Categorie
Avventura Azione Drammatico Fantascienza Film Il pianeta delle scimmie - Reboot Racconto di formazione

Rise of the Planet of the Apes  – Dalla parte di Cesare

Rise of the Planet of the Apes (2011) di Rupert Wyatt – tradotto in Italia con il titolo poco lungimirante di L’alba del pianeta delle scimmie – è il primo film della saga prequel – reboot del cult Il pianeta delle scimmie (1968)

Un prodotto che ebbe un incasso medio per un blockbuster, pur rivelandosi un buon successo commerciale: con un budget di circa 90 milioni, incassò 481 milioni di dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla Rise of the Planet of the Apes?

Will Rodman è un fisico che sta lavorando da anni su una medicina che potrebbe rivelarsi rivoluzionaria, sperimentandola proprio sulle scimmie…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Rise of the Planet of the Apes?

Cesare (Andy Serkis) in una scena di Rise of the Planet of the Apes (2011) di Rupert Wyatt

In generale, sì.

Non posso fare confronti con il classico del ’68 – non avendolo ad oggi visto – ma vi posso dire che Rise of the Planet of the Apes è un buonissimo film di fantascienza, pur con qualche inciampo lungo la strada.

Non è personalmente il titolo che preferisco di questo rilancio – apprezzo molto di più i successivi diretti da Matt Reeves – ma è comunque una visione piacevole con una costruzione abbastanza solida.

Insomma, ve lo consiglio.

Dalla parte delle scimmie

Cesare (Andy Serkis) in una scena di Rise of the Planet of the Apes (2011) di Rupert Wyatt

Un aspetto che mi ha sempre sorpreso di questa saga è come le scimmie siano dei protagonisti fondamentalmente positivi.

Al contrario, gli umani sono le vere bestie.

Non a caso il film si apre con una scena che mostra delle scimmie catturate per diventare cavie da laboratorio. Per poi, appena non sono più immediatamente utili, essere ingabbiate in luoghi deprimenti, per essere poi ripescate all’occorrenza.

In questo senso è particolarmente emblematica la frase pronunciata da Jacobs, quando Will cerca di farlo ragionare sui pericoli del 113:

Per questo sperimentiamo sulle scimmie, giusto?

Un protagonista positivo?

Cesare (Andy Serkis) e James Franco in una scena di Rise of the Planet of the Apes (2011) di Rupert Wyatt

In questo senso, Will, il protagonista umano, non è proprio un personaggio positivo.

Infatti, per la maggior parte del tempo agisce principalmente per proprio interesse, anche se lo stesso è legato ai suoi affetti – di cui, casualmente, fa parte anche Cesare.

Ma la scimmia e Charles per certi versi sono anche le sue cavie da laboratorio, con cui Will sperimenta la sua invenzione, non potendo farlo altrove…

Allo stesso modo Will non sembra particolarmente interessato al deprimente destino delle scimmie, ma unicamente a Cesare – senza avere neanche in mente i suoi effettivi interessi.

Per fortuna, almeno sul finale accetta di lasciarlo libero.

Un personaggio difficile

Cesare (Andy Serkis) e in una scena di Rise of the Planet of the Apes (2011) di Rupert Wyatt

Ma il vero protagonista è Cesare.

La seconda parte della pellicola l’ho particolarmente apprezzata proprio per questo: Cesare diventa definitivamente protagonista e il film si trasforma in un gustosissimo prison break.

E la regia è talmente abile nel riuscire a raccontare tutti i pensieri e le intenzioni del personaggio, senza che da loro venga pronunciata praticamente alcuna parola.

Al contempo il piano di Cesare è preciso e limpido, e va anche di pari passo con il suo processo di consapevolezza, la sua presa di coscienza di come rendere veramente liberi i suoi fratelli.

La stupidità umana

Cesare (Andy Serkis) e in una scena di Rise of the Planet of the Apes (2011) di Rupert Wyatt

In Rise of the Planet of the Apes gli uomini non sono solo malvagi, ma profondamente stupidi.

Totalmente accecati dal loro desiderio di ricchezza e di potere, sottovalutato enormemente la minaccia potenziale che hanno fra le mani.

Sia all’inizio che alla fine non sono capaci né di contenere né di prevedere i comportamenti delle scimmie, e sul finale sembrano del tutto ignari della loro superiorità fisica…

E lo stesso vale anche per la ricerca scientifica stessa, totalmente guidata dal desiderio di guadagno personale, risultando approssimativi e disattenti nelle sperimentazioni, arrivando così a distruggersi da soli…

Andy Serkis Il pianeta delle scimmie

Cesare non è un pupazzo in CGI, ma creato grazie alla motion capture, tecnica con cui un attore reale dà le movenze al personaggio, che poi verrà ricoperto di CGI.

E chi poteva dare un’interpretazione così magistrale se non Andy Serkis?

L’attore è un vero professionista di questa tecnica, venendo unanimemente apprezzato ed acclamato per la sua ottima interpretazione di Gollum in tutti i film de Il Signore degli Anelli.

Ma bisogna fare anche un plauso a tutti i professionisti che hanno partecipato, anche per i personaggi secondari.

Scimmie Rise of the Planet of the Apes

Uno dei problemi principali quando si gestiscono personaggi in totale CGI è mostrarli in scene illuminate, quando tutte le possibili mancanze vengono alla luce, appunto.

Tuttavia, per essere un film del 2011, Rise of the Planet of the Apes se la cava piuttosto bene.

Oltre al perfetto character design delle scimmie, che le rende davvero espressive e eloquenti, complessivamente le stesse risultano credibili anche nelle scene finali, quelle più illuminate.

Ma nei seguiti si sceglierà, forse più saggiamente, di prediligere scene ben più oscure…

Categorie
Avventura Azione Drammatico Fantascienza Film Il pianeta delle scimmie - Reboot Postapocalittico

Dawn of the Planet of the Apes – L’odio intestino

Dawn of the Planet of the Apes (2014) di Matt Reeves è il secondo film della saga prequel reboot de Il pianeta delle scimmie (1968), sequel di Rise of the Planet of the Apes (2011).

Un capitolo che fu anche il più grande incasso dell’operazione: a fronte di un budget quasi raddoppiato (170 milioni), incassò ben 710 milioni di dollari.

Di cosa parla Dawn of the Planet of the Apes?

Dieci anni dopo Rise of the Planet of the Apes, Cesare ha costruito una realtà apparentemente solida e protetta per la sua tribù. E gli umani sembra che siano scomparsi…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Dawn of the Planet of the Apes?

Cesare in una scena di Dawn of the Planet of the Apes (2014) di Matt Reeves

Assolutamente sì.

Soprattutto se vi è piaciuto il primo film, non potete davvero perdervi questo secondo capitolo, dove finalmente la direzione passa a Matt Reeves – che, se ve lo foste dimenticato, è autore di quella meraviglia di The Batman (2022).

E si vede.

Le atmosfere oscure e piene di tensione, la recitazione – corporea e facciale – davvero sorprendente di Andy Serkis (Cesare) e Toby Kebbell (Koba) sono ingredienti imperdibili in una storia epocale e ricca di emozione.

Non mancano ancora tematiche fondamentali – ambientalismo, fragilità umana – già accennate nel precedente capitolo, ma in questa occasione ancora meglio esplorate, a fronte di una sceneggiatura ben costruita.

Insomma, non ve lo potete perdere.

Dieci anni sono troppi?

Cesare in una scena di Dawn of the Planet of the Apes (2014) di Matt Reeves

Sulle prime devo dire che questa importante ellissi temporale di ben dieci anni mi ha lasciato leggermente stranita.

E così anche il drastico cambio di personaggi umani – che si ripeterà, fra l’altro, anche nel successivo War for the Planet of the Apes (2017) – di fatto rendendo debole ogni tipo di collegamento con la prima pellicola.

Ma alla fine ci ho ripensato.

Cesare e Will in una scena di Dawn of the Planet of the Apes (2014) di Matt Reeves

Fin dall’inizio i veri protagonisti della pellicola sono le scimmie, non gli umani, che in questo film in particolare vengono resi più dei topoi, del tutto funzionali alla trama, più che degli effettivi personaggi tridimensionali.

Infatti, se di fatto i protagonisti della pellicola sono Cesare e Koba, i personaggi umani sono dei vettori per approfondire le tematiche della trama e creare una sorta di parallelo fra l’esperienza delle scimmie e quella umana…

Due esperienze, due emozioni

Lo scontro fra Koba e Cesare nasce dalle loro due esperienze opposte.

Nonostante infatti entrambi siano di fatto stati delle cavie per gli esperimenti umani, Koba si porta sulle spalle un’esperienza ben più dolorosa e drammatica, che non gli ha permesso di conoscere altro che la malvagità degli uomini – come spiega anche lo stesso Maurice.

Al contrario, Cesare è riuscito a venire a contatto, tramite Will, ad un lato meno negativo – anche se secondo me non positivo – dell’umanità e alle sue ambizioni.

E, proprio per questo, nonostante la sua ostilità iniziale, si apre infine ad un contatto proficuo con il genere umano.

E, proprio per una maggior lucidità mentale, Cesare si rende conto di quanto umani e scimmie non siano così diversi.

Non a caso, da entrambe le parti si vedono due realtà molto simili

Nel difficoltoso contatto con il genere umano, Cesare si dimostra tutto sommato – pur con qualche reticenza iniziale – aperto al contatto e all’arricchimento reciproco, arrivando a considerare addirittura Malcom un suo amico.

Anche perché lo stesso rappresenta il lato propositivo dell’umano che cerca di venire ad un accordo pacifico e rispettoso verso l’altro, prima di tutto assicurandosi con ogni mezzo di non venire meno ai patti, ma, anzi, proponendosi come supporto e aiuto.

Koba dawn of the planet of the apes

Koba in una scena di Dawn of the Planet of the Apes (2014) di Matt Reeves

Al contrario, sia Carver che Koba rappresentano il lato antagonistico e distruttivo.

Entrambi infatti non solo non sono aperti al confronto, ma continuano a considerare l’altro come un nemico, senza mai provare a cambiare idea: se per Koba gli uomini sono dei mostri da distruggere, per Carver le scimmie non sono altro che bestie pericolose.

E non è un caso in questo senso che Carver sia ucciso proprio da Koba…

La profondità del tradimento

Koba in una scena di Dawn of the Planet of the Apes (2014) di Matt Reeves

Perché Cesare uccide Koba?

Per comprenderlo, bisogna fare un passo ulteriore rispetto a quanto detto esplicitamente nella scena: Cesare dice all’ex-amico che non può risparmiarlo in quanto scimmia, perché Koba non è più una scimmia.

Quella che all’apparenza potrebbe sembrare semplicemente una scusa, in realtà rappresenta la profondità del tradimento del compagno: nella sua incapacità di ragionare, di riuscire a superare il suo odio intestino, di fatto Koba ha finito per diventare lui stesso umano.

Koba in una scena di Dawn of the Planet of the Apes (2014) di Matt Reeves

Ed umano nel senso più negativo del termine: un uomo incapace di vedere con apertura mentale qualcuno di diverso da lui, incapace di distinguere le colpe del singolo con quelle della collettività, e del tutto concentrato su sé stesso…

Arrivando al punto di imbracciare armi umani – di cui, come si vede più volte, le scimmie non hanno alcun bisogno – sterminando il nemico senza alcuno scrupolo, anzi arrivando ad ingabbiarlo per un puro desiderio di vendetta.

E, soprattutto, sparando a suo fratello come un umano qualsiasi…

La fragilità umana

Anche se i film di fatto non lo raccontano in maniera esplicita, il punto di arrivo di questa saga dovrebbe essere lo sterminio della razza umana, per arrivare appunto a Il pianeta delle scimmie (1968).

Ma comunque il tema della fragilità umana è presente.

Anche oltre ad una linea di dialogo in cui gli uomini si rendono conto della fondamentale differenza fra loro e le scimmie – del tutto indipendenti da certe esigenze tutte umane, come l’elettricità e il calore – in generale è evidente quanto l’umanità siano dipendente dalle sue stesse creazioni.

Infatti, è bastato veramente poco perché gli umani si riducessero a poche sacche di sopravvissuti, destinati comunque all’inevitabile estinzione per l’incapacità di ricostruire quel mondo tanto comodo quanto necessario per la propria sopravvivenza.

E, allora, chi è veramente la specie dominante?

Categorie
Avventura Azione Drammatico Fantascienza Film Film di guerra Il pianeta delle scimmie - Reboot Postapocalittico Racconto di formazione

War for the Planet of the Apes – La fine del viaggio

War for the Planet of the Apes (2017) di Matt Reeves è l’ultimo (per ora) capitolo della saga reboot de Il pianeta delle scimmie.

Nonostante il riscontro commerciale fu buono, subì una battuta di arresto rispetto al precedente: con un budget di circa 150 milioni, incassò quasi 500 milioni.

Di cosa parla War for the Planet of the Apes?

Dopo il tradimento di Koba, la guerra è iniziata e Cesare dovrà prendere delle importanti decisioni…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere War for the Planet of the Apes?

Cesare (Andy Serkis) in una scena di War for the Planet of the Apes (2017) di Matt Reeves

Assolutamente sì.

War for the Planet of the Apes è un ottimo punto di arrivo per la storia di Cesare, scegliendo un nuovo taglio narrativo: il viaggio.

L’aspetto registico e interpretativo rimane sempre altissimo, con Matt Reeves e Andy Serkis che ancora una volta sono elementi imprescindibili per portare in scena un blockbuster di altissimo livello.

Un capitolo ancora più cupo e sofferto, che non vi potete perdere.

La ricerca della pace

Cesare (Andy Serkis) in una scena di War for the Planet of the Apes (2017) di Matt Reeves

Cesare manca dalla scena per buona parte dell’incipit.

Immergendoci in atmosfere alla Apocalypse Now (1979), scopriamo questa guerra autodistruttiva e insensata, in cui gli uomini sfidano la potenza delle scimmie, rimanendo inevitabilmente sopraffatti…

E dopo una lunga sequenza, Cesare riappare nella monumentalità interpretativa di Andy Serkis, che si dimostra come l’unico che cerca veramente la pace fra le forze in gioco, nel tentativo di preservare la sua tribù…

Ma ogni tentativo è inutile quando ci si trova davanti ad un nemico imperscrutabile come il Colonnello, che non si vuole fermare, il cui motore dell’azione è un principio che non si può sradicare…

Rimanere umani

Con l’uccisione della sua famiglia, Cesare rischia di ricadere nello stesso errore di Koba.

Ormai costretto ad imbracciare armi umane, ad essere molto più umano nei comportamenti di quanto avrebbe mai voluto, sceglie la via più immediata ed istintiva: la vendetta.

Ed è una vendetta necessaria.

Ma al contempo riesce a non cadere del tutto nell’errore di Koba, a non disprezzare tutta la razza umana per l’azione di un singolo. E questo proprio grazie all’incontro con la bambina, la cui presenza inizialmente lo disturba, ma che si rivelerà necessaria…

Nova è infatti una creatura docile e pura, anzi una creatura da proteggere, che fa parte di quella schiera di deboli e oppressi che Cesare si era proposto di salvare…

Un parallelismo doloroso

Bad Ape in una scena di War for the Planet of the Apes (2017) di Matt Reeves

Per quanto non venga detto esplicitamente, è evidente che il campo di concentramento faccia riferimento ad una pagina molto buia del Novecento…

Le scimmie, le bestie, vengono schiavizzate per portare avanti il folle piano del Colonnello, rinchiuse in recinti senza copertura, in balia dei cambiamenti del clima, senza protezione, nutriti alla peggio come maiali.

Non manca nondimeno anche una metafora cristologica nella figura del Cesare crocifisso, che si prende sulle spalle tutti i dolori del suo popolo e ne diventa il Salvatore, resistendo di fronte ad ogni forma di ingiustizia.

Eppure, proprio Cesare è considerato sacrilego…

Nascondersi

Il Colonnello rappresenta il volto più estremo dell’umanità.

Incapace di mettersi davvero davanti alle sue colpe, derubrica il suo fallimento, il suo disastro ad una punizione divina posta sopra al suo capo come sfida ultima dell’umanità per la sua salvezza.

Secondo questa concezione, l’uomo è l’unica specie che ha il diritto di vivere sulla Terra, e per questo deve essere indubbiamente destinato a salvarla, per evitare che diventi il pianeta delle scimmie.

Tuttavia, il Colonnello non si rende conto che il suo stesso tentativo di salvezza si tradurrà solo in ulteriore guerra, in ulteriore distruzione, che porterà ancora una volta l’umanità ad essere distruttrice di sé stessa.

The War for the Plane of apes Il finale

Il finale è il vero momento di riscatto di Cesare.

Arrivato al letto di morte del suo nemico mortale, è messo davanti ad una scelta: proseguire fino in fondo con la sua vendetta, oppure defilarsi per sempre da questo conflitto, non volendone essere partecipe in alcun modo.

E Cesare sceglie la seconda.

Sceglie di non essere neanche per un momento l’esecutore della distruzione dell’umanità, anche se in quel momento è stata ricercata, di non cadere così in basso nel distruggere il nemico, quando lo stesso ci riesce benissimo da solo…