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The Fall of the House of Usher – Chi è morto?

The Fall of the House of Usher (2023) di Mike Flanagan è una miniserie horror in otto puntate di produzione Netflix – l’ultima collaborazione di questo autore con la piattaforma.

Di cosa parla The Fall of the House of Usher?

Nella lugubre casa in rovina della potente famiglia degli Usher, il vecchio patriarca racconta al suo nemico di una vita, l’avvocato Auguste Dupin, di come ha ucciso i suoi sei figli…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere The Fall of the House of Usher?

Sauriyan Sapkota, Kate Siegel, Rahul Kohli, Matt Biedel e Samantha Sloyan in una scena di The Fall of the House of Usher (2023) di Mike Flanagan, serie tv Netflix

In generale, sì.

Anche se a mio parere non è la migliore creazione di Mike Flanagan, The Fall of the House of Usher è complessivamente un prodotto piacevole, che riesce a tenere col fiato sospeso fino alla fine, con anche una certa creatività piuttosto gore nel mettere in scena le varie morti dei personaggi.

Inoltre, come serie gode anche di una sceneggiatura piuttosto solida, che riesce a far tornare tutti i punti della storia nel suo finale, anche alcuni che parevano dei semplici jump scare, ma che invece si rivelano possedere un significato non poco importante.

Insomma, da vedere.

La serie è scandita dalle diverse morti dei personaggi, di cui di seguito analizzeremo le dinamiche e il background.

Prospero Usher morte

Causa della morte

Acido


Perry Usher è la prima vittima della serie, e anche fra le morti più direttamente collegate alle azioni di Roderick.

Prospero è il più giovane di bastardi Usher, totalmente immerso in una giovinezza sfrenata, beandosi dei soldi del padre, ma che insegue anche ciecamente il sogno di poter diventare un giovane imprenditore al pari di Roderick.

Sauriyan Sapkota in una scena di The Fall of the House of Usher (2023) di Mike Flanagan, serie tv Netflix

La sua avventatezza è la causa primaria della sua morte: nel suo sentirsi così sicuro di sé stesso e delle sue idee, all’interno di una pura ribellione verso il padre, si dimentica di controllare di cosa siano composti quei serbatoi che rappresentano l’apice del suo progetto.

La sua fine è forse quella più scioccante e violenta – oltre quella che fa più vittime, e che non fa altro che far aumentare la pila di morti causati dal padre: oltre alla causa primaria, se Roderick avesse ascoltato di più il figlio, se l’avesse seguito nel suo progetto…

…quantomeno Perry non sarebbe morto in maniera così angosciante.

Camille L’Espanaye morte

Causa della morte

Attacco di un primate


La morte di Camille L’Espanaye è una delle mie preferite, anche perché il suo personaggio è uno dei più velenosi.

Camilla è un’altra dei bastardi Usher, una donna con una carriera di successo, tanto da essere a capo delle pubbliche relazioni dell’azienda di famiglia, ma, al contempo, divorata dall’odio contro la sorella, Victorine.

Kate Siegel in una scena di The Fall of the House of Usher (2023) di Mike Flanagan, serie tv Netflix

Insieme a Tamerlane, questo personaggio è uno fra quelli che peggio hanno vissuto l’eredità del padre, diventando delle donne insoddisfatte ed incattivite, con l’aggravante che Camille è sostanzialmente una bambina viziata troppo cresciuta.

Per questo la sua dipartita è lo specchio del suo carattere: sentendosi del tutto in dovere e in diritto di indagare le malefatte della sorella, proprio per la sua hubris viene fatta a pezzi con altrettanta ferocia da Verna nei panni di un primate.

Napoleon Usher morte

Causa della morte

Suicidio


Napoleon Usher è forse una delle morti meno interessanti della serie, una versione in chiave minore della dipartita ben più interessante della sorella, Victorine.

Leo rappresenta uno dei lati più problematici del padre: come il genitore, anche il figlio è incapace di mantenere saldo un rapporto romantico, tradendo il suo compagno, nonostante questo non sembri meritarlo.

Ma Leo è anche divorato dal senso di colpa, rappresentato dal gatto nero: quando il suo tradimento diventa così visibile, l’uomo si affretta a nasconderlo e a rimediare, sicuro di non essere scoperto.

Rahul Kohli in una scena di The Fall of the House of Usher (2023) di Mike Flanagan, serie tv Netflix

E se nella clinica veterinaria Verna cerca di incoraggiarlo a prendere un altro dei gatti, ovvero indirettamente ad ammettere la sua colpa e provare a ricostruire il rapporto con Daniel, proprio tramite un nuovo inizio…

…Napoleon sceglie invece ancora la menzogna, e così finisce per essere perseguitato dalla sua colpa, tanto da distruggere la sua stessa casa, e infine lanciarsi nel vuoto pur di acchiappare quel maledetto felino

Victorine Usher morte

Causa della morte

Suicidio con pugnalata


Victorine è uno dei pochi personaggi effettivamente positivi della famiglia Usher, la cui vita è più di tutte rovinata dall’ambizione di Roderick.

Una promettente chirurga con un futuro brillante, si lascia soffocare dalle richieste del padre di accelerare i suoi esperimenti, portando così a dei risultati posticci ed inefficaci…

T'Nia Miller e Paola Nuñez in una scena di The Fall of the House of Usher (2023) di Mike Flanagan, serie tv Netflix

…che hanno come risultato il mandare a gambe all’aria tutto il progetto, e, in aggiunta, perdendo la sua più importante componente, Alessandra, a cui era legata da un profondo affetto, del tutto guastato dalle sue ambizioni.

La sua ossessione è quella più straziante: vedendo ormai la sua vita che va a pezzi, cerca anche nei modi più grotteschi di salvare il salvabile, prima tentando di riportare in vita Al, poi iniziando i tanto desiderati esperimenti umani proprio su sé stessa…

Victorine Usher morte

Causa della morte

Sgozzamento


Tamerlane Usher è la secondogenita di Roderick, uno dei figli nati nel contesto dell’amorevole matrimonio con Annabel, di cui soffre tutte le conseguenze.

Nonostante cerchi di mostrarsi una donna decisa ed inscalfibile, Tamerlane è invece un personaggio estremamente fragile, tanto che non riesce neanche a vivere in prima persona la sua vita.

Nel suo distacco all’interno del rapporto – sentimentale e sessuale – con Matt, si riscontra la sua incapacità di vivere appieno, divorata di paura di non essere un’adeguata protagonista, e anzi di poter essere sostituita in un qualsiasi momento.

Samantha Sloyan in una scena di The Fall of the House of Usher (2023) di Mike Flanagan, serie tv Netflix

Proprio nella sua somiglianza con la madre, Tamerlane tratta con profondo odio Juno, la giovane moglie trofeo del padre, ereditando da lui – e nella forma peggiore – la venerazione verso Annabel, tanto adorata ed idealizzata.

Così il suo personaggio finisce per uccidersi da solo, cercando di distruggere il suo doppio nello specchio, per paura che prenda il suo posto a fianco del marito, che lei stessa aveva cercato di ridurre a figura usa-e-getta.

Frederick Usher morte

Causa della morte

Valanga


Frederick Usher è il primogenito della famiglia, ma è anche il suo membro più insignificante, che prende il peggio dal padre.

Quello che dovrebbe essere il prediletto di Roderick, in realtà rimane sullo sfondo per la maggior parte della serie, e diventa importante solamente alla fine, quando mostra la sua vera natura di marito violento e manipolatore.

Henry Thomas in una scena di The Fall of the House of Usher (2023) di Mike Flanagan, serie tv Netflix

Infatti Frederick è un uomo estremamente fragile, che per il solo sospetto di un tradimento di Morella, sceglie di tenerla strettamente sotto al suo controllo, paralizzandola a letto e pure torturandola.

Ma nel suo vaneggiamento, finisce ancora una volta vittima di sé stesso, inalando la stessa droga con cui controllava la moglie, vivendo una morte umiliante, mentre la casa – e la sua vita – gli crolla addosso, davanti al suo sguardo impotente…

Madeline Usher morte

Causa della morte

Avvelenamento e Valanga


Madeline Usher è per certi versi la vera protagonista della serie, o quantomeno il burattinaio dietro alle vicende.

Madeline è una mente matematica e fredda, che orchestra fin dall’inizio la caduta rovinosa del fratello, inducendolo a diventare un imprenditore spietato e senza scrupoli, interessato solo al guadagno ed al successo…

Willa Fitzgerald in una scena di The Fall of the House of Usher (2023) di Mike Flanagan, serie tv Netflix

…ed anche il personaggio che più di tutti spinge la sua famiglia nelle braccia di Verna, del tutto accecata dal desiderio di arricchirsi e di vivere una vita soddisfacente, e che, per salvare sé stessa, è disposta anche ad uccidere il fratello.

E quando effettivamente Roderick cerca di regalarle una morte dignitosa, quella di una regina, Madeline ritorna in vita e sfoga tutta la sua rabbia e frustrazione per una vita forse non così attraente come pensava, diventando lei stessa l’artefice della loro rovinosa dipartita.

Roderick Usher morte

Causa della morte

Strangolamento


Roderick Usher è colpevole del suo stesso tracollo.

Come la sorella, Roderick ha vissuto tutta la sua giovinezza nell’ombra del padre assente, un uomo ricco ed importante che non aveva fatto altro che usare come meglio credeva la madre, creando una discendenza di bastardi incattiviti.

Spinto dalla rampante intraprendenza di Madeline, Roderick riesce a penetrare l’azienda di famiglia, pur da figlio illegittimo, e così da entrare nelle grazie del capoccia di turno, la cui uccisione rappresenta una sorta di seconda morte della figura paterna tanto odiata.

Bruce Greenwood in una scena di The Fall of the House of Usher (2023) di Mike Flanagan, serie tv Netflix

Immediatamente successivo è il patto con Verna, che racconta tutta la superficialità del giovane Roderick, pronto ad intraprendere una vita di successo, del tutto protetto dalla giustizia terrena, cieco davanti alle vere prospettive di questa decisione.

La volontà di creare un mondo senza dolore – quindi risolvere a posteriori la morte della madre – e con dei figli bastardi ricoperti di attenzioni e di soldi, porta a risultati in realtà estremamente negativi.

Roderick Usher

Bruce Greenwood in una scena di The Fall of the House of Usher (2023) di Mike Flanagan, serie tv Netflix

Il mondo senza dolore fisico è in realtà una generazione di persone dipendenti da un farmaco, che ricadono nei peggiori scenari di dipendenza e di criminalità da strada, per una vita di dolore o di una morte umiliante.

Al contempo, la sua discendenza non trova in realtà alcuna felicità nel patrimonio del padre, tanto che lo stesso Roderick si dimostra quasi indifferente alla morte dei suoi figli, tanto incattiviti e distrutti dalla sua stessa eredità…

…con due importanti eccezioni.

Bruce Greenwood in una scena di The Fall of the House of Usher (2023) di Mike Flanagan, serie tv Netflix

Le uniche due morti per cui il protagonista mostra un po’ di pena è la terrificante dipartita di Victorine, e, soprattutto, la morte del tutto ingiusta di Lenore, che può essere felice solo dell’eredità che lei stessa ha lasciato nel mondo.

Alla fine della sua vita Roderick scopre di essere diventato nient’altro che la stessa figura paterna tanto odiata, con una vita vuota e piena di pentimenti, infine ucciso dalla sua stessa sorella…

Verna vera identità

Sic transit gloria mundi

Quanto è effimera la gloria terrena!

Verna non è il villain della serie.

Il suo personaggio non è altro che un mero esecutore della volontà di Roderick e di Madeline, che hanno scelto consapevolmente una vita votata al guadagno e al successo, indipendentemente dai sacrifici che ne conseguono.

Di fatto Verna permette semplicemente ai protagonisti umani di prendere la strada più facile per cambiare il mondo, obbiettivo che avrebbero in realtà potenzialmente potuto raggiungere senza il suo aiuto, ma magari qualche sforzo in più.

Carla Cugino in una scena di The Fall of the House of Usher (2023) di Mike Flanagan, serie tv Netflix

Di fatto Verna interviene nel momento in cui capisce che tipo di persone sono i due fratelli Usher: farebbero qualsiasi cosa pur di avere successo, persino proteggere un’azienda criminale, voltare le spalle ad una persona di fiducia e, infine, murare vivo un uomo.

Niente di tutto questo è opera di Verna.

Carla Cugino in una scena di The Fall of the House of Usher (2023) di Mike Flanagan, serie tv Netflix

Di fatto questo demone ha messo gli umani davanti ad una scelta di vita: se i due fratelli Usher hanno scelto la strada più semplice, ma anche più terribile, al contrario lo spietato avvocato Arthur Pym sceglie la via più dignitosa, nonostante lo porti alla prigione.

Così tutto il resto dei personaggi muore semplicemente per una colpa propria: Verna non uccide in realtà – ad eccezione di Lenore – veramente nessuno, ma mette la famiglia Usher davanti alle proprie paure e fragilità, e fai in modo che queste li distruggano.

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Sex Education – Un cambiamento necessario

Sex Education (2019 – 2023) è una delle serie più popolari di Netflix che ha avuto, fra le altre cose, il merito di lanciare la splendida Emma McKay e, più in generale, di segnare un punto di non ritorno nel genere teen drama.

La serie è composta da quattro stagioni, di otto episodi ciascuna.

Di cosa parla Sex Education?

La serie ruota intorno ad un nutrito gruppo di adolescenti, accumulati da un unico elemento: la scoperta della propria sessualità.

Vi lascio il trailer della prima stagione per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Sex Education?

Asa Butterfield e Ncuti Gatwa in una scena di Sex Education (2019 - 2023), serie tv Netflix

Assolutamente sì.

Per quanto come serie non abbia sempre brillato – soprattutto nel suo finale – rimane comunque uno dei migliori prodotti teen degli ultimi anni, andando a sdoganare molti tabù e parlando finalmente con sincerità e rispetto al target di riferimento.

Nondimeno, la serie non manca di trattare anche diverse problematiche legate al mondo degli adulti: insomma, se vi lascerete trasportare dai drammi e dalle storie di questi fantastici personaggi, ne rimarrete assolutamente travolti.

Otis Sex Education

Otis è il personaggio più completo di Sex Education, in quanto rappresenta più di tutti la maturazione di un ragazzo adolescente.

Il punto di partenza del suo personaggio è il sentirsi fuori posto: mentre tutti i suoi compagni hanno già cominciato ad esplorare la propria sessualità, il nostro protagonista è limitato da un blocco – che poi scopriremo essere più mentale che fisico.

Per questo i timidi tentativi nello scoprire il sesso – prima con Lily, poi con Ola – si rivelano fallimentari, anzi umilianti, definendo ancora più nettamente la distanza fra lui e Maeve, invece famosa per la sua variegata attività sessuale.

Asa Butterfield in una scena di Sex Education (2019 - 2023), serie tv Netflix

Ma il lato peggiore della sua condizione è l’essere così esperto sulla carta in materia sessuale – tanto da saper efficacemente consigliare i suoi compagni – ma di risultare invece incapace di aiutare sé stesso…

…fino alla fine della stagione.

Lo splendido cliff-hanger del primo ciclo di episodi racconta i primi passi di questo giovane protagonista nello scoprirsi anche dal punto di vista sessuale, prima baciando la nuova fiamma – Ola – poi – finalmente! – riuscendo a procurarsi quel piacere da solo.

Debutto

Asa Butterfield e Mimi Keene in una scena di Sex Education (2019 - 2023), serie tv Netflix

Una scelta intelligente in questo senso è non legare il debutto sessuale del protagonista alla relazione con Maeve: al contrario, un inaspettato intercorso con Ruby diventa l’occasione per affrontare l’importantissimo tema della contraccezione di emergenza.

Vedere degli adolescenti tanto maturi da sapersi tutelare senza l’aiuto degli adulti è uno dei tanti messaggi fondamentali della serie.

Ed è così importante non aver legato il tema della prima esperienza sessuale all’interesse amoroso in quanto molto spesso lo stesso è appiattito proprio all’ambito relazionale e amoroso, senza considerare molti altri ed importanti elementi…

…come la sicurezza, il consenso, l’esplorazione a piccole tappe.

Esplorazione

Asa Butterfield e Mimi Keene in una scena di Sex Education (2019 - 2023), serie tv Netflix

Ma l’esplorazione sessuale di Otis, più che nei goffi tentativi di approccio con Ola, passa, a partire dalla terza stagione, ancora attraverso Ruby: nel penultimo ciclo di episodi Otis si riscopre particolarmente attivo e desiderabile dal punto di vista sessuale.

Un momento di passaggio fondamentale, in cui il protagonista riesce finalmente a conoscersi e autodeterminarsi – sfuggendo al controllo di Ruby – e al contempo a fare i conti con le difficoltà relazionali che portano alla fine del loro rapporto.

Purtroppo la relazione con Ruby avrebbe avuto bisogno di molto più tempo – almeno un’altra stagione: nell’ultimo ciclo di episodi i due si riscoprono solo timidamente come amici

…ma Otis non ha abbastanza tempo per capire cosa è veramente meglio per sé stesso.

Lasciarsi

Asa Butterfield e Emma Mackey in una scena di Sex Education (2019 - 2023), serie tv Netflix

La relazione con Maeve è uno dei temi più tormentati di Sex Education.

Il loro rapporto sboccia in maniera piuttosto classica fin dalla prima stagione, nel quale i due compongono un’improbabile coppia in affari, con Otis che cerca persino di mettere i bastoni fra le ruote a Jackson alle spalle della stessa amica – e potenziale amante.

Ma la loro relazione è impossibile.

Asa Butterfield e Emma Mackey in una scena di Sex Education (2019 - 2023), serie tv Netflix

Non tanto perché vengono messi loro continui ostacoli sulla loro strada, ma piuttosto perché loro per primi sono incapaci di dare veramente il via al loro rapporto: Maeve e Otis sono due persone molto timide, chiuse e testarde.

Questo porta al crearsi di un’insormontabile incomunicabilità, così che riescono a confessare i loro sentimenti solamente nel finale della terza stagione, per poi essere nuovamente divisi…

Asa Butterfield e Emma Mackey in una scena di Sex Education (2019 - 2023), serie tv Netflix

E quel breve lasso di tempo – ancora una volta, veramente troppo poco – che hanno per esplorare effettivamente la loro relazione è scandito solamente da incomprensioni, appuntamenti andati male e, infine, l’inevitabile separazione.

Un finale indubbiamente importante, dove i due capiscono quanto sia molto più importante per il lavoro futuro lavorare su sé stessi e sulle proprie carriere, piuttosto che inseguire questo amore ancora acerbo...

…ma io spero comunque che, fuori scena, ci sia un lieto fine…

Maeve Sex Education

Maeve può contare solo su sé stessa.

Questa misteriosa ragazza vive di una facciata che gli è stata costruita addosso dai suoi stessi compagni – e bulli – e si lascia infelicemente incasellare nel ruolo di mangiauomini, di giovane donna scorbutica e, di conseguenza, con cui nessuno vuole fare amicizia.

Maeve infatti parte come personaggio che vive dietro le quinte, che sfrutta la sua intelligenza solamente per poter sbarcare il lunario, ma senza permettere agli altri di scoprire il suo vero carattere.

Emma Mackey in una scena di Sex Education (2019 - 2023), serie tv Netflix

La sua evoluzione passa sia attraverso ad Otis – una delle poche persone che la aiuta e non la esclude – ma soprattutto attraverso Ms. Sands, che diventa l’ambasciatrice di questa brillante ragazza…

…nonostante la stessa cerchi continuamente di autodistruggersi.

Infatti Maeve, per quanti venga spinta e cerchi effettivamente di spiccare il volo, è tenuta a terra dalla pesante eredità della sua famiglia, composta da individui che hanno da tempo perso la strada – e che sono incapaci di redimersi.

Specchio

Emma Mackey in una scena di Sex Education (2019 - 2023), serie tv Netflix

Purtroppo Maeve si rispecchia inevitabilmente in queste figure, sicura dell’impossibilità di poter provare un’altra strada, persino quando – all’inizio della seconda stagione – comincia finalmente a diventare sicura di sé stessa.

Il fratello e la madre sono di fatto dei fantasmi che la perseguitano, sia dentro che fuori scena.

Questo provoca un’insicurezza di fondo, che Maeve si trascina fino alla quarta stagione, fino alla nuova scuola e al programma che già di per sé racconta il suo essere una ragazza eccezionale e promettente.

Futuro

Emma Mackey in una scena di Sex Education (2019 - 2023), serie tv Netflix

Non a caso, è proprio il funerale della madre che la porta a fare un passo indietro, apparentemente definitivo.

La perdita della problematica genitrice si accompagna anche all’ennesimo confronto con il fratello, su cui ancora una volta non può contare, e che, insieme alla delusione del nuovo insegnante, sembra tarparle le ali.

Ma è grazie ad una figura materna secondaria – l’inaspettata Jean Milburn – che viene finalmente riconosciuta per i suoi meriti, e così prende la decisione più dolorosa della sua vita.

Ovvero, mettere per la prima volta al primo posto totalmente sé stessa.

Eric Sex Education

Il percorso di Eric è quello che ho più apprezzato della serie, nonché quello che secondo me è risultato infine più completo.

Il personaggio parte apparentemente come la più classica delle macchiette comiche: l’amico gay del protagonista, che corrisponde alla linea comica della serie.

Ma Eric è molto più di questo.

Paura

Ncuti Gatwa in una scena di Sex Education (2019 - 2023), serie tv Netflix

Grazie anche alla splendida recitazione di Ncuti Gatwa, il personaggio di Eric si smarca piuttosto velocemente dal ruolo di comic relief, e diventa invece protagonista di una delle tematiche fondamentali di Sex Education:

l’accettazione del sé.

Infatti questo baldanzoso ragazzo aveva portato avanti anche quasi con sfrontatezza il suo modo di vestirsi ed esprimersi, persino davanti al bullismo di Adam. Ma basta un errore di Otis ed una terrificante aggressione per farlo spegnere.

Rinascita

Ncuti Gatwa in una scena di Sex Education (2019 - 2023), serie tv Netflix

Per la rinascita del suo personaggio, Sex Education sceglie una via non scontata, ma che ho apprezzato fino all’ultima battuta.

Di fatto Eric rinasce riscoprendo la sua comunità e le sue radici, e abbracciandole in un modo nuovo, pur davanti alla disapprovazione del padre, il cui ricongiungimento alla fine della prima stagione è fondamentale per il battesimo di questa nuova forma…

…capace persino di tenere testa ad Adam.

Ncuti Gatwa e Asa Butterfield in una scena di Sex Education (2019 - 2023), serie tv Netflix

Questo percorso legato alla cristianità è interessante proprio perché inaspettato, ma assolutamente fondamentale per raccontare una realtà molto pressante: il mondo delle persone queer legate al cristianesimo.

Proprio nella quarta stagione Eric mostra tutte le difficoltà ad integrarsi in una comunità che, per molti tratti, è apertamente ostile anche solamente all’idea di qualcosa fuori dall’ordinario – o quello che è considerato tale.

La riscrittura di Gesù e poi di Dio stesso secondo un nuovo immaginario è splendida quanto provocatoria: con queste nuove immagini Sex Education si propone proprio di portare in scena un’idea nuova di religione.

E così la chiusura ideale di Eric è proprio quella di diventare pastore, essendogli stato affidato il compito da Dio stesso di aprire la strada, come un novello Mosè, ad una cristianità nuova ed aperta al cambiamento e all’integrazione.

Crescere

Ncuti Gatwa e Asa Butterfield in una scena di Sex Education (2019 - 2023), serie tv Netflix

Un elemento portante di Sex Education è l’amicizia fra Otis e Eric.

I due ragazzi sono cresciuti insieme, ma per tutte e quattro le stagioni intraprendono vie e strade diverse, arrivando molto vicino al baratro del growing apartlett. crescere separati – e della conseguente separazione.

La quarta stagione serve proprio a Eric a smarcarsi momentaneamente dalla figura di Otis, e scoprire delle personalità più nelle sue corde, in particolare parte di quell’esplosiva comunità queer con cui non aveva mai avuto veramente un contatto.

Ma, infine, i due riescono ad accettare le reciproche differenze e a trovare uno spazio anche nelle realtà più apparentemente peregrine dell’amico, è così a continuare la loro amicizia, pur nelle loro diverse inclinazioni.

Scegliere

Ncuti Gatwa e Connor Swindells in una scena di Sex Education (2019 - 2023), serie tv Netflix

La storia relazionale di Eric è fondamentale per più motivi.

Parte inizialmente con un innamoramento impossibile con il suo persecutore – Adam – da cui però rimane diviso per tutta la seconda stagione, intraprendendo invece una relazione con il magnetico Rahim.

La terza stagione è invece dedicata all’esplorare del rapporto con Adam, dopo la splendida dichiarazione nel finale del precedente ciclo di episodi, ma che si rivela passo a passo sempre più impossibile.

Ncuti Gatwa e Connor Swindells in una scena di Sex Education (2019 - 2023), serie tv Netflix

Questa dinamica, per quanto triste, è un elemento che differenzia Sex Education da molte altre serie teen analoghe.

Non ci troviamo semplicemente davanti ad un solo modello di omosessualità, banale e stereotipico, ma ad un ventaglio di personaggi tutti diversi fra loro, a rappresentare proprio una sessualità che non si può appiattire ad un solo modello.

Allo stesso modo, è fondamentale anche per rappresentare come l’outing di ogni persona queer corra a velocità diverse: come Eric ha già spiccato il volo e diventa infine rappresentante della sua comunità, Adam deve ancora muovere i primi passi.

Ma Eric non può aspettarlo...

Adam Sex Education

Adam e suo padre percorrono due strade parallele e sostanzialmente analoghe.

Partono entrambi dallo stesso punto: un ruolo che sta loro stretto, sentito quasi come necessario per la definizione della propria identità, ma utile solo a nascondere paure e fragilità

Ruoli

Connor Swindells in una scena di Sex Education (2019 - 2023), serie tv Netflix

Se infatti Michael è l’aspro preside della scuola, incapace di ascoltare i suoi alunni, così Adam ricopre la figura del bullo, andando a colpire proprio quel personaggio che invidia per la sua capacità di esprimersi liberamente: Eric.

Questo comportamento è dettato dalle loro origini comuni: entrambi sono figli di bulli.

Alistair Petrie in una scena di Sex Education (2019 - 2023), serie tv Netflix

Se infatti Michael soffre anche da adulto i traumi infantili derivati sia dal comportamento del padre che del fratello – rivelati solo nella terza stagione – allo stesso modo Adam è terrorizzato dal genitore e dal suo giudizio.

Tuttavia, è anche una finezza della serie non raccontarli come dei villain tout-court, ma scegliere invece di lasciar loro un margine per mostrare la loro insicurezza, che a volte, soprattutto nel caso di Michael, è quasi comica.

Scoperta

La scoperta del sé avviene per strade differenti.

Per Adam passa attraverso la travagliata relazione con Eric, che gli permette di comprendere che lunghezze deve ancora percorrere per riuscire ad accettarsi.

Così vi è un importante passo avanti nel finale della seconda stagione, che però non è seguito da altrettanta intraprendenza quando finalmente Adam inizia la sua prima relazione queer.

Connor Swindells in una scena di Sex Education (2019 - 2023), serie tv Netflix

E, nonostante la stessa giunga alla fine prima del tempo, è comunque un’occasione per il personaggio di conoscersi meglio, anche nelle sue debolezze, e così trovare anche una passione che possa cominciare a definirlo.

In questo senso il punto di arrivo della quarta stagione è la giusta chiusura del suo personaggio: lasciatosi alle spalle quella scuola in cui non aveva mai eccelso, Adam trova finalmente qualcosa in cui splendere.

Rottura

Anche la scoperta di Michael passa in qualche modo per una rottura.

Dopo aver perso il ruolo che lo definiva, l’uomo si trova impossibilitato a ricoprirlo nuovamente, anzi dovendo sottostare – di nuovo – alle angherie del fratello, riaprendo vecchie ferite d’infanzia.

Ma, all’interno del suo dramma, della sua impossibilità di riconnettersi sia col figlio che con la moglie, anche Michael scopre qualcosa di nuovo: la passione per la cucina.

Anche se è un elemento non abbastanza esplorato all’interno della serie, è la chiave per Michael per cominciare finalmente a definirsi come persona, persino in qualcosa di così stereotipicamente femmineo, che il suo vecchio sé avrebbe ripudiato.

Incontro

Connor Swindells e Alistair Petrie in una scena di Sex Education (2019 - 2023), serie tv Netflix

Il ricongiungimento fra Adam e il padre è stato uno dei miei momenti preferiti dell’ultima stagione.

Nonostante entrambi abbiano fatto diversi passi avanti nella loro vita – anzi proprio per questo – li divide ancora un amaro contrasto non del tutto risolto, che per Adam si concretizza nella paura della ricomposizione di quel opprimente quadro familiare.

Al punto che il ragazzo si sente una pedina nelle mani del genitore, un mezzo dello stesso per riconquistare la madre e così il suo sicuro ruolo paterno.

Connor Swindells e Alistair Petrie in una scena di Sex Education (2019 - 2023), serie tv Netflix

Ma questo scontro è anche il momento in cui Adam riesce finalmente ad esprimere apertamente quella rabbia covata per anni, e a ribadire la necessità che il padre diventi effettivamente una figura paterna, e non un patriarca opprimente.

E così la famiglia si può ricongiungere, ma solo dopo che i suoi protagonisti hanno vissuto un periodo di transizione e scoperta.

Ruby Sex Education

Ruby è uno dei miei personaggi preferiti di Sex Education.

Parte con il ruolo della ragazza popolare e bulla – una rivisitazione della figura di Regina George, insomma – ma dalla seconda stagione in poi si riscopre in altre vesti.

Come per Adam, anche per Ruby il suo ruolo da bulletta era derivato da una sofferenza passata, da cui aveva cercato di liberarsi diventando lei stessa la carnefice: da bed-wetter a cock-biter il passo è breve.

Scoperta

Mimi Keene in una scena di Sex Education (2019 - 2023), serie tv Netflix

La riscoperta avviene soprattutto tramite la relazione con Otis, con cui si apre in una maniera che non aveva mai fatto prima, mostrando quel lato della sua vita che aveva celato persino ai suoi migliori amici.

Infatti Ruby cova interiormente un profondo dolore, sia per la condizione del padre, che per le sue umili origini, a cui si aggiunge la relazione con Otis, che non va come avrebbe sperato.

Inizio

Mimi Keene in una scena di Sex Education (2019 - 2023), serie tv Netflix

Nella quarta stagione il suo personaggio viene spogliato e così arricchito: ritrovatasi sola e senza amici, Ruby punta subito a far parte del gruppo popolare nella nuova scuola.

Ma in questo tentativo riesce anche a riscoprirsi in altro modo, confrontandosi con il suo passato – O, aka Sarah – e risolvendolo non con la ripicca, ma con il ripensamento.

Anche se un po’ monco, il suo finale racconta una Ruby più sicura, che vuole far parte di un nuovo gruppo in maniera diversa, ovvero nascondendosi molto di meno: non a caso, indossa i pantaloni fatti dalla madre, di cui fino a poco prima si era vergognata…

Eric Sex Education

Lily è uno dei personaggi più rappresentativi di Sex Education, che purtroppo esce definitivamente di scena alla fine della terza stagione.

Sulle prime Lily è alla disperata ricerca di un’esperienza sessuale, che le permetta di raccontare con più sincerità e consapevolezza il lato erotico dei suoi fantasiosi racconti fantascientifici, parte fondamentale della sua stessa personalità.

La scoperta della sua sessualità è forse un po’ meno vincente di altre: se sulle prime poteva essere interessante il kink del role play, il problema del vaginismo è portato in scena con un po’ troppa leggerezza.

Ma anche meno mi è piaciuto il personaggio di Ola, veramente insipido e senza personalità, che ha quel poco di interesse per quanto sia legata al personaggio di Lily stesso, in particolare quando la stessa viene censurata e umiliata nella terza stagione.

Jean Sex Education

Jean è, grazie soprattutto alla splendida interpretazione di Gillian Anderson, uno dei personaggi più esplosivi di Sex Education.

Una donna che è stata più volte messa alla prova dalla vita, in particolare dal turbolento matrimonio, che l’ha portata addirittura ad un breakdown mentale, e che si è costruita la sua piccola quotidianità con il figlio e le relazioni occasionali.

Il cambiamento arriva con l’entrata in scena di Jakob, personaggio con cui intraprende relazione molto altalenante, che si conclude in una sostanziale incompatibilità di vedute e di stili di vita, oltre all’impossibilità di reclamare la paternità di Joy.

Guida

Ma, mentre Jean fatica nelle relazioni, soprattutto in quella con Otis, diventa al contempo una guida importante per molti dei personaggi della serie, a cui trasmette i suoi preziosi insegnamenti per una sessualità più libera e consapevole.

Il suo percorso si conclude in qualche modo con la gravidanza, che le permette di riscoprirsi come madre, ma di vivere anche il dramma della depressione post-partum, un’occasione per la serie di raccontare una maternità definita anche da delle importanti ombre.

Manca purtroppo per il suo personaggio un riallacciare in maniera decisiva il rapporto con Otis, che avrebbe definito anche una maturazione dello stesso, che però si risolve solamente in poche, insufficienti, battute

Aimee Sex Education

Aimee è il personaggio che è più alla ricerca di una sua identità.

Il suo punto di partenza è insipido: fa parte del gruppo popolare della scuola perché lo sente come fondamentale per la sua identità, coltivando così solo segretamente l’amicizia con Maeve, e incastrandosi all’interno di una relazione insoddisfacente…

…in cui non fa altro che fingere di essere qualcun altro.

Personalità

I primi passi nella direzione giusta sono lasciare Adam e scegliere invece un altro ragazzo che le permetta veramente di cominciare ad esplorare la sua sessualità, e abbandonare il gruppetto di Ruby per coltivare invece l’amicizia positiva con Maeve.

Ma i punti di svolta, nel bene e nel male, avvengono dalla seconda stagione.

Nel penultimo ciclo di episodi Aimee comincia a sviluppare una sua personalità, intraprendendo un hobby che all’inizio sembra un disastro, ma che piano piano diventa un tratto distintivo del suo personaggio.

Trauma

Al contempo in questa stagione si sviluppa anche un dramma non indifferente, che è raccontato con un realismo piuttosto amaro, delle donne che non riescono ad accettare neanche con sé stesse di essere state aggredite.

Un trauma irrisolto che la porta ad allontanare sia il fidanzato che l’amica, per poi cominciare a rimettersi in piedi grazie all’aiuto delle sue compagne – vittime anche loro – e, in ultimo, grazie ad Isaac, che la aiuta a affrontare il trauma grazie ad una nuova passione: la fotografia.

Jackson Sex Education

In quattro stagioni, Jackson è forse il personaggio a cui vengono affidate più tematiche – forse anche troppe.

Il suo personaggio parte nel ruolo di star dello sport e beniamino del preside, intraprendendo una relazione non usuale con Maeve, purtroppo destinata al totale fallimento.

Scoperta

Il punto più interessante del suo personaggio è però nella seconda stagione, in cui cerca definitivamente di smarcarsi dal ruolo che ha portato sulle spalle per tutta la vita – la promessa dello sport…

…per provare invece un’altra passione e riscrivere così il rapporto con le sue madri.

Meno incisivo è il suo percorso nella terza e quarta stagione: prima tentando un rapporto con Cal, poi scoprendo altri lati della sua sessualità, e infine venendo finalmente a conoscenza delle sue turbolente origini.

Molti temi, che però avevano bisogno di più tempo per un personaggio indubbiamente interessante.

Viv Sex Education

Intorno al personaggio di Viv ruotano due importanti tematiche: il sexting e le relazioni abusive.

Nella seconda stagione il suo personaggio compie un interessante passo avanti, passando dall’essere il genio della scuola ad aprirsi anche a qualcos’altro grazie a Jackson, che diventa nel tempo anche il suo maggiore punto di riferimento.

Fantasia

Nella terza stagione Viv rischia nuovamente di ricadere in un modello non sano, ma per fortuna è anche capace di salvare sé stessa, e anzi di diventare la miccia che scatena la rivolta degli studenti negli ultimi episodi.

Parallelamente Viv racconta un tema veramente poco affrontato nelle serie teen: il sexting, che, insieme all’autoerotismo, permette di conoscersi meglio come persona e come coppia, esplorando vie meno canoniche, ma altrettanto intriganti.

Ma la parte che mi è piaciuta di più del suo personaggio si svolge nella quarta stagione.

Svolta

Per quanto avrebbe avuto bisogno di più episodi, la tematica della relazione tossica è raccontata in tutta la sua angoscia: un rapporto che nasce con un affetto improvviso ed inarrestabile – il cosiddetto love bombing – ma che svela poi il suo lato più violento.

Ed è fondamentale rappresentare un personaggio che riesce, pur fra mille dubbi e anche grazie al supporto dei suoi amici, a ribellarsi ad una situazione che rischiava di finire in tragedia…

…andando però anche a sottolineare come il suo ragazzo tossico possa affrontare un percorso di terapia e così superare questi problematici comportamenti.

Isaac Sex Education

Anche se non gode di ampissimo spazio nella serie, Isaac è un personaggio fondamentale per ben due motivi.

Anzitutto, offre finalmente la possibilità di rappresentare un personaggio disabile che non sia una figurina sullo sfondo, il classico personaggio di buon cuore che deve essere costantemente compatito dagli altri personaggi.

Anomalo

Al contrario Isaac presenta un carattere piuttosto turbolento, respingendo qualunque tipo di umiliante pietismo nei suoi confronti, e diventando quasi il villain del finale della seconda stagione.

Insomma, prima che un ragazzo disabile, Isaac è un personaggio assolutamente tridimensionale.

Inoltre la sua presenza nella serie permette anche di esplorare un tema veramente poco trattato, ovvero quello del desiderio e della soddisfazione sessuale di persone che apparentemente non posso averla – con Maeve prima, con Aimee dopo.

Invisibile

In ultimo, nella quarta stagione Isaac dà voce a quegli ostacoli invisibili agli altri, ma determinanti per una persona disabile, mostrando come anche cambiare un singolo elemento – l’ascensore rotto e le scale bloccate – può stravolgere la percezione del mondo.

Una scena che apre le porte anche ad un altro tipo di disabilità, ancora meno raccontata: la sordità.

Cal Sex Education

Cal e gli altri personaggi queer della quarta stagione introducono un tema ancora poco esplorato nei prodotti teen: le difficoltà della disforia di genere.

Il suo personaggio attraversa varie fasi in cui cerca di definirsi, prima come persona non-binary, poi ricercando un’identità forse più maschile, o almeno cercando di privarsi uno dei tratti sessuali primari – il seno – che aveva sempre cercato di nascondere.

Transizione

Il suo personaggio passa dall’essere piuttosto ribelle e sfuggente nella terza stagione – in cui si affrontano le difficoltà di una persona non binaria in una realtà definita dal bianco e nero – a diventare il protagonista della non semplice transizione.

In questa fase Cal vive diversi impulsi, che in principio permettono di riscoprire una sessualità esplosiva e incontrollabile, poi di sentirsi addosso il peso di un corpo in cui non si riconosce, e che non permette di integrarsi veramente all’interno della realtà scolastica.

Solitudine

Purtroppo Cal è un altro personaggio che avrebbe avuto bisogno di un’altra stagione intera per concludere il suo percorso, arrivando solo al primo passo: superare degli istinti suicidi purtroppo propri di molte persone transessuali…

…e al contempo aprirsi davvero alla transizione, non solo sessuale, ma anche relazionale.

In una quinta stagione che non vedremo mai, sarebbe stato splendido vedere un Eric che accompagnava Cal nel suo percorso di accettazione…

Hope Sex Education

Anche se la terza stagione non mi ha convinto fino in fondo, Hope non solo è un ottimo villain, ma è anche quello che permette di più ai personaggi di fare gruppo e di riscoprirsi.

Apparenza

Se si fa attenzione, la sua natura è svelata fin dalla sua primissima apparizione, soprattutto se la si confronta con Michael Groff: Hope si racconta – ed inizialmente viene percepita – come un personaggio cool, aperto al confronto con gli studenti.

In realtà è indicativo il modo in cui è vestita: totalmente di nero, con dei vestiti anche molto accollati, quindi con un colore che assorbe tutti gli altri, nello specifico i colori caldi e pieni della scuola – che persino Michael Gross indossava.

E infatti Hope spegnerà – o, meglio, tenterà di spegnere – i colori degli adolescenti, riducendoli ad una grigia neutralità.

Controllo

Come si scopre nel finale di stagione, questo comportamento deriva dal suo confronto ben poco sereno con le aspettative sociali: se anche Hope un tempo era una ragazza piena di sogni, questi le sono stati spenti dalla crudezza del mondo adulto.

Per questo la nuova preside cerca di trasmettere questa necessità di controllo e di rispetto delle regole – anche in picchi decisamente eccessivi come quello della retrograda educazione sessuale – perché i suoi alunni siano già pronti ad un mondo ostile.

In questo modo però Hope non si rende conto della necessità degli adolescenti di esprimersi e così di scoprire sé stessi, anche sbagliando, ma evitando così di diventare degli adulti grigi e senza personalità.

E questo passa anche dalla ribellione contro Hope che inevitabilmente avviene.

Sex Education Mean Girls

Sex Education è pieno di citazioni ad altri cult teen – e non solo.

Seguono spoiler su Mean Girls (2004), High School Musical (2006), Breakfast Club (1985) e Juno (2007).

Mean girls è in assoluto il film più citato, più o meno esplicitamente.

Se già di per sé il gruppetto dei ragazzi popolari è uno specchio aggiornato al nuovo decennio delle plastics, la prima citazione effettiva arriva alla fine della seconda stagione, quando il preside Groff sparge le pagine degli appunti di Jean in giro per la scuola, proprio come Regina George con il Burn Book alla fine del film:

Nella terza stagione, l’entrata in scena di Viv con il fidanzato è un riferimento esplicito alla famosa scena della camminata finita male di Cady con le sue nuove amiche (da 0:21):

Così ci sono altre due citazioni nella quarta stagione.

Anzitutto, nella prima puntata sia Ruby che Michael mangiano seduti in bagno, esattamente come la protagonista di Mean girls:

E nella penultima puntata, quando c’è la rivolta scolastica, uno dei ragazzi disabili interviene e qualcuno fra la folla dice che non viene neanche in questa scuola, come omaggio alla famosissima scena alla fine del film:

Un’altra citazione che ho semplicemente adorato è il ribaltamento della terrificante sequenza di Juno (2007) sull’aborto:

Così, anche se più indirettamente, Sex Education cita anche High School Musical, con l’imbarazzo di Jackson nel far parte del musical scolastico, allo stesso modo di Troy nel film.

Infine come non citare lo splendido riferimento a Breakfast Club nella scena della seconda stagione in cui le ragazze vengono obbligate a scrivere un tema su cosa le accomuni:

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Black Mirror 6 – Lo chiamavano Black Mirror…

Black Mirror 6 (2023) è la sesta stagione di una delle serie più iconiche della piattaforma, arrivata a ben quattro anni di distanza dalla precedente, con cinque nuovi episodi.

Ecco il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Black Mirror 6?

Possibilmente no.

In attesa di Black Mirror 6, per motivi che non so neanche spiegare, ero sicura che gli autori avessero imparato dagli errori e dalle critiche che avevano ricevuto per la scorsa stagione. Anche perché altrimenti sarebbero risultati ridicoli.

E invece non potevo immaginare quanto grande fosse il loro coraggio.

Questo nuovo ciclo di episodi, molto banalmente, non c’entra niente con Black Mirror: per buona parte sono puntate di scarsissimo valore, riuscendo a salvarsi solamente per il terzo episodio – che sembra quasi Black Mirror – e l’ultimo, che è abbastanza piacevole.

Ma, se amate Black Mirror, passate oltre.

Joan is Awful

Annie Murphy in una scena della puntata Joan is Awful (Black Mirror 6)

Questo episodio è terribile.

Joan is awful è esattamente quello che non volevo vedere da Black Mirror: praticamente una parodia, con un cattivo gusto di rara bruttezza che neanche nei peggiori b-movie dei primi Anni Duemila.

Inoltre, un episodio basato su concetti di una tale ingenuità che solo un bambino o un complottista in pieno delirio potrebbe pensare: non vi devo spiegare io quanto il motivo per cui Joan viene derubata della sua vita sia irrealistico e pretestuoso, vero?

Annie Murphy in una scena della puntata Joan is Awful (Black Mirror 6)

Ma diventa ancora più assurdo se si pensa alla questione di Salma Hayek – o chi per lei: Netflix dovrebbe essere la prima a sapere che produzioni e attori sono vincolati da contratti blindati e compilati pedissequamente dopo intense contrattazioni.

Avrebbe potuto funzionare diversamente?

Se Black Mirror fosse stato sé stesso avremmo potuto avere una puntata alla White Bear o alla 15 milions merits: sarebbe bastato fare un effettivo world building e ambientare la storia in un futuro possibile, come si era sempre fatto…

Loch Henry

Samuel Blenkin in una scena della puntata Loch Henry (Black Mirror 6)

A questo punto ho cominciato a chiedermi se stessi ancora guardando Black Mirror.

Di per sé Loch Henry non è una brutta puntata: mi ha convinto molto il montaggio e la regia in certi tratti dal taglio quasi documentaristico, che poi si riallaccia al finale, e che riesce in generale a far immergere piuttosto bene nella storia raccontata.

Tuttavia, non è Black Mirror.

Sembra più che altro una puntata di una serie fra il true crime e il mistery, però neanche particolarmente brillante a livello di scrittura: io non sono mai stata una persona particolarmente intuitiva nello scoprire i colpi di scena dei film, anzi.

Invece in questo caso praticamente dal primo minuto avevo intuito quale sarebbe stato il plot twist finale, e per due motivi: è incredibilmente banale, ed era anche l’unico modo per dare un senso alla puntata, che aveva un disperato bisogno di questo shock finale.

E, se la critica voleva essere la cannibalizzazione delle tragedie, diventata piuttosto di moda negli ultimi tempi, è veramente debole…

Beyond the sea

Aroon Paul in una scena della puntata Beyond the sea (Black Mirror 6)

Finalmente una puntata di Black Mirror.

Anche se…

Solitamente preferisco quando gli episodi sono ambientati in un prossimo futuro – come era tipico della serie nella maggior parte dei casi – ma questi Anni Sessanta alternativi tutto sommato non mi sono dispiaciuti.

Finalmente, un racconto con al centro una tecnologia che, più che soluzioni, si porta dietro le paure stesse del suo creatore.

E devo dire che, anche se il risvolto romantico fra David e Lana era abbastanza prevedibile, comunque è stato costruito in maniera intelligente e funzionale, lasciandoti addosso una sottile angoscia che permea tutto l’episodio…

Il problema è il finale.

Purtroppo, ho avuto la spiacevolissima sensazione che volessero chiudere l’episodio con un colpo di scena sconvolgente, ma che si siano dimenticati di costruirlo a dovere, raccontando in maniera convincente la crescente pazzia di David.

Sarebbe stato molto più interessante sempre un finale aperto, ma con David che uccideva Cliff, magari lasciandolo per sempre a vagare nello spazio, e magari in maniera anche più inquietante viveva la sua vita, all’insaputa di Lana…

Mazey Day

È possibile fare una puntata pure peggiore della prima?

Assolutamente sì, se sei Mazey Day.

Arrivati a questo punto io voglio immaginare – e sperare – che abbiano sbagliato writers room e che questa fosse in realtà la puntata pilota di una serie di terza categoria di Netflix, una brutta copia di Teen Wolf, e che abbiano fatto confusione.

Perché non so veramente con quale coraggio abbiano prodotto questo episodio sotto l’etichetta Black Mirror.

In prima battuta sembra una critica scialbissima e fuori tempo massimo al mondo dei paparazzi, uno dei simboli dei primi Anni Duemila. Poi, sempre con l’idea di lasciare a bocca aperta lo spettatore, diventa un fantasy.

Senza che di fatto questa puntata ci abbia raccontato niente di rilevante, senza che sembri neanche che lo volesse neanche fare. Almeno in Joan is Awful hanno cercato di inserire – pur malamente – un elemento fantascientifico.

Qui neanche quello…

Demon 79

Anjana Vasan in una scena di Demon 79 (Black Mirror 6)

Demon 79 è una puntata effettivamente molto carina.

Mi ha ricordato come toni Shaun of the Dead (2004) e Dirk Gently (2016-2017): una sorta di horror comedy apocalittica, con un umorismo ben dosato e dei personaggi che effettivamente funzionano a dovere.

In particolare, nonostante avrebbe funzionato meglio come un effettivo film, a differenza di Beyond the sea il finale è ben costruito, e il cambiamento – o maturazione diabolica – della protagonista è altrettanto ottimamente raccontato.

Paapa Essiedu in una scena di Demon 79 (Black Mirror 6)

E allora qual è il problema?

Ancora una volta, non è Black Mirror.

Nonostante io non sia una fan sfegatata di questa serie, né una purista della prima ora, mi rendo conto di quanto, nonostante in questo caso la qualità sia buona, uno spettatore appassionato si possa sentir preso in giro, e per l’ennesima volta.

E ne avrebbe tutte le ragioni…

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Questo mondo non mi renderà cattivo – La svolta amara

Questo mondo non mi renderà cattivo (2023) è una serie animata di produzione Netflix, scritta e diretta dal fumettista Zerocalcare – la seconda produzione a suo nome dopo Strappare lungo i bordi (2021).

Di cosa parla Questo mondo non mi renderà cattivo?

Un vecchio amico di Zerocalcare torna a Roma dopo una lunga assenza, ma sembra incapace di reinserirsi nel difficile microcosmo del quartiere…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Questo mondo non mi renderà cattivo?

Zerocalcare in una scena di Questo mondo non mi renderà cattivo (2023)

Sì, ma…

Questo mondo non mi renderà cattivo rappresenta un punto di svolta abbastanza importante per la pur breve produzione seriale di Zerocalcare.

Se infatti Strappare lungo i bordi (2021) riprendeva – per toni e soggetto – la sua opera prima, La profezia dell’Armadillo (2012) con questa nuova serie si passa a tematiche ben più mature della sua produzione più recente.

Per questo il prodotto ha un inaspettato tono ben più politico e attuale, andando a trattare con grande franchezza, nonché con una verosimiglianza quasi dolorosa, tematiche molto forti della nostra contemporaneità.

Insomma, arrivateci preparati.

La cornice narrativa

Zerocalcare in una scena di Questo mondo non mi renderà cattivo (2023)

La struttura narrativa di Questo mondo non mi renderà cattivo è abbastanza simile a quella della serie precedente.

Si racconta infatti ancora una volta un progressivo avvicinamento ad un evento determinante della storia, che però rimane oscuro allo spettatore praticamente fino alla fine degli episodi.

Tuttavia, la cornice narrativa in questo caso è ben più solida: l’arresto e l’interrogatorio giustificano effettivamente il perché l’elemento fondamentale della trama rimanga nascosto per la maggior parte del tempo.

E, anche se l’idea che il racconto alla fine sia solo una confessione con l’Armadillo l’ho trovata un po’ debole, il risvolto della scena, dal sapore comico-grottesco, mi ha tutto sommato convinto.

Ricucire i rapporti

Cesare in una scena di Questo mondo non mi renderà cattivo (2023)

Il mondo di Zerocalcare è incredibilmente verosimile.

Quante volte durante la nostra vita ci siamo lasciati alle spalle moltissimi rapporti che si sono improvvisamente spezzati, senza un vero motivo, senza che nessuno sapere quasi il perché, se non che la vita che va avanti

Da qui il pesante imbarazzo nel tentativo di riconciliazione con Cesare, che ha il suo picco drammatico nella scoperta che il vecchio amico sia in realtà dell’altra sponda, quella da lui combattuta e disprezzata ogni giorno…

Ma il perché è anche peggio…

L’esasperato isolamento

Cesare, Secco e Zerocalcare in una scena di Questo mondo non mi renderà cattivo (2023)

Raccontando il dramma di Cesare, Zerocalcare in realtà ci mostra un problema ben più ampio.

In Italia è presente purtroppo una tristissima realtà per cui determinate categorie sociali – nello specifico i tossicodipendenti e i carcerati – diventano irrimediabilmente degli emarginati.

Anche se intraprendono un percorso, che, in teoria, dovrebbe portare ad un loro reinserimento…

E questo si traduce proprio nella storia di Cesare: andare a rifugiarsi nelle frange politiche più estreme e radicali pur di trovare qualcuno con cui fare gruppo, qualcuno che veramente ci accetti senza giudizi…

Oltre la propaganda

Sara in una scena di Questo mondo non mi renderà cattivo (2023)

Il dramma di Sara è anche più disturbante.

L’amica, da sempre considerata come baluardo della giustizia e della correttezza, prende una strada del tutto inaspettata, associandosi alle posizioni di quel gruppo sociale che, almeno all’apparenza, è contrastato da tutti.

E le sue motivazioni sono davvero strazianti.

Rimasta per anni reclusa in una sorta di limbo dell’impossibilità di realizzazione personale e lavorativa – estremamente tipico nel mondo del lavoro italiano odierno – si presenta finalmente per lei la prospettiva di realizzare il suo sogno.

Sara, Secco, Zerocalcare in una scena di Questo mondo non mi renderà cattivo (2023)

Ma subito lo stesso le è strappato via, e per pure questioni ideologiche, che è tanto facile accettare se non vanno a colpirti sul personale, ma che sono ben più difficili da digerire quando mettono un ostacolo a quella piccola vittoria personale tanto agognata…

Tuttavia, Sara si dimostra ancora una volta la più intelligente del gruppo, andando a scoperchiare quella propaganda tossica che allontana l’attenzione dagli effettivi problemi più sotterranei e strutturali.

E, soprattutto, mai risolti.

Questo mondo non mi renderà cattivo finale

A primo impatto, il finale di Questo mondo non mi renderà cattivo potrebbe risultare molto sbrigativo, e non effettivamente conclusivo.

Tuttavia, ripensandoci a posteriori, riesco a capire le motivazioni di questa scelta abbastanza anomala per una narrazione seriale, in particolare mancante di una quasi ovvia riconciliazione fra Zero e Cesare.

Da una parte, penso che Zerocalcare abbia voluto raccontare una storia quanto più vera, tratta dalla propria esperienza personale – che quindi non ha avuto, come comprensibile, un effettivo lieto fine.

Inoltre, questo finale è apprezzabile per la sua onestà: nonostante il gruppo di Zero non sia veramente dalla parte di Cesare per tutta una serie di motivi, sceglie comunque di difenderlo, di fare la cosa giusta.

Questo mondo non mi renderà cattivo fumetto

Se avete apprezzato la serie e volete scoprire l’opera cartacea di Zerocalcare, ecco qualche consiglio.

Se non avete mai letto nulla di suo, vi consiglio in linea generale di andare in ordine cronologico, nello specifico di cominciare proprio dall’opera prima, La profezia dell’armadillo (2012).

Tuttavia, se dopo questo volete esplorare i riferimenti interni alla serie, vi consiglio di leggere – nel seguente ordine – Un polpo alla gola (2012), Macerie Prime (2017) e Scheletri (2020).

Buona lettura!

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The last of us – Il miglior adattamento?

The Last of Us (2023 – …) è una serie tratta dall’omonimo videogioco, di cui condivide showrunner e creatore – Neil Druckmann. Un elemento che è stata la forza e la sconfitta della serie…

Nonostante evidentemente non ci fosse sicurezza al riguardo, The Last of Us è stata una serie da record: se si guardano gli indici degli ascolti, gli stessi sono raddoppiati nel corso della messa in onda degli episodi.

Di cosa parla The Last of Us?

Un virus parassita si diffonde all’improvviso, a macchia d’olio, distruggendo la società dalle fondamenta. Vent’anni dopo, ancora non si trova una cura e il mondo è a pezzi…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale pena di vedere The last of Us?

In generale, sì.

Non ho (ancora) giocato al videogioco, ma la mia ignoranza non mi ha portato alcun reale problema: la storia è perfettamente fruibile anche senza avere la minima idea del mondo di gioco, forte anche della fedeltà e della coerenza delle trame raccontate rispetto al prodotto originale.

Tuttavia, non manca di difetti e potrebbe essere meno attraente di quello che il trailer suggerisce: di fatto è un road movie, concentrato più sulle relazioni fra i personaggi che sul mondo di gioco, con un focus molto forte sui suoi protagonisti

In più – ed è il principale problema – non ha una narrazione effettivamente organica, ma piuttosto episodica. Insomma, non aspettatevi una grande serie con una storia unitaria di zombie, ma piuttosto un buddy movie ambientato in un mondo post apocalittico, cadenzato con la cosiddetta avventura della settimana.

Insomma, apprezzabile, ma da approcciare con la giusta forma mentis.

Un inizio troppo vicino

Bella Ramsey in una scena di The Last of Us

L’inizio di The Last of Us è forse la parte più azzeccata.

La serie si apre con una sequenza che getta le basi per farci comprendere la natura dei fungi e quindi dell’epidemia che presto prenderà piede. Segue una lunga sequenza dedicata a mostrarci i personaggi nel passato, che vivono la loro vita ignari di quello che sta già succedendo intorno a loro.

Con una tensione palpabile e perfetta per trenta lunghissimi minuti.

Pedro Pascal in una scena di The Last of Us

E poi tutto crolla: in un attimo la società è distrutta alle fondamenta. Non ci sono più uomini o donne, non ci sono più esseri umani, ma solo potenziali infetti. E capiamo – e sentiamo – profondamente il trauma di Joel…

E il salto in avanti di vent’anni riesce, in pochi minuti, a raccontare perfettamente quanto la situazione sia persino peggiorata: un innocente bambino viene accolto in una QZ, ma è infetto. Nella scena successiva lo troviamo nella pila di cadaveri che Joel sta raccogliendo…

E quei cartelli di avvertenze su come comportarsi vi ricordano qualcosa?

Costruire una relazione

Pedro Pascal e Bella Ramsey in una scena di The Last of Us

Il cuore della narrazione è la relazione fra Joel e Ellie.

Spesso il resto della storia viene sacrificato per dare sempre maggior spazio al costituirsi del loro rapporto. Rapporto che, soprattutto sulle prime, è fortemente antagonistico: Joel vive Ellie come un peso.

Infatti l’uomo è stato indurito dalla vita, dalla morte della figlia e dai venti durissimi anni dove ha visto il mondo crollare. E infatti la loro relazione si costruisce a poco a poco: per un terzo degli episodi Joel tratta la ragazzina anche piuttosto sgarbatamente, cercando di domare la sua sfacciataggine.

Pedro Pascal e Bella Ramsey in una scena di The Last of Us

Ma Ellie è un personaggio talmente frizzante e piacevole che per Joel è impossibile non affezionarsi e ritrovare in lei la figlia perduta. E, il misto di piccoli momenti che strappano una risata inaspettata – le terribili barzellette – e delle grandi sfide davanti alle quali i protagonisti vengono messi, costruisce un rapporto importante ed intenso.

E questo è possibile soprattutto per i due attori protagonisti.

Anche senza conoscere il videogioco, posso sicuramente dire che Pedro Pascal e Bella Ramsey siano stati due ottimi protagonisti, che sono riusciti a portare in scena una coppia intrigante e in continua evoluzione, per quanto opposta nel carattere.

Ma l’importanza della loro storia è anche parte del problema.

Un mondo senza pericoli

La totale centralità della loro relazione è soffocante per tutto il resto.

Non che manchi in realtà un buon world building: vengono raccontate le varie facce di questo nuovo e spietato mondo post apocalittico, frantumato in piccole comunità che pensano solo a se stesse, per cui il resto del mondo è il nemico.

Tuttavia, si sente la mancanza di una minaccia.

Gli infetti ci sono e quando ci sono sempre terrificanti, rubano la scena persino ai protagonisti, in particolare nel picco del quinto episodio, con la terrificante orda che azzanna, distrugge e smembra tutto quello che gli capita a tiro.

E gli attori degli infetti sono stati veramente ottimi.

Tuttavia la loro presenza è troppo sporadica: manca un numero sufficiente di scene che riesca a giustificare la continua tensione che dovremmo provare quando i personaggi escono dalle zone sicure.

Anzi, spesso viene anche detto che in determinate luoghi gli infetti non ci sono proprio…

La mancanza di organicità

Melanie Lynskey in una scena di The Last of Us

The Last of Us sembra voler raccontare una storia unitaria e un viaggio piuttosto lineare, con alcune deviazioni lungo il percorso.

Tuttavia, manca di un’effettiva organicità.

Ci sono fin troppe puntate in cui il viaggio si ferma per fin troppo tempo, con episodi che non sono semplici deviazioni, ma intere storie a parte o occasioni per approfondire meglio la psicologia dei personaggi.

Pedro Pascal in una scena di The Last of Us

Nonostante molte di queste storie siano indubbiamente interessanti e introducano personaggi indimenticabili – fra cui la bellissima storia di Bill e Frank – al contempo rovinano inevitabilmente il ritmo della storia principale, che risulta eccessivamente spezzettata e troppo sbrigativa in alcuni snodi cruciali.

Lo svolgimento sembra voler portare una storia unitaria e completamente focalizzata sul mondo e soprattutto i protagonisti, ma al contempo si perde appunto in molte altre storie tangenziali. Non sarebbe stato per questo più onesto portare una serie con una struttura verticale – ovvero episodica – senza sforzarsi nell’altro senso?

Il finale

Pedro Pascal in una scena di The Last of Us

Il finale di The Last of Us è stato molto discusso.

Si è criticato soprattutto il minutaggio troppo ridotto per portare in scena un momento così importante della storia di Joel e Ellie. Personalmente io ho trovato la durata dell’episodio più che giusta, e non ho sentito il bisogno di avere a disposizione più tempo per raccontare questo importante momento conclusivo.

Al contrario, accolgo la critica circa la mancanza di introduzione di questo finale: niente nell’episodio precedente racconta l’approcciarsi ad una conclusione – e sarebbe bastato veramente poco. E l’episodio stesso non sembra una conclusione, se non quando effettivamente i protagonisti arrivano al punto di arrivo.

Tuttavia, ho trovato estremamente interessante il dubbio morale che il finale vuole trasmettere: stiamo dalla parte di Joel o la sua è solamente una scelta egoistica? Un tema che sarà indubbiamente esplorato nella seconda stagione, e che rivela la precarietà del rapporto fra i protagonisti…

Recensione The Last of Us

Il prezioso contributo di Cristiano (@cristianodalianera), con un’opinione forse non tanto diversa dalla mia, ma sicuramente più colorita…

Il preambolo

Pedro Pascal in una scena di The Last of Us

L’attesa di The Last of Us era vincolata all’aspettativa, altissima, che il progetto videoludico aveva instillato.

Una videogame action-survival horror tutto trama, con complicate digressioni emotive e un sottobosco di non detto ad arricchire la narrazione. Praticamente Resident Evil diretto da Alejandro González Iñárritu (anche grazie alle suggestioni sonore di Gustavo Santaolalla), cosa poteva andare storto?

Pedro Pascal in una scena di The Last of Us


Infatti il gioco – uscito nel 2013 – è stato devastante sul fronte pubblico e critica, alzando l’asticella della qualità e diventando, a tutti gli effetti, il canto del cigno della PlayStation 3. Naughty Dog, nella persona dell’ideatore Neil Druckmann, deve aver pensato: ho un prodotto cinematografico fatto e finito!

Ed è partito subito il progetto per un lungometraggio che, in origine, prevedeva la regia di Sam Raimi ed un cortometraggio animato sotto l’egida Sony Pictures.

Ma qualcosa è andato storto.

L’adattamento

Pedro Pascal in una scena di The Last of Us

Una produzione che ha preso piede con un cattivo auspicio: la critica al casting di Bella Ramsey per il personaggio di Ellie. L’accusa è stata di non essere bella abbastanza per interpretare la protagonista. Su Pedro Pascal un dubbioso assenso: alla fine Joel è musone quanto basta.

Risolto il problema delle facce, bisognava affrontare il problema della storia.

Come affrontare la trasposizione del videogame?

Pedro Pascal e Bella Ramsey in una scena di The Last of Us

Le vie maestre sono due: quella lunga e quella corta.

La via lunga prevede un approfondimento costante, lo sviluppo di una trama orizzontale complessa, avvincente, appassionante. Una sorta di soap-opera con un substrato di apocalisse che aromatizzi il tutto, lasciando sedimentare l’affetto per i personaggi in una crosta cementizia inscalfibile.

La via breve prevede una serie di episodi dalla trama pressoché verticale, rifacendo shot-for-shot intere sequenze del videogame, ad uso e consumo del videogiocatore incallito (e un po’ tossico) che opera la metà della magia della messa in scena: lo dimo ma non lo famo, e la fantasia dello spettatore ci mette il resto.

Il risultato

Spaparanzati davanti al primo episodio, già assaporavamo la lentezza della costruzione narrativa di una serie di spessore, un lungo viaggio nell’abisso e nella risalita. Una collocazione da manuale per tempi tecnici e narrativi, condito dalla necessaria crudeltà che è ingrediente imprescindibile a far montare la rabbia che ci tiene incollati allo schermo: vogliamo tutto e lo vogliamo ORA.

Il secondo episodio prosegue, un po’ in sordina, ma è preparatorio. Ci sfreghiamo le mani in attesa del bagno di sangue, della fuga rocambolesca, del salvataggio all’ultimo minuto.

Episodio tre: La Casa nella Prateria prepper edition.

Beh, sono scelte narrative. Il review bombing dell’episodio a causa dei temi LGBTQ+ me l’ha fatto stare persino simpatico, anche se realizzato in maniera eccessivamente ruffiana. Vabbè, alla fine ci sta una battuta d’arresto.

Magari non è uscita proprio come uno s’aspettava.

Bella Ramsey in una scena di The Last of Us

Quattro e Cinque, con uno straccio di orizzontalità, sembrano andare troppo a rilento ed in maniera abbastanza inconcludente. La quinta è tipo la versione tamarra di Zombie di Romero, con un finale wtf che riporta la speranza alla quota di sicurezza.

È il giro di boa – uno pensa – da qui in poi è il delirio.

Episodio sei: latte alle ginocchia feat. cameo del cane Chopper di Stand by me.

Episodio sette: sismance in flashback feat. UNO DI NUMERO infetti. Grossa suspense.

Episodio otto: Ellie ingoia Hannibal Lecter, ah-ah-ah.

Episodio nove: Joel ingoia Chuck Norris.

La critica

Bella Ramsey in una scena di The Last of Us

La qualità del prodotto, tecnicamente parlando, è sopraffina.

Inquadrature, sequenze, fotografia, scenografia, recitazione. Tutto, davvero eccellente. La narrativa, presa per singolo episodio, è superiore alla media per tantissimi versi.

Nell’insieme, invece, è sconclusionata e, come dicono quelli bravi, anti-climatica.

La gestione dei tempi, relativamente coerente col singolo episodio, è stata gravemente sottostimata nell’ottica della serialità. Si iniziava a sentire il prurito alle corna dall’episodio tre, che nella prospettiva della serie completa risulta essere una colossale perdita di tempo, preziosissimo tempo da investire nella costruzione del rapporto fra i protagonisti.

Bella Ramsey in una scena di The Last of Us

E non è stata l’unica.

L’episodio sei è una serie di montagne russe in accelerazione e decelerazione su cose essenziali, se la serie avesse avuto davanti altre dodici puntate. Il tutto si traduce in un filler-spiegone dall’effetto soporifero che ammazza una tensione emotiva già moribonda.

L’inseguimento dei tempi videoludici si è fatto, tra l’episodio cinque e sei, insostenibile. E mentre il giocatore incallito si è esaltato nella riproposizione pedissequa delle sequenze di gioco, lo spettatore medio si infilata schegge di bambù sotto le unghie.

Pedro Pascal in una scena di The Last of Us

La costruzione del rapporto padre-figlia si risolve in un vortice di frasi fatte e ripescaggio di formule abusate. Il ruolo del cattivo poggia tutto sulle spalle del genere umano – homo homini lupus – che occhei vabbene abbiamo capito.

Gli infetti compaiono quattro volte in nove puntate, livello di pericolosità: li elimina una donna in travaglio con un temperamatite.

Alla fine The Last Of Us si è rivelato un enorme equivoco.

Bella Ramsey in una scena di The Last of Us

Chi si aspettava il taglio epico del videogame ha dovuto fare i conti con l’assenza della componente interattiva, che trasporta lentamente il videogiocatore nella storia e gode di un lusso che questa serie non si è concessa: il tempo.

Chi si aspettava la narrazione autoriale di La Guerra Mondiale degli Zombi – il libro di Max Brooks, non il film – attraverso gli occhi di due anime perse nella fine del mondo ha dovuto fare i conti con una realizzazione confusionaria e frammentata che pecca nell’unica cosa di cui si senta davvero la mancanza: il tempo.

La conclusione

Pedro Pascal in una scena di The Last of Us

Una promessa mancata che si divide tra chi la difenderà a spada tratta – Guarda! L’hanno rifatta uguale! – e chi l’ha subita maturando lo spegnimento per ogni forma di entusiasmo.

Personalmente ho ravvisato una fortissima componente riempitiva, sia emotiva che sostanziale, da chi conosceva la trama e chi era pieno di aspettative. In realtà il migliore adattamento da un videogame non c’è stato, e la serie ondeggia fra la mediocrità e la sufficienza.

L’esperimento mentale necessario sarebbe quello di togliere dal prodotto il brand The Last of Us e darlo in pasto allo spettatore qualunque: si toccherebbero vette di disinteresse che sono la cifra di un prodotto tenuto in vita da un pernicioso fungo parassita che assomiglia all’accanimento terapeutico.

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Cyberpunk: Edgerunners – Tutto e subito

Cyberpunk: Edgerunners (2022) è una serie tv ispirata al videogioco omonimoCyberpunk 2077. La serie è stata distribuita in tutto il mondo da Netflix e, come abbastanza prevedibile, non avrà una seconda stagione.

Un aspetto che ha influito non poco sulla riuscita del prodotto…

Di cosa parla Cyberpunk: Edgerunners?

Nella città autonoma di Night City, dominata dalla criminalità e dalla dipendenza cybernetica, David Martinez è un ragazzo di appena 17 anni che cerca di vivere una vita normale. Un incidente mortale cambierà per sempre la sua vita…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Cyberpunk: Edgerunners?

Davide e Lucy in una scena di Cyberpunk: Edgerunners (2022)

In generale, sì.

Per quanto non manchino i difetti, Cyberpunk: Edgerunners è una serie molto piacevole da guardare, con ambientazioni affascinanti e personaggi intriganti, le cui vicende sono raccontate in maniera scorrevole e coinvolgente.

L’unico problema è l’evidente intenzione – o necessità – di comprimere una storia piuttosto lunga in soli dieci episodi da poco più di venti minuti, andando in certi punti a sacrificare la possibilità di essere davvero coinvolti con i personaggi in scena e le loro dinamiche.

Tuttavia, non per questo non è una serie da recuperare, anzi.

Posso guardare Cyberpunk: Edgerunners se non ho giocato al videogioco?

Posso godermi la serie anche senza conoscere il videogioco?

Assolutamente sì.

Ovviamente come tutti i prodotti derivativi, conoscere l’opera originale permette di comprendere più immediatamente quanto mostrato in scena. Tuttavia, personalmente, anche senza aver giocato al videogioco, non ho avuto problemi di fruizione – anche perché la storia è del tutto indipendente.

Un unico avvertimento: la maggior parte della lore del mondo non viene esplicitamente spiegata, ma si possono intendere abbastanza facilmente i concetti raccontati partendo dal contesto.

Un’animazione particolare

Davide e Lucy in una scena di Cyberpunk: Edgerunners (2022)

I disegni e l’estetica della serie mi sono piaciute a tratti.

I disegni di per sé non mi hanno entusiasmato: come in certe scene erano molto dettagliati e con un character design molto interessante, in altre mi sembravano molto abbozzati e poco poco d’impatto.

Niente da dire invece per l’estetica generale del prodotto: oltre a riprendere – per quello che ho potuto vedere – piuttosto fedelmente il taglio artistico del videogioco, riesce efficacemente a raccontare una città degradata, ma anche piena di fascino, da cui emergono per contrasto i colori accesi delle insegne neon e dei vestiti stravaganti dei personaggi…

Piuttosto particolare la scelta, in alcune scene, di utilizzare una messinscena di immagini immobili, in cui magari si muove solamente il fumo di una sigaretta, mentre si susseguono dialoghi in scena attraverso voci fuori campo. Al contempo, è molto ben riuscita la resa della follia dei personaggi, particolarmente quella di David.

Gli occhi che si sdoppiano, il tratto di matita molto calcato sui tratti del volto, il montaggio psichedelico delle scene: tutti elementi di grande impatto e fascino.

Una storia semplicemente lunga

Davide in una scena di Cyberpunk: Edgerunners (2022)

La storia è piuttosto semplice e prevedibile per certi versi, ma nondimeno piuttosto coinvolgente.

Infatti, il problema principale non è la storia in sé, ma la sua gestione. A posteriori appare piuttosto evidente che si aveva a disposizione un’unica stagione, e per questo si è dovuto raccontare in poco tempo una storia che avrebbe avuto bisogno in realtà di almeno due stagioni.

Infatti, nel corso di appena dieci episodi, conosciamo il protagonista, lo vediamo crescere, diventare capo di una gang, rimanere per sempre segnato dalla morte di personaggi che abbiamo visto per pochissimo tempo…

Maine in una scena di Cyberpunk: Edgerunners (2022)

In particolare, gli elementi per cui sono andati più di fretta sono il personaggio di Maine – che ci viene raccontato in un paio di episodi e che muore a metà stagione – e il rapporto fra David e Lucy. Quest’ultimo è stato l’elemento più problematico, dal momento che molto del coinvolgimento emotivo del finale è legato alla loro relazione.

In un mondo ideale, l’idea migliore sarebbe sarebbe stata di spalmare la narrazione su venti episodi e dividerla in due stagioni, e gettando i semi della relazione con Lucy nella prima stagione e facendola sbocciare solamente in seguito, e al contempo chiudendo il primi ciclo di episodi con la morte di Maine.

Iconici (e non)

Faraday in una scena di Cyberpunk: Edgerunners (2022)

Il character design dei personaggi è uno degli elementi che mi ha più convinto della serie.

Tutti i personaggi, anche quelli più secondari e che vediamo per pochi episodi, hanno il loro aspetto particolare e iconico, che li rende subito riconoscibili e davvero affascinanti. Il mio personaggio preferito in questo senso è Lucy, nonostante – come per tutte le altre donne della serie – sia una stereotipo su gambe.

Un aspetto che in realtà un po’ mi aspettavo da un prodotto di questo tipo, dove spesso i personaggi femminili sono stereotipati, oltre ad essere ipersessualizzati in maniera quasi ridicola. In questo caso, la caratterizzazione di Lucy mi ha semplicemente mi ha un po’ guastato il coinvolgimento col suo personaggio – che non mi ha personalmente detto molto – e, sopratutto, con la sua relazione con David.

Ed è un peccato, perché il finale l’ho comunque apprezzato.

La lotta impossibile di Cyberpunk

Ho avuto la fortuna di poter inserire questo piccolo contributo di Matteo, che ha giocato al videogioco e che ha voluto raccontarci il tema portante dell’opera.

“Preferiresti vivere in pace da signor nessuno, e morire vecchio, puzzando di piscio, oppure andartene col botto, profumare di fiori, ma non arrivare al tuo trentesimo compleanno?”

Dexter DeShawn, adagiato sul sedile posteriore della sua auto, aspira profondamente dal suo sigaro ed esala una densa nube di fumo bianco. Il primo incontro con uno dei più celebri fixer di Night City introduce uno dei temi portanti affrontati sia nel gioco sia nella serie: ontologia, come la definisce Dex.

Qual è il posto dell’individuo in una società distopica come quella di Cyberpunk 2077?

Dexter DeShawn in Cyberpunk 2077

Che differenza può fare il singolo contro il potere delle megacorporazioni che, a poco a poco, invadono ed erodono la libertà personale, finché nemmeno la propria mente è un luogo sicuro e non ci si può fidare più neanche della propria memoria?

In un mondo in cui è preferibile rimanere a digiuno piuttosto che andare in giro senza armi all’avanguardia e in cui è comune integrare il proprio corpo con innesti cybernetici finché il sistema nervoso non collassa a causa dell’eccessivo sforzo richiesto per gestirli (dando origine all’inquietante fenomeno della cyberpsychosis), non è difficile immaginare come l’obiettivo di molti non sia sopravvivere il più possibile, bensì vivere più intensamente ed essere ricordati più a lungo.

È questa la vita di molti di coloro che scelgono la via del mercenario (merc), saltando di lavoro in lavoro e rischiando la pelle quotidianamente per guadagnarsi da vivere, facendo il possibile per ostacolare le corporazioni in una lotta disperata.

Mr V Cyberpunk

Mr V in Cyberpunk 2077

Ma quella contro le megacorporazioni è una resistenza futile.

Chi le combatte non può sperare di vincere, di sfuggire al loro giogo, ma solo di causare il maggior danno possibile ed essere ricordato dai sopravvissuti per aver trovato una morte gloriosa. Prima di venire catturato da Adam Smasher, Johnny Silverhand riesce a piazzare un ordigno esplosivo nel cuore dell’Arasaka Tower, ma, dopo averla rasa al suolo nel 2023, scopre che un’altra ne ha preso il posto cinquant’anni dopo.

Inamovibile simbolo del potere delle corporazioni che si staglia, nero ed immutabile, contro le sagome colorate al neon che compongono lo scenario cittadino.

Davide e Lucy in una scena di Cyberpunk: Edgerunners (2022)

David Martinez riesce a liberare Lucy dal nuovo quartier generale del colosso economico gestito da Saburo Arasaka, ma anche lui viene fermato per mano di Smasher. Appena un anno dopo, anche V intraprende la stessa strada, quando il suo destino e quello della corporazione giapponese finiscono per diventare inevitabilmente legati dopo che un lavoro prende una direzione inaspettata.

Tutto ciò che rimane dei più celebri mercenari di Night City è un drink sul menù dell’Afterlife con il loro nome.

“Un’ultima cosa, mister V. Vita tranquilla, o finale esplosivo?”

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His Dark Materials – Un bilancio complessivo

His Dark Materials (2019 – 2022) è una serie tv di genere fantasy e avventura tratta dall’omonimo ciclo di romanzi di Philip Pullman, uno dei più importanti autori della letteratura fantastica. La seconda trasposizione, dopo la dimenticabilissima trilogia mancata, iniziata con il film del 2007, La bussola d’oro.

Un esperimento riuscito?

Di cosa parla His Dark Materials?

Ambientato (inizialmente) in un mondo immaginario – che a grandi linee corrisponde ad una Londra di fine Ottocento in stile cyberpunk – la serie segue le avventure della giovane Lyra, una bambina con capacità fuori dal comune…

Vi lascio il trailer della prima stagione per farvi un’idea:

Vale pena vedere His Dark Materials?

Dafne Keen in una scena di His Dark Materials (2019 - 2022) è una serie tv HBO

In generale, sì.

Per quanto il mio interesse per la serie sia leggermente calato col passare delle stagioni, rimane comunque un prodotto veramente di alta qualità, a livello di scrittura, effetti speciali e ambientazione. Ma era difficile fare qualcosa di pessimo avendo alla base un’opera così immensa come quella di Pullman, che fra l’altro è produttore esecutivo della serie.

E la sua presenza è stata fondamentale.

In generale se vi piacciono le storie fantasy che si intersecano profondamente con l’elemento fantascientifico, con mondi immensi da scoprire e con poche sbavature, non ve la potete perdere.

Perché il film di His dark Materials era un disastro

Questa sezione è doverosa, perché non vorrei che alcuni spettatori che non hanno conoscenza dell’opera di Pullman, si lascino frenare dalla cattiva qualità di questa pellicola.

I problemi del film erano di fatto due: la mancanza di aderenza all’estetica dell’opera e la scelta della trattazione del materiale.

Anzitutto, l’estetica del film era incredibilmente e inutilmente patinata, in primo luogo facendo sembrare la protagonista, Lyra, che era una ragazzina ribelle e di origini abbastanza umili, una piccola principessa. Senza contare che hanno cercato di puntare su attori di grido come Nicole Kidman e Daniel Craig, una scelta, in ultima analisi, davvero poco indovinata.

Inoltre – e questo quasi per forza di cose – si è tagliato molto dall’opera originale, confezionando un prodotto di meno di due ore, che arriva a spezzare la trama del primo volume.

Per fortuna si sono fermati – e per forza di cose, dato lo scarso successo.

Da qui in poi farò spoiler stagione per stagione.

La prima stagione di His Dark Materials

La prima stagione copre il primo libro, La bussola d’oro (1995).

Una protagonista diversa

Dafne Keen in una scena di His Dark Materials (2019 - 2022) è una serie tv HBO

Un elemento che potrebbe un po’ allontanare il pubblico è la poca simpatia di Lyra.

Lyra è in effetti un personaggio complesso, che corrisponde perfettamente alla sua controparte cartacea, e che però è del tutto funzionale alla trama e che la differenzia molto da altre protagoniste femminili di prodotti analoghi.

Non un’insopportabile Mary Sue, ma una protagonista molto determinata, irriverente e coraggiosa, e il cui carattere impetuoso è anche motore delle vicende. E, al contempo, è avventata e per questo spesso fallibile – nella maniera migliore possibile.

Prendersi i propri tempi

Proprio secondo questo stesso ragionamento, Lyra non impara subito ad usare l’Aletiometro (la bussola d’oro), ma ci mette quasi metà della stagione.

Ed è parte di una tendenza complessiva della serie: davanti ad un materiale di base piuttosto corposo, si prende i propri tempi e dedica intere puntate anche ad un unico argomento. È il caso della storia di Iorek e del ritrovamento di Roger, quest’ultimo un primo assaggio che ci porta alla pazzesca penultima puntata, dedicata a Bolvangar.

L’unico momento in cui la serie corre moltissimo è fra la prima e la seconda puntata: nel giro di poco tempo, Lyra salva Lord Asriel e conosce Mrs. Coulter. Non una scelta che mi abbia dato fastidio, anzi piuttosto funzionale a far immergere immediatamente lo spettatore nella storia.

L’indiscutibile superiorità di Mrs. Coulter

Ruth Wilson in una scena di His Dark Materials (2019 - 2022) è una serie tv HBO

Il mio personaggio preferito della stagione è stata indubbiamente Mrs. Coulter, la cui interprete, Ruth Wilson, supera ad ampie falcate l’interpretazione di Nicole Kidman nel film.

Ruth Wilson è proprio il caso di un’attrice che oltre ad essere bravissima, ha proprio il physique du role: appare sempre come una donna infida e macchinatrice, ma anche piuttosto fascinosa.

E infatti è ben rappresentata dal suo daimon: molto bello e affascinante da vedere, ma imprevedibilmente violento e feroce.

E raggiunge il suo apice quando Tony Costa si introduce nella sua casa e lei, con incredibile eleganza e capacità, si comporta esattamente come il suo daimon, a dimostrazione di quanto siano profondamente complementari.

Ampliare il mondo

Il villain principale della stagione – e della storia in generale – è rappresentato dal Magisterium, ben poco esplorato nel film dedicato.

Grave errore, ottimamente superato in questo caso.

Non solo questa diabolica istituzione è raccontata attraverso diversi personaggi, tutti ugualmente iconici e interessanti, ma è anche rappresentato nella sua imponenza e rigidezza attraverso i suoi edifici e interni dalle linee dritte e taglienti, immerse in un bianco e nero molto netto.

Al contempo un altro ampliamento interessante è stato quello di Bulvangar, che va a spiegare un elemento che non era chiarito neanche nel libro: cosa succede ai bambini tagliati?

Il problema di Will

Amir Wilson in una scena di His Dark Materials (2019 - 2022) è una serie tv HBO

L’unico errore che mi sento di segnalare di questa stagione è la gestione di Will.

Per come sia stato giusto introdurlo più ampiamente già nella prima stagione – nel libro aveva solo un capitolo all’inizio del secondo volume – purtroppo è l’elemento più debole della narrazione.

Durante la visione, come ero incredibilmente coinvolta nella narrazione di una storia dai toni fantastici e avventurosi di Lyra, di contrasto mi interessava davvero poco la vicenda più terrena di Will.

E secondo me non avrebbero neanche dovuto dedicargli tutto quello spazio…

La seconda stagione di His Dark Materials

La seconda stagione copre il secondo libro, La lama sottile (1997).

La materia di partenza

Dafne Keen in una scena di His Dark Materials (2019 - 2022) è una serie tv HBO

Il materiale di partenza era piuttosto limitato – un libro di meno di 300 pagine, contro le 350 del primo volume e le 450 del terzo.

Tuttavia, questa stagione è ben riuscita ad ampliare la trama in due direzioni: Lord Boreal e Mary Malone

Per quanto mi sia complessivamente piaciuta, è indubbio che la storyline di Boreal serve principalmente per aggiungere materiale alla trama, anche se comunque offre diversi spunti per ampliare i personaggi, sopratutto Mrs. Coulter.

Altro discorso è Mary Malone.

Simone Kirby in una scena di His Dark Materials (2019 - 2022) è una serie tv HBO

Mary Malone è uno dei miei personaggi preferiti della serie.

Una bellissima introduzione, che poi prende strade altrettanto interessanti nella stagione successiva e serve a rendere meglio il lato più scientifico della storia, andando a contestualizzare ottimamente il discorso della Polvere nel più vicino concetto della Materia Oscura.

E serve anche per dare maggiore tridimensionalità a Mrs. Coulter.

Ampliare il personaggio

Ruth Wilson in una scena di His Dark Materials (2019 - 2022) è una serie tv HBO

In questa stagione il personaggio di Marisa Coulter viene ampiamente approfondito, e vengono anche chiariti alcuni dubbi che erano sorti nella prima stagione.

Si capisce definitivamente che questa donna incredibilmente intelligente ha per tutta la vita inseguito il sogno di essere riconosciuta per quello che era, sempre limitata dal suo essere donna in un mondo dominato dal maschile.

E questo ben si capisce con il confronto con Mary Malone, che rappresenta quello che lei non ha mai potuto essere.

Inoltre, si capisce perché riesce a stare così lontana dal suo daimon: una sfida che si è autoimposta per riuscire a mantenere un controllo su se stessa, diventando così invincibile, riuscendo anche a controllare poi gli Spettri.

Troppo?

Dafne Keen in una scena di His Dark Materials (2019 - 2022) è una serie tv HBO

Come abbiamo detto per la prima stagione, il personaggio di Lyra può risultare facilmente antipatico.

Ho fatto un po’ fatica ad apprezzarla in questo ciclo di episodi, perché, sopratutto nel rapporto con Will, risulta a tratti veramente sgradevole. Tuttavia, si è riuscito anche a bilanciare questo elemento. Infatti, il personaggio viene costantemente punito per la avventatezza.

Al contempo, nonostante volessero imbastire una trama del tipo enemy to lovers con Will, questo aspetto l’ha un po’ guastata.

Delusione?

Amire Wilson in una scena di His Dark Materials (2019 - 2022) è una serie tv HBO

Fin dalla prima stagione, per me era chiarissimo che il padre di Will non era morto e che sarebbe stato importante per la serie.

Infatti gran parte di questa stagione è dedicata al suo personaggio, andando a costruire la suspense per il ricongiungimento con il figlio. Tuttavia, lo stesso è veramente troppo veloce, troppo improvviso e si conclude in un attimo, senza che sia stato minimamente esplorato.

Un elemento che ho sofferto veramente tanto, uno dei pochi momenti in cui la serie corre tantissimo, quando avrei voluto almeno una puntata dedicata…

La terza stagione di His Dark Materials

La terza stagione copre il terzo libro, Il cannocchiale d’ambra (2000).

Il primo impatto

James Mackavoy in una scena di His Dark Materials (2019 - 2022) è una serie tv HBO

Nonostante la qualità sia rimasta sostanzialmente invariata, la terza stagione è stata quella che ho meno apprezzato.

E in parte è dovuto anche al primo impatto che ho avuto.

Ho visto la prima puntata appena uscita, e mi sono sentita molto delusa perché le ambientazioni e le tecnologie utilizzate mi sembravano davvero fuori luogo rispetto a quello che avevo visto finora.

In realtà, guardando nel complesso gli episodi a posteriori, riconosco che si mantenga un equilibrio e una coerenza per tutto il tempo. Quindi forse, alla lunga, mi ha meno coinvolto anche per lo sviluppo delle vicende – davvero lento – che mi hanno catturato di meno rispetto ai precedenti episodi.

La questione degli angeli

Dopo due stagioni in cui avevo adorato ogni elemento dell’estetica e degli effetti speciali di His Dark Materials, gli angeli non mi hanno del tutto convinto.

Niente da dire per le loro versioni immateriali – davvero suggestive – ma non mi hanno convinto nella loro forma umana, per il modo in cui sono truccati e sopratutto per gli occhi estremamente azzurri, che dovrebbero apparire molto strani, ma che a me sono sembrati solo posticci.

Ancora meno mi ha convinto Metatron: per quanto sia interessante la scelta dell’attore – lo splendido Alex Hassell, visto recentemente in Macbeth (2021) – la cui fisicità piuttosto arcigna crea un interessante contrasto con il suo personaggio, nel complesso anche la sua estetica mi è sembrata molto dozzinale.

Peccato.

La bellezza di Mary

La storyline di Mary Malone, sopratutto sul finale, è stata la mia isola felice.

Il suo personaggio e la sua storia li ho trovati davvero soddisfacenti, anche con il piccolo racconto del suo passato che ha reso molto tridimensionale un personaggio già piacevolissimo.

Oltre a questo, assolutamente adorabile il suo rapporto con i Mulefa, di cui impara passo passo la lingua e che riesce infine a salvare, capendo finalmente la questione che l’aveva assillata per tutta la sua vita.

Unica pecca: avrei voluto che fosse raccontato meglio il cannocchiale d’ambra – che non viene mai chiamato così nella serie, anche perché non assume mai quella forma.

Caos

Ruth Wilson in una scena di His Dark Materials (2019 - 2022) è una serie tv HBO

La vicenda di Marisa e Asriel mi è piaciuta a tratti.

Secondo me per certi versi si spinge troppo sull’imprevedibilità e le macchinazioni di Marisa, che cambia continuamente fazione e che, alla fine, pensa solamente a se stessa, pur con un colpo di scena finale piuttosto indovinato.

Al contempo, per quanto mi sia piaciuta tutta la storia di Asriel – il grande assente della scorsa stagione – meno mi ha convinto il suo modo di relazionarsi sia con Lyra che con Marisa: per la prima la costruzione del rapporto è davvero monca, per la seconda i suoi continui perdoni sono troppo poco credibili.

E ad Asriel si lega anche il problema di Will.

Il problema di Will (ancora)

Amir Wilson in una scena di His Dark Materials (2019 - 2022) è una serie tv HBO

Come per la prima stagione, Will si è rivelato un personaggio molto difettoso, e per più motivi.

Anzitutto, purtroppo, più si andava avanti con la storia e, sopratutto quando si confrontava con Lyra, si vedeva l’abisso di capacità recitative fra i due attori: come Dafne Keen si dimostra molto capace nonostante la giovane età, Amir Wilson non riesce andare oltre a poche espressioni accigliate.

Ed è un grande problema quando è il coprotagonista, se non il protagonista della scena.

In secondo luogo, si dimostra sostanzialmente inutile al piano di Asriel: fino all’ultimo mi aspettavo che uccidesse l’Autorità e che fosse utile al progetto di distruzione del Regno dei Cieli.

Al contrario, la vittoria contro Metatron è per mano di Asriel e Marisa, senza che Will neanche abbia mai parlato con Asriel.

L’amore non costruito

Dafne Keen e Amir Wilson in una scena di His Dark Materials (2019 - 2022) è una serie tv HBO

Un altro problema che riguarda Will è la costruzione del rapporto con Lyra.

Da certi punti di vista è un problema a metà: il rapporto fra Lyra e Will non è tanto un amore romantico, ma un amore che verte sopratutto sulla maturazione sessuale dei due personaggi, particolarmente quello di Lyra.

Tuttavia, sul finale si spinge molto l’acceleratore sul dramma puramente romantico, volendo creare una conclusione molto lacrimevole. Purtroppo, complice la costruzione poco vincente e le scarse capacità recitative di Amir Wilson, mi ha coinvolto veramente poco.

Per capirci, mi sono commossa molto di più vedendo Mary che scopriva il suo daimon…

Il finale

Dafne Keen e Amir WIlson in una scena di His Dark Materials (2019 - 2022) è una serie tv HBO

Il finale era il mio grande dubbio.

Non ero sicura che volessero ricalcare l’esatto finale del libro – che era davvero tremendo e tristissimo. E invece l’hanno fatto eccome.

Per fortuna hanno avuto quantomeno il buon gusto di ammorbidirlo un minimo, facendo capire che comunque Lyra e Will sono riusciti a vivere delle vite piacevoli e soddisfacenti.

E, sopratutto, hanno tolto la parte più dolorosa del finale: nella serie si dice che comunque Lyra, nel tempo, ha di nuovo imparato a leggere l’Aletiometro. Nel libro lei doveva allenarsi ogni giorno per il resto della sua vita, riuscendo a leggerlo solamente nel giorno della sua morte.

In effetti, veramente troppo.

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Wednesday – La viralità casuale?

Wednesday (2022 – …) è una serie tv di produzione Netflix, creata da Alfred Gough e Miles Millar, le cui prime tre puntate sono state dirette da Tim Burton. Un prodotto che ha avuto un successo incredibile, sopratutto per il balletto di Jenna Ortega, diventato virale su TikTok.

Ma non è solo questo il motivo della sua popolarità.

Di cosa parla Wednesday?

Wednesday Addams, dopo aver tentato di punire i suoi compagni di scuola quasi uccidendoli, viene espulsa dalla scuola e mandata in un collegio per ragazzi speciali – frequentato, fra gli altri, da sirene, lupi mannari e altre creature magiche. Ma un mistero incombe sulla scuola…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Wednesday?

Jenna Ortega in una scena di Wednesday (2022), serie tv Netflix diretta da Tim Burton

Dipende.

Wednesday non è sicuramente la serie che mi aspettavo: credevo che mi sarei trovata davanti ad un Le terrificanti – e lo sono davvero! – avventure di Sabrina 2.0, quindi un prodotto molto focalizzato sulle dinamiche teen e con l’elemento trash strabordante.

Invece la serie si concentra principalmente sulla parte mistery e per questo è complessivamente godibile, andando ad ingranare sopratutto nella seconda parte.

Non manca di alti e bassi, comprese le dinamiche teen – che comunque ci sono – a tratti veramente noiose – e ve lo dice un’appassionata del genere teen drama. Il problema più grande riguarda ovviamente Wednesday: se siete appassionati del personaggio e sopratutto dei film degli Anni Novanta, vi sconsiglio di guardare questa serie.

Potreste arrabbiarvi moltissimo.

Un’ottima interprete…

Jenna Ortega, Luis Guzmán e Catherine Zeta-Jones in una scena di Wednesday (2022), serie tv Netflix diretta da Tim Burton

Avevo già ampiamente tessuto le lodi di Jenna Ortega per Scream 5 (2022)

E anche qui non mi ha deluso.

Non era per nulla facile mantenere un certo tipo di espressività e apparente impassibilità per l’intera serie, pur riuscendo al contempo a trasmettere le diverse emozioni per il suo personaggio, sopratutto nei momenti in cui si trova più in difficoltà.

Ma Jenna Ortega non solo ne è perfettamente in grado, ma è anche riuscita a diventare assolutamente iconica nel suo personaggio. Sicuramente essere in abile mani – anche se temporaneamente – come quelle di Tim Burton ha contribuito.

Ma io spero che questa serie sia solo il primo passo di una promettente carriera.

…un personaggio eccessivo

Jenna Ortega in una scena di Wednesday (2022), serie tv Netflix diretta da Tim Burton

Il problema principale di Wednesday è proprio la protagonista.

O, meglio, la sua assurda caratterizzazione.

Wednesday è un personaggio eccessivo, e da ogni punto di vista: è capace di fare ogni cosa, di risolvere ogni mistero, possiede delle conoscenze inimmaginabili, che vanno ben oltre all’ambito più grottesco e orrorifico che la caratterizzava originariamente.

Ne deriva un personaggio veramente insostenibile – a meno che non ce ne si innamori, ovviamente – una insopportabile so-tutto-io che guarda tutti dall’alto al basso. E, anche più grave, che compie azioni effettivamente criminali e violente, dai cui gli altri personaggi persino si dissociano.

E qui sta il principale problema.

L’importanza della contestualizzazione in Wednesday

Prima di scrivere questa recensione, mi sono guardata il film del 1991, La famiglia Addams, per riuscire meglio a comprendere i problemi del personaggio della serie – che erano in realtà già lampanti anche senza aver visto il film.

Nella pellicola Wednesday è un personaggio secondario della storia, che fa cose strane e grottesche all’interno di una famiglia che già di suo è strana e inquietante.

E funziona per due motivi.

Anzitutto, non esce praticamente mai dal contesto familiare, in cui le sue azioni sono ben integrate e per questo funzionano, anche dal punto di vista comico. Al contempo, non va mai fino in fondo nei suoi progetti violenti – e anche lì sta parte del fascino e dell’ironia del personaggio.

Christina Ricci in una scena di La famiglia addams 2 (1993)

Invece la Wednesday della serie tv, per quanto Netflix ci voglia convincere del contrario, viene messa all’interno di un contesto fondamentalmente normale – nel senso che, se si tolgono i poteri ai personaggi, sono dei normalissimi adolescenti con dinamiche molto classiche.

Al contempo, questo personaggio va fino in fondo nelle sue azioni, in scene davvero al limite del disturbante, che vanificano l’elegante equilibrio che invece caratterizzava il personaggio originale.

Allo stesso modo i suoi genitori non hanno un briciolo dell’iconicità degli attori dei film.

E a questo punto una domanda sorge spontanea…

Perché Wednesday ha avuto così tanto successo?

La risposta più ovvia potrebbe essere perché il balletto è andato virale su TikTok.

In realtà io credo che quello sia solamente la punta dell’iceberg.

Per quanto a me – e magari anche a voi che mi state leggendo – possa dare fastidio la caratterizzazione del personaggio, è proprio ad esso che probabilmente la serie deve il suo successo.

Dopo anni di protagoniste di prodotti teen timide e che devono farsi strada in un mondo nuovo, con questa serie i creatori hanno voluto portare in scena un personaggio incredibilmente potente, senza freni, e nella maniera più estrema possibile.

Jenna Ortega in una scena di Wednesday (2022), serie tv Netflix diretta da Tim Burton

Per certi versi mi ha ricordato The Mask (1994).

E infatti allo stesso modo mi viene da pensare che, analogamente al film di Jim Carrey, parte del successo di Wednesday sia dovuto a questo sogno di potenza che rappresenta – e che molto spesso caratterizza l’adolescenza.

Sopratutto se si è stati dei ragazzini emarginati, è facile aver avuto dei sogni di rivincita e di invincibilità verso gli altri, anche a volte andando a spaziare – nella formidabile fantasia adolescenziale – nell’elemento magico e surreale.

E Wednesday può essere, nonostante tutto, un sogno a cui rifarsi.

Da qui, la grande attrattiva del personaggio.

La (non) prevedibilità del mistero

Gwendoline Christie in una scena di Wednesday (2022), serie tv Netflix diretta da Tim Burton

Uno dei motivi per cui Wednesday non è scaduta nelle trame più banali e scontate, è proprio la costruzione di un mistero che, tutto sommato, risulta efficace.

L’elemento teen è infatti molto secondario – e vista la qualità, per fortuna! – mentre al centro della storia troviamo proprio i misteriosi omicidi e tutte le vicende connesse, che si intrecciano anche con l’evoluzione della protagonista.

Da un certo punto di vista il mistero può risultare molto prevedibile: la villain, interpretata da Christina Ricci, lascia un indizio molto evidente fin da quanto appare per la prima volta in scena con i suoi stivali coperti di fango – che saranno poi l’elemento risolutivo del mistero.

Jenna Ortega in una scena di Wednesday (2022), serie tv Netflix diretta da Tim Burton

Tuttavia, nonostante tutto, qualche elemento non è del tutto prevedibile – quasi fino all’ultimo ho avuto il dubbio su chi fosse l’Hyde, se Tyler o Xavier. E questo anche perchè la serie utilizza una serie di piccoli trucchi per sviare lo spettatore dalla risoluzione.

Dalla passione artistica di Xavier – tratto tipico del mostro secondo il bestiario – fino ai capelli biondi della Dottoressa Kinbott, che ricordano quelli della bambina scomparsa, Laurel Gates, la serie dissemina diverse false piste.

Uno spettatore più esperto potrebbe non lasciarsi così facilmente ingannare

Ma la serie è rivolta ad un pubblico di giovanissimi, quindi va bene così.

La strada più difficile

Jenna Ortega e Emma Myers in una scena di Wednesday (2022), serie tv Netflix diretta da Tim Burton

Una scelta che davvero non ho compreso della serie – anche se forse è dovuto al mio non essere adolescente da un po’ – è questa volontà di andarsi ad incastrare in una rete di relazioni romantiche una più fastidiosa dell’altra.

Oltre alla relazione di Enid, veramente poco interessante, Wednesday è costantemente assillata da due personaggi maschili che le ronzano intorno in maniera anche leggermente viscida, finendo per portarla persino fuori dal suo personaggio.

La cosa più semplice – e forse anche più sensata – sarebbe stata quella di instaurare una relazione fra Wednesday e Enid, anche in maniera non necessariamente troppo sguaiata. Oppure – anche meglio – ma forse è troppo avanguardistico per Netflix – proporre una protagonista asessuale o anche semplicemente non interessata o pronta alle relazioni.

Jenna Ortega e Moosa Mostafa in una scena di Wednesday (2022), serie tv Netflix diretta da Tim Burton

Ma sopratutto problematico appare il personaggio di Eugene.

Come ce lo vorrebbero presentare come il classico ragazzino sfigato che non riesce a farsi notare dalla ragazza di turno, in realtà è un rappresentante di una cultura molto tossica e diffusa anche oggi.

Infatti Eugene sbaglia in primo luogo a non arrendersi davanti al fatto che Enid non sia semplicemente interessata a lui, e continuando ad insistere in maniera veramente problematica. Il picco è in particolare è quando videochiama la ragazzina mentre questa è con Ajax e le chiede, con fare quasi accusatorio, cosa ci faccia lui lì.

Il male che ci hanno fatto certi teen drama è ancora incalcolabile…

Ballo Wednesday

Jenna Ortega in una scena di Wednesday (2022), serie tv Netflix diretta da Tim Burton

Tornando invece al balletto diventato virale su TikTok, lo stesso ha una storia un po’ particolare, sopratutto per chi non è pratico della piattaforma.

Anzitutto, è piuttosto interessante constatare che la scena nella serie tv ha molta meno importanza di quanto si potrebbe pensare: è un momento simpatico, di passaggio, all’interno di una puntata che parla di tutt’altro.

E sopratutto, contrariamente a quanto pensavo, non è un momento di realizzazione o di rivincita della protagonista, come tipico di questi prodotti.

Jenna Ortega in una scena di Wednesday (2022), serie tv Netflix diretta da Tim Burton

Ancora più interessante se si pensa che la canzone che è diventata virale del video non è la canzone effettiva della scena: nella serie Jenna Ortega balla sulle note di Goo Goo Muck dei Cramps, mentre nel video diventato virale su TikTok la canzone è Bloody Mary di Lady Gaga.

Ma se guardate la scena, in effetti non potrebbe calzare più a pennello: 

https://www.tiktok.com/@beats_op_2099/video/7174077827715779867?q=wednesday%20dance&t=1674662777968
https://www.tiktok.com/@beats_op_2099/video/7174077827715779867?q=wednesday%20dance&t=1674662777968
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La vita bugiarda degli adulti – Non per me

La vita bugiarda degli adulti (2023 – …) è una serie tv italiana di produzione Netflix, tratta dal romanzo omonimo di Elena Ferrante.

Ho superato il mio naturale repulsione verso questo tipo di prodotti per avere l’occasione di collaborare con Cristina (@cristinasponk), che ha arricchito questa recensione con un confronto col romanzo.

Una buona idea?

Di cosa parla La vita bugiarda degli adulti?

Giovanna vive nel mito della zia Vittoria, personaggio odiato dai genitori ma che lei vuole assolutamente conoscere…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere La vita bugiarda degli adulti?

Sì e no.

È molto difficile raccontare oggettivamente una serie che, anche se non mi è piaciuta, non è neanche un cattivo prodotto.

Mi sento di consigliarvela se vi interessano le serie con un profondo taglio drammatico e realistico – di cui, se seguite la serialità italiana, avrete molto più esperienza di me. Anche comunque con una regia più che buona e una caratterizzazione dei personaggi complessivamente funzionante – pur all’interno di una sceneggiatura non del tutto vincente.

Una regia intrusiva

Partiamo dal punto più positivo della serie tv: la regia è piacevole e ben fatta.

Ma non mi aspettavo niente di meno da Edoardo De Angelis, vincitore del David di Donatello per Indivisibili (2016),

La macchina da presa segue e insegue fedelmente i personaggi, gli entra dentro e coglie i più piccoli particolari che raccontano una marea di significati anche in una sola inquadratura. E, al contempo, si concentra sugli ambienti che li raccolgono, indugiando sugli stessi in maniera anche inaspettata…

Insomma, un elemento che da solo eleva il livello della serie.

Sorprese e insipidezza

La caratterizzazione dei personaggi – la scelta degli abiti e del modo in cui parlano – è piuttosto indovinata.

Si vede chiaramente la differenza sociale fra le varie figure in scena: da Angela e Ida, che sono nate signore – con i loro abiti e capelli perfetti – a Giovanna, che invece si vede essere figlia di intellettuali di sinistra, ma nati dal basso.

E da questo punto di vista è particolarmente significativa la caratterizzazione di Andrea, il padre di Giovanna. Infatti, come per la maggior parte del tempo parla in maniera forbita e ricercata, in certi momenti – quando perde la pazienza e con Vittoria – scade nel dialetto.

Valeria Golino La vita bugiarda degli adulti

E il dialetto nella serie è spia di un condizione sociale inferiore, particolarmente nel personaggio di Vittoria, considerata fondamentalmente l’ultimo gradino della scala sociale. E non c’è un momento in cui si toglie dalla bocca il dialetto – unica lingua che conosce – con una Valeria Golino che mi ha sinceramente sorpreso.

Sul versante totalmente contrario, il personaggio di Giovanna mi è risultato incredibilmente insipido.

Non so se sia colpa dell’attrice, ma ho avuto per la maggior parte del tempo la sensazione che Giordana Marengo fosse stata diretta male. È alquanto possibile che le abbiano detto di mantenere l’espressione fredda e accigliata che caratterizza il personaggio per tutto il tempo, rendendola di fatto inespressiva.

Un tira e molla

La parte che mi ha meno convinto della pellicola è proprio la gestione della storia.

Non ho purtroppo la capacità di capire quanto sia colpa degli sceneggiatori e quanto del materiale di partenza – Cristina ve lo saprà dire. Tuttavia, sopratutto nella seconda parte, mi è sembrata per molti versi insensata e un inutile tira e molla.

Ho avuto proprio la sensazione di un fastidioso girotondo, che forse voleva raccontare una storia reale con dinamiche reali – compreso il rapporto strano e altalenante fra Vittoria e Giovanna. Tuttavia questo mi ha portato anche alla consapevolezza che questo non è il genere e il tipo di storia che mi interessa fruire.

E questo riguarda anche i libri di Elena Ferrante.

Sopratutto se vi è un certo tipo di rappresentazione della sessualità che mi ha infastidito, se non addirittura disturbato…

Il parere della lettrice su La vita bugiarda

Un confronto con il romanzo di ispirazione a cura di Cristina (@cristinasponk)

Due anni prima di andarsene di casa mio padre disse a mia madre che ero molto brutta.

La frase fu pronunciata sottovoce, nell’appartamento che, appena sposati, i miei genitori avevano acquistato al Rione Alto, in cima a San Giacomo dei Capri. Tutto – gli spazi di Napoli, la luce blu di un febbraio gelido, quelle parole – è rimasto fermo.

Io invece sono scivolata via e continuo a scivolare anche adesso, dentro queste righe che vogliono darmi una storia mentre in effetti non sono niente, niente di mio, niente che sia davvero cominciato o sia davvero arrivato a compimento: solo un garbuglio che nessuno, nemmeno chi in questo momento sta scrivendo, sa se contiene il filo giusto di un racconto o è soltanto un dolore arruffato, senza redenzione.”

L’omonimo romanzo del 2019 di Elena Ferrante – si dice sia uno pseudonimo, lo sapevate? – ripercorre con una narrazione in prima persona al passato la vita di Giovanna, dalla pubertà all’adolescenza. 

La trama è pressoché la stessa della serie, con qualche piccola divergenza che nel complesso ne va a modificare il tono: nei primi capitoli, Giovanna vive la relativa spensieratezza dell’infanzia, segnata da qualche preoccupazione legata alla scuola e a questa apparente somiglianza alla terribile zia Vittoria, una sagoma senza volto, un demone della Napoli bassa che aveva tormentato la giovinezza dei suoi genitori.

Ma al contrario della serie, nel libro Giovanna è una figlioletta modello tutta vestitini rosa e dizione perfetta, che venera i genitori con cui condivide un ottimo rapporto.

Ribellione graduale

La sua ribellione è graduale: comincia raccontando delle bugie ai suoi per potersi avvicinare sempre più a Vittoria, e al tempo stesso asseconda la zia in qualsiasi cosa pur di farsi ben volere. È solo quando vengono a galla il tradimento del padre e l’instabilità mentale di Vittoria che Giovanna attraversa un vero e proprio periodo di ribellione: trascura gli studi, non dà più valore al proprio corpo, non cura più gli affetti.

Spesso, nel romanzo, la Ferrante si sofferma sui pensieri di Giovanna, ossessivi e ripetitivi, che come per ogni adolescente sono diversi da ciò che poi effettivamente dice. Nella serie, pur essendo presenti momenti di narrazione voice-over, spesso questi monologhi interiori vengono trasformati in dialoghi.

Pensate alla scena in cui Giovanna sale in macchina con Corrado e Rosario: nel libro è chiara la distinzione tra la Giovanna-di-fuori, svampita e sciocca, e quella interiore, che si meraviglia del potere che il suo corpo esercita su quei ragazzi, e prova disgusto per loro e per se stessa

I pensieri di Giovanna

Nell’adattamento seriale Giovanna tronca improvvisamente le civetterie con un Ma com’è possibile che non vi accorgete dello schifo che mi fate? Che mi faccio io stessa? lasciando i due ammutoliti e facendo calare una freddezza impacciata su una scena che avrebbe dovuto lasciare solo a lei (e a noi) un retrogusto amaro.

Perché nel libro è Giovanna la unica protagonista, il punto di vista della narrazione appartiene solo a lei, non assistiamo mai a scene tra soli adulti come nella serie; leggiamo i suoi pensieri, vediamo attraverso i suoi occhi, speculiamo assieme a lei mentre cerchiamo di mettere insieme i pezzi del dramma della sua famiglia.

E il braccialetto di rubini è uno dei pezzi fondamentali, assume un significato simbolico nella rete di bugie che avviluppa Giovanna.

Quello che inizialmente è un dono puro, ambasciatore dell’infrangibilità dei legami familiari, regalatole da Vittoria per celebrare la sua nascita, diventa poi il portavoce di un tradimento, viene spogliato della sua purezza perché sfruttato meschinamente dal padre che lo regalò all’amante.

E, alla fine, così come accade per tutti gli altri personaggi del romanzo, si rivela per quello che è sempre stato: un oggetto macchiato di falsità, testimone della crudeltà con cui si tratta la famiglia, sottratto da Enzo alla propria madre morente per darlo alla madre di Vittoria.

La vita bugiarda degli adulti libro consigliato?

Proprio nelle ultime pagine Giovanna avrebbe il potere di insozzarlo ancora di più, di servirsene egoisticamente per ferire come hanno sempre fatto tutti, tradendo l’amicizia di Giuliana e prendendosi il suo tanto amato Roberto

Potrebbe diventare anche lei protagonista effettiva nella vita bugiarda degli adulti, ma sceglie di non farlo.

Consiglio il libro?

Sì, sia a chi ha apprezzato la serie, sia a chi non è piaciuta.

È una lettura triste ma molto coinvolgente, scorrevole, che rende facile rispecchiarsi nei problemi adolescenziali di Giovanna e in tutte le segretezze e vaghe assurdità della vita familiare.

Ma non lo definirei un romanzo coming-of-age: è scritto in chiave adulta, per adulti, con passaggi espliciti legati soprattutto al sesso che risultano volutamente disturbanti. E poi il titolo è una bomba.

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1899 – Un bagaglio troppo ingombrante

1899 è una serie tv Netflix creata da Baran bo Odar e Jantje Friese, gli stessi autori della serie di successo Dark. E, non a caso, vanno ad impelagarsi negli stessi problemi della terza stagione del prodotto che li ha resi famosi…

Al momento è una delle serie di punta della piattaforma, nella Top 10 dei prodotti più visti nella settimana a seguito della sua uscita. E non c’è da stupirsi, per quanto è stata pubblicizzata.

Di cosa parla 1899?

1899, Maura Franklin, neurologia, si trova a bordo del Kerberos, un transatlantico che viaggia in direzione degli Stati Uniti. Ma il viaggio si interrompe improvvisamente per il contatto con il Prometheus, nave che era andata dispersa per quattro mesi…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di guardare 1899?

Emily Beecham in una scena di 1899, serie tv Netflix dai creatori di Dark

È una domanda molto difficile a cui rispondere senza fare spoiler.

Diciamo che in generale non è una serie che mi sento di sconsigliare, ma neanche così imperdibile. Ha una struttura narrativa interessante per due terzi della sua durata, poi si perde abbastanza inesorabilmente sul finale, ovvero il punto più delicato…

Se vi piacciono serie mistery molto dark e dal sapore gotico, potrebbe essere la serie per voi. In alternativa potrebbe farvi incredibilmente arrabbiare…

Un lento mistero

Isabella Wei in una scena di 1899, serie tv Netflix dai creatori di Dark

Partiamo dai punti più o meno positivi.

La struttura narrativa è interessante e per la maggior parte del tempo ben bilanciata: avendo fra le mani moltissimi personaggi da gestire, gli autori sono stati capaci di creare un piccolo background per tutti loro, rivelandolo poco a poco e in maniera sicuramente interessante.

E ho apprezzato che la rivelazione sia appunto molto naturale, che venga raccontata da frasi ben posizionate dei personaggi nei loro dialoghi.

Ma proprio su questo punto si crea il problema.

Il disinteresse

Emily Beecham, Aneurin Barnard eAndreas Pietschmann in una scena di 1899, serie tv Netflix dai creatori di Dark

Come riuscivo ad interessarmi e in parte anche ad appassionarmi per certi versi alla storia di questi personaggi, appena ho scoperto che la storia era ambientata in una simulazione, mi è sceso tutto l’interesse.

Se è tutto finto, perché mi dovrebbe interessare di questi personaggi?

Con ogni probabilità il loro background è tutto inventato a uso e consumo della simulazione stessa. E probabilmente, visto la carrellata finale sui protagonisti collegati alla simulazione, è probabile che la maggior parte dei personaggi terziari, come la madre di Ling Yi, siano in realtà una sorta di NPC, ovvero esistono solo all’interno della simulazione stessa.

Motivo in più per cui alla fine ero totalmente disinteressata.

Un mistero sprecato

Fflyn Edwards in una scena di 1899, serie tv Netflix dai creatori di Dark

Allo stesso modo tutto il mistero, con le sua peculiarità e gli elementi di fascino, è del tutto buttato via verso la fine della stagione.

Infatti proprio verso la fine sempre la rivelazione che è tutto finto, rende di fatto del tutto inutile il mistero del Prometheus. Perché lo stesso non era altro che una costruzione, un modo quasi per tenere impegnati i personaggi. E, allo stesso modo, un elemento costruito ad uso e consumo dello spettatore, ma, in fin dei conti, totalmente inutile.

E se lo spettatore sente di aver perso il proprio tempo…

Un bagaglio troppo ingombrante

Andreas Pietschmann in una scena di 1899, serie tv Netflix dai creatori di Dark

In ultima analisi, gli autori si sono incartati da soli.

Se vengono messi troppi strati ad una narrazione e, sopratutto, ad un mistero, diventa alla lunga troppo difficile districarsi. E infatti sul finale sembra che tutto sia sfuggito di mano.

Il villain principale è per la maggior parte del tempo il padre, poi si rivela che il realtà era Maura stessa con un colpo di scena che poteva anche funzionare. Se non fosse che si aggiunge un altro strato.

Ed è lì che il bagaglio diventa troppo ingombrante.

E un’eventuale seconda stagione dovrebbe non solo spiegare in maniera convincente tutta la sovrastruttura, ma raccontare praticamente da capo tutta la storia di personaggi secondari.

A meno di non volersene dimenticare…

Netflix all’attacco!

Ho purtroppo idea che il motivo di questa inutile complicatezza sia dovuta a necessità produttive.

Magari gli autori avevano questa idea nel cassetto, l’hanno proposta a Netflix e la piattaforma gli ha chiesto di fare un paio di stagioni. E per questo hanno dovuto sovraccaricare la narrazione di ulteriori elementi che rendessero possibile una continuazione.

Ma di fatto sono andati a snaturare gli elementi chiave della loro stessa creazione…

Cosa succede nel finale di 1899?

Nel finale ci sono di fatto due rivelazioni.

La prima è che il Creatore è in realtà Maura stessa, che aveva creato un mondo virtuale dove poter vivere col figlio morente. Tuttavia, scopriamo anche che il mondo è in realtà controllato da Ciaran, il fratello sempre nominato dalla protagonista.

E alla fine Maura si trova su una astronave nello spazio, nell’anno 2099, e il fratello stesso le dà benvenuto nella realtà reale.

Quindi il fratello era il vero villain tutto il tempo?

Non so se ho interesse a scoprirlo, a questo punto…