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Smetto quando voglio – Quando finisce?

Smetto quando voglio (2014 – 2017) è un trilogia di film che spazia fra vari generi – crime comedy, heist movie, prison break… – diretta da Sidney Sibilia.

A fronte di un budget in crescita – da 1.2 milioni a 3 milioni circa a girato – ha incassato complessivamente – per tutta la trilogia – intorno ai 10 milioni di euro.

Di cosa parla Smetto quando voglio?

Pietro Zinni è un ricercatore universitario che sopporta ogni giorno i colpi di un sistema ingiusto e ben poco meritocratico. Eppure forse un modo per riscattarsi esiste…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Smetto quando voglio?

Assolutamente sì.

Smetto quando voglio si inserisce perfettamente in un solco per molto tempo rimasto orfano della comicità italiana, definito da un umorismo surreale che va ad esasperare situazioni purtroppo del tutto comuni, portando prima alla risata, e poi alla riflessione.

Non a caso, il racconto assume progressivamente tinte sempre più drammatiche, con un finale di trilogia solo apparentemente consolatorio, in realtà ancora pervaso da un’amarezza di fondo di un sistema che non può essere davvero cambiato nella sua essenza.

Insomma, da riscoprire.

Schiacciare

Pietro è succube di chiunque.

In un sistema scandito da soldi, potere e conoscenze, il protagonista non è che l’ultima ruota del carro sempre pronta a farsi sottomettere – ora dal professore con i giusti contatti, ora dalla compagna, e infine persino da un ragazzino abbastanza furbo da nascondersi dietro a ridicole bugie.

Una situazione particolarmente pervasiva, di cui Petrelli è il vettore fondamentale, prima di un’invasione anche del luogo più intimo della casa di Pietro – la stanza da letto – poi la scintilla che definisce la sua presa di coscienza davanti ad un’occasione irripetibile.

Ovvero, fare esattamente quello che il sistema gli ha insegnato.

Resa

Pietro è l’unico che non si è arreso.

Durante la trilogia assistiamo ad una panoramica piuttosto nutrita di figure apparentemente dal futuro accademico già tracciatole migliori menti in circolazione – ma che invece hanno dovuto arrendersi davanti ad una realtà ben più dura e meno soddisfacente.

Una discesa in situazioni sempre più improbabili, che la trilogia riesce comunque a gestire senza rischiare di saturare il racconto, aggiungendo solamente due figure nel secondo capitolo senza dargli spazio eccessivo per non soffocare il già ampio numero di personaggi in scena.

E il paradosso sta proprio nel fatto che gli stessi non sono definiti da una correlazione diretta fra il loro impiego e la propria professione, e che invece la stessa risulterà ben più utile in ambito criminoso, andandosi a collocare in quella zona grigia dove tutto è permesso – e dove tutti sembrano muoversi.

E proprio qui sta il più grande paradosso.

Spreco

Il sistema non si rende conto di quanto queste menti siano sprecate.

La loro forza è proprio una mal sfruttata elasticità mentale che permette loro di sfruttare la situazione a proprio vantaggio: così un chimico può diventare creatore di droghe, un antropologo la mente dietro alla distribuzione del prodotto, e lo storico incallito la principale fonte dei materiali per la rapina.

Ne consegue così che i protagonisti sono costantemente al centro di una trama criminale e ma anche, in qualche modo, portati ai margini, mai riconosciuti davvero per il loro valore, nemmeno quando in Masterclass diventano lo strumento fondamentale per scardinare il mondo delle smart drugs.

Eppure, chi più chi meno, tutti si accomodano all’interno del sistema.

Tranne uno.

Implodere

Mercurio è vittima della trappola più dolorosa.

La finta ammirazione.

Si sono sprecati negli anni gli esempi nostrani di progetti che sulla carta dovevano esaltare le potenzialità del mondo accademico, ma che nel concreto erano delle mere mosse politiche di facciata per dare un certo lustro al politico di turno, per poi lasciarlo a sé stesso una volta che il breve interesse pubblico si era spento.

Così è il caso del Tecnopolo, annunciato in pompa magna e poi caduto in disgrazia a fronte di tante promesse mai mantenute, fra la mancata conclusione del progetto stesso fino al taglio dei fondi, che porta ad una mancata messa in sicurezza della struttura e l’inevitabile tragico incidente.

E quindi, davanti ad un sistema neanche capace di prendersi la colpa, Mercurio progetta un piano lungo, strutturato e invisibile, come è stato invisibile lui stesso per tutta la sua carriera accademica, finendo per essere scoperto solo da un altro emarginato del sistema, che però non ha gli stessi desideri di distruzione.

Infine il suo climax rimane irrisolto, così come l’avventura dei protagonisti rimane aperta, proprio come il destino incerto dei due più giovani studenti che chiudono la pellicola, per cui Sibilia sceglie di darci un finale per nulla risolutivo e consolatorio, ma affida in un certo senso il futuro dei suoi personaggi allo spettatore…

…che ha vissuto realmente, anche se in termini forse meno paradossali, il suo dramma.