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2025 Dramma romantico Drammatico Film Luca Guadagnino Nuove Uscite Film Thriller

After The Hunt – Mano mangia mano

After the Hunt (2025) è un thriller psicologico con protagonisti Julia Roberts, Andrew Garfield e Ayo Edebiri, per la regia di Luca Guadagnino.

A fronte di un budget sconosciuto, ha aperto con un riscontro abbastanza ridotto – per quanto prevedibile – al box office.

Di cosa parla After the hunt?

Alma è una stimata professoressa di Yale, che ha nella sua corte due personaggi piuttosto ambigui che si incontrano…come non avrebbero voluto.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere After the hunt?

Assolutamente sì.

After the hunt è uno dei ritratti più spietati quanto lucidi dell’evoluzione degli Stati Uniti contemporanei, partendo da un momento di massima radicalizzazione – gli anni finali del #MeToo – fino ad arrivare ad un presente forse anche peggiore.

Un racconto che si snoda in un terzetto di personaggi estremamente ambigui, che segue ed al contempo evade un copione sociale già scritto, a cui viene assegnato un ruolo, che però crolla su se stesso in un panorama ben più fumoso ed inafferrabile.

Insomma, dopo un racconto molto più pop come Challengers (2024), un’opera che mi ha decisamente più convinto.

Scandito

La vita di Alma è meticolosamente scandita.

I primissimi momenti della pellicola sono utili ad inquadrare a grandi linee il personaggio e le figure che la circondano, pochi ma fondamentali tasselli – il marito ombra, la pupilla, l’amante impossibile – che l’accompagnano verso il punto di partenza della sua storia: la cena.

Guadagnino introduce brevemente la situazione per poi penetrarla con lo sguardo registico in medias res, quando dinamiche apparentemente ripetitive e scontate hanno già preso piede: illazioni nei confronti di Maggie e, pur in maniera diversa, nei confronti di Alma.

Viene, in altre parole, raccontato il panorama sociale in cui la storia si muove – intorno alla fine degli Anni Dieci – in cui, mentre Hank si sposta furbescamente al fianco e in difesa di Alma, Maggie ha già svelato una delle tante contraddizioni del suo personaggio, rappresentata dalla misteriosa busta.

Ma una figura ulteriore ha un ruolo fondamentale in questo scenario…

…pur occupandone i margini.

Frederick entra e esce programmaticamente di scena, la osserva e l’analizza, e dà il suo fondamentale commento quando la stessa si sta per concludere, mettendo un punto fondamentale alla caratterizzazione della moglie: Alma vive soprattutto dell’approvazione e dell’adorazione degli altri, a prescindere dal loro valore.

Ma le attenzioni di qualcuno vogliono essere assolutamente esclusive.

Rapace

Maggie è una figura rapace.

L’incipit della sua macchinazione è ben rappresentato dalla falsa soggettiva sui due bicchieri sul tavolo, che osserva pensierosa nella penombra, prima di uscire di scena per lunghissimi momenti, ricomparendo solamente nel primo atto della sua tragedia.

E, quando riappare, è rannicchiata in una posizione meccanica e innaturale, che dovrebbe raccontare la sua sofferenza, facendola sembrare invece in agguato per l’arrivo di Alma, che costringe fuori dalla sua abitazione, dove è sicura – e infatti così succederà – che verrebbe invece insidiata da Frederick.

E qui comincia un importante gioco di mani e di non detti.

Il racconto di Maggie è volutamente lacunoso, lascia intendere quello che dovrebbe essere successo dopo le attenzioni di Hank, ma non lo dice mai esplicitamente, preferendo invece concentrarsi sul creare una connessione emotiva e fisica nei confronti di Alma, scegliendo con attenzione parole e gesti.

La ragazza cerca infatti di ritrovarsi con la donna in un terreno comune di violenza subita, azzardandosi ad introdurre un’informazione che non dovrebbe avere, sottolineando il momento con una mano poggiata vicino a quella di Alma con il palmo verso l’esterno, pronta ad essere afferrata…

…ma senza che questo succeda.

Mani

Si sviluppa così una trama profondamente rapace, che ha il suo primo apice – e apparente punto di arrivo – nella riapparizione violenta di Hank, che riesce a dare ulteriore margine di manovra al racconto vittimistico di Maggie, che ritorna nella sua posa strategica per essere finalmente raccolta da Alma.

Anche in questo caso sono fondamentali le inquadrature sulle mani di personaggi – e il loro contrasto: Alma mostra un tocco consolatorio ma incerto, mentre Maggie inarca le dita proprio come un rapace, svela la sua lucidità sgranando gli occhi e osservando un convitato di pietra – letteralmente – con cui il suo sguardo si scontra.

Un momento chiave che definisce anche gli attimi successivi fra le due, una continua rincorsa, soprattutto a fronte della cena risolutiva, che dovrebbe confermare il supporto di Alma, che cerca persino di raggiungere fisicamente Maggie, aggrappandosi al suo lato del tavolo…

…ma scontrandosi con una chiusura categorica della ragazza, anche a fronte dello smascheramento – pur prevedibile – di Frederick, che non solo la sbeffeggia, facendole indirettamente ammettere di essere una figura accademicamente inconsistente, ma minando anche il suo momento di confronto con le sue programmatiche interruzioni.

Ma Alma ha una battaglia tutta sua.

Facciata

Alma vive di molte facciate.

Dopo un ritiro non voluto dalle scene, la donna vive rinchiusa nei suoi obiettivi a breve termine – e forse anche nel fascino della corsa per ottenerli: da una parte le attenzioni di Hank, che la seduce e la glorifica costantemente, dall’altra la cattedra, punto di arrivo che ormai dà quasi per scontato.

In altri termini ad Alma piace raccontarsi come una donna piacente e di successo, che si circonda di ammiratori all’interno del suo tempio di ricchezza, che in realtà non è altro che una facciata ben costruita che racconta un’interiorità ben più divisa e ambigua, che preferisce rifugiarsi in ambienti spogli ed insospettabili.

Col proseguo della narrazione ci avviciniamo sempre di più ad un racconto di una vita fatta di rimorsi, di un essere costantemente legata a qualcosa che non può avere – o che non vuole veramente avere – piuttosto che a quanto già possiede, prima di tutto con il rapporto distaccato col marito, un fantasma della sua esistenza.

In questo senso è significativo come Alma ignori sistematicamente le attenzioni di Frederick, unica persona realmente onesta e leale della sua vita, sia quando cucina per lei – e neanche le risponde – sia quando cerca le sue attenzioni sessuali, risultando come l’ennesimo personaggio in adorazione.

Lo sconvolgimento della vita di Alma, insomma, riguarda ogni cosa possa disturbare i suoi meri interessi.

Stanato

Qual è la verità?

Guadagnino sottolinea a più riprese come la stessa non sia il punto del discorso, quanto più il tipo di narrazione che vi è costruita intorno, ma che suggerisce comunque sotterfugi, vendette e, forse, un tentativo di approccio finito male, che si ripresenta nell’ultima scena con Hank.

Un punto di arrivo in cui tutti i personaggi si sentono in qualche modo delle vittime del sistema, continuando ad urlare il loro dissenso, la loro insoddisfazione e la loro sconfitta, fino a cadere preda di loro stessi e privati di quelli che sembravano i loro obbiettivi di una vita…

…eppure non lo erano.

Il presente dei cinque anni successivi mette un punto ad una storia di un terzetto di figure egoiste e approfittatrici, che si nascondono dietro alle blande scuse di un sistema ingiusto per lamentarsi di non raggiungere i loro traguardi, facendosi portatori di battaglie che scelgono facilmente di abbandonare alla prima occasione, per riproporsi in una veste nuova.

Per questo il finale è tanto più significativo per raccontare un assolutismo passeggero, che non cambia realmente la fondamentale incomunicabilità insita in un’umanità alla disperata ricerca di vittime da lodare, eroi da glorificare e nemici da sconfiggere…

…in un individualismo sfrenato che ha solo bisogno del giusto palco per potersi mostrare.

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2025 Dramma romantico Drammatico Film Horror

Together – Essere diversi, essere caotici

Together (2025) è un body horror nonché l’esordio alla regia di Michael Shanks.

A fronte di un budget anche abbastanza consistente per un’opera prima – 17 milioni di dollari – anche se non è ancora stato distribuito in tutti i mercati, ha già doppiato i costi di produzione.

Di cosa parla Together?

Tim e Millie sono una coppia che sembra essere pronta a separarsi da un giorno all’altro…fino a trovarsi più vicini del previsto.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Together?

In generale, sì.

Non mi sento di sbilanciarmi né in positivo né in negativo sulla suddetta pellicola in quanto contiene al suo interno elementi di indubbio fascino – il soggetto quanto alcuni momenti di regia – ma, al contempo, si incarta in una struttura narrativa poco centrata.

Infatti, come è tipico di molte pellicole del cosiddetto elevated horror, l’opera prima di Shanks vive del suo potenziale e del suo soggetto, ma, soprattutto in questa rincorsa al voler essere diverso a tutti i costi, e si perde in un racconto mediocremente strutturato nei toni quanto nei passaggi logici.

Insomma, non tutti da buttare, ma ci si aspettava ben di più.

Paradosso

Il paradosso di Togheter è chiarissimo…

…almeno sulla carta.

L’incipit gira intorno alla relazione ormai da tempo in crisi di Tim e Millie, forzatamente portata avanti per volontà principalmente di quest’ultima, soprattutto visto il moto di ribellione del protagonista maschile, più volto ad una autodeterminazione mancata che alla (ri)costruzione del loro rapporto.

Tuttavia, questo racconto manca fin dall’inizio di adeguato respiro per poter funzionare, rimanendo una narrazione in ultima analisi abbastanza superficiale e affidata principalmente agli espliciti scambi fra i protagonisti, più che ad una messa in scena che dialoghi col pubblico.

Un elemento che diventa problematico soprattutto nelle ultime battute, nei momenti decisivi in cui la coppia dovrebbe prendere le decisioni più importanti, che invece sono affidate più a necessità di trama che all’effettiva costruzione del racconto.

Ma non è neanche la questione più problematica.

Paura

Un moto di ribellione pervade l’horror che non vuole essere commerciale.

Una problematica piuttosto ricorrente in questo tipo di narrazione è l’essere costruita intorno a dei continui jumpscare piuttosto banali e ridondanti, tendenza che appunto il cosiddetto elevated horror vuole evadere in favore di uno schema della paura ben più interessante ed efficace.

Purtroppo, al riguardo, Together fallisce due volte.

Da un lato, anche se prova a costruire la suspense con delle immagini più ricercate, finisce inevitabilmente per proporre lo stesso schema incredibilmente ripetitivo delle brutte sorprese in camera da letto costruite sempre nel medesimo modo, e che, soprattutto, mancano di un abbastanza essenziale crescendo.

Infatti, per motivi ignoti, Together sceglie di costruire la parte centrale legata alla scoperta della minaccia in maniera piuttosto dispersiva, quando sarebbe bastato un semplicissimo climax – iniziato, ma mai sviluppato – per mostrare la progressione della maledizione.

E, proprio nel momento drammatico fondamentale, la pellicola mi lascia più dubbi.

Scelte

Together sembra mancare di una direzione.

È come se internamente alla pellicola ci fosse la volontà di voler evadere il classico schema, ma finendo solo per confermarlo, anzi per perdersi proprio in questo tentativo, a cominciare dall’andamento scostante del tono, che si evince soprattutto a partire dalla scena della motosega.

Dopo la sequenza, anche piuttosto interessante, in cui i due si intrecciano nel corridoio, si arriva all’esplosione della drammaticità e della violenza, Shanks sceglie di spezzarla con un momento comico improvviso e fuori contesto, che viene subito soffocato dalla ripresa del crescendo drammatico nell’atto finale.

Una conclusione, fra l’altro, che è forse la parte più problematica.

La parte dedicata allo scioglimento della vicenda soffre infatti del suddetto tentativo di evadere lo schema classico, finendo per non riuscire a definire in maniera soddisfacente l’origine della minaccia – non a caso, Jamie rimane in scena il tempo necessario per raccontarla…

…e, al contempo, si perde nel labirinto contraddittorio di cambi di passo dei protagonisti, che non ha purtroppo basi abbastanza solide da essere giustificato e che altresì vive di collegamenti logici fin troppo deboli, tanto che la scelta finale dei protagonisti risulta incomprensibile ai fini narrativi…

…ma del tutto giustificabile all’interno della volontà del regista di chiudere la pellicola con un grottesco colpo di scena.

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2025 Dramma familiare Dramma romantico Drammatico Fantascienza Fantastico Film

The Life of Chuck – L’attesa

The Life of Chuck (2025) è un film drammatico diretto da Mike Flanagan con protagonista Tom Hiddleston.

A fronte di un budget sconosciuto, per ora ha avuto un incasso piuttosto misero.

Di cosa parla The Life of Chuck?

La Terra per come la conosciamo rischia di cadere a pezzi, simbolo per simbolo…ma se fosse qualcosa di più personale?

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere The Life of Chuck?

Assolutamente sì.

Con The Life of Chuck, dopo una lunga parentesi orrorifica, Flanagan intraprende un racconto drammatico e riflessivo veramente inaspettato, andando a ricalcare una filosofia non estranea alla sua filmografia, ma arricchita da un taglio più speranzoso che mancava nelle sue recenti più recenti produzioni.

Non manca uno spaesamento iniziale verso una storia che sembra raccontare tutt’altro, ma che merita di essere scoperta  atto dopo atto, diventando limpida solamente nelle sue ultime, fondamentali, battute che riescono perfettamente a chiudere il cerchio.

Didascalia

Tutta la prima parte della pellicola è una incomprensibile didascalia…

…finché non diventa comprensibile.

Flanagan sulle prime sembra portare in scena un film sci-fi dal sapore post-apocalittico, costellato da scomparse improvvise e dal graduale decadimento delle connessioni interne e delle certezze che componevano l’universo umano, con un gruppo di personaggi che sembra vivere solo per raccontarsi.

Eppure, arrivati al finale, il primo atto acquista un significato del tutto diverso.

L’universo rappresentato in realtà non è altro che l’immensità contenuta internamente da Chuck, che progressivamente si sgretola insieme al suo corpo e alla sua memoria – come testimoniano i personaggi che progressivamente scompaiono di scena.

Gli stessi comunque emergono come ricordi flebili nel tempo, massime che hanno definito la vita del protagonista e modellato la sua esistenza in qualcosa di straordinario, che merita di essere celebrato, pur consapevole della fine imminente e del suo essere un personaggio sostanzialmente anonimo.

O, meglio, un personaggio bloccato nell’attesa.

Attesa

Chuck non può controllare la propria esistenza.

La sua pallida vita adulta è stata matematicamente ordinata in un lavoro che il protagonista ha sempre rigettato in favore di una vita dedita ad un movimento più spontaneo e incontrollato – la danza – ma in cui infine si è trovato intrappolato, seguendo le medesime impronte del nonno.

La tragica visione della sua morte imprime evidentemente in Chuck un senso di impotenza, che rende imperativo riprendere il controllo sulla propria esistenza tramite i numeri, lasciandosi alle spalle il sogno danzante e chiudendosi in un controllato grigiore…

…ma non senza una via d’uscita.

La straziante attesa della fine viene spezzata da uno – ma forse non l’unico – momento in cui Chuck ha abbracciato una felice imprevedibilità, in cui si è ricordato degli insegnamenti della nonna, di quel momento in cui l’ha vista rinascere nonostante anche lei, inconsapevolmente, fosse in attesa della propria morte.

In questo modo il protagonista fa suo l’insegnamento di entrambe le figure genitoriali: da un lato si adegua all’idea di attesa e di controllo della stessa, al guardare oltre ai meri numeri per vedere l’immensità che gli stessi nascondono, dall’altra ad abbracciare una vita, nel suo piccolo, semplicemente meravigliosa.

E qui, alla fine, sta tutto il punto della pellicola.

Anonimo

Chi è Chuck?

È una domanda che si rincorre per le bocche dei protagonisti per tutto il primo atto, specchio proprio di un senso di mediocrità che il protagonista sente di soffrire, ma splendidamente incorniciata da una consapevolezza di grandiosità che esiste solo se Chuck stesso accetta che esista.

Nella lezione della sua maestra infatti il protagonista scopre come nel suo essere non contiene solo carne, ossa e un cervello pensante, ma un’immensità di persone, ricordi, oggetti, situazioni che formano un prezioso universo interiore, dotato di una propria vita ed importanza.

Così, in questa piccola ma significativa riflessione a sorpresa dopo produzione più recente segnata dall’orrore e dal rimorso, Flanagan ci racconta come fare propria la meraviglia del piccolo, del quotidiano, come siamo noi stessi padroni di una vita meravigliosa e che vale assolutamente la pena di essere vissuta…

…e non come un’attesa dolorosa della dipartita che arriva inevitabilmente per tutti, ma come una grande, meravigliosa occasione.

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2025 Avventura Drammatico Film Film di guerra

Warfare – La guerra mediocre

Warfare (2025) è un film di guerra diretto e scritto a quattro mani da Ray Mendoza e Alex Garland, racconto di un reale evento avvenuto durante la guerra in Iraq.

A fronte di un budget abbastanza sostanzioso – 20 milioni di dollari – si sta rivelando un discreto flop al botteghino, riuscendo a malapena a coprire i costi di produzione in patria.

Di cosa parla Warfare?

La storia parla della reale tragedia avvenuta ad uno dei due registi, parte del reparto di Navy SEAL statunitense durante la Guerra in Iran il 19 novembre 2006.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Warfare?

In generale, sì.

Se si considera Warfare un film di Garland, probabilmente verrà ricordato fra i minori della sua produzione: interessante nella messinscena, nell’equilibrio dei toni e nel racconto delle emozioni strazianti…

…ma, forse, davanti alle potenzialità che aveva al suo interno, guardando anche alle altre narrazioni proprie del genere, per certi versi sembra un’occasione sprecata per raccontare qualcosa di veramente significativo.

Quotidianità

Proprio nel voler raccontare una storia di ricordi, la quotidianità comica domina il primo atto della pellicola.

L’apertura è fondamentale in questi senso per mostrarci come i soldati protagonisti non siano altro che un gruppo di scapigliati ragazzini addestrati a fare la guerra, che annullano ogni tipo di gerarchia per riunirsi in un rituale quasi edonistico.

E l’eco dell’incipit pervade anche le scene successive, che dovrebbero sulla carta essere più serie e riflessive, e invece il pesante silenzio che domina la sequenza è spezzato dai personaggi che ancora si divertono pensando a quel momento condiviso.

Una quotidianità che stona con l’invasione domestica di un’innocente famiglia locale, la cui casa casa diventa la nuova base per le operazioni militari dell’invasore, del tutto indifferente rispetto al disagio creato dalla sua ingombrante presenza.

Eppure, la stessa continua anche nei piccoli momenti di sciocco divertimento e degli scherzi fra i protagonisti, che si alterna alle operazioni di guerra volte a costruire una sorta di tensione sotterranea per l’esplosione della crudeltà visiva dell’atto centrale.

Ma anche quest’ultimo è del tutto coerente con quanto visto in precedenza.

Emozione

C’è poco di eroico nelle azioni dei personaggi.

Dopo la violenta esplosione, i tentativi di tenere insieme la squadra sono dilaniati dai continui e angoscianti particolari delle sofferenze delle vittime, per cui Garland non eccede in nessuna direzione, ma anzi equilibra i toni nel mostrare semplicemente quanto necessario, e nulla di più.

Ma bastano da soli gli angoscianti scambi fra vittime e soccorritori, in cui i del tutto comprensibili bisogni immediati dei feriti si scontrano con il più freddo – o tentato tale – intervento di chi cerca di tenerli in vita, riuscendo a trasmettere il dolore fisico straziante quanto penetrante provato in questi brevi momenti.

Eppure, forse, manca qualcosa.

Oltre

Non si può fare ad un film una colpa di non aver soddisfatto le aspettative dello spettatore.

Ma il confronto con altre opere di intenti simili è inevitabile.

È evidente che Garland avesse tutta l’intenzione di immergersi in un esperimento visivo che annullasse qualsiasi slancio tematico – di glorificazione o di condanna – per raccontare la mera quotidianità che spesso non è mostrata, per i più diversi motivi, all’interno delle narrazioni belliche.

Spunti di riflessione non sono per questo del tutto assenti – dall’accennato machismo della squadra di soccorso alla totale impotenza della famiglia davanti all’invasione nemica – ma diventano di fatto secondarie all’interno di un discorso con intenti diversi.

Eppure, davanti ad un regista di un’opera come Civil War (2024) e a prodotti che sono stati capaci di rappresentare il racconto del lato umano dell’eroe americano – da Niente di nuovo sul fronte occidentale (1930) fino alle sperimentazioni del nuovo millennio di 1917 (2019)…

…sorge in chi scrive una genuina perplessità davanti ad un’opera complessivamente piuttosto lodevole – ma, visti i nomi coinvolti, non ci si poteva aspettare niente di meno – ma che racchiude al suo interno un potenziale che, visto il pregresso del genere, risulta quasi sprecato nel panorama contemporaneo.

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2025 Avventura Azione Commedia Dramma romantico Drammatico Film Nuove Uscite Film Parodia

Una pallottola spuntata – Uno schiaffo troppo brusco

Una pallottola spuntata (2025) di Akiva Schaffer è il requel del classico della commedia spoof omonimo.

A fronte di un budget comunque abbastanza consistente per un prodotto di questo tipo – 42 milioni di dollari – non ha aperto particolarmente bene al primo weekend, e si prospetta la possibilità di un flop commerciale.

Di cosa parla Una pallottola spuntata?

Frank Drebin Jr., al pari del padre da cui prende il nome, è un intrepido poliziotto pronto a sgominare un importante piano criminale...forse, troppo intraprendente.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Una pallottola spuntata?

Dipende.

Il remake di Liam Neeson può risultare genuinamente divertente, soprattutto per uno spettatore meno abituato a questo tipo di commedia – sempre più rara all’interno del cinema odierno – ma poco digeribile invece per un appassionato della saga.

Manca, infatti, un certo tipo di eleganza e costruzione dei momenti comici, preferendo invece un umorismo ben più sguaiato, quasi eccessivo, che punta a sorprendere continuamente lo spettatore piuttosto che costruire la battuta.

Insomma, non sconsigliato in toto, ma andateci preparati.

Contemporaneo

Era estremamente difficile riuscire ad adattare la comicità di Una pallottola spuntata (1988) al pubblico odierno.

La trilogia di Leslie Nielsen era infatti un misto piuttosto peculiare fra comicità slapstick più classica ed un umorismo più sottile e studiato che andò poi a definire lo spoof movie, sottogenere parodistico che ebbe la sua più infelice evoluzione nel cinema dei primi anni del 2000.

Lo stesso comprendeva anche un certo tipo di comicità che oggi verrebbe forse definita politicamente scorretta e che si temeva che, nella odierna Hollywood, non avrebbe più avuto spazio, e che così che il remake sarebbe risultato inevitabilmente incolore.

Un aspetto che, invece, non è un problema, anzi.

La riproposizione di Akiva Schaffer non manca di essere anche particolarmente cattiva, calcando piuttosto la mano con non poche sequenze che riescono ad avvicinarsi al tipo di umorismo sopra le righe di Leslie Nielsen, a volte anche a superarlo.

Ma è sufficiente?

Omaggio

A differenza di altri remake di recente produzione, quello di Una pallottola spuntata è estremamente rispettoso nei confronti del suo predecessore.

Infatti, se si va a guardare, lo scheletro narrativo e le dinamiche in scena sono sostanzialmente le medesime: un ambizioso poliziotto che si impunta di continuare a tenere sulle spalle un caso, persino andando a pestare i piedi sbagliati, il tutto in nome della giustizia e della sua recente fiamma.

Al contempo, l’omaggio alle battute di Leslie Nielsen è continuo, a partire dall’assurda scena della macchina sul marciapiede – forse uno dei frangenti più gustosi della pellicola – e, ovviamente la messa dei figli dei protagonisti originali davanti alle foto dei genitori defunti.

Anzi, la parentesi narrativa e quasi thriller della fuga d’amore – così futile e così divertente insieme – di Frank e Beth è per certi versi anche più divertente rispetto al film originale, riuscendo perfettamente ad inquadrare l’umorismo surreale della pellicola di partenza.

Ma, forse, proprio in questa scena si trova il punto del discorso.

Ritmo

Una pallottola spuntata aveva un ritmo quasi frenetico.

L’umorismo surreale e travolgente perennemente presente in scena non lasciava quasi un attimo di respiro persino nei momenti più drammatici, peccando forse in una comicità fisica non particolarmente memorabile, ma risultando assolutamente vincente nella costruzione dell’umorismo più iconico della saga.

E costruzione è la parola d’ordine.

L’umorismo più interessante di Una pallottola spuntata funziona perché spesso è inserito all’interno di un climax che non punta a far ridere lo spettatore grazie alla sorpresa della battuta improbabile, ma piuttosto a travolgerlo tramite l’assurda involuzione della situazione, come ben racconta questo iconico momento:

La scena in questione infatti parte con un momento piuttosto classico di corruzione del testimone, ma si evolve in un improbabile tira e molla in cui infine non solo Frank diventa quello da corrompere, ma persino il prestatore dei soldi per la sua stessa corruzione, in un cortocircuito comico veramente irresistibile.

Per questo, la parentesi narrativa del remake funziona: la storia del pupazzo di neve non è introdotta improvvisamente, ma è invece costruita tramite una dinamica comica che diventa progressivamente sempre più incredibile, fino ad arrivare a degli imprevedibili toni thriller.

Al contrario, la maggior parte delle battute della pellicola, purtroppo, manca proprio di questo tipo di costruzione, finendo invece per perdersi in una sequela di momenti che puntano più che altro sull’effetto sorpresa, e che raramente riescono ad essere memorabili e ben costruiti…

…ma, piuttosto, a provocare una risata momentanea, ma che, alla lunga, si spegne davanti ad una complessiva opacità della pellicola.

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2025 Dramma familiare Drammatico Film Horror Nuove Uscite Film

Presence – Chi voglio essere?

Presence (2024) è la prima sperimentazione orrorifica di Steven Soderbergh.

A fronte di un budget piccolissimo – 2 milioni di dollari – nella sua breve corsa al cinema è stato un buon successo commerciale: 10 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla Presence?

Con una tragedia importante alle spalle, una famiglia si trasferisce in una nuova casa scoprendo…di non essere da sola

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Presence?

Assolutamente sì.

Presence è una delle più interessanti sperimentazioni horror degli ultimi anni, che gioca con la macchina da presa per raccontare una storia estremamente immersiva e che, anche a sorpresa, riflette sul potere dello sguardo…

…ma con un profondo tono drammatico e riflessivo, che lo allontana anche dal genere – nonostante sia stato pubblicizzato come tale – e lo avvicina a prodotti più intimisti come A Ghost Story (2017).

Insomma, da vedere.

Spettatore

Il più classico commento che troverete riguardo a questo film è che noi spettatori siamo la Presenza.

E, in effetti, almeno all’inizio è così.

Soderbergh carica il primo atto della pellicola, solitamente dedicato all’introduzione dei personaggi all’interno del genere di riferimento,con un taglio inedito: cominciamo a scoprire i personaggi nei loro dialoghi e nelle loro dinamiche…

…come se fossimo parte della scena.

Emergono così progressivamente le prime fratture interne, alcune del tutto limitate al poco che viene detto dai dialoghi – per esempio, tutto il dramma dei coniugi non viene mai totalmente rivelato, rimanendo solamente nell’aria in un non meglio compreso affare pericoloso di Rebekah.

Ma la protagonista indiscussa è sicuramente Claire, per sempre marchiata a fuoco – come ben raccontano anche i commenti del fratello – dall’overdose delle sue due amiche, dovendo interfacciarsi con la morte molto prima che la sua età glielo permetterebbe.

Ma il discorso non si ferma qui.

Impotenza

Il tema centrale del film è la potenza…

…e l’impotenza.

L’impotenza che passa da padre a figlia nel trovarsi intrappolata in una situazione ineluttabile, che non può controllare – e che, forse, non vuole neanche controllare – come ben racconta il sentito monologo di Claire, che si sente come intrappolata in una voragine dalle pareti di fango, da cui è impossibile uscire.

La stessa impotenza, in realtà, è anche quella della Presenza, che in non pochi momenti decide di isolarsi volontariamente in un angolo della stanza – l’armadio – e quindi della scena, senza poter veramente intervenire nella stessa, senza poter toccare, se non con il respiro, i suoi personaggi.

E neanche noi possiamo essere toccati.

Pochi sono i momenti in cui effettivamente lo sguardo della cinepresa passa dalla soggettiva della Presenza alla soggettiva di altri personaggi in scena; e uno dei più significativi è quando la presunta sensitiva cerca di toccarci e rivelarci attraverso lo specchio nel quale la Presenza non riesce mai a specchiarsi, e quindi a trovare concretezza.

Lo stesso personaggio, dalla morale mai veramente chiarita, è una figura impotente, l’unica che davvero capisce l’importanza della Presenza e che cerca di avvertire gli altri personaggi sulle conseguenze di quello che sta per succedere, ma solo con pochi omen che cadono nel vuoto.

Ma in realtà la scena può essere penetrata.

Potenza

Non sappiamo chi sia la Presenza.

Ma sappiamo che vuole intervenire.

Il suo passare da personaggio passivo a personaggio attivo è graduale, e comincia da un piccolo atto di gentilezza, un indizio per Claire ma anche una prima richiesta di permesso di poter entrare in scena, mettendo in ordine la sua camera mentre la ragazza è sotto alla doccia.

Un frangente che ci conferma che la Presenza può effettivamente agire, e che esplode nella scena in cui scopre che il fratello di Claire sta facendo lo stesso tipo di bullismo che ha portato a screditare, anche da morte, le due vittime, mostrando finalmente la sua i incontrollabile ira.

E questo binomio fra potenza e impotenza passa, infine, attraverso un personaggio insospettabile: Ryan.

Quello che non sembra altro che il nuovo interesse romantico della protagonista, si rivela invece progressivamente come un manipolatore che sfrutta subdolamente la più grande paura di Claire – non avere il controllo – per farla invece cadere sotto il suo totale dominio, drogando prima il fratello, poi lei.

Ed è a quel punto, nel momento della maggiore necessità di intervento, che voliamo insieme alla Presenza alla ricerca di aiuto, gridiamo cinematograficamente nelle orecchie di Tyler per risvegliarlo e farlo intervenire direttamente in una scena su cui non abbiamo il controllo, per lo slancio fatale che salva la sorella.

E, solo a quel punto, la Presenza può rivelarsi.

Nello sguardo angosciato della madre, ci ritroviamo finalmente nello specchio nei panni di Tyler, personaggio che ovviamente non aveva potuto essere il fantasma fino a quel momento, ma che infine lo diventa, raccontandoci come la Presenza non sia davvero una persona, ma un concetto. 

Lo slancio di potenza di poter penetrare la scena. 

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I Fantastici Quattro – Manca qualcosa?

I Fantastici Quattro – Gli inizi (2025) di Matt Shakman è il terzo tentativo di rilancio del quartetto supereroistico – e il primo tentativo dell’MCU.

Di cosa parla I Fantastici Quattro?

I Fantastici Quattro sono da ben quattro anni i paladini della loro città – e del mondo – pronti a salvare la Terra da ogni minaccia…oppure no?

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere I Fantastici Quattro?

In generale, sì.

Non mi sento di sbilanciarmi nel consigliarvi questo film semplicemente perchè è solo un piccolo, quasi minuscolo passo nella giusta direzione per l’MCU, che riesce, dopo diversi prodotti anche molto discutibili, a portare in scena un film complessivamente buono…

…ma ricco anche di diverse debolezze, che vi colpiranno più o meno a seconda di quanto riusciate ad appassionarvi all’estetica e al taglio del film, che ricerca fortemente l’elemento giocoso e fumettoso, pur non mancando di momenti profondamente drammatici.

Pubblico

In I Fantastici Quattro il pubblico siamo noi.

Proprio come per il contemporaneo Superman (2025), anche questa pellicola non affronta direttamente la origin story dei protagonisti, ma sceglie di far vivere allo spettatore l’emozione di aprire un fumetto senza saperne nulla di loro, introducendoli tramite un breve riassunto contenuto nella cornice dello spettacolo televisivo.

Una scelta molto intelligente e che si riassume nella battuta del presentatore, che si rivolge al pubblico diegetico ed extradiegetico per dire che sì, la storia la conosciamo già, ma è giusto raccontarla di nuovo con questi nuovi volti, partendo dalle origini e arrivando fino alle minacce più recenti – e prontamente debellate.

Ma la scelta di renderli personaggi pubblici è un’arma a doppio taglio.

Da un lato, permette alla pellicola di avere un taglio tutto sommato inedito, smarcandosi dalla classica origin story dell’eroe solitario, anzi, dando una valenza politica ai protagonisti che permette loro di essere nel complesso credibili nella gestione di un intero pianeta davanti ad una minaccia globale.

Dall’altra, lascia il dubbio che questa scelta sia dovuta anche al poco interesse generale dei personaggi dal punto di vista supereroistico e, per certi versi, anche umano: i Fantastici 4 sono umani e fallibili, ma al contempo godono di pochissime aree grigie effettivamente esplorabili.

E proprio qui si trova la maggiore debolezza della pellicola.

Conflitto

La definizione di un personaggio è soprattutto tramite il conflitto.

La sua maturazione, specificatamente all’interno di una origin story, è definita proprio dai conflitti interni – con familiari, amici e altri personaggi di importanza emotiva – ed esterno – con il pubblico, il villain di turno, o entrambi.

E questo è un elemento drammaticamente carente in I Fantastici 4.

Nonostante ci fossero grandi possibilità di sfruttare drammaticamente sia Pedro Pascal che Vanessa Kirby – che comunque, quando possono, brillano in questo senso – gli stessi sono intrappolati all’interno degli stretti confini dei loro personaggi, avendo poco spazio per raccontarsi in maniera significativa.

Infatti il fulcro emotivo della pellicola – il neonato Franklin – e il suo utilizzo creano indubbiamente dei conflitti interni ed esterni: Sue e Reed si interrogano ripetutamente sia sulla vera natura del figlio, sia su quanto siano disposti a sacrificarlo o anche solo metterlo in pericolo per la salvezza del mondo. 

Eppure, manca qualcosa. 

La risoluzione delle fratture interne, nonostante la pellicola cerchi in più momenti di sottolinearne l’importanza, è fin troppo immediata e semplicistica: sembra come se ai personaggi basti scambiarsi poche parole nella scena successiva per ricomporre immediatamente l’unione interna del gruppo.

Invece, quanto avrebbe giovato in questa dinamica rendere significativo e continuo il conflitto del quartetto, soprattutto fra Sue e Reed, banalmente chiudendo delle scene con pensati silenzi o anche solo mancate risoluzioni, per poi cercare le stesse attraverso lo scontro con Galactus e i suoi pesanti dilemmi morali.

Invece, è come se rimanesse tutto in superficie.

Ma ci sono alcuni personaggi che questa mancanza la soffrono più di altri…

A parte

In I Fantastici Quattro è come se alcuni personaggi vivessero una storia a parte.

Lato eroi, il più sacrificato drammaticamente è Johnny Storm: come la linea comica funziona perfettamente nei tempi e nei modi, il lato più drammatico della sua indagine parallela è spalmato disordinatamente nella pellicola, emergendo in alcuni punti ma senza che lo stesso abbia un valore così significativo.

In particolare, risulta mal costruito l’arrivo al potenziale sacrificio nel finale, per cui non bastano pochi momenti in cui Johnny cerca di intervenire per giustificare l’importanza emotiva di quella scelta – che, in fin dei conti, è tutta sulle spalle di Sue, forse unico personaggio che davvero può godere di un dramma importante all’interno della pellicola.

Un problema analogo si ritrova anche nella gestione di Shalla-Bal, personaggio che speravo riuscisse a distaccarsi in maniera netta dalla gestione superficiale della sua controparte del film del 2007, per cui erano bastate poche parole di Sue Storm per farlo rinsavire.

Invece, nonostante la gestione sia complessivamente migliore, la costruzione del suo ripensamento è molto più discontinua e, anche se le parole di Johnny sono ben più incisive, le stesse non bastano a reggere sulle spalle un cambio di passo così importante, con un ripensamento che avviene quasi del tutto fuori scena.

Ma, lato villain, l’apparenza sembra vincere sulla sostanza.

Eccesso

I Fantastici 4 funziona nei suoi toni fumettosi…

…finché risulta credibile.

Purtroppo il taglio giocoso presentato fin dall’inizio non basta a giustificare la gestione di Galactus, personaggio che, per il lato estetico, è assolutamente impeccabile, portando sullo schermo uno degli antagonisti più iconici della Marvel con uno dei character design più azzeccati degli ultimi anni…

…ma che, invece, lato profondità narrativa, finisce vittima della classica trappola tipica di molti altri prodotti MCU: avere un’importanza ridotta per evitare di oscurare gli eroi protagonisti, finendo per essere veramente poco incisivo e fin troppo banale per un cinecomic uscito nel 2025.

Soprattutto, considerando come il quartetto sceglie di sconfiggerlo.

Se idealmente funzionava molto bene l’idea della consapevolezza dei quattro di non poterlo sconfiggere fisicamente, per quanto potesse essere anche accettabile il piano di spostamento dell’intera Terra sotto al suo naso – nonostante, più credibilmente, venga poi vanificato in un battito di ciglia…

…il piano di Reed risulta poco credibile persino in questo contesto.

La scelta di creare un piano così blando, una trappola così evidente senza neanche provare a nasconderla, va a sminuire da un lato la credibilità di Reed come uomo più intelligente del mondo, dall’altra l’importanza di Galactus, potenza millenaria che, evidentemente, non può farsi sconfiggere da un trucco così palese.

E se, per ovvi motivi, si fa il confronto con Superman proprio su questi ultimi punti, il risultato è abbastanza desolante – soprattutto se vogliamo considerare I Fantastici Quattro un punto di ripartenza per l’MCU.

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Superman – Ancora più in alto

Superman (2025) di James Gunn è una delle più grandi scommesse cinematografiche e produttive degli ultimi anni: sfidare un colosso come la Marvel al suo stesso gioco.

A fronte di un budget piuttosto impegnativo – 225 milioni di dollari – ha aperto molto bene nella prima settimana, riuscendo già quasi a pareggiare i costi produttivi.

Di cosa parla Superman?

Come può un superumano che vuole solo il bene e la giustizia scontrarsi con una società interessata solo al profitto e all’immagine pubblica? Con qualche difficoltà…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Superman?

David Corenswet (Superman) e Krypto in una scena di Superman (2025) di James Gunn

Assolutamente sì.

Gunn si è posto una sfida via via sempre più difficile, riuscendola a superare brillantemente in ogni sua parte, forte di una profonda consapevolezza del mercato attuale e dell’evoluzione del genere negli ultimi decenni, vincendo, in in certo senso, dove The Boys ha più volte fallito.

E così, come il suo Superman prende le mosse da nientedimeno che il classico del ’78, ereditandone la capacità di equilibrare i toni più fumettosi – e, per certi versi, ormai tipici di Gunn – riesce a rendersi attuale in un contesto geopolitico anche fin troppo reale, che quasi spaventa nella sua puntualità e potenza.

Insomma, non ve lo potete perdere.

Medias res

David Corenswet (Superman) in una scena di Superman (2025) di James Gunn

Se Gunn non aveva già una sfida abbastanza ardua nel riportare l’Azzurrone al cinema dopo gli scempi di snyderiana memoria...

…se n’è posto uno ancora più importante: non voler raccontare un’origin story.

Infatti, al pari al grande colpo di genio di Spiderman: Homecoming (2016), il Kal-El di Gunn arriva in scena come eroe già formato, anzi che fa fatica ad inserirsi all’interno di un panorama di metaumani già piuttosto affollato, e si trova già nel mirino del signore della guerra di turno: Luthor.

Eppure, non gli manca niente.

David Corenswet (Superman) in una scena di Superman (2025) di James Gunn

L’eroe kryptoniano è raccontato fin da subito nei suoi tratti essenziali – la bontà innata, il senso di giustizia – sempre con uno sguardo al suo passato, alle sagge figure dei genitori che accompagnano il suo viaggio sulla Terra e che lo portano a battersi per la stessa…

…anche contro il proprio stesso governo, non avendo conoscenza, anzi proprio dimostrandosi molto ingenuo davanti ad un mondo scandito dagli interessi del potente di turno, in un delicato equilibrio politico che porta inevitabilmente alla distruzione del paese con meno armi da imbracciare.

E, proprio nella sua imperfezione, Superman vince.

Umano

David Corenswet (Superman) in una scena di Superman (2025) di James Gunn

Il Superman di Corenswet è più Klark che Kal-El.

Ed è una scelta fondamentale.

Potenzialmente un motivo di scarsa attrattiva del pubblico per il personaggio era – al pari del noto disastro mediatico di Captain Marvel – il suo essere fondamentale invincibile e fin troppo buono per riuscire a conquistare le simpatie di un pubblico che avrebbe visto un eroe fin troppo lontano dal suo quotidiano.

David Corenswet (Superman) in una scena di Superman (2025) di James Gunn

E, proprio per questo, Gunn opera in due direzioni fondamentali.

Da una parte, rende Superman un personaggio facilmente fallibile: il protagonista crolla, si spezza, viene costantemente insidiato da piani omicidi devastanti e, non poche volte, Kryptonite o non Kryptonite, ha bisogno di riposo e di rigenerarsi per scendere nuovamente in campo.

In questo modo la sua vittoria non è affatto scontata, anzi viene continuamente messa in discussione, rendendo per questo fondamentale l’aiuto di altri personaggi che, anche se meno forti di lui, si rivelano fondamentali, portandolo al vittorioso scontro finale contro i super soldati di Luthor.

Dall’altra, Gunn vuole parlare soprattutto di Clark, non di Kal-El.

Infatti, nella visione di Gunn la maschera umana del Superman di Reeves diventa l’effettiva personalità di Corenswet, che, poteri permettendo, è una persona molto comune e profondamente buona, che agisce secondo la propria morale, senza lasciarsi scalfire da interessi altri.

Non a caso, Superman vuole salvare tutti, e viene anzi rimproverato da Mr. Terrific per il suo perdere tempo a salvare singoli civili e non avere l’occhio puntato sull’insieme della minaccia complessiva, diventando, a suo modo, l’emblema dell’eroe della porta accanto.

Per questo, il contrasto con Luthor è così fondamentale.

Strati

Nicolas Hoult (Luthor) in una scena di Superman (2025) di James Gunn

Quando pensi di aver capito il Luthor di Nicholas Hoult…

…Gunn ha appena cominciato a sorprenderti.

Il villain appare fin da subito nella sua profonda – e, apparentemente, ingiustificata – avversione nei confronti del protagonista, che inizialmente pare scaturita unicamente dal fatto che l’Azzurrone gli ha messo i bastoni fra le ruote nelle sue spietate – e, purtroppo, molto attuali – mire politiche ed economiche.

Questo aspetto viene anzi esasperato sia nel racconto della prigione personale nel Mondo Tasca, sia, soprattutto, nel progressivo svelarsi del suo piano, che sembra fare il verso a Luthor del ’78 – con anche una nota particolarmente fumettosa nell’idea che voglia diventare il re di un’utopia di sua stessa creazione.

E, invece, Luthor è molto più di questo.

Nicolas Hoult (Luthor) e David Corenswet (Superman) in una scena di Superman (2025) di James Gunn

Il magnate racconta un’invidia profondamente umana, di non potersi confrontare ad armi pari con una potenza sconosciuta ed apparentemente invincibile, che lo rende così impotente e incattivito dal voler creare dei metaumani in provetta fatti apposta per poterlo fronteggiare e, possibilmente, sconfiggere definitivamente…

…al punto da rendersi protagonista di un angosciante conflitto geopolitico, giusto per darsi un motivo più terreno e comprensibile per potersi illudere di avere ancora il pieno controllo su un mondo popolato da mutanti che superano di diverse lunghezze ogni possibile invenzione umana.

Superman 2025 Luthor

Nicolas Hoult (Luthor)) in una scena di Superman (2025) di James Gunn

Per questo, la sua sconfitta è morale, non fisica.

Luthor si impunta fino all’ultimo per battere moralmente e mentalmente Superman, tanto che, anche quando è ormai sconfitto, si imbarca in un sentitissimo monologo in cui cerca di ribadire la sua posizione politica superiore rispetto al metaumano, la sua possibilità ancora di poterlo schiacciare…

…per essere invece interrotto dall’aggressione di Krypto, apparentemente solo una gag, in realtà il primo atto della completa umiliazione di Luthor, che appare infine scornato sia fisicamente sia, soprattutto, moralmente, sconfitto dalle sue stesse armi mediatiche che gli si rivoltano contro.

Ma, tutto il resto?

Affollamento

Una delle più grande critiche alla pellicola è il sovraffollamento della scena…

…che invece, metanarrativamente, io ho trovato perfetto.

Superman infatti non è solamente un film sul primo supereroe, ma bensì il primo film di un universo in divenire, per cui Gunn sparge abbondantemente i primi semi, raccontandoci un mondo già formato che si dischiude davanti ai nostri occhi, ricchissimo di personaggi da scoprire e riscoprire.

Nathan Fillion (Guy Gardner) e David Corenswet (Superman) in una scena di Superman (2025) di James Gunn

Fra le note di merito indubbiamente la Justice Gang, versione ancora in nuce della futura Justice League – punto di arrivo fondamentale per un reboot DC – in cui spicca il mio personaggio preferito probabilmente del film: Guy Gardner, la prima Lanterna Verde, che comincia a mettere le basi per un personaggio cinematograficamente in passato fin troppo bistrattato.

Oltre a questo, l’affollamento della scena è fondamentale per definire Superman stesso.

Proprio nel suo poter essere sconfitto e messo alla prova, Superman ha bisogno del costante aiuto degli altri personaggi, che non sono semplici figurine sullo sfondo, ma fondamentali tasselli del quadro più grande della scena, ognuno con la propria – anche piccola – funzione che porta al definitivo trionfo del protagonista.

E, arrivati a questo punto, per un nuovo Superman non ci si poteva sperare in nulla di più grandioso.

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2025 Drammatico Film Film sportivo

F1 – Seminare il canovaccio

F1 (2025) è il secondo film in ambito sportivo ad opera di Joseph Kosinski, già regista di Top Gun Maverick (2023)

Di cosa parla F1?

Sonny è un ex star delle corse ormai ridotto a bazzicare per tornei minori e senza una meta. Ma un’occasione imperdibile sta per stagliarsi all’orizzonte…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere F1?

Brad Pitt in una scena di F1 (2025) di Joseph Kosinski

Assolutamente sì.

Per quanto l’eventuale mancata passione per le corse potrebbe frenarvi, F1 è molto più che un film di corsa: Kosinski prende un canovaccio piuttosto classico per questo tipo di produzioni e lo smentisce costantemente, portando in scena una storia decisamente più genuina e coinvolgente.

Oltretutto, anche se si potrebbe tacciare il regista di accomodarsi all’interno di uno piano inquadrature alla lunga ripetitivo, lo stesso è talmente funzionante e coinvolgente, talmente capace di trascinarti in scena e di farti vivere in prima persona la corsa, che glielo si può decisamente perdonare.

Insomma, da non perdere.

Prevedibile

Brad Pitt in una scena di F1 (2025) di Joseph Kosinski

Fin dalle sue prime battute, la storia di F1 potrebbe sembrare estremamente prevedibile.

In effetti bastano poche inquadrature ben pensate per offrire allo spettatore un’immagine quanto mai tridimensionale e definitiva del protagonista: Sonny è un personaggio ormai ai margini, che vive alla giornata e che non ha alcun interesse verso i premi che inevitabilmente fa vincere alla sua squadra.

Ma il suo disinteresse è solo apparente.

Brad Pitt e Javier Bardem in una scena di F1 (2025) di Joseph Kosinski

L’entrata in scena di Ruben getta una luce nuova sul protagonista, e ne svela il profondo timore che lo attanaglia: aver già avuto la sua occasione ed averla buttata via e, per questo, essere ormai destinato appunto ai margini, senza poter fare altro che vivere di piccole e insignificanti vittorie.

Ma già in questo frangente Kosinski riesce a sorprenderci.

Squadra

Brad Pitt e Damson Idris in una scena di F1 (2025) di Joseph Kosinski

Sarebbe stato fin troppo semplice creare un amaro contrasto fra Sonny e Noah basato sulla bravura del primo.

Invece, F1 sceglie un’altra strada.

La discesa in pista non è un punto di arrivo, ma il primo passo con cui entrambi i personaggi cominceranno un percorso non scontato per raggiungere l’effettivo traguardo prospettato dalla pellicola: saper lavorare di squadra e, soprattutto, vivere non per la vittoria, ma per la corsa stessa.

Damson Idris in una scena di F1 (2025) di Joseph Kosinski

Infatti Sonny non è un effettivo avversario per Noah, ma prima un ostacolo, un’ombra sulle sue possibilità di carriera, e poi un cattivo maestro che lo spinge più o meno indirettamente verso la catastrofe – e, in quel contesto, gli ruba anche il posto nella squadra…

…oppure no?

Nella realtà, Sonny e Noah imparano l’uno dall’altro: l’ex stella delle corse riesce a tornare in contatto con la pista che era per lui croce e delizia, riprovando e risbattendo la testa sui suoi errori ed eccessivi slanci, ma, questa volta, portandosi effettivamente qualcosa a casa…

Brad Pitt in una scena di F1 (2025) di Joseph Kosinski

…e Noah esce dalla sua bolla controllata di successo costruito su misura e dal soffocante individualismo con cui è stato cresciuto, e riesce a ritrovare le connessioni con la squadra e con la passione effettiva per l’emozione in pista, che prescinde da qualsiasi tipo di trofeo puramente materiale.

Ma il successo di F1 nel raccontare questo percorso sta proprio nel senso della misura.

Misura

Anche per quanto riguarda il frangente delle corse, c’era una via più semplice da seguire.

Ma non è quella di F1.

Sarebbe stato quasi scontato rendere l’adrenalina della corsa la vera protagonista della scena, ed ingozzare lo spettatore di continui incidenti ed emozioni di facile resa, finendo di fatto  soffocare tutto quello che gli stava intorno, finendo per portare in scena, con ogni probabilità, una storia di breve respiro e poco strutturata.

Al contrario, F1 dà il giusto spazio alla corsa, costruendola su un preciso piano inquadrature che spazia dal primo piano, al primo piano stretto, al dettaglio, alla soggettiva e alle varie riprese di una manciata di secondi su tutto quello che circonda la pista, così da abbracciare l’intera scena in ogni sua parte, in ogni singola emozione.

E, al contempo, ci fa attendere la gara proprio come gli stessi protagonisti, e dà ad ogni appuntamento un valore preciso, di passaggio o di arrivo per la storia dei protagonisti, fino a giungere alla gara finale, che diventa la sintesi del rapporto dei protagonisti e del loro percorso…

…ma togliendole valore, in un certo senso, con l’epilogo, che conferma ancora una volta come Sonny non avesse interesse per il premio, il riconoscimento in sé, ma per l’emozione della strada per raggiungerlo, il brivido inarrivabile della corsa.

E ora, dovrà solo ricercarlo altrove.

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2025 Avventura Commedia Drammatico Fantasy Film

Dragon Trainer – Il linguaggio della consapevolezza

Dragon Trainer (2025) di Dean DeBlois è il remake dell’omonimo classico della Dreamworks del 2008.

Di cosa parla Dragon Trainer?

In un mondo immaginario dove i vichinghi combattono per la loro sopravvivenza con i draghi, Hiccup è un ragazzo così fuori posto…da cambiare il suo stesso ambiente sociale.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Dragon Trainer?

Assolutamente sì.

Nell’attuale panorama disastroso dei live action, Dragon Trainer, nel suo piccolo, fa scuola con un prodotto che non è, per una volta, né un bait per creare discussione online, né un becero tentativo di riposizionarsi politicamente…

…ma semplicemente un’opera che vuole riportare in scena un prodotto che ormai è un classico, per ovvie finalità economiche, ma mostrando una particolare attenzione nel passaggio fra due linguaggi differenti, con una consapevolezza, purtroppo, attualmente molto rara da trovare in produzioni analoghe.

Consapevolezza

Cosa distingue il live action di Dragon Trainer dalle analoghe produzioni Disney?

In una parola, la consapevolezza.

Infatti, i remake degli ultimi anni hanno due ordini di problemi: da una parte, la mancanza di consapevolezza della storia e dei significati, anche piuttosto immediati, che racchiude al suo interno, peccando di pigrizia e superficialità nel riportarli in scena.

Hiccup e Sdentato in una scena del live action di Dragon Trainer (2025) di Dean DeBlois

L’esempio più recente è Lilo & Stitch (2025), che riesce a sbagliare anche le cose più semplici proprio per la suddetta mancanza di consapevolezza: fra gli altri, escludere l’importante simbologia dell’introduzione di Lilo che trova – e non trova – il suo posto fra le ballerine – e, per estensione, nel mondo.

Al contrario, Dragon Trainer, forte anche di avere alla guida il creatore dell’opera originaria, dimostra di aver compreso i punti fondamentali della storia e di riuscire così a riportarli – e in parte anche a rinnovarli – in scena, senza mancare nessun passaggio fondamentale, soprattutto di fronte ad una necessità non trascurabile.

Ovvero, adattare la storia alla rinnovata agenda politica della major.

Su questo punto è sufficiente aprire una breve parentesi, in quanto la Dreamworks è semplicemente riuscita a scampare tutti i passi falsi della Disney, riuscendo a contestualizzare e, di conseguenza, a valorizzare la multiculturalità del nuovo cast con poche e semplici battute.

Per questo non mi ha per nulla disturbato l’eliminazione della dinamica comica iniziale in cui nessuno dei vichinghi voleva seguire Stoick nella sua missione suicida, ma anzi ho apprezzato che la scena sia diventata un momento di valorizzazione dell’unione fra diversi popoli di diverse provenienze per un nemico ed un obbiettivo comune.

Fra l’altro, un tema drammaticamente contemporaneo.

Ma non è l’unico pregio in termini di consapevolezza.

Mezzo

Hiccup e Sdentato in una scena del live action di Dragon Trainer (2025) di Dean DeBlois

Una grave, anzi gravissima colpa dei live action Disney è spesso l’inconsapevolezza del mezzo.

Non di rado infatti questo tipo di produzioni nell’adattamento fra animazione e live action non riescono a maneggiare adeguatamente quest’ultimo, finendo o per portare in scena situazioni perfettamente funzionanti in 2D ma molto meno nelle riprese con attori reali – in questo senso gli esempi del live action del Re Leone (2019) si sprecano…

…oppure, semplicemente, scardinano l’impianto spesso favolistico dell’originale, per portare invece in scena un realismo fin troppo crudo e fuori luogo, che finisce per togliere significato all’opera tutta – in questo senso, Peter Pan & Wendy (2023) pullula di situazioni questo tipo, riuscendo persino a non comprendere i punti fondamentali dell’opera letteraria.

Hiccup e Gambedipesce in una scena del live action di Dragon Trainer (2025) di Dean DeBlois

Invece, Dragon Trainer raccoglie queste inconsapevolezze e le fa sue in senso positivo – e in due direzioni.

La prima, è un buon equilibrio fra il reale e l’animato: le atmosfere mantengono i toni più idealizzati e semplicistici dell’originale, ma al contempo si arricchiscono di fondamentali tocchi di reale, senza mai sbilanciarsi né da una parte né dall’altra.

La seconda, riuscire ad adattare la scena ai nuovi termini del prodotto, anche facendo sagge scelte di omissione.

Dragon Trainer Live action

Hiccup e Sdentato in una scena del live action di Dragon Trainer (2025) di Dean DeBlois

L’esempio più virtuoso in questo senso è la scena del pesce: tutta la dinamica del primo segno di pace fra Hiccup e Sdentato nell’originale aveva dei toni estremamente umoristici e propri del linguaggio animato, così che la scena venisse giustamente caricata di toni che altresì in live action sarebbero risultati estremamente posticci.

Per questo il film sceglie consapevolmente di eliminare il cambio di umore di Sdentato – con la posa tipica di un cane e le pupille si ingrandiscono per renderlo più amichevole e coccoloso – e carica invece di un realistico disgusto il cibarsi del protagonista del pesce rigurgitato del drago, con l’interessante particolare dei resti del cibo che rimangono sulla bocca di Hiccup.

Pochi tocchi di colore, ma che dimostrano quanto è stata salda la mano di Dean DeBlois nel gestire la sua storia anche nella nuova versione.

Eppure, Dragon Trainer si porta dietro un peso non indifferente.

Cambiamento

Astrid in una scena del live action di Dragon Trainer (2025) di Dean DeBlois

Uno dei pochissimi punti deboli dell’originale animato era il personaggio di Astrid.

La sua evoluzione è problematica per più motivi: parte come una sorta di villain secondario, definita costantemente come velenosa e aggressiva, caricandola anche di un bagaglio espressivo piuttosto impegnativo, per poi renderla, nel terzo atto, una pixie girl da manuale.

Infatti è abbastanza straniante il suo comportamento nei momenti finali della pellicola, in cui il problema non è tanto il cambio abbastanza repentino di umore nei confronti di Hiccup, ma quanto è evidente che il suo personaggio viva in funzione dello stesso, come ben racconta lo scambio che apre l’atto terzo:

– What are you going to do about it?
– Probably something stupid.
– Good, but you already done that.
– Probably something crazy.

– Cosa pensi di fare
– Probabilmente qualcosa di stupido.
– L’hai già fatto.
– Allora una pazzia.
Hiccup e Astrid in una scena del live action di Dragon Trainer (2025) di Dean DeBlois

E nel live action?

Evidentemente consapevole di queste debolezze, il regista ha in parte riscritto la figura di Astrid ammorbidendone i toni, sia per toglierle quella carica espressiva che sarebbe risultata quasi caricaturale all’interno di un live action, sia rendendo più credibile il cambiamento di atteggiamento nel corso dell’opera.

Il problema è che in questo modo Astrid risulta molto meno incisiva, nonostante i timidi tentativi di darle un background politico più consistente – la figlia di nessuno – limitato ad una scena e mai più ripreso, portandola ad essere particolarmente compiaciuta – con, forse, un velato sottofondo erotico? – nei confronti di Hiccup.

Hiccup e Astrid in una scena del live action di Dragon Trainer (2025) di Dean DeBlois

Troviamo così un personaggio poco definito, che vive nell’ombra della sua controparte animata, soprattutto nei momenti in cui dovrebbe ricalcarla pedissequamente – uno nello specifico: alla fine della prova a due, nell’originale Astrid esplodeva di rabbia per aver perso, e sputava praticamente in faccia a Hiccup la sua furia:

Late for what, exactly?

In ritardo per cosa, esattamente?

Dragon Trainer live action

Un frangente adatto solamente ad un personaggio che ha goduto fino a quel momento di un climax esplosivo, che la portava a rivolgersi al protagonista con il volto paonazzo e gli occhi iniettati di veleno, elemento inaccettabile per la versione live action, che, infatti, si limita a riportare la suddetta battuta con poca convinzione.

Hiccup e Astrid in una scena del live action di Dragon Trainer (2025) di Dean DeBlois

La medesima debole incisività si riscontra anche, in parte, in altri due personaggi che non hanno vissuto adeguatamente il passaggio: Gambedipesce e Testabruta.

Nello specifico il primo non riesce efficacemente a riportare la grande eccitazione intellettuale del personaggio – forse non aiutato da una regia particolarmente incisiva – mentre la seconda è, per ignoti motivi, non la gemella di Testaditufo, e risulta anche per questo molto più sbiadita nel confrontarsi con la massiccia presenza del fratello.

Ma si tratta di poche mosche bianche all’interno di un panorama di attori estremamente vincenti, in cui sicuramente esaltano Gerard Butler e Nick Frost, entrambi perfettamente in parte, oltre ad un ottimo Hiccup, che è la ripresa precisa della sua controparte…

…e, soprattutto, a sorpresa, Moccicoso, che, per quanto forse non abbia il physique du role, ha abbracciato perfettamente il suo personaggio, caricandolo anche di un suo arco evolutivo che fa da eco a quello del protagonista.

Insomma, qualche passo falso del tutto perdonabile all’interno di un prodotto che dovrebbe diventare il punto di riferimento per i live action di oggi.