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Pitch Perfect Saga – Perdersi per strada

La saga di Pitch Perfect (2012 – 2017) è stato un piccolo fenomeno cinematografico della seconda metà degli Anni Dieci, che raccolse l’eredità di Glee, lanciò Anna Kendrick presso il grande pubblico, ma si perse anche drammaticamente lungo la strada.

Nonostante tutti i film abbiano portato dei buoni incassi, i risultati al botteghino sono stati alterni: un buon successo per il primo capitolo, raddoppiato per il secondo, per poi perdere una buona fetta di pubblico con il terzo capitolo.

Di cosa parla Pitch Perfect?

La trilogia di Pitch Perfect segue principalmente la protagonista, Beca, che si unisce al gruppo di canto a cappella delle Bellas, al contempo inseguendo il suo sogno di diventare una produttrice musicale…

Vi lascio il trailer del primo film per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Pitch Perfect?

Anna Kendrick, Brittany Snow e Anna Camp in una scena di Pitch Perfect (2012)

Dipende.

Il primo capitolo della trilogia è un mio personale confort movie: una commedia musicale piacevole, con un semplice quanto funzionale arco evolutivo della protagonista e dei personaggi secondari, e con delle performance musicali di alto livello.

Soprattutto se vi piaceva (o vi piace ancora) Glee, probabilmente lo amerete.

Purtroppo, non posso dire lo stesso degli altri due film.

Con la trilogia di Pitch Perfect ho visto dei prodotti creati principalmente per cavalcare il successo del brand, ma senza che ci fosse un’idea forte alla base dei sequel, andando anzi spesso a ripetere lo stesso schema narrativo, con una certa pigrizia di scrittura, arrivando infine deviare totalmente dalla strada principale.

Insomma, se fossi in voi, mi fermerei al primo film.

Pitch Perfect (2012)

Il primo capitolo della trilogia di Pitch Perfect è quello più robusto dei tre, pur non mancando di alcuni inciampi lungo la strada.

Ma partiamo dalle cose positive.

Una protagonista anomala

Anna Kendrick in una scena di Pitch Perfect (2012)

Il successo di questa pellicola, come in altri casi analoghi, è la scelta di una protagonista inusuale.

Beca non è anomala di per se come protagonista, ma lo è nello specifico per il genere di riferimento: in un’epoca in cui Glee rappresentava praticamente la personalità di molti adolescenti, il modello di protagonista era la ragazza timida, un po’ nerd, ma con una voce magnifica.

Beca non è niente di tutto ciò.

Anna Kendrick e Rebel Wilson in una scena di Pitch Perfect (2012)

Non ha una voce particolarmente magnifica, è una persona molto chiusa in sé stessa e che tende ad allontanare gli altri – per sua stessa ammissione – testarda come un mulo, e che vorrebbe solamente seguire la strada che si è già prefissata.

La sua maturazione, per questo, avviene su due livelli.

Il primo è quello relazionale, nel senso più strettamente affettivo: tramite Jesse – che ha quasi il ruolo da pixie girl – si rende conto della sua tendenza incredibilmente tossica di farsi terra bruciata intorno, anche in maniera piuttosto cattiva e aggressiva.

Anna Kendrick e Skylar Astin in una scena di Pitch Perfect (2012)

Più banalmente, tramite le Bellas, Beca impara a lavorare in gruppo, ad introdurre le sue idee migliorative in maniera effettivamente collaborativa, quindi non testarda e aggressiva, come aveva fatto fino a quel momento.

Ma le Bellas rappresentano molto di più.

Una nuova femminilità

All’inizio del film, conosciamo fin da subito la superbia e l’acidità che contraddistingueva le vecchie Bellas.

Il gruppo rappresentava un modello femminile ormai datato, composto da donne bianche, con dei fisici perfetti e vestite con abiti formali, ma al contempo con un aspetto assai piacente, sessualizzato quanto bastava perché non risultasse eccessivo.

Aubrey eredita questa vena dittatoriale, forzando costantemente le altre ragazze a aderire a questo modello femminile, che si trasmette anche nelle canzoni poco al passo con i tempi e portatrici di concetti ormai superati.

La bellezza del finale sta non soltanto nell’ottimo numero musicale, ma anche nella libertà riconquistata delle Bellas nel raccontarsi in maniera autentica e personale all’interno del gruppo, pur mantenendone i simboli identitari.

Non la solita musica

Anna Kendrick in una scena di Pitch Perfect (2012)

Dal punto di vista musicale, Pitch Perfect mostra il suo lato migliore.

Anzitutto per le performance durante le gare, prima con le esibizioni dei Treblemakers e poi lo spettacolo finale delle Bellas, con dei mix up particolarmente coinvolgenti ed ottimamente coreografati.

Ma i momenti più iconici e che mi sono rimasti veramente impressi sono la scena dell’audizione e la sequenza del Rip-off, soprattutto grazie all’ottimo montaggio e alla fantastica regia, che li rende dei momenti veramente indimenticabili.

In particolare, ho apprezzato la cura che è stata messa nell’esibizione finale delle Bellas, momento che doveva distinguersi per qualità sia dalle loro precedenti performance, sia anche dall’ottima prova dei Treblemakers.

Un’inclusione fallace

Rebel Wilson in una scena di Pitch Perfect (2012)

Come Pitch Perfect riesce a raccontare in maniera interessante e variegata la femminilità, fallisce dal punto di vista inclusivo.

Anzitutto per Fat Amy.

Il film si crede particolarmente spiritoso ed originale per questa trovata, che in realtà racconta una mal celata grassofobia, o, per meglio dire, una grande pigrizia narrativa che per l’ennesima volta rende il personaggio grasso la spalla comica della protagonista.

Questo elemento, insieme al vomito incontrollabile di Aubrey, rappresenta la pesante eredità che Pitch Perfect trae dalla più classica delle commedie del decennio precedente, in cui era tipico trovare i suddetti elementi.

Ma se Fat Amy è anche perdonabile, dal momento che comunque è un personaggio brillante e uno dei migliori del film, il punto più basso è la rappresentazione di Cyntia-Rose.

Se da una parte può essere anche positivo il fatto che il suo personaggio non nasconda la sua omosessualità, meno piacevole è quanto non solo si insista nel volerla ricondurre al classico e stanco stereotipo della lesbica mascolina, ma si spinge fortemente l’acceleratore nelle molestie comiche del personaggio contro Stacie.

Mentre guardavo Cynthia con gli occhi affondati nei seni della compagna mi sembrava di essere tornata ai tempi di Camera Cafè, ma quando insistentemente la ragazza cerca di fare la respirazione bocca a bocca a Amy…

…e soprattutto quando salta addosso a Stacie nel finale – e la stessa usa il fischietto antistupro – ho visto l’immensità dell’ignoranza che questo film rappresenta.

Purtroppo, un’ignoranza molto inconsapevole…

Pitch Perfect 2 (2015)

Con il Pitch Perfect 2 (2015) la sceneggiatura rimane in mano a Kay Cannon, ma la regia passa a Elizabeth Banks, che già dallo scorso capitolo interpretava Gail McKadden, la commentatrice delle gare di canto.

E non è proprio una buona notizia…

It’s 2015, baby!

Le Bellas in una scena di Pitch Perfect 2 (2015)

Pitch Perfect 2 segna un cambio di passo travolgente.

Lasciatosi alle spalle l’era di Glee ormai in chiusura, le Bellas approdano alla scintillante conclusione degli Anni Dieci, sembrando alternativamente delle modelle di un post di Instagram e le backup dancers del videoclip Bang Bang, che da solo rappresenta perfettamente l’estetica di questi anni.

Così dalle luci più morbide e tridimensionali del primo capitolo, si passa ad un universo fatto di colori carichi e caramellosi, accompagnato da una regia molto più fredda e anche ben poco ispirata, alla lunga quasi nauseante…

E Beca racconta perfettamente questo cambiamento.

Una Beca nuova di zecca

Anna Kendrick in una scena di Pitch Perfect 2 (2015)

Vuoi per il cambio di regia, vuoi per il maggiore potere contrattuale della stella nascente Anna Kendrick, Beca è totalmente cambiata.

Ci dimentichiamo ben presto della ragazza molto chiusa, un po’ emo, che respingeva tutti, e troviamo invece una team leader con un look fortemente diverso, che la fa sembrare proprio lo stereotipo della ragazza popolare di quegli anni.

Per fortuna che la regia non si dimentica del passato del personaggio, che mantiene una certa insicurezza nei confronti delle nuove sfide, rientrando in un topos narrativo più alla Il diavolo veste Prada (2006), ma che si risolve senza troppi drammi e riscoprendo l’importanza del gioco di squadra.

L’usato sicuro?

Anna Kendrick in una scena di Pitch Perfect 2 (2015)

Pitch Perfect 2 ricade nel più classico errore di un sequel di un prodotto di successo: portare in scena sostanzialmente la medesima storia, ma rimescolando un po’ le carte.

Ma se Cameron era riuscito in questo compito con particolare maestria con Aliens (1986) – proprio per fare un paragone volutamente improprio – non si può dire lo stesso di Kay Cannon con il sequel della sua stessa creazione, che ricalca la stessa storia, ma con molto meno mordente.

Si comincia sempre con l’incidente scatenante che mette a dura prova le Bellas, portandole a doversi mettere in gioco più che mai con un nemico ben più potente e temibile di quanto non fossero i Treblemakers.

Rebel Wilson in una scena di Pitch Perfect 2 (2015)

Già qui entrambi gli elementi mi hanno francamente piuttosto infastidita: sia per, ancora una volta, il malcelato fat shaming nei confronti di Amy – il pubblico avrebbe avuto la stessa reazione con un corpo più canonicamente bello? – sia per la rappresentazione dei DSM.

Come non mi ha entusiasmato la banale e stereotipata rappresentazione di Cynthia-Rose, ancora meno mi è piaciuta la banalità con cui sono stati caratterizzati i leader del gruppo rivale, ovvero basandosi sulla classica ironia dei tedeschi come minacciosi e con un fare quasi militaresco.

Insomma, si poteva fare molto di meglio.

E lo stesso discorso vale per la rappresentazione di Flo, personaggio a cui, insieme ai due commentatori, il film affida l’elemento del black humor, risultando personalmente più fastidioso e fuori luogo che effettivamente piacevole.

Non c’è spazio per tutti

Hailee Steinfeld in una scena di Pitch Perfect 2 (2015)

Uno dei problemi maggiori di Pitch Perfect 2 è il sovraffollamento della scena.

La sceneggiatura sembra avere per le mani un numero esagerato di personaggi che appare incapace di gestire, portando molti dei secondari fondamentali del precedente capitolo a scomparire sostanzialmente di scena.

È il caso di Stacie – che col nuovo look sulle prime non avevo neanche riconosciuto – ma soprattutto di Jesse, personaggio così fondamentale nel precedente film, in questo nuovo capitolo ridotto ad un minutaggio insignificante, diventando poco più che un figurante.

Anna Kendrick in una scena di Pitch Perfect 2 (2015)

Si cerca di dare più spazio a Bumper e Amy, e così alla nuova leva delle Bellas, Emily, ma sinceramente né le loro storie d’amore né i loro personaggi in generale mi hanno detto molto più rispetto al precedente film, anzi in non pochi momenti mi sembravano degli elementi funzionali solo ad allungare il minutaggio.

Ma non è neanche la cosa che mi ha fatto più male.

A cappella?

Le Bellas in una scena di Pitch Perfect 2 (2015)

Le esibizioni di Pitch Perfect per la maggior parte non mi sono piaciute.

Mi sono sembrate molto più attente agli effetti speciali e al valore di certi momenti nella storia, più che a portare in scena delle sequenze veramente creative e interessanti, che raccontassero il grande lavoro delle protagoniste per portare la migliore performance possibile.

Anche se lo spettacolo finale dovrebbe essere il punto di arrivo del loro percorso, l’ho trovato veramente poco coinvolgente e molto meno artisticamente interessante rispetto all’analogo momento del primo capitolo.

E sicuramente la regia piatta non ha aiutato…

Pitch Perfect 3 (2017)

Pitch Perfect 3 è riuscito in qualcosa che non mi sarei mai aspettata da questa saga: mi ha profondamente annoiato.

E il cambio di regia ha aiutato meno di quello che credessi…

Un dramma ridondante

Arrivati a questo punto della saga, continuare a mettere le protagoniste all’interno di un ulteriore dramma l’ho trovato piuttosto ridondante, tanto più quando il minutaggio non basta per approfondire neanche la metà dei problemi effettivamente proposti.   

Ma la situazione peggiore è indubbiamente quella di Beca: nonostante sia riuscita ad intraprendere un’interessante carriera nel mondo della produzione, si dimostra incredibilmente immatura – sempre per necessità di trama – nell’incapacità di accettare i compromessi e le difficoltà del suo stesso lavoro.

Sarebbe stato molto più credibile se fosse stato inserito un racconto più articolato di un ambiente di lavoro tossico da cui la protagonista voleva effettivamente fuggire per trovare qualcosa di meglio…

…ma chi ne ha il tempo in soli 90 minuti di film.

Uscire di scena

Uno dei pochi pregi di questo film è la sua capacità di rendersi conto del sovraffollamento dei personaggi in scena, e fare così una buona scrematura iniziale.

Ma non basta.

Anche se i personaggi maschili sono immediatamente congedati – Jesse è lontano tremila chilometri e Bumper è stato semplicemente scaricato da Amy – ancora una volta la pellicola vuole raccontare troppe storie e dare spazio a troppi personaggi.

Così non abbiamo nessun approfondimento del nuovo amore di Chloe, del contrasto col padre di Aubrey, per non parlare dell’assoluta inutilità della nuova relazione di Lilly: storyline totalmente comandate, che dovevano esserci per fare minutaggio, ma che non si ha avuto né il tempo né l’interesse a trattare adeguatamente.

Il conflitto a tutti i costi

Uno dei pilastri della narrazione di Pitch Perfect (e di qualunque film analogo) è il racconto della maturazione delle protagoniste per arrivare allo spettacolo finale.

In Pitch Perfect 3, nonostante ci si provi moltissimo, il conflitto non esiste.

Nell’improvvisato Rip-off all’inizio le protagoniste vengono di fatto umiliate e superate da delle interpretazioni molto più vincenti dei loro concorrenti, andando a suggerire una potenziale difficoltà del gruppo per riuscire ad emergere.

Il problema è che le loro performance sono fin da subito apprezzate, quindi manca di fatto una costruzione della tensione e del dubbio che le Bellas possano non essere scelte da DJ Khaled: sono già evidentemente le più meritevoli.

Il colpo di scena è rappresentato dalla scelta di Beca come solista per aprire il concerto, con un brevissimo conflitto che porta alla più scontatala risoluzione: le Bellas sostengono la protagonista per la sua scelta e finiscono per cantare con lei.

Un momento che dovrebbe essere incredibilmente emozionante, ma che non mi ha emozionato per nulla…

Parliamo (troppo) di Amy

Forse anche per una certa consapevolezza della mancanza della tensione in scena, la pellicola concede tantissimo spazio alla storia di Amy.

Lasciando da parte l’imbarazzo che ho provato per la maggior parte delle sue battute, ho trovato in generale la sua storia, che dovrebbe essere la parte fondamentale del film, incredibilmente noiosa e prevedibile.

Ma in particolare l’ho trovata una storyline dal sapore spy totalmente fuori luogo nel contesto di Pitch Perfect, la cui risoluzione, fra l’altro, era già stata raccontata con un flash forward all’inizio del film.

Insomma, una conclusione di saga che ho trovato molto insapore.

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The Social Network – Unfriend?

The Social Network (2010) di David Fincher, nonostante non sia magari il suo film migliore, è in assoluto il mio preferito della sua produzione. Sarà per la regia impeccabile, l’eleganza della messinscena, la scrittura perfetta di Aaron Sorkin…comunque io lo rivedo sempre con estremo piacere.

A fronte di un budget non indifferente – 40 milioni di dollari – incassò piuttosto bene: quasi 225 milioni di dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla The Social Network?

Dietro ogni grande uomo, c’è un grande dramma: il racconto della creazione del più importante (?) social media, Facebook, e della turbolenta storia di Mark Zuckerberg. Ovviamente, piuttosto romanzata.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere The Social Network?

Jesse Eisenberg in una scena di The Social Network (2010) di David Fincher

Assolutamente sì.

Ovviamente sono molto di parte, ma è innegabile che The Social Network goda di una scrittura sublime e di una regia attenta e curata, con un approfondimento interessantissimo dei personaggi – pur nel suo voler romanzare moltissimo la vicenda.

Un casting praticamente perfetto, con attori che sembrano essere nati per il ruolo – in particolare Andrew Garfield in una delle sue migliori interpretazioni. Una vicenda appassionante, che non vive di divisioni nette, ma di un’interessantissima scala di grigi che, arrivati alla conclusione, lascia uno strano sapore amaro in bocca…

Una fredda cornice

Andrew Garfield in una scena di The Social Network (2010) di David Fincher

Uno degli elementi che apprezzo di più della pellicola è la scelta della cornice.

Apparentemente è la parte più fredda del film, in cui i protagonisti devono ripercorrere le loro vicende davanti a dei rigidi burocrati. Ed invece è proprio qui che si dà un maggiore spazio alla loro emotività più profonda.

Infatti, nei flashback per la maggior parte del tempo i personaggi, nonostante abbiano davanti agli occhi tutti i segni della distruzione imminente, continuano ad essere speranzosi e propositivi.

Sembra infatti esserci sempre lo spazio per tornare sui propri passi, per tenere in piedi un rapporto che si sta lentamente sgretolando…

Nel presente è tutto il contrario.

Jesse Eisenberg in una scena di The Social Network (2010) di David Fincher

Nel presente del processo ormai tutti i giochi sono fatti, tutte le carte sono state svelate: non c’è possibilità di risolvere nulla, ma piuttosto di sfogarsi, e fare in modo che questi sfoghi e questi torti trovino un riconoscimento legale.

E questa stessa emotività porta anche ad una fantastica costruzione della suspense, in particolare nelle battute finali: per gli ultimi momenti della testimonianza di Wardo si parla di trappola e di condanna a morte. Termini forti, che colpiscono al cuore, e che raccontano tutta la drammaticità della vicenda.

Emblematica in questo senso una delle ultime battute della giovane avvocatessa:

When there’s emotional testimony, I assume 85% of it is exaggeration.

In una testimonianza emotiva, do per scontato che l’85% delle dichiarazioni siano esagerate.

La spietatezza

Jesse Eisenberg in una scena di The Social Network (2010) di David Fincher

Nonostante, per le parole dello stesso film, Mark non sia una cattiva persona, è quasi inconsciamente spietato nel suo agire. Il futuro multimiliardario vuole portare avanti le proprie idee fondamentalmente mettendo al primo posto il successo, e solo dopo le persone.

E questo comportamento si trova fin dalle battute iniziali: dopo essere stato scaricato da Erica, Mark crea un sistema umiliante per catalogare le ragazze, andando fra l’altro ad usare le immagini senza il loro consenso.

Jesse Eisenberg in una scena di The Social Network (2010) di David Fincher

Quella che potrebbe essere un’azione da condannare diventa invece un successo, che lo mette in contatto con i fratelli Winklevoss, che gli forniscono l’idea primaria per la sua futura e proficua azienda.

Ma, quasi per pura antipatia, il protagonista li inganna e sviluppa il progetto alle loro spalle.

L’ultima e più importante vittima della sua spietatezza è Wardo: nonostante senza il suo sostegno non avrebbe potuto in alcun modo creare Facebook, Mark non ci mette poi tanto a scaricarlo a favore di Sean, quando questo si dimostra ben più intraprendente e calzante con il suo progetto.

E lo stesso Sean, quando si dimostra inaffidabile, viene escluso dal progetto.

Una persona difficile?

Jesse Eisenberg in una scena di The Social Network (2010) di David Fincher

Insomma, Mark è un personaggio problematico.

Una persona creativa e estremamente intelligente, ma fin troppo consapevole delle sue capacità e della sua superiorità rispetto agli altri, con un comportamento anche alimentato dalla stessa istituzione di cui fa parte: Harvard, considerata una delle università migliori degli Stati Uniti.

Tuttavia, Mark vorrebbe avere tutto: l’intelligenza e il successo anche in un contesto sociale che gli sembra precluso. E, soprattutto, vorrebbe essere attraente e desiderabile: vorrebbe, insomma, essere un po’ più simile a Wardo e ai Winklevoss.

Nel suo non riuscirci, si incattivisce e diventa sempre più chiuso in sé stesso e nella sua creazione, andando ad escludere appunto tutte quelle persone con un fascino desiderabile, ma è cui è indubitabilmente superiore dal punto di vista intellettivo.

Ma fanno tutti parte del problema.

Un mondo maschile

Il mondo di The Social Network è un mondo a predominanza maschile.

Se ci fate caso, tutte le persone coinvolte nel progetto di Facebook sono uomini, e i personaggi femminili sono sempre di contorno, oltre a ritrovarsi, molto spesso, esplicitamente esclusi dall’attività al centro della scena.

La scena più emblematica in questo senso è quando Sean scopre che Mark si è trasferito in California, e lo va a trovare con la ragazza di turno. Il protagonista quindi lancia a Parker e alla ragazza delle birre: Sean le afferra senza problemi, mentre la ragazza per due volte non riesce a prenderle e si dimostra piuttosto imbarazzata.

Poi, rimane in silenzio per il resto della scena.

Rooney Mara in una scena di The Social Network (2010) di David Fincher

Discorso diverso per Erica.

La scena di apertura del film è già di per sé rivelatoria: ci racconta immediatamente il protagonista nel suo egocentrismo e la sua presunta superiorità. Ma la stessa gli si rivolta contro, andando a negargli appunto quell’unica conferma sociale che una ragazza avrebbe potuto dargli.

La stessa ragazza che, anche se probabilmente involontariamente, umilia.

E, nonostante Mark ci provi in diverse occasioni, in nessuna di queste Erica gli permette di risolvere il danno che ha fatto – o, più che altro, non gli permette di ricucire il loro rapporto, la cui conclusione è stata per lui un vero smacco.

L’altro rapporto che racconta la sottile misoginia del protagonista è Marylin Delpy, la giovane avvocata con cui dialoga sul finale.

Più volte Mark si confronta con lei in brevi momenti durante il processo, e per la maggior parte del tempo la tratta con distacco e sufficienza, come se non meritasse la sua attenzione. Ma è alla fine la stessa che lo rimette al suo posto, facendogli capire qual è la cosa migliore.

Mettere da parte la sua arroganza e accettare la sconfitta.

E sempre Marylin gli nega la possibilità di intraprendere una nuova relazione, portando Mark a cercare di riconciliarsi ancora una volta – evidentemente inutilmente – con Erica, in maniera sconsolata e insistente…

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Bad Teacher – La rivincita della cool girl

Bad Teacher (2010) di Jake Kasdan è una commedia spassosa e irriverente con protagonista Cameron Diaz.

Non un grande film, ma un film che porto veramente nel cuore.

Con un budget veramente ridotto (appena 20 milioni), si portò a casa la bellezza di 216 milioni di dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla Bad Teacher?

Elisabeth è la classica maestra che si approfitta della sua posizione a discapito dei propri studenti. La sua vita viene scombussolata quando non riesce a combinare un matrimonio vantaggioso che l’avrebbe sistemata a vita…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Bad Teacher?

Cameron Diaz in una scena di Bad Teacher (2010) di Jake Kasdan

Dipende.

Bad Teacher è un’ottima commedia che prende le mosse dai prodotti comici tipici dei primi Anni Duemila, come l’indimenticabile Dodgeball (2004). Tuttavia porta anche un racconto più originale e maturo, senza mai sfociare nel cattivo gusto.

Ve lo consiglio principalmente se vi piacciono questo tipo di commedie e se soprattutto amate Cameron Diaz come attrice comica, in questo ruolo in forma smagliante, circondata da altri attori comici di grande valore come Jason Segel e Eric Stonestreet.

Perché siamo dalla parte di Elisabeth…

Cameron Diaz in una scena di Bad Teacher (2010) di Jake Kasdan

Bad Teacher porta in scena una protagonista affatto positiva, anzi: viene subito presentata nelle sue contraddizioni, di come lavori in una scuola per tutti i motivi sbagliati (per sua stessa ammissione) e non abbia in realtà alcuna voglia di insegnare, né di avere alcun tipo di relazione con i propri alunni, di cui non conosce neanche il nome.

Alla prima occasione si approfitta di un matrimonio di convenienza, che però va gambe all’aria e la riporta forzatamente dietro la cattedra. L’unico movente che infine la spinge ad insegnare veramente ai suoi alunni è il puro e semplice profitto.

Allora perché siamo dalla sua parte?

Cameron Diaz in una scena di Bad Teacher (2010) di Jake Kasdan

Proprio per il suo comportamento eccessivo Elisabeth è un personaggio irresistibile, e al contempo è anche molto umano: una donna estremamente attraente e desiderabile, che ha basato tutta la sua vita solamente su questo, anche andando a banalizzarsi. In realtà è un personaggio con grandi capacità (e volontà) di aiutare gli altri.

E infatti nel finale assume il ruolo che avrebbe sempre dovuto avere: consulente scolastico, una sorta di psicologo della scuola. Non a caso in diversi momenti del film, pur nel suo modo particolare, si è spesa nell’aiutare gli altri (la collega Lynn, il suo alunno Garret…), con consigli concreti ed effettivamente utili.

…e non di Amy

Lucy Punch in una scena di Bad Teacher (2010) di Jake Kasdan

Per quanto Amy sia apparentemente il personaggio positivo, o almeno quello che vive nella legalità, è decisamente quello più negativo di tutti.

Sicuramente è una maestra che si impegna nel suo lavoro, che cerca anzi modi creativi per incoraggiare i propri studenti a studiare. Tuttavia è del tutto evidente che anche lei, seppur per motivi diversi da Elisabeth, non insegna per il piacere di insegnare.

Infatti proprio per la questione del concorso verso la fine del film, è chiaro che Amy si impegni così tanto nel suo lavoro solo per avere un riconoscimento sociale, e convincere di fatto sé stessa di essere la migliore.

Quindi capiamo anche la sua frustrazione nell’essere scalzata da una mediocre come Elisabeth.

Accontentarsi di uomini mediocri

Justin Timberlake in una scena di Bad Teacher (2010) di Jake Kasdan

Il grande difetto di Elisabeth, che è al centro della sua maturazione nel film, è la sua incapacità di valorizzarsi, e per questo di cercare relazioni solamente con uomini mediocri.

Questo è il paradosso della cool girl, della ragazza popolare troppo cresciuta: l’incapacità di andare oltre le dinamiche adolescenziali e cercare relazioni appaganti, preferendo rincorrere la fama e i soldi.

Proprio mentre parla con Garret, Elisabeth si rende conto di star usando la stessa superficialità di Chase, andando a scegliere gli uomini che hanno un valore sociale più che un valore relazionale. Quindi nel caso della giovane Chase, il ragazzo più popolare, nel caso di Elisabeth, l’uomo più ricco.

Justin Timberlake e Cameron Diaz in una scena di Bad Teacher (2010) di Jake Kasdan

E infatti, il suo futuro marito all’inizio si rivela fin da subito una drama queen, fra l’altro incapace di gestire la propria relazione senza l’ingombrante figura materna. E Scott ancora di più è un uomo che oggettifica le donne solo per il loro aspetto, è un razzista e un conservatore, oltre che incapace di avere delle relazioni sane.

Questo è l’altro grande passo avanti che Elisabeth compie nella pellicola: scegliere di avere una relazione con un uomo che non è né bellissimo né ricco, ma che è con cui è davvero affine e che è capace di darle una relazione soddisfacente.