico, più vicino a serie come la recente Hawkeye della Marvel, molto probabilmente non farà per voi.

In generale se la volete vedere e non avete visto The Suicide Squad vi consiglio di recuperarvi la pellicola nell’attesa che esca ufficialmente in Italia.