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After The Hunt – Mano mangia mano

After the Hunt (2025) è un thriller psicologico con protagonisti Julia Roberts, Andrew Garfield e Ayo Edebiri, per la regia di Luca Guadagnino.

A fronte di un budget sconosciuto, ha aperto con un riscontro abbastanza ridotto – per quanto prevedibile – al box office.

Di cosa parla After the hunt?

Alma è una stimata professoressa di Yale, che ha nella sua corte due personaggi piuttosto ambigui che si incontrano…come non avrebbero voluto.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere After the hunt?

Assolutamente sì.

After the hunt è uno dei ritratti più spietati quanto lucidi dell’evoluzione degli Stati Uniti contemporanei, partendo da un momento di massima radicalizzazione – gli anni finali del #MeToo – fino ad arrivare ad un presente forse anche peggiore.

Un racconto che si snoda in un terzetto di personaggi estremamente ambigui, che segue ed al contempo evade un copione sociale già scritto, a cui viene assegnato un ruolo, che però crolla su se stesso in un panorama ben più fumoso ed inafferrabile.

Insomma, dopo un racconto molto più pop come Challengers (2024), un’opera che mi ha decisamente più convinto.

Scandito

La vita di Alma è meticolosamente scandita.

I primissimi momenti della pellicola sono utili ad inquadrare a grandi linee il personaggio e le figure che la circondano, pochi ma fondamentali tasselli – il marito ombra, la pupilla, l’amante impossibile – che l’accompagnano verso il punto di partenza della sua storia: la cena.

Guadagnino introduce brevemente la situazione per poi penetrarla con lo sguardo registico in medias res, quando dinamiche apparentemente ripetitive e scontate hanno già preso piede: illazioni nei confronti di Maggie e, pur in maniera diversa, nei confronti di Alma.

Viene, in altre parole, raccontato il panorama sociale in cui la storia si muove – intorno alla fine degli Anni Dieci – in cui, mentre Hank si sposta furbescamente al fianco e in difesa di Alma, Maggie ha già svelato una delle tante contraddizioni del suo personaggio, rappresentata dalla misteriosa busta.

Ma una figura ulteriore ha un ruolo fondamentale in questo scenario…

…pur occupandone i margini.

Frederick entra e esce programmaticamente di scena, la osserva e l’analizza, e dà il suo fondamentale commento quando la stessa si sta per concludere, mettendo un punto fondamentale alla caratterizzazione della moglie: Alma vive soprattutto dell’approvazione e dell’adorazione degli altri, a prescindere dal loro valore.

Ma le attenzioni di qualcuno vogliono essere assolutamente esclusive.

Rapace

Maggie è una figura rapace.

L’incipit della sua macchinazione è ben rappresentato dalla falsa soggettiva sui due bicchieri sul tavolo, che osserva pensierosa nella penombra, prima di uscire di scena per lunghissimi momenti, ricomparendo solamente nel primo atto della sua tragedia.

E, quando riappare, è rannicchiata in una posizione meccanica e innaturale, che dovrebbe raccontare la sua sofferenza, facendola sembrare invece in agguato per l’arrivo di Alma, che costringe fuori dalla sua abitazione, dove è sicura – e infatti così succederà – che verrebbe invece insidiata da Frederick.

E qui comincia un importante gioco di mani e di non detti.

Il racconto di Maggie è volutamente lacunoso, lascia intendere quello che dovrebbe essere successo dopo le attenzioni di Hank, ma non lo dice mai esplicitamente, preferendo invece concentrarsi sul creare una connessione emotiva e fisica nei confronti di Alma, scegliendo con attenzione parole e gesti.

La ragazza cerca infatti di ritrovarsi con la donna in un terreno comune di violenza subita, azzardandosi ad introdurre un’informazione che non dovrebbe avere, sottolineando il momento con una mano poggiata vicino a quella di Alma con il palmo verso l’esterno, pronta ad essere afferrata…

…ma senza che questo succeda.

Mani

Si sviluppa così una trama profondamente rapace, che ha il suo primo apice – e apparente punto di arrivo – nella riapparizione violenta di Hank, che riesce a dare ulteriore margine di manovra al racconto vittimistico di Maggie, che ritorna nella sua posa strategica per essere finalmente raccolta da Alma.

Anche in questo caso sono fondamentali le inquadrature sulle mani di personaggi – e il loro contrasto: Alma mostra un tocco consolatorio ma incerto, mentre Maggie inarca le dita proprio come un rapace, svela la sua lucidità sgranando gli occhi e osservando un convitato di pietra – letteralmente – con cui il suo sguardo si scontra.

Un momento chiave che definisce anche gli attimi successivi fra le due, una continua rincorsa, soprattutto a fronte della cena risolutiva, che dovrebbe confermare il supporto di Alma, che cerca persino di raggiungere fisicamente Maggie, aggrappandosi al suo lato del tavolo…

…ma scontrandosi con una chiusura categorica della ragazza, anche a fronte dello smascheramento – pur prevedibile – di Frederick, che non solo la sbeffeggia, facendole indirettamente ammettere di essere una figura accademicamente inconsistente, ma minando anche il suo momento di confronto con le sue programmatiche interruzioni.

Ma Alma ha una battaglia tutta sua.

Facciata

Alma vive di molte facciate.

Dopo un ritiro non voluto dalle scene, la donna vive rinchiusa nei suoi obiettivi a breve termine – e forse anche nel fascino della corsa per ottenerli: da una parte le attenzioni di Hank, che la seduce e la glorifica costantemente, dall’altra la cattedra, punto di arrivo che ormai dà quasi per scontato.

In altri termini ad Alma piace raccontarsi come una donna piacente e di successo, che si circonda di ammiratori all’interno del suo tempio di ricchezza, che in realtà non è altro che una facciata ben costruita che racconta un’interiorità ben più divisa e ambigua, che preferisce rifugiarsi in ambienti spogli ed insospettabili.

Col proseguo della narrazione ci avviciniamo sempre di più ad un racconto di una vita fatta di rimorsi, di un essere costantemente legata a qualcosa che non può avere – o che non vuole veramente avere – piuttosto che a quanto già possiede, prima di tutto con il rapporto distaccato col marito, un fantasma della sua esistenza.

In questo senso è significativo come Alma ignori sistematicamente le attenzioni di Frederick, unica persona realmente onesta e leale della sua vita, sia quando cucina per lei – e neanche le risponde – sia quando cerca le sue attenzioni sessuali, risultando come l’ennesimo personaggio in adorazione.

Lo sconvolgimento della vita di Alma, insomma, riguarda ogni cosa possa disturbare i suoi meri interessi.

Stanato

Qual è la verità?

Guadagnino sottolinea a più riprese come la stessa non sia il punto del discorso, quanto più il tipo di narrazione che vi è costruita intorno, ma che suggerisce comunque sotterfugi, vendette e, forse, un tentativo di approccio finito male, che si ripresenta nell’ultima scena con Hank.

Un punto di arrivo in cui tutti i personaggi si sentono in qualche modo delle vittime del sistema, continuando ad urlare il loro dissenso, la loro insoddisfazione e la loro sconfitta, fino a cadere preda di loro stessi e privati di quelli che sembravano i loro obbiettivi di una vita…

…eppure non lo erano.

Il presente dei cinque anni successivi mette un punto ad una storia di un terzetto di figure egoiste e approfittatrici, che si nascondono dietro alle blande scuse di un sistema ingiusto per lamentarsi di non raggiungere i loro traguardi, facendosi portatori di battaglie che scelgono facilmente di abbandonare alla prima occasione, per riproporsi in una veste nuova.

Per questo il finale è tanto più significativo per raccontare un assolutismo passeggero, che non cambia realmente la fondamentale incomunicabilità insita in un’umanità alla disperata ricerca di vittime da lodare, eroi da glorificare e nemici da sconfiggere…

…in un individualismo sfrenato che ha solo bisogno del giusto palco per potersi mostrare.

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Scissione – Contro me stesso

Scissione (2022 – …) di Dan Erickson, e diretta da Ben Stiller e Aoife McArdle, è una delle serie tv di punta di Apple TV Plus.

Di cosa parla Scissione?

Mark fa un lavoro molto particolare: non sa quale sia il vero obbiettivo della sua routine lavorativa e in un certo senso…non sa neanche di essere al lavoro.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Scissione?

Tutto il cast di Scissione in una scena di Scissione (2022 - ...)

Assolutamente sì.

Scissione è un serie di punta della piattaforma non a caso: l’idea di base non solo è particolarmente originale – e legata strettamente alla contemporaneità – ma è anche messa in scena con una coerenza estetica e di scrittura che riesce immediatamente a catturare lo spettatore.

Insomma, se vi intrigano le serie fra il mistero e la fantascienza, è un prodotto imperdibile.

Le seguenti recensioni, divise per stagione, sono state scritte senza avere conoscenza di quanto successo dopo.

Scissione – Stagione 2

Tutta la prima parte della stagione è finalizzata a (ri)nchiudere i personaggi in una scatola.

Interessante in questo senso l’idea di sdoppiare la vicenda in due puntate per raccontare i diversi punti di vista, cominciando con il disperato tentativo arginare lo strabordare impetuoso di un caos ormai inarrestabile, tramite le promesse di benefit totalmente illusori per risolvere la questione.

In questo senso Scissione racconta a suo modo una contemporaneità piuttosto stringente, in cui il lavoratore, soprattutto quello più giovane, si è ormai risvegliato dal suo torpore, e non accetta più un sistema che lo manipola per il mero guadagno, e lo accontenta con premi di nessun valore.

Adam Scott (Mark S.) e Britt Lower (Helly) in una scena di Scissione (2022 - ...)

Tuttavia, forse, la serie tira troppo la corda.

Il momento in cui mi è personalmente – e, per fortuna temporaneamente – sceso l’interesse per la serie è stata la puntata dedicata alla gita fuori porta, ulteriore tentativo di Lumon di portare i suoi dipendenti ad abbracciare la filosofia dell’azienda – o, per meglio dire, di diventare discepoli del suo culto.

Britt Lower (Helly) in una scena di Scissione (2022 - ...)

Questo frangente mi è sembrato molto contraddittorio, in quanto spargeva molti indizi concreti sulla religione di Kier – in parte ancora raccontati nella puntata dedicata a Ms. Cobel – ma, al contempo, si concentrava prettamente sui suoi personaggi, dando più volte importanza a figure che non erano mai state così protagoniste.

Insomma, per quanto sia consapevole che la stagione non poteva rivelare fin da subito tutte le sue carte, avrei preferito un approfondimento maggiore riguardo la mitologia di Scissione, piuttosto che mettere in scena dinamiche dall’interesse molto limitato – come la sostituzione di Helly, che si risolve fin troppo velocemente.

Infatti, i lati interessati della stagione sono da ricercare altrove.

La ritrovata importanza di Gemma nella seconda stagione di Scissione è stata anche la parte più vincente.

In una sola puntata si è riusciti a tratteggiare con abbastanza precisione l’andamento del loro rapporto, che si è andato a spezzare proprio nel momento di massima crisi, costringendo entrambi nella condizione di topi di laboratorio su cui viene sperimentata una non meglio precisata dissoluzione del dolore.

Di fatto, Gemma è stata scorporata esattamente in venticinque personalità, ognuna costretta ad una situazione totalmente diversa, ma definita da un comune denominatore: il profondo dolore, parte di un pacchetto di emozioni che lo stesso Mark S. è incaricato di ripulire da ogni sensazione negativa.

E, anche se la serie non lo racconta esplicitamente, è forse abbastanza semplice comprendere il progetto Cold Harbor.

È quanto mai probabile che le sperimentazioni di Kier fossero finalizzare a trovare un modo per eliminare ogni sentimento dolore, anche il più insopportabile, creando una barriera mentale che scinde l’identità angosciata in una invece che non ne ha alcuna e quindi è più felice.

Eppure, c’è una scheggia…impazzita?

Mark S. ha diritto di esistere?

Come Helly nella prima stagione si trovava strenuamente in lotta con la sua outie, il protagonista nell’ultima puntata si trova a scontrarsi con una consapevolezza sconcertante: il suo innie non vuole morire, non ha interesse ad essere secondo rispetto a lui, né ad abbandonare il microcosmo che si è creato.

Che questa sia un’idea della stessa Lumon è troppo presto per ipotizzarlo, ma di fatto Mark si riscopre impossibilitato a riprendersi in mano la sua vita perché il suo alter ego ha costruito una personalità e delle relazioni talmente importanti che si rifiuta infine di lasciarle da parte…

…non volendo di vivere in un mondo dove Helly R. non solo è una sconosciuta, ma la sua stessa oppositrice.

Quindi, in un certo senso, la vittoria di Kier è lo stesso Mark S.?

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Hazbin Hotel – La rivoluzione comincia dal basso

Nata come progetto indipendente su YouTube dalla sua creatrice, Vivienne Medrano, Hazbin Hotel (2019 – …) è diventato un fenomeno di costume, raccogliendo appassionati in tutti il mondo.

Se sapete già tutto sulla serie, cliccate qui per saltare alla parte spoiler. Se invece per voi è tutto nuovo, continuate a leggere.

Hazbin Hotel Guida Alla visione

Charlie Morningstar è la figlia di Lucifero e Lilith, i due ribelli biblici per eccellenza, impegnata nell’ambizioso progetto di salvare l’Inferno dal totale degrado con il suo Hazbin Hotel.

Ma la strada della redenzione è tutta in salita…

Charlie in una scena di Hazbin Hotel (2023 - ...)

Non posso che dirvi sì, assolutamente.

Hazbin Hotel è la classica serie che sembra mettere una serie di ostacoli apparentemente insormontabili per molti spettatori (io per prima): è un prodotto animato ed è un musical.

Lasciando da parte il pregiudizio sull’animazione – è dichiaratamente un prodotto per adulti – da non amante dei film musicali sono rimasta totalmente conquistata dalla bellezza della storia e delle canzoni.

Adamo e Lute in una scena di Hell is forever di Hazbin Hotel (2023 - ...)

Infatti quella che potrebbe sembrare l’ennesima riscrittura moderna della mitologia cristiana, è in realtà una profonda riflessione sul classismo odierno e sull’inevitabile conflitto generazionale che lo accompagna.

Oltre a questo, la colonna sonora è ricca di metafore e simbologie piuttosto ricercate, che intessono una narrazione musicale che dialoga fortemente con sé stessa, risultando assolutamente indimenticabile.

Insomma, superate i vostri pregiudizi e dategli una chance.

Sì e no.

La serie di Prime ha un atteggiamento piuttosto ambiguo sulla questione: una parte fondamentale della storia – l’origine di Alastor – presente nel pilot è ri-raccontata a metà stagione, in maniera secondo me anche migliore – e dopo aver lasciato ampio respiro al personaggio.

Al contempo, nel pilot sono presenti informazioni abbastanza importanti per comprendere appieno la trama, rispondendo a domande altrimenti insolute – in poche parole, molti dei personaggi presenti all’hotel non si capisce perché e come siano arrivati lì.

Il mio consiglio è di guardarvi la serie su Prime e solo dopo il pilot, così da colmare quei piccoli dubbi che sicuramente vi saranno venuti.

Banalmente, entrambi.

La scrittura dei dialoghi di Hazbin Hotel, soprattutto per le canzoni, è particolarmente ostica, in quanto spesso si utilizza un vocabolario piuttosto ricco e ricercato, con diversi giochi di parole sostanzialmente intraducibili in italiano.

Eppure, l’adattamento e il doppiaggio italiano di Hazbin Hotel è indubbiamente uno dei migliori che ho ascoltato in tempi recenti, che ha veramente fatto del suo meglio per rendere tutte le sfumature di significato della serie, anche quando sembrava davvero impossibile.

Insomma, se masticate abbastanza bene l’inglese, vi consiglio di darle una prima occhiata in originale, e poi rivederla in italiano.

Al contrario, se vi sentite più a vostro agio con i prodotti doppiati, è godibilissima anche in italiano, ma vi consiglio di rivedervi almeno le canzoni in inglese, per cogliere alcuni elementi che purtroppo non possono essere resi appieno nell’adattamento.

E Helluva Boss?

Helluva Boss è lo spin off di Hazbin Hotel – anche se tecnicamente sarebbe il contrario, perché questa serie è nata prima – ed è disponibile gratuitamente su YouTube, dove vengono pubblicate periodicamente le nuove puntate.

È una serie molto diversa da Hazbin Hotel per la gestione della storia: si tratta sostanzialmente di puntate autoconclusive con una trama di fondo che viene spalmata su diversi episodi, ricalcando temi già espressi nella serie madre, ma affrontando altri punti di vista altrettanto interessanti.

Inoltre, è un banco di prova molto importante per l’evoluzione evidente della animazione di Vivienne Medrano, che migliora puntata dopo puntata con sperimentazioni sempre più ardite ed affascinanti…

….che spero di trovare anche nel seguito di Hazbin Hotel.

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Match Point – Una trappola personale

Match Point (2005) è il primo film strettamente drammatico della carriera di Woody Allen, al tempo considerato anche il suo grande ritorno artistico.

A fronte di un budget abbastanza contenuto – 15 milioni di dollari – fu un ottimo successo commerciale: 85 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla Match Point?

Chris è un ex campione di tennis che sbarca il lunario lavorando in un club sportivo come istruttore. Ma la fortuna sarà più dalla sua parte di quanto potrebbe pensare…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Match Point?

Scarlett Johansson e Jonathan rhys meyers in una scena di Match Point (2005) di Woody Allen

Assolutamente sì.

Match Point, insieme al successivo Blue Jasmine (2013), rappresenta un momento interessantissimo della carriera di Woody Allen, che per la prima volta fece uscire di scena il suo personaggio e la sua comicità iconica per provare un nuovo approccio...

…su temi già ampiamente esplorati, ma all’interno di un thriller con una riflessione piuttosto amara sulla fortuna, sul caso, sulle trappole sociali che noi stessi ci creiamo, pur consapevoli di quanto siano causa della nostra infelicità.

Insomma, da riscoprire.

Ricominciare

 Jonathan rhys meyers in una scena di Match Point (2005) di Woody Allen

La ripartenza di Chris sembra senza speranza.

Ormai stufo di una carriera sportiva senza futuro, si rifugia nell’unica alternativa possibile, nonostante la stessa non sia sufficiente né per la sua felicità né per permettersi neanche di vivere in uno squallido monolocale.

Eppure, proprio questa scelta è il punto di partenza per una serie di colpi di fortuna che gli permettono di costruirsi una vita molto più economicamente soddisfacente, grazie al contatto con un ambiente particolarmente propenso ad accoglierlo.

Infatti sia Tom che la sorella Chloe sembrano affetti da una irrisolvibile Sindrome della crocerossina, che li spinge a salvare individui dall’estrazione sociale molto bassa che, per vari motivi, meritano di essere aiutati.

E qui si pone una differenza fondamentale.

Dialogo

Scarlett Johansson e Jonathan rhys meyers in una scena di Match Point (2005) di Woody Allen

Nola e Chris sembrano uguali…

…ma non lo sono.

Fra i due si instaura un dialogo segreto e impercettibile, basato sulla comune consapevolezza di essere la vittima dell’interesse smodato e potenzialmente passeggero di due persone che in realtà non amano davvero…

…e che, soprattutto, sono del tutto ignare del vero peso di essere così incredibilmente fortunati tanto da non avere mai avuto una preoccupazione economica che non possa facilmente essere risolta grazie alla propria posizione sociale.

Così entrambi condividono una bellezza magnetica che si accompagna ad una sostanziale fragilità economica, e che li rende estremamente desiderabili come compagni di vita da sfoggiare all’occasione.

Ma la differenza fondamentale è che Chris si dimostra sempre estremamente accomodante, tanto che cerca il più possibile di non sembrare un approfittatore sociale, al contrario del carattere ben più volubile e molto meno docile di Chole.

Eppure, alla fine Chris è in trappola.

Trappola

Chris dovrebbe essere felice.

Smarcatosi da una condizione economica infelice, riesce a costruirsi una carriera favorevole in un campo piuttosto redditizio, fra l’altro con la sicurezza di potersi anche avventurare in investimenti rischiosi senza dover subire particolari perdite.

Scarlett Johansson e Jonathan rhys meyers in una scena di Match Point (2005) di Woody Allen

Ma non è una fortuna gratuita…

Infatti, la sua situazione lavorativa è del tutto succube al favore della famiglia Hawett, che dipende da un unico fattore: la felicità di Chole, che si concretizza nella sempre più pressante richiesta di costruire una famiglia insieme.

Per questo fin da subito Chris cerca una via di fuga…

Fuga

Scarlett Johansson in una scena di Match Point (2005) di Woody Allen

Chris è artefice della sua distruzione.

Lo è quando accetta di inserirsi in un sistema sempre più claustrofobico, in cui la sua vita personale si intreccia indissolubilmente con la sua carriera lavorativa, tanto che i due elementi non possono esistere indipendentemente.

Proprio per questo sa anche di non poter tirare troppo la corda con Chloe, sa di dover il più possibile assecondare nel suo progetto di vita, rimanendone un mansueto esecutore che non si azzarda quasi mai a lamentarsi.

Scarlett Johansson e Jonathan rhys meyers in una scena di Match Point (2005) di Woody Allen

Al contempo, Chris cerca la sua distruzione nella relazione con Nola, donna che insegue disperatamente in ogni momento della storia, con la quale non solo trova un’affinità sessuale, ma anche intellettuale.

E, nell’esecuzione del suo tradimento, è fin da subito maldestro e disattento, si lascia fin troppe porte aperte per farsi scoprire, fin troppo testimoni del suo segreto, proprio quasi come se volesse che il destino agisse per lui per liberarlo.

Ma la fortuna è fin troppo dalla sua parte.

Chiasso

Scarlett Johansson in una scena di Match Point (2005) di Woody Allen

Con la gravidanza di Nola, Chris si trova davanti ad un bivio.

Svelando il suo segreto alla moglie potrebbe perdere tutto, cadere in disgrazia e mettere un punto alla sua carriera, ma al contempo sarebbe – forse – finalmente felice in una relazione sessuale e affettiva davvero soddisfacente – e, soprattutto, molto meno vincolante.

Ma il protagonista è di fatto incapace di prendere una decisione, e così temporeggia, trova soluzioni alternative e di mezzo, risolvendosi infine a prendere la decisione più codarda possibile.

Scarlett Johansson e Jonathan rhys meyers in una scena di Match Point (2005) di Woody Allen

Ovvero, eliminare il problema Nola, personaggio diventato fin troppo invadente e chiassoso per continuare ad esistere, come ben rappresenta la scena in cui la donna si avventa su di lui nel mezzo della strada, pretendendo una risoluzione immediata.

Ma, ancora, è come se Chris volesse farsi scoprire.

Rete

Jonathan rhys meyers in una scena di Match Point (2005) di Woody Allen

Il crimine di Chris è quasi una rivendicazione.

Il protagonista è alla disperata ricerca di un briciolo di giustizia in un mondo che sembra regolato unicamente dai capricci dei potenti, senza che questi – e, per estensione, lo stesso Chris – vengano in qualche modo puniti per il loro agire.

Per questo il piano, per quanto ben congegnato per non farlo sembrare un crimine passionale, è pieno di disattenzioni: il diario lasciato come prova, l’agire del tutto casuale nel rovistare nella casa della vittima, la poca attenzione nel liberarsi delle prove…

Jonathan rhys meyers in una scena di Match Point (2005) di Woody Allen

…in particolare dell’anello della Eastby, che rimbalza sulla ringhiera del Tamigi proprio come la pallina da tennis sulla rete, aprendo una nuova possibilità per la tanto ricercata scoperta della colpevolezza del protagonista.

Ma infine, ancora una volta, la fortuna gli è avversa, chiudendogli l’ultima via di fuga possibile e regalandogli invece la continuazione di una vita perfettamente insostenibile.

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Ripley – La maschera cangiante

Ripley (2024) è una serie TV Netflix ideata da Steven Zaillian, con protagonista Andrew Scott.

Di cosa parla Ripley?

Tom Ripley è un truffatore di New York che ha l’incredibile occasione di diventare amico del rampollo Richard Greenleaf – e di prenderne il posto…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Ripley?

Andrew Scott in una scena di Ripley (2024) serie tv Netflix

Assolutamente sì.

Ripley è una di quelle perle di Netflix non abbastanza considerate – né pubblicizzate – curata da grandi autori hollywoodiani che scelgono di sporcarsi le mani in una serie TV, creando un prodotto di altissimo livello artistico e di scrittura.

Infatti l’incontro di una regia sublime e sperimentale, la splendida performance di Andrew Scott in uno dei migliori ruoli della sua carriera, unito ad una rappresentazione finalmente non banale dell’Italia, rende questa serie uno dei migliori titoli della stagione.

Occasione

Andrew Scott in una scena di Ripley (2024) serie tv Netflix

Ripley vive alla giornata.

Un protagonista che non è altro che un piccolo truffatore, che si guadagna da vivere con quella che sembra la sua indole naturale: prendere il posto di qualcun altro, cambiare identità e così riuscire a gabbare il malcapitato di turno.

E l’offerta di Greenleaf è la grande occasione per scoprire una nuova parte, per entrare nelle grazie del giovane Richard e, apparentemente, per riportarlo sui suoi passi, in realtà cominciando fin da subito ad intrecciare un’importante e vantaggiosa amicizia.

Perché la tentazione è troppo forte…

Esterno

Johnny Flynn e Dakota Fanning in una scena di Ripley (2024) serie tv Netflix

Ripley è un osservatore.

Numerose le scene in cui spia la vita di Richard da dietro le quinte, come a studiare la sua prossima, portata in scena dal suo miglior interprete, mentre in quella piccola finestra lontana continua con la sua vita ignaro di tutto.

Richard è infatti un personaggio del tutto innocuo, un dandy viziato che cerca di costruirsi una carriera alle spalle della famiglia, rivelandosi clamorosamente incapace in ogni sua passione – in particolare nei medici risultati artistici.

Johnny Flynn e Andrew Scott in una scena di Ripley (2024) serie tv Netflix

Come se non bastasse, Richard è una banderuola.

Mancante di una forte identità, Dickie si lascia facilmente trasportare dalla corrente, prima facendosi sedurre dalle lusinghe di Ripley – in particolare la sua presunta onestà – per poi essere rimesso al suo posto dalle insistenze di Marge, che vede un inevitabile contendente in questo nuovo amico.

E questo è il suo più grande errore.

Fuori

Johnny Flynn e Andrew Scott in una scena di Ripley (2024) serie tv Netflix

Ripley rischia di uscire di scena.

Richard gli concede un viaggio d’addio, una gita in barca per poterlo congedare dalla sua vita nella maniera più cortese possibile, non dicendoglielo neanche direttamente, ma tramite una serie di deboli consigli sull’ampliare la sua esplorazione italiana.

Ma Tom non ci sta.

Dickie diventa la sua prima vittima, la prima persona che il protagonista sceglie di schiacciare con colpi secchi e quasi chirurgici, portando fuori scena il suo personaggio per cominciare a prenderne il posto.

E, allora, è il momento di riscrivere Richard Greenleaf.

Riscrittura

Andrew Scott in una scena di Ripley (2024) serie tv Netflix

La riscrittura di Dickie è attenta e puntuale.

Tom è consapevole di non poter prendere immediatamente le vesti del personaggio senza conseguenze, in particolare per l’isteria di Marge, e sceglie per questo di alimentare raccontando la più grande paura della donna: un Dickie ormai disinteressato alla sua fidanzata.

Andrew Scott in una scena di Ripley (2024) serie tv Netflix

Così al telefono Tom si incastona in questa nuova vita creata ad arte di Dickie, che porta le sue passioni semplicemente altrove, lasciandosi alle spalle tutto quello a cui era legato, convincendo Marge che questo nuovo comportamento sia tutta un’idea di Tom.

Ma vi è un personaggio imprevisto.

Impreparato

Eliot Sumner in una scena di Ripley (2024) serie tv Netflix

L’apparizione di Freddie è una wild card.

A differenza di Marge, che si lascia schiacciare dalla sua disperazione, il suo personaggio comprende immediatamente le intenzioni di Ripley, non lasciandosi confondere dall’apparente confusione della proprietaria di casa, ma invece facendone tesoro per smascherare il falso Dickie.

Così la sua uccisione è improvvisa, mal calcolata, e tutto il piano per coprire le sue tracce lo rende visibile a non pochi testimoni, di cui paradossalmente i più utili sono quelli che non possono parlare: il gatto Lucio e le statue della Città Eterna, che spiano le improvvisate malefatte del protagonista.

Ma, come Freddie esce di scena, un altro personaggio minaccia la posizione di Ripley…

Maschera

Maurizio Lombardi in una scena di Ripley (2024) serie tv Netflix

L’austero ispettore Ravini è l’ultima grande minaccia di Ripley.

Nonostante il detective si dimostri piuttosto acuto e perseverante, nonostante prenda brutalmente il suo posto nella vita e nel salotto del protagonista – occupando tutto lo spazio possibile – si lascia anche facilmente gabbare dalla trama caotica e imprevedibile di Ripley.

Maurizio Lombardi in una scena di Ripley (2024) serie tv Netflix

E così, per quanto il protagonista cerchi il più possibile di fuggire le accuse di omicidio, per quanto cerchi di scappare dalle grinfie dell’instancabile ispettore, la pesantezza dei sospetti contro Dickie è troppo pressante per essere ignorata.

Per questo, è ora di cambiare maschera.

Nuovo

Nel finale, Ripley intraprende una tortuosa via che lo porta ad essere molti personaggi diversi.

In primo luogo, torna ad essere il vecchio e innocuo Tom, che conferma la convinzione di Marge sul cambio di passo del suo ex fidanzato, che ormai ha lasciato sia Roma che i suoi amici, per imbarcarsi alla volta dell’Africa e far perdere le sue tracce.

Infine, per consolidare la sua posizione, il protagonista crea ad arte un suo alter ego che unisce il mito di Caravaggio e le sue opere colme di ombre artistiche – e morali – al personaggio insospettabile di Tom Ripley, ormai diventato una figura di punta della Venezia da bene.

Infine, un nuovo cambio.

L’ultima maschera è un misterioso commerciante d’arte, che riesce a prendere sulle spalle tutto quello che Ripley ammirava di Dickie, ma nascondendosi dietro ad un nuovo nome, che lo rende ancora più sfuggente e introvabile.

E, allora, Ravini sarà infine capace di smascherarlo?

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Death Parade – Il peggiore di noi

Death Parade (2015) di Yuzuru Tachikawa è serie TV un anime di genere drammatico e fantastico.

Trasmessa in Giappone nei primi mesi del 2015, è arrivata in Italia tramite la web TV Dynit.

Di cosa parla Death Parade?

In un aldilà immaginario, i defunti sono sottoposti a dei giochi apparentemente innocui, in realtà mortali…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Death Parade?

Assolutamente sì.

Death Parade è un ottimo esempio di serie TV anime che riesce a coniugare al suo interno un ottimo equilibrio di temi e di tagli narrativi, passando dai frangenti più drammatici, thriller e quasi orrorifici, fino a momenti invece più spiccatamente comici e leggeri. 

Oltretutto nella serie vengono affrontati una grande varietà di concetti filosofici piuttosto fondamentali, come il valore della vita e la volubilità dell’animo umano davanti alle situazioni più spiccatamente stressanti e stringenti.

Insomma, da vedere.

Introduzione

Decim in una scena di Death Parade (2015) di Yuzuru Tachikawa

L’introduzione di Death Parade viaggia su due binari.

La primissima puntata – Death Seven Darts – introduce il più semplice degli scenari, per farci mettere il primo piede dentro la porta della serie: una coppia idilliaca di sposi si trova a scontrarsi in un gara apparentemente molto innocua di freccette.

Invece, già qui assistiamo alla prima escalation emotiva dei protagonisti: colpiti nei punti più sensibili, progressivamente si risveglia in loro la memoria delle ombre del loro rapporto, che li porta a scagliarsi gli uni contro gli altri in maniera sempre più feroce.  

Chiyuki in una scena di Death Parade (2015) di Yuzuru Tachikawa

Poi si cambia prospettiva.

La scena è riproposta dal dietro le quinte, dal punto di vista ancora molto ingenuo di Chiyuki, una giudice apparentemente molto improvvisata ed ingenua e che rimane sconvolta davanti alla crudeltà del gioco, e alla freddezza del giudizio…

…che, fin da subito, si rivela fallace.

Eterno

Decim e Chiyuki in una scena di Death Parade (2015) di Yuzuru Tachikawa

Il destino dell’umano è duplice.

Superando la banalizzazione del destino infernale e paradisiaco, il defunto viene in realtà messo nella condizione di essere scelto per un annullamento totale del suo essere, il vuoto, la caduta eterna dell’anima spogliata di ogni elemento di concretezza e vita

…oppure per essere salvato e riportato in un altro corpo terreno: anche nelle peggiori condizioni possibili, non ha comunque dato il peggio di sé, ma ha mantenuto nel complesso un comportamento dignitoso e che merita di continuare ad esistere.

Eppure non è così semplice.

Tatsumi in una scena di Death Parade (2015) di Yuzuru Tachikawa

Non vivendo le emozioni umane in prima persona, i giudici si illudono che questo test sia il metodo migliore per definire il valore di un’anima umana, proprio perché l’integrità di della stessa deve essere perpetua e inscalfibile neanche dai peggiori stimoli.

Invece, come ben ci racconta il detective nel suo duetto di puntate, è possibile per ogni essere umano dare il peggio di sé se messo nelle giuste condizioni – come dimostra lui stesso: prima un integerrimo poliziotto, infine uno spietato vigilante.

Per questo, la mancanza di empatia è così squalificante.

Emozione

I giudici sono delle bambole.

Dei burattini che vivono nella totale alienazione rispetto all’umano, che non le comprendono le sfumature, ma anche anzi propongono, in particolare Decim nelle sue prime battute, con una freddezza quasi meccanica i death game che definiscono il destino dei loro ospiti.

In questo modo, però, si perdono le infinite sfumature di significato che definiscono la complessità dell’umano, che non può essere giudicato solamente per una piccolissima parte della sua esistenza

In questo senso, il concetto di empatia si sviluppa su più livelli. 

Altro

L’umano è condannato per il suo egoismo.

I giochi mortali di Death Parade sono proprio per questo volti a comprendere quanto il defunto dia valore alla propria sopravvivenza e quanto invece sia disposto ad empatizzare con l’altro, perfino a sacrificarsi per lo stesso.

Un primo accenno di questa dinamica si vede quando Mayu Arita, una ragazzina apparentemente molto sciocca, sceglie di sacrificare la sua vita per il suo idolo, per arrivare a gettarsi nel vuoto pur di ritrovare l’anima di Harada.

Ma, soprattutto, Decim capisce il concetto dell’empatia grazie a Chiyuki.

Decim in una scena di Death Parade (2015) di Yuzuru Tachikawa

La ragazza era stata vittima della sua incomunicabilità, del suo essere incapace di esternare le proprie complesse emozioni, lasciando in vita persone che invece avrebbero potuto aiutarla, avrebbero potuto darle un nuovo motivo per vivere.

E quindi il suo grande insegnamento per Decim è il voler tornare in vita non per un proprio egoismo personale di rivivere e annullare la propria autodistruzione, ma piuttosto per colmare quel vuoto che ha lasciato negli altri.

E se un personaggio così austero come Decim riesce ad accennare un timido sorriso, c’è ancora speranza…