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West Side Story – Terrible time in America

West Side Story (2021) di Steven Spielberg è il remake dell’omonimo cult cinematografico del 1961, tratto dal musical di Leonard Bernstein.

Purtroppo, il progetto si è rivelato un grande insuccesso commerciale: a fronte di un budget piuttosto importante – 100 milioni di dollari – ne ha incassati appena 76 in tutto il mondo…

Di cosa parla West Side Story?

New York, 1957. Tony e Maria sono due giovani innamorati, che però fanno parte di due gang rivali…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere West Side Story?

Rachel Zegler in una scena di West Side Story (2021) di Steven Spielberg

Assolutamente sì.

Steven Spielberg riesce non solo a superare tutti i limiti della produzione del 1961, ma anche riuscire a rendere incredibilmente più realistico un musical che parlava di conflitti sociali molto forti e reali – e ancora estremamente attuali.

Particolarmente indovinata la rappresentazione della comunità portoricana, non solo con un casting finalmente credibile, ma anche con l’inserimento di diverse battute in spagnolo, finalizzate a un senso di maggior realisticità alla vicenda.

L’unico difetto che si può forse imputare al film è il suo voler essere eccessivamente vicino, per alcuni elementi, all’opera di partenza, non sacrificando alcun numero musicale, persino quelli che inevitabilmente appesantiscono una pellicola di oltre due ore e mezza…

Dominio

I Jets in una scena di West Side Story (2021) di Steven Spielberg

When you’re a Jet, you’re a Jet all the way!

La scena di apertura serve non solo a definire gli spazi, ma soprattutto l’intenzione dei Jets di appropriarsene.

Infatti, il gruppo comincia la sua traversata da una terra di nessuno, ormai destinata alla distruzione, per poi muoversi verso quei quartieri che evidentemente non gli appartengono – come si comprende dalle insegne dei negozi in spagnolo…

…ma che cercano di spogliare della presenza straniera, con passi di danza perfettamente integrati nella loro ricerca di dominio, sempre gettati in avanti, a braccia aperte, a pugni chiusi, per coprire più spazio possibile.

Guerra

¡La libertad, la libertad!

La libertà, la libertà!

Questa riappropriazione diventa un effettivo insulto alla comunità portoricana, quando viene infangata la loro bandiera – mentre nel West Side Story del ’61 semplicemente vi era una scritta sul muro molto meno grave, che recitava semplicemente Sharks stinks.

Dopo una lotta senza quartiere, all’arrivo dei poliziotti gli Sharks, ormai scacciati ed umiliati da una giustizia mai veramente a loro favorevole, esplodono in un canto tutto in spagnolo in cui rivendicato con fierezza le loro origini.

Ma ancora più significativo è il discorso del Tenente Schrank, che gli ricorda l’insensatezza della loro lotta: uno scontro fra disperati per un fazzoletto di terra, che fra poco sarà occupato da quelli che dovrebbero essere i loro veri nemici.

Ovvero, la classe dirigente che li ha lasciati ai margini.

Fuori

Ansel Elgort in una scena di West Side Story (2021) di Steven Spielberg

Somethin’s comin’ / I don’t know what it is / But it is gonna be great

Spielberg carica il suo protagonista maschile di nuovi sentimenti.

Diventa infatti significativo per Tony rivendicare il suo voler essere esterno alle lotte fra le gang, proprio per essere andato così vicino ad uccidere un ragazzino, ad un passo dal rendere questo evento tutta la sua personalità.

Ansel Elgort in una scena di West Side Story (2021) di Steven Spielberg

Per questo la sua canzone Something’s Coming assume un nuovo sapore nella bocca di un protagonista che è tornato a casa, ma vuole trovare all’interno della stessa qualcosa di nuovo, qualcosa di diverso dall’odio che era tutta la sua vita fino a questo momento.

Per questo è fondamentale che il numero si svolga non in solitudine, ma davanti agli occhi speranzosi e quasi ammonitori di Valentina, mentre il ragazzo gli racconta che qualcosa sta per cambiare, che deve cambiare…

Diversa

Rachel Zegler e Ariana DeBose in una scena di West Side Story (2021) di Steven Spielberg

Ma il cambiamento più significativo è il personaggio di Maria.

Se nella versione del ’61 la protagonista femminile era una ragazzina superficiale e sciocca, che viveva ancora a casa dei suoi genitori, in questo caso presenta un carattere decisamente più irriverente, tanto da mettere più volte in discussione l’autorità del fratello.

Infatti, la sua ribellione, la sua unione con Tony è molto più che un semplice amore impossibile, ma piuttosto un modo in cui Maria decide di definire sé stessa come donna libera, senza che sia il fratello ad imporle un compagno così incolore come Chino.

Così la sua prima vera ribellione alla sua famiglia è proprio quel rossetto rosso che sceglie di mettersi prima di uscire per il ballo, che va in parte a riscrivere quell’aspetto puro e illibato che il vestito bianco dovrebbe conferirgli.

Nascosti

Rachel Zegler in una scena di West Side Story (2021) di Steven Spielberg

Tony e Maria sanno subito di dover stare nascosti.

Il prologo del loro dramma è proprio il ballo stesso, che perfettamente incorniciata all’interno di dinamiche da musical il bruciante contrasto fra le due gang, per cui qualunque tentativo di pace, persino un’innocua danza, appare assolutamente impossibile.

Infatti, a differenza dell’opera originaria, i due capiscono subito che il loro incontro si deve svolgere nelle retrovie della festa, con uno scambio articolato da alcuni passi di danza ripresi dallo spettacolo e un paio di battute ironiche che raccontano l’inizio dell’intrecciarsi del rapporto.

Rachel Zegler e Ansel Elgort  in una scena di West Side Story (2021) di Steven Spielberg

Rispetto al West Side Story del ’61, questo primo incontro è riscritto in più direzioni e con grande intelligenza: il primo bacio fra i due non è ricercato da entrambi in un commosso crescendo, ma piuttosto voluto dalla stessa Maria, che mostra ancora una volta la sua intraprendenza e sfacciataggine.

Inoltre, il fatto che i due rimangano nascosti per tutto il dialogo – a differenza del film originale, in cui erano in mezzo alla folla – rende ancora più grave la loro situazione: sembra come se Tony avesse preso da parte la giovane ragazza per approfittarsene…

Scoperta

Rachel Zegler e Ansel Elgort  in una scena di West Side Story (2021) di Steven Spielberg

Today, the world was just an address / A place for me to live in

La scena della balconata è semplicemente perfetta.

Spielberg riprende per lunghi tratti le dinamiche del prodotto originale, ma le impreziosisce con una gestione degli spazi magistrale, che racconta quanto la loro relazione sia impervia e apparentemente impossibile, come se ci fosse un blocco, una rete invalicabile fra loro…

But here you are / And what was just a world is a star

…ma che prontamente il baldanzoso Tony supera per raggiungere quella che ha capito essere per nulla una ragazzina indifesa, benché in quel momento appaia fortemente impaurita dalla presenza di Bernardo a pochi passi.

Purtroppo, per così dire, la sceneggiatura non sceglie di fare il passo decisivo per rendere effettivamente più credibile il loro rapporto: subito Tony le chiede di scappare insieme, subito si danno appuntamento per il giorno successivo e si dichiarano il reciproco amore eterno.

America

Ariana DeBose e David Alvarez in una scena di West Side Story (2021) di Steven Spielberg

Life is all right in America / If you’re all white in America

Una riproposizione decisamente interessante è America.

Come tipico della produzione del ’61, la regia della scena era estremamente statica e limitata ad un solo ambiente, con uno scambio piuttosto animato fra le ragazze della gang e le loro controparti maschili, con un sottofondo fortemente ironico.

Nel remake si sceglie invece di aprire la scena e di distribuirla in diversi ambienti, nonché di caricarla di un significato profondamente drammatico, mostrando quello che effettivamente i due stanno cantando – le proteste della comunità portoricana, l’antagonismo della polizia…

Ariana DeBose in una scena di West Side Story (2021) di Steven Spielberg

Terrible time in America / You forget I’m in America

Tuttavia, non sia arriva mai ad una vera conclusione.

Se da una parte Anita si rifiuta di lasciare l’America, in quanto unico luogo dove può effettivamente determinarsi come figura indipendente e lavoratrice, e non invece limitata al ruolo di madre con una prole ingestibile…

…dall’altra Bernardo, fra l’ammonimento e la provocazione, le ricorda che il sogno americano è tanto bello quanto esclusivo dei bianchi – o, in alternativa, delle persone capaci effettivamente di combattere come lui.

Intermezzo

Make of our hands, one hand

Avrei preferito che la parte centrale fosse più audace nella riscrittura…

…o, ancora meglio, nella selezione.

La sequenza dell’appuntamento fra Tony e Maria, soprattutto nella scena del matrimonio, si sposa in maniera poco convincente con quello raccontato finora dei loro personaggi, e mostra la già citata poca audacia nell’operare fino in fondo una riscrittura più credibile dell’opera.

Altrettanto fine a sé stessa è la scena della stazione di polizia, per quanto ottimamente portata in scena ed interpretata, non aggiungendo di per sé molto al racconto dei Jets e alla loro personalità.

Tuttavia, un elemento è davvero vincente.

Fra i personaggi meglio riscritti del film c’è sicuramente il personaggio senza nome (anybodys) interpretato dall’attore non binario iris menas, che vuole disperatamente far parte di Jets, nonostante sia costantemente bollato come una femmina, e pure piuttosto brutta.

Significativo riscriverlo in questa veste più moderna, sorpassando la banalizzazione dello stesso nel West Side Story del ’61, quando veniva raccontato come semplicemente come un tomboy – un maschiaccio.

Contrasto

Got a rocket / In your pocket / Keep coolly cool, boy

Con l’approcciarsi dello scontro, si definisce ancora più il contrasto interno alla pellicola.

In questo senso è stato particolarmente indovinato rimischiare le scene, usando la canzone Cool per raccontare il tentativo di Tony di far ragionare quel ragazzino di Riff, pronto alla lotta senza quartiere con una pistola che non è capace di utilizzare.

Allo stesso modo, vincente la scelta di porre la sequenza I Feel Pretty immediatamente dopo lo scontro fra i Jets e gli Sharks, proprio per raccontare un sogno d’amore ancora intatto e che, almeno sulla carta, dovrebbe superare ogni tipo di conflitto.

David Alvarez in una scena di West Side Story (2021) di Steven Spielberg

All’interno di una regia decisamente più ispirata, lo scontro è tanto più drammatico quanto preceduto dai tentativi disperati di Tony di far ragionare Bernardo e di farsi per questo accettare da lui come compagno della sorella…

…ma arrivando inevitabilmente alla tragedia, all’autodistruzione fra i due maggiori mandanti della stessa, Riff e Bernardo, che si lasciano alle spalle vedove e amici dal cuore spezzato, oltre ad una lotta ancora più feroce e disperata.

Ripensamento

Rita Moreno in una scena di West Side Story (2021) di Steven Spielberg

We’ll find a new way of living / We’ll find a way of forgiving / Somewhere

Se nel film del ’61 l‘angoscia dell’ultimo atto veniva in parte spezzata dalla canzone Cool, nella nuova versione la tragica dinamica è incorniciata dalla canzone Somewhere, cantata da Valentina, interpretata dalla vera star della prima versione del musical: Rita Moreno.

La scena più significativa di questo frangente è lo scontro fra Anita e Maria in A Boy like That, brano dai toni molto più malinconici nel ’61, in questo caso invece caricato di un inedito senso di conflitto, con cui la protagonista riesce a raccontare effettivamente l’importanza del suo amore per Tony.

Oh no, Anita, no / You should know better!

In particolare, decisamente indovinato il momento in cui Maria rinfaccia ad Anita la sua ipocrisia: anche se Tony ha ucciso Bernardo, la donna dovrebbe essere ben consapevole di come il suo amato sia stato il principale artefice della sua distruzione…

…ma nonostante questo, di averlo comunque amato.

Inevitabile

La tragedia sembra inevitabile.

Nonostante Anita si convinca ad aiutare Maria a scappare, si ricrede quando viene salvata all’ultimo da Valentina dal tentato stupro – con un dialogo aperto fra presente e passato, come se Anita salvasse sé stessa…

Rachel Zegler in una scena di West Side Story (2021) di Steven Spielberg

Conseguentemente, Tony si rende il bersaglio perfetto per la vendetta di Chino, che sceglie infine di sfogare la sua frustrazione per aver sia perso l’amore di Maria, sia per essere stato incapace di difendere Bernardo.

Il finale riprende sostanzialmente le stesse dinamiche del film del ’61, con anche l’ultimo colpo di coda di Maria, che mette le gang davanti alle colpe della loro stupida guerra, ma che infine si arrende, e si unisce silenziosa alla processione funebre che chiude la pellicola.

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2021 Commedia Commedia romantica Drammatico Film Oscar 2022

The worst person in the world – Una generazione perduta?

The worst person in the world (2021) è un film norvegese, per la regia di Joachim Trier, cineasta già attivo da molti anni e che con questo film chiude la sua Trilogia di Oslo. La pellicola è stata candidata a Miglior film internazionale agli Oscar 2022 (perdendo contro Drive my car) e al Festival di Cannes 2021 ha conquistato il premio per Miglior interpretazione femminile.

Un film che si propone di raccontare il dilemma generazione dei millenials, all’interno di una commedia romantica.

Ci è riuscito?

Di cosa parla The worst person in the world

La pellicola racconta di Julie, una ragazza di quasi trent’anni che cerca costantemente di trovare la propria strada nella vita, stressata dalla generazione più vecchia di lei per prendere una decisione e far fronte alle sue responsabilità. E, per questo, si barcamena fra due relazioni sentimentali.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea.

Perché The worst person in the world non funziona (secondo me)

Renate Hansen Reinsveen e Anders Danielsen Lie in una scena del film The worst person in the world (2021) uscito in italia come La persona peggiore del mondo candidato all'oscar come miglior film internazionale

Come anticipato, The worst person in the world sembrava voler raccontare un dilemma generazionale: i millennial sono una generazione di adulti trattati dalla società con gli stessi parametri di una realtà culturale ormai tramontata. Troppo giovani per essere presi sul serio, ma abbastanza adulti da prendere scelte importanti sulla propria vita.

La pellicola pare appunto voler partire da queste premesse, sviluppando la tematica attraverso il racconto delle relazioni romantiche travagliate della protagonista. In realtà, a parte qualche concetto femminista buttato lì e qualche problema generazionale non particolarmente esplorato, The worst person in the world non è altro che una commedia romantica di medio livello, che cade nel facile patetismo sul finale.

La persona peggiore del mondo?

Renate Hansen Reinsveen e Anders Danielsen Lie in una scena del film The worst person in the world (2021) uscito in italia come La persona peggiore del mondo candidato all'oscar come miglior film internazionale

Il film si propone fin dal titolo di raccontare il dramma e il conflitto della protagonista, che si sente appunto la persona peggiore del mondo per le sue scelte di vita. Il problema è che sicuramente Julie fa delle scelte che moralmente non sono del tutto condivisibili, ma sono anche le migliori per lei. E questo, che sembrava dover essere il tema principale della pellicola, non viene affrontato fino in fondo, non riuscendo di conseguenza a contestualizzare adeguatamente il titolo e la tematica.

Ho visto molto più focus, soprattutto nella parte finale, sul personaggio di Aksel, il fidanzato quarantaquattrenne con cui Julie ha un evidente conflitto generazionale. A lui viene infatti viene dedicato ampio spazio nelle ultime sequenze, in particolare con un monologo dal forte impatto emotivo. Insomma, il suo personaggio mi è sembrato decisamente più profondo ed esplorato rispetto a quello della protagonista, complice probabilmente anche il fatto che chi ha scritto e diretto la pellicola fa parte della generazione di Askel, appunto.

Vale la pena di vedere The worst person in the world?

Renate Hansen Reinsveen in una scena del film The worst person in the world (2021) uscito in italia come La persona peggiore del mondo candidato all'oscar come miglior film internazionale

Nonostante il film sia a mio parere fallace nel rendere al meglio la tematica trattata, è complessivamente un film godibile, soprattutto se apprezzate le commedie romantiche. In particolare se siete amanti della produzione europea, generalmente estranea agli stereotipi più smaccati del genere, come invece tipico del cinema statunitense.

Semplicemente, non aspettatevi un film particolarmente brillante come si propone di essere.

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2021 Drammatico Film Oscar 2022

Macbeth – Rivivere il capolavoro

Il cinema semplice road to oscar 2022 che si svolgeranno il 28 marzo 2022

Candidature Oscar 2022 per Macbeth (2021)

(in nero le vittorie)

Miglior fotografia
Miglior attore protagonista a Denzel Washington
Migliore scenografia

Macbeth (2021) è il primo film di Joel Coen, uno dei due fratelli Coen, in solitaria. Non augurerei mai alla coppia storica di prendere strade diverse, ma non posso negare che il risultato sfiora il capolavoro.

Il film purtroppo non è andato in sala, ma è stato distribuito esclusivamente sulla piattaforma Apple TV+.

È stato anche candidato agli Oscar 2022 per diverse categorie, senza purtroppo portarsi nulla a casa.

Di cosa parla Macbeth

Tranne alcuni cambiamenti (di cui parlerò nella parte spoiler), la storia corrisponde quasi alla perfezione all’opera di Shakespeare. Macbeth, signore di Glamis, viene tentato da tre streghe ad assumere il ruolo di sovrano, uccidendo il saggio Re Duncan.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Approcciarsi alla visione

Una scena del film Macbeth (2021) di Joel Cohen, candidato all'oscar con Denzel Watshington, Frances Macdormand

Anticipo che non si tratta di un film di facile fruizione: riprende passo a passo la storia dell’opera shakespeariana, utilizzando le stesse battute con il medesimo linguaggio. Un linguaggio arcaico e artificioso, tipico del genere teatrale e dell’epoca in cui è stato scritto.

Quindi, anche doppiato, non è una passeggiata.

Oltre a questo, il film è caratterizzato da una messa in scena e da una recitazione che sfiora il surreale, come tipico di molta filmografia dei fratelli Cohen. Non a caso la pellicola è stata tutta girata in studio, rendendo l’ambientazione fortemente teatrale e con un’ampiezza scenica limitata.

Quindi aspettatevi non dico uno spettacolo teatrale, ma poco ci manca.

Perché e come vedere Macbeth

Denzel Washington e Frances McDormand in una scena del film Macbeth (2021) di Joel Cohen candidato all'oscar in streaming su Apple TV+

Fatte queste premesse, Macbeth è assolutamente da recuperare. Forse non l’opera più tipica dei fratelli Cohen, ma sicuramente quella che più si avvicina al concetto di capolavoro. Una trasposizione praticamente perfetta dell’opera shakespeariana, con interessanti innovazioni e messe in scena di altissimo livello, nonché tipiche dei Coen.

È quindi un film che consiglierei ad un pubblico che apprezza un tipo di pellicole dal taglio fortemente autoriale, non semplice da vedere, ma dal valore artistico inestimabile.

Per il come, vi consiglio caldamente di leggervi priva l’opera originale: a mio parere fare i confronti con la fonte aumenta vertiginosamente la piacevolezza della pellicola.

Una recitazione parallela

Denzel Washington e Frances McDormand in una scena del film Macbeth (2021) di Joel Cohen candidato all'oscar in streaming su Apple TV+

Denzel Washington (Macbeth) e Frances McDormand (Lady Macbeth) hanno scelto due stili di recitazione differenti, ma entrambi efficaci per rendere alla perfezione le controparti cartacee.

Denzel Washington: tornare all’apice

Denzel Washington in una scena del film Macbeth (2021) di Joel Cohen candidato all'oscar in streaming su Apple TV+

Denzel Washington è un attore riconosciuto ed acclamato, due volte premio Oscar. Tuttavia, non ha sempre fatto scelte vincenti nella sua carriera ed era da tempo che non prendeva parte a progetti interessanti. Con Macbeth è tornato a brillare.

La sua recitazione è fortemente mutevole nel corso della pellicola: si parte da un Macbeth molto riflessivo e contenuto, che non abbraccia del tutto e subito i suoi istinti omicidi.

Tuttavia, più la storia prosegue, più il suo personaggio diventa impulsivo e violento, totalmente distrutto dai sensi di colpa e dalla paranoia. E Denzel Washington è davvero abile a mettere in scena questo climax emotivo ascendente, questo gettarsi nel turbine dell’ossessione.

Frances McDormand, vincitrice eterna

Frances McDormand in una scena del film Macbeth (2021) di Joel Cohen candidato all'oscar in streaming su Apple TV+

Posso solo dire cara grazia per Jessica Chastain (vincitrice agli Oscar 2022 per Gli occhi di Tammy Faye) che Frances McDormand non sia candidata quest’anno per Macbeth.

Questa splendida attrice, che ha brillato in diversi ruoli nel corso della sua carriera, fra cui in Fargo (1996) e nel più recente Tre manifesti (2018), è adorata dall’Academy. Infatti nelle sue ultime candidature, per Tre manifesti nel 2019 e Nomadland (2020) lo scorso anno, ha sempre trionfato.

Frances McDormand è fra le attrici che più amo, perfetta in ogni ruolo e incredibilmente versatile. In questo caso riesce a trasmettere la passione e la furia di Lady Macbeth, uno dei personaggi più sanguinari della storia della letteratura occidentale. Riesce anche perfettamente a rendere la sua follia nelle scene di sonnambulismo, con il suo volto e la sua espressività sempre azzeccati.

Una strega, tre streghe

Kathryn Hunter in una scena del film Macbeth (2021) di Joel Cohen candidato all'oscar in streaming su Apple TV+

Una delle scelte più peculiari della pellicola è stata rappresentare le tre streghe con una sola attrice, inizialmente da sola, poi con due compagne senza volto. Un’attrice fra l’altro davvero particolare: Kathryn Hunter è principalmente un’interprete teatrale, nota per vestire i panni di diversi personaggi, anche del sesso opposto.

Hunter riesce a portare in scena un’unica strega, ma che vale per tre: davvero grottesca, paurosa, perfettamente adeguata alla mitologia shakespeariana, che raccontava le streghe come esseri al limite dell’umano.

Lodevole inoltre la palese citazione alla Morte de Il settimo sigillo (1957).

Kathryn Hunter in una scena del film Macbeth (2021) di Joel Cohen candidato all'oscar in streaming su Apple TV+

La versatilità recitativa di Kathryn Hunter è definitivamente confermata, oltre che dalla sua recitazione corporale davvero sorprendente, dal fatto che interpreta perfettamente anche il personaggio del padre di Ross.

Ottimi comprimari

Harry Melling in una scena del film Macbeth (2021) di Joel Cohen candidato all'oscar in streaming su Apple TV+

Oltre ai protagonisti, nota di merito anche ai personaggi secondari. Anzitutto Harry Melling, che interpreta Malcom, che i più ricorderanno come Dudley, il cugino di Harry nella saga di Harry Potter.

Tuttavia l’attore si è recentemente fatto notare per apparizioni di altro livello: in un altro film dei fratelli Cohen, La ballata di Buster Scruggs (2018), nonché dalla serie La regina degli scacchi. In Macbeth è presente in poche scene, ma di ottima qualità.

Bertie Carvel in una scena del film di Joel Cohen candidato all'oscar in streaming su Apple TV+

Splendido anche Bertie Carvel, altro attore principalmente del teatro, che interpreta Banquo. Una presenza scenica incredibile, un’ottima postura tutta teatrale, e una grande intensità recitativa.

Alex Hassell in una scena del film di Joel Cohen candidato all'oscar in streaming su Apple TV+

Ma la punta di diamante dei personaggi secondari è sicuramente Alex Hassell, che interpreta Ross, già presente in un altro film scritto dai fratelli Cohen, Suburbicon (2017). Un’espressività del volto davvero peculiare, che riesce ad essere inquietante e a rendere perfettamente la figura del macchinatore nell’ombra.

Guizzi di genialità di Macbeth

Kathryn Hunter in una scena del film Macbeth (2021) di Joel Cohen candidato all'oscar in streaming su Apple TV+

Come anticipato, Cohen non segue perfettamente l’opera letteraria, portando dei cambiamenti degni di nota. Oltre al personaggio di Ross (di cui parlerò più avanti), ci sono in particolare due deviazioni dall’opera che ho particolarmente apprezzato.

Anzitutto, la rappresentazione del fantasma di Banquo: nell’opera teatrale il suo spettro entrava nella sala del banchetto e si sedeva al posto di Macbeth, che si rifiutava per questo di prendere posto alla tavola.

Il film decide invece di renderlo come uno spettro che si aggira nel castello, ma che non è altro una visione di Macbeth, che scambia un corvaccio per il suo amico morto, sottolineandone la follia che lo sta assalendo. La scena in cui combatte furiosamente con l’uccellaccio è al limite del comico e del grottesco.

Poi la resa del secondo incontro delle streghe con Macbeth. La posizione non è cucinata in un calderone, elemento forse troppo favolistico, ma nella stanza stessa, con il pavimento che si riempie d’acqua. Questa scelta rende più efficace l’elemento visionario della scena: all’arrivo degli altri personaggi, come nell’opera, Macbeth chiede se hanno visto le streghe passare. E ancora sembra solo un suo sogno.

Un Ross diverso

Alex Hassell in una scena del film Macbeth (2021) di Joel Cohen candidato all'oscar in streaming su Apple TV+

La scelta forse più peculiare della pellicola è la rappresentazione di Ross. Nell’opera letteraria era un personaggio davvero minore, che aveva principalmente il ruolo di messaggero. In questo caso diventa invece spesso protagonista della macchinazione di Macbeth, apparendo come suo consigliere ed esecutore.

Inoltre, Cohen decide di colmare un dubbio filologico che attanaglia gli studiosi da secoli: il terzo assassino ingaggiato da Macbeth per uccidere Banquo, la cui identità è totalmente oscura nell’opera letteraria, non è altro che Ross. Proposta suggestiva, già avanzata in passato, ma già scartata dalla critica.

Non è finita

Il finale dell’opera letteraria è estremamente consolatorio: Macbeth viene ucciso e i personaggi superstiti di si accordano su come risolvere felicemente la situazione. Il finale del film è invece oscuro e minaccioso.

Alla fine infatti Ross recupera Fleance, il figlio di Banquo, nel luogo dove si pensava l’avesse ucciso. Lo porta via, non sappiamo dove. A fare cosa, non lo possiamo sapere. Ma tutto indica che, anche con morte di Macbeth, l’incubo non è finito: un’oscura figura macchina ancora nell’ombra.

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2021 Animazione Avventura Disney Drammatico Film Oscar 2022

Encanto – L’happy ending a tutti i costi

Il cinema semplice road to oscar 2022 che si svolgeranno il 28 marzo 2022

Candidature Oscar 2022 per Encanto (2021)

(in nero i premi vinti)

Miglior film d’animazione
Miglior colonna sonora originale
Migliore canzone originale

Encanto (2021) è l’ultima pellicola Disney Pictures uscita lo scorso novembre, nonché il 60esimo classico della casa di produzione statunitense. Nonostante ad oggi sia diventato un piccolo cult online, soprattutto per la canzone We don’t talk about Bruno, è stato un discreto flop commerciale: 251 dollari di box office contro un budget di 120. Quindi forse sono riusciti a rientrare nei costi di produzione, ma, con la massiccia campagna marketing che è stata fatta, non è neanche detto. Comunque per la Disney non un buon risultato.

Il film è stato una sorprendete riscoperta quando è uscito in streaming a Natale, creando un trend tutt’ora vivo, soprattutto su TikTok. E dopo spiegheremo come questo è di fatto un precedente pericoloso.

Ma andiamo con ordine.

Di cosa parla Encanto

Mirabel, interpreta da Stephanie Beatriz, in una scena del film Encanto (2021) 60° classico disney miglior film d'animazione oscar 2022

La storia di Encanto ruota intorno a Mirabel, parte della famiglia Madrigal, il punto di riferimento per una piccola comunità immaginaria della Colombia. Tutta la famiglia di sangue è caratterizzata per possedere poteri eccezionali, che mette al servizio del bene comune. Tutti tranne Mirabel. La protagonista sarà anche l’unica a rendersi conto di come la magia stia sparendo e a cercare di risolvere il mistero e ricostruire la solidità della famiglia.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea.

Perché guardare Encanto

Encanto, nonostante le problematiche che esporremo nella parte spoiler, è un film molto valido, dal grande potere intrattenitivo e con delle canzoni che ti entrano veramente ne cuore. Non a caso è diventato famoso soprattutto per quest’ultime. La protagonista è una ventata di aria fresca per il genere: non è la solita protagonista femminile stereotipata (da cui la Disney sta cercando di distaccarsi da anni), ma è intraprendente, coraggiosa e con una bellezza non convenzionale, ma più realistica.

La storia nel complesso, nonostante il finale a mio parere poco convincente, riesce a trasportati in un mondo nuovo e davvero magico, e a farti esplorare bene o male tutti i personaggi della famiglia. Nel complesso, un film che ogni fan della Disney dovrebbe avere nel suo arsenale.

La questione degli Oscar 2022

Come ampiamente previsto, questo film ha vinto miglior film d’animazione agli Oscar 2022. Personalmente, nonostante il film sia complessivamente gradevole e ben fatto, penso che il premio dovesse essere vinto da I Mitchell contro le macchine (2021), prodotto Netflix di altissima qualità che vi consiglio caldamente di recuperare. O, al massimo, da Luca (2021), altro prodotto veramente valido della Pixar uscito la scorsa estate.

Tuttavia, il posizionamento dell’uscita rendeva assolutamente telefonata la vittoria di Encanto: solitamente i film che si vogliono far vincere agli Oscar vengono fatti uscire il più vicini possibile alla premiazione.

Il precedente pericoloso

Mirabel, interpreta da Stephanie Beatriz, in una scena del film Encanto (2021) 60° classico disney miglior film d'animazione oscar 2022

Non è un buon momento per i film d’animazione e, più in generale, i film per famiglie: la pellicola d’animazione che ha incassato di più nel 2021 è stata Sing 2 (377 milioni contro 85 milioni di budget), portandosi a casa circa la metà degli incassi del primo capitolo della saga.

In generale, vuoi per la difficoltà di recarsi serenamente in sala, soprattutto con bambini piccoli, vuoi per la sempre maggiore offerta delle piattaforme streaming, il pubblico più giovane sta abbandonando la sala. E la Disney, consapevole di questo, ha rilasciato il film neanche un mese dopo la sua uscita in sala su Disney+, portando al successo che ha avuto.

Un pericolosissimo precedente: senza lo streaming, Encanto non avrebbe avuto successo. E non è un caso, quindi, che Red (2021), l’ultima pellicola Pixar, sia stata rilasciata in streaming direttamente. La terza pellicola Pixar di fila.

Perché le canzoni di Encanto sono già dei piccoli cult

Luisa, interpretata da Jessica Darrow, in una scena del film Encanto (2021) 60° classico disney miglior film d'animazione oscar 2022

Le motivazioni del successo delle canzoni di Encanto sono fondamentalmente due: Lin-Manuel Miranda e la loro funziona nella storia. Se il primo nome non vi dice niente, sappiate che bene o male questo personaggio fa già parte della nostra vita (e non ce ne siamo accorti). Diventato in poco tempo il golden boy di Hollywood, ha sceneggiato Hamilton (2020), tratto dal famosissimo musical che è stato un successo incredibile negli Stati Uniti, e ha diretto l’ottimo Tik, tik…boom! (2021). Oltre a questo, aveva una parte abbastanza importante ine Il ritorno di Mary Poppins (2018).

Miranda è un ottimo sceneggiatore di musical (e se avete visto Tik, tik…boom! sapete di cosa sto parlando) ed con Encanto è stato capace di portare aria fresca al genere animato. Infatti la particolarità delle canzoni di Encanto è appunto il loro ruolo nella storia: molto spesso nei classici Disney (e non solo) le canzoni sono poco memorabili anche perché hanno un ruolo veramente marginale nella storia, spesso solo momenti di riflessione dei personaggi. Il primo esempio davvero emblematico in questo senso è Frozen II (2019), di cui infatti alcuna canzone è rimasta nel cuore degli spettatori.

In Encanto, invece, la canzoni sono spesso anche mischiate anche ai dialoghi dei personaggi e hanno una funzione chiave nella trama: o la portano direttamente avanti (come nel caso di !Hola casita!, la canzone finale di Abuela), oppure sono funzionali a far capire profondamente i personaggi del film (come la canzone di Luisa). Oltre a questo, sono canzoni sempre diverse fra loro e molto orecchiabili. Io, personalmente, le ho adorate dalla prima all’ultima.

Toccare i tasti giusti

Mirabel, interpreta da Stephanie Beatriz, e Luisa, interpretata da Jessica Darrow, in una scena del film Encanto (2021) 60° classico disney miglior film d'animazione oscar 2022

Io, per la maggior parte del finale, ero in lacrime. E non la classica lacrimuccia, proprio un pianto vero. Perché per tutto il film, e soprattutto alla fine, Encanto è riuscito a toccare i tasti giusti. In particolare i problemi familiari che più o meno tutti abbiamo o abbiamo avuto nella vita, il rapporto coi nostri nonni e potenzialmente l’abbandono di una persona amata.

Sono delle situazioni in cui ci si può facilmente immedesimare, perché piuttosto comuni. Oltre a questo, più realisticamente parlando, la famiglia Madrigal e l’esperienza di Mirabel non sono altro che la storia di ragazzini prodigio, che sentono la pressione al successo da parte dei genitori. Un altro tema, non a caso, piuttosto comune.

Una protagonista diversa

Mirabel, interpreta da Stephanie Beatriz, in una scena del film Encanto (2021) 60° classico disney miglior film d'animazione oscar 2022

Come anticipato, uno dei grandi meriti di questa pellicola è di portare in scena una protagonista diversa dal solito: finalmente non una insopportabile e irrealistica Mary Sue, speciale fin dalla nascita, ingenua e senza nessuno spirito di intraprendenza. Mirabel è invece intraprendente, decisa, ha una gamma espressiva ampia e realistica, ha sentimenti positivi ma anche molto negativi e molto umani.

Ma, soprattutto, non è un personaggio positivo solo a parole: aiuto veramente la sua famiglia, aiuta Antonio nel suo viaggio con un sincero affetto e aiuto che il resto della famiglia non gli dà. E, incredibilmente, non è rancorosa contro la sua famiglia, composta per la maggior parte da adorabili stronzi.

Una rappresentazione davvero inclusiva

La famiglia Madrigal in una scena del film 60° classico disney miglior film d'animazione oscar 2022

Encanto non solo ha reso protagonista della scena la comunità latina, in particolare colombiana, finora ben poco presente sui nostri schermi, ma è riuscito a farlo in maniera interessante e intelligente. I personaggi non sono per nulla stereotipati come spesso succede, sono tutti diversi fra loro di aspetto, con una splendida varietà di volti e di rappresentazione.

Oltre a questo, Encanto ha portato in scena una delle poche rappresentazioni di una donna muscolosa e possente, senza ridicolizzarla o renderla una macchietta, ma con un profondo dramma personale. Ed è splendido come molte persone, di solito scarsamente rappresentate, si siano ritrovate nel suo personaggio.

Il personaggio di Bruno e l’umorismo vincente

Bruno, interpretato da John Leguizamo, in una scena del film

Il personaggio di Bruno è la vera punta di diamante del film e non a caso è anche quello spesso più citato. Il film utilizza un trope che io personalmente adoro, ovvero introdurre un personaggio a parole e poi crearvi dell’attesa intorno. Oltre a questo, è un personaggio con cui facilmente empatizziamo e a cui è dedicante una delle scene che più mi spezzano il cuore di tutta la pellicola, ovvero quando Mirabel scopre che Bruno ha creato un allungamento del tavolo della sala da pranzo e ha disegnato sopra il suo piatto.

Ma è anche un personaggio genuinamente divertente, soprattutto per le parti in cui interpreta i suoi alter-ego. Fra l’altro, ci sono diversi momenti in cui Bruno è presente in scena prima che appaia, in primo luogo nella scena della canzone a lui dedicata.

In generale l’umorismo del film è piuttosto vincente, con battute che riescono a farmi ridere anche ad una seconda visione, in particolare all’inizio quando Mirabel afferma che è speciale come tutti i membri della sua famiglia, uno dei bambini le dice Maybe your gift is being in denial (Magari il tuo talento è negare la realtà).

Perché il finale di Encanto non funziona

Abuela, interpretata da María Cecilia Botero, in una scena del film Encanto (2021) 60° classico disney miglior film d'animazione oscar 2022

Il problema del finale è in realtà triplice: la giustificazione assoluta del personaggio di Abuela Alma, la morale problematica e la mancanza di un finale vero.

Il problema di Abuela Alma

Nella conclusione Mirabel si mostra assolutamente comprensiva nei confronti della nonna, accettando il suo dolore e il suo trauma, e conseguentemente giustificando il suo comportamento terribile finora. Quella della nonna (e in parte anche degli altri membri della famiglia) era una pura violenza psicologica, infatti se non fossimo in un film Disney il potere di Mirabel sarebbe la depressione profonda.

La storia della nonna è indubbiamente bella e toccante, anche molto empowering a suo modo: una donna solo, con tre figli, che riesce a costruire una solida comunità. Tuttavia, appunto, il suo trauma non giustifica la violenza con cui opprime i suoi familiari, che portano appunto ad una distruzione dell’armonia familiare.

Nota a margine, fra l’altro, per l’ossessione ancora viva del co-regista del film, Byron Howard, per il tema della luce: se fate un confronto con Rapunzel (2010), di cui era sempre co-regista, noterete delle grande similitudini fra il fiore del film del 2010 e la candela di Encanto.

Il finale non finale

Mirabel, interpreta da Stephanie Beatriz, in una scena del film Encanto (2021) 60° classico disney miglior film d'animazione oscar 2022

Il problema del finale di Encanto è proprio che non è un finale, ma una conferma della situazione precedente. C’erano diversi e vari problemi all’interno della famiglia, anzitutto quello già detto della nonna, ma anche la generale ansia e infelicità dei componenti della famiglia. Questo problema non è veramente risolto, perché è assolutamente poco credibile che basti una canzone per risolvere il trauma profondo di Mirabel, quello di Bruno e a risaldare i rapporti fra i personaggi.

Anche perché il problema di fondo resta: anche se la famiglia Madrigal si vuole forse più bene ora, sono comunque persone che devono essere al servizio della loro comunità, dare una certa immagine di sè, come viene ben mostrato nel film. Tutto questo non viene risolto.

Ma il problema più grande a mio parere è proprio Mirabel.

La morale distorta

Mirabel, interpreta da Stephanie Beatriz, in una scena del film 60° classico disney miglior film d'animazione oscar 2022

Nella conclusione scopriamo che il vero potere di Mirabel è quello di tenere unita la famiglia e, di conseguenza, l’intera comunità. Tuttavia, questo la rende totalmente un personaggio dipendente, che non potrà mai veramente staccarsi da questo contesto senza che possa succedere ancora una volta il disastro della fine del film.

Questo perché, come già detto, i problemi della famiglia non sono risolti. Quindi Mirabel, che è comunque un personaggio intraprendente e con voglia di fare, non potrà mai essere più che il collante della famiglia, senza avere un vero ruolo se non quello fondamentalmente ancellare.

Il finale perfetto sarebbe stato se Mirabel si fosse allontanata dalla famiglia, cercando la felicità e la possibilità di esprimersi altrove. E invece deve rimanere ancora ad un ambiente, che, in fin dei conti, è davvero soffocante.

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Drive my car – L’incomunicabile

Il cinema semplice road to oscar 2022 che si svolgeranno il 28 marzo 2022

Candidature Oscar 2022 per Drive my car (2021)

(in nero i premi vinti)

Miglior film internazionale
Miglior film
Miglior regista
Miglior sceneggiatura non originale

Sono poche le volte in cui posso dire di essere stata travolta da un film. Drive my car è una di quelle volte. E dico travolta e non intrattenuta per un motivo: non so ne spiegare il perché. Per tre ore (sì, tre ore) sono stata incollata ad uno schermo dove veniva raccontata una storia complessa ma vicina a me, con una delicatezza e una profondità che raramente ho trovato in altre pellicole.

Di cosa parla Drive my car

È difficile dire di cosa parla Drive my car senza rovinarvi la visione. È un film che va visto con la mente libera da ogni influenza esterna.

Tuttavia quello che vi posso raccontare è che il film ha un importante prologo che copre quasi la prima metà della sua durata (di cui non vi posso dire niente). Dopo, parla di un attore e regista teatrale che organizza uno spettacolo e che viene accompagnato, contro la sua volontà, in giro con un autista fornito dalla produzione. Questo è lo scheletro narrativo. Sotto a questo, c’è un mondo che potrete capire solo se vedrete la pellicola.

Vi lascio il trailer, se proprio volete vederlo, ma vi consiglio di guardare il film senza aggiungere altro.

Drive my car fa per me?

Hidetoshi Nishijima in una scena del film Drive my car (2021) di Ryusuke Hamaguchi, vincitore oscar miglior film internazionale

È molto difficile rispondere a questa domanda. Soprattutto perché non credo che questo film sia paragonabile ad alcunché da me conosciuto. Forse, e sottolineo forse, potrei paragonarlo, per come mi ha fatto sentire, a I’m Thinking of Ending Things (2020), anche senza tutta la parte surreale.

Generalmente parlando, vi devono piacere i film molto riflessivi e fatti più di dialogo che di azioni, metafore potenti e da sviscerare. Se vi piacciono questo tipo di film, vi innamorerete. E per reggere questa pellicola, c’è davvero bisogno di innamorarsi.

Riflessioni Oscar 2022

Hidetoshi Nishijima e Tôko Miura in una scena del film Drive my car (2021) di Ryusuke Hamaguchi, vincitore oscar miglior film internazionale

Come ampiamente previsto, Drive my car ha vinto Miglior Film Internazionale. Mi mancano ancora le altre pellicole candidate e solitamente non darei un giudizio netto. Ma credo che pochi, avendo visto la pellicola, possano dirmi che meritava di vincere altro se non questo. Anzi, a mio parere doveva vincere anche qualcosa di più.

La storia alla fine

Hidetoshi Nishijima in una scena del film Drive my car (2021) di Ryusuke Hamaguchi, vincitore oscar miglior film internazionale

Il mio passato è passato senza eventi

Fra tutto, forse quello che mi ha più colpito è stato il fatto che all’inizio io avevo inquadrato la storia in un certo modo, anche abbastanza superficiale se vogliamo, e la rivelazione finale è stata uno schiaffo.

Inizialmente pensavo infatti che Yūsuke, il protagonista, non fosse capace di affrontare il tradimento della moglie, e che non ne sapesse nulla prima. Allo stesso modo pensavo che Oto si fosse suicidata.

Invece la realtà è molto peggiore e il racconto di Kōiji lascia a mio parere anche spazio a più interpretazioni. Io personalmente credo che la vera storia di Oto e Yūsuke fosse quella di un rapporto definitivamente incrinato dalla morte della figlia, in cui era nata una profonda incomunicabilità fra i due.

Un matrimonio spezzato

Reika Kirishima e Hidetoshi Nishijima e  in una scena del film Drive my car (2021) di Ryusuke Hamaguchi, vincitore oscar miglior film internazionale

Penso che Oto non sapesse che Yūsuke era a conoscenza dei suoi tradimenti, se così vogliamo chiamarli, e che questo non fosse che un modo per lei di comunicare i suoi veri sentimenti, così come Yūsuke comunicava i suoi attraverso il teatro.

La storia dell’adolescente era in realtà la storia di Oto, che cercava di attirare l’attenzione del marito attraverso le relazioni con altri uomini, con indizi che lei lasciava perché lui la scoprisse. La conclusione della storia non era che un modo in cui Oto si sentiva nei confronti del marito, che, per quanto ne sapeva, non si accorgeva appunto di quello che stava succedendo.

In questo senso piuttosto emblematico è il simbolismo della telecamera, collegato strettamente a quello dell’abbraccio: nell’ultima scena di sesso insieme a Yūsuke, quando questo la mette nella posizione in cui l’aveva trovata nel momento del tradimento, Oto si rende finalmente conto che il marito sapeva della sua relazione con Kōiji. E infatti a quel punto guarda in macchina, come nella sua storia guardava nella telecamera. E, intanto, lo abbraccia.

Il simbolismo dell’abbraccio prosegue più volte nella pellicola e viene suggellato dall’abbraccio finale fra Yūsuke e Lee in scena, in cui finalmente l’uomo accetta di andare avanti con la sua vita. Un momento fra l’altro dolcissimo, senza che un suono sia emesso.

La metafora del petromizonte

Reika Kirishima e Hidetoshi Nishijima e  in una scena del film Drive my car (2021) di Ryusuke Hamaguchi, vincitore oscar miglior film internazionale

Il dialogo durante la scena di sesso di Yūsuke è Oto è fondamentale: finalmente Oto ha il coraggio di rivelare a Yūsuke i suoi veri sentimenti. Lei afferma di sentirsi come un petromizonte, ovvero quel pesce che si attacca ad una roccia o ad un altro pesce e lascia che tutto intorno a lui scorra.

Così è successo anche al loro matrimonio e, per estensione alla vita stessa di Yūsuke, che ha lasciato che gli eventi andassero avanti senza riuscire ad intervenire.

Il significato dell’automobile

Hidetoshi Nishijima in una scena del film Drive my car (2021) di Ryusuke Hamaguchi, vincitore oscar miglior film internazionale

Premetto che questo film l’ho sentito anche profondamente vicino perché anche io ho un rapporto con la mia auto simile a Yūsuke. Un momento intimo in cui stare con me stessa.

La macchina di per sé, che tra l’altro è rosso accesso e spicca nella scena, è la metafora stessa della vita di Yūsuke, del suo io interiore. Un’estensione del teatro, unico luogo dove può veramente esprimersi.

E infatti si trova in difficoltà quando deve cedere il controllo dell’auto prima alla moglie, e poi a Misaki. Tuttavia, il loro rapporto si sviluppa proprio in funzione della macchina stessa.

Drive my car

Hidetoshi Nishijima e Tôko Miura in una scena del film Drive my car (2021) di Ryusuke Hamaguchi, vincitore oscar miglior film internazionale

Per una volta la traduzione del titolo originale è corretta: significa effettivamente Drive my car, ovvero Guida la mia macchina. Un imperativo, ma più che altro un invito.

E infatti nel film Yūsuke lascia che Misaki si introduca sempre di più nella sua macchina, e quindi nella sua intimità. Prima lascia che la aspetti in macchina, poi che la porti dove vuole, che fumi dentro la vettura e infine il loro rapporto si allontana dalla macchina stessa, concludendosi in quel sentito abbraccio nella neve. Emblematica in questo senso l’inquadratura finale della scena della visita la casa natale di Misaki: la macchina da presa si sofferma proprio sulla macchina, ormai vuota. In quel momento finalmente Yūsuke ha deciso di proseguire con la sua vita.

E infatti infine vediamo Misaki nel nostro presente, che guida la macchina di Yūsuke, ovvero quella parte della sua vita da cui è finalmente riuscito a distaccarsi.

Il personaggio di Misaki

Tôko Miura in una scena del film Drive my car (2021) di Ryusuke Hamaguchi, vincitore oscar miglior film internazionale

Misaki sembra, per la maggior parte del film, un personaggio poco importante, quasi uno spettatore silenzioso di tutta la vicenda. In realtà Misaki è la figura chiave che porterà Yūsuke a risolvere la sua vita.

Infatti Misaki ha vissuto una vita sicuramente più dura di Yūsuke, ma accumunata dalla sua incapacità di intervenire e da una menzogna portata avanti per anni. Come lei trova in Yūsuke il padre che non ha mai avuto ma di cui porta il cognome, così l’uomo trova nella ragazza la figlia che non ha mai potuto crescere, come conferma lo stesso anno di nascita delle due.

Interessante come inizialmente Misaki è ridotta (e si riduce) ad un ruolo profondamente servile. Sempre lasciata da parte, sempre a lasciarsi da parte. Piuttosto emblematico quando, durante la cena a casa di Gong, Yusuke e il suo ospite parlino di lei in terza persona, nonostante sia al loro stesso tavolo. E alla fine lei si allontana, per abbassarsi al di sotto di loro, al livello del cane.

Corpi e espressioni

Yoo-rim Park e Tôko Miura in una scena del film Drive my car (2021) di Ryusuke Hamaguchi, vincitore oscar miglior film internazionale

Una chiave di lettura importante per comprendere il film è notare il modo in cui i corpi si muovono in scena e come i personaggi si esprimono. Infatti per quasi tutta la pellicola, al di fuori delle scene teatrali, i personaggi non si toccano mai e mantengono un’espressione seria e distaccata.

Le uniche eccezioni sono il momento molto sentito di prova fra Lee e Janice, nonché quello appunto finale fra Yūsuke e Lee. Per le espressioni, gli unici momenti in cui vediamo Yūsuke veramente esprimersi, è alla cena con Gong e quando deve confessarsi con Misaki alla fine, in cui scoppia in un pianto disperato e confessa i suoi veri sentimenti per la moglie. E, ovviamente, nella splendida scena finale, in cui finalmente accetta la perdita della moglie.

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Coda – Quando i buoni sentimenti non bastano

Il cinema semplice road to oscar 2022 che si svolgeranno il 28 marzo 2022

Candidature Oscar 2022 per Coda (2021)

(in nero i premi vinti)

Miglior film
Miglior sceneggiatura non originale
Miglior attore per Troy Kotsur

Coda (2021) è il classico film dei buoni sentimenti, nonché remake della pellicola francese La famiglia Belièr (2014), di cui condivide la trama e le dinamiche in maniera quasi identica.

Il film è diventato un caso quando qualche giorno fa ha trionfato agli Oscar, vincendo Miglior film, Miglior sceneggiatura non originale e Miglior attore non protagonista. La polemica è nata appunto intorno ai premi conquistati, con cui ha scalzato film molto più quotati.

Parlando di questa pellicola non si può infatti lasciar da parte la questione degli Oscar: anche solo candidare un film è un riconoscimento del suo valore. Quindi le pellicole candidate non possono essere considerate come le altre, soprattutto se candidate e vincitrici di premi così importanti. Non a caso per Spencer ho scritto una critica molto più analitica rispetto al solito sulla recitazione di Kristen Stewart, proprio perché è stata candidata come Miglior Attrice protagonista.

Ma andiamo con ordine.

Di cosa parla Coda

La trama di Coda (che è una sigla per indicare la comunità dei sordomuti) racconta di Ruby, diciassettenne che fa parte della famiglia Rossi, composta appunto da persone non udenti. Lei è l’unica della famiglia ad essere invece udente, e per questo si porta sulle spalle il grande peso di aiutare i suoi familiari a gestire i propri affari ed il rapporto col mondo esterno.

Il problema sorgerà quando la ragazza deciderà di partecipare ad un concorso per entrare in una famosa scuola di canto, dovendo così però abbandonare la propria famiglia.

Vi lascio al trailer per farvi un’idea.

Perché Coda non funziona

Coda è un film che può riuscire a colpirti per un solo motivo: se ti piacciono le commedie dei buoni sentimenti e riesci ad essere quindi coinvolto nella storia. Con me non è ci è riuscito: oltre ad essere un genere che non fa per me, l’ho trovata una pellicola estremamente banale.

Il film ha infatti una trama e delle dinamiche veramente scontate e di cui puoi capire l’evoluzione dal primo minuto. Non manca davvero niente: ci sono battute scialbe sui sordomuti; ci sono non uno, ma ben due montaggi musicali per far passare il tempo; e, infine, c’è una dramma spinto inutilmente in una certa direzione.

Un film costruito a tavolino per suscitare determinate emozioni, senza portare nulla di nuovo, lasciando anzi molti fili narrativi senza soluzione.

Perché Coda non è tutto da buttare

Troy Kotsur nei panni di Frank e Marlee Matlin nei panni di Jackie in una scena del film i segni del cuore, miglior film oscar 2022

Coda è un film fatto con le migliori intenzioni: riprendere il film francese che era stato tanto criticato per non aver incluso persone non udenti e per non aver dato una rappresentazione rispettosa della comunità, e portare qualcosa che sia di valore. Tuttavia, il risultato, come accennato, è davvero deludente.

Tuttavia in generale si vede che gli attori si sono davvero impegnati nei loro ruoli: sono molto in parte, nonostante non siano, per me, prove artistiche da Oscar. In particolare Troy Kotsur, che interpreta il padre di Ruby, è un buon attore comico e in certe scene ha un’espressività veramente esplosiva.

Due parole con spoiler

Emilia Jones nei panni di Ruby in una scena del film Coda (2021) in italia uscito come i segni del cuore, miglior film oscar 2022

In generale penso sia stata una buona cosa che questo tipo di film sia stato preso in mano da una persona parte della comunità rappresentata. Ha infatti portato in scena alcuni aspetti meglio di come avrebbe potuto fare una persona senza il suo tipo di prospettiva. Ad esempio, la scena a teatro quando chiaramente i genitori non possono sentire la figlia cantare. Semplice, ma efficace.

Tuttavia, che senso ha rifare un film che già di per sé aveva una trama davvero prevedibile ed era nel complesso molto mediocre? Ribadisco, onorevole provare a portare in scena una comunità poco rappresentata, ma perché non scegliere una storia più profonda e interessante, oltre che maggiormente rappresentativa della tematica?

Oltre a questo, come anticipato, alcune linee narrative non trovano un vero scioglimento: il dramma è caricato pesantemente ed il problema raccontato è reale, ma non viene mai spiegato come venga risolto. È solo una drammaticità a favore di pubblico, non per raccontare una storia con un vero significato, ma solo per farci piangere e sospirare per la dura scelta di Ruby. Scelta di cui non vediamo mai le conseguenze: come farà la famiglia Rossi a continuare a pescare senza l’aiuto della figlia? Non lo sapremo mai.

Drammaticità spicciola

Troy Kotsur nei panni di Frank e Emilia Jones nei panni di Ruby in una scena del film Coda (2021) in italia uscito come i segni del cuore, miglior film oscar 2022

La drammaticità, come anticipato, è totalmente gratuita. C’era bisogno del dramma di Ruby che non riusciva ad andare alle prove per aiutare i suoi familiari? I telefoni non esistono più per chiamarsi quando si ha un imprevisto? Ovviamente no, altrimenti il dramma dove sarebbe. Oltre a questo, che bisogno c’era di creare questo conflitto inutile fra Ruby e il suo insegnante? Perché questo sembra totalmente incapace di capire il problema evidente della ragazza?

Io sono una grande appassionata del genere teen drama, soprattutto quello più becero primi anni 2000, quindi conosco tutte le dinamiche di questo tipo di prodotti. E per me funzionano solamente quando sono messe in scena in maniera o particolarmente trash o in qualche modo originale. Non è questo il caso.

Riflessioni sugli Oscar 2022

Ferdia Walsh-Peelo nei panni di Miles e Emilia Jones nei panni di Ruby in una scena del film Coda (2021) in italia uscito come i segni del cuore, miglior film oscar 2022

Quest’anno l’Academy ha dovuto fare una scelta: decidere se premiare un messaggio politico o un film meritevole. E non è una scelta scontata, perché dà un significato del tutto diverso su cosa sia questa premiazione. Era già successo con Green book (2018), altra commedia dei buoni sentimenti che trattava il tema del razzismo nella maniera più superficiale che possiate immaginare. Quando quell’anno c’era come candidato Vice. Credo non ci sia altro da aggiungere.

In questo caso Coda aveva come concorrenti film di altissimo valore artistico: fra gli altri, Il potere del cane e Licorice pizza. E alla fine l’Academy ha deciso che era meglio premiare il film che l’avrebbe fatta apparire meglio agli occhi del pubblico, piuttosto che dare prova di essere manifestazione cinematografica seria.

Coda meritava di vincere?

Emilia Jones nei panni di Ruby in una scena del film Coda (2021) in italia uscito come i segni del cuore, miglior film oscar 2022

No, per me Coda non meritava di vincere. Non meritava neanche di essere candidato, ma se proprio avessero voluto fare i paraculi potevano candidarlo e non farlo vincere come era successo con Black Panther (2018). Invece hanno voluto spingere l’acceleratore, premiandolo per dei meriti che non aveva: non è un buon film, ha una sceneggiatura di una banalità accecante e non ha alcun merito artistico. Unica cosa che posso vagamente accettare è la vittoria di Troy Kotsur, che è stato comunque abbastanza bravo.

I film con persone con disabilità esistono. Anche bei film. Solo magari non film statunitensi e con produzioni importanti dietro. E l’unico motivo per cui Coda ha avuto questo tipo di riscontro è perché vi recitano attori sordomuti e perché è statunitense.

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Spencer – La favola della principessa triste

Il cinema semplice road to oscar 2022 che si svolgeranno il 28 marzo 2022

Candidature Oscar 2022 per Spencer (2021)

(in nero le vittorie)

Migliore attrice protagonista a Kristen Stewart

Spencer è l’ultima opera di Pablo Larraín, cineasta cileno che si era già fatto notare nel cinema occidentale per Jackie (2016). In questo caso la pellicola racconta di Diana, la Principessa Triste.

Una pellicola che mi ha convinto appieno, con un comparto tecnico di primo livello e un taglio narrativo che mi ha sorpreso.

Poi c’è Kristen Stewart.

E quello è tutto un altro discorso.

Di cosa parla Spencer

Per chi seguisse The Crown, la storia prende temporalmente le mosse dal finale della quarta stagione, ovvero la famosa cena di Natale del 1991. Spencer ci porta in medias res, quando i rapporti fra Diana e Carlo sono già tesi, anche per via della relazione, ormai nota a tutti, fra il primogenito di Elisabetta e Camilla.

La narrazione si svolge nei tre giorni passati da Lady Diana durante le vacanze invernali nella tenuta della regina a Sandringham, con la famiglia reale al completo.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea.

Perché Spencer funziona

Il film non ha alcuna pretesa di realismo in senso stretto, quindi non aspettatevi qualcosa come The Crown appunto (anche se anche la serie stessa inventa a sua volta). Il taglio della pellicola è molto intimo e favolistico, con elementi pseudo-magici, anche se ben contestualizzati.

La narrazione ruota praticamente tutta attorno alla figura di Diana e al suo dramma personale, tanto che non arriva a parlare con altri personaggi della famiglia prima di quasi metà del film. Durante la maggior parte del tempo viene accentuata la sofferenza della sua solitudine, del suo essere lasciata da parte, con grandi inquadrature profondamente vuote.

Un casting azzeccato

Stella Gonet nei panni della Regina Elisabetta in una scena del film di Pablo Larraín, con Kristen Stewart candidata come miglior attrice protagonista agli oscar 2022

In particolare la sua diversità viene raccontata dai colori: nella maggior parte dei casi Diana indossa colori brillanti e carichi, che emergono dal grigiume delle tinte desaturate degli altri personaggi in scena.

Differentemente da The Crown, tuttavia, i membri della famiglia reale non sono rappresentati come persone deprecabili, ma semplicemente come freddi e distanti, ingabbiati in un rigido protocollo a cui Diana non riesce ad adeguarsi. Le scelte di casting in questo senso sono azzeccatissime: attori che già di per sé hanno dei volti taglienti e aristocratici, in particolare la Regina Elisabetta e il Principe Carlo.

Nota di merito anche a Timothy Spall, ottimo caratterista noto al grande pubblico per aver interpretato il personaggio di Codaliscia, il tirapiedi di Voldemort, nella saga di Harry Potter. In questo caso interpreta il maggiordomo Alistar Gregory, agli occhi di Diana estensione della rigidità delle regole della famiglia reale.

Poi c’è Kristen Stewart.

Il mio problema con Kristen Stewart

Kristen Stewart in una scena del film Spencer (2021) di Pablo Larraín, con Kristen Stewart candidata come miglior attrice protagonista agli oscar 2022

Partiamo dal presupposto che mi sono approcciata a questa pellicola con la stessa tranquillità del suocero di Giacomo in Tre uomini e una gamba (1997), quando lo aspetta all’entrata della casa col fucile in mano.

Io sono personalmente piuttosto scettica nei riguardi delle capacità recitative di Kristen Stewart. Dopo Twilight, a differenza di Robert Pattinson, non è mai riuscita a decollare. Ha preso pure parte a pellicole di importanti autori, come Café society (2016), dimenticabilissima pellicola di Woody Allen dove ha dato una dimenticabilissima interpretazione. Ma, a differenza di Gal Gadot, che nonostante tutte si impegna, ma almeno non viene esaltata, Kristen Stewart ha pure una schiera di sostenitori che rivendicano la sua capacità recitativa contro ogni evidenza.

Scomparire nel personaggio

Kristen Stewart in una scena del film Spencer (2021) di Pablo Larraín, con Kristen Stewart candidata come miglior attrice protagonista agli oscar 2022

Per comprendere il livello della recitazione di Kristen Stewart in questa pellicola bisogna pensare dell’annosa questione degli attori che interpretano se stessi: i casi più celebri sono Will Smith e Dwayne Johnson. In molte pellicole dove sono coinvolti questi non devono fare lo sforzo di entrare nei personaggi, perché i personaggi sono loro.

Non voglio dire che Kristen Stewart faccia parte di questo gruppo (anche perché non ha il carisma necessario), ma risulta evidente il motivo per cui Pablo Larraín l’abbia scelta. Il regista cileno voleva appunto raccontare la storia della principessa triste. E chi meglio di Kristen Stewart, la cui espressione naturale del viso è un misto di disperazione e confusione?

Tuttavia appunto la capacità di un buon attore è quello di riuscire a scomparire dietro al personaggio che interpreta. I più talentuosi sono ovviamente capaci di destreggiarsi nei ruoli più diversi, come l’ottimo Joaquin Phoenix, capace di raccontare un ingenuo solitario in Her (2013) e uno squilibrato delirante in Joker (2019).

Do nuovo, questo non è il caso di Kristen Stewart.

In Spencer funziona?

Kristen Stewart in una scena del film Spencer (2021) di Pablo Larraín, con Kristen Stewart candidata come miglior attrice protagonista agli oscar 2022

Nel complesso, mentirei se vi dicessi che Kristen Stewart in Spencer è stata pessima. Come spiegherò meglio nella parte spoiler, riesce ad essere complessivamente convincente nelle parti in cui deve essere genericamente triste, ma semplicemente perché questo non le richiede un grande sforzo interpretativo: quella è semplicemente la sua espressione normale.

Stesso potrei direi per la recitazione corporea, impacciata e rigida, che non è tanto diversa del suo normale portamento. Tuttavia quando deve cimentarsi in espressioni più complesse, quando deve piangere o essere in qualche modo spiritosa (per fortuna non succede spesso) non è per nulla convincente.

Io avrei preferito senza dubbio che fosse stata scelta un’altra attrice, possibilmente inglese (la differenza fra l’accento reale degli attori britannici e il suo affettato si sente) e che avesse una potenza espressiva ben più convincente.

Per me in definitiva Kristen Stewart non ha veramente nulla a che vedere con l’ottima Emma Corrin in The Crown, che riusciva perfettamente a modulare la sua recitazione per una perfetta Diana.

Spencer fa per me?

Se siete già fan di The Crown come me, molto probabilmente sì, anche se, come spiegato, la pellicola ha un taglio un po’ diverso. Non aspettatevi una pellicola scandalistica (come in parte immaginavo) che copra i principali momenti della seconda parte della vita di Diana e del suo rapporto con Carlo. Aspettatevi piuttosto una pellicola molto intima e profonda, con una messinscena ottima e una fotografia che lo fa sembrare un film veramente risalente agli anni in cui è ambientato.

Non un film perfetto, ma sicuramente da vedere.

Due parole in più con spoiler

Fin dall’inizio ci viene mostrata la freddezza della situazione contro la spensieratezza di Diana: da una parte rigidi militari che trasportano il cibo per famiglia reale, con pure regole severissime da seguire per i cuochi. E dall’altra parte opposta Diana, che si perde, che sogna la sua infanzia, che vuole ritornarci.

Tutto il film non è infatti altro che il racconto di come Lady D riesca a riappropriarsi della propria identità, quindi del suo cognome, che ha ovviamente perso con il matrimonio con Carlo. Non a caso, appunto, il film sia chiama Spencer e non Diana. Nel contesto storico, il film racconta la scelta di Diana divorziare da Carlo.

La solitudine

Kristen Stewart in una scena del film Spencer (2021) di Pablo Larraín, con Kristen Stewart candidata come miglior attrice protagonista agli oscar 2022

La solitudine di Diana è potente per tutta la pellicola: come detto, la vediamo conversare con un membro della famiglia reale solamente dopo 50 minuti di film. Per il resto del tempo è isolata, sola nella sua stanza, al massimo conversa coi domestici, che sono i suoi principali interlocutori.

La casa sembra una prigione: è opprimente, tutti i personaggi intorno a lei sono distanti e freddi, la rimproverano, la umiliano, la forzano. Lei è davvero ingenua, disperata e, molto spesso, delirante.

La malattia

Uno dei temi principali è la malattia di Diana: la vediamo in una sola scena mangiare effettivamente, il resto del tempo vomita o scappa dai pasti imposti dalla famiglia. O, peggio, si ingozza di nascosto. E Kristen Stewart ha proprio quel volto emaciato e magrolino che la rende molto credibile.

Eppure il tema del cibo è sempre presente: Diana è sempre richiamata ai pasti, le scene dei cuochi sono molte, e continuano costantemente a parlare del prossimo pasto da cucinare.

L’unica scena in cui mangia è veramente potente: Diana cerca di strapparsi quella collana, quasi una catena al collo, e ingioia sofferente la zuppa, che noi spettatori vediamo piena di perle, che sono come sassi di cui si ingozza.

L’unica scena che non mi è davvero piaciuta è il montaggio quando nella sua casa natale e sta per cadere dalle scale, una sorta di flusso di pensieri. Oltre a non esserne riuscita a coglierne la logica, avrebbe decisamente potuto durare di meno ed è essere molto più efficace.

Due parole in più su Kristen Stewart

Ci sono un paio di scene che mi hanno particolarmente colpito, e non positivamente. Anzitutto la scena iniziale alla tavola calda: Diana si comporta come se fosse una scolaretta impacciata, in maniera così caricata che ero in imbarazzo per lei.

Così riesce a fallire anche in una scena di sofferenza: quando parla col cuoco dei suoi sogni, sembra che cerchi di forzare l’espressione del viso, in maniera totalmente innaturale. Probabilmente complice anche il fatto che non riesce a parlare naturalmente con l’accento britannico.

Ma la cosa peggiore è la scena della notte di Natale con i due figli. Provate a fare questo esperimento: fate partire quella scena e ascoltatela senza guardare. Poi guardatela normalmente: sembra che siano due attrici diverse. Per quanto riesca a modulare adeguatamente la voce, la sua espressività risulta rigida e per nulla eloquente. Quasi come si fosse ridoppiata.

Sul resto mi sono già espressa, ma in conclusione posso affermare con grande sicurezza non gli andava riconosciuto alcunché.

La questione degli Oscar 2022

Kristen Stewart in una scena del film Spencer (2021) di Pablo Larraín, con Kristen Stewart candidata come miglior attrice protagonista agli oscar 2022

Come anticipato, Kristen Stewart non doveva essere premiata per nulla, neanche con una candidatura. È stata vagamente meglio del solito, ma presenta una recitazione veramente altalenante. Comunque infine non ha vinto, ma il premio è andato alla ben più meritevole Jessica Chastain per Gli occhi di Tammy Faye (2021).

Questo film poteva essere invece candidato a Miglior colonna sonora e anche Miglior fotografia. Un peccato, secondo me, che venga presentato con la sua parte più difettosa.

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2021 Commedia Commedia romantica Drammatico Film Nuove Uscite Film Oscar 2022

Licorice Pizza – I miei uomini terribili

Il cinema semplice road to oscar 2022 che si svolgeranno il 28 marzo 2022

Candidature Oscar 2022 per Licorice Pizza (2021)

(in nero le vittorie)

Miglior film
Miglior regista
Miglior sceneggiatura originale

Licorice Pizza (2021) è l’ultimo film di Paul Thomas Anderson e anche probabilmente una delle pellicole più strane in cui mi sia imbattuta in tempi recenti. E infatti sono in dubbio sul fatto di averne colto il vero significato.

Ma andiamo con ordine.

Di cosa parla Licorice Pizza

La vicenda ruota intorno a Alana, una ragazza di 25 anni interpretata dalla cantante Alana Haim, e Gary, un quindicenne interpretato dal giovanissimo Cooper Hoffman. I due intraprendono una relazione travagliata, per l’evidente gap di età, invischiandosi in continui e strani progetti commerciali.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea.

Perché Licorice Pizza è un film strano

Alana Haim in una scena del film Licorice Pizza (2021) di Paul Thomas Anderson in sala il 17 marzo

La trama di per sé non è complessa: stringi stringi, è esattamente quanto ho detto sopra. La stranezza sono le dinamiche fra i due personaggi: ci troviamo davanti ad un interesse romantico abbastanza disturbante, da cui Alana cerca continuamente di sottrarsi andando con uomini più grandi, che puntualmente si rivelano partner terribili.

Tuttavia Gary, nonostante la giovane età, non è da meno: è un personaggio possessivo e ossessionato dalla figura di Alana, anche a livello erotico, che non accetta il fatto che lei potrebbe non accettarlo nella sua vita. Per questo le fa continuamente pressioni emotive quando la vede con altri uomini.

Da parte sua Alana continua a buttarsi in relazioni sbagliate per i più svariati motivi. Ogni volta che un uomo sembra interessante o anche semplicemente entra nella sua vita, alla fine si rivela viscido e approfittatore. E per questo Alana torna periodicamente nelle braccia di Gary e nella sua ultima impresa finanziaria.

La definizione di relazione tossica, ma con un taglio romantico che mi ha spiazzata.

Gli adulti terribili

Bradley Cooper in una scena del film Licorice Pizza (2021) di Paul Thomas Anderson in sala il 17 marzo

La scena è popolata da diverse figure di adulti, che vengono soprattutto in contatto con Alana, e che cercano appunto sistematicamente di approfittarsene. Fra questi spicca Jack Holden, interpretato da Sean Penn, e Jon Peters, interpretato da Bradley Cooper, l’allora compagno di Barba Streisand. In particolare Bradley Cooper, pur nel poco minutaggio, l’ho trovato più in parte qui che in tutto The Nightmare Alley (2021).

Anche Alana è un adulto terribile: è animosa, umilia Gary quasi quanto Gary umilia lei e, come detto, si avvicina costantemente agli uomini sbagliati e alle relazioni più tossiche, rimanendone ogni volta delusa.

Un film brillante?

Skyler Gisondo in una scena del film Licorice Pizza (2021) di Paul Thomas Anderson in sala il 17 marzo

Dal punto di vista della regia e della scrittura, entrambi di Anderson, nulla da dire: una regia peculiare, una fotografia perfetta, dialoghi brillanti e ben scritti.

In particolare posso fare un plauso a questo film per aver messo al centro della scena e come oggetto del desiderio una ragazza dalla bellezza non convenzionale come Alana Haim. La quale fra l’altro, nonostante fosse il suo primo film, è stata davvero convincente.

Rimango comunque ancora spiazzata da questa pellicola, forse dovendola pacificamente accettare come un’opera con un taglio profondamente realistico, che rappresenta una storia bislacca e disturbante, ma, appunto, profondamente vera.

Licorice Pizza fa per me?

Cooper Hoffman in una scena del film Licorice Pizza (2021) di Paul Thomas Anderson in sala il 17 marzo

Una interessante domanda, a cui posso rispondere in negativo: probabilmente vi innamorerete di questo film per i motivi per cui io non me ne sono innamorata.

L’atmosfera nostalgica degli Stati Uniti degli Anni Settanta, quella della fine della Guerra del Vietnam e della crisi del gas del 1973: lo sfondo di tutta la vicenda e che ha fatto innamorare molti. Così gli USA del capitalismo rampante e distruttivo, che coinvolgeva anche i giovanissimi, di una realtà televisiva ormai tramontata, quasi ridicola vista oggi.

Tutto questo troverete in Licorice Pizza. Io l’ho trovato, ma non sono riuscita a farmi travolgere.

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2022 Biopic Dramma storico Film Oscar 2022

Belfast – Ti ricordi quando…

Il cinema semplice road to oscar 2022 che si svolgeranno il 28 marzo 2022

Candidature Oscar 2022 per Belfast (2021)

(in nero le vittorie)

Miglior film
Miglior regista
Migliore sceneggiatura originale
Miglior attore non protagonista a Ciarán Hinds
Migliore attrice non protagonista a Judi Dench
Miglior sonoro
Migliore canzone

Belfast (2021) è l’ultima pellicola scritta e diretta da Kenneth Branagh, che abbiamo visto recentemente come regista ed interprete in Assassinio sul Nilo (2021). Belfast è una lettera d’amore alla sua città natale, da cui il film prende il titolo, il racconto di un episodio particolarmente sentito della sua infanzia, sullo sfondo della guerra civile che scoppiò nel suo quartiere nel 1969.

Di cosa parla Belfast

Come anticipato, Belfast è un racconto semi autobiografico: Buddy, protagonista della pellicola interpretato dal giovanissimo e talentuoso Jude Hill, vive a Belfast, nell’Irland del Nord. Davanti ai suoi occhi sgomenti scoppia la terribile guerra civile dei lealisti protestanti, che si accaniscono con violenza contro i cattolici del suo quartiere. La vita procede fra i problemi familiari e i piccoli drammi personali di Buddy, in un bozzetto di quotidianità d’altri tempi veramente ben riuscito.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Un racconto d’infanzia

Jude Hill in una scena del film Belfast (2021) film di Kenneth Branagh candidato agli oscar 2022

La particolarità della pellicola risiede soprattutto nel taglio narrativo, che mi ha ricordato molto Il buio oltre la siepe (1960, Harper Lee) e Quel che sapeva Maisie (1887, Henry James): la visione infantile e ingenua della vita, un mondo adulto lontano e incomprensibile. Infatti in quasi ogni scena, anche se a lato e come semplice spettatore, Buddy è lì, che guarda e ascolta. E ci offre le sue ingenue e semplici interpretazioni.

Il tema della guerra civile non è altro che lo sfondo della vera vicenda, ovvero la famiglia di Buddy, con le sue diverse vicissitudini. Di fatto un susseguirsi di quadretti familiari e bozzetti realistici, semplici scene di quotidianità in un quartiere come tanti. Un casting ottimo, con le facce giuste e attori di primo livello, che raccontano un’Irlanda dei tempi che furono.

Proprio come si addice ad un racconto infantile, i personaggi non hanno nome: sono la madre e il padre, la nonna e il nonno. Persino Buddy, il protagonista, non ha un vero nome: buddy in inglese è infatti un appellativo affettivo per indicare un amico.

Lo sguardo profondo

Jude Hill (Buddy), Ciarán Hinds (Nonno) e Judi Dench (Nonna) in una scena del film  in una scena del film Belfast (2021) film di Kenneth Branagh candidato agli oscar 2022

Per rappresentare la semplicità e la familiarità degli ambienti e delle scene, Branagh privilegia inquadrature fisse, in cui la scena si compone da sé e i personaggi esplorano l’ambiente. Uno spazio scenico fra l’altro ristretto ma profondo, con figure messe in primo, secondo e terzo piano nella stessa inquadratura

Ambienti sempre animati e popolati da diverse figure, anche semplici comparse, che passano sullo sfondo o addirittura in mezzo alla scena, donandogli una grande verosimiglianza e vivacità. Addirittura per simulare il punto di vista di Buddy che origlia, in una scena Branagh sperimenta con la camera a mano, rendendo l’inquadratura leggermente (e volutamente) traballante.

Nonostante questo, lo scorrimento del tempo è abbastanza serrato: gli eventi si svolgono uno dietro l’altro, anche con stacchi improvvisi, proprio a simulare l’andamento della memoria del protagonista.

Belfast può fare per me?

Jude Hill in una scena del film Belfast (2021) film di Kenneth Branagh candidato agli oscar 2022

Per quanto sia un ottimo prodotto registico, Belfast è tutt’altro che un prodotto complesso, anzi.

Si guarda con grande facilità, ci si appassiona abbastanza istintivamente alle vicende dei personaggi e alla storia raccontata. Persino io, che non sono una grande fan dei drammi familiari, sono comunque riuscita a sentirmi coinvolta della storia e commossa per le scelte sofferte dei personaggi.

Diciamo che se si apprezza il genere dei drammi familiari, è un film che sicuramente può fare per voi, mentre se li mal sopportate, potrebbe non appassionarvi. È l’unico discrimine che mi sentirei di dare in questo caso.

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Don’t Look Up o il film che ci guarda dentro

Candidature Oscar 2022 per Don’t look up (2021)

(in nero le vittorie)

Miglior film
Migliore sceneggiatura originale
Migliore colonna sonora
Miglior montaggio

Don’t look up (2021) è quel film per cui non potrò mai essere veramente oggettiva. L’ho semplicemente adorato. Avevo cominciato a vederlo alla vigilia di Natale, appena era uscito su Netflix, e ho dovuto purtroppo interrompermi dopo la metà del film. Ma ero così contenta di questa pellicola che il giorno dopo invece che andare avanti, l’ho ricominciato da capo. Mi sembrava così sbagliato vederlo in due parti.

Mi immagino Adam McKay sedersi davanti ad un foglio bianco e dire ‘Bene, vediamo come far incazzare gli statunitensi‘. Don’t look up è un film che vive per essere divisivo: come The Suicide Squad (2021) colpisce dove fa male, parlando di tutti, ma soprattutto degli statunitensi. McKay se la prende la politica, i media, i social network, denunciando la falsità e la cultura dell’immagine che domina la nostra società occidentale. Un film così profondamente verosimile e attuale da sembrare quasi banale (critica che ho sentito molto spesso, fra l’altro).

Di cosa parla Don’t Look up

In futuro non troppo lontano, la dottoranda Kate, interpretata da una splendida Jennifer Lawrance finalmente tornata sulle scene, scopre che un meteorite colpirà la terra da qui a poco tempo, portando alla distruzione totale del nostro pianeta. Lei e il Dr. Randall, interpretato da Leonardo Di Caprio, cercheranno di far comprendere l’importanza del pericolo imminente. Il resto, anche solo ripensando a questi ultimi due anni, lo potete immaginare.

Ma vi lascio il trailer.

Perché Don’t look up è un film drammaticamente attuale

Partiamo dal presupposto che Adam McKay non ha pensato questo film facendo riferimento all’attuale pandemia. La pellicola è infatti stata concepita nel 2019 e il tema reale è un altro problema altrettanto importante e contemporaneo, ovvero la crisi climatica. Ma la sua genialità sta proprio nel fatto che la storia raccontata potrebbe applicarsi a molte e diverse situazioni attuali o future: un doloroso ma dovuto specchio della nostra società contemporanea.

Come detto, Adam McKay non risparmia nessuno: si accanisce particolarmente sulla politica americana, falsa e calcolatrice, ma porta sulla scena dinamiche che potrebbero essere applicate senza tante differenze anche alla politica nostrana. Se la prende con i media, tradizionali e non, sottolineando come molto spesso ci lasciamo più facilmente coinvolgere dalle questioni di importanza discutibile invece che quelle che riguardano la nostra stessa sopravvivenza.

Una satira rivolta a tutti noi, interessati più al calcolo personale che al bene collettivo.

Perché Don’t look up parla di noi

Jennifer Lawrence e Timothée Chalamet in una scena del film Don't Look up (2021) up di Adam Mckay

Come detto, il regista si accanisce particolarmente contro la realtà statunitense, ma sottolinea con grande maestria l’universalità del suo messaggio. In molti momenti clou della vicenda, il suo occhio si allarga, includendo brevi istanti di realtà realistica, di persone reali in situazioni reali in cui possiamo riconoscerci. In qualche modo, mette in scena proprio lo spettatore stesso.

Non manca anche uno sguardo al mondo animale, con brevi frame che ci raccontano una natura tranquilla e ignara, che nonostante i problemi umani continua a prosperare. Purtroppo in questo caso MacKay non sfrutta fino in fondo le possibili analogie fra il mondo animale e il mondo umano, come aveva fatto in Vice (2018), ma sceglie un montaggio diverso. So che questa scelta registica è stata molto criticata perché in certi punti sembra troncare alcune scene, ma io personalmente l’ho trovata un interessante esperimento, che allarga lo sguardo ma al contempo dà un ritmo frenetico e incalzante a certe sequenze.

Una regia sperimentale

Leonardo DiCaprio e Jennifer Lawrence in una scena del film  Don't Look up (2021) up di Adam Mckay

In generale, tecnicamente è un film per me ineccepibile: oltre al montaggio indovinato, la regia è davvero sorprendente. È una regia fatta di particolari, che accompagna l’occhio dello spettatore nei dettagli della scena che svelano determinati sottostesti. Soprattutto nella prima scena della Stanza Ovale, c’è un insistere su un gesto di Jason, il figlio della Presidentessa, che continua a passarsi le dita sul naso, indicando evidentemente che ha appena fatto uso di sostanze. Ma è solo uno dei vari dettagli che si possono trovare in quella scena, soprattutto con una seconda visione.

Sulle interpretazioni degli attori, non penso che ci sia molto da dire che non possiate già immaginare: tutte le prove attoriali sono brillanti ed esplosive. Particolare nota di merito a Meryl Streep che ancora riesce a sorprenderci con la sua capacità di portare sulla scena personaggi nuovi e mai banali. Vi basti solo sapere che la telefonata che fa nella Stanza Ovale è stata girata diverse volte e ogni volta la Streep improvvisava una telefonata diversa, inventata sul momento.

Vi lascio qui il video.

Perché guardare Don’t look up e perché no

Meryl Streep in una scena del film   Don't Look up (2021) up di Adam Mckay

Parto col dire che per apprezzare Don’t look up non bisogna per forza essere dei grandi fan di MacKay. Io, ad esempio, non ho apprezzato fino in fondo La grande scommessa (2015): per quanto McKay provasse a rendermi semplice la questione della crisi finanziaria, io sono riuscita solo a perdermi e ad annoiarmi. Mi spiace perché era un film con grandi potenzialità. Vice (2018) l’avevo generalmente apprezzato, nonostante certe scelte registiche e di messa in scena non mi avessero convinto fino in fondo (come la famosa scena di dialogo nella stanza da letto). In questo caso per me McKay ha fatto centro.

Se siete statunitensi o amanti ciechi degli Stati Uniti, probabilmente vi farà arrabbiare. Se non volete fare un’autocritica e non vi interessa un film che parla della realtà contemporanea, vi annoierete, lo troverete addirittura banale. Vi deve piacere di fatto un tipo di satira abbastanza pesantuccia, che si avvicina, per quanto mi riguarda, a South Park per molte cose. Ecco, se vi piace South Park probabilmente vi piacerà Don’t look up.

Se volete un film più leggero e adatto a tutti, ne ho uno per voi.

Previsioni Oscar 2022

Leonardo DiCaprio e Jennifer Lawrence in una scena del film Don't Look up (2021) up di Adam Mckay

Per quanto mi riguarda, io credo che Don’t look up non vincerà, per gli stessi motivi per cui non ha vinto Vice nel 2018: è un film troppo politico e critico, che probabilmente farà solo arrabbiare l’Academy. Felicissima di essere smentita.

Sono abbastanza sicura che per i motivi sopra appunto non vincerà Miglior film né Migliore sceneggiatura, ma mi sembrerebbe solo giusto assegnargli Il Miglior Montaggio. Questo film è una delle due carte vincenti che Netflix sta portando agli Oscar, ma è più probabile che vinca (e giustamente) parecchi premi con Il potere del cane (2021).

Staremo a vedere.