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Sex Education – Un cambiamento necessario

Sex Education (2019 – 2023) è una delle serie più popolari di Netflix che ha avuto, fra le altre cose, il merito di lanciare la splendida Emma McKay e, più in generale, di segnare un punto di non ritorno nel genere teen drama.

La serie è composta da quattro stagioni, di otto episodi ciascuna.

Di cosa parla Sex Education?

La serie ruota intorno ad un nutrito gruppo di adolescenti, accumulati da un unico elemento: la scoperta della propria sessualità.

Vi lascio il trailer della prima stagione per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Sex Education?

Asa Butterfield e Ncuti Gatwa in una scena di Sex Education (2019 - 2023), serie tv Netflix

Assolutamente sì.

Per quanto come serie non abbia sempre brillato – soprattutto nel suo finale – rimane comunque uno dei migliori prodotti teen degli ultimi anni, andando a sdoganare molti tabù e parlando finalmente con sincerità e rispetto al target di riferimento.

Nondimeno, la serie non manca di trattare anche diverse problematiche legate al mondo degli adulti: insomma, se vi lascerete trasportare dai drammi e dalle storie di questi fantastici personaggi, ne rimarrete assolutamente travolti.

Otis Sex Education

Otis è il personaggio più completo di Sex Education, in quanto rappresenta più di tutti la maturazione di un ragazzo adolescente.

Il punto di partenza del suo personaggio è il sentirsi fuori posto: mentre tutti i suoi compagni hanno già cominciato ad esplorare la propria sessualità, il nostro protagonista è limitato da un blocco – che poi scopriremo essere più mentale che fisico.

Per questo i timidi tentativi nello scoprire il sesso – prima con Lily, poi con Ola – si rivelano fallimentari, anzi umilianti, definendo ancora più nettamente la distanza fra lui e Maeve, invece famosa per la sua variegata attività sessuale.

Asa Butterfield in una scena di Sex Education (2019 - 2023), serie tv Netflix

Ma il lato peggiore della sua condizione è l’essere così esperto sulla carta in materia sessuale – tanto da saper efficacemente consigliare i suoi compagni – ma di risultare invece incapace di aiutare sé stesso…

…fino alla fine della stagione.

Lo splendido cliff-hanger del primo ciclo di episodi racconta i primi passi di questo giovane protagonista nello scoprirsi anche dal punto di vista sessuale, prima baciando la nuova fiamma – Ola – poi – finalmente! – riuscendo a procurarsi quel piacere da solo.

Debutto

Asa Butterfield e Mimi Keene in una scena di Sex Education (2019 - 2023), serie tv Netflix

Una scelta intelligente in questo senso è non legare il debutto sessuale del protagonista alla relazione con Maeve: al contrario, un inaspettato intercorso con Ruby diventa l’occasione per affrontare l’importantissimo tema della contraccezione di emergenza.

Vedere degli adolescenti tanto maturi da sapersi tutelare senza l’aiuto degli adulti è uno dei tanti messaggi fondamentali della serie.

Ed è così importante non aver legato il tema della prima esperienza sessuale all’interesse amoroso in quanto molto spesso lo stesso è appiattito proprio all’ambito relazionale e amoroso, senza considerare molti altri ed importanti elementi…

…come la sicurezza, il consenso, l’esplorazione a piccole tappe.

Esplorazione

Asa Butterfield e Mimi Keene in una scena di Sex Education (2019 - 2023), serie tv Netflix

Ma l’esplorazione sessuale di Otis, più che nei goffi tentativi di approccio con Ola, passa, a partire dalla terza stagione, ancora attraverso Ruby: nel penultimo ciclo di episodi Otis si riscopre particolarmente attivo e desiderabile dal punto di vista sessuale.

Un momento di passaggio fondamentale, in cui il protagonista riesce finalmente a conoscersi e autodeterminarsi – sfuggendo al controllo di Ruby – e al contempo a fare i conti con le difficoltà relazionali che portano alla fine del loro rapporto.

Purtroppo la relazione con Ruby avrebbe avuto bisogno di molto più tempo – almeno un’altra stagione: nell’ultimo ciclo di episodi i due si riscoprono solo timidamente come amici

…ma Otis non ha abbastanza tempo per capire cosa è veramente meglio per sé stesso.

Lasciarsi

Asa Butterfield e Emma Mackey in una scena di Sex Education (2019 - 2023), serie tv Netflix

La relazione con Maeve è uno dei temi più tormentati di Sex Education.

Il loro rapporto sboccia in maniera piuttosto classica fin dalla prima stagione, nel quale i due compongono un’improbabile coppia in affari, con Otis che cerca persino di mettere i bastoni fra le ruote a Jackson alle spalle della stessa amica – e potenziale amante.

Ma la loro relazione è impossibile.

Asa Butterfield e Emma Mackey in una scena di Sex Education (2019 - 2023), serie tv Netflix

Non tanto perché vengono messi loro continui ostacoli sulla loro strada, ma piuttosto perché loro per primi sono incapaci di dare veramente il via al loro rapporto: Maeve e Otis sono due persone molto timide, chiuse e testarde.

Questo porta al crearsi di un’insormontabile incomunicabilità, così che riescono a confessare i loro sentimenti solamente nel finale della terza stagione, per poi essere nuovamente divisi…

Asa Butterfield e Emma Mackey in una scena di Sex Education (2019 - 2023), serie tv Netflix

E quel breve lasso di tempo – ancora una volta, veramente troppo poco – che hanno per esplorare effettivamente la loro relazione è scandito solamente da incomprensioni, appuntamenti andati male e, infine, l’inevitabile separazione.

Un finale indubbiamente importante, dove i due capiscono quanto sia molto più importante per il lavoro futuro lavorare su sé stessi e sulle proprie carriere, piuttosto che inseguire questo amore ancora acerbo...

…ma io spero comunque che, fuori scena, ci sia un lieto fine…

Maeve Sex Education

Maeve può contare solo su sé stessa.

Questa misteriosa ragazza vive di una facciata che gli è stata costruita addosso dai suoi stessi compagni – e bulli – e si lascia infelicemente incasellare nel ruolo di mangiauomini, di giovane donna scorbutica e, di conseguenza, con cui nessuno vuole fare amicizia.

Maeve infatti parte come personaggio che vive dietro le quinte, che sfrutta la sua intelligenza solamente per poter sbarcare il lunario, ma senza permettere agli altri di scoprire il suo vero carattere.

Emma Mackey in una scena di Sex Education (2019 - 2023), serie tv Netflix

La sua evoluzione passa sia attraverso ad Otis – una delle poche persone che la aiuta e non la esclude – ma soprattutto attraverso Ms. Sands, che diventa l’ambasciatrice di questa brillante ragazza…

…nonostante la stessa cerchi continuamente di autodistruggersi.

Infatti Maeve, per quanti venga spinta e cerchi effettivamente di spiccare il volo, è tenuta a terra dalla pesante eredità della sua famiglia, composta da individui che hanno da tempo perso la strada – e che sono incapaci di redimersi.

Specchio

Emma Mackey in una scena di Sex Education (2019 - 2023), serie tv Netflix

Purtroppo Maeve si rispecchia inevitabilmente in queste figure, sicura dell’impossibilità di poter provare un’altra strada, persino quando – all’inizio della seconda stagione – comincia finalmente a diventare sicura di sé stessa.

Il fratello e la madre sono di fatto dei fantasmi che la perseguitano, sia dentro che fuori scena.

Questo provoca un’insicurezza di fondo, che Maeve si trascina fino alla quarta stagione, fino alla nuova scuola e al programma che già di per sé racconta il suo essere una ragazza eccezionale e promettente.

Futuro

Emma Mackey in una scena di Sex Education (2019 - 2023), serie tv Netflix

Non a caso, è proprio il funerale della madre che la porta a fare un passo indietro, apparentemente definitivo.

La perdita della problematica genitrice si accompagna anche all’ennesimo confronto con il fratello, su cui ancora una volta non può contare, e che, insieme alla delusione del nuovo insegnante, sembra tarparle le ali.

Ma è grazie ad una figura materna secondaria – l’inaspettata Jean Milburn – che viene finalmente riconosciuta per i suoi meriti, e così prende la decisione più dolorosa della sua vita.

Ovvero, mettere per la prima volta al primo posto totalmente sé stessa.

Eric Sex Education

Il percorso di Eric è quello che ho più apprezzato della serie, nonché quello che secondo me è risultato infine più completo.

Il personaggio parte apparentemente come la più classica delle macchiette comiche: l’amico gay del protagonista, che corrisponde alla linea comica della serie.

Ma Eric è molto più di questo.

Paura

Ncuti Gatwa in una scena di Sex Education (2019 - 2023), serie tv Netflix

Grazie anche alla splendida recitazione di Ncuti Gatwa, il personaggio di Eric si smarca piuttosto velocemente dal ruolo di comic relief, e diventa invece protagonista di una delle tematiche fondamentali di Sex Education:

l’accettazione del sé.

Infatti questo baldanzoso ragazzo aveva portato avanti anche quasi con sfrontatezza il suo modo di vestirsi ed esprimersi, persino davanti al bullismo di Adam. Ma basta un errore di Otis ed una terrificante aggressione per farlo spegnere.

Rinascita

Ncuti Gatwa in una scena di Sex Education (2019 - 2023), serie tv Netflix

Per la rinascita del suo personaggio, Sex Education sceglie una via non scontata, ma che ho apprezzato fino all’ultima battuta.

Di fatto Eric rinasce riscoprendo la sua comunità e le sue radici, e abbracciandole in un modo nuovo, pur davanti alla disapprovazione del padre, il cui ricongiungimento alla fine della prima stagione è fondamentale per il battesimo di questa nuova forma…

…capace persino di tenere testa ad Adam.

Ncuti Gatwa e Asa Butterfield in una scena di Sex Education (2019 - 2023), serie tv Netflix

Questo percorso legato alla cristianità è interessante proprio perché inaspettato, ma assolutamente fondamentale per raccontare una realtà molto pressante: il mondo delle persone queer legate al cristianesimo.

Proprio nella quarta stagione Eric mostra tutte le difficoltà ad integrarsi in una comunità che, per molti tratti, è apertamente ostile anche solamente all’idea di qualcosa fuori dall’ordinario – o quello che è considerato tale.

La riscrittura di Gesù e poi di Dio stesso secondo un nuovo immaginario è splendida quanto provocatoria: con queste nuove immagini Sex Education si propone proprio di portare in scena un’idea nuova di religione.

E così la chiusura ideale di Eric è proprio quella di diventare pastore, essendogli stato affidato il compito da Dio stesso di aprire la strada, come un novello Mosè, ad una cristianità nuova ed aperta al cambiamento e all’integrazione.

Crescere

Ncuti Gatwa e Asa Butterfield in una scena di Sex Education (2019 - 2023), serie tv Netflix

Un elemento portante di Sex Education è l’amicizia fra Otis e Eric.

I due ragazzi sono cresciuti insieme, ma per tutte e quattro le stagioni intraprendono vie e strade diverse, arrivando molto vicino al baratro del growing apartlett. crescere separati – e della conseguente separazione.

La quarta stagione serve proprio a Eric a smarcarsi momentaneamente dalla figura di Otis, e scoprire delle personalità più nelle sue corde, in particolare parte di quell’esplosiva comunità queer con cui non aveva mai avuto veramente un contatto.

Ma, infine, i due riescono ad accettare le reciproche differenze e a trovare uno spazio anche nelle realtà più apparentemente peregrine dell’amico, è così a continuare la loro amicizia, pur nelle loro diverse inclinazioni.

Scegliere

Ncuti Gatwa e Connor Swindells in una scena di Sex Education (2019 - 2023), serie tv Netflix

La storia relazionale di Eric è fondamentale per più motivi.

Parte inizialmente con un innamoramento impossibile con il suo persecutore – Adam – da cui però rimane diviso per tutta la seconda stagione, intraprendendo invece una relazione con il magnetico Rahim.

La terza stagione è invece dedicata all’esplorare del rapporto con Adam, dopo la splendida dichiarazione nel finale del precedente ciclo di episodi, ma che si rivela passo a passo sempre più impossibile.

Ncuti Gatwa e Connor Swindells in una scena di Sex Education (2019 - 2023), serie tv Netflix

Questa dinamica, per quanto triste, è un elemento che differenzia Sex Education da molte altre serie teen analoghe.

Non ci troviamo semplicemente davanti ad un solo modello di omosessualità, banale e stereotipico, ma ad un ventaglio di personaggi tutti diversi fra loro, a rappresentare proprio una sessualità che non si può appiattire ad un solo modello.

Allo stesso modo, è fondamentale anche per rappresentare come l’outing di ogni persona queer corra a velocità diverse: come Eric ha già spiccato il volo e diventa infine rappresentante della sua comunità, Adam deve ancora muovere i primi passi.

Ma Eric non può aspettarlo...

Adam Sex Education

Adam e suo padre percorrono due strade parallele e sostanzialmente analoghe.

Partono entrambi dallo stesso punto: un ruolo che sta loro stretto, sentito quasi come necessario per la definizione della propria identità, ma utile solo a nascondere paure e fragilità

Ruoli

Connor Swindells in una scena di Sex Education (2019 - 2023), serie tv Netflix

Se infatti Michael è l’aspro preside della scuola, incapace di ascoltare i suoi alunni, così Adam ricopre la figura del bullo, andando a colpire proprio quel personaggio che invidia per la sua capacità di esprimersi liberamente: Eric.

Questo comportamento è dettato dalle loro origini comuni: entrambi sono figli di bulli.

Alistair Petrie in una scena di Sex Education (2019 - 2023), serie tv Netflix

Se infatti Michael soffre anche da adulto i traumi infantili derivati sia dal comportamento del padre che del fratello – rivelati solo nella terza stagione – allo stesso modo Adam è terrorizzato dal genitore e dal suo giudizio.

Tuttavia, è anche una finezza della serie non raccontarli come dei villain tout-court, ma scegliere invece di lasciar loro un margine per mostrare la loro insicurezza, che a volte, soprattutto nel caso di Michael, è quasi comica.

Scoperta

La scoperta del sé avviene per strade differenti.

Per Adam passa attraverso la travagliata relazione con Eric, che gli permette di comprendere che lunghezze deve ancora percorrere per riuscire ad accettarsi.

Così vi è un importante passo avanti nel finale della seconda stagione, che però non è seguito da altrettanta intraprendenza quando finalmente Adam inizia la sua prima relazione queer.

Connor Swindells in una scena di Sex Education (2019 - 2023), serie tv Netflix

E, nonostante la stessa giunga alla fine prima del tempo, è comunque un’occasione per il personaggio di conoscersi meglio, anche nelle sue debolezze, e così trovare anche una passione che possa cominciare a definirlo.

In questo senso il punto di arrivo della quarta stagione è la giusta chiusura del suo personaggio: lasciatosi alle spalle quella scuola in cui non aveva mai eccelso, Adam trova finalmente qualcosa in cui splendere.

Rottura

Anche la scoperta di Michael passa in qualche modo per una rottura.

Dopo aver perso il ruolo che lo definiva, l’uomo si trova impossibilitato a ricoprirlo nuovamente, anzi dovendo sottostare – di nuovo – alle angherie del fratello, riaprendo vecchie ferite d’infanzia.

Ma, all’interno del suo dramma, della sua impossibilità di riconnettersi sia col figlio che con la moglie, anche Michael scopre qualcosa di nuovo: la passione per la cucina.

Anche se è un elemento non abbastanza esplorato all’interno della serie, è la chiave per Michael per cominciare finalmente a definirsi come persona, persino in qualcosa di così stereotipicamente femmineo, che il suo vecchio sé avrebbe ripudiato.

Incontro

Connor Swindells e Alistair Petrie in una scena di Sex Education (2019 - 2023), serie tv Netflix

Il ricongiungimento fra Adam e il padre è stato uno dei miei momenti preferiti dell’ultima stagione.

Nonostante entrambi abbiano fatto diversi passi avanti nella loro vita – anzi proprio per questo – li divide ancora un amaro contrasto non del tutto risolto, che per Adam si concretizza nella paura della ricomposizione di quel opprimente quadro familiare.

Al punto che il ragazzo si sente una pedina nelle mani del genitore, un mezzo dello stesso per riconquistare la madre e così il suo sicuro ruolo paterno.

Connor Swindells e Alistair Petrie in una scena di Sex Education (2019 - 2023), serie tv Netflix

Ma questo scontro è anche il momento in cui Adam riesce finalmente ad esprimere apertamente quella rabbia covata per anni, e a ribadire la necessità che il padre diventi effettivamente una figura paterna, e non un patriarca opprimente.

E così la famiglia si può ricongiungere, ma solo dopo che i suoi protagonisti hanno vissuto un periodo di transizione e scoperta.

Ruby Sex Education

Ruby è uno dei miei personaggi preferiti di Sex Education.

Parte con il ruolo della ragazza popolare e bulla – una rivisitazione della figura di Regina George, insomma – ma dalla seconda stagione in poi si riscopre in altre vesti.

Come per Adam, anche per Ruby il suo ruolo da bulletta era derivato da una sofferenza passata, da cui aveva cercato di liberarsi diventando lei stessa la carnefice: da bed-wetter a cock-biter il passo è breve.

Scoperta

Mimi Keene in una scena di Sex Education (2019 - 2023), serie tv Netflix

La riscoperta avviene soprattutto tramite la relazione con Otis, con cui si apre in una maniera che non aveva mai fatto prima, mostrando quel lato della sua vita che aveva celato persino ai suoi migliori amici.

Infatti Ruby cova interiormente un profondo dolore, sia per la condizione del padre, che per le sue umili origini, a cui si aggiunge la relazione con Otis, che non va come avrebbe sperato.

Inizio

Mimi Keene in una scena di Sex Education (2019 - 2023), serie tv Netflix

Nella quarta stagione il suo personaggio viene spogliato e così arricchito: ritrovatasi sola e senza amici, Ruby punta subito a far parte del gruppo popolare nella nuova scuola.

Ma in questo tentativo riesce anche a riscoprirsi in altro modo, confrontandosi con il suo passato – O, aka Sarah – e risolvendolo non con la ripicca, ma con il ripensamento.

Anche se un po’ monco, il suo finale racconta una Ruby più sicura, che vuole far parte di un nuovo gruppo in maniera diversa, ovvero nascondendosi molto di meno: non a caso, indossa i pantaloni fatti dalla madre, di cui fino a poco prima si era vergognata…

Eric Sex Education

Lily è uno dei personaggi più rappresentativi di Sex Education, che purtroppo esce definitivamente di scena alla fine della terza stagione.

Sulle prime Lily è alla disperata ricerca di un’esperienza sessuale, che le permetta di raccontare con più sincerità e consapevolezza il lato erotico dei suoi fantasiosi racconti fantascientifici, parte fondamentale della sua stessa personalità.

La scoperta della sua sessualità è forse un po’ meno vincente di altre: se sulle prime poteva essere interessante il kink del role play, il problema del vaginismo è portato in scena con un po’ troppa leggerezza.

Ma anche meno mi è piaciuto il personaggio di Ola, veramente insipido e senza personalità, che ha quel poco di interesse per quanto sia legata al personaggio di Lily stesso, in particolare quando la stessa viene censurata e umiliata nella terza stagione.

Jean Sex Education

Jean è, grazie soprattutto alla splendida interpretazione di Gillian Anderson, uno dei personaggi più esplosivi di Sex Education.

Una donna che è stata più volte messa alla prova dalla vita, in particolare dal turbolento matrimonio, che l’ha portata addirittura ad un breakdown mentale, e che si è costruita la sua piccola quotidianità con il figlio e le relazioni occasionali.

Il cambiamento arriva con l’entrata in scena di Jakob, personaggio con cui intraprende relazione molto altalenante, che si conclude in una sostanziale incompatibilità di vedute e di stili di vita, oltre all’impossibilità di reclamare la paternità di Joy.

Guida

Ma, mentre Jean fatica nelle relazioni, soprattutto in quella con Otis, diventa al contempo una guida importante per molti dei personaggi della serie, a cui trasmette i suoi preziosi insegnamenti per una sessualità più libera e consapevole.

Il suo percorso si conclude in qualche modo con la gravidanza, che le permette di riscoprirsi come madre, ma di vivere anche il dramma della depressione post-partum, un’occasione per la serie di raccontare una maternità definita anche da delle importanti ombre.

Manca purtroppo per il suo personaggio un riallacciare in maniera decisiva il rapporto con Otis, che avrebbe definito anche una maturazione dello stesso, che però si risolve solamente in poche, insufficienti, battute

Aimee Sex Education

Aimee è il personaggio che è più alla ricerca di una sua identità.

Il suo punto di partenza è insipido: fa parte del gruppo popolare della scuola perché lo sente come fondamentale per la sua identità, coltivando così solo segretamente l’amicizia con Maeve, e incastrandosi all’interno di una relazione insoddisfacente…

…in cui non fa altro che fingere di essere qualcun altro.

Personalità

I primi passi nella direzione giusta sono lasciare Adam e scegliere invece un altro ragazzo che le permetta veramente di cominciare ad esplorare la sua sessualità, e abbandonare il gruppetto di Ruby per coltivare invece l’amicizia positiva con Maeve.

Ma i punti di svolta, nel bene e nel male, avvengono dalla seconda stagione.

Nel penultimo ciclo di episodi Aimee comincia a sviluppare una sua personalità, intraprendendo un hobby che all’inizio sembra un disastro, ma che piano piano diventa un tratto distintivo del suo personaggio.

Trauma

Al contempo in questa stagione si sviluppa anche un dramma non indifferente, che è raccontato con un realismo piuttosto amaro, delle donne che non riescono ad accettare neanche con sé stesse di essere state aggredite.

Un trauma irrisolto che la porta ad allontanare sia il fidanzato che l’amica, per poi cominciare a rimettersi in piedi grazie all’aiuto delle sue compagne – vittime anche loro – e, in ultimo, grazie ad Isaac, che la aiuta a affrontare il trauma grazie ad una nuova passione: la fotografia.

Jackson Sex Education

In quattro stagioni, Jackson è forse il personaggio a cui vengono affidate più tematiche – forse anche troppe.

Il suo personaggio parte nel ruolo di star dello sport e beniamino del preside, intraprendendo una relazione non usuale con Maeve, purtroppo destinata al totale fallimento.

Scoperta

Il punto più interessante del suo personaggio è però nella seconda stagione, in cui cerca definitivamente di smarcarsi dal ruolo che ha portato sulle spalle per tutta la vita – la promessa dello sport…

…per provare invece un’altra passione e riscrivere così il rapporto con le sue madri.

Meno incisivo è il suo percorso nella terza e quarta stagione: prima tentando un rapporto con Cal, poi scoprendo altri lati della sua sessualità, e infine venendo finalmente a conoscenza delle sue turbolente origini.

Molti temi, che però avevano bisogno di più tempo per un personaggio indubbiamente interessante.

Viv Sex Education

Intorno al personaggio di Viv ruotano due importanti tematiche: il sexting e le relazioni abusive.

Nella seconda stagione il suo personaggio compie un interessante passo avanti, passando dall’essere il genio della scuola ad aprirsi anche a qualcos’altro grazie a Jackson, che diventa nel tempo anche il suo maggiore punto di riferimento.

Fantasia

Nella terza stagione Viv rischia nuovamente di ricadere in un modello non sano, ma per fortuna è anche capace di salvare sé stessa, e anzi di diventare la miccia che scatena la rivolta degli studenti negli ultimi episodi.

Parallelamente Viv racconta un tema veramente poco affrontato nelle serie teen: il sexting, che, insieme all’autoerotismo, permette di conoscersi meglio come persona e come coppia, esplorando vie meno canoniche, ma altrettanto intriganti.

Ma la parte che mi è piaciuta di più del suo personaggio si svolge nella quarta stagione.

Svolta

Per quanto avrebbe avuto bisogno di più episodi, la tematica della relazione tossica è raccontata in tutta la sua angoscia: un rapporto che nasce con un affetto improvviso ed inarrestabile – il cosiddetto love bombing – ma che svela poi il suo lato più violento.

Ed è fondamentale rappresentare un personaggio che riesce, pur fra mille dubbi e anche grazie al supporto dei suoi amici, a ribellarsi ad una situazione che rischiava di finire in tragedia…

…andando però anche a sottolineare come il suo ragazzo tossico possa affrontare un percorso di terapia e così superare questi problematici comportamenti.

Isaac Sex Education

Anche se non gode di ampissimo spazio nella serie, Isaac è un personaggio fondamentale per ben due motivi.

Anzitutto, offre finalmente la possibilità di rappresentare un personaggio disabile che non sia una figurina sullo sfondo, il classico personaggio di buon cuore che deve essere costantemente compatito dagli altri personaggi.

Anomalo

Al contrario Isaac presenta un carattere piuttosto turbolento, respingendo qualunque tipo di umiliante pietismo nei suoi confronti, e diventando quasi il villain del finale della seconda stagione.

Insomma, prima che un ragazzo disabile, Isaac è un personaggio assolutamente tridimensionale.

Inoltre la sua presenza nella serie permette anche di esplorare un tema veramente poco trattato, ovvero quello del desiderio e della soddisfazione sessuale di persone che apparentemente non posso averla – con Maeve prima, con Aimee dopo.

Invisibile

In ultimo, nella quarta stagione Isaac dà voce a quegli ostacoli invisibili agli altri, ma determinanti per una persona disabile, mostrando come anche cambiare un singolo elemento – l’ascensore rotto e le scale bloccate – può stravolgere la percezione del mondo.

Una scena che apre le porte anche ad un altro tipo di disabilità, ancora meno raccontata: la sordità.

Cal Sex Education

Cal e gli altri personaggi queer della quarta stagione introducono un tema ancora poco esplorato nei prodotti teen: le difficoltà della disforia di genere.

Il suo personaggio attraversa varie fasi in cui cerca di definirsi, prima come persona non-binary, poi ricercando un’identità forse più maschile, o almeno cercando di privarsi uno dei tratti sessuali primari – il seno – che aveva sempre cercato di nascondere.

Transizione

Il suo personaggio passa dall’essere piuttosto ribelle e sfuggente nella terza stagione – in cui si affrontano le difficoltà di una persona non binaria in una realtà definita dal bianco e nero – a diventare il protagonista della non semplice transizione.

In questa fase Cal vive diversi impulsi, che in principio permettono di riscoprire una sessualità esplosiva e incontrollabile, poi di sentirsi addosso il peso di un corpo in cui non si riconosce, e che non permette di integrarsi veramente all’interno della realtà scolastica.

Solitudine

Purtroppo Cal è un altro personaggio che avrebbe avuto bisogno di un’altra stagione intera per concludere il suo percorso, arrivando solo al primo passo: superare degli istinti suicidi purtroppo propri di molte persone transessuali…

…e al contempo aprirsi davvero alla transizione, non solo sessuale, ma anche relazionale.

In una quinta stagione che non vedremo mai, sarebbe stato splendido vedere un Eric che accompagnava Cal nel suo percorso di accettazione…

Hope Sex Education

Anche se la terza stagione non mi ha convinto fino in fondo, Hope non solo è un ottimo villain, ma è anche quello che permette di più ai personaggi di fare gruppo e di riscoprirsi.

Apparenza

Se si fa attenzione, la sua natura è svelata fin dalla sua primissima apparizione, soprattutto se la si confronta con Michael Groff: Hope si racconta – ed inizialmente viene percepita – come un personaggio cool, aperto al confronto con gli studenti.

In realtà è indicativo il modo in cui è vestita: totalmente di nero, con dei vestiti anche molto accollati, quindi con un colore che assorbe tutti gli altri, nello specifico i colori caldi e pieni della scuola – che persino Michael Gross indossava.

E infatti Hope spegnerà – o, meglio, tenterà di spegnere – i colori degli adolescenti, riducendoli ad una grigia neutralità.

Controllo

Come si scopre nel finale di stagione, questo comportamento deriva dal suo confronto ben poco sereno con le aspettative sociali: se anche Hope un tempo era una ragazza piena di sogni, questi le sono stati spenti dalla crudezza del mondo adulto.

Per questo la nuova preside cerca di trasmettere questa necessità di controllo e di rispetto delle regole – anche in picchi decisamente eccessivi come quello della retrograda educazione sessuale – perché i suoi alunni siano già pronti ad un mondo ostile.

In questo modo però Hope non si rende conto della necessità degli adolescenti di esprimersi e così di scoprire sé stessi, anche sbagliando, ma evitando così di diventare degli adulti grigi e senza personalità.

E questo passa anche dalla ribellione contro Hope che inevitabilmente avviene.

Sex Education Mean Girls

Sex Education è pieno di citazioni ad altri cult teen – e non solo.

Seguono spoiler su Mean Girls (2004), High School Musical (2006), Breakfast Club (1985) e Juno (2007).

Mean girls è in assoluto il film più citato, più o meno esplicitamente.

Se già di per sé il gruppetto dei ragazzi popolari è uno specchio aggiornato al nuovo decennio delle plastics, la prima citazione effettiva arriva alla fine della seconda stagione, quando il preside Groff sparge le pagine degli appunti di Jean in giro per la scuola, proprio come Regina George con il Burn Book alla fine del film:

Nella terza stagione, l’entrata in scena di Viv con il fidanzato è un riferimento esplicito alla famosa scena della camminata finita male di Cady con le sue nuove amiche (da 0:21):

Così ci sono altre due citazioni nella quarta stagione.

Anzitutto, nella prima puntata sia Ruby che Michael mangiano seduti in bagno, esattamente come la protagonista di Mean girls:

E nella penultima puntata, quando c’è la rivolta scolastica, uno dei ragazzi disabili interviene e qualcuno fra la folla dice che non viene neanche in questa scuola, come omaggio alla famosissima scena alla fine del film:

Un’altra citazione che ho semplicemente adorato è il ribaltamento della terrificante sequenza di Juno (2007) sull’aborto:

Così, anche se più indirettamente, Sex Education cita anche High School Musical, con l’imbarazzo di Jackson nel far parte del musical scolastico, allo stesso modo di Troy nel film.

Infine come non citare lo splendido riferimento a Breakfast Club nella scena della seconda stagione in cui le ragazze vengono obbligate a scrivere un tema su cosa le accomuni:

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Wednesday – La viralità casuale?

Wednesday (2022 – …) è una serie tv di produzione Netflix, creata da Alfred Gough e Miles Millar, le cui prime tre puntate sono state dirette da Tim Burton. Un prodotto che ha avuto un successo incredibile, sopratutto per il balletto di Jenna Ortega, diventato virale su TikTok.

Ma non è solo questo il motivo della sua popolarità.

Di cosa parla Wednesday?

Wednesday Addams, dopo aver tentato di punire i suoi compagni di scuola quasi uccidendoli, viene espulsa dalla scuola e mandata in un collegio per ragazzi speciali – frequentato, fra gli altri, da sirene, lupi mannari e altre creature magiche. Ma un mistero incombe sulla scuola…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Wednesday?

Jenna Ortega in una scena di Wednesday (2022), serie tv Netflix diretta da Tim Burton

Dipende.

Wednesday non è sicuramente la serie che mi aspettavo: credevo che mi sarei trovata davanti ad un Le terrificanti – e lo sono davvero! – avventure di Sabrina 2.0, quindi un prodotto molto focalizzato sulle dinamiche teen e con l’elemento trash strabordante.

Invece la serie si concentra principalmente sulla parte mistery e per questo è complessivamente godibile, andando ad ingranare sopratutto nella seconda parte.

Non manca di alti e bassi, comprese le dinamiche teen – che comunque ci sono – a tratti veramente noiose – e ve lo dice un’appassionata del genere teen drama. Il problema più grande riguarda ovviamente Wednesday: se siete appassionati del personaggio e sopratutto dei film degli Anni Novanta, vi sconsiglio di guardare questa serie.

Potreste arrabbiarvi moltissimo.

Un’ottima interprete…

Jenna Ortega, Luis Guzmán e Catherine Zeta-Jones in una scena di Wednesday (2022), serie tv Netflix diretta da Tim Burton

Avevo già ampiamente tessuto le lodi di Jenna Ortega per Scream 5 (2022)

E anche qui non mi ha deluso.

Non era per nulla facile mantenere un certo tipo di espressività e apparente impassibilità per l’intera serie, pur riuscendo al contempo a trasmettere le diverse emozioni per il suo personaggio, sopratutto nei momenti in cui si trova più in difficoltà.

Ma Jenna Ortega non solo ne è perfettamente in grado, ma è anche riuscita a diventare assolutamente iconica nel suo personaggio. Sicuramente essere in abile mani – anche se temporaneamente – come quelle di Tim Burton ha contribuito.

Ma io spero che questa serie sia solo il primo passo di una promettente carriera.

…un personaggio eccessivo

Jenna Ortega in una scena di Wednesday (2022), serie tv Netflix diretta da Tim Burton

Il problema principale di Wednesday è proprio la protagonista.

O, meglio, la sua assurda caratterizzazione.

Wednesday è un personaggio eccessivo, e da ogni punto di vista: è capace di fare ogni cosa, di risolvere ogni mistero, possiede delle conoscenze inimmaginabili, che vanno ben oltre all’ambito più grottesco e orrorifico che la caratterizzava originariamente.

Ne deriva un personaggio veramente insostenibile – a meno che non ce ne si innamori, ovviamente – una insopportabile so-tutto-io che guarda tutti dall’alto al basso. E, anche più grave, che compie azioni effettivamente criminali e violente, dai cui gli altri personaggi persino si dissociano.

E qui sta il principale problema.

L’importanza della contestualizzazione in Wednesday

Prima di scrivere questa recensione, mi sono guardata il film del 1991, La famiglia Addams, per riuscire meglio a comprendere i problemi del personaggio della serie – che erano in realtà già lampanti anche senza aver visto il film.

Nella pellicola Wednesday è un personaggio secondario della storia, che fa cose strane e grottesche all’interno di una famiglia che già di suo è strana e inquietante.

E funziona per due motivi.

Anzitutto, non esce praticamente mai dal contesto familiare, in cui le sue azioni sono ben integrate e per questo funzionano, anche dal punto di vista comico. Al contempo, non va mai fino in fondo nei suoi progetti violenti – e anche lì sta parte del fascino e dell’ironia del personaggio.

Christina Ricci in una scena di La famiglia addams 2 (1993)

Invece la Wednesday della serie tv, per quanto Netflix ci voglia convincere del contrario, viene messa all’interno di un contesto fondamentalmente normale – nel senso che, se si tolgono i poteri ai personaggi, sono dei normalissimi adolescenti con dinamiche molto classiche.

Al contempo, questo personaggio va fino in fondo nelle sue azioni, in scene davvero al limite del disturbante, che vanificano l’elegante equilibrio che invece caratterizzava il personaggio originale.

Allo stesso modo i suoi genitori non hanno un briciolo dell’iconicità degli attori dei film.

E a questo punto una domanda sorge spontanea…

Perché Wednesday ha avuto così tanto successo?

La risposta più ovvia potrebbe essere perché il balletto è andato virale su TikTok.

In realtà io credo che quello sia solamente la punta dell’iceberg.

Per quanto a me – e magari anche a voi che mi state leggendo – possa dare fastidio la caratterizzazione del personaggio, è proprio ad esso che probabilmente la serie deve il suo successo.

Dopo anni di protagoniste di prodotti teen timide e che devono farsi strada in un mondo nuovo, con questa serie i creatori hanno voluto portare in scena un personaggio incredibilmente potente, senza freni, e nella maniera più estrema possibile.

Jenna Ortega in una scena di Wednesday (2022), serie tv Netflix diretta da Tim Burton

Per certi versi mi ha ricordato The Mask (1994).

E infatti allo stesso modo mi viene da pensare che, analogamente al film di Jim Carrey, parte del successo di Wednesday sia dovuto a questo sogno di potenza che rappresenta – e che molto spesso caratterizza l’adolescenza.

Sopratutto se si è stati dei ragazzini emarginati, è facile aver avuto dei sogni di rivincita e di invincibilità verso gli altri, anche a volte andando a spaziare – nella formidabile fantasia adolescenziale – nell’elemento magico e surreale.

E Wednesday può essere, nonostante tutto, un sogno a cui rifarsi.

Da qui, la grande attrattiva del personaggio.

La (non) prevedibilità del mistero

Gwendoline Christie in una scena di Wednesday (2022), serie tv Netflix diretta da Tim Burton

Uno dei motivi per cui Wednesday non è scaduta nelle trame più banali e scontate, è proprio la costruzione di un mistero che, tutto sommato, risulta efficace.

L’elemento teen è infatti molto secondario – e vista la qualità, per fortuna! – mentre al centro della storia troviamo proprio i misteriosi omicidi e tutte le vicende connesse, che si intrecciano anche con l’evoluzione della protagonista.

Da un certo punto di vista il mistero può risultare molto prevedibile: la villain, interpretata da Christina Ricci, lascia un indizio molto evidente fin da quanto appare per la prima volta in scena con i suoi stivali coperti di fango – che saranno poi l’elemento risolutivo del mistero.

Jenna Ortega in una scena di Wednesday (2022), serie tv Netflix diretta da Tim Burton

Tuttavia, nonostante tutto, qualche elemento non è del tutto prevedibile – quasi fino all’ultimo ho avuto il dubbio su chi fosse l’Hyde, se Tyler o Xavier. E questo anche perchè la serie utilizza una serie di piccoli trucchi per sviare lo spettatore dalla risoluzione.

Dalla passione artistica di Xavier – tratto tipico del mostro secondo il bestiario – fino ai capelli biondi della Dottoressa Kinbott, che ricordano quelli della bambina scomparsa, Laurel Gates, la serie dissemina diverse false piste.

Uno spettatore più esperto potrebbe non lasciarsi così facilmente ingannare

Ma la serie è rivolta ad un pubblico di giovanissimi, quindi va bene così.

La strada più difficile

Jenna Ortega e Emma Myers in una scena di Wednesday (2022), serie tv Netflix diretta da Tim Burton

Una scelta che davvero non ho compreso della serie – anche se forse è dovuto al mio non essere adolescente da un po’ – è questa volontà di andarsi ad incastrare in una rete di relazioni romantiche una più fastidiosa dell’altra.

Oltre alla relazione di Enid, veramente poco interessante, Wednesday è costantemente assillata da due personaggi maschili che le ronzano intorno in maniera anche leggermente viscida, finendo per portarla persino fuori dal suo personaggio.

La cosa più semplice – e forse anche più sensata – sarebbe stata quella di instaurare una relazione fra Wednesday e Enid, anche in maniera non necessariamente troppo sguaiata. Oppure – anche meglio – ma forse è troppo avanguardistico per Netflix – proporre una protagonista asessuale o anche semplicemente non interessata o pronta alle relazioni.

Jenna Ortega e Moosa Mostafa in una scena di Wednesday (2022), serie tv Netflix diretta da Tim Burton

Ma sopratutto problematico appare il personaggio di Eugene.

Come ce lo vorrebbero presentare come il classico ragazzino sfigato che non riesce a farsi notare dalla ragazza di turno, in realtà è un rappresentante di una cultura molto tossica e diffusa anche oggi.

Infatti Eugene sbaglia in primo luogo a non arrendersi davanti al fatto che Enid non sia semplicemente interessata a lui, e continuando ad insistere in maniera veramente problematica. Il picco è in particolare è quando videochiama la ragazzina mentre questa è con Ajax e le chiede, con fare quasi accusatorio, cosa ci faccia lui lì.

Il male che ci hanno fatto certi teen drama è ancora incalcolabile…

Ballo Wednesday

Jenna Ortega in una scena di Wednesday (2022), serie tv Netflix diretta da Tim Burton

Tornando invece al balletto diventato virale su TikTok, lo stesso ha una storia un po’ particolare, sopratutto per chi non è pratico della piattaforma.

Anzitutto, è piuttosto interessante constatare che la scena nella serie tv ha molta meno importanza di quanto si potrebbe pensare: è un momento simpatico, di passaggio, all’interno di una puntata che parla di tutt’altro.

E sopratutto, contrariamente a quanto pensavo, non è un momento di realizzazione o di rivincita della protagonista, come tipico di questi prodotti.

Jenna Ortega in una scena di Wednesday (2022), serie tv Netflix diretta da Tim Burton

Ancora più interessante se si pensa che la canzone che è diventata virale del video non è la canzone effettiva della scena: nella serie Jenna Ortega balla sulle note di Goo Goo Muck dei Cramps, mentre nel video diventato virale su TikTok la canzone è Bloody Mary di Lady Gaga.

Ma se guardate la scena, in effetti non potrebbe calzare più a pennello: 

https://www.tiktok.com/@beats_op_2099/video/7174077827715779867?q=wednesday%20dance&t=1674662777968
https://www.tiktok.com/@beats_op_2099/video/7174077827715779867?q=wednesday%20dance&t=1674662777968
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Malcolm in the middle – Il dramma della classe media

Malcolm in the middle (2000-2006), in Italia noto semplicemente come Malcolm, è un piccolo cult della televisione di inizio Anni Duemila.

Una sitcom, se così vogliamo definirla, ma più che altro una serie comedy veramente unica nel suo genere.

Perché Malcolm in the middle è una sitcom diversa

Frankie Muniz, Erik Per Sullivan e Justin Berfield in una scena di Malcolm

Solitamente le sitcom – anche quelle più rinomate – sono caratterizzate da trame semplicissime, con dinamiche incredibilmente prevedibili e concetti facilmente digeribili per il pubblico medio.

Nel suo piccolo – e nella sua follia – Malcolm in the middle riuscì a scardinare questo concetto.

Raccontando la storia di una famiglia povera e folle insieme, e col suo taglio a tratti quasi surreale, la serie è riuscita a portare in scena una storia credibile e al contempo incredibilmente appassionante.

Oltre a raccontare in maniera più efficace i disagi della classe media statunitense: le famiglie strozzate dai debiti, le condizioni di lavoro distruttive e le dinamiche sociali imprevedibili.

Un racconto che si vede molto bene in particolare in due episodi: L’assicurazione (7×02) – in cui Hal, il padre di famiglia, si dimentica di pagare l’assicurazione sanitaria e impazzisce perché i suoi figli non si facciano male, pena sborsare soldi che non ha – e in Doni fatti in casa (6×06) – di cui parleremo più avanti.

Insomma, una serie che ha molto più da raccontare di quanto sembri.

Top 5 episodi Malcolm in the middle

Una selezione dei cinque episodi migliori di Malcolm in the middle, da cui magari partire per farsi un’idea del prodotto.


La partita perfetta (2×20)

or. Bowling

Frankie Muniz e Jane Kaczmarek in una scena di Malcolm

Una puntata che è una sorta di what if sdoppiato: Malcolm e Reese vanno al bowling e si racconta cosa sarebbe successo se li avesse accompagnati Lois o Hal. Intanto, Dewey rimane a casa in punizione.


Una puntata che mi piace moltissimo perché è costruita alla perfezione nell’alternare le due versioni e portando dinamiche per nulla prevedibili, anzi…


Se i ragazzi fossero ragazze (4×10)

or. If Boys Were Girls

Jennette McCurdy in una scena di Malcolm

La puntata più what if di tutte: mentre deve accompagnare i ragazzi al centro commerciale per comprare nuovi vestiti, Lois immagina se avesse avuto tre figlie femmine. Ma non è tutto oro quello che luccica…


La puntata che guardo a ripetizione perché è esilarante il comportamento delle controparti femminili dei protagonisti e le dinamiche che si creano, anche grazie al casting perfetto. Nonostante non manchino stereotipi di genere piuttosto infelici, è comunque una puntata che apprezzo anche oggi.


Un Natale difficile (5×07)

or. Christmas Trees

Frankie Muniz, Erik Per Sullivan, Justin Berfield, Brian Cranston in una scena di Malcolm

Dal momento che la sua azienda lo costringe a due settimane di ferie non pagate sotto Natale, Hal decide di intraprendere una folle scommessa coi suoi figli: vendere alberi di Natale.


Una puntata che rappresenta benissimo questo senso di impotenza e di fallimento della classe media statunitense impoverita, che deve continuamente mettersi in gioco per riscattarsi, inseguendo il sogno impossibile del self-made man.


Blackout (7×07)

or. Blackout

Erik Per Sullivan in una scena di Malcolm

Un palloncino si impiglia nei pali della luce e crea un blackout in tutto il quartiere. Proprio la sera che ogni personaggio aveva un suo piano da portare a termine…


Adoro la costruzione di questa puntata: si intrecciano diverse vicende e pianificazioni, e la situazione viene mostrata dai diversi punti di vista dei personaggi, in venti gustosissimi minuti pieni di colpi di scena.


Una nuova famiglia (5×14)

or. Malcolm Dates a Family

Frankie Muniz, Erik Per Sullivan, Justin Berfield in una scena di Malcolm

Lois intraprende una guerra personale contro la Pizzeria da Luigi, il ristorante preferito della famiglia. E i suoi familiari si organizzano di conseguenza. Intanto Malcolm conosce la famiglia della sua nuova ragazza, con esiti inaspettati.


Già la storyline della pizza è stupenda, ed è una di quelle puntate che adoro in cui Hal lavora in combutta con i suoi figli. Ma anche le altre storyline viaggiano sul taglio surreale e comico, che ho apprezzato – persino quella di Francis.

Questa recensione contiene piccoli spoiler – anche se è difficile farli per un prodotto del genere – più che altro sull’evoluzione dei personaggi e le situazioni in cui si trovano.

I fratelli

I quattro fratelli sono il cuore della serie stessa, e hanno ognuno una propria interessante evoluzione, anche per gli anelli più deboli.

Malcolm

Malcolm è un protagonista anomalo, che per certi versi ha anticipato i tempi.

Un protagonista assolutamente imperfetto, quasi negativo, e che mette più volte in scena la sua insicurezza.

In prima battuta è raccontato come il piccolo genio – elemento che è portato avanti organicamente per tutti gli episodi – la cui genialità però gli si rivolta anche contro e che, sopratutto all’inizio, è più una vergogna che un vanto – come si vede bene nella puntata Il picnic (01×08).

Frankie Muniz in una scena di Malcolm

Più entra nell’adolescenza, più Malcolm mischia la sua insicurezza con una sorta di vanità – per sua stessa ammissione. Continua ad inseguire dei riconoscimenti sociali, illudendosi di star simpatico a tutti e andando dietro a diverse ragazze nel corso delle puntate.

La sua incapacità di rapportarsi con l’altro sesso è ben raccontata in due puntate in particolare: in La ragazza di Malcolm (3×04) il protagonista si mette con la sua prima fidanzata – che fra l’altro non vediamo mai in faccia – e vive la situazione in maniera assolutamente folle.

Altrettanto assurda è la relazione segreta con Nicki a partire dalla puntata II gusto del pericolo (4×06), ripresa nelle dinamiche anche nella puntata Un amore segreto (7×06).

La puntata migliore di Malcolm

Finalmente al liceo (4×02)

or. Humilithon

In questa puntata Malcolm arriva finalmente al liceo e cerca di cambiare vita e diventare popolare. Ma Lois ha altri programmi in serbo per lui…


Per me è la puntata migliore dedicata a questo personaggio perché ne racconta veramente l’essenza: nonostante Malcolm sia incredibilmente intelligente – e ne è consapevole – sente al contempo che lo status sociale che ne consegue gli stia stretto.

E cerca di sfuggirne.

Reese

Reese è la scheggia impazzita, il personaggio imprevedibile e che compie le azioni più assurde e senza senso.

Ha una costruzione complessivamente organica per tutta la serie, con degli interessanti picchi drammatici quando si prospetta il suo futuro da nullafacente – in particolare nella incredibile puntata Un amore segreto (7×06), in cui Lois sogna un ipotetico Reese del futuro che non si è ancora diplomato.

Ma la bellezza del suo personaggio è proprio nella sua ingenuità e fantasiosità nell’affrontare la situazioni più assurde, per esempio nell’incredibile puntata Condivisione (7×05), in cui si auto-spedisce in Cina – o crede di farlo – per prendere a botte il suo amico di penna.

Justin Berfield in una scena di Malcolm

Una svolta interessante del suo personaggio è quando scopre la sua passione per la cucina – elemento che purtroppo si va un po’ a perdere nelle stagioni successive.

Già di per sé la puntata Scuola di cucina (2×18) è piacevolissima, ma lo è ancora di più il picco di questa linea narrativa, ovvero la puntata Il giorno del Ringraziamento (5×04), in cui Reese fa di tutto – e davvero di tutto – per preparare la cena perfetta per il Ringraziamento.

Senza contare ovviamente l’indimenticabile intuizione del blallo, che è tutta da scoprire:

La puntata migliore di Reese

Il saggio di ammissione (5×15)

or. Reese’s apartment

In questa puntata Reese fa qualcosa di talmente indicibile che è raccontato fuori scena. Per questo – e per l’ennesima volta – i suoi genitori lo cacciano fuori casa, e lui va vivere da solo.


Per me è la puntata migliore dedicata a questo personaggio perché racconta un lato imprevedibile di Reese, che riesce a rimettersi apparentemente in riga e a diventare uno studente e cittadino modello.

Non l’unica puntata con questa tematica, ma quella più efficace.

Dewey

Dewey è il personaggio che fra tutti ha l’evoluzione più interessante.

Il suo cambio di personalità è andato di pari passo con la crescita dell’attore, che è stata ben più drastica rispetto a quella dei suoi fratelli. Dewey infatti comincia come personaggio abbastanza secondario, la cui personalità si riassume in quella di un qualunque bambino che vuole essere al centro dell’attenzione della sua famiglia.

Particolarmente iconica in questo senso la puntata L’ingorgo (2×01) – che fra l’altro è anche una delle mie preferite – in cui Dewey vive le più incredibili avventure proprio guidato dalla sua ingenuità e buon cuore.

Il personaggio di Dewey

Frankie Muniz, Erik Per Sullivan, Justin Berfield in una scena di Malcolm

Facendosi più grande, Dewey passa da essere un ingenuo bambino al secondo genio della famiglia, che scopre la sua grande passione per la musica – che lo porterà anche a scontrarsi con Malcolm nella puntata Il santo (6×18).

L’inizio di questa caratterizzazione comincia nella fantastica puntata In visita al collage (5×16), in cui Dewey, davanti al rifiuto del padre di comprargli un pianoforte, trova un’interessante soluzione alternativa…

Le puntate successive più interessanti in questo senso sono Il matrimonio (7×11) – in cui Dewey cerca di andare ad una gara di piano e Lois gli dà un’importante lezione di vita – e Opera (6×11) – in cui scrive un’opera lirica sulla sua famiglia.

La puntata migliore di Dewey

Una terribile vecchietta (2×11)

or. Old Ms. Old

Dewey rompe apposta lo zaino e Lois si rifiuta di comprargliene uno nuovo. Per questo Dewey decide, in tutta la sua ingenuità, di usare una borsa da donna.


Mi piace particolarmente questa puntata perché racconta perfettamente la prima fase di questo personaggio, in cui se ne infischia totalmente delle conseguenze e utilizza la borsa di sua mamma semplicemente perché è comoda.

Inoltre, la puntata regala un finale piacevole e per nulla scontato.

Francis

Francis è il personaggio con cui ho sinceramente più problemi all’interno di questa serie.

Questo perché, nonostante non sia di per sé un cattivo personaggio, l’ho vissuto per la maggior parte delle puntate come un riempitivo che diventava sempre meno interessante all’interno della storia.

Infatti, come ogni sitcom, ogni puntata è divisa in due – o più – linee narrative auto conclusive. E, fino alla quinta stagione, una era sempre dedicata a questo personaggio, nelle sue improbabili avventure in ben tre situazioni diverse.

E, per quanto abbia abbastanza apprezzato quasi tutte le vicende all’Accademia Militare nelle prime stagioni, mi sono risultate col tempo sempre più indigeste quelle invece dell’Alaska e poi del ranch – sempre più improbabili e meno interessanti.

Il personaggio di Francis

Frankie Muniz e Christopher Masterson in una scena di Malcolm

E infatti, dalla quinta stagione in poi, la sua linea narrativa subisce una brusca svolta, e viene ripresa solo in alcune puntate per il resto della serie.

Complessivamente Francis è un personaggio abbastanza bidimensionale: molto simile a Reese per certi versi, si definisce fondamentalmente attraverso il conflitto con le figure femminili della sua famiglia – la nonna e la madre – e in generale con tutte le figure autoritarie – che siano il Colonnello Spangler o la Lavernia.

Il suo conflitto con Lois si intensifica ancora di più con l’arrivo della nuova moglie, Piana, nella puntata che preferisco dedicata al suo personaggio.

La puntata migliore di Francis

Il compleanno di Hal (3×15)

or. Hal’s Birthday

In occasione del compleanno di Hal, Lois vuole sorprendere il marito facendo tornare a casa Francis dal collage. Ma con il figlio maggiore viene anche la nuova moglie, Piana…


Mi piace particolarmente questa puntata perché racconta meglio di tutte il rapporto conflittuale fra Francis e Lois: nonostante alla fine Piana sia un personaggio ricorrente e quindi rimanga nel tempo, subito Lois l’accoglie con freddezza e risentimento.

E, per Francis, è l’ulteriore dimostrazione di come la madre non accetti nulla della sua vita.

I genitori

La coppia di Hal e Lois rappresenta una perfetta – e incredibilmente interessante – controparte rispetto ai figli, che sono sostanzialmente ingestibili.

Ma è fantastico anche il loro rapporto, sopratutto dal punto di vista sessuale: in Malcolm in the middle si parla molto più di quanto ci si potrebbe aspettare di sesso – nonostante non sia mostrato.

Hal

Il personaggio di Hal è indubbiamente arricchito dalla fantastica interpretazione di Bryan Cranston.

Anche guardandolo doppiato, è impossibile non innamorarsi della recitazione corporea e facciale di questo attore, che è la punta di diamante di questa serie.

A dimostrazione che non è solo un superbo attore drammatico in Breaking bad, ma anche un ottimo interprete comico.

Il suo personaggio è comico, ma sopratutto grottesco: rappresenta appieno il classico uomo della middle class, intrappolato in un lavoro noioso e ripetitivo – oltre che punitivo. Per questo, cerca continuamente una via di fuga, rincorrendo via via nuove ossessioni, una più strampalata dell’altra.

In questo senso le puntate più divertenti sono sicuramente La nuova classe di Dewey (5×18) – in cui Hal scopre insieme a Craig la mania per la danza alla sala giochi – e sopratutto Pensare e poi parlare (4×07) – in cui entra in un’assurda competizione sportiva.

Il personaggio di Hal

Brian Cranston in una scena di Malcolm

Altrettanto gustosa è la linea narrativa riguardante il suo processo, dovuto alle false accuse all’interno della sua azienda.

Oltre ad essere incredibilmente divertente e piena di colpi di scena, il finale della duologia delle puntateArresti domiciliari Parte I e II (5×21 – 5×22) – ci racconta moltissimo su quest’uomo distrutto dal lavoro, ma che comunque non ha voluto farsi ingabbiare – e a qualunque costo…

La puntata migliore di Hal

Doni fatti in casa (6×06)

or. Hal’s Christmas gift

È Natale, e per l’ennesima volta la famiglia si trova sommersa dai debiti e senza soldi per fare i regali. Lois quindi decide che quest’anno si faranno regali fatti in casa.


La puntata che meglio racconta l’aspetto più grottesco del personaggio di Hal: davanti all’impossibilità di fare dei bei regali ai suoi figli, tenta il tutto per tutto per non essere un pessimo padre…

Lois

Il personaggio di Lois è quello che più di tutti necessità di una contestualizzazione all’interno della serie.

Infatti, se messa in un contesto realistico – più di tutti gli altri – sarebbe un personaggio totalmente da condannare, quasi da cronaca nera. E i comportamenti, per quanto esagerati, dei suoi figli non giustificano i suoi comportamenti.

La prima volta che la vediamo veramente all’azione è in L’unione fa la forza (1×02), in cui Lois crede che uno dei suoi figli le abbia distrutto l’abito da sera. Per questo li punisce severamente, cercando anche di metterli uno contro l’altro.

Successivamente non mancano le volte in cui questa madre terribile caccia i suoi figli di casa o impedisce loro di accedere ai beni essenziali: è il caso sempre di Un amore segreto (7×06), in cui Lois impedisce a Reese di mangiare, avere vestiti puliti e un tetto sopra la testa, e ancora quando lo caccia nella già citata puntata Il saggio di ammissione (5×15).

Il personaggio di Lois

Jane Kaczmarek in una scena di Malcolm

E più volte vengono citate le più assurde punizioni: dal tagliare l’erba del prato con le forbicine a pulire il bagno finché non ci si possa mangiare sopra…

È anche una madre che controlla ossessivamente i figli, sopratutto Malcolm: così in In visita al collage (5×16), quando lo accompagna forzatamente alla visita delle università, o nella già citata puntata Finalmente al liceo (4×02).

Tuttavia altre puntate cercano un po’ di ridimensionare il personaggio come madre lavoratrice che ha sulle spalle tutto il peso emotivo della casa e della famiglia.

Così in Il club del libro (3×03) – con un’interessantissima riflessione sulla donna moderna e sull’invidia sociale – e in Rapporti anonimi (3×10) – con una riflessione analoga sul ruolo della donna nella società.

Ma già in Il compleanno di mamma (2×03) era chiara la drammaticità del suo personaggio.

La puntata migliore di Lois

Contestazioni (2×16)

or. Traffic Ticket

Lois è convinta di essere stata multata da un poliziotto corrotto, e per questo è sicura di avere ragione.


Un picco davvero interessante per questo personaggio, che deve per la prima volta rimettersi in discussione, nonostante per tutto il tempo cerchi costantemente di combattere per i suoi principi.

I fantastici personaggi secondari di Malcolm in the middle

Malcolm in the middle gode di un ampio gruppo di personaggi secondari assolutamente irresistibili. Dal momento che sono tantissimi, mi limiterò a raccontare i miei tre preferiti.

Jessica

Jessica è il mio personaggio secondario preferito.

Comincia come la babysitter dei protagonisti, nonostante sia loro coetanea, nella puntata Stereo store (4×13), in cui si dimostra immediatamente come la ragazza manipolatrice, che riesce a fregare i protagonisti.

Nella seconda fase delle sue apparizioni si mostra come il suo comportamento venga dalla sua famiglia tossica e problematica – padre ubriacone e in galera – che infatti la porta ad essere più volte ospite della famiglia di Malcolm, in particolare nella già citata puntata Condivisione (7×05).

Adoro il suo personaggio perché è incredibilmente subdola, ma al contempo davvero irresistibile nei comportamenti. Fra l’altro interpretata dalla splendida Hayden Panettiere, diventata un sex symbol più avanti negli anni, mentre in questa serie venne notevolmente imbruttita.

La puntata migliore di Jessica

Pearl Harbour (6×04)

or. Pearl Harbour

Jessica convince Malcolm che Reese è gay, e viceversa. Il tutto solamente per raggiungere i suoi scopi…


Una delle puntate più geniali di questo personaggio, dove si uniscono due tendenze opposte: l’omofobia benevola che circolava in quegli anni e una sorta di accettazione della comunità queer.

Mr Herkebe

Mr. Herkebe è un altro secondario fantastico.

Un’introduzione veramente interessante a partire dalla terza stagione, andando a sostituire un personaggio che personalmente non ho mai apprezzato: Mrs. Miller, la lacrimevole e insopportabile insegnante delle prime due stagioni.

Al contrario, Mr Herkebe è di fatto più un antagonista che un secondario, contro il quale Malcolm – e anche Hal in un episodio – si devono scontrare. È malignamente e irresistibilmente subdolo e malvagio, come dimostra fin dalla sua prima apparizione in La graduatoria (3×02).

E continua ad esserlo in diverse occasioni, in particolare in L’asta (6×13) – in cui incastra Malcolm in un club per il suo tornaconto – e in La gara dei cervelloni (4×16) – in cui fa di tutto per far vincere una competizione ai suoi studenti.

La puntata migliore di Herkebe

La graduatoria (3×02)

or. Emancipation

Malcolm e i suoi compagni incontrano il loro nuovo insegnante, Lionel Herkebe, che cerca di fare di tutto per farli migliorare…


L’introduzione di questo personaggio è anche il suo momento migliore, quello in cui si dimostra non tanto malvagio, ma sopratutto tremendamente ambizioso e vanitoso.

Craig

Craig è uno dei personaggi secondari più ricorrenti e iconici della serie.

Perdutamente innamorato di Lois, si scontra continuamente sia con lei che con la sua famiglia, sopratutto con Hal, in Il compleanno di mamma (2×03), ma in particolare in L’appartamento segreto (5×02), in cui diventa sostanzialmente un villain.

Non del tutto appiattito in questo ruolo, ma riflette molto bene l’ossessione di quel periodo verso l’obesità: Craig è buffo, pasticcione e quasi grottesco, è quel classico personaggio passivo aggressivo che si sente continuamente la vittima.

Ma, proprio per quel motivo, dà molto colore alla serie.

La puntata migliore di Craig

Pensare e poi parlare (4×07)

or. Malcolm Holds His Tongue

Reese vuole portare la sua nuova ragazza ad un concerto, ma suo padre si rifiuta di accompagnarli. Per questo cerca di convincere Craig…


In questa puntata in particolare si racconta la solitudine del personaggio di Craig, che si emoziona oltre ogni misura per quello che di fatto è un inganno, ma gli permette di stare in compagnia.

Il doppiaggio di Malcolm in the middle

Malcolm in the middle ha una peculiarità: il doppiaggio è veramente ottimo – tanto che io ad oggi non ho ancora fatto un rewatch in inglese. Tuttavia l’adattamento è molto latente in diversi punti.

E ci sono due momenti emblematici.

Nella puntata L’ingorgo (2×01) Francis scommette di essere in grado di mangiare cento quacks, caramelle gommose a forma di papera. Non riesce a mangiare le ultime quattro e un suo compagno dice:

No one said that he had to eat all the quacks. They just have to be inside his body, right?

Nessuno ha detto che doveva mangiare tutte le paperelle. Basterebbe che fossero dentro il suo corpo, giusto?

Andando ad intendere che Francis potrebbe anche rigettare tutte le caramelle, ma se le avesse dentro il suo corpo almeno per un momento basterebbe per vincere la scommessa.

E infatti Francis se le mette in bocca e le ingoia.

E invece in italiano dice:

Nessuno ha detto che doveva mandarle giù. Quindi sarebbe sufficiente che le mettesse in bocca, giusto?

Cosa che appunto non ha assolutamente senso nella scena, perché Francis le manda giù.

Scuola di cucina in Malcolm

Justin Berfield in una scena di Malcolm

Un’altra ingenuità di adattamento è dovuta a un problema di mancanza di sfumature di significato in italiano.

Infatti, alla fine della puntata Scuola di cucina (2×18), a Reese viene impedito di cucinare. E in originale il suo personaggio dice:

You said no cooking. The cake is baking!

Ed è di fatto intraducibile, per è un gioco di parole fra la parola cooking, che significa più genericamente cucinare, e baking, che invece fa riferimento specifico ai prodotti da forno. E in italiano infatti diventa:

Hai detto niente cucina! La torta è nel forno.

Un finale amaro di Malcolm

Justin Berfield e Frankie Munizin una scena di Malcolm

Il finale di Malcolm in the middle è uno dei più belli e al contempo amari che ho visto in una serie tv.

Non proseguire se non vuoi spoiler!

L’amarezza sta sopratutto nel personaggio di Malcolm: nonostante abbia dimostrato più e più volte di essere un genio sostanzialmente in tutto e di meritare più di chiunque altro di andare in un college prestigioso, non può farlo se non con tanta fatica.

E questo solamente per la sua condizione sociale.

E infatti alla fine si crea questo parallelismo quasi grottesco in cui Reese, diventato ormai assunto nella scuola come bidello, telefona al fratello, che gli racconta la sua vita al college. La telecamera si allontana e mostra che anche Malcolm sta facendo il bidello.

Come molti giovani statunitensi prima di lui, per non essere sommerso dai debiti universitari, deve alternare lo studio con un lavoro, e pure umilissimo.

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La vita bugiarda degli adulti – Non per me

La vita bugiarda degli adulti (2023 – …) è una serie tv italiana di produzione Netflix, tratta dal romanzo omonimo di Elena Ferrante.

Ho superato il mio naturale repulsione verso questo tipo di prodotti per avere l’occasione di collaborare con Cristina (@cristinasponk), che ha arricchito questa recensione con un confronto col romanzo.

Una buona idea?

Di cosa parla La vita bugiarda degli adulti?

Giovanna vive nel mito della zia Vittoria, personaggio odiato dai genitori ma che lei vuole assolutamente conoscere…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere La vita bugiarda degli adulti?

Sì e no.

È molto difficile raccontare oggettivamente una serie che, anche se non mi è piaciuta, non è neanche un cattivo prodotto.

Mi sento di consigliarvela se vi interessano le serie con un profondo taglio drammatico e realistico – di cui, se seguite la serialità italiana, avrete molto più esperienza di me. Anche comunque con una regia più che buona e una caratterizzazione dei personaggi complessivamente funzionante – pur all’interno di una sceneggiatura non del tutto vincente.

Una regia intrusiva

Partiamo dal punto più positivo della serie tv: la regia è piacevole e ben fatta.

Ma non mi aspettavo niente di meno da Edoardo De Angelis, vincitore del David di Donatello per Indivisibili (2016),

La macchina da presa segue e insegue fedelmente i personaggi, gli entra dentro e coglie i più piccoli particolari che raccontano una marea di significati anche in una sola inquadratura. E, al contempo, si concentra sugli ambienti che li raccolgono, indugiando sugli stessi in maniera anche inaspettata…

Insomma, un elemento che da solo eleva il livello della serie.

Sorprese e insipidezza

La caratterizzazione dei personaggi – la scelta degli abiti e del modo in cui parlano – è piuttosto indovinata.

Si vede chiaramente la differenza sociale fra le varie figure in scena: da Angela e Ida, che sono nate signore – con i loro abiti e capelli perfetti – a Giovanna, che invece si vede essere figlia di intellettuali di sinistra, ma nati dal basso.

E da questo punto di vista è particolarmente significativa la caratterizzazione di Andrea, il padre di Giovanna. Infatti, come per la maggior parte del tempo parla in maniera forbita e ricercata, in certi momenti – quando perde la pazienza e con Vittoria – scade nel dialetto.

Valeria Golino La vita bugiarda degli adulti

E il dialetto nella serie è spia di un condizione sociale inferiore, particolarmente nel personaggio di Vittoria, considerata fondamentalmente l’ultimo gradino della scala sociale. E non c’è un momento in cui si toglie dalla bocca il dialetto – unica lingua che conosce – con una Valeria Golino che mi ha sinceramente sorpreso.

Sul versante totalmente contrario, il personaggio di Giovanna mi è risultato incredibilmente insipido.

Non so se sia colpa dell’attrice, ma ho avuto per la maggior parte del tempo la sensazione che Giordana Marengo fosse stata diretta male. È alquanto possibile che le abbiano detto di mantenere l’espressione fredda e accigliata che caratterizza il personaggio per tutto il tempo, rendendola di fatto inespressiva.

Un tira e molla

La parte che mi ha meno convinto della pellicola è proprio la gestione della storia.

Non ho purtroppo la capacità di capire quanto sia colpa degli sceneggiatori e quanto del materiale di partenza – Cristina ve lo saprà dire. Tuttavia, sopratutto nella seconda parte, mi è sembrata per molti versi insensata e un inutile tira e molla.

Ho avuto proprio la sensazione di un fastidioso girotondo, che forse voleva raccontare una storia reale con dinamiche reali – compreso il rapporto strano e altalenante fra Vittoria e Giovanna. Tuttavia questo mi ha portato anche alla consapevolezza che questo non è il genere e il tipo di storia che mi interessa fruire.

E questo riguarda anche i libri di Elena Ferrante.

Sopratutto se vi è un certo tipo di rappresentazione della sessualità che mi ha infastidito, se non addirittura disturbato…

Il parere della lettrice su La vita bugiarda

Un confronto con il romanzo di ispirazione a cura di Cristina (@cristinasponk)

Due anni prima di andarsene di casa mio padre disse a mia madre che ero molto brutta.

La frase fu pronunciata sottovoce, nell’appartamento che, appena sposati, i miei genitori avevano acquistato al Rione Alto, in cima a San Giacomo dei Capri. Tutto – gli spazi di Napoli, la luce blu di un febbraio gelido, quelle parole – è rimasto fermo.

Io invece sono scivolata via e continuo a scivolare anche adesso, dentro queste righe che vogliono darmi una storia mentre in effetti non sono niente, niente di mio, niente che sia davvero cominciato o sia davvero arrivato a compimento: solo un garbuglio che nessuno, nemmeno chi in questo momento sta scrivendo, sa se contiene il filo giusto di un racconto o è soltanto un dolore arruffato, senza redenzione.”

L’omonimo romanzo del 2019 di Elena Ferrante – si dice sia uno pseudonimo, lo sapevate? – ripercorre con una narrazione in prima persona al passato la vita di Giovanna, dalla pubertà all’adolescenza. 

La trama è pressoché la stessa della serie, con qualche piccola divergenza che nel complesso ne va a modificare il tono: nei primi capitoli, Giovanna vive la relativa spensieratezza dell’infanzia, segnata da qualche preoccupazione legata alla scuola e a questa apparente somiglianza alla terribile zia Vittoria, una sagoma senza volto, un demone della Napoli bassa che aveva tormentato la giovinezza dei suoi genitori.

Ma al contrario della serie, nel libro Giovanna è una figlioletta modello tutta vestitini rosa e dizione perfetta, che venera i genitori con cui condivide un ottimo rapporto.

Ribellione graduale

La sua ribellione è graduale: comincia raccontando delle bugie ai suoi per potersi avvicinare sempre più a Vittoria, e al tempo stesso asseconda la zia in qualsiasi cosa pur di farsi ben volere. È solo quando vengono a galla il tradimento del padre e l’instabilità mentale di Vittoria che Giovanna attraversa un vero e proprio periodo di ribellione: trascura gli studi, non dà più valore al proprio corpo, non cura più gli affetti.

Spesso, nel romanzo, la Ferrante si sofferma sui pensieri di Giovanna, ossessivi e ripetitivi, che come per ogni adolescente sono diversi da ciò che poi effettivamente dice. Nella serie, pur essendo presenti momenti di narrazione voice-over, spesso questi monologhi interiori vengono trasformati in dialoghi.

Pensate alla scena in cui Giovanna sale in macchina con Corrado e Rosario: nel libro è chiara la distinzione tra la Giovanna-di-fuori, svampita e sciocca, e quella interiore, che si meraviglia del potere che il suo corpo esercita su quei ragazzi, e prova disgusto per loro e per se stessa

I pensieri di Giovanna

Nell’adattamento seriale Giovanna tronca improvvisamente le civetterie con un Ma com’è possibile che non vi accorgete dello schifo che mi fate? Che mi faccio io stessa? lasciando i due ammutoliti e facendo calare una freddezza impacciata su una scena che avrebbe dovuto lasciare solo a lei (e a noi) un retrogusto amaro.

Perché nel libro è Giovanna la unica protagonista, il punto di vista della narrazione appartiene solo a lei, non assistiamo mai a scene tra soli adulti come nella serie; leggiamo i suoi pensieri, vediamo attraverso i suoi occhi, speculiamo assieme a lei mentre cerchiamo di mettere insieme i pezzi del dramma della sua famiglia.

E il braccialetto di rubini è uno dei pezzi fondamentali, assume un significato simbolico nella rete di bugie che avviluppa Giovanna.

Quello che inizialmente è un dono puro, ambasciatore dell’infrangibilità dei legami familiari, regalatole da Vittoria per celebrare la sua nascita, diventa poi il portavoce di un tradimento, viene spogliato della sua purezza perché sfruttato meschinamente dal padre che lo regalò all’amante.

E, alla fine, così come accade per tutti gli altri personaggi del romanzo, si rivela per quello che è sempre stato: un oggetto macchiato di falsità, testimone della crudeltà con cui si tratta la famiglia, sottratto da Enzo alla propria madre morente per darlo alla madre di Vittoria.

La vita bugiarda degli adulti libro consigliato?

Proprio nelle ultime pagine Giovanna avrebbe il potere di insozzarlo ancora di più, di servirsene egoisticamente per ferire come hanno sempre fatto tutti, tradendo l’amicizia di Giuliana e prendendosi il suo tanto amato Roberto

Potrebbe diventare anche lei protagonista effettiva nella vita bugiarda degli adulti, ma sceglie di non farlo.

Consiglio il libro?

Sì, sia a chi ha apprezzato la serie, sia a chi non è piaciuta.

È una lettura triste ma molto coinvolgente, scorrevole, che rende facile rispecchiarsi nei problemi adolescenziali di Giovanna e in tutte le segretezze e vaghe assurdità della vita familiare.

Ma non lo definirei un romanzo coming-of-age: è scritto in chiave adulta, per adulti, con passaggi espliciti legati soprattutto al sesso che risultano volutamente disturbanti. E poi il titolo è una bomba.

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Biopic Drammatico Legal drama Serie tv Teen Drama True Crime

The girl from Plainville – La semplice apparenza

The girl from Plainville è una serie tv di produzione Hulu (la succursale adulta di Disney+) con protagonista Elle Fanning. Un prodotto che si propone di raccontare un caso di cronaca nera avvenuto fra il 2012 e il 2020: una giovane ragazza spinse il suo fidanzato, tramite messaggi, a suicidarsi.

Un racconto non poco grottesco, che riesce a centrare alcuni elementi, come l’ottimo casting della protagonista, ma pecca drammaticamente in altri. Ma, come altri prodotti di cui abbiamo parlato in tempi recenti, ci sono ottimi motivi per cui potrebbe piacervi, e anche molto.

Di cosa parla The girl from plainville?

Come anticipato The girl from plainville racconta la storia veramente accaduta di due giovani adolescenti che avevano un’assidua relazione tramite messaggio. La loro storia prese però una piega drammatica quando la ragazza cominciò a spingere il suo fidanzato, già di per sè depresso, a togliersi la vita…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Perchè guardare The girl from plainville

Elle Fanning in una scena di The girl from Plainville, serie tv Hulu in italia distribuita su Strarz Play

Complessivamente, The girl of plainville non è una serie che considero imperdibile, ma neanche che mi sentirei di sconsigliare in toto. A mio parere è una serie difettosa in molte parti, ma che non mi ha coinvolto anche perchè evidentemente non è una serie per me.

Gli episodi sono infatti principalmente concentrati sul raccontare il personaggio di Michelle e la sua storia con Conrad, quindi la parte mistery e legal drama è abbastanza ridotta. Tuttavia, ci sono due ottimi motivi per cui mi sento di consigliare questa serie.

Anzitutto, se vi piacciono le storie true crime, anche parecchio grottesche e sui generis come in questo caso, più di genere thriller psicologico che mistery, ovvero andando a scavare le motivazioni dietro a certi atti così incomprensibili.

In secondo luogo, ve la consiglio se eravate adolescenti fra il 2010 e il 2015, o se siete patiti per quel periodo: la serie lo racconta veramente bene, sopratutto tramite la protagonista, che è proprio la ragazza tumbrl per eccellenza.

E ho detto tutto.

Quando Elle Fanning non basta

Elle Fanning in una scena di The girl from Plainville, serie tv Hulu in italia distribuita su Strarz Play

Partiamo dalla cosa migliore della serie: Elle Fanning è un’attrice che apprezzo fin dai suoi esordi in Super 8 (2008), e in questa serie conferma tutte le sue ottime capacità recitative. La vediamo infatti destreggiarsi in un personaggio molto ambiguo, che passa dall’essere la spensierata ragazza di Tumblr appunto, a diventare minacciosa, quasi paurosa.

E Elle Fanning è riuscita a calarsi perfettamente nella parte, nonostante talvolta il suo personaggio sia molto banalizzato. E questo è uno dei problemi principali della serie: il racconto riguardo Michelle sembra molto tridimensionale all’inizio, ma poi si perde sui punti fondamentali.

Infatti, quando si arriva al momento focale in cui Michelle effettivamente spinge Conrad al suicidio, non mi è parso per nulla costruito adegutamente, anzi mi è sembrato abbastanza improvviso. E, più in generale, non adeguatamente esplorato come, secondo me, avrebbero dovuto fare.

L’impossibile racconto

Elle Fanning in una scena di The girl from Plainville, serie tv Hulu in italia distribuita su Strarz Play

L’ostacolo principale della pellicola era riuscire a raccontare la comunicazione fra i protagonisti, avvenuta quasi totalmente tramite messaggio. Per questo si è scelto, invece che mostrare le chat in continuazione, cosa che sarebbe in effetti stata alla lunga ridondante, di mettere in scena le conversazioni come se i protagonisti fossero nella stessa stanza.

Tuttavia questa scelta non è molto indovinata, anzi tende ad essere confondente: in più di un caso non riesce a rendere il come i due protagonisti fossero distanti e si stessero parlando per chat, realtà dove la comunicazione è totalmente diversa.

Insomma, un buon tentativo, ma non la scelta migliore.

Raccontare un’era

Elle Fanning in una scena di The girl from Plainville, serie tv Hulu in italia distribuita su Strarz Play

Uno degli elementi parzialmente vincenti della serie è la sua capacità di raccontare un’era del tutto particolare come è stata quella fra il 2010 e il 2015. E, incredibilmente, riesce a cogliere tutti gli elementi che la definivano: Glee, i libri di John Green (ad un certo punto Michelle sta guardando Colpa delle stelle) e questa cultura dell’apparire a tutti i costi.

Eravamo agli albori dei social network, quando tutto sembrava ancora nuovo e strano, e la voglia di essere presenti e notati era tanta. Non a caso mi sono piuttosto ritrovata nel personaggio di Michelle (escludendo le parti più grottesche e criminose, ovviamente), perchè rappresentava proprio la tipica adolescente del periodo, ossessionata dall’idea di avere tutte le attenzioni su di sè.

La verità dietro alla serie

Vi sorprenderà scoprire che la serie è veramente molto fedele ai fatti.

Michelle e Conrad effettivamente si incontrarono solamente poche volte nel corso dei due anni della loro relazione, scambiandosi migliaia di messaggi e dichiarandosi continuamente il loro amore.

Ed effettivamente Michelle incoraggiò ripetutamente Conrad a compiere il suicidio (si calcola circa quaranta volte nella sua ultima settimana di vita). Tuttavia, la situazione era anche più grave di quanto raccontata: il ragazzo nella realtà tentò il suicidio ben quattro volte dopo separazione dei suoi genitori nel 2011.

E Michelle cercò di dissuadere inizialmente Conrad dal togliersi la vita, incoraggiandolo anche a farsi curare (come lei si stava curando per il disordine alimentare). Tuttavia col tempo cominciò appunto a spingerlo a togliersi la vita, dandogli addirittura idee su come farlo.

Infine, sì, Michelle incoraggiò Conrad a tornare sul camioncino quando il ragazzo mostrò di volersi tirare indietro, anche se questa è un’idea più speculativa: non ci sono registrazioni della telefonata fra i due (che comunque avvenne).

Ma il messaggio incriminato che Michelle inviò alla sua amica (come nella serie) lascia pochi dubbi:

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Ms Marvel – Un arco distruttivo

Ms Marvel è l’ultima serie dell’MCU uscita su Disney+ questestate. Un prodotto che sembrava portare un po’ di aria fresca, sperimentando con il genere teen drama e facendo (a parole) espliciti paragoni con lo Spiderman di Tom Holland.

In realtà, ad eccezione delle prime due puntate, sostanzialmente è sempre la stessa minestra: una serie Marvel che segue i soliti schemi, con una produzione molto pasticciata e di grande mediocrità.

Di cosa parla Ms Marvel?

Kamala Khan è una ragazzina che abita nel Queens, parte della vivace comunità musulmana e grandissima fan di Captain Marvel. A sorpresa, grazie ad un amuleto della sua famiglia, acquisirà degli incredibili poteri che cambieranno completamente la sua vita.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Ms Marvel?

Iman Vellani in una scena di Ms Marvel, serie tv Disney+ parte dell'MCU

Dipende.

A mio parere questa serie vale la pena di essere vista unicamente per due motivi: se non volete (come me) perdervi nessun prodotto dell’MCU e se vi piacciono in generale le serie Marvel uscite finora.

Se avete paura di trovarvi davanti ad un prodotto teen, vi posso rassicurare: questo elemento è presente unicamente nelle prime due puntate, poi si perde con grande facilità.

In generale una serie molto discordante al suo interno, che sembra essere scritta da persone che non sono state in grado di comunicare, piena di contraddizioni e incapace di portare una produzione davvero organica.

Ma, di nuovo, se vi piacciono questo tipo di prodotti, guardatela senza problemi.

Cominciare in un modo, finire…

Iman Vellani in una scena di Ms Marvel, serie tv Disney+ parte dell'MCU

Come anticipato, questa serie manca, ancora più di altre serie di questa produzione, di una coerenza produttiva.

La serie infatti si apre con due puntate con una forte e anche piacevole impronta registica, che gioca sulla creatività della protagonista con toni fortemente teen. Due puntate che mi avevano abbastanza coinvolto. Poi sono andata avanti.

Infatti già dalla terza puntata si sono cominciati a vedere i problemi: una regia che, anche nell’ultimo capitolo, è diventata molto più spenta e anonima, oltre che poco chiara e convincente nelle scene action, dove la chiarezza scenica è fondamentale.

Per quanto riguarda la sceneggiatura, un vero pianto.

L’arco distruttivo

Iman Vellani in una scena di Ms Marvel, serie tv Disney+ parte dell'MCU

Se la regia può essere anche tutto sommato essere perdonata, la sceneggiatura è davvero improbabile. La serie comincia in un modo, raccontandoci i piccoli problemi della protagonista, poi decide totalmente di dimenticarsene, dirigendosi totalmente verso un’altra direzione.

Così ci troviamo una sconclusionatissima parentesi in Pakistan, che presenta i due principali problemi delle serie Marvel: buchi di trama e flashback di poco interesse. Le questioni irrisolte in questo frangente si sprecano: come ha fatto Kamala a convincere la madre ad andare dalla nonna?

I cugini non si sono chiesti niente della cugina che non tornava da loro? Come fanno i Jinn ad arrivare così velocemente in Pakistan e come facevano a sapere che Kamala era lì? E si potrebbe andare avanti.

Non si migliora neanche con l’ultima puntata, che sembra trarre dal genere home invasion e specificatamente da Mamma ho perso l’aereo (1990), ma che appare del tutto anti-climatica e poco coerente con l’insieme della narrazione.

Come detto, un grande pasticcio.

Quando i villain sono di troppo

Nimra Bucha e Iman Vellani in una scena di Ms Marvel, serie tv Disney+ parte dell'MCU

Ms Marvel, se fosse stata coerente con sé stessa, non avrebbe avuto bisogno di villain, sicuramente non di villain così apparentemente importanti e minacciosi. Se si volesse essere coerenti, appunto, avremmo avuto delle piccole minacce di quartiere che permettevano a Kamala di avere un semplice ma efficace arco evolutivo.

Invece si è scelto di raccontare una minaccia per la sopravvivenza dell’universo, con una costruzione fra l’altro del tutto mancante: nel giro di una puntata Najma, il capo dei Jinn, cerca di portare Kamala dalla sua parte, per poi inalberarsi in un attimo quando la stessa non le da subito quello che vuole.

Così in un attimo diventa cattivissima e dice addirittura che Kamala l’ha tradita.

Personaggi che fanno un sacco di giri su sé stessi, con poteri poco chiari (Immortalità? Super forza? Creazione di armi?) e che sono resi ancora più ridicoli dalla società segreta che dovrebbe combatterli, ovvero i Pugnali Rossi: per come è messo in scena, sembra che sia composta da sole due persone.

Probabilmente la serie intendeva raccontare che i ragazzi che Kareem fa conoscere a Kamala al falò sulla spiaggia fanno parte del gruppo, ma non è per nulla chiaro.

Una protagonista interessante, tutto sommato

Iman Vellani in una scena di Ms Marvel, serie tv Disney+ parte dell'MCU

Una delle poche cose buone di questa serie è la protagonista, Kamala. Anzitutto, per la scelta dell’attrice: Iman Vellani non solo è una grande fan di Captain Marvel, ma è anche di per sé molto espressiva, riuscendo ad essere convincente anche alla sua prima apparizione televisiva.

Oltre a questo, Ms Marvel si inserisce nella fruttuosa serie di prodotti ideati da immigrati statunitensi di seconda generazione, pur con prodotti di dubbio gusto come Shang-chi (2021) e Red (2022).

In questo caso la rappresentazione della comunità musulmana è molto interessante: molto legata al proprio credo, ma anche aperta al cambiamento e complessivamente ben integrata nella realtà statunitense.

A guastare la credibilità del personaggio è in primo luogo la scrittura di cui sopra, ma anche la penosa CGI per i suoi poteri (e non solo). Mi ha ricordato molto quella meraviglia (si fa per dire) di Spy Kids, popolare saga di avventura per ragazzi dei primi Anni Duemila.

Cosa succede nel finale di Ms Marvel?

Il finale sembra aver confuso non pochi spettatori, quindi vale la pena di spenderci due parole. A differenza di come hanno pensato alcuni, la stessa showrunner ha confermato che Kamala non è diventata Captain Marvel, ma si è scambiata di posto con lei.

E questo sarà probabilmente uno dei momenti iniziali di The Marvels (2023), che rappresenta il sequel di più ampio respiro di Captain Marvel (2019) e che includerà indubbiamente anche Ms Marvel.

Oltre a questo, Kamala è una mutante: gli sviluppi di questa rivelazione sono ancora tutti da vedere, ma si inseriscono nelle bricioline che Kevin Feige, il capo dell’MCU, sta cercando di spargere per reintrodurre la sua versione degli X-Men.

Riscrivere un personaggio

Captain Marvel è stata introdotta nel film origin-story del 2019 omonimo, che è stato indubbiamente un grande successo commerciale, ma che non ha avuto la risonanza che ci si sarebbe forse aspettati per il film con la prima supereroina dell’MCU in un prodotto tutto suo.

E questo è dovuto probabilmente dal fatto che, molto ingenuamente, l’MCU ha preso come punto di riferimento una tendenza ben rappresentata da quella mediocrata di Wonder Woman (2017): raccontare personaggi femminili forti, testardi e fondamentalmente antipatici.

Come Gal Gadot può suscitare comunque un minimo di simpatia nel pubblico, Brie Larson ha la sfortuna di avere una faccia veramente antipatica. E la caratterizzazione che si è voluto dare nel suo film non l’ha aiutata.

Tuttavia, se andate a guardare le diverse apparizioni in altri film che si sono viste in questi anni, noterete un importante cambio di direzione: dopo Endgame (2019), in tutte le apparizioni Carol Danvers è presentata come decisamente più simpatica e generalmente più sorridente.

Un caso? Io non credo.

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Avventura Azione Drammatico Fantascienza Horror Mistero Netflix Nuove uscite serie tv Serie tv Stranger Things 4 Teen Drama Thriller

Stranger Things 4 – La grande abboffata

Stranger Things 4 è la quarta stagione di una delle serie più amate di Netflix.

Un nuovo ciclo di episodi tornato dopo tre anni di assenza, e con una veste del tutto nuova: episodi dalla durata monumentale (minimo un’ora l’uno) e una distribuzione spezzata, con gli ultimi due episodi rilasciati a distanza di un mese.

Con questa stagione i Duffer Brother hanno voluto fare un grande passo avanti, anche se non riuscendoci fino in fondo.

Anzi, fallendo in alcuni aspetti fondamentali.

Di cosa parla Stranger Things 4?

In Stranger Things 4 ritroviamo per la prima volta i personaggi divisi, dopo il trasferimento della famiglia di Will, con a seguito anche Eleven, in California. Ma una nuova minaccia sembra farsi largo ad Hawkins, quando alcuni adolescenti sono ritrovati con il corpo devastato da una forza misteriosa…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Stranger Things 4?

In generale, assolutamente sì.

Nonostante non sia per nulla la mia stagione preferita (in un’ipotetica classifica occuperebbe un dignitoso terzo posto), tuttavia questi nuovi episodi hanno suscitato un enorme successo proprio per il fattore novità.

In particolare, la apprezzerete di certo se vi piace lo splatter, quello neanche troppo spinto, ma tipico di certa cinematografia horror Anni Ottanta.

Tuttavia se siete molto impressionabili e questo genere vi è davvero allergico, considerate che in questi episodi si è spinto molto di più sul versante horror, tanto da non renderlo più tanto un prodotto per ragazzi.

Io vi ho avvertito.

Top Stranger Things 4

Body horror e un villain accattivante

L’aspetto indubbiamente migliore di questa stagione è l’utilizzo quasi smaccato del body horror.

È ridicolmente facile in questo tipo di produzioni rendere scene di questo tipo banali e stupide (il riferimento alla più recente produzione di horror mainstream è voluta).

In questo caso invece le morti terrificanti dei personaggi sono veramente spaventose e finalmente Stranger Things abbraccia in tutto per tutto il genere horror.

Allo stesso modo il villain di questa stagione è indubbiamente il migliore finora. All’inizio sembrava un po’ un more of the same delle scorse stagioni, anche per l’utilizzo di topoi molto tipici dell’horror per ragazzi.

Tuttavia l’incredibile rivelazione finale mi ha davvero sorpreso, anche perché risulta totalmente coerente nel complesso della storia raccontata. Così, sia per le morti violente, sia per il design del villain, la CGI utilizzata è davvero ottima e credibile.

Anche la retcon riguardo al fatto che Vecna fosse in realtà stato sempre il villain di tutte le stagioni tutto sommato non mi è dispiaciuta: era questa obbligatorio tirare le fila a questo punto, in vista del finale dell’intera serie che arriverà con la prossima stagione.

Un’ottima costruzione della trama

Priah Ferguson (Erica), Gaten Matarazzo (Dustin), Caleb McLaughlin (Lucas) in una scena di Stranger Things 4 uscita su Netflix il 27 Maggio 2022

Nonostante qualche forzatura, di cui parlerò nella parte flop, nel complesso la trama principale è ottimamente costruita: le prime morti di personaggi secondarissimi, il coinvolgimento di personaggi principali, l’investigazione, le rivelazioni passo passo e, infine, lo scontro finale.

Un racconto lungo e molto ampio, ma assolutamente necessario.

La scelta di dividere la grande mole di personaggi è stata a tratti fastidiosa (la storia di Mike, Will e Jonathan era la meno interessante), ma assolutamente fondamentale per riuscire a gestire al meglio la storia e a dare il giusto spazio a tutti.

In particolare, anche per l’utilizzo di un trope molto comune per il genere: ragazzini contro un nemico enorme e a cui nessuno crede, con gli adulti che cercano di ostacolarli.

Semplice, ma sempre vincente.

La storia di Eleven

Bobbie Millie Brown (Eleven) in una scena di Stranger Things 4 uscita su Netflix il 27 Maggio 2022

I am different. I do not belong

Sono diversa. Non appartengo a questo posto.

La storia di Eleven prende veramente senso solamente alla fine: all’inizio tutta la questione del bullismo sembra veramente forzata (ed è sicuramente molto tipizzata), ma è un punto di partenza per raccontare il suo dramma interiore.

Il primo ciclo di episodi sono infatti preparatori per lo scontro finale: Eleven deve recuperare la sua identità, i suoi ricordi e poteri perduti, e così accettare sé stessa, con le sue luci e le sue ombre.

E spero, anche alla luce del finale, che questa stagione sia un punto di partenza per la maturazione del personaggio, che all’inizio della stagione (e comprensibilmente) appare spaesata e molto immatura.

In questo senso la chiusura del rapporto con papa è stato un buon punto di arrivo: non eccessivamente drammatico, nonostante lo scivolone un po’ imbarazzante della frase sei tu il vero mostro.

Una chiusura onesta e credibile, per cui Eleven si libera finalmente del peso di quello che, di fatto, è stato il suo aguzzino.

La rivalsa di Hopper

David Harbour (Jim Hopper) in una scena di Stranger Things 4 uscita su Netflix il 27 Maggio 2022

In questa stagione hanno voluto dare un ruolo molto più centrale ad Hopper, uno dei personaggi più amati della serie.

Dopo averci fatto piangere la sua morte, qui ritroviamo il nostro sceriffo prigioniero in Russia. E troviamo anche un personaggio pieno di risorse e astuzie, capace di salvarsi praticamente da solo, nonostante tutti gli ostacoli.

Fra l’altro per fortuna si è scelto di offrire una rappresentazione equilibrata dei due blocchi, senza sbilanciarsi né sulla crudeltà russa né su quella statunitense.

E facendo parlare i russi in russo, cosa per nulla scontata.

Vivere nel proprio tempo

Bobbie Millie Brown (Eleven), Finn Wolfhard (Mike) e Noah Schnapp (Will) in una scena di Stranger Things 4 uscita su Netflix il 27 Maggio 2022

Un grave difetto della terza stagione di Stranger Things era il fatto che per molti tratti si metteva in bocca ai personaggi discorsi e parole assolutamente fuori dal tempo (e non è solo un problema di Stranger Things, ovviamente).

In questo caso invece (e per fortuna) hanno deciso di tornare sui loro passi e far parlare i personaggi in maniera realistica e credibile.

Oltre a questo, si è continuato sulla buona strada di rappresentare personaggi di tutti i tipi, e soprattutto un gruppo di personaggi femminili piuttosto sfaccettati.

Ottima anche l’introduzione dei nuovi personaggi: Enzo, interpretato dall’ottimo Tom Wlaschiha, che abbiamo già visto in L’incredibile storia dell’Isola delle Rose (2020), e ovviamente di Eddie, che si è pure visto meno di quanto avrei voluto.

Ed ovviamente è morto.

Flop Stranger Things 4

Forzature e pesantezza

Joe Keery (Steve), Gaten Matarazzo (Dustin), Maya Hawke (Robin), Natalia Dyer (Nancy), Caleb McLaughlin (Lucas) e Sadie Sink (Max) in una scena di Stranger Things 4 uscita su Netflix il 27 Maggio 2022

La scelta di portare un minutaggio così importante non è stata del tutto vincente, in quanto la pesantezza, alla lunga, si è sentita.

Personalmente avrei la storia di Jason e del gruppo dei bulli, fondamentalmente inutile, e avrei fatto prendere altre strade al gruppo di Will. Così magari avrei anche semplificato la storia di Eleven, e in generale avrei distribuito la storia su più puntate.

Così ci sono anche non poche forzature: al di là dell’idea veramente idiota di mandare Eleven in una città sconosciuta lontano dai suoi amici (la stessa bambina, ricordiamolo, traumatizzata che non sa vivere nel mondo), tutta la sua storia ha delle forzature importanti.

In particolare, veramente poco credibile che venga arrestata e mandata in galera senza che un tutore venga interpellato, per un crimine neanche così grave.

Perché il finale non mi ha convinto

Jamie Campbell Bower nei panni di Vecna in una scena di Stranger Things 4 uscita su Netflix il 27 Maggio 2022

Molto banalmente, ho testato le mie reazioni al finale della stagione rispetto a quelle per la fine del primo ciclo di episodi.

E non sono riuscita a trovare effettivo trasporto ed interesse. L’unica eccezione è stato il riconciliamento fra Eleven e Hopper, che stavo aspettando con grande interesse.

Per il resto, non ho apprezzato il finale né nei suoi contenuti né per come è stato strutturato. Ho trovato abbastanza stancante questa durata infinita, quando, nella maniera più evidente, l’ultima puntata poteva essere divisa in due parti, dando un po’ di respiro allo spettatore.

Il momento in cui effettivamente Eleven sconfigge Vecna l’ho trovato improvviso e per nulla ben costruito, basato esclusivamente su una situazione al cardiopalma in cui lo spettatore teme per la morte di Max.

Ma per me ci vuole ben altro, e sicuramente ci voleva di più di Mike che incoraggia Eleven, la cui relazione non mi ha mai veramente coinvolto.

Oltre a questo, la tecnica di mostrare un’apparente calma per poi mettere un colpo di scena finale l’ho trovato più che scioccante, molto anti climatico. Sarebbe stato molto più intelligente costruire un climax drammatico che raccontava il fallimento, per una volta davvero, di Eleven.

Le morti gratuite

Joseph Quinn nei panni di Eddie in una scena di Stranger Things 4 uscita su Netflix il 27 Maggio 2022

Una scelta che mi ha fatto veramente arrabbiare di questa stagione è stata la morte di Eddie.

I Duffer Brothers hanno preso questa brutta abitudine di introdurre personaggi secondari amatissimi e ucciderli alla fine della stagione. Ovviamente Eddie è un personaggio adorato dai fan (me compresa) e ovviamente non poteva stare in vita per più di una stagione.

Tuttavia, come nelle scorse stagioni Bob e Alexei erano stati evidentemente eliminati perché, da un certo punto in poi, troppo ingombranti per la narrazione, la morte di Eddie è totalmente gratuita. Infatti non aggiunge veramente nulla alla trama, non era utile alla stessa, e l’ho trovata anche piuttosto smaccata.

Non era forse invece ora di sfoltire il gruppo di personaggi principali?

E no, non credo che Max sia veramente morta nella maniera più assoluta…

Robin e Nancy: la coppia che scoppia

Maya Hawke (Robin) e Natalia Dyer (Nancy) in una scena di Stranger Things 4 uscita su Netflix il 27 Maggio 2022

Un’idea poco vincente per me è stata quella di mettere Nancy e Robin nella stessa scena.

Nancy, personaggio già insipido e profondamente antipatico, ne emerge ancora più sconfitta davanti alla spettacolare performance di Maya Hawke, un personaggio invece divertente e frizzante, con un’attrice che sta dimostrando le sue capacità eccelse.

Niente di tutto questo ha né il personaggio di Nancy né l’attrice che la interpreta, purtroppo.

Nancy in generale mi ha dato meno fastidio del solito, se non fosse per il richiamo ancora a Barb, personaggio assolutamente sopravvalutato, così il tentativo di creare un triangolo amoroso fra lei, Steve e Jonathan.

Veramente insostenibile.

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Stranger Things 3 – Finalmente l’horror

Stranger Things 3 ovvero la terza stagione di una delle serie di maggior successo di Netflix, fu la prima che ebbe il sapore di evento.

Il nuovo ciclo di episodi uscì dopo che i fan erano rimasti a bocca asciutta per ben due anni. E questa volta i Duffer Brothers vollero puntare sul fattore novità, dopo una seconda stagione che, pur ottima, sembrava un more of the same della prima.

In questa stagione invece ci si concentra molto di più sull’entrata dei protagonisti nell’età adolescenziale, proprio nell’estate prima del loro approdo al liceo, con tutte le conseguenze del caso (e non sempre piacevoli).

Ma la novità più importante, ulteriormente confermata dalla stagione successiva, è finalmente la scelta di puntare davvero sul genere horror.

Di cosa parla Stranger Things 3?

Nella terza stagione i protagonisti, ormai adolescenti, si districano nelle loro relazioni sentimentali appena sbocciate, con tutto il dramma che solo l’adolescenza può regalare…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di guardare Stranger Things 3?

Sadie Sink, Caleb McLaughlin, Finn Wolfhard, Noah Schnapp e Millie Bobbie Brown in una scena di Stranger Things 3 (2019) serie tv Netflix dei Duffer Brothers

Assolutamente sì.

La terza stagione di Stranger Things è fra le mie preferite, seconda solo alla prima. Sicuramente, se vi è piaciuta la serie fino a qui, non potete perdervi questa terza stagione, che porta grande freschezza al prodotto, smarcandosi dall’atmosfera di Halloween come le prime due.

Inoltre, come anticipato, ci si avvicina definitivamente al genere orrorifico, ispirandosi meravigliosamente alle atmosfere de La Cosa (1982), il principale riferimento dell’intera stagione.

E già questo è tutto un programma.

Top Stranger Things 3

Robin: una scelta vincente

Maya Hawke in una scena di Stranger Things 3 (2019) serie tv Netflix dei Duffer Brothers

Robin è stata la scelta migliore che Stranger Things potesse mai fare. Per chi non lo sapesse, questa splendida attrice è figlia di Uma Thurman e Ethan Hawke, e questo ci dice già molte cose.

Un personaggio davvero stupendo, che in una sola stagione è entrata nel cuore dei fan dal primo minuto, confermando la capacità dei Duffer Brothers di saper introdurre e creare sapientemente nuovi personaggi, soprattutto femminili.

Robin viene da subito inclusa nella coppia esplosiva di Dustin e Steve, dimostrandosi immediatamente capace e di fatto fondamentale per sciogliere il mistero. Così è adorabile il suo rapporto con Steve: ci hanno illuso per un’intera stagione, introducendo invece a sorpresa il primo personaggio queer (dichiarato) della serie.

Un mistero ben costruito

Il Mind Flayer in una scena di Stranger Things 3 (2019) serie tv Netflix dei Duffer Brothers

Dopo un tentativo di cambiare rotta nella seconda stagione, in questo ciclo di episodi si è deciso di tornare alle dinamiche della prima stagione, in cui i personaggi scoprono autonomamente un pezzo del mistero, per poi incontrarsi per il combattimento finale.

Ho decisamente preferito che il mistero fosse presente fin dalla prima puntata, così che le trame secondarie, soprattutto quelle teen, non siano così pressanti, ma anzi portino dei momenti importanti della trama. Proprio come nella prima stagione, appunto.

Inoltre, finalmente il personaggio di Billy, che avevo poco apprezzato alla sua introduzione, ha un senso di esistere. E in generale la trama horror l’ho trovata veramente ottima, terrificante al punto giusto, senza mai scadere nello splatter troppo spinto.

La follia dell’adolescenza

Caleb McLaughlin, Finn Wolfhard e Noah Schnapp in una scena di Stranger Things 3 (2019) serie tv Netflix dei Duffer Brothers

Max dumped me like five times

Per quanto la parte teen sia quella che mi interessa di meno in assoluto, devo riconoscere che, a differenza di come era stata trattata la trama di Nancy nella prima stagione, in questo caso si procede con uno sferzante e quasi folle realismo.

Infatti, è assolutamente credibile che i protagonisti, comunque ancora molto giovani (dovrebbero avere ancora quattordici anni) non riescano a districarsi agevolmente in queste relazioni nuove di zecca.

Anche se, come spiegherò nella parte flop, su alcune cose hanno esagerato, tutto sommato è ben scritta.

La parte più triste è l’altro lato della medaglia, Will.

Indipendentemente da quello che viene rivelato nella quarta stagione, il suo personaggio si sente totalmente tradito dal nuovo atteggiamento dei suoi amici, che sono saltati sul carro dell’adolescenza prima di quanto lui si aspettasse e prima che fosse pronto a sua volta.

L’evoluzione di Eleven

Millie Bobbie Brown in una scena di Stranger Things 3 (2019) serie tv Netflix dei Duffer Brothers

Per me questa non è la stagione migliore per il personaggio di Eleven. Tuttavia, secondo lo stesso ragionamento di quanto detto sopra, il suo comportamento è assolutamente credibile e realistico.

Lei infatti è sicuramente il personaggio più spaesato dalla sua relazione con Mike, e anche quella che ha il piglio più ribelle fin dalla prima stagione.

Purtroppo, come spiegherò dopo, il suo personaggio è davvero inquinato dalla presenza di Max, ma è quantomeno bello vederla evolversi in strade che non riguardino solamente i suoi poteri.

Oltre a questo, il rapporto con Hopper, per quanto faccia un passo indietro, è davvero esilarante, soprattutto per la scena in cui minaccia Mike. E per questo vi lascio qua sotto i bloopers, gustosissimi soprattutto per la scena appunto in cui Hopper cerca di parlare con Mike e El.

Personaggi secondari esplosivi

Oleh Yutgof e Priah Ferguson in una scena di Stranger Things 3 (2019) serie tv Netflix dei Duffer Brothers

Come nella scorsa stagione, anche in questa sono stati introdotti (o reintrodotti) dei bellissimi personaggi secondari.

Anzitutto Erica, che era già presente nella scorsa stagione ma che in questo ciclo di episodi è diventata qui molto più protagonista. Io, personalmente, la trovo davvero esilarante. E mi piace molto anche il discorso che lei cerca di essere la cool girl che vuole prendere in giro di nerd, pur essendolo lei stessa.

E alla fine accettando questa parte di sé.

Ma la grande sorpresa di questa stagione è stato sicuramente Alexei, che segue purtroppo la stessa via di Bob nella scorsa stagione: un personaggio chiave, che adori fin dal primo minuto, che raggiunge il suo climax, e viene brutalmente eliminato appena ha concluso la sua funzione.

Flop Stranger Things 3

Max: la difficoltà di portare avanti un personaggio

Sadie Sink e Millie Bobbie Brown in una scena di Stranger Things 3 (2019) serie tv Netflix dei Duffer Brothers

Per me Max rappresenta il problema principale della stagione: non sapersi dare dei limiti.

Il suo personaggio diventa inutilmente aggressivo e fondamentalmente stupido, facendosi portavoce in maniera del tutto insensata di ideali anche giusti, inquinati dal suo isterismo e dalla sua irrazionalità.

Oltre a questo, il fatto che Max stia sbagliando è evidente da quanto la regia indugi su Mike, che non sa come comportarsi davanti alla sua amica che sbotta cose assurde su come lui non sia a capo delle decisioni di Eleven.

Oltretutto Mike è un personaggio evidentemente positivo, che evidentemente si preoccupa di Eleven e della sua incolumità. E, dopo averla persa già una volta, è del tutto comprensibile. Insomma,

Max è una grande occasione persa di un personaggio introdotto molto bene, ma del tutto appiattito in questa stagione.

Il punto più basso di Nancy

Natalia Dyer in una scena di Stranger Things 3 (2019) serie tv Netflix dei Duffer Brothers

Non è un mistero che per me Nancy sia la parte più debole di tutto Stranger Things, e in questa stagione raggiunge il suo punto più basso.

In questi episodi è infatti associata ad una dinamica se possibile ancora più ridicola e assurda di quelle di Max, in cui è fortemente bullizzata dalla redazione nel giornale.

Ma, appunto, per la dinamica poco credibile, non sono riuscita né a credere a quello che vedevo né ad esserne coinvolta.

I suoi atteggiamenti li trovo sempre al limite dell’estenuante, perché sembra sempre che faccia le cose non per un obbiettivo, ma per dimostrare qualcosa. Sicuramente è un personaggio in cui tante giovani donne possono identificarsi, soprattutto rendendola (a mio parare in maniera ridicola) la donna forte e protagonista dell’azione.

Non è il mio caso.

Devo piangere?

David Harbour e Winona Ryder in una scena di Stranger Things 3 (2019) serie tv Netflix dei Duffer Brothers

Per quanto la trama di Hopper e Joyce mi sia piaciuta molto, ho davvero mal sopportato, anche se a posteriori, l’apparentemente morte di Hopper, che è stata smentita immediatamente dalla scena post credit dell’ultima puntata.

Mi è sembrata la classica scelta che porta alla lacrima facile dello spettatore, togliendo di mezzo uno dei personaggi più amati della serie, con una costruzione anche abbastanza raffazzonata.

Il mio problema con La storia infinita

Questo non è di per sé un flop, ma una mia confessione.

La scena di Suzie e Dustin che, totalmente a sorpresa, cantano la canzone di La storia infinita (1984), ha fatto impazzire moltissimi.

Purtroppo, non è il mio caso: quel film non è per nulla un cult della mia infanzia. Ed è stato micidiale non trovarsi nel target per una scena che evidentemente voleva emozionare.

La stessa sensazione che si potrebbe provare quando, guardando Spiderman No Way Home (2021), vedere arrivare gli Spiderman di Garfield e Mcguire senza conoscerli per nulla.

Come in tutte le stagioni di Stranger Things, anche questa è piena di riferimenti a fenomeni culturali e sociali del periodo.

Ma in questo caso vale la pena di spenderci due parole.

Il primo riferimento importante riguarda i centri commerciali: l’apertura del nuovo shopping centre a Hawkins diventa la maggiore attrattiva per i protagonisti, ancora di più della Sala Giochi nella scorsa stagione.

Ed è assolutamente realistico: per centri così piccoli come Hawkins, avere a portata di mano un luogo in cui, a poca distanza, si potesse godere di tutti i benefici di vivere in una grande città, era una bellissima ed emozionante novità.

Ma ancora più interessante è inserire la New Coke, un caso studio di marketing fallimentare.

Nell’aprile del 1985 la Coca Cola provò a rilanciarsi cambiando la formula della sua bevanda iconica, scatenando delle asprissime polemiche (le stesse che vediamo nella serie, appunto).

Un esperimento brevissimo: l’11 luglio 1985 (pochi giorni dopo la conclusione della terza stagione) venne ripristinata la formula originale, denominata Coca Cola Classic.

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Stranger Things 2 – Niente cambia, tutto cambia

Stranger Things 2 è la seconda stagione di una delle serie tv di punta di Netflix, cresciuta di pubblico e popolarità nel corso degli anni.

La seconda stagione arrivò a solo un anno di distanza dal primo ciclo di episodi (a differenza delle successive), cercando di proporre qualcosa di nuovo per un seguito che non era stato originariamente veramente pensato.

Non avevo un ricordo del tutto positivo della seconda stagione. Per fortuna ad una seconda visione mi sono dovuta ricredere, apprezzandola quasi quanto la prima.

Tuttavia, questa stagione ha un problema fondamentale: compie un tentativo incredibilmente fallimentare di ampliare la narrazione, dimenticandosi ingenuamente dei suoi punti di forza.

Di cosa parla Stranger Things 2

Stranger Things 2 si concentra su diverse storyline, la cui principale riguarda Will: ad un anno di distanza dal suo terribile viaggio nel Sottosopra, il ragazzino è tormentato da una nuova minaccia…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea.

Vale la pena di vedere Stranger Things 2?

Noah Schnapp, Finn Wolfhard, Gaten Matarazzo e Caleb McLaughlin in una scena di Stranger Things 2 la seconda stagione di Stranger Things per Netflix

In generale, sì.

Se avete apprezzato la prima stagione e se soprattutto vi siete appassionati ai protagonisti, non potete perdervi il secondo ciclo di episodi.

Per quanto in parte sia un po’ la stagione minore di quelle finora uscite, continua a non sbagliare un colpo e ad essere un ottimo prodotto di intrattenimento, colmo di citazioni alla cultura pop e alla produzione cinematografica degli Anni Ottanta.

Se non avete mai visto Stranger Things, che cosa ci fate qui? Ho scritto un articolo apposta per voi.

Top Stranger Things 2

Will: l’inaspettato

Noah Schnapp in una scena di Stranger Things 2 la seconda stagione di Stranger Things per Netflix

Non è stato per nulla facile scegliere il mio personaggio preferito per questa stagione.

La mia scelta è infine ricaduta su Will.

Rimasto praticamente fuori scena per la maggior parte nel primo ciclo di episodi, nella seconda stagione diventa quasi più protagonista di Eleven. Ho davvero apprezzato la costruzione della sua storia, temendo davvero per la vita di Will, personaggio apparentemente inerme davanti al Mind Flayer che lo domina.

Inoltre, davvero inaspettata la recitazione di Noah Schnapp, che a soli dodici anni è riuscito a portare una performance veramente convincente e al contempo straziante, utilizzando ottimamente tutte le sue capacità per la recitazione corporea.

Peccato che alla fine della stagione il suo personaggio venga di nuovo messo da parte, tendendo un po’ a dimenticarselo nelle stagioni successive.

Max: the new girl

Sadie Sink in una scena di Stranger Things 2 la seconda stagione di Stranger Things per Netflix

Max è la grande introduzione della stagione.

I Duffer Brothers avevano l’arduo compito di portare in scena un nuovo personaggio femminile in un cast ancora principalmente maschile, con il rischio di appiattirla come la ragazza del desiderio dei protagonisti.

Ammetto che Max non è mai stato un personaggio con cui mi sono affezionata, sia perché è una ragazza chiusa e con cui è difficile empatizzare sulle prime, sia perché l’ho poco apprezzata nella terza stagione.

Sadie Sink in una scena di Stranger Things 2 la seconda stagione di Stranger Things per Netflix

Tuttavia, Mad Max è un personaggio interessante, che non vuole essere una Eleven parte 2, ma al contrario una ragazzina con un passato tormentato e all’interno di una relazione violenta con il fratello adottivo.

E che è infine capace di mettere i giusti paletti nella loro relazione, dopo una stagione passata ad essere terrorizzata da Bill.

Oltre a questo, ancora vincente la sua relazione con i protagonisti, abbastanza simile per dinamiche a quelle di Eleven: cerca di essere il più possibile realistica e credibile, sia per la sua riluttanza ad entrare nel gruppo, sia per la sua incredulità rispetto al Sottosopra.

Dustin, Steve & Dart

Joe Keery e Gaten Matarazzo in una scena di Stranger Things 2 la seconda stagione di Stranger Things per Netflix

Una bella scoperta della stagione è stato Steve, personaggio comunque non del tutto appiattito neanche nella scorsa stagione, ma che finalmente diventa un personaggio interessante.

E chi poteva portarlo lontano dall’inutilità della quota teen della serie se non Dustin, che non a caso è, insieme ad Hopper, il mio personaggio preferito di Stranger Things. Letteralmente Dusty, quando Steve si sta recando da Nancy per riconciliarsi, lo prende per mano e lo coinvolge nell’avventura.

E, inaspettatamente, Steve si rivela buon amico e fratello maggiore per Dustin, cercando di aiutarlo a farlo sentire più sicuro di sé stesso e per riuscire a conquistare Max.

Nonostante gli dia dei consigli veramente stupidi, è adorabile lo sbocciare del loro rapporto, che ha il suo climax nelle scene finali del ballo della scuola.

Al contempo, per quanto secondario, ho trovato davvero piacevole l’arco narrativo di Dustin e Dart, il demodog che Dustin alleva come un suo piccolo animaletto, e che riesce a tenerlo a bada fino all’ultimo, in una scena davvero adorabile.

Bob: eroe o carne da macello?

Sean Austin e Winon Ryder in una scena di Stranger Things 2 la seconda stagione di Stranger Things per Netflix

Da questa stagione in poi i Duffer Brother hanno cominciato a prendere la fastidiosa abitudine di introdurre personaggi a cui il pubblico si affeziona immediatamente, per poi farli morire nel peggior modo possibile.

Bob è infatti una parte bellissima e terribile di questa stagione: un’occasione per Joyce di trovare una felicità e una vita semplice altrove, un personaggio fondamentale nella risoluzione del mistero, ma evidentemente anche un personaggio sacrificabile quando smette di essere utile.

E non è stato certo un caso la scelta di un attore così amato dal grande pubblico: Sean Astin è l’indimenticabile Sam della trilogia de Il signore degli anelli, personaggio entrato nel cuore di molti.

Hopper e Eleven: un rapporto in divenire

David Harbour e Millie Bobbie Brown in una scena di Stranger Things 2 la seconda stagione di Stranger Things per Netflix

Il rapporto fra Hopper e Eleven è probabilmente la parte più toccante della stagione: per quanto non mi abbia convinto del tutto il modo in cui inizia, in quanto non adeguatamente spiegato, la loro relazione è potente quanto straziante.

Di fatto troviamo un padre che cura una ragazza sconosciuta come se fosse sua figlia e al contempo la stessa che si crede invincibile ed è, per questo, incontrollabile. E questo porta anche ad un antagonismo e ad una mancanza di fiducia tipica dei rapporti del periodo dell’adolescenza, che si evolverà ulteriormente nella prossima stagione.

Tuttavia, infine i due riescono felicemente a riconciliarsi, ammettendo in maniera molto matura le rispettive colpe, gettando le basi per un nuovo e importante rapporto.

Flop Stranger Things 2

Uno spin-off mancato

La settima puntata di questa stagione è universalmente considerata la peggiore ed è un evidente tentativo di mettere le basi per uno spin-off della serie. Le motivazioni dietro a questo fallimento sono diverse, e riguardano sia la puntata in sé sia il percorso che è stato fatto per arrivarci.

Per la puntata di per sé, i Duffer Brother (o chi se ne è occupato) sembrano essersi dimenticati il punto di forza di Stranger Things: i suoi personaggi.

Qui veniamo introdotti ad un gruppo di personaggi uno più stereotipato dell’altro, con dinamiche che nulla c’entrano con la serie e sembrano, appunto, di un altro prodotto.

Oltre a questo, il personaggio di Eleven ha una storyline non inutile, ma certamente troppo distaccata dalla trama generale, tanto che il suo intervento alla fine ha un forte sapore di deus ex machina: non esattamente indice di una buona scrittura.

Vicende accessorie

Sempre su questa idea, anche la trama di Nancy e Jonathan sembra piuttosto accessoria e distaccata dal resto della trama. Non inutile, anche perché ha una conseguenza importante nel finale.

Non fastidiosa come mi ricordavo, tuttavia la parte meno interessante dell’intera stagione, anche perché la quota teen rimane per me quella meno vincente.

Oltre a questo, nella scorsa stagione era già troppo tardi per dimenticarsi di Barb, personaggio che per motivi misteriosi continua ad essere riportato in qualche modo in scena.

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Stranger Things – Il trionfo del binge watching

Stranger Things è una delle serie di punta di Netflix: uscita nel lontano 2016, è diventata immediatamente (e inaspettatamente) un prodotto di culto, mantenendo la sua popolarità nel tempo.

Alla sua uscita ero molto scettica verso questo prodotto, ma infine mi convinsi a vederlo.

E guardai tutte le puntate nel giro di una giornata.

Per chi non avesse mai visto Stranger Things, qui sotto trovate una pratica guida per approcciarsi alla visione. Se invece siete già veterani di questo prodotto, passare direttamente alla parte spoiler.

Di cosa parla Stranger Things?

Bobbie Millie Brown, Gaten Matarazzo, Finn Wolfhard e Caleb McLaughlin in una scena della prima stagione di Stranger Things, serie tv Netflix scritta e diretta dai Duffer Brothers

Stranger Things è una serie tv che si rifà in maniera quasi maniacale ai film d’avventura per ragazzi degli Anni Ottanta. La trama ruota intorno a Eleven, ragazzina di appena undici anni che ha vissuto tutta la sua vita in un laboratorio, sviluppando poteri straordinari.

Si unirà al gruppo di ragazzini protagonisti per sconfiggere, di volta in volta, con una trama abbastanza ciclica, i vari mostri provenienti dal cosiddetto Sottosopra, realtà orrorifica e oscura parallela al nostro mondo.

Perché Stranger Things è una serie di culto?

Joe Keery, Natalia Dyer e Shannon Purser in una scena della prima stagione di Stranger Things, serie tv Netflix scritta e diretta dai Duffer Brothers

Le motivazioni riguardo all’enorme popolarità di Stranger Things sono in realtà sono abbastanza evidenti.

Prima di tutto, la serie si inserì in un periodo in cui la nostalgia per gli Anni Ottanta era fortissima, e cavalcò (e intensificò) questa tendenza, con un prodotto scritto da persone che dimostrano un amore sincero per quel periodo e la cultura pop e cinematografica annessa.

In secondo luogo, è un prodotto intergenerazionale: un cast corale di personaggi di diverse età, sia maschi che femmine, tutti a modo loro con importanza e presenza per le vicende narrate. Quindi, come il miglior prodotto di culto, è una serie che tutti possono guardare e trovare qualcosa che gli piace e che lo rappresenta.

In ultimo, Stranger Things utilizza sapientemente dei topoi molto tipici della cinematografia Anni Ottanta, appunto. Schemi narrativi che, se sfruttati con consapevolezza, funzionano sempre molto bene. E questa serie ci riesce benissimo.

Stranger Things fa per me?

Noah Schnapp in una scena della prima stagione di Stranger Things, serie tv Netflix scritta e diretta dai Duffer Brothers

Senza dubbio per apprezzare Stranger Things deve piacervi il già citato tipo di avventura mistery per ragazzi Anni Ottanta alla Stand by me (1986).

La serie, pur toccando tangenzialmente anche il genere teen drama, è principalmente questo: una storia di fantascienza che coinvolge dei ragazzini contro un potere molto più grande di loro.

Un tipo di schema visto già in prodotti anche recenti come Ready Player One (2018), ma scritta molto meglio.

Se vi ho convinto, ci vediamo dall’altra parte!

Di cosa parla la prima stagione di Stranger Things?

Nella prima stagione scompare uno dei ragazzini protagonisti, Will e i suoi amici si mettono ad investigare la sua scomparsa. Faranno così la conoscenza di una misteriosa ragazzina con poteri di telecinesi. Eleven…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea.

Top

Un realismo devastante

Bobbie Millie Brown, Gaten Matarazzo, Finn Wolfhard e Caleb McLaughlin in una scena della prima stagione di Stranger Things, serie tv Netflix scritta e diretta dai Duffer Brothers

Non ricordavo sinceramente quanto fosse devastante il taglio della serie per alcune sequenze: assolutamente credibile e realistico, nonostante si rifaccia a degli schemi narrativi piuttosto tipici.

In particolare, i ragazzini non accettano per nulla Eleven da subito, anzi Lucas ne parla molto male e inizialmente la tengono con loro più per paura di farsi scoprire e per farsi aiutare a trovare Will.

Così le dinamiche fra i ragazzini sono dolorosamente realistiche: un feroce antagonismo, derivato anche da una tipica gelosia fra migliori amici per la nuova entrata nel gruppo, dinamica in cui tutti possono riconoscersi.

Millie Bobbie Brown in una scena della prima stagione di Stranger Things, serie tv Netflix scritta e diretta dai Duffer Brothers

Così anche una grande ingenuità e sincerità nella loro amicizia per come la raccontano ad Eleven, fondata su una fiducia reciproca e la capacità di guardarsi le spalle a vicenda.

Oltre a questo, il linguaggio utilizzato è fortemente realistico: si utilizzano liberamente termini che ad oggi sono considerati (anche giustamente) ben più volgari e pesanti. Fra queste, queer (in senso spregiativo), fag (frocio), pussy (fighetta) e sissy (frocetto), fra le altre.

Personaggi vincenti

David Harbour in una scena della prima stagione di Stranger Things, serie tv Netflix scritta e diretta dai Duffer Brothers

Morning are for coffee and contemplation

Le mattine sono fatte per caffè e contemplazione

La bellezza di Stranger Things sta proprio nei personaggi: per quanto ce ne siano alcuni più protagonisti di altri, tutti hanno il loro interesse e la loro profondità.

Eleven: un’eroina diversa

Millie Bobbie Brown in una scena della prima stagione di Stranger Things, serie tv Netflix scritta e diretta dai Duffer Brothers

Un grande punto di forza di Stranger Things è sicuramente la protagonista, Eleven.

Anzitutto per la strepitosa performance di Millie Bobbie Brown, che a soli undici anni è riuscita a regalarci un personaggio interessante ed enigmatico.

La forza del suo personaggio sta proprio nel fatto di essere molto grigio: un passato doloroso e tormentato, dei poteri terribili che la rendono di fatto un’arma da guerra. Ma al contempo un personaggio insicuro, incapace di rapportarsi con il mondo esterno e soprattutto, davvero fallibile.

Un bell’esempio di una protagonista e un personaggio femminile tridimensionale in cui il pubblico di giovanissimi può immedesimarsi.

Non la solita Mary Sue, insomma.

I quattro bambini

Noah Schnapp, Gaten Matarazzo, Finn Wolfhard e Caleb McLaughlin in una scena della prima stagione di Stranger Things, serie tv Netflix scritta e diretta dai Duffer Brothers

Il quartetto di protagonisti è fantastico: ragazzini davvero adorabili, appunto con atteggiamenti assolutamente credibili e in cui ci si può facilmente immedesimare, anche come spettatori adulti.

Soprattutto perché non vengono per nulla appiattiti in ruoli standard, come spesso avviene in prodotti del genere.

Come anticipato, è ben raccontata la sincerità della loro relazione, in particolare in uno scambio fra Mike e Dustin, in cui il primo sostiene come consideri tutti quelli del loro gruppo come migliori amici, nonostante i dubbi dell’amico. Una sequenza che mi ha davvero stretto il cuore.

La coppia di adulti

Il personaggio che preferisco di questa stagione è sicuramente Hopper.

Viene inizialmente presentato come un personaggio menefreghista e spaccone, ma più va avanti più rivela la sua vera natura di uomo tormentato, ma che si mette totalmente in gioco per aiutare Joyce a ritrovare suo figlio e fare giustizia.

Ottima anche l’interpretazione di Winona Ryder, icona degli Anni Novanta, che torna con un personaggio che le è stato cucito addosso. Nonostante tutti i suoi difetti, si dimostra una madre affettuosa e instancabile, con Will e poi anche con Eleven.

La quota teen

Natalia Dyer in una scena della prima stagione di Stranger Things, serie tv Netflix scritta e diretta dai Duffer Brothers

Devo fare un mea culpa: non mi è mai piaciuto il personaggio di Nancy, né la sua linea narrativa in generale.

In questa stagione è evidentemente la quota teen che non poteva mancare per attirare quella fetta di pubblico, e per me è anche la parte più debole (e ne parlerò nella parte flop).

Tuttavia, ad una seconda visione, ho apprezzato il tentativo di smarcarla dallo stereotipo della brava ragazza che vuole ribellarsi.

In realtà la parte teen drama vincente è quella di Steve: viene rappresentato fin da subito come un bad boy mancato, che si atteggia anche in un certo modo anche perché circondato da pessime influenze.

Tuttavia, piano piano si allontana dal suo stereotipo, e sboccia come personaggio nelle successive stagioni.

Poi c’è Barb.

Flop

Il problema di Barb

La stagione ha un unico, ma abbastanza pesante, problema: la parte teen e in particolare il personaggio di Barb.

Come detto, la serie cerca di smarcarsi da certi stereotipi che pure mette in scena, in maniera anche interessante. L’unica eccezione è appunto Barbara e il suo rapporto con Nancy.

Barbara è un personaggio veramente antipatico, petulante e moralista senza motivo, che incarna uno stereotipo piuttosto noioso che va a condannare ingiustamente la vita sessuale di quella che dovrebbe essere la sua amica, bollando Steve e i suoi amici preventivamente.

E il tutto in un personaggio apparentemente positivo, della cui morte dovremmo dispiacerci.

In realtà Barb è una delle vittime sacrificali tipiche di questo genere, che muore nella seconda puntata senza che a nessuno sia tanto dispiaciuto (persino Nancy se ne preoccupa abbastanza poco).

Purtroppo, il suo personaggio ha avuto un inspiegabile successo su internet, facendoci portare il suo ricordo fino all’ultima stagione.

In generale la parte teen è quella meno interessante e su cui la trama si sofferma anche troppo, tornandoci di tanto in tanto anche nelle stagioni successive, purtroppo.