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Presence – Chi voglio essere?

Presence (2024) è la prima sperimentazione orrorifica di Steven Soderbergh.

A fronte di un budget piccolissimo – 2 milioni di dollari – nella sua breve corsa al cinema è stato un buon successo commerciale: 10 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla Presence?

Con una tragedia importante alle spalle, una famiglia si trasferisce in una nuova casa scoprendo…di non essere da sola

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Presence?

Assolutamente sì.

Presence è una delle più interessanti sperimentazioni horror degli ultimi anni, che gioca con la macchina da presa per raccontare una storia estremamente immersiva e che, anche a sorpresa, riflette sul potere dello sguardo…

…ma con un profondo tono drammatico e riflessivo, che lo allontana anche dal genere – nonostante sia stato pubblicizzato come tale – e lo avvicina a prodotti più intimisti come A Ghost Story (2017).

Insomma, da vedere.

Spettatore

Il più classico commento che troverete riguardo a questo film è che noi spettatori siamo la Presenza.

E, in effetti, almeno all’inizio è così.

Soderbergh carica il primo atto della pellicola, solitamente dedicato all’introduzione dei personaggi all’interno del genere di riferimento,con un taglio inedito: cominciamo a scoprire i personaggi nei loro dialoghi e nelle loro dinamiche…

…come se fossimo parte della scena.

Emergono così progressivamente le prime fratture interne, alcune del tutto limitate al poco che viene detto dai dialoghi – per esempio, tutto il dramma dei coniugi non viene mai totalmente rivelato, rimanendo solamente nell’aria in un non meglio compreso affare pericoloso di Rebekah.

Ma la protagonista indiscussa è sicuramente Claire, per sempre marchiata a fuoco – come ben raccontano anche i commenti del fratello – dall’overdose delle sue due amiche, dovendo interfacciarsi con la morte molto prima che la sua età glielo permetterebbe.

Ma il discorso non si ferma qui.

Impotenza

Il tema centrale del film è la potenza…

…e l’impotenza.

L’impotenza che passa da padre a figlia nel trovarsi intrappolata in una situazione ineluttabile, che non può controllare – e che, forse, non vuole neanche controllare – come ben racconta il sentito monologo di Claire, che si sente come intrappolata in una voragine dalle pareti di fango, da cui è impossibile uscire.

La stessa impotenza, in realtà, è anche quella della Presenza, che in non pochi momenti decide di isolarsi volontariamente in un angolo della stanza – l’armadio – e quindi della scena, senza poter veramente intervenire nella stessa, senza poter toccare, se non con il respiro, i suoi personaggi.

E neanche noi possiamo essere toccati.

Pochi sono i momenti in cui effettivamente lo sguardo della cinepresa passa dalla soggettiva della Presenza alla soggettiva di altri personaggi in scena; e uno dei più significativi è quando la presunta sensitiva cerca di toccarci e rivelarci attraverso lo specchio nel quale la Presenza non riesce mai a specchiarsi, e quindi a trovare concretezza.

Lo stesso personaggio, dalla morale mai veramente chiarita, è una figura impotente, l’unica che davvero capisce l’importanza della Presenza e che cerca di avvertire gli altri personaggi sulle conseguenze di quello che sta per succedere, ma solo con pochi omen che cadono nel vuoto.

Ma in realtà la scena può essere penetrata.

Potenza

Non sappiamo chi sia la Presenza.

Ma sappiamo che vuole intervenire.

Il suo passare da personaggio passivo a personaggio attivo è graduale, e comincia da un piccolo atto di gentilezza, un indizio per Claire ma anche una prima richiesta di permesso di poter entrare in scena, mettendo in ordine la sua camera mentre la ragazza è sotto alla doccia.

Un frangente che ci conferma che la Presenza può effettivamente agire, e che esplode nella scena in cui scopre che il fratello di Claire sta facendo lo stesso tipo di bullismo che ha portato a screditare, anche da morte, le due vittime, mostrando finalmente la sua i incontrollabile ira.

E questo binomio fra potenza e impotenza passa, infine, attraverso un personaggio insospettabile: Ryan.

Quello che non sembra altro che il nuovo interesse romantico della protagonista, si rivela invece progressivamente come un manipolatore che sfrutta subdolamente la più grande paura di Claire – non avere il controllo – per farla invece cadere sotto il suo totale dominio, drogando prima il fratello, poi lei.

Ed è a quel punto, nel momento della maggiore necessità di intervento, che voliamo insieme alla Presenza alla ricerca di aiuto, gridiamo cinematograficamente nelle orecchie di Tyler per risvegliarlo e farlo intervenire direttamente in una scena su cui non abbiamo il controllo, per lo slancio fatale che salva la sorella.

E, solo a quel punto, la Presenza può rivelarsi.

Nello sguardo angosciato della madre, ci ritroviamo finalmente nello specchio nei panni di Tyler, personaggio che ovviamente non aveva potuto essere il fantasma fino a quel momento, ma che infine lo diventa, raccontandoci come la Presenza non sia davvero una persona, ma un concetto. 

Lo slancio di potenza di poter penetrare la scena.