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Pitch Perfect Saga – Perdersi per strada

La saga di Pitch Perfect (2012 – 2017) è stato un piccolo fenomeno cinematografico della seconda metà degli Anni Dieci, che raccolse l’eredità di Glee, lanciò Anna Kendrick presso il grande pubblico, ma si perse anche drammaticamente lungo la strada.

Nonostante tutti i film abbiano portato dei buoni incassi, i risultati al botteghino sono stati alterni: un buon successo per il primo capitolo, raddoppiato per il secondo, per poi perdere una buona fetta di pubblico con il terzo capitolo.

Di cosa parla Pitch Perfect?

La trilogia di Pitch Perfect segue principalmente la protagonista, Beca, che si unisce al gruppo di canto a cappella delle Bellas, al contempo inseguendo il suo sogno di diventare una produttrice musicale…

Vi lascio il trailer del primo film per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Pitch Perfect?

Anna Kendrick, Brittany Snow e Anna Camp in una scena di Pitch Perfect (2012)

Dipende.

Il primo capitolo della trilogia è un mio personale confort movie: una commedia musicale piacevole, con un semplice quanto funzionale arco evolutivo della protagonista e dei personaggi secondari, e con delle performance musicali di alto livello.

Soprattutto se vi piaceva (o vi piace ancora) Glee, probabilmente lo amerete.

Purtroppo, non posso dire lo stesso degli altri due film.

Con la trilogia di Pitch Perfect ho visto dei prodotti creati principalmente per cavalcare il successo del brand, ma senza che ci fosse un’idea forte alla base dei sequel, andando anzi spesso a ripetere lo stesso schema narrativo, con una certa pigrizia di scrittura, arrivando infine deviare totalmente dalla strada principale.

Insomma, se fossi in voi, mi fermerei al primo film.

Pitch Perfect (2012)

Il primo capitolo della trilogia di Pitch Perfect è quello più robusto dei tre, pur non mancando di alcuni inciampi lungo la strada.

Ma partiamo dalle cose positive.

Una protagonista anomala

Anna Kendrick in una scena di Pitch Perfect (2012)

Il successo di questa pellicola, come in altri casi analoghi, è la scelta di una protagonista inusuale.

Beca non è anomala di per sé come protagonista, ma lo è nello specifico per il genere di riferimento: in un’epoca in cui Glee rappresentava praticamente la personalità di molti adolescenti, il modello di protagonista era la ragazza timida, un po’ nerd, ma con una voce magnifica.

Beca non è niente di tutto ciò.

Anna Kendrick e Rebel Wilson in una scena di Pitch Perfect (2012)

Non ha una voce particolarmente magnifica, è una persona molto chiusa in sé stessa e che tende ad allontanare gli altri – per sua stessa ammissione – testarda come un mulo, e che vorrebbe solamente seguire la strada che si è già prefissata.

La sua maturazione, per questo, avviene su due livelli.

Il primo è quello relazionale, nel senso più strettamente affettivo: tramite Jesse – che ha quasi il ruolo da pixie girl – si rende conto della sua tendenza incredibilmente tossica di farsi terra bruciata intorno, anche in maniera piuttosto cattiva e aggressiva.

Anna Kendrick e Skylar Astin in una scena di Pitch Perfect (2012)

Più banalmente, tramite le Bellas, Beca impara a lavorare in gruppo, ad introdurre le sue idee migliorative in maniera effettivamente collaborativa, quindi non testarda e aggressiva, come aveva fatto fino a quel momento.

Ma le Bellas rappresentano molto di più.

Una nuova femminilità

All’inizio del film, conosciamo fin da subito la superbia e l’acidità che contraddistingueva le vecchie Bellas.

Il gruppo rappresentava un modello femminile ormai datato, composto da donne bianche, con dei fisici perfetti e vestite con abiti formali, ma al contempo con un aspetto assai piacente, sessualizzato quanto bastava perché non risultasse eccessivo.

Aubrey eredita questa vena dittatoriale, forzando costantemente le altre ragazze a aderire a questo modello femminile, che si trasmette anche nelle canzoni poco al passo con i tempi e portatrici di concetti ormai superati.

La bellezza del finale sta non soltanto nell’ottimo numero musicale, ma anche nella libertà riconquistata delle Bellas nel raccontarsi in maniera autentica e personale all’interno del gruppo, pur mantenendone i simboli identitari.

Non la solita musica

Anna Kendrick in una scena di Pitch Perfect (2012)

Dal punto di vista musicale, Pitch Perfect mostra il suo lato migliore.

Anzitutto per le performance durante le gare, prima con le esibizioni dei Treblemakers e poi lo spettacolo finale delle Bellas, con dei mix up particolarmente coinvolgenti ed ottimamente coreografati.

Ma i momenti più iconici e che mi sono rimasti veramente impressi sono la scena dell’audizione e la sequenza del Rip-off, soprattutto grazie all’ottimo montaggio e alla fantastica regia, che li rende dei momenti veramente indimenticabili.

In particolare, ho apprezzato la cura che è stata messa nell’esibizione finale delle Bellas, momento che doveva distinguersi per qualità sia dalle loro precedenti performance, sia anche dall’ottima prova dei Treblemakers.

Un’inclusione fallace

Rebel Wilson in una scena di Pitch Perfect (2012)

Come Pitch Perfect riesce a raccontare in maniera interessante e variegata la femminilità, fallisce dal punto di vista inclusivo.

Anzitutto per Fat Amy.

Il film si crede particolarmente spiritoso ed originale per questa trovata, che in realtà racconta una mal celata grassofobia, o, per meglio dire, una grande pigrizia narrativa che per l’ennesima volta rende il personaggio grasso la spalla comica della protagonista.

Questo elemento, insieme al vomito incontrollabile di Aubrey, rappresenta la pesante eredità che Pitch Perfect trae dalla più classica delle commedie del decennio precedente, in cui era tipico trovare i suddetti elementi.

Ma se Fat Amy è anche perdonabile, dal momento che comunque è un personaggio brillante e uno dei migliori del film, il punto più basso è la rappresentazione di Cyntia-Rose.

Se da una parte può essere anche positivo il fatto che il suo personaggio non nasconda la sua omosessualità, meno piacevole è quanto non solo si insista nel volerla ricondurre al classico e stanco stereotipo della lesbica mascolina, ma si spinge fortemente l’acceleratore nelle molestie comiche del personaggio contro Stacie.

Mentre guardavo Cynthia con gli occhi affondati nei seni della compagna mi sembrava di essere tornata ai tempi di Camera Cafè, ma quando insistentemente la ragazza cerca di fare la respirazione bocca a bocca a Amy…

…e soprattutto quando salta addosso a Stacie nel finale – e la stessa usa il fischietto antistupro – ho visto l’immensità dell’ignoranza che questo film rappresenta.

Purtroppo, un’ignoranza molto inconsapevole…

Pitch Perfect 2 (2015)

Con il Pitch Perfect 2 (2015) la sceneggiatura rimane in mano a Kay Cannon, ma la regia passa a Elizabeth Banks, che già dallo scorso capitolo interpretava Gail McKadden, la commentatrice delle gare di canto.

E non è proprio una buona notizia…

It’s 2015, baby!

Le Bellas in una scena di Pitch Perfect 2 (2015)

Pitch Perfect 2 segna un cambio di passo travolgente.

Lasciatosi alle spalle l’era di Glee ormai in chiusura, le Bellas approdano alla scintillante conclusione degli Anni Dieci, sembrando alternativamente delle modelle di un post di Instagram e le backup dancers del videoclip Bang Bang, che da solo rappresenta perfettamente l’estetica di questi anni.

Così dalle luci più morbide e tridimensionali del primo capitolo, si passa ad un universo fatto di colori carichi e caramellosi, accompagnato da una regia molto più fredda e anche ben poco ispirata, alla lunga quasi nauseante…

E Beca racconta perfettamente questo cambiamento.

Una Beca nuova di zecca

Anna Kendrick in una scena di Pitch Perfect 2 (2015)

Vuoi per il cambio di regia, vuoi per il maggiore potere contrattuale della stella nascente Anna Kendrick, Beca è totalmente cambiata.

Ci dimentichiamo ben presto della ragazza molto chiusa, un po’ emo, che respingeva tutti, e troviamo invece una team leader con un look fortemente diverso, che la fa sembrare proprio lo stereotipo della ragazza popolare di quegli anni.

Per fortuna che la regia non si dimentica del passato del personaggio, che mantiene una certa insicurezza nei confronti delle nuove sfide, rientrando in un topos narrativo più alla Il diavolo veste Prada (2006), ma che si risolve senza troppi drammi e riscoprendo l’importanza del gioco di squadra.

L’usato sicuro?

Anna Kendrick in una scena di Pitch Perfect 2 (2015)

Pitch Perfect 2 ricade nel più classico errore di un sequel di un prodotto di successo: portare in scena sostanzialmente la medesima storia, ma rimescolando un po’ le carte.

Ma se Cameron era riuscito in questo compito con particolare maestria con Aliens (1986) – proprio per fare un paragone volutamente improprio – non si può dire lo stesso di Kay Cannon con il sequel della sua stessa creazione, che ricalca la stessa storia, ma con molto meno mordente.

Si comincia sempre con l’incidente scatenante che mette a dura prova le Bellas, portandole a doversi mettere in gioco più che mai con un nemico ben più potente e temibile di quanto non fossero i Treblemakers.

Rebel Wilson in una scena di Pitch Perfect 2 (2015)

Già qui entrambi gli elementi mi hanno francamente piuttosto infastidita: sia per, ancora una volta, il malcelato fat shaming nei confronti di Amy – il pubblico avrebbe avuto la stessa reazione con un corpo più canonicamente bello? – sia per la rappresentazione dei DSM.

Come non mi ha entusiasmato la banale e stereotipata rappresentazione di Cynthia-Rose, ancora meno mi è piaciuta la banalità con cui sono stati caratterizzati i leader del gruppo rivale, ovvero basandosi sulla classica ironia dei tedeschi come minacciosi e con un fare quasi militaresco.

Insomma, si poteva fare molto di meglio.

E lo stesso discorso vale per la rappresentazione di Flo, personaggio a cui, insieme ai due commentatori, il film affida l’elemento del black humor, risultando personalmente più fastidioso e fuori luogo che effettivamente piacevole.

Non c’è spazio per tutti

Hailee Steinfeld in una scena di Pitch Perfect 2 (2015)

Uno dei problemi maggiori di Pitch Perfect 2 è il sovraffollamento della scena.

La sceneggiatura sembra avere per le mani un numero esagerato di personaggi che appare incapace di gestire, portando molti dei secondari fondamentali del precedente capitolo a scomparire sostanzialmente di scena.

È il caso di Stacie – che col nuovo look sulle prime non avevo neanche riconosciuto – ma soprattutto di Jesse, personaggio così fondamentale nel precedente film, in questo nuovo capitolo ridotto ad un minutaggio insignificante, diventando poco più che un figurante.

Anna Kendrick in una scena di Pitch Perfect 2 (2015)

Si cerca di dare più spazio a Bumper e Amy, e così alla nuova leva delle Bellas, Emily, ma sinceramente né le loro storie d’amore né i loro personaggi in generale mi hanno detto molto più rispetto al precedente film, anzi in non pochi momenti mi sembravano degli elementi funzionali solo ad allungare il minutaggio.

Ma non è neanche la cosa che mi ha fatto più male.

A cappella?

Le Bellas in una scena di Pitch Perfect 2 (2015)

Le esibizioni di Pitch Perfect per la maggior parte non mi sono piaciute.

Mi sono sembrate molto più attente agli effetti speciali e al valore di certi momenti nella storia, più che a portare in scena delle sequenze veramente creative e interessanti, che raccontassero il grande lavoro delle protagoniste per portare la migliore performance possibile.

Anche se lo spettacolo finale dovrebbe essere il punto di arrivo del loro percorso, l’ho trovato veramente poco coinvolgente e molto meno artisticamente interessante rispetto all’analogo momento del primo capitolo.

E sicuramente la regia piatta non ha aiutato…

Pitch Perfect 3 (2017)

Pitch Perfect 3 è riuscito in qualcosa che non mi sarei mai aspettata da questa saga: mi ha profondamente annoiato.

E il cambio di regia ha aiutato meno di quello che credessi…

Un dramma ridondante

Arrivati a questo punto della saga, continuare a mettere le protagoniste all’interno di un ulteriore dramma l’ho trovato piuttosto ridondante, tanto più quando il minutaggio non basta per approfondire neanche la metà dei problemi effettivamente proposti.   

Ma la situazione peggiore è indubbiamente quella di Beca: nonostante sia riuscita ad intraprendere un’interessante carriera nel mondo della produzione, si dimostra incredibilmente immatura – sempre per necessità di trama – nell’incapacità di accettare i compromessi e le difficoltà del suo stesso lavoro.

Sarebbe stato molto più credibile se fosse stato inserito un racconto più articolato di un ambiente di lavoro tossico da cui la protagonista voleva effettivamente fuggire per trovare qualcosa di meglio…

…ma chi ne ha il tempo in soli 90 minuti di film.

Uscire di scena

Uno dei pochi pregi di questo film è la sua capacità di rendersi conto del sovraffollamento dei personaggi in scena, e fare così una buona scrematura iniziale.

Ma non basta.

Anche se i personaggi maschili sono immediatamente congedati – Jesse è lontano tremila chilometri e Bumper è stato semplicemente scaricato da Amy – ancora una volta la pellicola vuole raccontare troppe storie e dare spazio a troppi personaggi.

Così non abbiamo nessun approfondimento del nuovo amore di Chloe, del contrasto col padre di Aubrey, per non parlare dell’assoluta inutilità della nuova relazione di Lilly: storyline totalmente comandate, che dovevano esserci per fare minutaggio, ma che non si ha avuto né il tempo né l’interesse a trattare adeguatamente.

Il conflitto a tutti i costi

Uno dei pilastri della narrazione di Pitch Perfect (e di qualunque film analogo) è il racconto della maturazione delle protagoniste per arrivare allo spettacolo finale.

In Pitch Perfect 3, nonostante ci si provi moltissimo, il conflitto non esiste.

Nell’improvvisato Rip-off all’inizio le protagoniste vengono di fatto umiliate e superate da delle interpretazioni molto più vincenti dei loro concorrenti, andando a suggerire una potenziale difficoltà del gruppo per riuscire ad emergere.

Il problema è che le loro performance sono fin da subito apprezzate, quindi manca di fatto una costruzione della tensione e del dubbio che le Bellas possano non essere scelte da DJ Khaled: sono già evidentemente le più meritevoli.

Il colpo di scena è rappresentato dalla scelta di Beca come solista per aprire il concerto, con un brevissimo conflitto che porta alla più scontatala risoluzione: le Bellas sostengono la protagonista per la sua scelta e finiscono per cantare con lei.

Un momento che dovrebbe essere incredibilmente emozionante, ma che non mi ha emozionato per nulla…

Parliamo (troppo) di Amy

Forse anche per una certa consapevolezza della mancanza della tensione in scena, la pellicola concede tantissimo spazio alla storia di Amy.

Lasciando da parte l’imbarazzo che ho provato per la maggior parte delle sue battute, ho trovato in generale la sua storia, che dovrebbe essere la parte fondamentale del film, incredibilmente noiosa e prevedibile.

Ma in particolare l’ho trovata una storyline dal sapore spy totalmente fuori luogo nel contesto di Pitch Perfect, la cui risoluzione, fra l’altro, era già stata raccontata con un flash forward all’inizio del film.

Insomma, una conclusione di saga che ho trovato molto insapore.