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Fantastic 4 – Non chiederti perché succede

Fantastic 4 (2015) di Josh Trank rappresenta uno dei i peggiori flop del genere, anche per via di una ben nota gestione disastrosa della produzione.

Infatti, a fronte di un budget neanche troppo esigente – 120 milioni di dollari – è riuscito a malapena a coprire i costi di produzione.

Di cosa palra Fantastic 4?

La pellicola ripercorre la storia dei Fantastici Quattro partendo dall’inizio, dall’infanzia di Reed Richards e la sua amicizia con Ben Grimm, fino ai disastrosi effetti nel presente…

Vale la pena di vedere Fantastic 4?

Direi proprio di no…

…a meno che non vogliate assistere ad un esempio fin troppo da manuale su come non si scrive un film e di come, per il funzionamento della trama, si necessario non saltare a piè pari passaggi fondamentali per la scorrevolezza della stessa.

La visione, fra l’altro, si amplia anche dal punto di vista metanarrativo, in quanto leggere gli inspiegabili disastri produttivi della stessa getta una luce diversa su uno spaccato di Hollywood che al tempo non eravamo ancora pronti a scoprire.

Eredità

È difficile scegliere da dove partire per giudicare Fantastic 4.

Però, si può partire dall’inizio.

La pellicola è vittima prima di tutto della insulsa – e, per fortuna, molto breve – rincorsa al teen drama sci-fi dai toni dark di quel periodo, filone che aveva come protagonisti dei giovanissimi eroi più o meno geniali, che riuscivano a scalzare il ben più abile villain di turno.

In questo caso, il giovane Reed appare come una Mary Sue che, già in tenerissima età, è capace di creare mirabolanti invenzioni, spalleggiato da quello che sembra essere il suo unico amico – Ben – per la costruzione del macchinario che rappresenterà la sua stessa rovina.

E, da qui, comincia la corsa.

Non puoi sbattere gli occhi un momento che subito sono passati almeno dieci anni e Reed è alla fiera scientifica del liceo pronto a farsi coinvolgere dalla corporazione di turno che ne vuole sfruttare le capacità, così da annullare definitivamente ogni tipo di percorso o difficoltà che avrebbe rischiato di caratterizzarlo.

Altrettanto sconclusionato è l’arrivo all’effettivo incidente, in cui vengono coinvolti personaggi che di fatto si conoscono appena, fra cui spicca l’incomprensibile partecipazione di Ben, evidentemente portato in scena perché necessario ai fini della trama, ma le cui motivazioni del coinvolgimento sono fragilissime.

Eppure in questo frangente qualcosa…si salva?

Influenza

Fantastic 4 uscì in un periodo non proprio felice per il cinema commerciale.

Al tempo le major bramavano per avere la loro fetta di torta per il genere teen drama post apocalittico, di cui Hunger Games (2012) fu il capostipite, ma senza mai essere raggiunto per popolarità e incassi da prodotti similari – neanche quelli che inseguivano più da lontano la stessa tendenza.

E questo è appunto il caso del film di Josh Trank.

Nonostante non avrei avuto alcun tipo di interesse nel veder portare in scena una versione teen-dark dei Fantastici 4, nondimeno qualche brandello di originalità si può riscontrare nella drammaticità della scoperta dei poteri, molto meno digeribile dei film precedenti.

Eppure, ancora una volta, il tutto si perde all’interno di un campo minato di buchi di trama insormontabili, con una storia spaccata in un mosaico che sembra impossibile da ricomporre, proprio per la mancanza delle connessioni logiche – ed emotive – minime per poter funzionare.

Una mancanza che si vede per un personaggio in particolare.

Sparire

Dottor Destino non esiste.

All’interno di un film che, almeno sulla carta, vorrebbe raccontare il conflitto fra l’incontenibile – e deleterio – entusiasmo del quartetto e di un’azienda che vuole metterlo ai margini, anche con qualche breve – e mai effettivamente esplorato – accenno ad un dramma interno al gruppo che si risolve in uno schiocco di dita.

E quindi, Von Doom cosa c’entra?

Josh Trank sembra completamente dimenticarsi del personaggio per la maggior parte della pellicola, per poi farlo saltare fuori nelle ultimissime battute con un dramma e un piano già formato, senza concedergli neanche la minima possibilità di raccontarsi effettivamente al pubblico, se non tramite un debole monologo.

Ma, d’altronde, chi può dire di avere un tale privilegio in questa sfortunatissima produzione?