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Black Mirror 3 – La prima prova

Black Mirror 3 (2016) è la terza stagione della serie cult creata da Charlie Brooker, la prima dopo l’acquisizione di Netflix.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Black Mirror 3?

Assolutamente sì.

Black Mirror 3 presenta tre puntate davvero fantastiche Nosedive, Shut up and dance e San Junipero – e, per l’altra metà, episodi magari un po’ meno originali nelle tematiche, ma comunque robusti e interessanti per le riflessioni che propongono.

Insomma, ancora una stagione veramente ottima, nonostante il maggior numero di episodi, e, soprattutto, nonostante a questo punto Black Mirror fosse passata sotto la direzione di Netflix, i cui effetti si vedranno più avanti…

Nosedive

Bryce Dallas Howard in una scena di Nosedive (Caduta Libera), Black Mirror 3

Nosedive è la mia puntata preferita di Black Mirror in generale.

Un episodio capace di prendere un concetto molto semplice e reale – la popolarità sui social media – e trasformarlo in una storia colorata con tante pennellate di confortanti tinte pastello, che però nascondono un incubo quanto mai vicino a noi.

E così, anche se indirettamente, parla di noi: un mondo molto spesso filtrato dall’immagine che diamo attraverso i social media, dove spesso e volentieri mostriamo solo le parti migliori della nostra vita, nascondendo tutto il resto.

Bryce Dallas Howard in una scena di Nosedive (Caduta Libera), Black Mirror 3

Particolarmente evidente il concetto nella scena del bar, quando la protagonista vuole immortalare il momento con una foto estremamente finta: in realtà il caffè è terribile, il biscotto non l’ha neanche mangiato…

Ma vuoi mettere l’ottenere per questo l’approvazione degli altri?

E così muore ogni tipo di genuinità, sia positiva che negativa, che però esplode in questa magnifica, quanto stranamente rincuorante, chiusura dell’episodio…

Playtest

Wyatt Russel in una scena di Playtest (Giochi pericolosi), Black Mirror 3

Non amo particolarmente Playtest, anche se è una puntata di tutto rispetto.

In particolare, funziona molto bene la costruzione della tensione: in totale contrapposizione con i toni profondamente orrorifici del finale, il protagonista appare per buona parte della puntata spensierato, guascone.

Il classico personaggio che ride in faccia alla morte.

Wyatt Russel e Wunmi Mosaku in una scena di Playtest (Giochi pericolosi), Black Mirror 3

E in questo modo riesce a far tranquillizzare anche noi, che empatizziamo facilmente con il suo personaggio e che ci immergiamo in questa situazione così apparentemente tranquilla, quasi noiosa.

Invece entriamo in un incubo che cita Cronenberg più volte – il ragno umanoide ricorda il suo analogo in Il pasto nudo (1991), mentre il plug nel retro della nuca richiama da vicino eXistenZ (1999).

E, per aggiungere orrore all’orrore, una costruzione alla Inception (2010) ci lascia con una sola una domanda in mente: quanto siamo pronti a farci penetrare dalle tecnologie e intelligenze artificiali, capaci potenzialmente di sconvolgerci la mente così profondamente?

Shut Up and Dance

Alex Lawther in una scena di Shut up and dance (Zitto e balla), Black Mirror 3

Shut Up and Dance è una delle puntate più di impatto per un semplice motivo.

Tutto quello che succede nella puntata, potrebbe facilmente accadere nel mondo reale.

Quanto potrebbe essere facile che anche il più attento di noi installi senza volerlo un virus sul proprio computer e si faccia involontariamente spiare, anche nell’atto più innocente, che però, se fosse svelato al mondo, gli rovinerebbe per sempre la vita?

E così è perfettamente credibile che un troll qualunque su internet covi dentro di sé una strana voglia di giocare con degli sconosciuti, terrorizzarli e fargli fare cose apparentemente senza senso, per il puro ludibrio.

E per questo il finale è così scioccante, così perfetto.

San Junipero

Gugu Mbatha-Raw e Mackenzie Davis in una scena di San Junipero, Black Mirror 3

San Junipero è una delle puntate più amate di Black Mirror.

Anzitutto perché fu un episodio che uscì al momento giusto: dopo il successo recente di Stranger Things, era appena scoppiata la moda degli Anni Ottanta, con una ricerca delle atmosfere vintage di cui la puntata è piena.

Al contempo, è una puntata necessaria: al tempo – e in realtà ancora oggi – c’era un disperato bisogno di personaggi queer che non fossero semplicemente incasellati in stereotipi facilmente digeribili per il pubblico medio, ma qualcosa di più profondo e rappresentativo.

Ma è anche molto più di questo.

Mackenzie Davis in una scena di San Junipero, Black Mirror 3

San Junipero è una dolcissima storia romantica, ma anche una riflessione sulla morte, sulla vecchiaia e, per una volta, una prospettiva positiva su un futuro possibile, uno sguardo su quello che oggi chiameremmo l’ancora acerbo Metaverso.

Non solo un giocattolone come lo pensano molti, ma una possibilità concreta per molte persone di avere una seconda possibilità che, per i più vari motivi, possono non aver avuto nella vita reale, e così anche una felice prospettiva di aldilà

Men Against Fire

Men Against Fire forse non è una delle puntate più brillanti di Black Mirror, ma comunque offre spunti di non poco interesse.

Di fatto questo episodio racconta quella che sarà la guerra del futuro, e di come i progressi tecnologici potranno servire anche per ingannare la mente dei civili quanto dei militari, così da rendere la loro vita un po’ più semplice nello sconfiggere il nemico.

E così i nuovi conflitti diventano delle effettive guerre lampo, dove non c’è più assolutamente il dubbio di star uccidendo qualcuno che bisogna distruggere, dove l’empatia, la fratellanza, quello scrupolo che ferma il soldato dal premere il grilletto, è scomparso per sempre…

Hated in the Nation

Hated by the Nation è una puntata un po’ meno ricordata di Black Mirror, ma è indubbiamente molto interessante.

Di fatto si rimescolano le carte in tavola di White Bear e Shut up and dance: di nuovo la facilità della gogna pubblica, in questo caso nella spersonalizzazione e alienazione della nostra identità online, dove ci permettiamo di dire e fare cose che mai faremmo nella vita quotidiana.

Ma infine le persone veramente colpite sono gli autori stessi della condanna, che hanno augurato la morte e ricoperto di insulti persone normali, totalmente indifferenti alle conseguenze delle loro azioni, ma sicuri di essere intoccabili in quanto parte di un gruppo di colpevoli.

E, ancora una volta, è tanto più inquietante se si pensa come questa realtà potrebbe essere dietro l’angolo: il riconoscimento facciale è una tecnologia ormai consolidata, utilizzata in Cina proprio per motivi politici, la crisi delle api è un problema tutt’ora dibattuto…

Il resto è ormai la nostra quotidianità.

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Black Mirror 4 – Scricchiola che ti scricchiola…

Black Mirror 4 (2017) è la quarta stagione creata da Charlie Brooker, la seconda distribuita direttamente da Netflix, composta da sei puntate.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Black Mirror 4?

Georgina Campbell e Joe Cole in una scena di Hang the Dj (Black Mirro 4)

In generale, sì.

Black Mirror 4 è la stagione in cui questa serie comincia a mostrare la sua crescente debolezza, con puntate abbastanza in linea con lo spirito originario – USS Callister e Arkangel – e altre del tutto fuori contesto – Crocodile e, soprattutto, Black Museum.

Tuttavia, non siamo ancora del tutto ai picchi di bruttezza della stagione cinque e sei, dove per la maggior parte gli episodi potrebbero essere presi da una qualunque altra serie di Netflix che non si chiama Black Mirror

Insomma, dategli una chance, ma non aspettatevi molto…

USS Callister

Jessie Plemons in una scena di Uss Callister, Black Mirror 4

USS Callister è una delle cose migliori che sono successe a Black Mirror dopo l’acquisizione di Netflix.

Nonostante, infatti, la puntata sia di fatto un ripescaggio della stessa tecnologia di San Junipero e di fatto una riproposizione più edulcorata di quello che si era visto in White Christmas, la possibilità di utilizzare Star Trek – di cui Netflix ha i diritti – la rende una simpatica chicca.

Un episodio che rappresenta un futuro molto verosimile – sostanzialmente si parla degli attuali visori della realtà virtuale, ma più avanzati – ovvero il prossimo passo nel mondo del gaming – che, personalmente, non vedo l’ora che si realizzi.

Cristin Milioti in una scena di Uss Callister, Black Mirror 4

In particolare, era quasi necessario che questo racconto fosse positivo.

Anche se la resa del villain non è del tutto equilibrata – si spinge un po’ troppo l’acceleratore su come sia uno sfigato asociale, andando a ricalcare un classico stereotipo – preferisco che racconti Daly come una mela marcia che usa male una tecnologia avveniristica.

Sarebbe stato infatti fin troppo banale anche per Black Mirror voler demonizzare una novità che sta già diventando il presente, finendo così per andare a ingrossare le fila di chi critica molto ingenuamente i videogiochi – e i nuovi media in genere – definendoli alienanti.

Una puntata insomma dove la rappresentazione di un futuro auspicabile era di fatto necessaria…

Arkangel

Arkangel è forse la puntata più Black Mirror dell’intera stagione.

Al centro vi troviamo una tecnologia che potrebbe potenzialmente risolvere moltissimi problemi, e che non pochi genitori accetterebbero ad occhi chiusi per proteggere i loro figli, ma che, di fatto, impedisce ai bambini di crescere.

La scoperta del mondo, con i suoi lati positivi e negativi, l’affrontare le nostre paure, il metterci alla prova per capire i nostri limiti, sono tutti dei momenti fondamentali che definiscono la nostra personalità, ma soprattutto il nostro rapporto col mondo esterno.

In più, superata una certa età, appare evidente come un figlio non si senta più al sicuro rimanendo sotto il costante controllo dei genitori, non riuscendo così a crearsi il proprio spazio privato e la propria indipendenza.

Ma, alla fine della puntata, riusciamo davvero ad essere contro la scelta di Marie oppure, in un certo senso – che noi siamo genitori o meno – riusciamo a capirla e ad empatizzare con lei?

Insomma, al posto suo ci saremmo veramente comportati diversamente?

Crocodile

Andrea Riseborough in una scena di Crocodile, Black Mirror 4

Qui si cominciano a sentire i primi scricchiolii.

Crocodile purtroppo non è una puntata di per sé brutta, ma è molto fuori contesto se stiamo parlando di Black Mirror: di fatto è un thriller, anche un discreto thriller, ma in cui l’elemento tecnologico è puramente accessorio, e non porta a nessuna riflessione di sorta.

Di fatto, è semplicemente un’invenzione che potrebbe aiutare a sbrigare molte situazioni burocratiche o a fare luce più facilmente su alcune questioni da chiarire, ma alla fine sembra un po’ un ripescaggio di The Entire History of you, ma molto meno graffiante.

Insomma, poco originale, poco Black Mirror.

Hang the DJ

Georgina Campbell e Joe Cole in una scena di Hang the Dj (Black Mirro 4)

Hang the DJ è una puntata che personalmente apprezzo.

Non sono una grande fan delle storie romantiche, ma in questo caso la puntata mi ha colpito per la sua scrittura particolarmente intelligente e mai banale, che riesce a delineare il rapporto fra i protagonisti in maniera simpatica e, soprattutto, credibile.

L’ho trovata un po’ una versione più edulcorata di The Lobster (2015) – da cui potrebbe serenamente aver preso spunto – per raccontare una tecnologia che sarebbe veramente rivoluzionaria se fosse effettivamente messa sul mercato…

Forse l’unica cosa che mi convince non del tutto di questo episodio è il fatto che, più che una puntata di Black Mirror, sembra un episodio promozionale che racconta l’ultima novità di Tinder

Metalhead

Maxine Peake in una scena di Metalhead (Black Mirror 4)

Metalhead è un esperimento interessante.

Però capisco perché molti non l’hanno accolto bene.

Una regia a suo modo sperimentale, sicuramente molto intraprendente nell’uso di una fotografia tutta particolare, che però rende perfettamente le atmosfere cupe e post apocalittiche di questo episodio.

La protagonista è di fatto una novella Sarah Connor di Terminator (1984), che si muove in spazi vuoti e abbandonati, lottando fino all’ultimo non tanto per portare a termine la missione, ma proprio per salvare la sua stessa vita.

E il metalhead ha un character design veramente indovinato.

Ma, nonostante tutti questi meriti, ancora una volta non è Black Mirror.

Sembra più un mediometraggio sperimentale da presentare a qualche festival, mancante proprio di due elementi fondamentali che caratterizzano la serie di cui fa parte: la riflessione sociale e, soprattutto, un world building adeguato a contestualizzare la vicenda.

Anzi, sembra proprio che l’episodio voglia giocare su questo mistero di fondo riguardo al decadimento dell’umanità, lasciando quasi volutamente un’enigmaticità di fondo sulla figura del metalhead, di cui non sappiamo né l’origine, né la funzione…

Black Museum

Letitia Wright in una scena di Metalhead (Black Mirror 4)

Qui assistiamo al vero crollo.

Black Museum vorrebbe essere tantissimo White Christmas, ma ne è totalmente incapace: appare davvero come uno di quei clip show delle sitcom, ovvero un’accozzaglia di brevi storie per tirare insieme una puntata.

E fossero storie interessanti…

Sono solo un ripescaggio poco originale di molto di già visto in Black Mirror, nello specifico San Junipero, White Bear e il già citato speciale di Natale fra la seconda e terza stagione.

E, soprattutto, manca del tutto la critica sociale che rende Black Mirror tale.

Troviamo invece una sequela di invenzioni che sono per molti versi un more of the same l’una dell’altra, e che sembrano più create per scioccare lo spettatore, delle invenzioni di uno scienziato pazzo, più che qualcosa di veramente su cui riflettere.

Oltretutto, dopo tutto quello che si vede nella puntata, il finale è tutto tranne che felice: Nish deve convivere con sua madre nella sua testa – incubo vero – e affigge la stessa condanna ad un personaggio negativo, con un occhio per occhio veramente terribile…

Come se tutto questo non bastasse, ho odiato questo fanservice auto celebrativo.

Insomma, un mezzo disastro.

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Black Mirror 5 – In picchiata

Black Mirror 5 è la quinta stagione della serie creata da Charlie Brooker, per la seconda volta sotto la direzione di Netflix – e si vede…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Black Mirror 5?

Sì e no.

Guardatela nel caso non ve ne freghi nulla di Black Mirror e non vi dia fastidio passare da una puntata all’altra di racconti con un sottofondo fantascientifico e futuristico, ma anche con uno spessore molto blando: sostanzialmente, prodotti di puro intrattenimento.

Se state ancora cercando Black Mirror, non lo troverete in Black Mirror 5, dove ormai la linea editoriale ha deragliato in tutt’altra direzione, avendo come punto di arrivo una sconclusionatissima sesta stagione…

Striking Vipers

Pom Klementieff in una scena di Striking Vipers (Black Mirror 5)

Questa puntata è un gigantesco boh.

Striking Vipers di fatto ripesca l’idea di USS Callister – già di per sé non così originale – e la riporta in una storia piuttosto moscia, una rivisitazione poco interessante di una banalissima vicenda di tradimenti.

Come è diventato ormai normale per Black Mirror a questo punto, è un episodio che è piuttosto un divertissement, una variazione sul tema futuristico del tutto mancante di quel mordente, di quegli spunti di riflessione che dovrebbe caratterizzare questa serie…

Smithereens

Andrew Scott e Damson Idris in una scena di Smithereens (Black Mirror 5)

Smithereens poteva essere una puntata incredibile.

Se non fosse un episodio di Black Mirror.

Una storia con una buona costruzione della tensione e del mistero – per così dire – con un attore protagonista straordinario come Andrew Scott, semplicemente perfetto nella parte, ma di fatto sprecato per una puntata così poco ispirata.

Troviamo infatti un messaggio di fondo che, per la serie in cui si trova, è davvero molto debole e scontato, non aggiunge di fatto niente a tante cose che abbiamo già sentito, non amplia la discussione…

Insomma, una storia anche toccante, ma che manca ancora una volta di una riflessione di qualche interesse.

Rachel, Jack and Ashley Too

Miley Cyrus in una scena di Rachel, Jack and Ashley Too (Black Mirror 6)

Nonostante secondo me non sia la peggiore puntata di Black Mirror, è quella che in questa stagione va più fuori strada.

Infatti, Rachel, Jack and Ashley Too più che una puntata di questa serie, mi ha ricordato quelle teen comedy di inizio Anni 2000, alla Big Fat Liar (2002), dove i giovanissimi protagonisti si trovano a dover combattere contro degli adulti molto più forti di loro.

E la cosa peggiore è che, almeno sulla carta, l’idea alla base della tecnologia utilizzata, non era affatto malvagia, anzi: un ritratto cinico e piuttosto verosimile della concezione dello star power, con pop star costruite a tavolino, con un’immagine pubblica da mantenere ad ogni costo…

Il problema in questo caso è stato mettere anzitutto una protagonista adolescente con problemi da adolescente, che di fatto indebolisce fortemente il messaggio complessivo della puntata, riducendola ad un mediometraggio per ragazzi – niente di male di per sé, ma non in Black Mirror.

L’altro errore è aver dato così tanto spazio di manovra a Miley Cyrus, che verosimilmente ha interpretato sé stessa, funzionale per la parte drammatica, molto meno quando deve essere un comic relief veramente fuori luogo per la serie – ma perfetto per il tono della puntata…