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Gravity Falls – Il mistero della crescita

Gravity Falls (2012 – 2016) è una serie tv animata andata in onda prima su Disney Channel, poi su Disney XD, oggi disponibile in streaming su Disney+.

Se non sapete assolutamente niente su questo prodotto, continuate a leggere. Se invece siete già esperti, cliccate qui.

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The Fall of the House of Usher – Chi è morto?

The Fall of the House of Usher (2023) di Mike Flanagan è una miniserie horror in otto puntate di produzione Netflix – l’ultima collaborazione di questo autore con la piattaforma.

Di cosa parla The Fall of the House of Usher?

Nella lugubre casa in rovina della potente famiglia degli Usher, il vecchio patriarca racconta al suo nemico di una vita, l’avvocato Auguste Dupin, di come ha ucciso i suoi sei figli…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere The Fall of the House of Usher?

Sauriyan Sapkota, Kate Siegel, Rahul Kohli, Matt Biedel e Samantha Sloyan in una scena di The Fall of the House of Usher (2023) di Mike Flanagan, serie tv Netflix

In generale, sì.

Anche se a mio parere non è la migliore creazione di Mike Flanagan, The Fall of the House of Usher è complessivamente un prodotto piacevole, che riesce a tenere col fiato sospeso fino alla fine, con anche una certa creatività piuttosto gore nel mettere in scena le varie morti dei personaggi.

Inoltre, come serie gode anche di una sceneggiatura piuttosto solida, che riesce a far tornare tutti i punti della storia nel suo finale, anche alcuni che parevano dei semplici jump scare, ma che invece si rivelano possedere un significato non poco importante.

Insomma, da vedere.

La serie è scandita dalle diverse morti dei personaggi, di cui di seguito analizzeremo le dinamiche e il background.

Prospero Usher morte

Causa della morte

Acido


Perry Usher è la prima vittima della serie, e anche fra le morti più direttamente collegate alle azioni di Roderick.

Prospero è il più giovane di bastardi Usher, totalmente immerso in una giovinezza sfrenata, beandosi dei soldi del padre, ma che insegue anche ciecamente il sogno di poter diventare un giovane imprenditore al pari di Roderick.

Sauriyan Sapkota in una scena di The Fall of the House of Usher (2023) di Mike Flanagan, serie tv Netflix

La sua avventatezza è la causa primaria della sua morte: nel suo sentirsi così sicuro di sé stesso e delle sue idee, all’interno di una pura ribellione verso il padre, si dimentica di controllare di cosa siano composti quei serbatoi che rappresentano l’apice del suo progetto.

La sua fine è forse quella più scioccante e violenta – oltre quella che fa più vittime, e che non fa altro che far aumentare la pila di morti causati dal padre: oltre alla causa primaria, se Roderick avesse ascoltato di più il figlio, se l’avesse seguito nel suo progetto…

…quantomeno Perry non sarebbe morto in maniera così angosciante.

Camille L’Espanaye morte

Causa della morte

Attacco di un primate


La morte di Camille L’Espanaye è una delle mie preferite, anche perché il suo personaggio è uno dei più velenosi.

Camilla è un’altra dei bastardi Usher, una donna con una carriera di successo, tanto da essere a capo delle pubbliche relazioni dell’azienda di famiglia, ma, al contempo, divorata dall’odio contro la sorella, Victorine.

Kate Siegel in una scena di The Fall of the House of Usher (2023) di Mike Flanagan, serie tv Netflix

Insieme a Tamerlane, questo personaggio è uno fra quelli che peggio hanno vissuto l’eredità del padre, diventando delle donne insoddisfatte ed incattivite, con l’aggravante che Camille è sostanzialmente una bambina viziata troppo cresciuta.

Per questo la sua dipartita è lo specchio del suo carattere: sentendosi del tutto in dovere e in diritto di indagare le malefatte della sorella, proprio per la sua hubris viene fatta a pezzi con altrettanta ferocia da Verna nei panni di un primate.

Napoleon Usher morte

Causa della morte

Suicidio


Napoleon Usher è forse una delle morti meno interessanti della serie, una versione in chiave minore della dipartita ben più interessante della sorella, Victorine.

Leo rappresenta uno dei lati più problematici del padre: come il genitore, anche il figlio è incapace di mantenere saldo un rapporto romantico, tradendo il suo compagno, nonostante questo non sembri meritarlo.

Ma Leo è anche divorato dal senso di colpa, rappresentato dal gatto nero: quando il suo tradimento diventa così visibile, l’uomo si affretta a nasconderlo e a rimediare, sicuro di non essere scoperto.

Rahul Kohli in una scena di The Fall of the House of Usher (2023) di Mike Flanagan, serie tv Netflix

E se nella clinica veterinaria Verna cerca di incoraggiarlo a prendere un altro dei gatti, ovvero indirettamente ad ammettere la sua colpa e provare a ricostruire il rapporto con Daniel, proprio tramite un nuovo inizio…

…Napoleon sceglie invece ancora la menzogna, e così finisce per essere perseguitato dalla sua colpa, tanto da distruggere la sua stessa casa, e infine lanciarsi nel vuoto pur di acchiappare quel maledetto felino

Victorine Usher morte

Causa della morte

Suicidio con pugnalata


Victorine è uno dei pochi personaggi effettivamente positivi della famiglia Usher, la cui vita è più di tutte rovinata dall’ambizione di Roderick.

Una promettente chirurga con un futuro brillante, si lascia soffocare dalle richieste del padre di accelerare i suoi esperimenti, portando così a dei risultati posticci ed inefficaci…

T'Nia Miller e Paola Nuñez in una scena di The Fall of the House of Usher (2023) di Mike Flanagan, serie tv Netflix

…che hanno come risultato il mandare a gambe all’aria tutto il progetto, e, in aggiunta, perdendo la sua più importante componente, Alessandra, a cui era legata da un profondo affetto, del tutto guastato dalle sue ambizioni.

La sua ossessione è quella più straziante: vedendo ormai la sua vita che va a pezzi, cerca anche nei modi più grotteschi di salvare il salvabile, prima tentando di riportare in vita Al, poi iniziando i tanto desiderati esperimenti umani proprio su sé stessa…

Victorine Usher morte

Causa della morte

Sgozzamento


Tamerlane Usher è la secondogenita di Roderick, uno dei figli nati nel contesto dell’amorevole matrimonio con Annabel, di cui soffre tutte le conseguenze.

Nonostante cerchi di mostrarsi una donna decisa ed inscalfibile, Tamerlane è invece un personaggio estremamente fragile, tanto che non riesce neanche a vivere in prima persona la sua vita.

Nel suo distacco all’interno del rapporto – sentimentale e sessuale – con Matt, si riscontra la sua incapacità di vivere appieno, divorata di paura di non essere un’adeguata protagonista, e anzi di poter essere sostituita in un qualsiasi momento.

Samantha Sloyan in una scena di The Fall of the House of Usher (2023) di Mike Flanagan, serie tv Netflix

Proprio nella sua somiglianza con la madre, Tamerlane tratta con profondo odio Juno, la giovane moglie trofeo del padre, ereditando da lui – e nella forma peggiore – la venerazione verso Annabel, tanto adorata ed idealizzata.

Così il suo personaggio finisce per uccidersi da solo, cercando di distruggere il suo doppio nello specchio, per paura che prenda il suo posto a fianco del marito, che lei stessa aveva cercato di ridurre a figura usa-e-getta.

Frederick Usher morte

Causa della morte

Valanga


Frederick Usher è il primogenito della famiglia, ma è anche il suo membro più insignificante, che prende il peggio dal padre.

Quello che dovrebbe essere il prediletto di Roderick, in realtà rimane sullo sfondo per la maggior parte della serie, e diventa importante solamente alla fine, quando mostra la sua vera natura di marito violento e manipolatore.

Henry Thomas in una scena di The Fall of the House of Usher (2023) di Mike Flanagan, serie tv Netflix

Infatti Frederick è un uomo estremamente fragile, che per il solo sospetto di un tradimento di Morella, sceglie di tenerla strettamente sotto al suo controllo, paralizzandola a letto e pure torturandola.

Ma nel suo vaneggiamento, finisce ancora una volta vittima di sé stesso, inalando la stessa droga con cui controllava la moglie, vivendo una morte umiliante, mentre la casa – e la sua vita – gli crolla addosso, davanti al suo sguardo impotente…

Madeline Usher morte

Causa della morte

Avvelenamento e Valanga


Madeline Usher è per certi versi la vera protagonista della serie, o quantomeno il burattinaio dietro alle vicende.

Madeline è una mente matematica e fredda, che orchestra fin dall’inizio la caduta rovinosa del fratello, inducendolo a diventare un imprenditore spietato e senza scrupoli, interessato solo al guadagno ed al successo…

Willa Fitzgerald in una scena di The Fall of the House of Usher (2023) di Mike Flanagan, serie tv Netflix

…ed anche il personaggio che più di tutti spinge la sua famiglia nelle braccia di Verna, del tutto accecata dal desiderio di arricchirsi e di vivere una vita soddisfacente, e che, per salvare sé stessa, è disposta anche ad uccidere il fratello.

E quando effettivamente Roderick cerca di regalarle una morte dignitosa, quella di una regina, Madeline ritorna in vita e sfoga tutta la sua rabbia e frustrazione per una vita forse non così attraente come pensava, diventando lei stessa l’artefice della loro rovinosa dipartita.

Roderick Usher morte

Causa della morte

Strangolamento


Roderick Usher è colpevole del suo stesso tracollo.

Come la sorella, Roderick ha vissuto tutta la sua giovinezza nell’ombra del padre assente, un uomo ricco ed importante che non aveva fatto altro che usare come meglio credeva la madre, creando una discendenza di bastardi incattiviti.

Spinto dalla rampante intraprendenza di Madeline, Roderick riesce a penetrare l’azienda di famiglia, pur da figlio illegittimo, e così da entrare nelle grazie del capoccia di turno, la cui uccisione rappresenta una sorta di seconda morte della figura paterna tanto odiata.

Bruce Greenwood in una scena di The Fall of the House of Usher (2023) di Mike Flanagan, serie tv Netflix

Immediatamente successivo è il patto con Verna, che racconta tutta la superficialità del giovane Roderick, pronto ad intraprendere una vita di successo, del tutto protetto dalla giustizia terrena, cieco davanti alle vere prospettive di questa decisione.

La volontà di creare un mondo senza dolore – quindi risolvere a posteriori la morte della madre – e con dei figli bastardi ricoperti di attenzioni e di soldi, porta a risultati in realtà estremamente negativi.

Roderick Usher

Bruce Greenwood in una scena di The Fall of the House of Usher (2023) di Mike Flanagan, serie tv Netflix

Il mondo senza dolore fisico è in realtà una generazione di persone dipendenti da un farmaco, che ricadono nei peggiori scenari di dipendenza e di criminalità da strada, per una vita di dolore o di una morte umiliante.

Al contempo, la sua discendenza non trova in realtà alcuna felicità nel patrimonio del padre, tanto che lo stesso Roderick si dimostra quasi indifferente alla morte dei suoi figli, tanto incattiviti e distrutti dalla sua stessa eredità…

…con due importanti eccezioni.

Bruce Greenwood in una scena di The Fall of the House of Usher (2023) di Mike Flanagan, serie tv Netflix

Le uniche due morti per cui il protagonista mostra un po’ di pena è la terrificante dipartita di Victorine, e, soprattutto, la morte del tutto ingiusta di Lenore, che può essere felice solo dell’eredità che lei stessa ha lasciato nel mondo.

Alla fine della sua vita Roderick scopre di essere diventato nient’altro che la stessa figura paterna tanto odiata, con una vita vuota e piena di pentimenti, infine ucciso dalla sua stessa sorella…

Verna vera identità

Sic transit gloria mundi

Quanto è effimera la gloria terrena!

Verna non è il villain della serie.

Il suo personaggio non è altro che un mero esecutore della volontà di Roderick e di Madeline, che hanno scelto consapevolmente una vita votata al guadagno e al successo, indipendentemente dai sacrifici che ne conseguono.

Di fatto Verna permette semplicemente ai protagonisti umani di prendere la strada più facile per cambiare il mondo, obbiettivo che avrebbero in realtà potenzialmente potuto raggiungere senza il suo aiuto, ma magari qualche sforzo in più.

Carla Cugino in una scena di The Fall of the House of Usher (2023) di Mike Flanagan, serie tv Netflix

Di fatto Verna interviene nel momento in cui capisce che tipo di persone sono i due fratelli Usher: farebbero qualsiasi cosa pur di avere successo, persino proteggere un’azienda criminale, voltare le spalle ad una persona di fiducia e, infine, murare vivo un uomo.

Niente di tutto questo è opera di Verna.

Carla Cugino in una scena di The Fall of the House of Usher (2023) di Mike Flanagan, serie tv Netflix

Di fatto questo demone ha messo gli umani davanti ad una scelta di vita: se i due fratelli Usher hanno scelto la strada più semplice, ma anche più terribile, al contrario lo spietato avvocato Arthur Pym sceglie la via più dignitosa, nonostante lo porti alla prigione.

Così tutto il resto dei personaggi muore semplicemente per una colpa propria: Verna non uccide in realtà – ad eccezione di Lenore – veramente nessuno, ma mette la famiglia Usher davanti alle proprie paure e fragilità, e fai in modo che queste li distruggano.

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Serial Experiments Lain – La connessione intrinseca

Serial Experiments Lain (1998) di Yoshitoshi Abe e Chiaki J. Konaka è una serie tv anime fantascientifica con elementi di horror psicologico.

In Italia fu prima distribuita in home video – in videocassetta (1999 – 2002) e DVD (2001 – 2003) – per poi essere trasmessa su MTV nel 2006.

Di cosa parla Serial Experiments Lain?

Lain è una ragazzina di tredici anni che riceve, insieme ad altre sue compagne, una mail da una compagna di scuola morta suicida. Ma è solo l’inizio di una serie di scoperte molto più oscure…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Serial Experiments Lain?

Lain in una scena di Serial Experiments Lain (1998) di Yoshitoshi Abe e Chiaki J. Konaka

Assolutamente sì.

Sarebbe da andarci più coi piedi di piombo nel consigliare questa serie, in quanto è un prodotto indubbiamente complesso e non per tutti i palati – per capirci, al confronto Neon Genesis Evangelion (1995 – 1996) è un trattatello di pseudofilosofia – ma personalmente non posso non incoraggiarvi a dargli un’occasione.

Serial Experiments Lain è infatti una riflessione così profonda ed interessante su tematiche che al tempo erano quasi fantascienza, ma che ora sono drammaticamente reali – come l’iperconnettività – da risultare una visione sostanzialmente imperdibile per guardare al presente – e al futuro – con un occhio più analitico.

Insomma, uno di quei prodotti che vanno visti.

Con il fondamentale contributo di Carmelo

Una falsa partenza

Serial Experiments Lain ti inganna fin dall’inizio.

Le motivazioni del suicidio di Chisa Yomoda sono chiare solamente a posteriori, mentre sul momento il suo atto sembra dettato da una sorta di nichilismo, forse provocato da degli atti di bullismo – situazione purtroppo abbastanza tipica nel contesto della scuola giapponese.

Così all’inizio sembra che la storia riguarderà il contatto di Lain, ragazzina del tutto estranea alle dinamiche ed alle funzioni del NAVI e del WIRED, con la defunta, che appare come una sorta di spettro che la perseguita.

In realtà l’atto suicida è solo il primo tassello che indurrà la protagonista a scoprire la sua vera identità e tutte le implicazioni del WIRED, in un paradosso per cui Lain si sente del tutto estranea ad esso, quando in realtà è nata e cresciuta all’interno della rete – e in funzione di essa.

Il mondo altro

Lain in una scena di Serial Experiments Lain (1998) di Yoshitoshi Abe e Chiaki J. Konaka

Nonostante la protagonista sembri totalmente ignara, in realtà fin dall’inizio è circondata da stimoli visivi piuttosto rivelatori.

Infatti, intorno a Lain sono costanti gli indizi di un mondo altro.

In particolare, la regia si sofferma insistentemente sull’intrico di fili telefonici che sbarra lo sguardo della protagonista e che racconta l’aspetto più materiale delle connessioni umane: nonostante le stesse siano state sempre presenti, quei legami sono stati un passo decisivo nell’evoluzione dell’uomo.

Così anche le ombre nelle strade percorse da Lain raccontano costantemente la presenza di una realtà sotterranea, di una realtà altra, solo apparentemente invisibile, ma sempre desiderosa di emergere, di essere vista…

Lain in una scena di Serial Experiments Lain (1998) di Yoshitoshi Abe e Chiaki J. Konaka

Questo mondo altro è il WIRED.

Il WIRED è una versione futuristica quanto divinatoria del WEB, una rivisitazione del concetto di cyberspazio – teorizzato in particolare nell’importante contributo di Rushkoff, Cyberia (1994): si tratta fondamentalmente di uno spazio digitale di scambio di informazioni fra utenti, computer ed intelligenze artificiali.

Un concetto che possiamo per esempio trovare all’interno dei diversi social network che utilizziamo quotidianamente.

Nello specifico, in Serial Experiments Lain si esplora il lato forse più importante del mondo digitale, ovvero lo scambio di informazioni e le conseguenti connessioni che si creano all’interno della r.

Le connessioni anonime

Ma il WIRED non è altro che un punto di arrivo.

In questo senso Serial Experiments Lain è ispirato alla Ipotesi Gaia o del cervello globale: secondo questa teoria, tutto ciò che esiste sulla Terra permette la vita di tutti gli organismi, che sono interdipendenti, andando così a formare una sorta di super-organismo.

Detto in altra maniera, si tratta di una concezione panpischista – e anche proto-pansichista secondo la più recente teoria del filosofo contemporaneo David Chalmers – secondo la quale la materia ha poteri psichici – oppure li ha in potenza – ed è un tutt’uno con l’umano.

Lain in una scena di Serial Experiments Lain (1998) di Yoshitoshi Abe e Chiaki J. Konaka

Applicando questo concetto al cyberspazio, si arriva quindi alla conclusione che il WIRED non è altro che la creazione di un sistema di connessioni che in realtà erano già esistenti in principio, e che può, come già detto, definire il passo successivo nell’evoluzione umana.

E lo step conseguente è rappresentato dall’abbandono totale del mondo materiale e dei suoi limiti, portando invece l’umano a connettersi in una congiunzione imprescindibile di menti, che fra l’altro ne definisce l’esistenza stessa.

Nello specifico, il Protocol 7, la costruzione di una coscienza unificata.

Per questo, il corpo è il nemico.

Il corpo nemico

L’idea del Protocol 7 di Masami Eiri nasce proprio dal rigetto della ccorporeità.

In questo senso l’idea di corpo come limite è strettamente legata al divino: di fatto il villain ha già scelto di abbandonare il suo corpo, mero contenitore della mente, per diventare il primo uomo effettivamente incorporeo presente nel WIRED.

E così, il Dio di quel mondo.

Infatti, questa realtà alternativa elimina tutti i limiti del mondo materiale, nello specifico lo spazio e il tempo, portando così Masami Eiri ad essere onnipotente ed onnipresente, perché appunto non più definito dalle limitazioni del mondo reale.

Lain in una scena di Serial Experiments Lain (1998) di Yoshitoshi Abe e Chiaki J. Konaka

Ma il WIRED rappresenta anche la rinascita.

All’interno della rete l’uomo costruisce un suo alter-ego, plasmato secondo il suo desiderio e, in potenza, pure totalmente opposto nel carattere rispetto alla realtà materica, anche grazie alla protezione dell’anonimato online.

Per questo Lain si deve scontrare non solo con Masami Eiri, ma prima di tutto con sé stessa, con questa identità multiforme ed incontrollabile che rappresenta la sua vera essenza divina, la sua forma originaria.

Ma la divinità è fragile.

La divinità fragile

Lain in una scena di Serial Experiments Lain (1998) di Yoshitoshi Abe e Chiaki J. Konaka

Il divino è intrinsecamente fragile.

Infatti, per quanto Lain possa assumere diversi volti e muoversi liberamente nello spazio e nel tempo, allo stesso modo è strettamente collegata alla percezione delle altre persone, in una condizione di totale dipendenza che le impedisce di possedere un’individualità.

In questo senso Serial Experiments Lain riflette – al pari di altre opere contemporanee come American Gods (2001) – sulla fragilità insita in ogni divinità: se la sua esistenza non è riconosciuta dagli altri, essa semplicemente non esiste.

Lain in una scena di Serial Experiments Lain (1998) di Yoshitoshi Abe e Chiaki J. Konaka

In questo senso la protagonista ha il compito di eliminare questo limite, rendendo l’umano strettamente dipendente col divino, prendendone proprio la forma e diventando finalmente libero dalla sua materialità.

Invece Lain sceglie di far leva su un’ulteriore fragilità del mondo virtuale, ovvero la sua dipendenza dai dati: se nel WIRED l’uomo esiste solamente come intelletto, esso è anche dipendente dalla memoria, che non è altro che un dato.

E, come tale, può essere cancellato.

Il materiale

Lain in una scena di Serial Experiments Lain (1998) di Yoshitoshi Abe e Chiaki J. Konaka

La scelta di Lain è dettata dal suo paradosso.

La protagonista non è altro che un programma nato nel WIRED, ma posto all’interno di un contenitore – il corpo – per diventare lo strumento per il collasso del mondo materiale, di cui però, proprio esperendolo, capisce l’importanza.

Secondo questa concezione, attuando il Protocol 7 l’uomo solo apparentemente attuerebbe un passo avanti nella sua evoluzione, mentre in realtà si priverebbe di esperienze fondamentali – quelle fisiche – che sono altrettanto uniche ed imperdibili quanto quelle intellettive.

Lain in una scena di Serial Experiments Lain (1998) di Yoshitoshi Abe e Chiaki J. Konaka

In questo senso Serial Experiments Lain ci invita a riflettere su come l’evoluzione tecnologica influisca – ed influirà – sulla socialità umana e sulla forma dell’uomo stesso, che in potenza potrà diventare sempre più soggetto alla tecnologia, e così alla sua conseguente alienazione.

In questo senso risultano illuminanti le teorie del pensatore italiano Mario Perniola, che negli Anni Novanta delineò un ritratto sconsolante – ma al contempo speranzoso – della condizione umana, arrivata ad un bivio: continuare a vivere un universo emozionale fatto di sensazioni anonime, oppure ritornare al remoto passato e ritrovare nei suoi modelli un’esperienza più autentica.

La scelta, ancora oggi, è solo nostra.

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Avventura Black Mirror Black Mirror - Dopo l'acquisizione Netflix Drammatico Fantascienza Futuristico Horror Mistero Netflix Satira sociale Thriller

Black Mirror 4 – Scricchiola che ti scricchiola…

Black Mirror 4 (2017) è la quarta stagione creata da Charlie Brooker, la seconda distribuita direttamente da Netflix, composta da sei puntate.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Black Mirror 4?

Georgina Campbell e Joe Cole in una scena di Hang the Dj (Black Mirro 4)

In generale, sì.

Black Mirror 4 è la stagione in cui questa serie comincia a mostrare la sua crescente debolezza, con puntate abbastanza in linea con lo spirito originario – USS Callister e Arkangel – e altre del tutto fuori contesto – Crocodile e, soprattutto, Black Museum.

Tuttavia, non siamo ancora del tutto ai picchi di bruttezza della stagione cinque e sei, dove per la maggior parte gli episodi potrebbero essere presi da una qualunque altra serie di Netflix che non si chiama Black Mirror

Insomma, dategli una chance, ma non aspettatevi molto…

USS Callister

Jessie Plemons in una scena di Uss Callister, Black Mirror 4

USS Callister è una delle cose migliori che sono successe a Black Mirror dopo l’acquisizione di Netflix.

Nonostante, infatti, la puntata sia di fatto un ripescaggio della stessa tecnologia di San Junipero e di fatto una riproposizione più edulcorata di quello che si era visto in White Christmas, la possibilità di utilizzare Star Trek – di cui Netflix ha i diritti – la rende una simpatica chicca.

Un episodio che rappresenta un futuro molto verosimile – sostanzialmente si parla degli attuali visori della realtà virtuale, ma più avanzati – ovvero il prossimo passo nel mondo del gaming – che, personalmente, non vedo l’ora che si realizzi.

Cristin Milioti in una scena di Uss Callister, Black Mirror 4

In particolare, era quasi necessario che questo racconto fosse positivo.

Anche se la resa del villain non è del tutto equilibrata – si spinge un po’ troppo l’acceleratore su come sia uno sfigato asociale, andando a ricalcare un classico stereotipo – preferisco che racconti Daly come una mela marcia che usa male una tecnologia avveniristica.

Sarebbe stato infatti fin troppo banale anche per Black Mirror voler demonizzare una novità che sta già diventando il presente, finendo così per andare a ingrossare le fila di chi critica molto ingenuamente i videogiochi – e i nuovi media in genere – definendoli alienanti.

Una puntata insomma dove la rappresentazione di un futuro auspicabile era di fatto necessaria…

Arkangel

Arkangel è forse la puntata più Black Mirror dell’intera stagione.

Al centro vi troviamo una tecnologia che potrebbe potenzialmente risolvere moltissimi problemi, e che non pochi genitori accetterebbero ad occhi chiusi per proteggere i loro figli, ma che, di fatto, impedisce ai bambini di crescere.

La scoperta del mondo, con i suoi lati positivi e negativi, l’affrontare le nostre paure, il metterci alla prova per capire i nostri limiti, sono tutti dei momenti fondamentali che definiscono la nostra personalità, ma soprattutto il nostro rapporto col mondo esterno.

In più, superata una certa età, appare evidente come un figlio non si senta più al sicuro rimanendo sotto il costante controllo dei genitori, non riuscendo così a crearsi il proprio spazio privato e la propria indipendenza.

Ma, alla fine della puntata, riusciamo davvero ad essere contro la scelta di Marie oppure, in un certo senso – che noi siamo genitori o meno – riusciamo a capirla e ad empatizzare con lei?

Insomma, al posto suo ci saremmo veramente comportati diversamente?

Crocodile

Andrea Riseborough in una scena di Crocodile, Black Mirror 4

Qui si cominciano a sentire i primi scricchiolii.

Crocodile purtroppo non è una puntata di per sé brutta, ma è molto fuori contesto se stiamo parlando di Black Mirror: di fatto è un thriller, anche un discreto thriller, ma in cui l’elemento tecnologico è puramente accessorio, e non porta a nessuna riflessione di sorta.

Di fatto, è semplicemente un’invenzione che potrebbe aiutare a sbrigare molte situazioni burocratiche o a fare luce più facilmente su alcune questioni da chiarire, ma alla fine sembra un po’ un ripescaggio di The Entire History of you, ma molto meno graffiante.

Insomma, poco originale, poco Black Mirror.

Hang the DJ

Georgina Campbell e Joe Cole in una scena di Hang the Dj (Black Mirro 4)

Hang the DJ è una puntata che personalmente apprezzo.

Non sono una grande fan delle storie romantiche, ma in questo caso la puntata mi ha colpito per la sua scrittura particolarmente intelligente e mai banale, che riesce a delineare il rapporto fra i protagonisti in maniera simpatica e, soprattutto, credibile.

L’ho trovata un po’ una versione più edulcorata di The Lobster (2015) – da cui potrebbe serenamente aver preso spunto – per raccontare una tecnologia che sarebbe veramente rivoluzionaria se fosse effettivamente messa sul mercato…

Forse l’unica cosa che mi convince non del tutto di questo episodio è il fatto che, più che una puntata di Black Mirror, sembra un episodio promozionale che racconta l’ultima novità di Tinder

Metalhead

Maxine Peake in una scena di Metalhead (Black Mirror 4)

Metalhead è un esperimento interessante.

Però capisco perché molti non l’hanno accolto bene.

Una regia a suo modo sperimentale, sicuramente molto intraprendente nell’uso di una fotografia tutta particolare, che però rende perfettamente le atmosfere cupe e post apocalittiche di questo episodio.

La protagonista è di fatto una novella Sarah Connor di Terminator (1984), che si muove in spazi vuoti e abbandonati, lottando fino all’ultimo non tanto per portare a termine la missione, ma proprio per salvare la sua stessa vita.

E il metalhead ha un character design veramente indovinato.

Ma, nonostante tutti questi meriti, ancora una volta non è Black Mirror.

Sembra più un mediometraggio sperimentale da presentare a qualche festival, mancante proprio di due elementi fondamentali che caratterizzano la serie di cui fa parte: la riflessione sociale e, soprattutto, un world building adeguato a contestualizzare la vicenda.

Anzi, sembra proprio che l’episodio voglia giocare su questo mistero di fondo riguardo al decadimento dell’umanità, lasciando quasi volutamente un’enigmaticità di fondo sulla figura del metalhead, di cui non sappiamo né l’origine, né la funzione…

Black Museum

Letitia Wright in una scena di Metalhead (Black Mirror 4)

Qui assistiamo al vero crollo.

Black Museum vorrebbe essere tantissimo White Christmas, ma ne è totalmente incapace: appare davvero come uno di quei clip show delle sitcom, ovvero un’accozzaglia di brevi storie per tirare insieme una puntata.

E fossero storie interessanti…

Sono solo un ripescaggio poco originale di molto di già visto in Black Mirror, nello specifico San Junipero, White Bear e il già citato speciale di Natale fra la seconda e terza stagione.

E, soprattutto, manca del tutto la critica sociale che rende Black Mirror tale.

Troviamo invece una sequela di invenzioni che sono per molti versi un more of the same l’una dell’altra, e che sembrano più create per scioccare lo spettatore, delle invenzioni di uno scienziato pazzo, più che qualcosa di veramente su cui riflettere.

Oltretutto, dopo tutto quello che si vede nella puntata, il finale è tutto tranne che felice: Nish deve convivere con sua madre nella sua testa – incubo vero – e affigge la stessa condanna ad un personaggio negativo, con un occhio per occhio veramente terribile…

Come se tutto questo non bastasse, ho odiato questo fanservice auto celebrativo.

Insomma, un mezzo disastro.

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Black Mirror 2 – Due puntate fanno un cult

Black Mirror 2 (2013) è la seconda stagione della serie nata dalla mente di Charlie Brooker, al tempo rilasciata ancora su Channel 4.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Black Mirror 2?

Assolutamente sì.

Come stagione è un pochino più altalenante rispetto alla precedente, ma gode anche di due episodi davvero grandiosi come White Bear e White Christmas, fra i più iconici dell’intera serie.

Complessivamente comunque tutte le puntate – quale più, quale meno – offrono spunti di riflessione veramente interessanti, mostrando situazioni che, se non sono il nostro presente, rappresentano un futuro più vicino di quanto sembri…

Be Right Back

 Domhnall Gleeson in una scena di Be Right Back (Black Mirror 2)

Be Right Back è forse una puntata in chiave minore di Black Mirror.

Infatti, a differenza dei precedenti episodi – e degli altri di questa stagione – non mi ha lasciato un particolare senso di angoscia, ma più che altro una sorta di rassegnazione e riflessione sul presente e su quello che sarà il prossimo futuro.

Probabilmente con le tecnologie odierne, e con la IA sempre più in ascesa, non sarebbe difficile creare quello che si vede in scena, almeno per la parte scritta e parlata. E probabilmente quello che per questa puntata è il futuro, per noi oggi è il nostro presente.

 Domhnall Gleeson in una scena di Be Right Back (Black Mirror 2)

Certo, le tecnologie odierne non potrebbero portare effettivamente in vita una persona morta con tutte le sue caratteristiche, ma solamente limitarsi a ricostruire una personalità basata su quello scampolo di informazioni che le offriamo.

Tuttavia, se dieci anni fa Black Mirror immaginava una realtà che non è tanto lontana dal presente, quanto ci vorrà perché potremo portare in vita le nostre copie artificiali perfette, praticamente indistinguibili, che vivranno insieme a noi?

E le vorremo ancora chiudere in soffitta come Martha?

White Bear

Lenora Crichlow in una scena di White Bear (Black Mirror 2)

White Bear è uno dei miei episodi preferiti di Black Mirror.

Semplicemente perché riesce a mettere in scena in maniera straziante quanto terribilmente verosimile un problema che, soprattutto oggi, è un germe sociale difficile da sradicare, anzi, è ancora più pericoloso: la gogna pubblica.

È così facile che una persona passi dall’essere il carnefice alla vittima, pur non essendo percepita come tale: dal momento che quell’individuo ha compiuto un’azione errata – di qualsiasi tipo – ci sentiamo legittimati a fare di lui quello che vogliamo.

E così una donna che ha compiuto un crimine così efferato, così ingiustificabile ed inscusabile come rapire, torturare ed uccidere una bambina, non può che essere torturata a sua volta, diventare l’attrazione di un parco tematico.

E non si può non rimanere ammutoliti mentre sentiamo le sue urla disperate di dolore, mentre vediamo come tutti gli attori in scena rimettano ogni cosa al suo posto per il prossimo giro di torture, mentre osserviamo i ghigni degli ospiti che potrebbero facilmente essere i nostri…

The Waldo Moment

The Waldo Moment è una puntata che, a posteriori, fa sinceramente paura.

Già nel 2013 Black Mirror è riuscito a rappresentare fedelmente quello che sarebbe stato il trionfo del populismo da lì a pochi anni, con i capipopolo, le voci fuori dal coro che portavano con sé una grande quantità di voti.

In questo caso Waldo è una marionetta vuota, che non fa altro che dare voce ai sentimenti più bassi dei votanti, che sbarrano il suo nome sulla scheda elettorale solamente per simpatia.

E così si potrebbero potenzialmente trovare con al governo un pupazzo manovrato nell’ombra da chissà quale lobby con chissà quale interesse, nascosta dietro ad un cartone simpatico e irriverente…

Bianco Natale Black Mirror 2

Due anni dopo la seconda stagione, è stato anche rilasciato uno speciale di Natale, che fra l’altro divenne uno degli episodi più di culto della serie stessa.

Di fatto sono tre storie che si intrecciano, in un mondo molto più vicino di quello che potremmo pensare: quanto manca prima che gli smartphone diventino parte del nostro stesso corpo?

E da qui si può implementare una tecnologia che sulla carta potrebbe potenzialmente risolvere il problema dello stalking e rendere effettivi gli ordini restrittivi, senza possibilità di errori.

Nella pratica, si darebbe in mano a persone comuni il potere di cancellare le persone dalla propria vita, anche solamente spinti da un momento di debolezza emotiva, che potrebbe però ad un atto irreparabile…

Ancora più inquietante la questione dei cookie, che mi ha ricordato molto Severance, ma con il concetto di base ha radici più lontane, addirittura in Asimov: i diritti dei robot – o AI che dir si voglia.

Proprio come per Be Right Back, è una tecnologia più vicina di quanto pensiamo, visto che già oggi siamo capaci di dialogare efficacemente con le intelligenze artificiali: il mondo mostrato in questo speciale potrebbe essere dietro l’angolo…

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Black Mirror 6 – Lo chiamavano Black Mirror…

Black Mirror 6 (2023) è la sesta stagione di una delle serie più iconiche della piattaforma, arrivata a ben quattro anni di distanza dalla precedente, con cinque nuovi episodi.

Ecco il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Black Mirror 6?

Possibilmente no.

In attesa di Black Mirror 6, per motivi che non so neanche spiegare, ero sicura che gli autori avessero imparato dagli errori e dalle critiche che avevano ricevuto per la scorsa stagione. Anche perché altrimenti sarebbero risultati ridicoli.

E invece non potevo immaginare quanto grande fosse il loro coraggio.

Questo nuovo ciclo di episodi, molto banalmente, non c’entra niente con Black Mirror: per buona parte sono puntate di scarsissimo valore, riuscendo a salvarsi solamente per il terzo episodio – che sembra quasi Black Mirror – e l’ultimo, che è abbastanza piacevole.

Ma, se amate Black Mirror, passate oltre.

Joan is Awful

Annie Murphy in una scena della puntata Joan is Awful (Black Mirror 6)

Questo episodio è terribile.

Joan is awful è esattamente quello che non volevo vedere da Black Mirror: praticamente una parodia, con un cattivo gusto di rara bruttezza che neanche nei peggiori b-movie dei primi Anni Duemila.

Inoltre, un episodio basato su concetti di una tale ingenuità che solo un bambino o un complottista in pieno delirio potrebbe pensare: non vi devo spiegare io quanto il motivo per cui Joan viene derubata della sua vita sia irrealistico e pretestuoso, vero?

Annie Murphy in una scena della puntata Joan is Awful (Black Mirror 6)

Ma diventa ancora più assurdo se si pensa alla questione di Salma Hayek – o chi per lei: Netflix dovrebbe essere la prima a sapere che produzioni e attori sono vincolati da contratti blindati e compilati pedissequamente dopo intense contrattazioni.

Avrebbe potuto funzionare diversamente?

Se Black Mirror fosse stato sé stesso avremmo potuto avere una puntata alla White Bear o alla 15 milions merits: sarebbe bastato fare un effettivo world building e ambientare la storia in un futuro possibile, come si era sempre fatto…

Loch Henry

Samuel Blenkin in una scena della puntata Loch Henry (Black Mirror 6)

A questo punto ho cominciato a chiedermi se stessi ancora guardando Black Mirror.

Di per sé Loch Henry non è una brutta puntata: mi ha convinto molto il montaggio e la regia in certi tratti dal taglio quasi documentaristico, che poi si riallaccia al finale, e che riesce in generale a far immergere piuttosto bene nella storia raccontata.

Tuttavia, non è Black Mirror.

Sembra più che altro una puntata di una serie fra il true crime e il mistery, però neanche particolarmente brillante a livello di scrittura: io non sono mai stata una persona particolarmente intuitiva nello scoprire i colpi di scena dei film, anzi.

Invece in questo caso praticamente dal primo minuto avevo intuito quale sarebbe stato il plot twist finale, e per due motivi: è incredibilmente banale, ed era anche l’unico modo per dare un senso alla puntata, che aveva un disperato bisogno di questo shock finale.

E, se la critica voleva essere la cannibalizzazione delle tragedie, diventata piuttosto di moda negli ultimi tempi, è veramente debole…

Beyond the sea

Aroon Paul in una scena della puntata Beyond the sea (Black Mirror 6)

Finalmente una puntata di Black Mirror.

Anche se…

Solitamente preferisco quando gli episodi sono ambientati in un prossimo futuro – come era tipico della serie nella maggior parte dei casi – ma questi Anni Sessanta alternativi tutto sommato non mi sono dispiaciuti.

Finalmente, un racconto con al centro una tecnologia che, più che soluzioni, si porta dietro le paure stesse del suo creatore.

E devo dire che, anche se il risvolto romantico fra David e Lana era abbastanza prevedibile, comunque è stato costruito in maniera intelligente e funzionale, lasciandoti addosso una sottile angoscia che permea tutto l’episodio…

Il problema è il finale.

Purtroppo, ho avuto la spiacevolissima sensazione che volessero chiudere l’episodio con un colpo di scena sconvolgente, ma che si siano dimenticati di costruirlo a dovere, raccontando in maniera convincente la crescente pazzia di David.

Sarebbe stato molto più interessante sempre un finale aperto, ma con David che uccideva Cliff, magari lasciandolo per sempre a vagare nello spazio, e magari in maniera anche più inquietante viveva la sua vita, all’insaputa di Lana…

Mazey Day

È possibile fare una puntata pure peggiore della prima?

Assolutamente sì, se sei Mazey Day.

Arrivati a questo punto io voglio immaginare – e sperare – che abbiano sbagliato writers room e che questa fosse in realtà la puntata pilota di una serie di terza categoria di Netflix, una brutta copia di Teen Wolf, e che abbiano fatto confusione.

Perché non so veramente con quale coraggio abbiano prodotto questo episodio sotto l’etichetta Black Mirror.

In prima battuta sembra una critica scialbissima e fuori tempo massimo al mondo dei paparazzi, uno dei simboli dei primi Anni Duemila. Poi, sempre con l’idea di lasciare a bocca aperta lo spettatore, diventa un fantasy.

Senza che di fatto questa puntata ci abbia raccontato niente di rilevante, senza che sembri neanche che lo volesse neanche fare. Almeno in Joan is Awful hanno cercato di inserire – pur malamente – un elemento fantascientifico.

Qui neanche quello…

Demon 79

Anjana Vasan in una scena di Demon 79 (Black Mirror 6)

Demon 79 è una puntata effettivamente molto carina.

Mi ha ricordato come toni Shaun of the Dead (2004) e Dirk Gently (2016-2017): una sorta di horror comedy apocalittica, con un umorismo ben dosato e dei personaggi che effettivamente funzionano a dovere.

In particolare, nonostante avrebbe funzionato meglio come un effettivo film, a differenza di Beyond the sea il finale è ben costruito, e il cambiamento – o maturazione diabolica – della protagonista è altrettanto ottimamente raccontato.

Paapa Essiedu in una scena di Demon 79 (Black Mirror 6)

E allora qual è il problema?

Ancora una volta, non è Black Mirror.

Nonostante io non sia una fan sfegatata di questa serie, né una purista della prima ora, mi rendo conto di quanto, nonostante in questo caso la qualità sia buona, uno spettatore appassionato si possa sentir preso in giro, e per l’ennesima volta.

E ne avrebbe tutte le ragioni…

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Wednesday – La viralità casuale?

Wednesday (2022 – …) è una serie tv di produzione Netflix, creata da Alfred Gough e Miles Millar, le cui prime tre puntate sono state dirette da Tim Burton. Un prodotto che ha avuto un successo incredibile, sopratutto per il balletto di Jenna Ortega, diventato virale su TikTok.

Ma non è solo questo il motivo della sua popolarità.

Di cosa parla Wednesday?

Wednesday Addams, dopo aver tentato di punire i suoi compagni di scuola quasi uccidendoli, viene espulsa dalla scuola e mandata in un collegio per ragazzi speciali – frequentato, fra gli altri, da sirene, lupi mannari e altre creature magiche. Ma un mistero incombe sulla scuola…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Wednesday?

Jenna Ortega in una scena di Wednesday (2022), serie tv Netflix diretta da Tim Burton

Dipende.

Wednesday non è sicuramente la serie che mi aspettavo: credevo che mi sarei trovata davanti ad un Le terrificanti – e lo sono davvero! – avventure di Sabrina 2.0, quindi un prodotto molto focalizzato sulle dinamiche teen e con l’elemento trash strabordante.

Invece la serie si concentra principalmente sulla parte mistery e per questo è complessivamente godibile, andando ad ingranare sopratutto nella seconda parte.

Non manca di alti e bassi, comprese le dinamiche teen – che comunque ci sono – a tratti veramente noiose – e ve lo dice un’appassionata del genere teen drama. Il problema più grande riguarda ovviamente Wednesday: se siete appassionati del personaggio e sopratutto dei film degli Anni Novanta, vi sconsiglio di guardare questa serie.

Potreste arrabbiarvi moltissimo.

Un’ottima interprete…

Jenna Ortega, Luis Guzmán e Catherine Zeta-Jones in una scena di Wednesday (2022), serie tv Netflix diretta da Tim Burton

Avevo già ampiamente tessuto le lodi di Jenna Ortega per Scream 5 (2022)

E anche qui non mi ha deluso.

Non era per nulla facile mantenere un certo tipo di espressività e apparente impassibilità per l’intera serie, pur riuscendo al contempo a trasmettere le diverse emozioni per il suo personaggio, sopratutto nei momenti in cui si trova più in difficoltà.

Ma Jenna Ortega non solo ne è perfettamente in grado, ma è anche riuscita a diventare assolutamente iconica nel suo personaggio. Sicuramente essere in abile mani – anche se temporaneamente – come quelle di Tim Burton ha contribuito.

Ma io spero che questa serie sia solo il primo passo di una promettente carriera.

…un personaggio eccessivo

Jenna Ortega in una scena di Wednesday (2022), serie tv Netflix diretta da Tim Burton

Il problema principale di Wednesday è proprio la protagonista.

O, meglio, la sua assurda caratterizzazione.

Wednesday è un personaggio eccessivo, e da ogni punto di vista: è capace di fare ogni cosa, di risolvere ogni mistero, possiede delle conoscenze inimmaginabili, che vanno ben oltre all’ambito più grottesco e orrorifico che la caratterizzava originariamente.

Ne deriva un personaggio veramente insostenibile – a meno che non ce ne si innamori, ovviamente – una insopportabile so-tutto-io che guarda tutti dall’alto al basso. E, anche più grave, che compie azioni effettivamente criminali e violente, dai cui gli altri personaggi persino si dissociano.

E qui sta il principale problema.

L’importanza della contestualizzazione in Wednesday

Prima di scrivere questa recensione, mi sono guardata il film del 1991, La famiglia Addams, per riuscire meglio a comprendere i problemi del personaggio della serie – che erano in realtà già lampanti anche senza aver visto il film.

Nella pellicola Wednesday è un personaggio secondario della storia, che fa cose strane e grottesche all’interno di una famiglia che già di suo è strana e inquietante.

E funziona per due motivi.

Anzitutto, non esce praticamente mai dal contesto familiare, in cui le sue azioni sono ben integrate e per questo funzionano, anche dal punto di vista comico. Al contempo, non va mai fino in fondo nei suoi progetti violenti – e anche lì sta parte del fascino e dell’ironia del personaggio.

Christina Ricci in una scena di La famiglia addams 2 (1993)

Invece la Wednesday della serie tv, per quanto Netflix ci voglia convincere del contrario, viene messa all’interno di un contesto fondamentalmente normale – nel senso che, se si tolgono i poteri ai personaggi, sono dei normalissimi adolescenti con dinamiche molto classiche.

Al contempo, questo personaggio va fino in fondo nelle sue azioni, in scene davvero al limite del disturbante, che vanificano l’elegante equilibrio che invece caratterizzava il personaggio originale.

Allo stesso modo i suoi genitori non hanno un briciolo dell’iconicità degli attori dei film.

E a questo punto una domanda sorge spontanea…

Perché Wednesday ha avuto così tanto successo?

La risposta più ovvia potrebbe essere perché il balletto è andato virale su TikTok.

In realtà io credo che quello sia solamente la punta dell’iceberg.

Per quanto a me – e magari anche a voi che mi state leggendo – possa dare fastidio la caratterizzazione del personaggio, è proprio ad esso che probabilmente la serie deve il suo successo.

Dopo anni di protagoniste di prodotti teen timide e che devono farsi strada in un mondo nuovo, con questa serie i creatori hanno voluto portare in scena un personaggio incredibilmente potente, senza freni, e nella maniera più estrema possibile.

Jenna Ortega in una scena di Wednesday (2022), serie tv Netflix diretta da Tim Burton

Per certi versi mi ha ricordato The Mask (1994).

E infatti allo stesso modo mi viene da pensare che, analogamente al film di Jim Carrey, parte del successo di Wednesday sia dovuto a questo sogno di potenza che rappresenta – e che molto spesso caratterizza l’adolescenza.

Sopratutto se si è stati dei ragazzini emarginati, è facile aver avuto dei sogni di rivincita e di invincibilità verso gli altri, anche a volte andando a spaziare – nella formidabile fantasia adolescenziale – nell’elemento magico e surreale.

E Wednesday può essere, nonostante tutto, un sogno a cui rifarsi.

Da qui, la grande attrattiva del personaggio.

La (non) prevedibilità del mistero

Gwendoline Christie in una scena di Wednesday (2022), serie tv Netflix diretta da Tim Burton

Uno dei motivi per cui Wednesday non è scaduta nelle trame più banali e scontate, è proprio la costruzione di un mistero che, tutto sommato, risulta efficace.

L’elemento teen è infatti molto secondario – e vista la qualità, per fortuna! – mentre al centro della storia troviamo proprio i misteriosi omicidi e tutte le vicende connesse, che si intrecciano anche con l’evoluzione della protagonista.

Da un certo punto di vista il mistero può risultare molto prevedibile: la villain, interpretata da Christina Ricci, lascia un indizio molto evidente fin da quanto appare per la prima volta in scena con i suoi stivali coperti di fango – che saranno poi l’elemento risolutivo del mistero.

Jenna Ortega in una scena di Wednesday (2022), serie tv Netflix diretta da Tim Burton

Tuttavia, nonostante tutto, qualche elemento non è del tutto prevedibile – quasi fino all’ultimo ho avuto il dubbio su chi fosse l’Hyde, se Tyler o Xavier. E questo anche perchè la serie utilizza una serie di piccoli trucchi per sviare lo spettatore dalla risoluzione.

Dalla passione artistica di Xavier – tratto tipico del mostro secondo il bestiario – fino ai capelli biondi della Dottoressa Kinbott, che ricordano quelli della bambina scomparsa, Laurel Gates, la serie dissemina diverse false piste.

Uno spettatore più esperto potrebbe non lasciarsi così facilmente ingannare

Ma la serie è rivolta ad un pubblico di giovanissimi, quindi va bene così.

La strada più difficile

Jenna Ortega e Emma Myers in una scena di Wednesday (2022), serie tv Netflix diretta da Tim Burton

Una scelta che davvero non ho compreso della serie – anche se forse è dovuto al mio non essere adolescente da un po’ – è questa volontà di andarsi ad incastrare in una rete di relazioni romantiche una più fastidiosa dell’altra.

Oltre alla relazione di Enid, veramente poco interessante, Wednesday è costantemente assillata da due personaggi maschili che le ronzano intorno in maniera anche leggermente viscida, finendo per portarla persino fuori dal suo personaggio.

La cosa più semplice – e forse anche più sensata – sarebbe stata quella di instaurare una relazione fra Wednesday e Enid, anche in maniera non necessariamente troppo sguaiata. Oppure – anche meglio – ma forse è troppo avanguardistico per Netflix – proporre una protagonista asessuale o anche semplicemente non interessata o pronta alle relazioni.

Jenna Ortega e Moosa Mostafa in una scena di Wednesday (2022), serie tv Netflix diretta da Tim Burton

Ma sopratutto problematico appare il personaggio di Eugene.

Come ce lo vorrebbero presentare come il classico ragazzino sfigato che non riesce a farsi notare dalla ragazza di turno, in realtà è un rappresentante di una cultura molto tossica e diffusa anche oggi.

Infatti Eugene sbaglia in primo luogo a non arrendersi davanti al fatto che Enid non sia semplicemente interessata a lui, e continuando ad insistere in maniera veramente problematica. Il picco è in particolare è quando videochiama la ragazzina mentre questa è con Ajax e le chiede, con fare quasi accusatorio, cosa ci faccia lui lì.

Il male che ci hanno fatto certi teen drama è ancora incalcolabile…

Ballo Wednesday

Jenna Ortega in una scena di Wednesday (2022), serie tv Netflix diretta da Tim Burton

Tornando invece al balletto diventato virale su TikTok, lo stesso ha una storia un po’ particolare, sopratutto per chi non è pratico della piattaforma.

Anzitutto, è piuttosto interessante constatare che la scena nella serie tv ha molta meno importanza di quanto si potrebbe pensare: è un momento simpatico, di passaggio, all’interno di una puntata che parla di tutt’altro.

E sopratutto, contrariamente a quanto pensavo, non è un momento di realizzazione o di rivincita della protagonista, come tipico di questi prodotti.

Jenna Ortega in una scena di Wednesday (2022), serie tv Netflix diretta da Tim Burton

Ancora più interessante se si pensa che la canzone che è diventata virale del video non è la canzone effettiva della scena: nella serie Jenna Ortega balla sulle note di Goo Goo Muck dei Cramps, mentre nel video diventato virale su TikTok la canzone è Bloody Mary di Lady Gaga.

Ma se guardate la scena, in effetti non potrebbe calzare più a pennello: 

https://www.tiktok.com/@beats_op_2099/video/7174077827715779867?q=wednesday%20dance&t=1674662777968
https://www.tiktok.com/@beats_op_2099/video/7174077827715779867?q=wednesday%20dance&t=1674662777968
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1899 – Un bagaglio troppo ingombrante

1899 è una serie tv Netflix creata da Baran bo Odar e Jantje Friese, gli stessi autori della serie di successo Dark. E, non a caso, vanno ad impelagarsi negli stessi problemi della terza stagione del prodotto che li ha resi famosi…

Al momento è una delle serie di punta della piattaforma, nella Top 10 dei prodotti più visti nella settimana a seguito della sua uscita. E non c’è da stupirsi, per quanto è stata pubblicizzata.

Di cosa parla 1899?

1899, Maura Franklin, neurologia, si trova a bordo del Kerberos, un transatlantico che viaggia in direzione degli Stati Uniti. Ma il viaggio si interrompe improvvisamente per il contatto con il Prometheus, nave che era andata dispersa per quattro mesi…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di guardare 1899?

Emily Beecham in una scena di 1899, serie tv Netflix dai creatori di Dark

È una domanda molto difficile a cui rispondere senza fare spoiler.

Diciamo che in generale non è una serie che mi sento di sconsigliare, ma neanche così imperdibile. Ha una struttura narrativa interessante per due terzi della sua durata, poi si perde abbastanza inesorabilmente sul finale, ovvero il punto più delicato…

Se vi piacciono serie mistery molto dark e dal sapore gotico, potrebbe essere la serie per voi. In alternativa potrebbe farvi incredibilmente arrabbiare…

Un lento mistero

Isabella Wei in una scena di 1899, serie tv Netflix dai creatori di Dark

Partiamo dai punti più o meno positivi.

La struttura narrativa è interessante e per la maggior parte del tempo ben bilanciata: avendo fra le mani moltissimi personaggi da gestire, gli autori sono stati capaci di creare un piccolo background per tutti loro, rivelandolo poco a poco e in maniera sicuramente interessante.

E ho apprezzato che la rivelazione sia appunto molto naturale, che venga raccontata da frasi ben posizionate dei personaggi nei loro dialoghi.

Ma proprio su questo punto si crea il problema.

Il disinteresse

Emily Beecham, Aneurin Barnard eAndreas Pietschmann in una scena di 1899, serie tv Netflix dai creatori di Dark

Come riuscivo ad interessarmi e in parte anche ad appassionarmi per certi versi alla storia di questi personaggi, appena ho scoperto che la storia era ambientata in una simulazione, mi è sceso tutto l’interesse.

Se è tutto finto, perché mi dovrebbe interessare di questi personaggi?

Con ogni probabilità il loro background è tutto inventato a uso e consumo della simulazione stessa. E probabilmente, visto la carrellata finale sui protagonisti collegati alla simulazione, è probabile che la maggior parte dei personaggi terziari, come la madre di Ling Yi, siano in realtà una sorta di NPC, ovvero esistono solo all’interno della simulazione stessa.

Motivo in più per cui alla fine ero totalmente disinteressata.

Un mistero sprecato

Fflyn Edwards in una scena di 1899, serie tv Netflix dai creatori di Dark

Allo stesso modo tutto il mistero, con le sua peculiarità e gli elementi di fascino, è del tutto buttato via verso la fine della stagione.

Infatti proprio verso la fine sempre la rivelazione che è tutto finto, rende di fatto del tutto inutile il mistero del Prometheus. Perché lo stesso non era altro che una costruzione, un modo quasi per tenere impegnati i personaggi. E, allo stesso modo, un elemento costruito ad uso e consumo dello spettatore, ma, in fin dei conti, totalmente inutile.

E se lo spettatore sente di aver perso il proprio tempo…

Un bagaglio troppo ingombrante

Andreas Pietschmann in una scena di 1899, serie tv Netflix dai creatori di Dark

In ultima analisi, gli autori si sono incartati da soli.

Se vengono messi troppi strati ad una narrazione e, sopratutto, ad un mistero, diventa alla lunga troppo difficile districarsi. E infatti sul finale sembra che tutto sia sfuggito di mano.

Il villain principale è per la maggior parte del tempo il padre, poi si rivela che il realtà era Maura stessa con un colpo di scena che poteva anche funzionare. Se non fosse che si aggiunge un altro strato.

Ed è lì che il bagaglio diventa troppo ingombrante.

E un’eventuale seconda stagione dovrebbe non solo spiegare in maniera convincente tutta la sovrastruttura, ma raccontare praticamente da capo tutta la storia di personaggi secondari.

A meno di non volersene dimenticare…

Netflix all’attacco!

Ho purtroppo idea che il motivo di questa inutile complicatezza sia dovuta a necessità produttive.

Magari gli autori avevano questa idea nel cassetto, l’hanno proposta a Netflix e la piattaforma gli ha chiesto di fare un paio di stagioni. E per questo hanno dovuto sovraccaricare la narrazione di ulteriori elementi che rendessero possibile una continuazione.

Ma di fatto sono andati a snaturare gli elementi chiave della loro stessa creazione…

Cosa succede nel finale di 1899?

Nel finale ci sono di fatto due rivelazioni.

La prima è che il Creatore è in realtà Maura stessa, che aveva creato un mondo virtuale dove poter vivere col figlio morente. Tuttavia, scopriamo anche che il mondo è in realtà controllato da Ciaran, il fratello sempre nominato dalla protagonista.

E alla fine Maura si trova su una astronave nello spazio, nell’anno 2099, e il fratello stesso le dà benvenuto nella realtà reale.

Quindi il fratello era il vero villain tutto il tempo?

Non so se ho interesse a scoprirlo, a questo punto…

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Yellowjackets – Un mistero insolvibile

Yellowjackets è una serie tv di genere mistery – fantastico, distribuita inizialmente sul canale statunitense Showtime e poi in Italia su Sky. Un prodotto che non ha avuto particolare eco nel nostro mercato, tanto che io l’ho scoperta davvero per caso, tramite passaparola.

E alla fine mi sono decisa a vederla.

E non sono rimasta delusa.

Di cosa parla Yellowjackets?

Le Yellowjackets sono una giovane squadra di calcio femminile, che parte per un viaggio in aereo per giocare nel campionato. Ma l’aereo precipita e le ragazze si trovano sperdute in una foresta misteriosa…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di guardare Yellowjackets?

Sophie Thatcher in una scena di Yellowjackets, serie tv Showtime, in Italia distribuita da Sky

Sì, ma solo se siete pronti.

Yellowjackets è una di quelle serie basate sullo svelamento di un mistero, con un’alternanza fra presente e passato. Ma è anche un tipo particolare di serie che presenta degli elementi in qualche modo fantastici e orrorifici, ma che sono ben contestualizzati nel contesto realistico della storia.

Se avete visto The Leftovers, capirete di cosa sto parlando.

Se siete patiti per le serie mistery e vi piacciono i misteri con anche elementi apparentemente soprannaturali e inspiegabili, è la serie che fa per voi. Ma siate pronti all’idea che lo svelamento del mistero è ben più lento di quanto ci si potrebbe aspettare, e la serie si concentra maggiormente sulla costruzione dei personaggi.

Partire dal picco…

Olivia Hewson in una scena di Yellowjackets, serie tv Showtime, in Italia distribuita da Sky

La genialità di questa serie è il gancio che utilizza per coinvolgere lo spettatore.

Si comincia con un flashforward spalmato all’interno della prima puntata in cui una delle ragazze rimane vittima di una trappola mortale. Nell’inquietante seguito un gruppo di persone mascherate in maniera tribale si nutrono della sua carne durante una sorta di rito cannibale.

Solo sul finale vediamo lo svelamento di una degli individui mascherati. E scopriamo che è Misty, il personaggio che, più andiamo avanti, più è credibile in quelle vesti. Ma il gruppo è composto anche dalle altre ragazze…

E chi si nasconde sotto la maschera?

…proseguire per una storia normale?

Ella Purnell in una scena di Yellowjackets, serie tv Showtime, in Italia distribuita da Sky

Il resto della stagione mantiene una costante tensione, alimentata sia dalla fantastica colonna sonora, sia dal comportamento delle protagoniste da adulte, che mostrano le profonde ferite della loro traumatica esperienza.

E si usa un meccanismo simile da Severance, in cui l’unica fonte di svelamento del mistero non è per qualche motivo disposta a svelarlo. Ed è infatti il caso delle protagoniste, che da una parte non avrebbero motivo di raccontarsi fra loro quello che hanno vissuto, e al contempo (e per ovvi motivi) non hanno desiderio di raccontarlo agli altri.

Altrettanto bene funziona la falsa sicurezza che proviamo durante la stagione su chi sia effettivamente morto, cullandoci nella sciocca certezza che gli unici sopravvissuti siano quelli che vediamo in scena.

Un meccanismo ben oliato, che però scricchiola sul finale.

Un finale non del tutto convincente

Christina Ricci in una scena di Yellowjackets, serie tv Showtime, in Italia distribuita da Sky

Sono rimasta vagamente delusa dalla gestione del finale: non tanto perché il mistero non sia stato totalmente svelato, ma perché le dinamiche del cambiamento delle protagoniste non mi sono sembrate così credibili.

Il punto di svolta sembra di fatto il Dooming, ovvero il ballo della scuola, in cui tutte impazziscono per aver inconsapevolmente ingerito funghetti allucinogeni. Da lì questa esperienza sembra averle cambiate nel profondo, ma sinceramente le loro reazioni non mi sono sembrate credibili, appunto.

Sembra veramente che da un momento all’altro abbiano deciso di diventare aggressive, forse volendosi smarcare a vicenda delle reciproche colpe.

Anche se c’è ancora spazio per essere convincenti.

Cosa succede nel finale di Yellowjackets?

Le rivelazioni del finale in realtà sono molteplici. La più incredibile è proprio il fatto che Lottie sia ancora viva e a capo di una misteriosa organizzazione che continua il culto cominciato nelle foreste tanti anni prima.

È molto probabile che il seguito dei flashback si concentrerà su come Lottie (?) abbia definitivamente plagiato le menti delle sue compagne, portandole dentro al suo culto cannibale.

Così neanche al massimo della forma è Taissa, che si scopre, come era forse abbastanza prevedibile, essere la lady in the tree, e che abbia fatto cose indicibili sia al figlio sia al loro cane.

La nuova stagione dovrebbe arrivare all’inizio del 2023.

E non vedo l’ora.

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Avventura Azione Drammatico Fantascienza Horror Mistero Netflix Nuove uscite serie tv Serie tv Stranger Things 4 Teen Drama Thriller

Stranger Things 4 – La grande abboffata

Stranger Things 4 è la quarta stagione di una delle serie più amate di Netflix.

Un nuovo ciclo di episodi tornato dopo tre anni di assenza, e con una veste del tutto nuova: episodi dalla durata monumentale (minimo un’ora l’uno) e una distribuzione spezzata, con gli ultimi due episodi rilasciati a distanza di un mese.

Con questa stagione i Duffer Brother hanno voluto fare un grande passo avanti, anche se non riuscendoci fino in fondo.

Anzi, fallendo in alcuni aspetti fondamentali.

Di cosa parla Stranger Things 4?

In Stranger Things 4 ritroviamo per la prima volta i personaggi divisi, dopo il trasferimento della famiglia di Will, con a seguito anche Eleven, in California. Ma una nuova minaccia sembra farsi largo ad Hawkins, quando alcuni adolescenti sono ritrovati con il corpo devastato da una forza misteriosa…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Stranger Things 4?

In generale, assolutamente sì.

Nonostante non sia per nulla la mia stagione preferita (in un’ipotetica classifica occuperebbe un dignitoso terzo posto), tuttavia questi nuovi episodi hanno suscitato un enorme successo proprio per il fattore novità.

In particolare, la apprezzerete di certo se vi piace lo splatter, quello neanche troppo spinto, ma tipico di certa cinematografia horror Anni Ottanta.

Tuttavia se siete molto impressionabili e questo genere vi è davvero allergico, considerate che in questi episodi si è spinto molto di più sul versante horror, tanto da non renderlo più tanto un prodotto per ragazzi.

Io vi ho avvertito.

Top Stranger Things 4

Body horror e un villain accattivante

L’aspetto indubbiamente migliore di questa stagione è l’utilizzo quasi smaccato del body horror.

È ridicolmente facile in questo tipo di produzioni rendere scene di questo tipo banali e stupide (il riferimento alla più recente produzione di horror mainstream è voluta).

In questo caso invece le morti terrificanti dei personaggi sono veramente spaventose e finalmente Stranger Things abbraccia in tutto per tutto il genere horror.

Allo stesso modo il villain di questa stagione è indubbiamente il migliore finora. All’inizio sembrava un po’ un more of the same delle scorse stagioni, anche per l’utilizzo di topoi molto tipici dell’horror per ragazzi.

Tuttavia l’incredibile rivelazione finale mi ha davvero sorpreso, anche perché risulta totalmente coerente nel complesso della storia raccontata. Così, sia per le morti violente, sia per il design del villain, la CGI utilizzata è davvero ottima e credibile.

Anche la retcon riguardo al fatto che Vecna fosse in realtà stato sempre il villain di tutte le stagioni tutto sommato non mi è dispiaciuta: era questa obbligatorio tirare le fila a questo punto, in vista del finale dell’intera serie che arriverà con la prossima stagione.

Un’ottima costruzione della trama

Priah Ferguson (Erica), Gaten Matarazzo (Dustin), Caleb McLaughlin (Lucas) in una scena di Stranger Things 4 uscita su Netflix il 27 Maggio 2022

Nonostante qualche forzatura, di cui parlerò nella parte flop, nel complesso la trama principale è ottimamente costruita: le prime morti di personaggi secondarissimi, il coinvolgimento di personaggi principali, l’investigazione, le rivelazioni passo passo e, infine, lo scontro finale.

Un racconto lungo e molto ampio, ma assolutamente necessario.

La scelta di dividere la grande mole di personaggi è stata a tratti fastidiosa (la storia di Mike, Will e Jonathan era la meno interessante), ma assolutamente fondamentale per riuscire a gestire al meglio la storia e a dare il giusto spazio a tutti.

In particolare, anche per l’utilizzo di un trope molto comune per il genere: ragazzini contro un nemico enorme e a cui nessuno crede, con gli adulti che cercano di ostacolarli.

Semplice, ma sempre vincente.

La storia di Eleven

Bobbie Millie Brown (Eleven) in una scena di Stranger Things 4 uscita su Netflix il 27 Maggio 2022

I am different. I do not belong

Sono diversa. Non appartengo a questo posto.

La storia di Eleven prende veramente senso solamente alla fine: all’inizio tutta la questione del bullismo sembra veramente forzata (ed è sicuramente molto tipizzata), ma è un punto di partenza per raccontare il suo dramma interiore.

Il primo ciclo di episodi sono infatti preparatori per lo scontro finale: Eleven deve recuperare la sua identità, i suoi ricordi e poteri perduti, e così accettare sé stessa, con le sue luci e le sue ombre.

E spero, anche alla luce del finale, che questa stagione sia un punto di partenza per la maturazione del personaggio, che all’inizio della stagione (e comprensibilmente) appare spaesata e molto immatura.

In questo senso la chiusura del rapporto con papa è stato un buon punto di arrivo: non eccessivamente drammatico, nonostante lo scivolone un po’ imbarazzante della frase sei tu il vero mostro.

Una chiusura onesta e credibile, per cui Eleven si libera finalmente del peso di quello che, di fatto, è stato il suo aguzzino.

La rivalsa di Hopper

David Harbour (Jim Hopper) in una scena di Stranger Things 4 uscita su Netflix il 27 Maggio 2022

In questa stagione hanno voluto dare un ruolo molto più centrale ad Hopper, uno dei personaggi più amati della serie.

Dopo averci fatto piangere la sua morte, qui ritroviamo il nostro sceriffo prigioniero in Russia. E troviamo anche un personaggio pieno di risorse e astuzie, capace di salvarsi praticamente da solo, nonostante tutti gli ostacoli.

Fra l’altro per fortuna si è scelto di offrire una rappresentazione equilibrata dei due blocchi, senza sbilanciarsi né sulla crudeltà russa né su quella statunitense.

E facendo parlare i russi in russo, cosa per nulla scontata.

Vivere nel proprio tempo

Bobbie Millie Brown (Eleven), Finn Wolfhard (Mike) e Noah Schnapp (Will) in una scena di Stranger Things 4 uscita su Netflix il 27 Maggio 2022

Un grave difetto della terza stagione di Stranger Things era il fatto che per molti tratti si metteva in bocca ai personaggi discorsi e parole assolutamente fuori dal tempo (e non è solo un problema di Stranger Things, ovviamente).

In questo caso invece (e per fortuna) hanno deciso di tornare sui loro passi e far parlare i personaggi in maniera realistica e credibile.

Oltre a questo, si è continuato sulla buona strada di rappresentare personaggi di tutti i tipi, e soprattutto un gruppo di personaggi femminili piuttosto sfaccettati.

Ottima anche l’introduzione dei nuovi personaggi: Enzo, interpretato dall’ottimo Tom Wlaschiha, che abbiamo già visto in L’incredibile storia dell’Isola delle Rose (2020), e ovviamente di Eddie, che si è pure visto meno di quanto avrei voluto.

Ed ovviamente è morto.

Flop Stranger Things 4

Forzature e pesantezza

Joe Keery (Steve), Gaten Matarazzo (Dustin), Maya Hawke (Robin), Natalia Dyer (Nancy), Caleb McLaughlin (Lucas) e Sadie Sink (Max) in una scena di Stranger Things 4 uscita su Netflix il 27 Maggio 2022

La scelta di portare un minutaggio così importante non è stata del tutto vincente, in quanto la pesantezza, alla lunga, si è sentita.

Personalmente avrei la storia di Jason e del gruppo dei bulli, fondamentalmente inutile, e avrei fatto prendere altre strade al gruppo di Will. Così magari avrei anche semplificato la storia di Eleven, e in generale avrei distribuito la storia su più puntate.

Così ci sono anche non poche forzature: al di là dell’idea veramente idiota di mandare Eleven in una città sconosciuta lontano dai suoi amici (la stessa bambina, ricordiamolo, traumatizzata che non sa vivere nel mondo), tutta la sua storia ha delle forzature importanti.

In particolare, veramente poco credibile che venga arrestata e mandata in galera senza che un tutore venga interpellato, per un crimine neanche così grave.

Perché il finale non mi ha convinto

Jamie Campbell Bower nei panni di Vecna in una scena di Stranger Things 4 uscita su Netflix il 27 Maggio 2022

Molto banalmente, ho testato le mie reazioni al finale della stagione rispetto a quelle per la fine del primo ciclo di episodi.

E non sono riuscita a trovare effettivo trasporto ed interesse. L’unica eccezione è stato il riconciliamento fra Eleven e Hopper, che stavo aspettando con grande interesse.

Per il resto, non ho apprezzato il finale né nei suoi contenuti né per come è stato strutturato. Ho trovato abbastanza stancante questa durata infinita, quando, nella maniera più evidente, l’ultima puntata poteva essere divisa in due parti, dando un po’ di respiro allo spettatore.

Il momento in cui effettivamente Eleven sconfigge Vecna l’ho trovato improvviso e per nulla ben costruito, basato esclusivamente su una situazione al cardiopalma in cui lo spettatore teme per la morte di Max.

Ma per me ci vuole ben altro, e sicuramente ci voleva di più di Mike che incoraggia Eleven, la cui relazione non mi ha mai veramente coinvolto.

Oltre a questo, la tecnica di mostrare un’apparente calma per poi mettere un colpo di scena finale l’ho trovato più che scioccante, molto anti climatico. Sarebbe stato molto più intelligente costruire un climax drammatico che raccontava il fallimento, per una volta davvero, di Eleven.

Le morti gratuite

Joseph Quinn nei panni di Eddie in una scena di Stranger Things 4 uscita su Netflix il 27 Maggio 2022

Una scelta che mi ha fatto veramente arrabbiare di questa stagione è stata la morte di Eddie.

I Duffer Brothers hanno preso questa brutta abitudine di introdurre personaggi secondari amatissimi e ucciderli alla fine della stagione. Ovviamente Eddie è un personaggio adorato dai fan (me compresa) e ovviamente non poteva stare in vita per più di una stagione.

Tuttavia, come nelle scorse stagioni Bob e Alexei erano stati evidentemente eliminati perché, da un certo punto in poi, troppo ingombranti per la narrazione, la morte di Eddie è totalmente gratuita. Infatti non aggiunge veramente nulla alla trama, non era utile alla stessa, e l’ho trovata anche piuttosto smaccata.

Non era forse invece ora di sfoltire il gruppo di personaggi principali?

E no, non credo che Max sia veramente morta nella maniera più assoluta…

Robin e Nancy: la coppia che scoppia

Maya Hawke (Robin) e Natalia Dyer (Nancy) in una scena di Stranger Things 4 uscita su Netflix il 27 Maggio 2022

Un’idea poco vincente per me è stata quella di mettere Nancy e Robin nella stessa scena.

Nancy, personaggio già insipido e profondamente antipatico, ne emerge ancora più sconfitta davanti alla spettacolare performance di Maya Hawke, un personaggio invece divertente e frizzante, con un’attrice che sta dimostrando le sue capacità eccelse.

Niente di tutto questo ha né il personaggio di Nancy né l’attrice che la interpreta, purtroppo.

Nancy in generale mi ha dato meno fastidio del solito, se non fosse per il richiamo ancora a Barb, personaggio assolutamente sopravvalutato, così il tentativo di creare un triangolo amoroso fra lei, Steve e Jonathan.

Veramente insostenibile.