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Presence – Chi voglio essere?

Presence (2024) è la prima sperimentazione orrorifica di Steven Soderbergh.

A fronte di un budget piccolissimo – 2 milioni di dollari – nella sua breve corsa al cinema è stato un buon successo commerciale: 10 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla Presence?

Con una tragedia importante alle spalle, una famiglia si trasferisce in una nuova casa scoprendo…di non essere da sola. 

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Presence?

Assolutamente sì.

Presence è una delle più interessanti sperimentazioni horror degli ultimi anni, che gioca con la macchina da presa per raccontare una storia estremamente immersiva e che, anche a sorpresa, riflette sul potere dello sguardo…

…ma con un profondo tono drammatico e riflessivo, che lo allontana anche dal genere – nonostante sia stato pubblicizzato come tale – e lo avvicina a prodotti più intimisti come A Ghost Story (2017).

Insomma, da vedere.

Spettatore

Il più classico commento che troverete riguardo a questo film è che noi spettatori siamo la Presenza.

E, in effetti, almeno all’inizio è così.

Soderbergh carica il primo atto della pellicola, solitamente dedicato all’introduzione dei personaggi all’interno del genere di riferimento,con un taglio inedito: cominciamo a scoprire i personaggi nei loro dialoghi e nelle loro dinamiche…

…come se fossimo parte della scena.

Emergono così progressivamente le prime fratture interne, alcune del tutto limitate al poco che viene detto dai dialoghi – per esempio, tutto il dramma dei coniugi non viene mai totalmente rivelato, rimanendo solamente nell’aria in un non meglio compreso affare pericoloso di Rebekah.

Ma la protagonista indiscussa è sicuramente Claire, per sempre marchiata a fuoco – come ben raccontano anche i commenti del fratello – dall’overdose delle sue due amiche, dovendo interfacciarsi con la morte molto prima che la sua età glielo permetterebbe.

Ma il discorso non si ferma qui.

Impotenza

Il tema centrale del film è la potenza…

…e l’impotenza.

L’impotenza che passa da padre a figlia nel trovarsi intrappolata in una situazione ineluttabile, che non può controllare – e che, forse, non vuole neanche controllare – come ben racconta il sentito monologo di Claire, che si sente come intrappolata in una voragine dalle pareti di fango, da cui è impossibile uscire.

La stessa impotenza, in realtà, è anche quella della Presenza, che in non pochi momenti decide di isolarsi volontariamente in un angolo della stanza – l’armadio – e quindi della scena, senza poter veramente intervenire nella stessa, senza poter toccare, se non con il respiro, i suoi personaggi.

E neanche noi possiamo essere toccati.

Pochi sono i momenti in cui effettivamente lo sguardo della cinepresa passa dalla soggettiva della Presenza alla soggettiva di altri personaggi in scena; e uno dei più significativi è quando la presunta sensitiva cerca di toccarci e rivelarci attraverso lo specchio nel quale la Presenza non riesce mai a specchiarsi, e quindi a trovare concretezza.

Lo stesso personaggio, dalla morale mai veramente chiarita, è una figura impotente, l’unica che davvero capisce l’importanza della Presenza e che cerca di avvertire gli altri personaggi sulle conseguenze di quello che sta per succedere, ma solo con pochi omen che cadono nel vuoto.

Ma in realtà la scena può essere penetrata.

Potenza

Non sappiamo chi sia la Presenza.

Ma sappiamo che vuole intervenire.

Il suo passare da personaggio passivo a personaggio attivo è graduale, e comincia da un piccolo atto di gentilezza, un indizio per Claire ma anche una prima richiesta di permesso di poter entrare in scena, mettendo in ordine la sua camera mentre la ragazza è sotto alla doccia.

Un frangente che ci conferma che la Presenza può effettivamente agire, e che esplode nella scena in cui scopre che il fratello di Claire sta facendo lo stesso tipo di bullismo che ha portato a screditare, anche da morte, le due vittime, mostrando finalmente la sua i incontrollabile ira.

E questo binomio fra potenza e impotenza passa, infine, attraverso un personaggio insospettabile: Ryan.

Quello che non sembra altro che il nuovo interesse romantico della protagonista, si rivela invece progressivamente come un manipolatore che sfrutta subdolamente la più grande paura di Claire – non avere il controllo – per farla invece cadere sotto il suo totale dominio, drogando prima il fratello, poi lei.

Ed è a quel punto, nel momento della maggiore necessità di intervento, che voliamo insieme alla Presenza alla ricerca di aiuto, gridiamo cinematograficamente nelle orecchie di Tyler per risvegliarlo e farlo intervenire direttamente in una scena su cui non abbiamo il controllo, per lo slancio fatale che salva la sorella.

E, solo a quel punto, la Presenza può rivelarsi.

Nello sguardo angosciato della madre, ci ritroviamo finalmente nello specchio nei panni di Tyler, personaggio che ovviamente non aveva potuto essere il fantasma fino a quel momento, ma che infine lo diventa, raccontandoci come la Presenza non sia davvero una persona, ma un concetto. 

Lo slancio di potenza di poter penetrare la scena. 

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I Fantastici Quattro – Manca qualcosa?

I Fantastici Quattro – Gli inizi (2025) di Matt Shakman è il terzo tentativo di rilancio del quartetto supereroistico – e il primo tentativo dell’MCU.

Di cosa parla I Fantastici Quattro?

I Fantastici Quattro sono da ben quattro anni i paladini della loro città – e del mondo – pronti a salvare la Terra da ogni minaccia…oppure no?

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere I Fantastici Quattro?

In generale, sì.

Non mi sento di sbilanciarmi nel consigliarvi questo film semplicemente perchè è solo un piccolo, quasi minuscolo passo nella giusta direzione per l’MCU, che riesce, dopo diversi prodotti anche molto discutibili, a portare in scena un film complessivamente buono…

…ma ricco anche di diverse debolezze, che vi colpiranno più o meno a seconda di quanto riusciate ad appassionarvi all’estetica e al taglio del film, che ricerca fortemente l’elemento giocoso e fumettoso, pur non mancando di momenti profondamente drammatici.

Pubblico

In I Fantastici Quattro il pubblico siamo noi.

Proprio come per il contemporaneo Superman (2025), anche questa pellicola non affronta direttamente la origin story dei protagonisti, ma sceglie di far vivere allo spettatore l’emozione di aprire un fumetto senza saperne nulla di loro, introducendoli tramite un breve riassunto contenuto nella cornice dello spettacolo televisivo.

Una scelta molto intelligente e che si riassume nella battuta del presentatore, che si rivolge al pubblico diegetico ed extradiegetico per dire che sì, la storia la conosciamo già, ma è giusto raccontarla di nuovo con questi nuovi volti, partendo dalle origini e arrivando fino alle minacce più recenti – e prontamente debellate.

Ma la scelta di renderli personaggi pubblici è un’arma a doppio taglio.

Da un lato, permette alla pellicola di avere un taglio tutto sommato inedito, smarcandosi dalla classica origin story dell’eroe solitario, anzi, dando una valenza politica ai protagonisti che permette loro di essere nel complesso credibili nella gestione di un intero pianeta davanti ad una minaccia globale.

Dall’altra, lascia il dubbio che questa scelta sia dovuta anche al poco interesse generale dei personaggi dal punto di vista supereroistico e, per certi versi, anche umano: i Fantastici 4 sono umani e fallibili, ma al contempo godono di pochissime aree grigie effettivamente esplorabili.

E proprio qui si trova la maggiore debolezza della pellicola.

Conflitto

La definizione di un personaggio è soprattutto tramite il conflitto.

La sua maturazione, specificatamente all’interno di una origin story, è definita proprio dai conflitti interni – con familiari, amici e altri personaggi di importanza emotiva – ed esterno – con il pubblico, il villain di turno, o entrambi.

E questo è un elemento drammaticamente carente in I Fantastici 4.

Nonostante ci fossero grandi possibilità di sfruttare drammaticamente sia Pedro Pascal che Vanessa Kirby – che comunque, quando possono, brillano in questo senso – gli stessi sono intrappolati all’interno degli stretti confini dei loro personaggi, avendo poco spazio per raccontarsi in maniera significativa.

Infatti il fulcro emotivo della pellicola – il neonato Franklin – e il suo utilizzo creano indubbiamente dei conflitti interni ed esterni: Sue e Reed si interrogano ripetutamente sia sulla vera natura del figlio, sia su quanto siano disposti a sacrificarlo o anche solo metterlo in pericolo per la salvezza del mondo. 

Eppure, manca qualcosa. 

La risoluzione delle fratture interne, nonostante la pellicola cerchi in più momenti di sottolinearne l’importanza, è fin troppo immediata e semplicistica: sembra come se ai personaggi basti scambiarsi poche parole nella scena successiva per ricomporre immediatamente l’unione interna del gruppo.

Invece, quanto avrebbe giovato in questa dinamica rendere significativo e continuo il conflitto del quartetto, soprattutto fra Sue e Reed, banalmente chiudendo delle scene con pensati silenzi o anche solo mancate risoluzioni, per poi cercare le stesse attraverso lo scontro con Galactus e i suoi pesanti dilemmi morali.

Invece, è come se rimanesse tutto in superficie.

Ma ci sono alcuni personaggi che questa mancanza la soffrono più di altri…

A parte

In I Fantastici Quattro è come se alcuni personaggi vivessero una storia a parte.

Lato eroi, il più sacrificato drammaticamente è Johnny Storm: come la linea comica funziona perfettamente nei tempi e nei modi, il lato più drammatico della sua indagine parallela è spalmato disordinatamente nella pellicola, emergendo in alcuni punti ma senza che lo stesso abbia un valore così significativo.

In particolare, risulta mal costruito l’arrivo al potenziale sacrificio nel finale, per cui non bastano pochi momenti in cui Johnny cerca di intervenire per giustificare l’importanza emotiva di quella scelta – che, in fin dei conti, è tutta sulle spalle di Sue, forse unico personaggio che davvero può godere di un dramma importante all’interno della pellicola.

Un problema analogo si ritrova anche nella gestione di Shalla-Bal, personaggio che speravo riuscisse a distaccarsi in maniera netta dalla gestione superficiale della sua controparte del film del 2007, per cui erano bastate poche parole di Sue Storm per farlo rinsavire.

Invece, nonostante la gestione sia complessivamente migliore, la costruzione del suo ripensamento è molto più discontinua e, anche se le parole di Johnny sono ben più incisive, le stesse non bastano a reggere sulle spalle un cambio di passo così importante, con un ripensamento che avviene quasi del tutto fuori scena.

Ma, lato villain, l’apparenza sembra vincere sulla sostanza.

Eccesso

I Fantastici 4 funziona nei suoi toni fumettosi…

…finché risulta credibile.

Purtroppo il taglio giocoso presentato fin dall’inizio non basta a giustificare la gestione di Galactus, personaggio che, per il lato estetico, è assolutamente impeccabile, portando sullo schermo uno degli antagonisti più iconici della Marvel con uno dei character design più azzeccati degli ultimi anni…

…ma che, invece, lato profondità narrativa, finisce vittima della classica trappola tipica di molti altri prodotti MCU: avere un’importanza ridotta per evitare di oscurare gli eroi protagonisti, finendo per essere veramente poco incisivo e fin troppo banale per un cinecomic uscito nel 2025.

Soprattutto, considerando come il quartetto sceglie di sconfiggerlo.

Se idealmente funzionava molto bene l’idea della consapevolezza dei quattro di non poterlo sconfiggere fisicamente, per quanto potesse essere anche accettabile il piano di spostamento dell’intera Terra sotto al suo naso – nonostante, più credibilmente, venga poi vanificato in un battito di ciglia…

…il piano di Reed risulta poco credibile persino in questo contesto.

La scelta di creare un piano così blando, una trappola così evidente senza neanche provare a nasconderla, va a sminuire da un lato la credibilità di Reed come uomo più intelligente del mondo, dall’altra l’importanza di Galactus, potenza millenaria che, evidentemente, non può farsi sconfiggere da un trucco così palese.

E se, per ovvi motivi, si fa il confronto con Superman proprio su questi ultimi punti, il risultato è abbastanza desolante – soprattutto se vogliamo considerare I Fantastici Quattro un punto di ripartenza per l’MCU.

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2025 Avventura Cinecomic Comico DCU Dramma familiare Dramma romantico Drammatico Fantascienza Fantastico Film Nuove Uscite Film Racconto di formazione Superman

Superman – Ancora più in alto

Superman (2025) di James Gunn è una delle più grandi scommesse cinematografiche e produttive degli ultimi anni: sfidare un colosso come la Marvel al suo stesso gioco.

A fronte di un budget piuttosto impegnativo – 225 milioni di dollari – ha aperto molto bene nella prima settimana, riuscendo già quasi a pareggiare i costi produttivi.

Di cosa parla Superman?

Come può un superumano che vuole solo il bene e la giustizia scontrarsi con una società interessata solo al profitto e all’immagine pubblica? Con qualche difficoltà…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Superman?

David Corenswet (Superman) e Krypto in una scena di Superman (2025) di James Gunn

Assolutamente sì.

Gunn si è posto una sfida via via sempre più difficile, riuscendola a superare brillantemente in ogni sua parte, forte di una profonda consapevolezza del mercato attuale e dell’evoluzione del genere negli ultimi decenni, vincendo, in in certo senso, dove The Boys ha più volte fallito.

E così, come il suo Superman prende le mosse da nientedimeno che il classico del ’78, ereditandone la capacità di equilibrare i toni più fumettosi – e, per certi versi, ormai tipici di Gunn – riesce a rendersi attuale in un contesto geopolitico anche fin troppo reale, che quasi spaventa nella sua puntualità e potenza.

Insomma, non ve lo potete perdere.

Medias res

David Corenswet (Superman) in una scena di Superman (2025) di James Gunn

Se Gunn non aveva già una sfida abbastanza ardua nel riportare l’Azzurrone al cinema dopo gli scempi di snyderiana memoria...

…se n’è posto uno ancora più importante: non voler raccontare un’origin story.

Infatti, al pari al grande colpo di genio di Spiderman: Homecoming (2016), il Kal-El di Gunn arriva in scena come eroe già formato, anzi che fa fatica ad inserirsi all’interno di un panorama di metaumani già piuttosto affollato, e si trova già nel mirino del signore della guerra di turno: Luthor.

Eppure, non gli manca niente.

David Corenswet (Superman) in una scena di Superman (2025) di James Gunn

L’eroe kryptoniano è raccontato fin da subito nei suoi tratti essenziali – la bontà innata, il senso di giustizia – sempre con uno sguardo al suo passato, alle sagge figure dei genitori che accompagnano il suo viaggio sulla Terra e che lo portano a battersi per la stessa…

…anche contro il proprio stesso governo, non avendo conoscenza, anzi proprio dimostrandosi molto ingenuo davanti ad un mondo scandito dagli interessi del potente di turno, in un delicato equilibrio politico che porta inevitabilmente alla distruzione del paese con meno armi da imbracciare.

E, proprio nella sua imperfezione, Superman vince.

Umano

David Corenswet (Superman) in una scena di Superman (2025) di James Gunn

Il Superman di Corenswet è più Klark che Kal-El.

Ed è una scelta fondamentale.

Potenzialmente un motivo di scarsa attrattiva del pubblico per il personaggio era – al pari del noto disastro mediatico di Captain Marvel – il suo essere fondamentale invincibile e fin troppo buono per riuscire a conquistare le simpatie di un pubblico che avrebbe visto un eroe fin troppo lontano dal suo quotidiano.

David Corenswet (Superman) in una scena di Superman (2025) di James Gunn

E, proprio per questo, Gunn opera in due direzioni fondamentali.

Da una parte, rende Superman un personaggio facilmente fallibile: il protagonista crolla, si spezza, viene costantemente insidiato da piani omicidi devastanti e, non poche volte, Kryptonite o non Kryptonite, ha bisogno di riposo e di rigenerarsi per scendere nuovamente in campo.

In questo modo la sua vittoria non è affatto scontata, anzi viene continuamente messa in discussione, rendendo per questo fondamentale l’aiuto di altri personaggi che, anche se meno forti di lui, si rivelano fondamentali, portandolo al vittorioso scontro finale contro i super soldati di Luthor.

Dall’altra, Gunn vuole parlare soprattutto di Clark, non di Kal-El.

Infatti, nella visione di Gunn la maschera umana del Superman di Reeves diventa l’effettiva personalità di Corenswet, che, poteri permettendo, è una persona molto comune e profondamente buona, che agisce secondo la propria morale, senza lasciarsi scalfire da interessi altri.

Non a caso, Superman vuole salvare tutti, e viene anzi rimproverato da Mr. Terrific per il suo perdere tempo a salvare singoli civili e non avere l’occhio puntato sull’insieme della minaccia complessiva, diventando, a suo modo, l’emblema dell’eroe della porta accanto.

Per questo, il contrasto con Luthor è così fondamentale.

Strati

Nicolas Hoult (Luthor) in una scena di Superman (2025) di James Gunn

Quando pensi di aver capito il Luthor di Nicholas Hoult…

…Gunn ha appena cominciato a sorprenderti.

Il villain appare fin da subito nella sua profonda – e, apparentemente, ingiustificata – avversione nei confronti del protagonista, che inizialmente pare scaturita unicamente dal fatto che l’Azzurrone gli ha messo i bastoni fra le ruote nelle sue spietate – e, purtroppo, molto attuali – mire politiche ed economiche.

Questo aspetto viene anzi esasperato sia nel racconto della prigione personale nel Mondo Tasca, sia, soprattutto, nel progressivo svelarsi del suo piano, che sembra fare il verso a Luthor del ’78 – con anche una nota particolarmente fumettosa nell’idea che voglia diventare il re di un’utopia di sua stessa creazione.

E, invece, Luthor è molto più di questo.

Nicolas Hoult (Luthor) e David Corenswet (Superman) in una scena di Superman (2025) di James Gunn

Il magnate racconta un’invidia profondamente umana, di non potersi confrontare ad armi pari con una potenza sconosciuta ed apparentemente invincibile, che lo rende così impotente e incattivito dal voler creare dei metaumani in provetta fatti apposta per poterlo fronteggiare e, possibilmente, sconfiggere definitivamente…

…al punto da rendersi protagonista di un angosciante conflitto geopolitico, giusto per darsi un motivo più terreno e comprensibile per potersi illudere di avere ancora il pieno controllo su un mondo popolato da mutanti che superano di diverse lunghezze ogni possibile invenzione umana.

Superman 2025 Luthor

Nicolas Hoult (Luthor)) in una scena di Superman (2025) di James Gunn

Per questo, la sua sconfitta è morale, non fisica.

Luthor si impunta fino all’ultimo per battere moralmente e mentalmente Superman, tanto che, anche quando è ormai sconfitto, si imbarca in un sentitissimo monologo in cui cerca di ribadire la sua posizione politica superiore rispetto al metaumano, la sua possibilità ancora di poterlo schiacciare…

…per essere invece interrotto dall’aggressione di Krypto, apparentemente solo una gag, in realtà il primo atto della completa umiliazione di Luthor, che appare infine scornato sia fisicamente sia, soprattutto, moralmente, sconfitto dalle sue stesse armi mediatiche che gli si rivoltano contro.

Ma, tutto il resto?

Affollamento

Una delle più grande critiche alla pellicola è il sovraffollamento della scena…

…che invece, metanarrativamente, io ho trovato perfetto.

Superman infatti non è solamente un film sul primo supereroe, ma bensì il primo film di un universo in divenire, per cui Gunn sparge abbondantemente i primi semi, raccontandoci un mondo già formato che si dischiude davanti ai nostri occhi, ricchissimo di personaggi da scoprire e riscoprire.

Nathan Fillion (Guy Gardner) e David Corenswet (Superman) in una scena di Superman (2025) di James Gunn

Fra le note di merito indubbiamente la Justice Gang, versione ancora in nuce della futura Justice League – punto di arrivo fondamentale per un reboot DC – in cui spicca il mio personaggio preferito probabilmente del film: Guy Gardner, la prima Lanterna Verde, che comincia a mettere le basi per un personaggio cinematograficamente in passato fin troppo bistrattato.

Oltre a questo, l’affollamento della scena è fondamentale per definire Superman stesso.

Proprio nel suo poter essere sconfitto e messo alla prova, Superman ha bisogno del costante aiuto degli altri personaggi, che non sono semplici figurine sullo sfondo, ma fondamentali tasselli del quadro più grande della scena, ognuno con la propria – anche piccola – funzione che porta al definitivo trionfo del protagonista.

E, arrivati a questo punto, per un nuovo Superman non ci si poteva sperare in nulla di più grandioso.

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F1 – Seminare il canovaccio

F1 (2025) è il secondo film in ambito sportivo ad opera di Joseph Kosinski, già regista di Top Gun Maverick (2023)

Di cosa parla F1?

Sonny è un ex star delle corse ormai ridotto a bazzicare per tornei minori e senza una meta. Ma un’occasione imperdibile sta per stagliarsi all’orizzonte…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere F1?

Brad Pitt in una scena di F1 (2025) di Joseph Kosinski

Assolutamente sì.

Per quanto l’eventuale mancata passione per le corse potrebbe frenarvi, F1 è molto più che un film di corsa: Kosinski prende un canovaccio piuttosto classico per questo tipo di produzioni e lo smentisce costantemente, portando in scena una storia decisamente più genuina e coinvolgente.

Oltretutto, anche se si potrebbe tacciare il regista di accomodarsi all’interno di uno piano inquadrature alla lunga ripetitivo, lo stesso è talmente funzionante e coinvolgente, talmente capace di trascinarti in scena e di farti vivere in prima persona la corsa, che glielo si può decisamente perdonare.

Insomma, da non perdere.

Prevedibile

Brad Pitt in una scena di F1 (2025) di Joseph Kosinski

Fin dalle sue prime battute, la storia di F1 potrebbe sembrare estremamente prevedibile.

In effetti bastano poche inquadrature ben pensate per offrire allo spettatore un’immagine quanto mai tridimensionale e definitiva del protagonista: Sonny è un personaggio ormai ai margini, che vive alla giornata e che non ha alcun interesse verso i premi che inevitabilmente fa vincere alla sua squadra.

Ma il suo disinteresse è solo apparente.

Brad Pitt e Javier Bardem in una scena di F1 (2025) di Joseph Kosinski

L’entrata in scena di Ruben getta una luce nuova sul protagonista, e ne svela il profondo timore che lo attanaglia: aver già avuto la sua occasione ed averla buttata via e, per questo, essere ormai destinato appunto ai margini, senza poter fare altro che vivere di piccole e insignificanti vittorie.

Ma già in questo frangente Kosinski riesce a sorprenderci.

Squadra

Brad Pitt e Damson Idris in una scena di F1 (2025) di Joseph Kosinski

Sarebbe stato fin troppo semplice creare un amaro contrasto fra Sonny e Noah basato sulla bravura del primo.

Invece, F1 sceglie un’altra strada.

La discesa in pista non è un punto di arrivo, ma il primo passo con cui entrambi i personaggi cominceranno un percorso non scontato per raggiungere l’effettivo traguardo prospettato dalla pellicola: saper lavorare di squadra e, soprattutto, vivere non per la vittoria, ma per la corsa stessa.

Damson Idris in una scena di F1 (2025) di Joseph Kosinski

Infatti Sonny non è un effettivo avversario per Noah, ma prima un ostacolo, un’ombra sulle sue possibilità di carriera, e poi un cattivo maestro che lo spinge più o meno indirettamente verso la catastrofe – e, in quel contesto, gli ruba anche il posto nella squadra…

…oppure no?

Nella realtà, Sonny e Noah imparano l’uno dall’altro: l’ex stella delle corse riesce a tornare in contatto con la pista che era per lui croce e delizia, riprovando e risbattendo la testa sui suoi errori ed eccessivi slanci, ma, questa volta, portandosi effettivamente qualcosa a casa…

Brad Pitt in una scena di F1 (2025) di Joseph Kosinski

…e Noah esce dalla sua bolla controllata di successo costruito su misura e dal soffocante individualismo con cui è stato cresciuto, e riesce a ritrovare le connessioni con la squadra e con la passione effettiva per l’emozione in pista, che prescinde da qualsiasi tipo di trofeo puramente materiale.

Ma il successo di F1 nel raccontare questo percorso sta proprio nel senso della misura.

Misura

Anche per quanto riguarda il frangente delle corse, c’era una via più semplice da seguire.

Ma non è quella di F1.

Sarebbe stato quasi scontato rendere l’adrenalina della corsa la vera protagonista della scena, ed ingozzare lo spettatore di continui incidenti ed emozioni di facile resa, finendo di fatto  soffocare tutto quello che gli stava intorno, finendo per portare in scena, con ogni probabilità, una storia di breve respiro e poco strutturata.

Al contrario, F1 dà il giusto spazio alla corsa, costruendola su un preciso piano inquadrature che spazia dal primo piano, al primo piano stretto, al dettaglio, alla soggettiva e alle varie riprese di una manciata di secondi su tutto quello che circonda la pista, così da abbracciare l’intera scena in ogni sua parte, in ogni singola emozione.

E, al contempo, ci fa attendere la gara proprio come gli stessi protagonisti, e dà ad ogni appuntamento un valore preciso, di passaggio o di arrivo per la storia dei protagonisti, fino a giungere alla gara finale, che diventa la sintesi del rapporto dei protagonisti e del loro percorso…

…ma togliendole valore, in un certo senso, con l’epilogo, che conferma ancora una volta come Sonny non avesse interesse per il premio, il riconoscimento in sé, ma per l’emozione della strada per raggiungerlo, il brivido inarrivabile della corsa.

E ora, dovrà solo ricercarlo altrove.

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Dragon Trainer – Il linguaggio della consapevolezza

Dragon Trainer (2025) di Dean DeBlois è il remake dell’omonimo classico della Dreamworks del 2008.

Di cosa parla Dragon Trainer?

In un mondo immaginario dove i vichinghi combattono per la loro sopravvivenza con i draghi, Hiccup è un ragazzo così fuori posto…da cambiare il suo stesso ambiente sociale.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena vedere Dragon Trainer?

Assolutamente sì.

Nell’attuale panorama disastroso dei live action, Dragon Trainer, nel suo piccolo, fa scuola con un prodotto che non è, per una volta, né un bait per creare discussione online, né un becero tentativo di riposizionarsi politicamente…

…ma semplicemente un’opera che vuole riportare in scena un prodotto che ormai è un classico, per ovvie finalità economiche, ma mostrando una particolare attenzione nel passaggio fra due linguaggi differenti, con una consapevolezza, purtroppo, attualmente molto rara da trovare in produzioni analoghe.

Consapevolezza

Cosa distingue il live action di Dragon Trainer dalle analoghe produzioni Disney?

In una parola, la consapevolezza.

Infatti, i remake degli ultimi anni hanno due ordini di problemi: da una parte, la mancanza di consapevolezza della storia e dei significati, anche piuttosto immediati, che racchiude al suo interno, peccando di pigrizia e superficialità nel riportarli in scena.

Hiccup e Sdentato in una scena del live action di Dragon Trainer (2025) di Dean DeBlois

L’esempio più recente è Lilo & Stitch (2025), che riesce a sbagliare anche le cose più semplici proprio per la suddetta mancanza di consapevolezza: fra gli altri, escludere l’importante simbologia dell’introduzione di Lilo che trova – e non trova – il suo posto fra le ballerine – e, per estensione, nel mondo.

Al contrario, Dragon Trainer, forte anche di avere alla guida il creatore dell’opera originaria, dimostra di aver compreso i punti fondamentali della storia e di riuscire così a riportarli – e in parte anche a rinnovarli – in scena, senza mancare nessun passaggio fondamentale, soprattutto di fronte ad una necessità non trascurabile.

Ovvero, adattare la storia alla rinnovata agenda politica della major.

Su questo punto è sufficiente aprire una breve parentesi, in quanto la Dreamworks è semplicemente riuscita a scampare tutti i passi falsi della Disney, riuscendo a contestualizzare e, di conseguenza, a valorizzare la multiculturalità del nuovo cast con poche e semplici battute.

Per questo non mi ha per nulla disturbato l’eliminazione della dinamica comica iniziale in cui nessuno dei vichinghi voleva seguire Stoick nella sua missione suicida, ma anzi ho apprezzato che la scena sia diventata un momento di valorizzazione dell’unione fra diversi popoli di diverse provenienze per un nemico ed un obbiettivo comune.

Fra l’altro, un tema drammaticamente contemporaneo.

Ma non è l’unico pregio in termini di consapevolezza.

Mezzo

Hiccup e Sdentato in una scena del live action di Dragon Trainer (2025) di Dean DeBlois

Una grave, anzi gravissima colpa dei live action Disney è spesso l’inconsapevolezza del mezzo.

Non di rado infatti questo tipo di produzioni nell’adattamento fra animazione e live action non riescono a maneggiare adeguatamente quest’ultimo, finendo o per portare in scena situazioni perfettamente funzionanti in 2D ma molto meno nelle riprese con attori reali – in questo senso gli esempi del live action del Re Leone (2019) si sprecano…

…oppure, semplicemente, scardinano l’impianto spesso favolistico dell’originale, per portare invece in scena un realismo fin troppo crudo e fuori luogo, che finisce per togliere significato all’opera tutta – in questo senso, Peter Pan & Wendy (2023) pullula di situazioni questo tipo, riuscendo persino a non comprendere i punti fondamentali dell’opera letteraria.

Hiccup e Gambedipesce in una scena del live action di Dragon Trainer (2025) di Dean DeBlois

Invece, Dragon Trainer raccoglie queste inconsapevolezze e le fa sue in senso positivo – e in due direzioni.

La prima, è un buon equilibrio fra il reale e l’animato: le atmosfere mantengono i toni più idealizzati e semplicistici dell’originale, ma al contempo si arricchiscono di fondamentali tocchi di reale, senza mai sbilanciarsi né da una parte né dall’altra.

La seconda, riuscire ad adattare la scena ai nuovi termini del prodotto, anche facendo sagge scelte di omissione.

Dragon Trainer Live action

Hiccup e Sdentato in una scena del live action di Dragon Trainer (2025) di Dean DeBlois

L’esempio più virtuoso in questo senso è la scena del pesce: tutta la dinamica del primo segno di pace fra Hiccup e Sdentato nell’originale aveva dei toni estremamente umoristici e propri del linguaggio animato, così che la scena venisse giustamente caricata di toni che altresì in live action sarebbero risultati estremamente posticci.

Per questo il film sceglie consapevolmente di eliminare il cambio di umore di Sdentato – con la posa tipica di un cane e le pupille si ingrandiscono per renderlo più amichevole e coccoloso – e carica invece di un realistico disgusto il cibarsi del protagonista del pesce rigurgitato del drago, con l’interessante particolare dei resti del cibo che rimangono sulla bocca di Hiccup.

Pochi tocchi di colore, ma che dimostrano quanto è stata salda la mano di Dean DeBlois nel gestire la sua storia anche nella nuova versione.

Eppure, Dragon Trainer si porta dietro un peso non indifferente.

Cambiamento

Astrid in una scena del live action di Dragon Trainer (2025) di Dean DeBlois

Uno dei pochissimi punti deboli dell’originale animato era il personaggio di Astrid.

La sua evoluzione è problematica per più motivi: parte come una sorta di villain secondario, definita costantemente come velenosa e aggressiva, caricandola anche di un bagaglio espressivo piuttosto impegnativo, per poi renderla, nel terzo atto, una pixie girl da manuale.

Infatti è abbastanza straniante il suo comportamento nei momenti finali della pellicola, in cui il problema non è tanto il cambio abbastanza repentino di umore nei confronti di Hiccup, ma quanto è evidente che il suo personaggio viva in funzione dello stesso, come ben racconta lo scambio che apre l’atto terzo:

– What are you going to do about it?
– Probably something stupid.
– Good, but you already done that.
– Probably something crazy.

– Cosa pensi di fare
– Probabilmente qualcosa di stupido.
– L’hai già fatto.
– Allora una pazzia.
Hiccup e Astrid in una scena del live action di Dragon Trainer (2025) di Dean DeBlois

E nel live action?

Evidentemente consapevole di queste debolezze, il regista ha in parte riscritto la figura di Astrid ammorbidendone i toni, sia per toglierle quella carica espressiva che sarebbe risultata quasi caricaturale all’interno di un live action, sia rendendo più credibile il cambiamento di atteggiamento nel corso dell’opera.

Il problema è che in questo modo Astrid risulta molto meno incisiva, nonostante i timidi tentativi di darle un background politico più consistente – la figlia di nessuno – limitato ad una scena e mai più ripreso, portandola ad essere particolarmente compiaciuta – con, forse, un velato sottofondo erotico? – nei confronti di Hiccup.

Hiccup e Astrid in una scena del live action di Dragon Trainer (2025) di Dean DeBlois

Troviamo così un personaggio poco definito, che vive nell’ombra della sua controparte animata, soprattutto nei momenti in cui dovrebbe ricalcarla pedissequamente – uno nello specifico: alla fine della prova a due, nell’originale Astrid esplodeva di rabbia per aver perso, e sputava praticamente in faccia a Hiccup la sua furia:

Late for what, exactly?

In ritardo per cosa, esattamente?

Dragon Trainer live action

Un frangente adatto solamente ad un personaggio che ha goduto fino a quel momento di un climax esplosivo, che la portava a rivolgersi al protagonista con il volto paonazzo e gli occhi iniettati di veleno, elemento inaccettabile per la versione live action, che, infatti, si limita a riportare la suddetta battuta con poca convinzione.

Hiccup e Astrid in una scena del live action di Dragon Trainer (2025) di Dean DeBlois

La medesima debole incisività si riscontra anche, in parte, in altri due personaggi che non hanno vissuto adeguatamente il passaggio: Gambedipesce e Testabruta.

Nello specifico il primo non riesce efficacemente a riportare la grande eccitazione intellettuale del personaggio – forse non aiutato da una regia particolarmente incisiva – mentre la seconda è, per ignoti motivi, non la gemella di Testaditufo, e risulta anche per questo molto più sbiadita nel confrontarsi con la massiccia presenza del fratello.

Ma si tratta di poche mosche bianche all’interno di un panorama di attori estremamente vincenti, in cui sicuramente esaltano Gerard Butler e Nick Frost, entrambi perfettamente in parte, oltre ad un ottimo Hiccup, che è la ripresa precisa della sua controparte…

…e, soprattutto, a sorpresa, Moccicoso, che, per quanto forse non abbia il physique du role, ha abbracciato perfettamente il suo personaggio, caricandolo anche di un suo arco evolutivo che fa da eco a quello del protagonista.

Insomma, qualche passo falso del tutto perdonabile all’interno di un prodotto che dovrebbe diventare il punto di riferimento per i live action di oggi.

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Lilo & Stitch – La storia che già conoscevi

Lilo & Stitch (2025) di Dean Fleischer Camp è il remake live action dell’omonimo Classico Disney del 2002.

Di cosa parla Lilo & Stitch?

Lilo è una ragazzina che può contare solo su sua sorella, ma finalmente potrebbe trovare l’amico perfetto per lei…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Lilo & Stitch?

In generale, no.

Purtroppo, già il Classico aveva qualche problema nello scioglimento della vicenda, ma era altresì molto forte nel suo antefatto e nella parte centrale, sforzandosi di dare una struttura coerente alla narrazione, e riuscendo nel complesso a portare in scena un prodotto ben riuscito.

Al contrario, il suo corrispettivo live action fallisce già solamente nelle sue premesse, ma ancora di più nel costruire disordinatamente una trama che si basa su un pericolosissimo presupposto: lo spettatore conosce già la storia, quindi non ha bisogno che gliela racconti davvero di nuovo.

In altri termini, un piccolo disastro.

Fretta

Stitch in una scena del live action di Lilo e Stitch (2025) di Dean Fleischer Camp

L’antefatto di Lilo & Stitch, per nessun chiaro motivo, è pervaso da una devastante fretta.

L’antefatto del Classico, con cui è impossibile non fare un paragone, era breve ma efficace nel mettere in scena i personaggi e le loro dinamiche, creando anche un piccolo ma efficace climax narrativo che portava Stitch a scappare e il Dr. Jumba ad essere riportato in scena con un nuovo obbiettivo.

Al contrario, il live action recupera solo le parti essenziali dell’attacco e le comprime all’interno di un’introduzione che si basa, come detto, sul pigro presupposto che le vicende raccontate siano già ben note allo spettatore, e quindi non ci sia bisogno di raccontarle effettivamente, ma solo di riassumerle.

In questo modo i personaggi non hanno il minimo tempo di respirare e di posizionarsi in scena, diventano le pallide ombre delle loro ben più iconiche controparti a due dimensioni, e questo non aiuta anche a farci distogliere l’attenzione dal loro drammatico character design, che ricorda il ben noto caso dell’Ugly Sonic.

Ma, riguardo alla coppia Dr. Jumba e Pleakley, si può aprire una parentesi parzialmente positiva. 

Alternativa

Con l’ottima eccezione di Stitch, i personaggi alieni ci accompagnano verso una devastante uncanny valley.

E il film, a suo modo, ne è consapevole.

Sarebbe stato veramente difficile dare personalità e spessore, financo espressività, a personaggi il cui character design funziona così bene nell’animazione tradizionale e assomiglia così tanto ad un incubo lovecraftiano nella versione a tre dimensioni – fra l’altro, per un assurdo ed incomprensibile principio di renderli il più realistici possibile.

Jeff Braff in una scena del live action di Lilo e Stitch (2025) di Dean Fleischer Camp

Per questo, la maggior parte del loro screentime è nelle vesti umane.

La scelta della coppia di attori in questo senso è stata forse la più azzeccata dell’intera pellicola, in quanto i due – particolarmente Billy Magnussen nei panni di Pleakley – sono riusciti davvero ad abbracciare la fisionomia e i caratteri dei personaggi, e a portare in scena una storia nel complesso abbastanza coerente, per quanto poco memorabile.

Ma il vero problema è l’assenza di Gantu.

Per quanto per certi versi la sua presenza potesse sembrare del tutto accessoria all’interno del Classico originale, al contrario era essenziale per inserire un villain finale veramente temibile e che caricasse di una – a tratti pure eccessiva – drammaticità lo scioglimento della vicenda…

…e, soprattutto, per non intaccare la personalità di Jumba, che doveva rimanere un personaggio grigio, un po’ cattivello ma, nel complesso, positivo: un adorabile pasticcione incapace di gestire la sua creazione, anche nel suo picco finale di totale follia.

Tuttavia, dovendo prendersi sulle spalle la grande mancanza del suddetto villain finale, finisce per diventare inutilmente cattivo, financo genuinamente crudele nei confronti di Lilo, particolarmente nella scena dove la attira in casa sua distruggendo tutti i suoi importanti ricordi.

Ma fosse lui il problema…

Svuotata

Stitch in una scena del live action di Lilo e Stitch (2025) di Dean Fleischer Camp

Uno degli elementi che più contraddistingueva Lilo & Stitch da molti altri Classici Disney era l’ambiguità di Lilo.

Per questo nel 2002 le si era lasciato così tanto spazio all’inizio per raccontarla nelle sue manie e nella sua incontenibile aggressività, proprio a tratteggiare una bambina problematica che aveva sofferto moltissimo la perdita dei genitori, e che per questo viveva nell’inconsapevolezza di un mondo tutto suo...

…non riuscendo a trovare il suo posto, né nel complesso di danza, né altrove.

Stitch e Lilo in una scena del live action di Lilo e Stitch (2025) di Dean Fleischer Camp

E per questo era altrettanto importante che si confrontasse con un personaggio così caotico come Stitch, e che entrambi riuscissero a superare la loro inconsapevolezza nei confronti del mondo – potremmo quasi dire egoismo – riuscendo invece ad abbracciare una fondamentale scala di valori.

Per questo la banalizzazione del live action fa ancora più male.

Stitch, Lilo e Nani in una scena del live action di Lilo e Stitch (2025) di Dean Fleischer Camp

Non sapendo tratteggiare Lilo se non all’ombra della sua controparte del 2002, il film le toglie ogni profondità e la rende semplicemente un personaggio cattivo che non si rende conto di esserlo, dovendo tra l’altro dirlo esplicitamente, vivendo sempre nella grande paura delle produzioni odierne che il pubblico non riesca a seguire neanche la più semplice delle storie.

Così la giovane protagonista diventa progressivamente un personaggio ancillare rispetto a Nani, andando a togliere ogni tipo di valore all’atto centrale, che era fondamentale per definire come l’inconsapevolezza di Lilo distruggesse ogni possibilità della sua famiglia di esistere…

Lilo & Stitch live action

Stitch in una scena del live action di Lilo e Stitch (2025) di Dean Fleischer Camp

…tramite una serie di gag che rappresentano la sezione più iconica del Classico di partenza e che vengono indegnamente banalizzate in una serie di siparietti oltre che ripetitivi, inutilmente definiti dalla più blanda comicità slapstick e a misura di bambino.

Una dinamica che purtroppo si riflette anche negativamente su Stich, sostanzialmente privato del suo fondamentale – quanto imperfetto – arco evolutivo, diventando semplicemente e banalmente caotico e con un cambiamento per nulla costruito nel finale.

Ma non manca anche il frangente squisitamente politico…

Vincente

Nani deve essere una vincente.

Una purtroppo grave piaga delle produzioni mainstream degli ultimi anni è la necessità di parlare al pubblico femminile, risultando al contempo del tutto incapaci di farlo, rendendo spesso le protagoniste obbligatoriamente aderenti ad un modello standard di successo che consentirebbe loro il riscatto…

…andandole invece unicamente a rinchiudere in un nuovo stereotipo.

Così Nani non può intraprendere una maturazione legata alla cura di Lilo e alla creazione di una famiglia sana, ma deve obbligatoriamente essere un genio della biologia che si deve trattenere dal realizzare il proprio destino per via della famiglia che le è stata imposta.

Stitch e Nani in una scena del live action di Lilo e Stitch (2025) di Dean Fleischer Camp

E la risoluzione del problema, pur non così soddisfacente nella pellicola originale, è così palesemente programmatica all’interno del live action, al punto che gli altri personaggi – Lilo per prima – finiscono per orbitare intorno alla figura di Nani e alla sua realizzazione, non servendo per molti versi a nient’altro.

Di conseguenza, il sogno di Ohana che ci ha accompagnato per decenni viene totalmente banalizzato nella sua importanza di raccontare una famiglia diversa, ma che comunque può trovare la sua felicità e compattezza, con l’ennesima major che vuole dimostrarsi dalla parte delle donne…

…ma negando loro, di fatto, qualsiasi tipo di complessità.

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2025 Avventura Dramma familiare Dramma romantico Dramma storico Drammatico Film Horror

Sinners – Un brandello di orribile libertà

Sinners (2025) di Ryan Coogler, in Italia noto anche come I peccatori, è un western horror con protagonista Michael Jordan.

A fronte di un budget piuttosto importante, è stata una delle rivelazioni del box office di quest’anno, riuscendo quasi a quadruplicare il suo budget.

Di cosa parla Sinners?

Mississippi, 1932. I gemelli Smokestack tornano dopo sette anni nel loro paese natale, sicuri di poter diventare padroni della vita notturna locale. Ma il loro più grande ostacolo è ancora tutto da scoprire…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Sinners?

Assolutamente sì.

Sinners è uno di quei film che riesce a sorprenderti in un panorama cinematografico che sembra ormai saturo del tema, ma che invece lo reinterpreta in una chiave piuttosto brillante, che prende l’eredità dal nuovo horror sociale di Jordan Peele e lo rimescola con altri generi del tutto inaspettati.

A questo si aggiunge una scrittura piuttosto sottile ma ben strutturata, che fa sue le dinamiche del più classico whodunit, ma le esprime con grande abilità in un ultimo atto definito dalla ricerca del colpevole, che sfocia in una riflessione dolorosa e inaspettata nelle sue ultime battute.

Antefatto

Per Sinners l’antefatto è di assoluta importanza.

E non solo perché per questo tipo di pellicole è fondamentale creare una tensione iniziale per mostrare un intrigante punto di arrivo, ma anche perché definisce già il peculiare incontro fra generi molto diversi: un dramma in costume ma con dei tratti western, a cui si aggiunge un enigmatico taglio orrorifico…

…e, a giudicare dall’emblematica inquadratura sul volto di Sammie, anche non poco violento.

A questo punto la pellicola ci trasporta bruscamente un giorno indietro, facendo entrare in scena i veri protagonisti della storia, i gemelli Smokestack, che si distinguono immediatamente dal resto dei personaggi afroamericani per il loro vestirsi da bianchi.

E già solamente questo elemento definisce l’importanza sociale del loro ritorno: dopo essersi messi al servizio dei padroni in mete apparentemente più accoglienti, sono tornati sui loro passi per crearsi un angolo di effettiva libertà in un panorama in cui, anche se la schiavitù è stata abolita, la guerra razziale non ha mai veramente avuto fine.

Per questo è tanto più significativo notare come il racconto sia già perfettamente definito nei suoi contorni: i gemelli si fanno strada nel mondo oppressivo dei bianchi a colpi di pistola e mazzette, ma questo non impedisce loro di essere costantemente insidiati da minacce più o meno evidenti…

… per cui l’uccisione del serpente è solo una cieca illusione di poterla avere vinta facilmente.

Ordine

Nel suo atto centrale, Sinners diventa ancora qualcosa di diverso.

La dinamica sembra quella propria di un heist movie, in cui i gemelli formano una banda per il loro progetto, andando così a definirsi nelle loro diverse sfaccettature, anche in qualche modo contrastanti fra loro, ma ben salde nel raccontarne la tridimensionalità.

Così all’apparenza i protagonisti si pongono come i padroni della scena, pronti a far valere la loro autorità all’interno di un panorama sociale a pezzi, con una classe di immigrati ed emarginati ai limiti della povertà assoluta, da cui pretendono servizi e rispetto, agendo anche violentemente quando questo non avviene…

…ma, al contempo, il loro reale obbiettivo è offrire a questi personaggi un riscatto, uno spazio felice e sicuro lontano dalle angherie dei padroni bianchi, che li opprimono sia direttamente – schiavismo mascherato, aperto razzismo e segregazione – sia indirettamente – con blande accettazioni della loro presenza se non troppo neri.

Così il passato si va progressivamente a comporre pezzo per pezzo dalla bocca dei diversi personaggi, raccontando una realtà sfumata e ambigua di abbandono della loro classe sociale per rivalersi altrove, lasciandosi tutto alle spalle per diversi anni, per poi dover tornare con la coda fra le gambe e pretese di ripristinare tutto com’era all’inizio.

Ma non è questo il vero ostacolo.

Orrore

L’elemento orrorifico era potenzialmente il più rischioso della pellicola.

A livello proprio generale, non è semplice imbastire un horror credibile e che non ricada in cliché ridondanti all’interno di un panorama cinematografico estremamente saturo, in cui, fra l’altro, il ritorno al cinema dei mostri classici sta avvenendo con risultati altalenanti.

Ma ancora più arduo è indubbiamente comporre un racconto orrorifico all’interno di un dramma in costume – o western, o entrambi – senza scadere nel ridicolo.

Eppure, Sinners riesce anche e soprattutto in questo.

Non a caso, la scheggia impazzita viene introdotta in scena quando la stessa sembra essersi ricomposta in un quadro di generale serenità, dove i drammi sembrano essere risolti o in procinto di sciogliersi, incastrandosi abilmente in una dinamica di pregiudizio razziale che porta la coppia bianca ad accettare uno sconosciuto in casa fidandosi solo delle sue parole.

E proprio in questo frangente la scrittura della pellicola è particolarmente brillante, in quanto riesce a rendere straniante il comportamento dei vampiri senza che sia effettivamente così plateale la differenza, ma anzi sfruttando questa ambiguità nell’atto finale, in cui diventa sempre più difficile capire la vera identità dei personaggi.

Eppure, c’è qualcosa di più.

Libertà

La trama orrorifica poteva essere secondaria, quasi accessoria.

E, invece, è fondamentale per il senso generale della pellicola.

Più si ingrossano le fila dei vampiri, più appare evidente che il loro desiderio non sia quello semplicemente di dare sfogo ai loro istinti omicidi, ma bensì di riunire gli oppressi – e, paradossalmente, anche gli oppressori – all’interno di una comunità effettivamente accogliente e capace di contrastare il potere dominante ad armi pari…

...o anche superiori.

Per questo il significato effettivo della pellicola si comprende effettivamente solo nella scena post credit, quando la riformata coppia di Stack e Mary incontra Sammie, rivivendo uno dei momenti più significativi della loro esistenza.

Infatti la musica di Sammie aveva il potere di unire una comunità anche in generazioni e tempi diversi e, ancora decenni dopo, di ricordare un momento in cui i protagonisti non si sono creduti semplicemente liberi, ma lo sono stati effettivamente.

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2025 Biopic Drammatico Film Musical Racconto di formazione

Better Man – La solitudine della vetta

Better Man (2024) di Michael Gracey è un biopic musicale dedicato all’icona del pop Robbie Williams.

A fronte di un budget abbastanza importante – 110 milioni di dollari – è stato un clamoroso insuccesso commerciale, non riuscendo neanche ad avvicinarsi ai costi di produzione…

Di cosa parla Better Man?

Nella sua volontà di mettersi a nudo, l’icona della musica pop Anni Novanta (e non solo) indossa vesti… particolari.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Better Man?

Assolutamente sì.

Nonostante, visto il risultato disastroso al box office sia un film sostanzialmente sconosciuto al pubblico, Better Man gode di una qualità che pochi altri biopic musicali possono vantare: la volontà di essere profondamente sincero, e non di raccontarsi in una luce migliore.

Infatti con la sua biografia Robbie Williams ci svela le sue più importanti paure, ci racconta la carriera scricchiolante, i suoi passi falsi, all’interno di una pellicola con reparto tecnico di prim’ordine, capace di raccontare oltre che con le parole, con le immagini stesse. 

Insomma, da riscoprire.

Gara

Il racconto di Robbie Williams non si apre con i migliori presupposti.

Mentre il regista avrebbe potuto imbastire un racconto classico di predestinazione, in cui il successo era semplicemente il punto di arrivo di una carriera già scritta, al contrario sceglie di raccontare l’ossessione per il successo stesso che definì la sua infanzia e il rapporto con il padre.

Infatti Williams viveva nell’ombra importante del genitore, che si era convinto di essere invece predestinato alla fama, lasciando un piccolo quanto fragile spazio al figlio nell’accompagnarlo nella sua avventura, ma togliendoglielo immediatamente al minimo passo falso – come interrompere la trasmissione sul più bello.

Un posizione talmente fragile da scegliere infine di abbandonare il nucleo familiare per essere più vicino agli dei, per proseguire la sua sconclusionata carriera senza il peso parentale, inducendo paradossalmente il figlio ancora di più ad inseguirlo nella sua mediocre esistenza di padre quanto di di cantante.

Ma l’inizio dell’ascesa di Williams non è tanto più felice…

Successo

Sempre all’interno di una racconto onesto prima di tutto verso sé stesso, Williams ci svela la verità del suo successo.

Nonostante l’industria capitalistica vorrebbe farci credere il contrario, gran parte del successo di un personaggio dello spettacolo dipende dal suo essere smaliziato, dalla parola giusta al momento giusto, e dall’avere alle spalle le giuste persone capaci di modellare una figura pubblica vincente.

In questo modo Williams svela la realtà della macchina dello show business: le capacità del singolo, persino di un’icona della musica come il protagonista, valgono poco, mentre è molto più importante avere un atteggiamento che mostri di meritarsi di essere scelto per quel ruolo.

Così Williams riesce effettivamente ad attirare l’attenzione di Nigel, e di essere inserito all’interno della classica pop band creata a tavolino, in cui i suoi membri sono più dei pezzi di carne dati prima in pasto al pubblico queer, e poi alle ragazzine affamate di trovare il loro prossimo idolo da divorare.

E infatti la via verso il successo è lastricata di continui fallimenti.

Limbo

Con i Take That Williams è intrappolato in un limbo.

Sempre più insofferente nel voler indossare una veste che non gli appartiene, sempre più inebriato di un successo in cui non si riconosce, il protagonista si lascia assorbire in una spirale autodistruttiva in cui sono i suoi demoni ad avere la meglio, e a renderlo un personaggio totalmente inadatto a rimanere all’interno del gruppo.

Anche in questo caso sarebbe stato tremendamente facile raccontarsi come la mosca bianca dell’industria, come il personaggio che non ha voluto lasciarsi domare dal sistema e abbia deciso di intraprendere una vita solitaria verso un successo più meritevole e duraturo, basato sulle proprie capacità artistiche.

Al contrario, Williams racconta del periodo più difficile della sua vita, definito dal rinchiudersi in un silenzio artistico insopportabile, diventando così terribilmente simile al padre nell’osservare il successo degli altri e denigrarlo, ma incapace di costruirsi il proprio, mettendo in crisi persino la relazione con Nicole.

Ma anche la rinascita è soffocante.

Migliore

Robbie può essere un uomo migliore?

Per quanto il suo aprirsi ad un ruolo che ben più lo rappresenta passi da una maggior consapevolezza e sincerità artistica, la stessa non porta ad una liberazione delle sue paranoie, che anzi diventano sempre più assillanti, portandolo ad essere la versione peggiore di sé stesso…

…ma quella migliore per gli occhi del padre, che cannibalizza costantemente la sua figura e vive di luce riflessa, del tutto indifferente davanti alle grida di aiuto del figlio, che si rifugia nell’abuso di sostanze e che vive la sua esistenza esclusivamente in funzione della realizzazione del successo, rappresentato dal concerto al Knebworth Festival.

Eppure, proprio qui troviamo la resa dei conti.

Non sapremo mai – almeno non in questa pellicola – se lo spettacolo sia stato grandioso o catastrofico, ma diventiamo piuttosto spettatori dello scontro tanto rimandato che Robbie ha con sé stesso e con le proprie paure, trascinandosi in un ultimo atto di angoscia e ripensamento, che lo porta infine a muovere l’unico, vero significativo passo per migliorare la sua esistenza.

Ovvero, risolvere il conflitto col sé stesso bambino, che infine vede concretizzarsi il suo più grande sogno:

cantare a fianco del padre.

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2025 Commedia Dramma familiare Drammatico Film Oscar 2025

A Real Pain – Crocevia

A Real Pain (2024) di Jessie Heisenberg è la sua seconda opera come regista.

A fronte di un budget minuscolo – 3 milioni di dollari – è stato nel complesso un ottimo successo commerciale: 21 milioni in tutto il mondo.

Candidature Oscar 2025 per A Real Pain (2024)

(in nero le vittorie)

Migliore attore non protagonista per Kieran Culkin
Miglior attore protagonista per Jessie Heisenberg

Di cosa parla A Real Pain?

David e Benji sono due cugini statunitensi che viaggiano in Polonia per riscoprire le loro origini ebraiche, in particolare la casa della nonna defunta. Ma è un viaggio o qualcosa di più?

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere A Real Pain?

Assolutamente sì.

A Real Pain è uno di quei film di cui ti innamori e non sai neanche perché, finché non ti accorgi che, partendo da una vicenda particolare, si racconta invece una tematica universale e vicinissima allo spettatore, ma senza imporgli nessuna morale.

Infatti la seconda opera da regista di Heisenberg è un semplice spaccato di due protagonisti che affrontano il dolore e cercano salvezza, nonostante la via per la stessa sia più sfumata e complessa di quanto si potevano aspettare.

Insomma, da scoprire assolutamente.

Contrasto

Kieran Culkin in una scena di A Real Pain (2024) di Jessie Heisenberg

L’incipit di A Real Pain è comprensibile solo alla fine.

Mentre Benji è serenamente seduto nella sala d’attesa dell’aeroporto, si rincorrono più sequenze in cui il suo compagno di viaggio, David, cerca di ripercorrere le sue tracce, visibilmente angosciato dalla prospettiva che il cugino sia anche più in ritardo di lui…

…in un inseguimento che sfocia in una definizione apparente.

Infatti, questo contrasto così apparentemente rivelatorio del carattere dei due personaggi – l’uno più disorganizzato e ritardato, l’altro più sereno e puntuale – racconta invece la profonda ansia di David nei confronti di Benji, di non saperlo ritrovare, di non poterlo salvare un’altra volta.

Benji è infatti incontrollabile.

Forza

Kieran Culkin e Jessie Heisemberg in una scena di A Real Pain (2024) di Jessie Heisenberg

Benji è una forza vitale inarrestabile.

Tutta la dinamica iniziale fra i due cugini racconta come David cerchi disperatamente di comprendere, controllare, in qualche misura persino domare il suo quasi fratello, che invece sembra l’unico che possa dettare le regole del gioco, sovrastandolo costantemente con la sua ingombrante presenza.

L’atteggiamento di Benji è infatti un continuo sparo nel buio, un vivere di istinti e senza quell’ossessione per la cautela e la razionalità ad ogni costo che invece infesta la mente di David, sempre pronto a scusarsi per il comportamento fuori luogo del cugino…

…che invece, a sorpresa, è in ogni momento vincente.

Per questo fa così paura.

Vincente

Qual è la salvezza vincente?

David segue una via più sicura, quanto più impegnativa: mettersi sulle spalle la sicurezza di una vita ordinaria, terribilmente borghese, che ai suoi occhi rende giustizia all’eredità dolorosa della sua famiglia, diventando anzi il riscatto della stessa.

Al contrario, Benji abbraccia il caos, vive alla giornata e senza meta, coglie ogni occasione per sbaragliare le carte in tavola e, al contempo, è capace di scoprire più da vicino i profondi sentimenti di ogni persona con cui si interfaccia, riuscendo a dirgli non quello che vorrebbe, ma quello di cui ha bisogno in quel momento.

 Jessie Heisemberg in una scena di A Real Pain (2024) di Jessie Heisenberg

Uno slancio che potrebbe tradursi un’altra rovinosa caduta, impressa indelebilmente nella memoria del cugino, che ha visto Benji distruggere se stesso proprio nel suo non trovare una destinazione sicura, nel suo vivere in qualche modo la vita degli altri, senza mai prendere una decisione per la propria.

E questo viaggio non lo salverà.

Crocevia

David – e lo spettatore stesso – si aspetta una redenzione di Benji.

Il viaggio dovrebbe infatti essere l’occasione per riscoprire la radice del dolore, e per saperlo così affrontare e, finalmente, domare, attraverso un percorso di simboli – come la pietra sulla tomba – che non hanno significato se non per i protagonisti stessi.

Invece l’ordinarietà della casa della nonna racconta come la salvezza alla fine del viaggio sia solo un’illusione, e che lo stesso non è altro che uno spaccato doloroso di una storia che non ha ancora trovato una propria conclusione, ma che anzi ritorna inevitabilmente al punto di partenza.

Kieran Culkin e Jessie Heisemberg in una scena di A Real Pain (2024) di Jessie Heisenberg

Proprio per questo è tanto più significativo che infine David cerchi ancora una volta di ricondurre Benji ad una destinazione sicura, prima con lo schiaffo che pensa possa essere il momento del risveglio, poi con l’invito a far parte della sua ordinarietà controllata.

Ma non è ancora il momento di Benji.

Come David infatti ritorna ad una realtà solida e sicura, e rende la pietra memoriale della nonna un altro piccolo tassello per la costruzione della stessa, al contrario il più scapestrato cugino si ferma proprio nel luogo che rappresenta di più la sua attuale condizione.

L’aeroporto è infatti un crocevia che apre a più vite possibili, il luogo per chi ancora una scelta non l’ha fatta…

…restando ad osservare la più sicura esistenza di chi li circonda.

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2024 2025 Drammatico Film Thriller

Conclave – Un intrigo di chiesa

Conclave (2024) di Edward Berger è un thriller politico ambientato nella Città del Vaticano.

A fronte di un budget medio – 20 milioni di dollari – è stato un ottimo successo commerciale: quasi 100 milioni in tutto il mondo.

Candidature Oscar 2025 per Conclave (2024)

(in nero le vittorie)

Miglior film
Migliore attore protagonista per Ralph Phinnes
Miglior attrice non protagonista per Isabella Rossellini
Migliore sceneggiatura non originale
Miglior colonna sonora originale
Migliore scenografia
Migliori costumi

Di cosa parla Conclave?

Con la morte del precedente Papa, si dà il via alla Conclave per scegliere il suo successore. Eppure è una questione più di politica che di fede…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Conclave?

Ralph Fiennes in una scena di Conclave (2024) di Edward Berger

Assolutamente sì.

Nonostante dall’esterno potrebbe apparire come un film acchiappa pubblico con un cast internazionale di star di richiamo per una vicenda scandalistica che ammicca al desiderio proibito di scoprire i dietro le quinte della Chiesa…

…al contrario, forse anche per la produzione europea, il film riesce ad essere un ottimo intrigo politico che abbraccia l’identità italiana senza stereotipizzarla, riuscendo a modulare l’utilizzo della lingua e delle dinamiche politiche senza fare un discorso fine a sé stesso, anzi.

Insomma, da riscoprire.

Atmosfera

Ralph Fiennes in una scena di Conclave (2024) di Edward Berger

Un elemento fondamentale – e per me piuttosto sorprendente – è come Conclave sia riuscito consapevolmente ad abbracciare l’ambientazione.

Infatti la pellicola si concede non pochi momenti per offrire ampie vedute interne ed esterne dei luoghi della vicenda, proprio per non ridurla ad una piccola vicenda fra uomini, ma anzi ad enfatizzarne l’importanza nello scacchiere politico.

Ralph Fiennes e Stanley Tucci in una scena di Conclave (2024) di Edward Berger

Inoltre, il regista dimostra una particolare consapevolezza dell’ambientazione per due aspetti: i rumori bianchi – il chiacchiericcio molto italiano, lo stridore della macchinetta del caffè… – e, più in generale, elementi di italianità molto specifici, soprattutto nelle scene della mensa – come il grana sparso sui tortellini.

Al contempo, la pellicola non si impigrisce sul lato linguistico, facendo parlare i suoi interpreti solo in inglese, ma anzi spazia fra le varie lingue proprio a raccontare l’ampia realtà della Chiesa e la sua portata internazionale, fra inglese, italiano, spagnolo e persino molti momenti in latino.

E con queste premesse…

Politico?

Ralph Fiennes in una scena di Conclave (2024) di Edward Berger

La vicenda di Conclave è tutta politica.

Nonostante inizialmente siamo accompagnati all‘importante momento di passaggio per il Vaticano dalla figura del Cardinale Lawrence, lo stesso appare come una figura di contorno, che non ha alcun interesse a prendere posizione, anzi preferirebbe di gran lunga rimanere in disparte…

…nonostante venga costantemente messo in mezzo.

Ralph Fiennes in una scena di Conclave (2024) di Edward Berger

Non a caso la sua omelia di apertura, espressa principalmente in latino, vorrebbe ricondurre la Conclave ad un discorso di fede e di religione, quindi del tutto avulsa da questioni invece più terrene e umane, che al contrario diventeranno le protagoniste della scena…

…e di cui Lawrence diventerà il principale esecutore.

Altarini

La vicenda si Conclave è scandita da una sistematica rivelazione degli altarini.

Infatti, più Lawrence si immerge in questa vicenda del tutto umana, anzi piuttosto spinosa, più si ritrova a dover difendere la solidità della Chiesa dal punto di vista confessionale, volendo tenere lontano dalla Cattedra personaggi di dubbio gusto che farebbero solo del male all’Istituzione.

Ed è anche più interessante osservare come le vittime della sua indagine siano solo i candidati che si siano macchiati di crimini che andrebbero ad infangare la fama della Chiesa – simonia, violazione dei voti di castità… – ma non comprendano un personaggio estremo come il Cardinale Tedesco.

Lo stesso infatti non ha alcuna colpa se non il suo intestardirsi nell’idea di voler riportare la Chiesa alle sue radici più conservatrici e reazionarie, tanto da arrivare a voler annunciare una guerra santa nei confronti di un presunto nemico della Confessione: l’Islam.

E, inevitabilmente, la lotta è a due…

…oppure no?

Terreno

Lawrence non vuole essere Papa.

Più volte durante la pellicola i dubbi, financo le reazioni scomposte davanti a questa prospettiva, lo identificano come il candidato perfetto per questa posizione, proprio nel suo non volerla ricercare, nel suo non avere mire politiche ed autoritarie.

Eppure, neanche lui è la risposta che la Chiesa sta cercando.

Introdotto inizialmente come elemento di disturbo, il Cardinale O’Malley rimane saldo ai margini della scena per la maggior parte della pellicola, diventando centrale solo nella sua denuncia della gretta realtà del Conclave: un gruppo di uomini piccoli, arroccati nei loro palazzi d’oro, lontani dagli ideali della Chiesa povera e vicina agli ultimi.

E la sua scelta come nuovo Papa è significativa anche per l’ultimo segreto svelato da Lawrence: l’intersessualità del neo eletto Innocenzio, che ha scelto consapevolmente di non abbandonare, anzi di abbracciare come un dono di Dio che apra la Chiesa ad una visione più ampia e inclusiva, adattandosi alla sempre più stringente attualità.