28 anni dopo lo scoppio della pandemia zombie,il Regno Unito è ormai una terra isolata e in quarantena…con un sistema interno tutto suo.
Vi lascio il trailer per farvi un’idea:
Vale la pena vedere 28 anni dopo?
Assolutamente sì.
Con il suo ritorno alla regia, Danny Boyle non solo riesce a stupire ad ogni inquadratura ma, soprattutto, unendosi all’ottima scrittura di Alex Garland, porta in scena un nuovo capitolo della sua saga avvincente quando profondo nei suoi significati.
Infatti, se sulle prime sembra il classico coming of age, nel terzo atto 28 anni dopo rimescola in maniera inedita le sue carte e offre una morale ben più interessante e penetrante – anche a vent’anni di distanza.
Battaglia
28 anni dopo si dipana su tre linee simmetriche.
La prima, la più importante, è quella del padre di Spike.
La prova di forza del ragazzino è l’obbiettivo di tutto il primo atto, e viene scandita ora dalle urla di dolore della madre, persa nei vortici deliranti della sua mente annebbiata, ora – e soprattutto – dal montaggio sincopato che racconta la pesantezza di un’eredità di stampo militare quasi isterica…
…e raccontata nei più diversi quanto opprimenti elementi, dai volti degli antenati del passato alla presenza agli enigmatici rituali presenti, che si alternano alla contemporanea fede militare che introduce la breve quanto necessaria parentesi dell’atto centrale.
Ma la verità è altra.
L’orrore della mainland è ben raccontato dall’improvviso emergere della furia degli infetti tinta di rosso sangue, che ne racconta la vera natura, dietro al loro essere apparentemente solo enormi e disgustosi, ma facilmente annientabili – nonostante persino un’uccisione così semplice sia un dolore insostenibile per il protagonista.
E infatti, da quella tenue prova di coraggio, la figura di Spike è trascinata dal padre in una caccia alla morte, in una caccia ad un’ulteriore prova di forza, che ne racconta invece la grande incertezza, scandita dal timore di essere escluso dalla comunità che si aspetta così tanto da lui.
E il punto finale della caccia – la fuga dall’Alpha – è la perfetta rappresentazione della sua fallibilità.
Visione
La visione di Jamie è già scritta.
E Spike ne è solo una comparsa.
Costretto in una bugia che non gli appartiene, Spike si sente tanto più in trappola tanto più si rende conto che la stessa esiste unicamente in funzione del padre e del suo desiderio di riaffermarsi socialmente, raccogliendo gli onori per il figlio eroe – di cui riscrive le gesta – e lasciandosi facilmente alle spalle la moglie difettosa.
Una limitatezza di vedute che ben si racconta – soprattutto pensandola a posteriori – nella valutazione verso il Dr. Kelson.
Ma non è l’unico.
Riuscendo, con un improvvisato quanto funzionale gioco di astuzia, a portare la madre verso la salvezza, Spike si ritrova immerso in una realtà che altri hanno già scelto come deve essere raccontata, in una divisione estremamente binaria e definitiva: gli infetti e i normali, le minacce e gli eroi, i deboli e i vincenti.
Per questo, nella sua breve parentesi narrativa, l’apparizione di Erik è funzionale per raccontare la visione esterna 28 anni dopo, e di come la terra degli infetti sia semplicemente rimasta isolata, nella sua autodistruzione, senza che nessuno si ponesse realmente il problema di prevenirla.
Ma Spike e sua madre evadono quasi inconsapevolmente questa idea: soprattutto la donna, una volta messa davanti ad un’altra madre come lei e in piena sofferenza, ne dimentica la natura da infetta e si riconnette con lei ad un livello più profondo, accogliendo fra le braccia un neonato che, per Erik, dovrebbe essere già morto.
Un prologo essenziale per l’apparizione del grande convitato di pietra: il Dr. Kelson.
Morire
Le visioni dei personaggi di 28 anni dopo sono, come abbiamo visto, tendenzialmente ristrette.
Altresì, le stesse si basano spesso su una costruzione quasi mitologica della pandemia, che riscrive la realtà a proprio favore, per dare un racconto altro di quella che non è altro che un disastro naturale, non voluto da nessuno se non dall’uomo stesso, che ha riaperto il piacere primitivo del diventare l’eroe di un mondo selvaggio.
In questo contesto il Dottor Kelson si crea la propria nicchia, per celebrare non i vivi, ma bensì i morti, in un tempio che crea una sorta di paradosso nel suo essere un luogo di meditazione quasi religiosa, ma nato dalle pazienti e analitiche capacità di un dottore consapevole della precarietà della vita, soprattutto in tempi così difficili.
Un discorso che si inserisce perfettamente nel racconto più piccolo di Isla, costretta a sofferenze perpetue e senza senso, perché qualcuno ha scelto per lei una vita di sofferenza, riuscendo infine ad abbracciare in una morte serena in cui le viene finalmente concessa la pace…
K-Pop Demon Hunters (2025) di Maggie Kang e Chris Appelhans è un lungometraggio animato con tecnica mista.
Distribuito da Netflix direttamente in piattaforma, si è rivelato uno dei fenomeni animati più significativi della stagione.
Di cosa parla K-pop Demon Hunters?
Rumi, Mira e Zoey sono tre icone del K-pop la cui voce…serve ad un intento ben più nobile.
Vi lascio il trailer per farvi un’idea:
Vale la pena vedere K-pop Demon Hunters?
Assolutamente sì.
Col suo racconto semplice e puntuale K-pop Demon Hunters si propone programmaticamente per essere un prodotto estremamente trasversale per più generazioni e tipi di spettatori, contenendo al suo interno tematiche universali quanto fondamentali.
Ne consegue un racconto piacevolissimo e che riesce ad evadere i più classici pattern narrativi riservati alle protagoniste femminili, portando in scena una femminilità nuova, che si libera di diversi stigmi che la affliggono da fin troppo tempo, diventando un punto di riferimento soprattutto per il pubblico più giovane.
Diverse
Fin dalla loro prima apparizione, è lampante che le Huntrix non siano le solite protagoniste.
Potrebbe sembrare una piccolezza, ma mostrare un terzetto di ragazze canonicamente belle e di successo con un tale amore ed interesse per il cibo – soprattutto all’interno di un panorama già di per sé problematico come quello del K-pop – non è una scelta da poco.
E il desiderio di avere quei tanto agognati ramen percorre tutta la prima parte di How it’s done, e ci racconta come le protagoniste possano essere così attive e pimpanti proprio grazie a quella stessa pietanza – e non solo.
Tutta la prima sezione della canzone vive quindi di questo contrasto fra la loro apparenza di eroine senza macchia, eredi di una tradizione centenaria, e il loro essere delle normalissime ragazze che, dopo una stagione piuttosto impegnativa, non vedono l’ora di godersi il dolce fare niente, fra junk food e video nonsense.
Ma Rumi è ancora diversa.
Sola
Rumi è così sola e isolata nella sua vergogna…
…tanto da non rendersi conto di non essere davvero sola.
L’intera Golden racconta, seppur volutamente in maniera scherzosa e semplicistica, i drammi che affliggono anche le altre due Huntrix: se Zoey era divisa fra due identità geografiche – gli Stati Uniti e la Corea – senza riuscire a trovare il suo posto nel mondo
I lived two lives, tried to play both sides
Vivevo due vite separate, cercando di essere presente in entrambe
Mira proviene da una famiglia in cui si sentiva fuori posto per essere troppo ribelle
Called a problem child ‘cause I got too wild
Dicevano che ero una bambina problematica, perchè ero troppo ribelle
E anche se, appunto, tutta la problematica di fondo viene raccontata in maniera quasi sfrontata
But now that’s how I’m getting paid
Ma questo è quello che oggi mi rende famosa
In realtà è significativa per mostrare come, nelle Huntrix, tutte e tre le protagoniste abbiano trovato un luogo dove sentirsi finalmente accolte per quello che sono.
Ed è un concetto espresso non solo a parole: ad ogni occasione Mira e Zoey mettono Rumi e la sua salute al primo posto, proponendole persino di evitare la fatica degli Idol Awards – il momento più importante sia come Hunters che come gruppo musicale – pur di tenerla al sicuro.
Ma la vergogna di Rumi è ben più profonda.
Eredità
Rumi si porta sulle spalle un’eredità pesantissima.
Il cappello introduttivo della pellicola non è utile solo a raccontare il contesto in cui la storia si muove, ma, soprattutto, a definirne il binarismo concettuale: da una parte i fan, il popolo da proteggere, e le Huntrix, e dall’altra il nemico, Gwi-Ma, e i demoni di cui si serve per nutrirsi – rappresentato infatti come una bocca pronta a divorare ogni cosa.
E non c’è altra possibilità.
Ed è compito – e colpa – di Celine, nella sua ingenuità, trasmettere questi concetti a Rumi, e farla vergognare così profondamente della sua condizione, da costringerla ad inseguire un ideale in sente di doversi rispecchiare
Put these patterns all in the past now / And finally live like the girl they all see
Lascerò queste cicatrici nel passato / e finalmente vivrò come la ragazza che tutti vedono sul palco
In altre parole, contestualizzandolo nella narrazione mitologico-fantastica della pellicola, K-Pop Demon Hunters racconta il peso della vergogna centenaria che pesa sulle spalle di diverse generazioni di donne, da sempre obbligate a sottostare a standard di perfezione spesso opprimenti e senza via di scampo.
Concetto drammaticamente confermato sempre all’interno di Golden, il cui ritornello racconta proprio la necessità di liberarsi di tutto quello che non si confà ad uno specifico ideale, per poter finalmente brillare:
I’m done hidin’, now I’m shinin’ like I’m born to be
Basta nascondersi, ora brillerò / questo è il mio destino
E per Jinu il discorso è simile ma differente.
Passato
Fra Jinu e Rumi sussiste un parallelismo molto forte.
Tralasciando le ovvie considerazioni sul fatto che la loro relazione è tanto più interessante perché non vincolata all’elemento romantico, il rapporto fra Jinu e Gwi-Ma è simmetrico a quello fra Rumi e Celine, seppur in termini differenti.
Entrambe le figure di riferimento sono infatti promotrici della vergogna dei protagonisti.
Se Rumi è ingabbiata in un ruolo in cui non si riconosce, Jinu è messo in trappola nella convinzione di non essere abbastanza – come musicista e come padre di famiglia – prendendo una decisione dolorosissima, che lo segnerà per sempre.
In altri termini, come per Rumi e Celine, la dinamica fra Jinu e Gwi-Ma può essere traslata in un contesto più contemporaneo alle continue aspettative che vengono messe a capo del maschile le quali, quando non sono soddisfatte, diventano una colpa che ne definisce l’intero essere, costruendo un racconto a due estremamente tridimensionale.
E l’elemento forse più drammatico del personaggio di Jinu è racchiuso in una singola battuta di Gwi-Ma:
I’ve taught you well, Jinu.
Ti ho istruito bene, Jinu
Divorare
Jinu è così meritevole agli occhi del suo padrone perché ne replica gli schemi.
Il protagonista, infatti, si circonda di un quartetto di demoni senza identità – non a caso i nomi ne raccontano le poche e superficiali qualità – e totalmente sottomessi al suo controllo – tanto che li sentiamo parlare pochissime volte – finendo per essere esclusivamente vettori del suo piano.
E infatti Soda pop, dietro al sottile discorso erotico utile a far innamorare il pubblico, racconta invece le vere intenzioni dei Saja Boys, di come abbiano bisogno dei fan per potersi nutrire
Don’t want you, need you, yeah, I need you to fill me up
Io non ti desidero, io ho bisogno di te / sì, ho bisogno che mi soddisfi
in quanto, grazie proprio ai loro fan, i demoni possono soddisfare la fame smisurata del loro padrone.
Ma è anche più interessante come Jinu mimi lo schema di Gwi-Ma nel voler usare Rumi: da scaltro osservatore, si rende conto sia di come le Huntrix stiano cercando di insidiarli – notandole in agguato sul set televisivo – sia di come non solo Rumi porti i suoi stessi segni, ma abbia il terrore di mostrarli alle altre Huntrix.
E, in un gesto che non dovrebbe addirsi né ad un personaggio che ha abbandonato la sua famiglia, né tantomeno ad un demone, Jinu protegge Rumi con un breve abbraccio che la nasconde temporaneamente alle sue amiche e che gli permette di bendarle il braccio rivelatore, segnando una prima apertura nei suoi confronti, che Rumi, purtroppo, non può ignorare.
Per questo la parte centrale della pellicola è definita dal loro incontro-scontro.
Take down
Le Huntrix prendono solo il peggio dai Saja Boys.
La canzone Take Down è estremamente stratificata: ad un livello più superficiale, il terzetto canta la propria frustrazione davanti alla bellezza solo apparente della boy band – da cui l’iconica scena dei popcorn, una delle rare volte in cui si concede ai personaggi femminili di mostrare un desiderio erotico così esplicito.
So sweet, so easy on the eyes, but hideous on the inside
In apparenza così adorabile, così dolce / in realtà insidioso
ma, ad un livello più profondo, è il modo in cui Rumi cerca di convincere se stessa che l’unico piano possibile sia la totale disfatta di Jinu:
I finally opened my eyes / It’s time to kick you straight back into the night
FInalmente ho aperto gli occhi / ed è arrivato il momento / di rispedirti da dove sei venuto
Ma lei stessa è tormentata dai dubbi, trovandosi davanti ad una figura così ambigua: un demone, un macchinatore, ma anche l’unica persona in grado – per quanto lo voglia negare – di capirla profondamente, tanto che, più si prosegue, più Rumi sente come la canzone parli di sé stessa…
….tanto da cambiarne le parole: non più
When your patterns start to show / It makes the hatred wanna grow out of my veins
Quando mostri la tua vera natura / mi fai ribollire il sangue d’odio
ma bensì
When your patterns start to show I see the pain that lies below
Quando mostri la tua vera natura / Vedo il tuo vero dolore
Takedown kpopdemon hunters
Per questo, in altri termini, Rumi ricambia l’aiuto di Jinu accompagnandolo in un percorso di accettazione di un concetto fondamentale anche per se stessa: la natura demoniaca quanto gli errori del passato non definiscono in toto il nostro io, ma possono invece convivere con i lati più luminosi.
Per questo è tanto più significativa Free, la canzone che suggella il loro rapporto, in cui entrambi ammettono di avere trovato nel nemicola soluzione al proprio dramma
You say you’re no good, but you’re good for me
Dici che non sei la persona giusta / ma sei la persona giusta per me
e, al contempo, si rendono conto che tramite la collaborazione – e non lo scontro – possono salvarsi a vicenda
I’ve been hoping to change, now I know we can change / But I won’t if you’re not by my side
Speravo di cambiare / Ora so che posso farlo / ma solo con te al mio fianco
Eppure, il non aver capito fino in fondo questo concetto è proprio la loro rovina.
Divisi
La paura di Rumi non è mai stata reale.
Come la protagonista riesce a convincere le Huntrix che il pezzo che può realmente farle vincere sia Golden – quindi una canzone di unione, e non di divisione come Take Down – Rumi è al contempo sorda ai vari input delle sue amiche, che pongono costantemente l’accento sull’importanza della loro coesione.
Una coesione che può essere possibile solo se il terzetto è vicendevolmente sincero, mettendosi a nudo anche nelle proprie debolezze inconfessabili – come fanno appunto sia Zoey che Mira prima del concerto – in modo in cui Rumi non è invece capace di fare.
Questo concetto diventa ancora più chiaro nel momento in cui Rumi viene insidiata agli Idol Awards, quando Jinu mette in scena le paure proprie della protagonista – essere una vergogna, un errore – rivoltandole la canzone contro… ma, al contempo, raccontando le sue stesse insicurezze, alimentate dalla voce incessante di Gwi-Ma.
Eppure, quando le Huntrix vedono il suo vero volto, non sono spiazzate tanto dalla sua natura demoniaca, ma dal fatto che Rumi abbia mentito loro tutto questo tempo – puntarle la spada contro per tenerla lontana è solo l’ultimo atto di Mira e l’unico che fa riferimento specifico alla sua condizione come pericolosa.
E questa divisione è esattamente l’obbiettivo di Gwi-Ma: rendere ogni individuo – demone e non – isolato e succube delle proprie paure per potersene servire a proprio vantaggio, riuscendo ad irretire persino Zoey e Mira, private di quel punto di riferimento fondamentale delle Huntrix.
Così l’ultimo atto di consapevolezza di Rumi è confrontarsi direttamente con Celine e rinfacciarle il suo averla resa schiava del suo dolore, costringendola a nascondersi e non amandola veramente nella sua interezza – proiezione della paura che aveva nei confronti delle altre Huntrix, fra l’altro.
Ma è proprio da qui che Rumi deve ripartire.
Idolo
YourIdol è il perfetto contraltare e il punto di partenza necessario per How it sounds like.
La canzone racconta la naturale conseguenza di Soda Pop, quando ormai i Saja Boys non hanno più bisogno di nascondere la loro natura demoniaca, pur riadattandola alla loro facciata da icone pop.
Se infatti la prima canzone del gruppo era una sorta di escaper poter attrarre i nuovi fan e potersene nutrire
Got a feelin’ that, oh-yeah (yeah), you could be everything that That I need (need), taste so sweet (sweet), every sip makes me want more, yeah
Ho una sensazione, sento che potresti essere / tutto quello che di cui ho bisogno / hai un sapore così dolce, ho sempre più bisogno di te
in Your Idol ormai la maledizione è avvenuta, e il pubblico è totalmente sotto al giogo dei Saja Boys:
Yeah, I’m all you need, I’ma be your idol / living in your mind now / Too late ‘cause you’re mine now
Sì, sono tutto quello di cui hai bisogno / sono il tuo unico pensiero / e ormai non puoi più sfuggirmi
Ma, in realtà il vero idolo è Gwi-Ma e la vera vittima è proprio Jinu, in trappola nella gabbia che il demone ha creato su misura per lui – e da cui non può sfuggire
Keeping you in check (uh), keeping you obsessed (uh) Play me on repeat, 끝없이 in your head
Ti tengo sotto controllo, ti tengo in trappola / Sono nella tua testa, in continuazione
In altre parole, con Your Idol Jinu racconta come non riesca, nonostante i tentativi di Rumi, a sfuggire alla sua maledizione, considerandola anzi l’unico destino possibile per i suoi peccati:
I’m the only one who’ll love your sins / Feel the way my voice gets underneath your skin
Sono l’unico che ama i tuoi peccati / senti come la mia voce ti entra sottopelle
Ma un’alternativa è possibile…
…anche se lo scioglimento della vicenda è tanto più sorprendente.
Uniti
La grande forza di Rumi – e del film in generale – è di non rinnegare la propria natura, ma farsi forza della stessa.
Spesso nelle narrazioni con protagoniste femminili – soprattutto in ambito adolescenziale – il percorso seguito dall’eroina prevede lo sconvolgimento dello status quo iniziale tramite una ribellione, che viene infine punita per farla ritornare sui propri passi, benché formata da questa esperienza – Easy A (2010) e Il diavolo veste Prada (2006) sono dei fulgidi esempi in questo senso.
Al contrario, qui la protagonista si fa forza del suo passato, delle sue debolezze, e le abbraccia come parte della tridimensionalità della sua persona, consapevole di non poter tornare indietro
I broke into a million pieces, and I can’t go back
Sono andata in mille pezzi, e non posso tornare indietro
ma anche che il vero problema non era la sua natura demoniaca, ma bensì il non essersi fidata delle Huntrix
I don’t know why I didn’t trust you to be on my side
Non so perché non mi sono fidata di voi
How it sounds like
e di come possa trovare la sua armonia fra il suo lato più oscuro e quello più luminoso
The scars are part of me, darkness and harmony / My voice without the lies, this is what it sounds like
Queste cicatrici sono parte di me, oscurità e armonia / ecco come sono davvero, senza bugie
Ed è tanto più significativo che Rumi venga raggiunta dalle altre Huntrix, che si rendono similmente conto di essere diventate schiave delle proprie paure
Why did I cover up the colors stuck inside my head? / I should’ve let the jagged edges meet the light instead
Perché non mi sono mostrata per come sono? / Avrei dovuto invece mostrarmi anche per le mie debolezze
ritrovandosi, infine, in un’armonia basata propria sulla loro unione, sul sapersi far forza l’un l’altra
The song we couldn’t write, this is what it sounds like
Quella canzone che non riuscivamo a scrivere, ecco come suona
e, ancora più importante, evadono la narrazione di eroine senza macchia e senza paura, definendosi come personaggi maturi e consapevoli
So we’re not heroes, we’re still survivors
Non siamo eroine, ma sopravvissute
Ma questa scena non sarebbe completa se non fosse anche lo stesso Jinu ad unirsi, ispirato dalla ribellione di Rumi e riconoscente nei suoi confronti per avergli fatto ritrovare quell’anima che pensava di aver perduto, in un sacrificio finale che è l’ultimo atto di forza necessario, insieme al supporto del pubblico, per sconfiggere il nemico comune.
Ed è tanto più importante che la chiusura di K-pop Demon Hunters sia focalizzata ancora di più sul valorizzare questa unione umana sia nel micro – le Huntrix – sia nel macro – i loro fan – per cui il gruppo può diventare un’ispirazione.
Cinque anni dopo le vicende del primo film, Elphaba e Glinda si ritrova nemiche senza volerlo, in un mondo sempre meno favolistico di quello che sembra…
Vi lascio il trailer per farvi un’idea:
Vale la pena di vedere Wicked for Good?
Dipende.
Purtroppo Wicked for Good risulta decisamente più debole rispetto alla prima parte, sfruttando con meno intelligenza il materiale originale – già di per sé non particolarmente avvincente – e andandosi ad incastrare in un girotondo narrativo ben poco robusto.
Riesce comunque ad essere vincente per un pubblico di appassionati e per chi semplicemente vuole conoscere la conclusione della storia, a fronte anche di un racconto del rapporto delle protagoniste genuinamente commovente e coinvolgente.
Insomma, dipende tutto da quanto vi interessa il progetto in primo luogo.
Premesse
L’incipit di Wicked for Good ha la semplice quanto essenziale finalità di reintrodurre lo spettatore alla situazione politica di Oz.
Di fatto gli animali schiavizzati per costruire la fantomatica strada dai mattoncini dorati sono uno spaccato piuttosto significativo del significato tutto di Wicked: una distorsione della realtà venduta come un sogno dal sapore favolistico.
E così l’intervento di Elphaba racconta altresì chiaramente la sua figura come minaccia incombente, costruita su una struttura sempre più delirante di leggende popolari che si affollano nella mente del popolo, tanto da renderla effettivamente temibile.
E a poco servono i tentativi della Strega dell’Ovest di convincere gli animali a ripopolare una terra in cui ormai sono sistematicamente ghettizzati e subordinati al potere umano, tanto da essere persino avvelenati dalla grottesca presenza del Leone fifone che Elphaba aveva salvato nel precedente capitolo.
Eppure, forse una speranza è possibile?
Promesse
La storia di Glinda è, complessivamente, forse una delle più indovinate della pellicola.
Il suo personaggio ripercorrere i sentieri della memoria per ricordarsi come, fin da bambina, fosse stata circondata da attenzioni che le hanno costruito su misura il ruolo della strega buona e amabile, nonostante questi poteri fossero del tutto inesistenti – o, perlomeno, mai realmente approfonditi per permetterle di brillare concretamente.
E così anche nel presente Glinda non è altro che una facciata – come d’altronde lo stesso Mago – per Madame Morrible e la sua cerchia di potere per costruire un sistematico sistema di caste, con gli umani Oz in cima e tutto il resto sotto a cascata – persino gli innocenti Mastichini – costretta in una situazione che la fa soffrire terribilmente.
In questo contesto quindi è tanto più naturale – per quanto non proprio robusto nella sua gestione – che Glinda provi a portare Elphaba dalla sua parte, facendosi innocentemente anche forza della triste consapevolezza del Mago di essere nient’altro che un burattino con un ruolo che ormai non è più possibile evadere.
Ma, arrivati a questo punto, la trama comincia a girare su se stessa.
Scontro
Per quanto fosse sostanzialmente naturale lo scontro con il Mago, il passaggio alla parte centrale è quanto più debole.
La scena delle gabbie, infatti, proprio per il suo significato di racconto del sommerso, delle reali intenzioni del Mago, manca di un retroterra narrativo abbastanza forte – una problematica complessivamente molto comune in questa pellicola – tanto che Oz, come era scomparso dietro alla definizione di Magnifico…
…tanto più viene appiattito nella sua presunta cattiveria.
Ne consegue che tutta la parte centrale risulta a tratti ridondante, dispersa in questo sogno d’amore che dovrebbe arricchire la scena e il personaggio di Elphaba, ma che finisce inevitabilmente per appiattire Fiyero – che passa dall’essere un’interessante voce rivoluzionaria ad una figurina sullo sfondo.
Di fatto, il fulcro della scena veramente significativo rimane lo scontro fra Elphaba e Glinda, che passano addirittura alle mani quando la strega buona diventa sostanzialmente e definitivamente complice di Madame Morrible, arrivando ad un risveglio di consapevolezza significativo e appassionato…
…quanto lenitivo per tutto il resto.
Eredità
Per la parte della riscrittura de Il mago di Oz è forse quella per cui Wicked for Good ha sofferto di più l’attaccamento al musical.
Lo spettacolo teatrale gioca molto sul mostrare e, soprattutto, non mostrare i personaggi classici della favola, ma nel contesto filmico diventa una scelta scenica quasi pretestuosa, al punto che l’unico personaggio veramente significativo è l’Uomo di Latta – pur in un cambio di umore forse fin troppo repentino e poco credibile.
Al contrario, gli altri personaggi vivono o della conoscenza pregressa dello spettatore o di situazioni al limite veramente del credibile – particolarmente Fiyero, che non ha nessun motivo per unirsi alla lotta contro Elphaba – e scompaiono di fatto davanti all’appassionata canzone di chiusura – For Good.
Ne consegue che molte scelte del finale – la credibilità della botola, di Glinda che crede davvero che Elphaba sia morta con l’acqua, financo la dipartita forzata del mago – risultano fumose e quasi accessorie all’interno di una produzione cinematografica che ha voluto più di tutti puntare sull’unione fittizia quanto reale delle due protagoniste…
…dimenticandosi di dare abbastanza valore a tutto quello che le circondava.
E se la storia di Cenerentola fosse raccontata dal punto di vista della sorellastra brutta e…cattiva?
Vi lascio il trailer per farvi un’idea:
Vale la pena di vedere The Ugly Stepsister?
In generale, sì.
The Ugly Stepsiter è una buonissima opera prima che, al netto di qualche ingenuità del tutto perdonabile, riesce a portare in scena un retelling horror della classica fiaba di Cenerentola, senza perdersi in quegli abissi di gore e trash che questo tipo di operazioni spesso ricercano.
Al contempo, pur nella sua semplicità, l’esordio registico della regista norvegese riesce anche ad essere piuttosto efficace in un racconto femminista sulla centralità tossica e opprimente del corpo femminile – e in tutte le sue declinazioni.
Differenze
La messinscena dell’incipit di The Ugly Stepsister è già di per sé estremamente rivelatoria.
Elvira si racconta tramite il suo sogno d’amore impossibile con il principe, in cui appare per quello che vorrebbe diventare: una dama con un aspetto ricco, curato ed estremamente appariscente…per poi piombare nella mediocrità del presente, della sua famiglia zotici arrampicatori sociali.
In questo senso è significativo il paragone visivo fra Elvira, con il suo agghindarsi posticcio e wannabe, e la sorella minore Alma, con il suo aspetto volutamente modesto e rappresentativo della sua classe sociale, e soprattutto Agnes, rappresentazione di una ricchezza modesta, che non ha bisogno di essere ostentata.
Per questo la protagonista affonda avidamente gli occhi nelle ricchezze di Agnes e cerca subito di impossessarsene, quando il corpo del suo patrigno è ancora caldo e la sofferenza della sorellastra ancora pungente, con una ricerca che diventa sempre più pressante a fronte della povertà schiacciante che sembra infestare la sua nuova famiglia.
E cosa non farebbe Elvira per un po’ di bellezza…
Interno
Elvira può pure essere una ragazza piacevole e ricca di talento…
…ma non può non essere bella.
La ripida ascesa verso uno status impossibile comincia dall’iconico nasale, la rottura di quella gobba vergognosa in uno dei tanti ma significativi momenti di body horror del film, che riesce a gestire sapientemente l’elemento orrorifico, intatto nella sua brutalità e rozzezza…
…ma anche perfettamente sotto controllo, grazie a dei tagli di montaggio puntuali, che non mostrano mai più del necessario.
E, proprio per la sua bruttezza, Elvira, nonostante si sforzi in tutti i modi, è costantemente scalzata, messa in ombra dal bellezza disimpegnata di Agnes, soffrendo terribilmente nel vivere ai margini e accettando qualsiasi compromesso pur di essere effettivamente bella.
The Ugly Stepsister, in altri termini, racconta la disforia quanto l’inseguimento di un modello di bellezza femminile impossibile, una saturazione del sé nella maniera più brutale, che porta, in questo contesto, Elvira ad essere forse più in linea con quanto la società si aspetta da lei…
…ma, al contempo, intrappolata in una spirale distruttiva assolutamente necessaria per battere Agnes.
E su Agnes c’è da fare un discorso a parte.
Noto
Una delle poche debolezze effettive della pellicola è la gestione della storia originale di Cenerentola.
Così come per la storia della sorellastra si utilizzano solo pochi spunti dalla favola, per la storia di Cenerentola cambia solo il motivo – o, meglio, uno dei motivi – per cui la giovane assume le sembianze del personaggio da cui la sua storia prende il nome – evadendo in maniera funzionale invece la più ovvia e stereotipica purezza e verginità.
Per il resto, la pellicola lascia quasi tutto alle conoscenze pregresse dello spettatore, aggiungendo solamente qualche tocco di originalità – come i bachi da seta che ricuciono il vestito – ma mantenendosi per il resto sostanzialmente aderente alla storia originale, spesso dandola quasi per scontata.
Ne conseguono momenti non del tutto chiari riguardo alla natura dell’elemento magico, totalmente circoscritto al fantasma della madre e alla carrozza che si trasforma in zucca, che quasi stride all’interno di un panorama, al contrario, estremamente e volutamente realistico e brutale.
Similmente, l’innamoramento del principe nei confronti di Cenerentola appare come un momento voluto dal destino, che riprende la questione della scarpetta quasi come un pretesto per costruire l’amaro finale, apparendo quindi quasi pretestuoso, soprattutto nel contesto in cui la storia si muove.
E, al riguardo, è necessario un discorso a parte.
Svendere
Le donne di The Ugly Stepsister sono degli oggetti in vendita.
Tutta la cornice romantica di questa sorta di ballo delle debuttanti è una pura facciata per nascondere la sua vera natura di mercato della carne, in cui le giovani sono presentate come animali al guinzaglio, che i pretendenti osservano come volendosele divorare – e non solamente con lo sguardo.
Capovolgendo le parti, anche il Principe stesso è un mezzo per la protagonista per ottenere la conferma del suo nuovo status, nonostante gli basti uno sguardo su una ragazza più piacente come Cenerentola per cambiare subito compagna di ballo, tanto da farla sprofondare nella disperazione più nera.
…fino ad arrivare alla follia di togliersi persino la capacità di camminare pur di essere accettata dal principe.
Ed è solo l’ultimo atto di una caduta rovinosa – fisica e morale – ma anche catartica: l’altra sorellastra, personaggio di contorno e quasi gender neutral, diventa infine la salvatrice che permette alla sorella di liberarsi di tutto quello che aveva ingoiato per mesi, nell’unica scena di body horror effettivamente esplicito, ma totalmente funzionale alla scena.
Indovinata, infine, la scelta di non fare soffrire ad Elvira un finale punitivo, ma lasciando invece una speranza aperta per un futuro diverso per l’ormai devastata protagonista, chiudendo la pellicola con l’ultima ed eloquente inquadratura dei corvi – che nella favola avevano il ruolo di accecare le sorellastre – che pasteggiano sulla tedia.
Alma è una stimata professoressa di Yale, che ha nella sua cortedue personaggi piuttosto ambigui che si incontrano…come non avrebbero voluto.
Vi lascio il trailer per farvi un’idea:
Vale la pena di vedere After the hunt?
Assolutamente sì.
After the hunt è uno dei ritratti più spietati quanto lucidi dell’evoluzione degli Stati Uniti contemporanei, partendo da un momento di massima radicalizzazione – gli anni finali del #MeToo – fino ad arrivare ad un presente forse anche peggiore.
Un racconto che si snoda in un terzetto di personaggi estremamente ambigui, che segue ed al contempo evade un copione sociale già scritto, a cui viene assegnato un ruolo, che però crolla su se stesso in un panorama ben più fumoso ed inafferrabile.
Insomma, dopo un racconto molto più pop come Challengers(2024), un’opera che mi ha decisamente più convinto.
Scandito
La vita di Alma è meticolosamente scandita.
I primissimi momenti della pellicola sono utili ad inquadrare a grandi linee il personaggio e le figure che la circondano, pochi ma fondamentali tasselli – il marito ombra, la pupilla, l’amante impossibile – che l’accompagnano verso il punto di partenza della sua storia: la cena.
Guadagnino introduce brevemente la situazione per poi penetrarla con lo sguardo registico in medias res, quando dinamiche apparentemente ripetitive e scontate hanno già preso piede: illazioni nei confronti di Maggie e, pur in maniera diversa, nei confronti di Alma.
Viene, in altre parole, raccontato il panorama sociale in cui la storia si muove – intorno alla fine degli Anni Dieci – in cui, mentre Hank si sposta furbescamente al fianco e in difesa di Alma, Maggie ha già svelato una delle tante contraddizioni del suo personaggio, rappresentata dalla misteriosa busta.
Ma una figura ulteriore ha un ruolo fondamentale in questo scenario…
…pur occupandone i margini.
Frederick entra e esce programmaticamente di scena, la osserva e l’analizza, e dà il suo fondamentale commento quando la stessa si sta per concludere, mettendo un punto fondamentale alla caratterizzazione della moglie: Alma vive soprattutto dell’approvazione e dell’adorazione degli altri, a prescindere dal loro valore.
Ma le attenzioni di qualcuno vogliono essere assolutamente esclusive.
Rapace
Maggie è una figura rapace.
L’incipit della sua macchinazione è ben rappresentato dalla falsa soggettiva sui due bicchieri sul tavolo, che osserva pensierosa nella penombra, prima di uscire di scena per lunghissimi momenti, ricomparendo solamente nel primo atto della sua tragedia.
E, quando riappare, è rannicchiata in una posizione meccanica e innaturale, che dovrebbe raccontare la sua sofferenza, facendola sembrare invece in agguato per l’arrivo di Alma, che costringe fuori dalla sua abitazione, dove è sicura – e infatti così succederà – che verrebbe invece insidiata da Frederick.
E qui comincia un importante gioco di mani e di non detti.
Il racconto di Maggie è volutamente lacunoso, lascia intendere quello che dovrebbe essere successo dopo le attenzioni di Hank, ma non lo dice mai esplicitamente, preferendo invece concentrarsi sul creare una connessione emotiva e fisica nei confronti di Alma, scegliendo con attenzione parole e gesti.
La ragazza cerca infatti di ritrovarsi con la donna in un terreno comune di violenza subita, azzardandosi ad introdurre un’informazione che non dovrebbe avere, sottolineando il momento con una mano poggiata vicino a quella di Alma con il palmo verso l’esterno, pronta ad essere afferrata…
…ma senza che questo succeda.
Mani
Si sviluppa così una trama profondamente rapace, che ha il suo primo apice – e apparente punto di arrivo – nella riapparizione violenta di Hank, che riesce a dare ulteriore margine di manovra al racconto vittimistico di Maggie, che ritorna nella sua posa strategica per essere finalmente raccolta da Alma.
Anche in questo caso sono fondamentali le inquadrature sulle mani di personaggi – e il loro contrasto: Alma mostra un tocco consolatorio ma incerto, mentre Maggie inarca le dita proprio come un rapace, svela la sua lucidità sgranando gli occhi e osservando un convitato di pietra – letteralmente – con cui il suo sguardo si scontra.
Un momento chiave che definisce anche gli attimi successivi fra le due, una continua rincorsa, soprattutto a fronte della cena risolutiva, che dovrebbe confermare il supporto di Alma, che cerca persino di raggiungere fisicamente Maggie, aggrappandosi al suo lato del tavolo…
…ma scontrandosi con una chiusura categorica della ragazza, anche a fronte dello smascheramento – pur prevedibile – di Frederick, che non solo la sbeffeggia, facendole indirettamente ammettere di essere una figura accademicamente inconsistente, ma minando anche il suo momento di confronto con le sue programmatiche interruzioni.
Ma Alma ha una battaglia tutta sua.
Facciata
Alma vive di molte facciate.
Dopo un ritiro non voluto dalle scene, la donna vive rinchiusa nei suoi obiettivi a breve termine – e forse anche nel fascino della corsa per ottenerli: da una parte le attenzioni di Hank, che la seduce e la glorifica costantemente, dall’altra la cattedra, punto di arrivo che ormai dà quasi per scontato.
In altri termini ad Alma piace raccontarsi come una donna piacente e di successo, che si circonda di ammiratori all’interno del suo tempio di ricchezza, che in realtà non è altro che una facciata ben costruita che racconta un’interiorità ben più divisa e ambigua, che preferisce rifugiarsi in ambienti spogli ed insospettabili.
Col proseguo della narrazione ci avviciniamo sempre di più ad un racconto di una vita fatta di rimorsi, di un essere costantemente legata a qualcosa che non può avere – o che non vuole veramente avere – piuttosto che a quanto già possiede, prima di tutto con il rapporto distaccato col marito, un fantasma della sua esistenza.
In questo senso è significativo come Alma ignori sistematicamente le attenzioni di Frederick, unica persona realmente onesta e leale della sua vita, sia quando cucina per lei – e neanche le risponde – sia quando cerca le sue attenzioni sessuali, risultando come l’ennesimo personaggio in adorazione.
Lo sconvolgimento della vita di Alma, insomma, riguarda ogni cosa possa disturbare i suoi meri interessi.
Stanato
Qual è la verità?
Guadagnino sottolinea a più riprese come la stessa non sia il punto del discorso, quanto più il tipo di narrazione che vi è costruita intorno, ma che suggerisce comunque sotterfugi, vendette e, forse, un tentativo di approccio finito male, che si ripresenta nell’ultima scena con Hank.
Un punto di arrivo in cui tutti i personaggi si sentono in qualche modo delle vittime del sistema, continuando ad urlare il loro dissenso, la loro insoddisfazione e la loro sconfitta, fino a cadere preda di loro stessi e privati di quelli che sembravano i loro obbiettivi di una vita…
…eppure non lo erano.
Il presente dei cinque anni successivi mette un punto ad una storia di un terzetto di figure egoiste e approfittatrici, che si nascondono dietro alle blande scuse di un sistema ingiusto per lamentarsi di non raggiungere i loro traguardi, facendosi portatori di battaglie che scelgono facilmente di abbandonare alla prima occasione, per riproporsi in una veste nuova.
Per questo il finale è tanto più significativo per raccontare un assolutismo passeggero, che non cambia realmente la fondamentale incomunicabilità insita in un’umanità alla disperata ricerca di vittime da lodare, eroi da glorificare e nemici da sconfiggere…
…in un individualismo sfrenato che ha solo bisogno del giusto palco per potersi mostrare.
Together (2025) è un body horror nonché l’esordio alla regia di Michael Shanks.
A fronte di un budget anche abbastanza consistente per un’opera prima – 17 milioni di dollari – anche se non è ancora stato distribuito in tutti i mercati, ha già doppiato i costi di produzione.
Di cosa parla Together?
Tim e Millie sono una coppia che sembra essere pronta a separarsi da un giorno all’altro…fino a trovarsi più vicini del previsto.
Vi lascio il trailer per farvi un’idea:
Vale la pena di vedere Together?
In generale, sì.
Non mi sento di sbilanciarmi né in positivo né in negativo sulla suddetta pellicola in quanto contiene al suo interno elementi di indubbio fascino – il soggetto quanto alcuni momenti di regia – ma, al contempo, si incarta in una struttura narrativa poco centrata.
Infatti, come è tipico di molte pellicole del cosiddetto elevated horror, l’opera prima di Shanks vive del suo potenziale e del suo soggetto, ma, soprattutto in questa rincorsa al voler essere diverso a tutti i costi, e si perde in un racconto mediocremente strutturato nei toni quanto nei passaggi logici.
Insomma, non tutti da buttare, ma ci si aspettava ben di più.
Paradosso
Il paradosso di Togheter è chiarissimo…
…almeno sulla carta.
L’incipit gira intorno alla relazione ormai da tempo in crisi di Tim e Millie, forzatamente portata avanti per volontà principalmente di quest’ultima, soprattutto visto il moto di ribellione del protagonista maschile, più volto ad una autodeterminazione mancata che alla (ri)costruzione del loro rapporto.
Tuttavia, questo racconto manca fin dall’inizio di adeguato respiro per poter funzionare, rimanendo una narrazione in ultima analisi abbastanza superficiale e affidata principalmente agli espliciti scambi fra i protagonisti, più che ad una messa in scena che dialoghi col pubblico.
Un elemento che diventa problematico soprattutto nelle ultime battute, nei momenti decisivi in cui la coppia dovrebbe prendere le decisioni più importanti, che invece sono affidate più a necessità di trama che all’effettiva costruzione del racconto.
Ma non è neanche la questione più problematica.
Paura
Un moto di ribellione pervade l’horror che non vuole essere commerciale.
Una problematica piuttosto ricorrente in questo tipo di narrazione è l’essere costruita intorno a dei continui jumpscare piuttosto banali e ridondanti, tendenza che appunto il cosiddetto elevated horror vuole evadere in favore di uno schema della paura ben più interessante ed efficace.
Purtroppo, al riguardo,Together fallisce due volte.
Da un lato, anche se prova a costruire la suspense con delle immagini più ricercate, finisce inevitabilmente per proporre lo stesso schema incredibilmente ripetitivo delle brutte sorprese in camera da letto costruite sempre nel medesimo modo, e che, soprattutto, mancano di un abbastanza essenziale crescendo.
Infatti, per motivi ignoti, Together sceglie di costruire la parte centrale legata alla scoperta della minaccia in maniera piuttosto dispersiva, quando sarebbe bastato un semplicissimo climax – iniziato, ma mai sviluppato – per mostrare la progressione della maledizione.
E, proprio nel momento drammatico fondamentale, la pellicola mi lascia più dubbi.
Scelte
Together sembra mancare di una direzione.
È come se internamente alla pellicola ci fosse la volontà di voler evadere il classico schema, ma finendo solo per confermarlo, anzi per perdersi proprio in questo tentativo, a cominciare dall’andamento scostante del tono, che si evince soprattutto a partire dalla scena della motosega.
Dopo la sequenza, anche piuttosto interessante, in cui i due si intrecciano nel corridoio, si arriva all’esplosione della drammaticità e della violenza, Shanks sceglie di spezzarla con un momento comico improvviso e fuori contesto, che viene subito soffocato dalla ripresa del crescendo drammatico nell’atto finale.
Una conclusione, fra l’altro, che è forse la parte più problematica.
La parte dedicata allo scioglimento della vicenda soffre infatti del suddetto tentativo di evadere lo schema classico, finendo per non riuscire a definire in maniera soddisfacente l’origine della minaccia – non a caso, Jamie rimane in scena il tempo necessario per raccontarla…
…e, al contempo, si perde nel labirinto contraddittorio di cambi di passo dei protagonisti, che non ha purtroppo basi abbastanza solide da essere giustificato e che altresì vive di collegamenti logici fin troppo deboli, tanto che la scelta finale dei protagonisti risulta incomprensibile ai fini narrativi…
…ma del tutto giustificabile all’interno della volontà del regista di chiudere la pellicola con un grottesco colpo di scena.
Una battaglia dopo l’altra (2025) di Paul Thomas Anderson è un thriller politico e la prima collaborazione del regista con Leonardo DiCaprio.
A fronte di un budget piuttosto importante – 150 milioni di dollari circa – è stato complessivamente un insuccesso commerciale.
Di cosa parla Una battaglia dopo l’altra?
Pat e Perfidia fanno parte di un gruppo di combattimento rivoluzionario…a cui il mondo non è ancora pronto.
Vi lascio il trailer per farvi un’idea:
Vale la pena vedere Una battaglia dopo l’altra?
Assolutamente sì.
Con Una battaglia dopo l’altra Paul Thomas Anderson ritorna alla regia per un racconto di satira sociale, per la prima volta ambientato nella contemporaneità più straziante, riuscendo splendidamente in un incontro fra il thriller più cupo e la comicità più grottesca.
Ne consegue una pellicola di altissimo valore storico e artistico, con una regia strabiliante e un montaggio clamoroso, oltre a prove attoriali che dominano con la loro presenza scenica – che da sole fanno il film.
Controllo
Pat e Perfidia viaggiano su due esistenze parallele…
…che convivono finché possono.
Fin dalle primissime battute appare chiaro come Perfidia sia il personaggio di punta dell’intera organizzazione, la protagonista della scena, mentre gli altri – specificatamente il suo compagno – non sono altro che dei figuranti, dei personaggi di contorno che permettono la realizzazione della sua storia.
Ed è così protagonista che, anche quando un uomo minuscolo come Lockjaw cerca di possederla, Perfidia riscrive la situazione a suo favore, rendendolo totalmente succube della sua forza fisicae sessuale, raccontando fin da subito come potere, caos ed erotismo si intreccino profondamente nella sua persona.
Ed è un incontro davvero…esplosivo.
L’esaltazione del vortice involutivo di Perfidia ha il suo apice nelle diverse scene che la ritraggono sessualmente attratta dalla violenza e dal caos, riuscendo persino a trovare del godimento fisico nell’incontro sessuale con Lockjaw, nonostante ne sia sostanzialmente la vittima.
Ma se il controllo è così eccitante, la perdita dello stesso è devastante.
Attenzione
Con la nascita della figlia, Perfidia non ha più tutte le attenzioni su di sé.
Risulta genuinamente grottesco come la donna si esprime nei riguardi della figlia, di come si senta derubata delle attenzioni del compagno, di come conseguentemente non si senta più bella, né potente né, più in generale, padrona del proprio corpo, che sembra, in qualche modo, averla tradita.
E se semplicemente allontanarsi dal neonato nucleo familiare dovrebbe essere la soluzione, si rivela in realtà l’ultimo atto di un processo di autodistruzione, la cui esasperazione è rappresentata dalla rapina in banca, in cui Perfidia apre il fuoco su un uomo innocente che aveva osato muoversi differentemente da come da lei indicato.
Così, ingabbiata e, apparentemente, definitivamente sconfitta, la donna tradisce doppiamente la fiducia dei suoi compagni di lotta prima e del colonnello dopo, rinchiusendosi spregiudicatamente nel suo egoismo e scomparendo definitivamente dalla scena.
E la storia è appena iniziata.
Differenze
Come la maggior parte dei film di Paul Thomas Anderson, la vera storia è tutta nel sottotesto.
Ed è interessante notare come il regista evada ogni tipo di banalità e di discorso già sostanzialmente scritto, per invece raccontare come, nel loro essere estremamente grotteschi, le due parti non siano fondamentalmente così diverse, ma che anzi abbiamo alla base un sistema profondamente ridicolo.
Infatti, se Perfidia rappresentava l’esasperazione della ribellione e radicale e violenta, il resto della resistenza non è tanto più brillante, così rinchiuso in una serie di formule senza significato e di processi apparentemente utili alla causa, ma che, in realtà, come si vede dalla comica telefonata fra Bob e la nuova confraternita, sono estremamente fine a sé stesse.
Ed è veramente paradossale che lo stesso sistema definisca anche la totale controparte, possibilmente ancora più ridicola nel suo essere legata ad un immaginario sostanzialmente infantile – il Natale e San Nicola – nel parlare di violenza, razzismo e uccisione sistematica e senza esclusione di colpi.
Ma ancora più interessante è come questo sistema sia, di fatto, la quotidianità.
Quotidiano
Il racconto degli Stati Uniti di Anderson, anche esplorando ere differenti, è sempre stato sostanzialmente pessimista.
E la situazione, anche nel presente, non sembra mai cambiata.
La stessa giustizia sommaria, la stessa paranoia e la medesima violenza dilagante che trovavamo alla fine degli anni Sessanta in Vizio di Forma (2012) sono ancora dominanti anche nel quotidiano della contemporaneità del regista, che raffigura un paese cristallizzato in un ciclo di brutalità senza via di scampo…
…oppure no?
All’interno di un sistema così radicato, che vive sotto apparenze del tutto quotidiane – come una semplice casa suburbana o una palestra di karate – forse per la prima volta Anderson riesce a vedere una flebile speranza in una generazione che sceglie le sue battaglie e impara dal passato.
Willa infatti si addestra, combatte e si ribella ma con armi totalmente differenti, diventando un personaggio che non ha bisogno di essere salvato dalla vecchia generazione, ma che deve semplicemente fare i conti con la stessa – che, come tipico per Anderson, è rappresentata dalla sua stessa famiglia.
Significativo in questo senso il confronto finale col padre, che si ritrova davanti ad una figlia del tutto cambiata e che non comprende più da dove è venuta – una traditrice? Un’eroina? Un uomo fragile e violento? – e cerca di abbracciare debolmente le formule di un sistema che non gli appartiene.
Per questo infine la vecchia generazione si può riposare e lasciare che siano i figli a riprendere in mano la lotta, ma in maniera differente, forse meno violenta…
La Terra per come la conosciamo rischia di cadere a pezzi, simbolo per simbolo…ma se fosse qualcosa di più personale?
Vi lascio il trailer per farvi un’idea:
Vale la pena di vedere The Life of Chuck?
Assolutamente sì.
Con The Life of Chuck, dopo una lunga parentesi orrorifica, Flanagan intraprende un racconto drammatico e riflessivo veramente inaspettato, andando a ricalcare una filosofia non estranea alla sua filmografia, ma arricchita da un taglio più speranzoso che mancava nelle sue recenti più recenti produzioni.
Non manca uno spaesamento iniziale verso una storia che sembra raccontare tutt’altro, ma che merita di essere scoperta atto dopo atto, diventando limpida solamente nelle sue ultime, fondamentali, battute che riescono perfettamente a chiudere il cerchio.
Didascalia
Tutta la prima parte della pellicola è una incomprensibile didascalia…
…finché non diventa comprensibile.
Flanagan sulle prime sembra portare in scena un film sci-fi dal sapore post-apocalittico, costellato da scomparse improvvise e dal graduale decadimento delle connessioni interne e delle certezze che componevano l’universo umano, con un gruppo di personaggi che sembra vivere solo per raccontarsi.
Eppure, arrivati al finale, il primo atto acquista un significato del tutto diverso.
L’universo rappresentato in realtà non è altro che l’immensità contenuta internamente da Chuck, che progressivamente si sgretola insieme al suo corpo e alla sua memoria – come testimoniano i personaggi che progressivamente scompaiono di scena.
Gli stessi comunque emergono come ricordi flebili nel tempo, massime che hanno definito la vita del protagonista e modellato la sua esistenza in qualcosa di straordinario, che merita di essere celebrato, pur consapevole della fine imminente e del suo essere un personaggio sostanzialmente anonimo.
O, meglio, un personaggio bloccato nell’attesa.
Attesa
Chuck non può controllare la propria esistenza.
La sua pallida vita adulta è stata matematicamente ordinata in un lavoro che il protagonista ha sempre rigettato in favore di una vita dedita ad un movimento più spontaneo e incontrollato – la danza – ma in cui infine si è trovato intrappolato, seguendo le medesime impronte del nonno.
La tragica visione della sua morte imprime evidentemente in Chuck un senso di impotenza, che rende imperativo riprendere il controllo sulla propria esistenza tramite i numeri, lasciandosi alle spalle il sogno danzante e chiudendosi in un controllato grigiore…
…ma non senza una via d’uscita.
La straziante attesa della fine viene spezzata da uno – ma forse non l’unico – momento in cui Chuck ha abbracciato una felice imprevedibilità, in cui si è ricordato degli insegnamenti della nonna, di quel momento in cui l’ha vista rinascere nonostante anche lei, inconsapevolmente, fosse in attesa della propria morte.
In questo modo il protagonista fa suo l’insegnamento di entrambe le figure genitoriali: da un lato si adegua all’idea di attesa e di controllo della stessa, al guardare oltre ai meri numeri per vedere l’immensità che gli stessi nascondono, dall’altra ad abbracciare una vita, nel suo piccolo, semplicemente meravigliosa.
E qui, alla fine, sta tutto il punto della pellicola.
Anonimo
Chi è Chuck?
È una domanda che si rincorre per le bocche dei protagonisti per tutto il primo atto, specchio proprio di un senso di mediocrità che il protagonista sente di soffrire, ma splendidamente incorniciata da una consapevolezza di grandiosità che esiste solo se Chuck stesso accetta che esista.
Nella lezione della sua maestra infatti il protagonista scopre come nel suo essere non contiene solo carne, ossa e un cervello pensante, ma un’immensità di persone, ricordi, oggetti, situazioni che formano un prezioso universo interiore, dotato di una propria vita ed importanza.
Così, in questa piccola ma significativa riflessione a sorpresa dopo produzione più recente segnata dall’orrore e dal rimorso, Flanagan ci racconta come fare propria la meraviglia del piccolo, del quotidiano, come siamo noi stessi padroni di una vita meravigliosa e che vale assolutamente la pena di essere vissuta…
…e non come un’attesa dolorosa della dipartita che arriva inevitabilmente per tutti, ma come una grande, meravigliosa occasione.
Warfare (2025) è un film di guerra diretto e scritto a quattro mani da Ray Mendoza e Alex Garland, racconto di un reale evento avvenuto durante la guerra in Iraq.
A fronte di un budget abbastanza sostanzioso – 20 milioni di dollari – si sta rivelando un discreto flop al botteghino, riuscendo a malapena a coprire i costi di produzione in patria.
Di cosa parla Warfare?
La storia parla della reale tragedia avvenuta ad uno dei due registi, parte del reparto di Navy SEAL statunitense durante la Guerra in Iran il 19 novembre 2006.
Vi lascio il trailer per farvi un’idea:
Vale la pena di vedere Warfare?
In generale, sì.
Se si considera Warfare un film di Garland, probabilmente verrà ricordato fra i minori della sua produzione: interessante nella messinscena, nell’equilibrio dei toni e nel racconto delle emozioni strazianti…
…ma, forse, davanti alle potenzialità che aveva al suo interno, guardando anche alle altre narrazioni proprie del genere, per certi versi sembra un’occasione sprecata per raccontare qualcosa di veramente significativo.
Quotidianità
Proprio nel voler raccontare una storia di ricordi, la quotidianità comica domina il primo atto della pellicola.
L’apertura è fondamentale in questi senso per mostrarci come i soldati protagonisti non siano altro che un gruppo di scapigliati ragazzini addestrati a fare la guerra, che annullano ogni tipo di gerarchia per riunirsi in un rituale quasi edonistico.
E l’eco dell’incipit pervade anche le scene successive, che dovrebbero sulla carta essere più serie e riflessive, e invece il pesante silenzio che domina la sequenza è spezzato dai personaggi che ancora si divertono pensando a quel momento condiviso.
Una quotidianità che stona con l’invasione domestica di un’innocente famiglia locale, la cui casa casa diventa la nuova base per le operazioni militari dell’invasore, del tutto indifferente rispetto al disagio creato dalla sua ingombrante presenza.
Eppure, la stessa continua anche nei piccoli momenti di sciocco divertimento e degli scherzi fra i protagonisti, che si alterna alle operazioni di guerra volte a costruire una sorta di tensione sotterranea per l’esplosione della crudeltà visiva dell’atto centrale.
Ma anche quest’ultimo è del tutto coerente con quanto visto in precedenza.
Emozione
C’è poco di eroico nelle azioni dei personaggi.
Dopo la violenta esplosione, i tentativi di tenere insieme la squadra sono dilaniati dai continui e angoscianti particolari delle sofferenze delle vittime, per cui Garland non eccede in nessuna direzione, ma anzi equilibra i toni nel mostrare semplicemente quanto necessario, e nulla di più.
Ma bastano da soli gli angoscianti scambi fra vittime e soccorritori, in cui i del tutto comprensibili bisogni immediati dei feriti si scontrano con il più freddo – o tentato tale – intervento di chi cerca di tenerli in vita, riuscendo a trasmettere il dolore fisico straziante quanto penetrante provato in questi brevi momenti.
Eppure, forse, manca qualcosa.
Oltre
Non si può fare ad un film una colpa di non aver soddisfatto le aspettative dello spettatore.
Ma il confronto con altre opere di intenti simili è inevitabile.
È evidente che Garland avesse tutta l’intenzione di immergersi in un esperimento visivo che annullasse qualsiasi slancio tematico – di glorificazione o di condanna – per raccontare la mera quotidianità che spesso non è mostrata, per i più diversi motivi, all’interno delle narrazioni belliche.
Spunti di riflessione non sono per questo del tutto assenti – dall’accennato machismo della squadra di soccorso alla totale impotenza della famiglia davanti all’invasione nemica – ma diventano di fatto secondarie all’interno di un discorso con intenti diversi.
Eppure, davanti ad un regista di un’opera come Civil War (2024) e a prodotti che sono stati capaci di rappresentare il racconto del lato umano dell’eroe americano – da Niente di nuovo sul fronte occidentale (1930) fino alle sperimentazioni del nuovo millennio di 1917 (2019)…
…sorge in chi scrive una genuina perplessità davanti ad un’opera complessivamente piuttosto lodevole – ma, visti i nomi coinvolti, non ci si poteva aspettare niente di meno – ma che racchiude al suo interno un potenziale che, visto il pregresso del genere, risulta quasi sprecato nel panorama contemporaneo.
Una pallottola spuntata (2025) di Akiva Schaffer è il requel del classico della commedia spoof omonimo.
A fronte di un budget comunque abbastanza consistente per un prodotto di questo tipo – 42 milioni di dollari – non ha aperto particolarmente bene al primo weekend, e si prospetta la possibilità di un flop commerciale.
Di cosa parla Una pallottola spuntata?
Frank Drebin Jr., al pari del padre da cui prende il nome, è un intrepido poliziotto pronto a sgominare un importante piano criminale...forse, troppo intraprendente.
Vi lascio il trailer per farvi un’idea:
Vale la pena di vedere Una pallottola spuntata?
Dipende.
Il remake di Liam Neeson può risultare genuinamente divertente, soprattutto per uno spettatore meno abituato a questo tipo di commedia – sempre più rara all’interno del cinema odierno – ma poco digeribile invece per un appassionato della saga.
Manca, infatti, un certo tipo di eleganza e costruzione dei momenti comici, preferendo invece un umorismo ben più sguaiato, quasi eccessivo, che punta a sorprendere continuamente lo spettatore piuttosto che costruire la battuta.
Insomma, non sconsigliato in toto, ma andateci preparati.
Contemporaneo
Era estremamente difficile riuscire ad adattare la comicità di Una pallottola spuntata (1988) al pubblico odierno.
La trilogia di Leslie Nielsen era infatti un misto piuttosto peculiare fra comicità slapstick più classica ed un umorismo più sottile e studiato che andò poi a definire lo spoof movie, sottogenere parodistico che ebbe la sua più infelice evoluzione nel cinema dei primi anni del 2000.
Lo stesso comprendeva anche un certo tipo di comicità che oggi verrebbe forse definita politicamente scorrettae che si temeva che, nella odierna Hollywood, non avrebbe più avuto spazio, e che così che il remake sarebbe risultato inevitabilmente incolore.
Un aspetto che, invece, non è un problema, anzi.
La riproposizione di Akiva Schaffer non manca di essere anche particolarmente cattiva, calcando piuttosto la mano con non poche sequenze che riescono ad avvicinarsi al tipo di umorismo sopra le righe di Leslie Nielsen, a volte anche a superarlo.
Ma è sufficiente?
Omaggio
A differenza di altri remake di recente produzione, quello di Una pallottola spuntata è estremamente rispettoso nei confronti del suo predecessore.
Infatti, se si va a guardare, lo scheletro narrativo e le dinamiche in scena sono sostanzialmente le medesime: un ambizioso poliziotto che si impunta di continuare a tenere sulle spalle un caso, persino andando a pestare i piedi sbagliati, il tutto in nome della giustizia e della sua recente fiamma.
Al contempo, l’omaggio alle battute di Leslie Nielsen è continuo, a partire dall’assurda scena della macchina sul marciapiede – forse uno dei frangenti più gustosi della pellicola – e, ovviamente la messa dei figli dei protagonisti originali davanti alle foto dei genitori defunti.
Anzi, la parentesi narrativa e quasi thriller della fuga d’amore – così futile e così divertente insieme – di Frank e Beth è per certi versi anche più divertente rispetto al film originale, riuscendo perfettamente ad inquadrare l’umorismo surreale della pellicola di partenza.
Ma, forse, proprio in questa scena si trova il punto del discorso.
Ritmo
Una pallottola spuntata aveva un ritmo quasi frenetico.
L’umorismo surreale e travolgente perennemente presente in scena non lasciava quasi un attimo di respiro persino nei momenti più drammatici, peccando forse in una comicità fisica non particolarmente memorabile, ma risultando assolutamente vincente nella costruzione dell’umorismo più iconico della saga.
E costruzione è la parola d’ordine.
L’umorismo più interessante di Una pallottola spuntata funziona perché spesso è inserito all’interno di un climax che non punta a far ridere lo spettatore grazie alla sorpresa della battuta improbabile, ma piuttosto a travolgerlo tramite l’assurda involuzione della situazione, come ben racconta questo iconico momento:
La scena in questione infatti parte con un momento piuttosto classico di corruzione del testimone, ma si evolve in un improbabile tira e molla in cui infine non solo Frank diventa quello da corrompere, ma persino il prestatore dei soldi per la sua stessa corruzione, in un cortocircuito comico veramente irresistibile.
Per questo, la parentesi narrativa del remake funziona: la storia del pupazzo di neve non è introdotta improvvisamente, ma è invece costruita tramite una dinamica comica che diventa progressivamente sempre più incredibile, fino ad arrivare a degli imprevedibili toni thriller.
Al contrario, la maggior parte delle battute della pellicola, purtroppo, manca proprio di questo tipo di costruzione, finendo invece per perdersi in una sequela di momenti che puntano più che altro sull’effetto sorpresa, e che raramente riescono ad essere memorabili e ben costruiti…
…ma, piuttosto, a provocare una risata momentanea, ma che, alla lunga, si spegne davanti ad una complessiva opacità della pellicola.